Urlo

Finalmente un buon film, ottima sceneggiatura, originale regia, montaggio creativo, splendida fotografia, ottime la scenografie e i costumi, perfetto il cast. Film che si basa in fin dei conti sulla poesia di Allen Ginsberg Howl (“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia…”). Poesia manifesto (come On the road in narrativa) di una generazione, metropolitana, colta, cool, anticipatrice degli Anni Sessanta; che molti ritengono il movente fondativo della Beat Generation, gruppo esistenzial-creativo che ha preso il posto della Lost Generation di Hemingway e Scott Fitzgerald. Avevano tuttavia poco in comune – come dice giustamente nel film Ginsberg – tranne l’idea del viaggio, le droghe e la vita beatnik. Infatti cosa hanno in comune, tranne la conoscenza o l’amicizia autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti o Borrounghs? Strana la nascita della parola ‘beatnik’, inventata dal giornalista Herb Caen in un suo articolo del 1958 sul San Francisco Chronicle come termine denigratorio per i membri della Beat Generation come gioco di parole con il satellite sovietico Sputnik per rilevare la distanza dei beat dalla società corrente e per il fatto che erano in odore di simpatie comuniste in un’epoca in cui c’era ancora la Commissione McCarthy con la sua caccia alle streghe che perseguitava gente come John Huston, Humphrey Bogart, Charlie Chaplin, Bertold Brecht, che mandava a morte per spionaggio i coniugi Rosemberg e che vedeva comparire sulla scena politica un personaggio come Richard Nixon.
Il film gira intorno alla poesia Howl ed è diviso in tre blocchi sapientemente scritti, montati e intrecciati: l’intervista che dà Ginsberg a un giornalista fuori campo in cui parla della sua giovinezza e la sua evoluzione come poeta fino a giungere al concretizzare della sua poesia più famosa come valore di testimonianza di una generazione; nel secondo blocco si vede Ginsberg recitare alla Six Gallery di San Francisco la sua poesia per la prima volta e la recita è intervallata da disegni colorati come se si fosse in una partitura jazz; il terzo blocco è il processo per oscenità che subisce il suo editore Lawrence Ferlinghetti con l’analisi del testo da parte di avvocati e professori universitari.
I due documentaristi Epstein e Friedman (già autori di due documentari The Celluloid Closet e Paragraph 175) utilizzano con Urlo gli strumenti del documentario per una fiction elegante, accurata e colta, costruiscono su frammenti discontinui e paralleli come fosse un brano jazz un’opera originale e impervia anche se non sempre tesa.
Il film è stato presentato in concorso al Sundance Film Festival e alla 60a edizione del Festival di Berlino, dove era in lizza per l’Orso d’oro.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

Presentato con successo al Sundance Festival di Toronto e, successivamente, al Festival di Berlino, “Urlo – Howl” mostra qualità che lo rendono uno dei film più interessanti dell’anno e, forse, uno dei più deludenti. Le ragioni sono diverse.
Dipende tutto dalle angolazioni. C’è sicuramente un tentativo nobile del cinema contemporaneo di flirtare con la letteratura, cercando di rendere protagonista proprio il testo omonimo, che si esprime attraverso le parole di un’icona ingombrante e discussa come Allen Ginsberg, o per meglio dire del suo portavoce (l’attore James Franco).
Ora, appurato che il reducismo non è altro che quella forma di inversione capace di standardizzare ogni rivoluzione culturale e filosofica del passato, diciamo subito che l’operazione in sè è dignitosa, celata purtroppo da uno smacco snobistico non del tutto giustificabile.

Rob Epstein e Jessie Friedman scelgono una strada a metà tra il biopic e il documentario, frammentando il tutto con immagini di repertorio atte a mettere in rilievo la dimensione del “manifesto temporale”.
Epstein in particolare, noto militante gay e documentarista di fama, ha al suo attivo un curioso documentario su Harvey Milk del 1985, che a sua volta ha ispirato un recente e celebrato film di Gus Van Sant. Non a caso, le ultime immagini di quel film, quando Sean Penn cala il sipario sulla storia e si vede il volto del vero Harvey Milk, sono rubate proprio al film di Epstein.
In “Urlo – Howl” c’è la mano di Gus Van Sant come produttore. Un’influenza evidente. Persiste, nel cinema di Van Sant, il bisogno di espiazione nel raccontare i suoi personaggi. Lo ha fatto con le ultime ore di Kurt Cobain (“Last days”) mentre cercava, senza riuscirci, di collocare i miraggi degli anni sessanta nella dimensione nichilista di una rockstar di fine millennio. E attraverso gli slogan di Harvey Milk, profeta di una rivoluzione culturale dove era necessario immolarsi come “ultimo martire” (dopo Kennedy, Martin Luther King, Malcom X, Che Guevara, etc.).

“Urlo – Howl” racconta in primis del celebre processo per oscenità del 1957 in seguito alla pubblicazione dell’omonimo e controverso poema di Ginsberg, una delle poesie più rivoluzionarie del XX Secolo.
La presentazione in versi alla Six Gallery di San Francisco nel 1955 precede un periodo abbastanza movimentato nell’establishment americano, dopo la fine del Maccartismo e l’espropriazione indebita di un codice di linguaggio finalmente realistico e innovativo, che ha messo alla berlina tutti i conformismi vigenti.
Dal periodo buio del Maccartismo l’America si è trovata ad affrontare una controrivoluzione che, negli anni successivi, avrebbe seminato molto più di quanto ha, verso la fine del secolo, raccolto. Uscivano film che trattavano apertamente di droga (“L’uomo dal braccio d’oro” di Preminger), di alcolismo (“Dietro lo specchio” di Nicholas Ray), di omosessualità (“Tè e simpatia” di Minnelli, “Improvvisamente l’estate scorsa” di Mankiewicz). Tennessee Williams era il commediografo più amato.
La Beat Generation letteraria trovava in William S. Borroughs il suo portavoce più oltranzista ed estremo: inventore del cut-up, si permetteva alla fine degli anni Cinquanta di sconvolgere le masse con un libro, “The naked lunch”, in grado di sconvolgere le masse con un incredibile mix di violenza e metafore allucinogene. Andy Warhol e Roy Liechtenstein creavano la pop-art.

