Venerdì 8 maggio: programmazione speciale del film “Katyn”
In collaborazione con il centro culturale S. Romagnoli DIESSE Didattica e Innovazione Scolastica, venerdì 8 maggio si svolgerà la programmazione speciale del film “Katyn” di Andrzej Wajda.
Classico nel respiro, ma mai adagiato su una facile retorica, Katyn consolida una realtà fino a pochi anni fa affondata nella reticenza, salda debiti personali (fu a Katyn che il padre di Wajda trovò la morte) e rimossi collettivi. Successo commovente in patria, sfuggito, per l’indignazione di Wajda, ad ogni strumentalizzazione , è un affresco che annega l’epica nella coralità, fa del pathos una questione morale, costruisce personaggi sfaccettati, frammenti differenti e scostanti di uno specchio che riflette la tragedia nelle vicende personali. E’ un film sulla rielaborazione di un lutto, di un efferato crimine che insieme ai corpi ha sepolto la verità: disinteressato alla denuncia, Wajda fa di Katyn un documento sulla memoria del dolore. Per questo la sequenza della strage, le cui conseguenze riverberano strazianti lungo l’intero arco dell’opera, è posta in chiusura: dopo l’insostenibile rito della morte lo schermo si fa nero, sulle note del Polish Requiem di Penderecki. Wajda ci interpella: Katyn pretende la nostra memoria.
Giulio Sangiorgio, da “Gli spietati”
Katyn, ovvero la storia di un’altra terribile ed efferata tragedia durante gli anni bui della Seconda guerra mondiale. Il nome è poco noto perché la verità su questa vicenda è sempre stata nascosta, volutamente occultata; solo a partire dalla Perestrojka di Gorbaciov e, più in generale, con la volontà di far luce in modo “trasparente” sugli episodi del passato da parte del mondo ex-Urss negli ultimi decenni, il nome di Katyn è potuto circolare nuovamente mostrando la sua atroce realtà. Si tratta di una pagina nerissima della storia del comunismo. Più di ventimila ufficiali polacchi vennero fatti prigionieri e poi cinicamente uccisi nei boschi di Katyn, con lo scopo preciso di cancellare del tutto i quadri dirigenziali di quel paese e rendere quindi più agevole la conquista ed il controllo del territorio polacco; ma, in questo caso, erano cambiati i carnefici, perché gli esecutori di questo gesto atroce non furono i tedeschi ma i sovietici, che con i primi si erano già spartiti sulla carta la Polonia, con il patto Ribbentrop-Molotov del 1939. Il film narra appunto questi avvenimenti, dagli anni dei combattimenti fino al dopoguerra, quando il nome di Katyn si legò presto ad una sorta di tabù in Polonia, per cui tanti sapevano ma nessuno osava dire niente. Secondo la versione recensione katyn degli occupanti sovietici, gli esecutori erano stati i nazisti e non c’era altro da aggiungere. Il dilemma, però, si poneva per i parenti dei militari che non erano tornati: da un lato c’era il desiderio di veder ristabilita la verità ma dall’altro si opponeva la durissima repressione stalinista nei confronti di chiunque cercasse di modificare la versione ufficiale. Un dilemma che poi si estese ad un’intera popolazione angosciandola per decenni, minando alle basi la stessa credibilità di qualsiasi ricostruzione postbellica e di qualsiasi tentativo di ricerca di una nuova identità nazionale. Sono proprio le piccole storie, con gli episodi di singoli militari e dei loro cari, i momenti più belli del film, girato con grande maestria e senza tanti fronzoli retorici dal più che ottantenne Andrzej Wajda, uno dei nomi più autorevoli della cinematografia polacca. La volontà è quella di ristabilire la verità storica, dando pieno valore al significato della memoria: e in questa direzione va anche la ricostruzione assai cruda, nel finale del film, dell’assassinio sistematico dei militari polacchi da parte dei soldati dell’Armata Rossa, con le immagini delle esecuzioni sommarie eseguite a colpi di pistola in testa e con il seppellimento dei cadaveri nelle fosse comuni. La memoria, anche in questo caso, ha appunto questa funzione assolutamente vitale: rammentare, seppur con immagini durissime, a quali livelli possa arrivare l’orrore umano e di quali crimini si sia macchiata la storia degli uomini; come lo sterminio di Katyn, appunto, una ferita terribile per tutto il popolo polacco e non solo.