In questo clima, con un’occhio di riguardo a un personaggio come Kinsey, le fasi del processo per “Howl” rilevano quanto gli oppositori (gli stessi di Harvey Milk) cedano il passo davanti alla difesa. dell’Arte come forma esclusiva di libertà espressiva, da parte di colleghi e giornalisti, nei riguardi di Allen Ginsberg.
Tutto questo fa tornare alla mente una deliziosa commedia degli anni 60, distribuita in Italia con un titolo a dir poco deplorevole, “Prendila, è mia!”.
In quel film un rigoroso e rispettabile conservatore, James Stewart, prendeva le difese della figlia (Sandra Dee) davanti ai metodi poco ortodossi dello Stato di reprimere la protesta giovanile. La ragazza, appassionata del più scabroso degli scrittori viveur del Novecento, Henry Miller, era pronta a difendere quelle pagine anche davanti al rifiuto iniziale del padre a considerarle “opere d’arte”.
Stewart riusciva però a frenare il suo disappunto, e – difendendo il valore democratico delle idee – si trovava in prima linea a proteggere “la pietra dello scandalo”, insieme a tanti giovani entusiasti e ribelli.

“Urlo – Howl” è un poema in tre atti dove l’autore dà libero sfogo alle frustazioni personali e alle sue idee sulla società del benessere. E’ una prosa secca, furiosa, devastante, ma ancora oggi qualcuno la ricorda unicamente per quei versi dove la scurrilità sfugge a tutte le catalogazioni metaforiche messe in atto. E’ un libero fluire di immagini e invettive che esprimono, proprio come “Il pasto nudo” di Burroughs, la deviazione morale attraverso la quale si cela il vuoto perbenismo.
La Beat Generation, attraverso la quale si sono mossi lo stesso Ginsberg e Burroughs, Keruack e Neil Cassidy, Ferlinghetti e Gregory Corso, ma anche outsiders come Ed Sanders e Tuli Kupferberg (fondatori di un gruppo musicale lisergico e irriverente come i Fugs) vive nel film tra i fumi di alcool dei locali, tra le svariate droghe e il be-bop. il free-jazz e l’omosessualità vigente che declama lo stesso Ginsberg.

Nonostante l’efficace alternarsi di estetica da fumetto e documentario, il film fa di Ginsberg l’eroe maledetto e delirante che tutti noi immaginiamo, senza peraltro scavare più a fondo sull’importanza radicale del personaggio.
E a un certo punto il film, nella sua sincerità un po’ ingessata, finisce per svilire l’importanza del testo, facendo pensare davvero a “Howl” come uno sfogo onanista di uno scrittore-poeta in fuga dai suoi demoni (vedi la schizofrenia della madre e la malattia psichiatrica come illusoria forma di rifiuto del conformismo militante).
L’impressione è quella di un film impeccabile nella forma, che non riesce però a raggiungere lo spettatore inesperto e illuminarlo sull’importanza storica di “Howl”, con le sue vicissitudini giudiziarie e la sua ottica letteraria.

Oggi “Howl” ha una veste autoriale alquanto singolare, in quanto si traveste da icona per trasmettere i conflitti e le ribellioni di una generazione pronta a mettere in discussione tutte le contraddizioni sociali del conformismo militante. E’ infatti interessante lo “strumento” che ne fa il film, come se protagonista assoluto sia il poema di Ginsberg, l’effluvio di parole attraversate da immagini, piuttosto che lo stesso autore.
L’immaginario metaforico diventa realismo e cancella la fastidiosa sensazione che serva ad alimentare, oggi, la fame insensata di una ribellione retrò da parte delle nuove generazioni.

Le vicissitudini di Ginsberg, i frequenti rapporti omosessuali e i successivi viaggi lisergici in India, la morte della madre in manicomio, diventano forme assolutorie di liberazione.
Lo stesso tema della schizofrenia come atto di massima espressione di libertà è soprattutto una ferita personale da rimarginare, o da attutire. Il tema del Moloch, come Divinità, assume un concetto astratto (di sacrificio) atto a sconsacrare ogni riferimento alla pubblica ottusità del moralismo di massa.

La (bella) fotografia di Howard Lachman – già collaboratore di Wim Wenders per “Nick’s movie” (1980) descrive abilmente il disagio di questa generazione di autori nei confronti della società americana.
Purtroppo alla fine si assiste a un crocevia controverso tra prosa e cinema, con gli spettatori di oggi divertiti e frastornati dalle parole di “Howl”, come quelli della Six Gallery di San Francisco, nel lontano 1955.
E persiste la dimensione di “Icona”, tanto più che il film si allontana da quanti non hanno conosciuto né letto mai nulla del “vero” Ginsberg.
Quanto ci assiste, questa distanza?
da “filmscoop.it”

L'”Urlo” di Ginsberg terrorizza l’Occidente
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un terzo di dramma giudiziario, un terzo di biografia, un terzo di cinema d’animazione. Il tutto impacchettato dentro l’iconografia arcinota di una delle epoche più mitizzate (e vendute, in ogni sua forma) del secondo ‘Novecento: la San Francisco fine anni 50, quella che vide nascere e fiorire la controcultura beat in piena Guerra Fredda (con i suoi corollari: incubo atomico, segregazione razziale, puritanesimo monolitico e fiero di sé).
Ridotto a formula, Urlo cioè Howl, dal titolo del poema di Allen Ginsberg che scandalizzò gli Usa nel ’55 per originare due anni più tardi un leggendario processo, rischia di sembrare un’operazione come tante, sia pure condotta nei modi sobri del cinema indipendente americano, per rievocare una delle pietre miliari della beat generation e lo scandalo incredibile che suscitò all’epoca il linguaggio libero, crudo e provocatoriamente criptico dei versi di Ginsberg (uscisse oggi in Italia, un libro così sarebbe lapidato direttamente in tv).
Chi conosce gli autori, Rob Epstein e Jeffrey Friedman, sa che la faccenda è un pochino più complessa. Già coperti di premi (anche Oscar) per i loro documentari (ricordiamo almeno The Celluloid Closet, sulla storia più o meno segreta dei gay a Hollywood, e Paragraph 175, dedicato alla persecuzione degli omosessuali sotto il nazismo), Epstein e Friedman sono insuperabili nel maneggiare documenti d’archivio, anche se non hanno l’estro di veri artisti del film di montaggio come, poniamo, il giovane Resnais o per restare in Italia Alina Marazzi e Pietro Marcello.
Tutto questo per dire che Urlo funziona benone finché si comporta come un finto documentario ricostruendo con fedeltà, immaginiamo, sia il processo subito dal poema di Ginsberg (proprio dal poema, il poeta non si presenta nemmeno in aula), sia la lunga intervista parallela in cui il giovane autore illustra con passione i come e i perché biografici e letterari di quel lavoro esplosivo che mescolava omosessualità e rivolta, furti e vita randagia (probabilmente un collage di interviste d’epoca interpretato con controllata adesione da James Franco).
Dove invece Urlo lascia davvero a desiderare è nella parte d’animazione. Possibile che per visualizzare le estasi, le angosce, i deliri, i rapimenti sessuali e morali di Allen Ginsberg, non ci fossero immagini meno ovvie e di cattivo gusto? Sembra quasi di vedere una versione “off” del Fantasia disneyano realizzata 70 anni più tardi! Ineccepibili invece processo e cast, a riprova che il genere giudiziario è una delle macchine spettacolari più infallibili messe a punto dal cinema Usa. Anche (soprattutto) se sul banco degli imputati ci sono la libertà d’espressione, la sfera sessuale, la letteratura stessa. In Italia – dice niente il nome Pasolini? – ne sappiamo qualcosa. Ma da noi i processi non finiscono mai così.
Da Il Messaggero , 27 agosto 2010

La vittoria di Ginsberg contro l’ accusa di oscenità
di Antonio Gnoli La Repubblica

Ogni volta che il cinema affronta un testo letterario, si apre la difficile questione del “tradimento”. Quasi mai gli autori amano veder violata la propria creatura, anche quando il passaggio da un linguaggio all’ altro avviene con le migliori intenzioni. Prendete Howl – poema che tutti ormai masticano come un chewingum, grazie alle sue battute iniziali: «ho visto le menti migliori della mia generazione…» – e decidete di farci sopra un film. Mica male l’ idea. In fondo, ci sono diversi motivi interessanti. C’ è il poema di Allen Ginsberg, che non è proprio da buttare. Anzi è il testo più bello che ha scritto, così carico di dramma newyorkese, così provocatorio per quella America degli anni Cinquanta, immersa nel perbenismo e nel consumo di massa, ma soprattutto avvolta dall’ incubo maccartista. C’ è il processo che fu intentato a Lawrence Ferlinghetti: libraio ed editore di San Francisco che pubblicò il libro di Ginsberg. Era osceno o no il poema, quando i suoi versi, letti direttamente da Ginsberg, tuonarono quell’ ottobre del 1955 alla Six Gallery di San Francisco? C’ è infine lei, la protagonista vera: la Beat Generation con i suoi interpreti Jack Kerouac, Neil Cassady, Peter Orlovsky. Niente male per farci un film. È quello che hanno pensato e realizzato Jeffrey Friedman e Rob Epstein (quest’ ultimo premiato con due Oscar) affidando la parte di Ginsberg a un eccellente James Franco ( Spider Man e Milk ). Il risultato premia il rigore documentario, ma meno quello cinematografico. Howl si presenta suddiviso in tre momenti che si alternano e interagiscono: la lettura del poema (in bianco e nero) sulla quale si innesta un lavoro di animazione che dovrebbe tradurre con le immagini le parole di Ginsberg; un lungo monologo dello stesso Ginsberg (a colori) nel quale vediamo lo scrittore parlare della sua infanzia (qui vengono inseriti anche documenti autentici dell’ epoca), della sua omosessualità, degli amici che ha incontrato e amato, e naturalmente del processo. È una confessione che ricostruisce fedelmente il pensiero, le emozioni, i dubbi del grande guru della Beat Generation. Infine il processo (girato anch’ esso a colori) nel quale accusa e difesa si misurano su cosa significa letteratura, cosa vuol dire osceno e chiamano a raccolta una serie di testimoni, pro e contro Howl. Tutto è molto statico, in quegli spazi dove la parola regna fin troppo incontrastata. Il che innesca un effetto curioso, che non è legato solo alla scarsa presenza dell’ azione – dopotutto un film può anche sacrificare il movimento a patto che sappia far parlare, come riusciva a Bergman, l’ immobilità dei corpi che ritrae – ma anche a quel flusso di immagini, a volte straordinarie, altre un po’ invecchiate, che il poema di Ginsberg riuscì a creare. Non so quanto fosse voluta, ma la costruzione di Howl – il ritmo interno e il montaggio allucinato più che alla forma letteraria si ispira a quella cinematografica. Fu la rivoluzione formale che quel testo realizzò nel lontano 1955. Del resto, Ginsberg – che non si separava mai dalla sua macchina fotografica – considerò sempre l’ immagine non il complemento della parola, ma la parola stessa che realizza lo sguardo. Ammirare oggi la bella faccia di James Franco, così fedele al volto di Ginsberg, mentre si confessa in diretta davanti a un registratore, fa l’ effetto di uno straniante reperto di archeologia industriale. Lo sentiamo parlare di tutto. E quel tutto è ormai il passato remoto. La voce (leggermente monotona nel doppiaggio) racconta la tormentata vicenda della madre che entra ed esce dagli ospedali psichiatrici, del padre che scrive poesie, dell’ attrazione e poi degli innamoramenti per Kerouac, Cassady, Orlovsky. Troppa e insistita omosessualità? Forse. Ma in fondo fu uno dei tratti distintivi della Beat Generation: tutti andavano a letto con tutti. «La Beat Generation non esiste», dice il giovane Ginsberg da un divanetto del salottino di casa, dove su una parete spicca una stampa del Colosseo, «è una banda di ragazzi che vuole farsi pubblicare». Qualche risultato eccellente i loro libri lo ottennero. La controcultura che sprigionarono scosse l’ America e il processo a Howl fu solo una dichiarazione di guerra finita con un armistizio. Niente oscenità da quell’ “Urlo”, ma solo letteratura di provato valore sociale, così si espresse la Corte. In ogni assoluzione si cela una sottile condanna. Quella a un nuovo conformismo. Quando divennero celebri, i ragazzi della Beat Generation si trasformarono in letterati e promoter di qualcosa che non c’ era già più. Fa tenerezza vedere la scena finale del film con la voce del vecchio Ginsberg che intona una canzone, mentre scorrono le immagini di quel bizzarro e affascinante album di famiglia che Friedman ed Epstein ci hanno riproposto con canoni più prossimi al teatro che al cinema.
Da La Repubblica, 28 agosto 2010