Michele Canalini, da Cinema 4 stelle
…Il film è una ricostruzione amara e cruda di un massacro per troppi anni occultato e dell’ostinazione di un popolo che caparbiamente ha lottato per ristabilire la verità e per dare delle tombe a quei morti.
Di forte impatto emotivo è la ricostruzione della disumana e meccanica ripetizione delle esecuzioni, durante gli ultimi minuti della pellicola.
Si tratta di un film privo di retorica e di odio verso gli assassini; lo si nota quando Anna e sua figlia vengono salvate da un ufficiale russo, che ha compreso la gravità degli eventi.
“Katyn” è un racconto sulla sofferenza e sul dramma di migliaia di famiglie, ma è anche la storia di una famiglia separata; non ci sono solo gli ufficiali assassinati, ma si dà ampio spazio alle donne che aspettavano il loro ritorno ogni giorno. Donne risolute, caparbie, fedeli e forti, che sono sopravvissute mantenendo viva la memoria e che vivevano nella costante angoscia di non rivedere i loro cari o illudendosi che il loro uomo o padre bussasse alla porta di casa da un momento all’altro; questo succede alla figlia di Anna, che si butta tra le braccia dell’uomo che un giorno bussa alla porta di casa credendolo il padre.
La sceneggiatura del film è tratta dal libro “Post Mortem” di Andrzej Mularczyk. La fotografia, affidata a Pawel Edelman, è fredda con la prevalenza di tonalità grigie, che rispecchia gli stati d’animo dei personaggi.
Ciò che il regista ha voluto fortemente sottolineare con Katyn è che venga mantenuta la memoria di quegli eventi per le generazioni presenti e future, affinché si tenga vivo il ricordo di quegli uomini e quelle donne che hanno lottato per la verità e per la libertà di ogni singolo essere umano. È un film forgiato con maestria che tocca temi delicati espressi in modo schietto, senza fronzoli e senza giudicare.
Un film emotivamente penetrante e risolutivo.
Francesca Caruso, da “Filmscoop”
Andrzej Wajda rivisita la strage del 1939, a lungo imputata ai nazisti, svelando le falsità russe e ricordando il padre finito nelle fosse comuni.
I colpi di pistola si sommano ai colpi di pistola, nell’ultima sequenza di Katyn (Polonia, 2007, 118?). Condotti a uno a uno in una piccola stanza lorda di sangue, oppure a uno a uno tenuti sull’orlo di una buca scavata tra gli alberi, gli ufficiali e i sottufficiali dell’esercito polacco ricevono una pallottola nella nuca. E a uno a uno, di nuovo, i loro boia russi li gettano nella fossa comune, o li mettono su uno scivolo da cui cadono dentro camionette che partono verso il fitto del bosco. È il marzo del 1940. Da sei mesi la Polonia è stata invasa: dai nazisti a ovest, dai sovietici a est. L’anno seguente, marciando verso Mosca, l’esercito di Adolf Hitler dissotterra quei corpi, oltre 20mila, e se ne serve per la propaganda. Un vescovo polacco provvede a benedire l’invasore come salvatore del suo popolo. Poi, nel 1943, tornano le armate di Stalin, dirette a Berlino. Di nuovo i corpi sono dissotterrati, di nuovo il nemico viene indicato come truce sterminatore, e di nuovo qualcuno benedice l’invasore, non più quello nazista, ma quello per così dire simmetrico.