Quando Allen Ginsberg era considerato osceno
di Davide Turrini Liberazione

Se c’è un’epoca storica che ci indigna, quasi automaticamente, per il suo bigottismo, il suo reazionarismo, la sua sfregola censoria, questa è l’America degli anni ’50. Ma se Howl , il poema chilometrico, testa d’ariete della beat generation, invece che nel 1955 fosse stato scritto da Allen Ginsberg oggi, quali effetti provocherebbe nell’opinione pubblica? Versi come “che si lasciavano fottere in culo da motociclisti santi, e urlavano di gioia” o “che scopavano la mattina la sera in giardini di rose ed erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente per chiunque volesse venire”, quale trattamento riceverebbero non tanto negli Stati Uniti, ma in Italia? Probabilmente una puntata di Porta a porta con Ginsberg a chiedere scusa e qualche cardinale all’apparenza bonario a tuonare scomuniche. Nel 1957, invece, l’equivalente della gogna mediatica televisiva era un bel processino per direttissima con accusa di oscenità. Epoca in cui la morale si regolava ancora in tribunale (che tempi!). Per Howl, visto che l’aveva pubblicato, sul banco degli imputati ci finì l’editore-poeta Lawrence Ferlinghetti. Ed è dal tribunale di San Francisco di cinquantatrè anni fa che i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman (loro il documentario del 2000 “Paragraph 175” sulla persecuzione nazista degli omosessuali) fanno partire i novanta minuti di Howl , secondo film in competizione alla sessantesima Berlinale. Aula di giustizia che accoglie le principali star del film (David Strathairn da Good night, and good luck di Clooney; John Hamm da Mad men ; i veterani Jeff Daniels, Mary-Louise Parker) di un quasi biopic della controcultura americana. Uno dei tre nuclei narrativi del film è proprio lo spazio dibattimentale dove accusa e difesa chiamarono a testimoniare una dozzina d’esperti di letteratura, sezionando col bisturi, parola per parola, il poema di Ginsberg, e dove il giudice Clayton Horn, infine, sentenziò “l’importanza sociale” di Howl e prosciolse Ferlinghetti. Court-room movie, quindi, che si mescola poi con altre due piste del racconto. La prima, a colori, è quella di Ginsberg (un James Franco in discreta forma) intervistato fronte cinecamera a raccontare vocazione e delirio della beat generation dei Kerouac, Bourroughs, Corso, o a declamare, in bianco e nero, ampi stralci di Howl ad una platea di aficionados. La seconda, che è forse il dato su cui avevano puntato maggiormente Epstein e Friedman, sono gli inserti animati, trip lisergici, allegorie di un immaginario evocato dalle parole di Ginsberg, che risultano però una fiacca congerie di squaglianti linee urbane, vampate di fuoco, gorghi cromatici. Come risultano tradizionalissime le sequenze nell’aula del tribunale con la solita quinta della giuria oscurata da esigenze di budget. Dove invece Howl stravince è nella performance live di Ginsberg/Franco. E’ lì che il processo alle sensazioni, più che alle intenzioni, della giustizia americana fallisce miseramente. E’ in quel declamare versi alla folla, gratuitamente, come avvenne nella realtà storica a San Francisco il 13 ottobre del 1955, che Howl poema, Howl film, Howl cartone animato randello, fende l’ipocrisia del perbenismo borghese pre ’68. Ginsberg/Franco finisce quasi per cantare quei versi che sembrano uccelli (pardon) fluttuanti nello spirito e nell’anima degli uditori/spettatori. E’ lì che l’immaginazione può iniziare il suo viaggio, è lì che inizia l’ululato della liberazione sessuale, culturale e politica dell’America anni ’60. Con, o senza, sostanze stupefacenti.
da Liberazione, 13 febbraio 2010

Processo a Ginsberg e ai suoi «Beat»
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Ci manca molto il parere della Pivano su questo film che riassume un momento fondamentale della beat generation, il processo per oscenità nella San Francisco 1957 della Donna che visse due volte, contro Allen Ginsberg. Il film di Epstein e Friedman gioca su più fronti in eccezionale sintonia, da una parte in aula, dall’ altra ascoltando un’ intervista dello scrittore (James Franco) e con alcuni cartoon. Uno dei migliori film sul senso pubblico e privato di uno scandalo non solo letterario voto 8,5
Da Il Corriere della Sera, 17 settembre 2010

Rob Epstein e Jeffrey Friedman sono una nota coppia di documentaristi statunitensi. I loro lavori hanno da sempre scavato in argomenti (problematiche o semplicemente cronache) legati al mondo dell’omosessualità. Epstein diresse nel 1984 “The Times of Harvey Milk”, documentario che ripercorre la vita e la carriera politica di Harvey Milk, consigliere gay eletto a San Francisco. Il film ispirò Gus Van Sant per il suo “Milk” e ottenne l’Oscar come miglior documentario dell’anno (risultato che l’autore replicò pochi anni dopo per “Common Threads: Stories from the quiet”).
Per entrambi i cineasti “Howl” rappresenta il debutto nel cinema di finzione. Al centro della pellicola, co-prodotta dallo stesso Van Sant (contributo che suggerisce la sopracitata influenza che ebbe il film di Epstain per la nascita del suo film), c’è la figura di Allen Ginsberg, figura mitica del filone della Beat Generation (ma il personaggio dirà nel film: “la Beat Generation non era un movimento, ma semplicemente un gruppo di scrittori che voleva farsi pubblicare”).
“Howl” è un biopic tutt’altro che tradizionale e lineare. Il titolo deriva dal famoso e omonimo poema che Ginsberg compose e lesse per la prima volta nel 1955. Sorta di summa della poetica che aleggiava nella San Francisco dell’epoca, fu pubblicata dalla casa editrice City Lights Books, di proprietà del poeta Lawrence Ferlinghetti. L’autobiografia si fa specchio di un piccolo grande microcosmo. “Howl and Others Poems” fu pubblicato nell’autunno del 1956. Suddiviso in tre parti, il poema vaga con andamento jazz negli ambienti e nelle persone che Ginsberg aveva avuto modo di conoscere nel corso della sua vita: artisti di varia derivazione, politici, gente con disturbi psichiatrici, drogati. Invettiva contro lo stato americano (impersonato dalla figura del Moloch) e una coda che lascia una fiammella di speranza. Nel 1957 fu aperto un processo (vinto) per oscenità nei confronti dell’editore Ferlinghetti. Riferimenti espliciti a droghe e pratiche sessuali (omosessuali ancor più che etero) diedero fastidio, risultarono scomode.
Il film di Epstain e Friedman si può idealmente suddividere in quattro versanti, che si intrecciano fino alla fine: una intervista a Allen Ginsberg, che discorre su arte e vita vissuta, schegge di sue precedenti esperienze di vita (perlopiù amorose: dall’incontro con Jack Kerouak a quello con Peter Orlovsky, compagno di una vita), la ricostruzione rigorosa del processo (che però Ginsberg non presiedette) e la lettura integrale di “Howl” alla Six Gallery di San Francosco. Le parole del poema si materializzano puntualmente in una suggestiva animazione (firmata dall’illustratore Eric Drooker), mutante e decisamente free, intenta a rappresentare l’anima del poema, accompagnandolo più che sovrastandolo. La forma vaga tra il b/n e il colore (fotografia: Edward Lachman), tra messa in scena semi-documentaristica (l’intervista e la lettura di “Howl”), cinema classico processuale e animazione sui generis. Più, nel mettere in scena alcuni episodi della vita di Ginsberg, un omaggio a filmmaker indipendenti del New American Cinema (da Shirley Clarke a, ovviamente, i primi lavori di John Cassavetes, più “Mala Noche” dello stesso Gus Van Sant).
Interpretato da un ottimo James Franco, alla prova della definitiva maturità, era un film da non doppiare: soprattutto nei passaggi che recitano “Howl”, la voce italiana vaga a tentoni alla ricerca di un ritmo e una musicabilità che non trova mai.
Ne esce fuori il ritratto ricco di sconnessioni, parziale o semplicemente sfuggente, di una figura cardine di un blocco di cultura americana del ‘900 e un urlo di libertà che si fa manifesto stesso di libertà, ieri come oggi. Basterebbe anche solo questo per rendere attuale la figura di Allen Ginsberg.
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

Dopo il Sundance Film Festival ed essere stato in concorso nell’ultima edizione del Festival di Berlino, Urlo (Howl) di Rob Epstein e Jeffrey Friedman approda piuttosto in sordina in Italia (vedi la poca visibilità dedicata sul piano nazionale al Festival Mix nonostante i suoi 24 anni di attività e l’apertura cinematografica e soprattutto mentale con cui si propone), dove esce nelle sale (quante?) dal 27 Agosto.
Un lungometraggio che ha già centrato l’obbiettivo di chi ha voluto realizzare la pellicola: «continuare a far vivere questo poema e proporlo alle nuove generazioni» (J. Friedman ndr). Guardando Howl con gli occhi di chi incontra Ginsberg oggi, magari grazie proprio al film, quel mondo della cosiddetta Beat Generation non appare più un eco tramandato, un’etichetta («la Beat Generation non esiste è solo un gruppo di persone che cerca di farsi pubblicare» A. Ginsberg ndr), ma un mondo da esplorare a partire dai viaggi visionari di “Urlo” del poeta.
Alla visione è seguito un’interessante botta e risposta con J. Friedman da cui è emersa preponderante la curiosità che ancora oggi nasce nei ventenni di ora e di allora verso una figura così fuori dai “canoni”.

Si parte da un quesito strutturale: come si sono organizzati per amalgamare i tre momenti in cui si articola il film (la fiction in senso stretto, la visualizzazione dell’urlo attraverso l’animazione ed un assemblaggio delle diverse affermazioni di Allen Ginsberg riferite al processo, al poema e ad alla sua vita).
Jeffrey Friedman: “Il problema è stato come riuscire a fare un film sulla poesia. Ci son voluti anni per capire che tipo di scrittura e di narrazione dare, abbiamo esplorato tutti i punti di vista e le angolazioni possibili in modo da poter rendere nel film il processo creativo e anche il percorso personale di A. Ginsberg, gli stessi processi che lo han condotto, ad un certo punto, a scrivere quest’opera; volevamo anche dimostrare l’effetto che questa produceva nel mondo in cui veniva rappresentata. Il modo è stato proprio l’intersezione tra questi tre piani di realtà.”

Cruciale appare il lavoro sull’intervista a James Franco/Ginsberg, un punto di vista usato per far affiorare la poetica elaborata dal cantore di quegli anni.
J. F.: “Le interviste essenzialmente si basano sulla ricostruzione di un’intervista che Allen Ginsberg aveva rilasciato durante il processo a cui si aggiungono altri estratti. […] Attraverso le interviste doveva emergere il significato di questa poesia sia per lui sia per il pubblico”.