Appunto con questa “simmetria” inizia il film di Andrzej Wajda e dei suoi cosceneggiatori Andrzej Mularkczyk, Przemyslaw Nowakowski e Wladyslaw Pasikowski. È il 17 settembre 1939, e su un ponte che sta da qualche parte in Polonia si incontrano e si separano due colonne di uomini e donne in fuga. C’è chi corre via dai nazisti, non sapendo che va a consegnarsi ai sovietici, e chi corre via dai sovietici, ma solo per cadere nelle mani dei nazisti. Non c’è salvezza, per il popolo che quelli e questi si sono spartiti con il patto firmato il 23 agosto da Vjaceslav Molotov e Joachim von Ribbentrop. E simmetrico, ancora, è quel che Hitler e Stalin ordinano alle loro polizie: la distruzione sistematica dell’anima della nazione polacca, che si tratti delle sue università o che si tratti delle sue classi dirigenti. Anche per questo, ossia per disfarsi di avvocati, ingegneri,professionisti,i sovietici preparano ed eseguono l’eccidio di Katyn, imputandolo poi ai tedeschi con la sostanziale indifferenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Solo la glasnost di Michail Gorbacëv inizia a far luce sulla menzogna (sulla trista questione si può leggere Victor Zaslavsky, Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, pubblicato nel 2006 da Il Mulino).
Nelle fosse comuni sovietiche morì il padre di Wajda, allora ufficiale dell’esercito polacco. Anche come figlio, dunque, ora il regista ottantaduenne racconta quei fatti. E lo fa senza insistere sulla morte fisica, senza sommare sangue a sangue, se non nell’ultima sequenza. Per il resto, sembra avere un modello narrativo grande e straziante come quello dell’Antigone. Al pari di quel che accade nella tragedia di Sofocle, l’universo appare diviso fra il potere che uccide e la fede che ha pietà, e che si prende cura. Per fede non si deve intendere una religione, ma una fedeltà all’amore e alla memoria, oltre che a una giustizia che non si piega al diritto della forza.
Ancora come in Antigone, sono le donne le portatrici di questa fedeltà: le madri, le mogli, le sorelle dei morti. Attorno a loro tutto sembra pretendere una nuova, immemore normalità. La guerra è finita. Le classi dirigenti sono cambiate. La potenza sovietica ha stabilito il suo diritto, e anche la sua memoria e la sua Storia. Sembra alla gran maggioranza che convenga adeguarsi. Tra i migliori c’è anche la certezza che così si debba fare, se si vuole ottenere il massimo della giustizia e della libertà “possibili”. Qualcuno cade sotto il peso della propria coscienza. Ma per i più il passato è sepolto, insieme con i corpi di Katyn.
Così non è per le donne di cui Wajda segue le storie. In loro la pietà non s’acquieta. Di una soprattutto il film racconta il coraggio. Ha combattuto nell’esercito popolare contro i nazisti, ma ora non accetta la menzogna del nuovo regime. Non lo può fare perché il corpo del fratello, ucciso a Katyn, le chiede quello che in Sofocle il corpo di Polinice chiede ad Antigone: d’esser sepolto, contro le leggi di qualunque Creonte. E come la fanciulla di Tebe ricopre di polvere Polinice morto, così lei pretende di deporre sulla tomba del fratello la verità scritta nel marmo. Pagherà, per questa sua pietà che non dimentica, e scenderà nel buio di una prigione come Antigone nella tomba. È questo il momento culminante di Katyn, quello in cui la memoria ritrovata cerca una giustizia impossibile. Per il resto, dal passato non vengono che i colpi di pistola dei boia, sparati con metodo e indifferenza. Morto dopo morto, i corpi s’ammassano. Nessun grido ne viene, nessuna voce, ma solo il rumore sordo della terra che cade e li ricopre.
Roberto Escobar, da “Il Sole 24 Ore”