Non manca un accenno all’attenzione documentaristica peculiare della regia a quattro mani Epstein-Friedman, autori in carriera di diversi film “no-fiction”.
J. F.: “Il processo è stato ricostruito in base a tutte le trascrizioni degli atti processuali che son state smontate e sceneggiate. L’idea era proprio quella di rappresentare come era stata accolta questa poesia dal mondo di quell’epoca (letterati “riconosciuti” vennero, infatti, chiamati a testimoniare e ad emettere la loro sentenza su cosa possa definirsi letteratura o meno, morale o amorale – sempre che qualcuno possa arrogarsi il diritto di emettere una sentenza di fronte all’Arte ndr). E poi naturalmente la parte più importante: la poesia stessa – volevamo che nel film avesse una sua vita. Impossibile prescindere dalla performance che Ginsberg tenne alla Six Gallery di San Francisco nel ’55 poiché era la prima volta che avveniva un reading come quello; allo stesso tempo desideravamo visualizzare per immagini il contenuto della poesia stessa ed abbiamo trovato un libro di disegni realizzato da Eric Drooker, un graphic novelist cresciuto nello stesso quartiere di New York, partecipava ai cortei di protesta, per i quali disegnava gli striscioni. Ginsberg lo ha incoraggiato a pubblicare le sue cose e insieme hanno realizzato un libro che comprendeva delle illustrazioni, alcune ispirate proprio a Howl. Da qui è nata l’idea di inserire nel film l’animazione, che è stata realizzata proprio da Drooker”.
I fautori dell’inquisizione non potevano immaginare che quel processo avrebbe fornito ancor più risonanza al poema. J. F.: “E’ stata all’epoca una causa celebre ed è stato sicuramente grazie al processo che la scrittura beat è stata conosciuta”.

Rispetto alla scelta di James Franco (segnalato da Gus Van Sant – produttore esecutivo di Howl) in qualità di protagonista, Friedman ha espresso il suo entusiasmo nei confronti dell’attore e del risultato realizzato. J. F.: “ Franco è un attore con grande spessore con la capacità di interpretare ruoli diversi. Inoltre è un appassionato di letteratura, ha anche fondato un corso all’U.C.L.A. e adesso ha due nuovi corsi all’università di New York, uno sulla scrittura creativa e uno sulla quella cinematografica. È un poeta egli stesso, molto vicino culturalmente ai beatnik, è cresciuto nel nord della California, conosce e frequenta il City Lights Book Store, un negozio di libri di proprietà di Ferlinghetti che è stato l’editore di Howl”.

Non poteva mancare chiedere a quando risalga la lettura di “Howl” per il cineasta.
J. F.: “L’ho letto la prima volta al liceo, non ricordo chi me lo suggerì. «Moloch» era una parola che ricorreva costantemente tra di noi proprio per simboleggiare l’uomo e la struttura del Potere. Non mi sono reso conto allora che sarebbe diventato un pilastro fondante della letteratura americana e mondiale. L’ho letto una seconda volta quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto e sono rimasto colpito dalla forza di scioccare e da quanto siano attuali alcune tematiche (militarizzazione, il consumismo, la deumanizzazione, la marginalizzazione delle persone che pensano e agiscono in modo diverso da noi, l’impatto della liberalizzazione sessuale). Mi accorgo di quanto fosse aperto a 360° nel 1955, un’epoca di conformismo e conservatorismo negli Stati Uniti”.

Uno degli elementi su cui si regge Howl è l’animazione; viene chiesto al cineasta se sono andati a rivedere altri film che avevano utilizzato questa tecnica – esempi su tutti The Wall di Alan Parker sui Pink Floyd e Kill Bill di Quentin Tarantino.
J. F.: “Abbiamo rivisto The Wall, ma non solo, anche altri film che mescolano generi e tecniche come American Splendor. Per altro, sia io che Rob abbiamo grande esperienza come documentaristi alle spalle per cui siamo abituati ad assemblare materiale da fonti diverse”.

Nonostante un sapore retrò, quasi una falsa pista nell’indurci a pensare che si tratti di argomenti ed in particolare di un soggetto superato, Howl guida il lettore/lo spettatore in un viaggio non meramente (auto)biografico. Grazie alla traduzione sullo schermo la parola letteraria riacquista uno spessore interpellandoci su un uomo del passato, vate nell’affrescare il suo futuro/il nostro presente. La tematica della libertà di espressione di parola e di espressione è di primaria importanza per noi (J. Friedman ndr) – di certo in questi giorni non suonerebbe strano o anacronistico parlare di censura (seppur nel tentativo di attuarla sotto mentite spoglie) così come i temi affrontati nel processo ad Howl sono gli stessi che vengono affrontati tutt’ora nei tribunali americani (J. Friedman ndr).
Qual è il ruolo dell’artista? Quali sono i suoi limiti? – se ci sono e/o devono esserci.
«Solo dopo la morte, specialmente se è gigantesca e ha l’impronta macho del destino, a ciascuno viene restituito il volto, il nome, la scuola media frequentata, una compagna (un compagno, se c’era non si nomina mai), i bambini (i nomi buffi, i nomignoli), e la fissità della foto tessera» (Furio Colombo nella prefazione a “Urlo & Kaddish” ndr).
Non sarà mancato di ascoltare la declamazione delle note a piè di pagina di “Urlo” («Santo! Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa! Il naso è santo! […] La macchina da scrivere è santa la poesia è santa la voce è santa gli udenti sono santi l’estasi è santa!…») senza potervi associare un nome – penso in particolare agli adolescenti di oggi.
Se la poesia non può essere tradotta-ridotta in prosa proprio perché è poesia, il lavoro di Epstein e Friedman ci insegna a scavare dietro un clichè, ad andare oltre e toccare anche i versi più inspiegabili scoprendo un uomo ed un artista per cui la poesia è «espressione ritmica del sentimento».
Maria Lucia Tangorra, da “cineclandestino.it”

“Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”.

Genio incontrollato e incontrollabile, Allen Ginsberg, uno dei più grandi poeti del secolo appena concluso, è il protagonista del film Howl (Urlo), realizzato dalla celebre coppia di documentaristi Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Uno splendido James Franco interpreta il mitico poeta, che nel 1957 fu portato sul banco degli imputati con l’accusa di oscenità per la pubblicazione del suo poema Howl. Il film adotta un triplice punto di vista: la ricostruzione del processo, la vita privata di Ginsberg e la descrizione del poema stesso.
Epstein e Friedman si discostano ma allo stesso confermano la loro appartenenza al genere documentaristico, in particolare nella ricostruzione del processo. I due registi utilizzano gli autentici verbali per la ricostruzione del suo svolgimento e, anche grazie alle interpretazioni di David Strathairn nel ruolo del pubblico ministero e di John Hamm in quello dell’avvocato difensore di Ginsberg, riescono a restituire al meglio il nocciolo del problema: la definizione di osceno, che va a braccetto con quella di arte. Allo stesso modo, la vita del poeta viene ricostruita non solo attraverso scene di fiction, ma soprattutto con l’intervista a Ginsberg/Franco, composta da stralci di vari interviste dell’epoca riprese dai due autori. In questa immaginifica intervista scandita da flashback, soprattutto sulla sua vita sentimentale, Ginsberg medita sul suo processo creativo e gli ostacoli che la censura ha cercato di mettere sulla sua strada.
Il piano nel quale Epstein e Friedman lasciano maggiormente campo alla sperimentazione è quello della visualizzazione del poema, che appare sullo schermo attraverso l’animazione di alcuni graphic novelists americani, che hanno un forte sapore beat e riportano alla mente la mitica operazione cinematografica effettuata dai Pink Floyd con il film The Wall di Alan Parker. Le animazioni grafiche sono intervallate dalla ricostruzione della prima lettura pubblica di Howl, effettuata proprio da Ginsberg.
Howl riesce a restituire l’atmosfera di un’epoca passata ma ancora molto vicina, intraprende un fantastico viaggio nella mente di Ginsberg e ripone il problema dei limiti dell’osceno e della censura, in un terzo millennio ancora pervaso dai sistemi di controllo che limitano la libertà artistica ed espressiva. Howl è dunque una sorta di documentario espressionista che, lungi dall’allontanarli dal loro campo solito di azione, porta Epstein e Friedman a un’evoluzione del loro linguaggio filmico e li mantiene nel loro territorio di denuncia sociale e rivendicazione culturale. La contro-cultura americana è finita, potrebbe essere il tempo di costruirne una nuova.
Lorenzo Lamperti, da “icine.it”

Di Alessandro Garlaschi
Allen Ginsberg (Newark 1926 – New York 1997), assieme a Jack Kerouac e Willian Borroughs, è considerato il “padre” della cosiddetta Beat Generation, vale a dire quel movimento artistico, poetico e letterario nato negli Stati Uniti nel corso del secondo dopoguerra. Il pensiero Beat attaccava ferocemente l’ipocrisia, le regole, il conservatorismo ed i tabù presenti negli Stati Uniti di quel periodo, denunciando il fallimento dell’“American Dream” e, al contempo, proclamando la necessità di un’esistenza libera nonché l’importanza per l’individuo di potersi esprimere senza nessuna costrizione. Nel 1957 Howl, l’opera di Ginsberg ritenuta uno dei testi fondamentali della cultura Beat, viene portato in tribunale con l’accusa di oscenità: i principali accusatori, oltre al pubblico ministero Ralph Mcintosh, sono un’insegnante d’inglese ed un professore universitario, che ritiene di saper discernere cosa sia “scritto bene” da cosa no.

L’originalità di Howl, per la regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, risiede nella particolare struttura che i registi gli hanno conferito. Infatti ad un asse narrativo centrale, rappresentato dalla fase processuale che ha visto l’opera di Ginsberg sul banco degli imputati, si associano altri due piani che con il primo si compenetrano e si intersecano: le parole dello stesso poeta americano, contenute in un’intervista da lui rilasciata nel corso del processo, ed un’animazione che ha lo scopo di rappresentare graficamente i contenuti dell’opera letteraria.

La ricostruzione del dibattimento in tribunale, come ha sottolineato il regista Jeffrey Friedman nel corso della conferenza stampa di presentazione del film, è basata sul recupero il più possibile fedele degli atti processuali. Lo scopo centrale di questa messa in scena drammatica, sempre secondo le parole del regista, è stato il tentativo di analizzare l’effetto che l’opera letteraria ebbe sulla società dell’epoca, estremamente chiusa e conformista. Di fatto, tuttavia, si è trattato anche di uno strumento fondamentale per discutere riguardo il problema della censura e della libertà di espressione che, sempre secondo Friedman, è tutt’oggi un tema molto dibattuto nelle aule di tribunale.

Il piano narrativo-documentaristico in cui è lo stesso Ginsberg a parlare attraverso la voce ed il volto dell’attore James Franco, rappresenta un’intervista che il poeta rilasciò al New York Times proprio nel corso del dibattimento processuale, che non lo vide mai presente in aula: in essa Ginsberg spiegava la genesi del suo processo creativo, in che modo cioè cercasse di dare voce alle sue pulsioni, al suo sentire profondo. Tuttavia, informa sempre Friedman, tale intervista non venne mai pubblicata e finì per andare perduta, spingendo così i registi a tentare di ricrearla attingendo ad altre dichiarazioni che il poeta aveva rilasciato nel corso della sua vita.

L’elemento di animazione grafica, invece, è stato realizzato nel tentativo di dare letteralmente vita alla poesia di Ginsberg, cercando cioè di conferire un’essenza visiva ai pensieri ed ai “viaggi” mentali dell’autore. Per fare questo, i registi hanno contattato il pittore Eric Drooker il cui tratto, di ispirazione espressionista ed a tratti surreale, risultava decisamente appropriato per la rappresentazione delle parole di Ginsberg, di cui Drooker fu già collaboratore.

Come si è già avuto modo di accennare, ad impersonare Allen Ginsberg è stato chiamato il talentuoso attore americano James Franco: famoso in Italia principalmente per aver interpretato il ruolo di Harry Osbourne nella trilogia di Spiderman di Sam Raimi, Franco è stato suggerito ai registi da Gus Van Sant, produttore esecutivo di Howl, con il quale il giovane attore stava girando Milk accanto a Sean Penn, interpretazione che gli è valsa l’Independent Spirit Award come migliore attore non protagonista. Nel complesso la prova di James Franco risulta molto convincente, riuscendo a conferire la giusta intensità ad una figura così controversa e carismatica come quella di Allen Ginsberg.

Concludiamo considerando che, una pellicola come Howl, rappresenti una occasione certamente significativa anche per veicolare alle più giovani generazioni la conoscenza della Beat Generation, fase fondamentale della cultura americana, costituita da intellettuali pronti a tutto pur di difendere il proprio pensiero e la libertà di ragionare con la propria mente.
da “persinsala.it”

Di Monica Scidurlo
Al Teatro Strehler in anteprima il film che ripercorre la vita di un libro attraverso le parole del suo autore. Giunto alla sua ventiquattresima edizione, il Festival Mix di Milano, dedicato al cinema gaylesbico & queer culture, ha presentato in anteprima Howl.
Film diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, deve il suo nome all’omonimo libro di poesie scritto dal poeta americano Allen Ginsberg nel 1957.
Il libro venne giudicato osceno e portato sul banco degli imputati, dando vita ad un processo che è entrato nella storia. Ma, a 50 anni da tale avvenimento, (quando la censura e la libertà di stampa sono purtroppo temi ancora così attuali) viene naturale chiedersi se non sia forse più osceno il non potersi esprimere.
Il film non vuole essere solo un viaggio attraverso le tappe del processo, ma vuole essere un cammino attraverso la vita di Ginsberg e proprio per questo motivo si struttura su più livelli.
Il primo racchiude gli stralci di un’intervista rilasciata al Times dallo stesso Ginsberg in cui il poeta riflette, ricorda, racconta, aiutato da dei flashback in bianco e nero che ci fanno rivivere alcuni momenti della vita dello scrittore.
Il secondo livello è il processo, dove una passerella di personaggi incarna la pudica morale americana di quegli anni .
Il terzo può essere definito onirico, fatto di immagini animate, che ricordano i quadri di Chagall.
Figure utilizzate dal regista sia per raccontare gli episodi più tristi della vita dello scrittore che per trasformare in visivo le parole delle sue poesie. Il quarto livello infine è una lettura pubblica del testo, la parte più emozionante dell’intero film; la musicalità della poesia crea un effetto sonoro che ci “illude” di essere in ascolto di una canzone, mentre nelle nostre menti prendono vita immagini in bianco e nero, come se all’improvviso fossimo stati catapultati indietro di 50 anni, e tutto questo contribuisce a creare momenti di estrema suggestione.
Parole, è proprio a loro che viene fatto il processo; Ginsberg esprime una società, di una generazione, la Beat generation, a cui lui apparteneva. Racconta un mondo che sta cambiando e lo fa con il suo linguaggio, giudicato da molti eccessivo e deviante. Racconta la sua vita, i suoi amori, le sue delusioni. Racconta il processo che diventerà simbolo della lotta per la libertà di parola e di stampa, emblema del concetto di arte.
Ho sentito l’intera sala dello Strehler applaudire alla lettura della sentenza che scagionava il libro, ho versato qualche lacrima ascoltando le riflessioni di Ginsberg, e il giorno seguente ho acquistato il libro! Un’ultima riflessione credo vada fatta al titolo del libro “Howl” in italiano Urlo.
Quando si dice che nel nome ci sia già scritto il proprio destino, ecco credo che questo ne sia l’esempio, perché Ginsberg attraverso le sue poesie ha voluto urlare al mondo il suo stato interiore, le sue emozioni, la sua condizione, la sua generazione. E il suo libro è ancora lì che “urla” che lui ce l’ha fatta, perchè se si ha qualcosa da dire è giusto urlarlo, affinchè tutti la sentano!
da “persinsala.it”

“Non esistono i beat, ma solo un gruppo di ragazzi che vogliono essere pubblicati” dice il personaggio di Allen Ginsberg nel film Urlo. In effetti il vero Ginsberg tentò di smorzare l’attenzione dei media sul gruppo di scrittori e poeti di cui faceva parte, che tutti chiamavano beat, e in seguito beatnick. Erano soprattutto degli amici che vivevano insieme, che viaggiavano, che scrivevano e cercavano di pubblicare i loro libri, si drogavano, urlavano la loro protesta verso la società americana del dopoguerra. Era il 1957, il poema Howl era stato da poco pubblicato dalle City Light di Lawrence Ferlinghetti e subito sequestrato per oscenità. Come sempre accade in questi casi l’attenzione dei media immediatamente si puntò sull’evento, e Ginsberg e i beat guadagnarono le prime pagine. Forse Ginsberg voleva che la fama fosse solo per le opere, senza i riflettori del gossip voyeurista sui personaggi, i loro vizi, le trasgressioni.
“Non esistono i beat.” Ma più di trent’anni dopo il poeta e professor Ginsberg, nel corso di un incontro con gli adoranti lettori a San Francisco cui era presente Emanuele Bevilacqua, autore del piccolo, prezioso Guida alla beat generation (Theoria 1994), dirà: “L’influenza dei beat è stata fortissima, fuori e dentro gli Stati Uniti”. Dunque sono esistiti come gruppo dotato di una identità collettiva, sono esistiti come generazione. E hanno prodotto opere, non solo poetiche ma anche artistiche, cinematografiche, con una estetica, uno stile che in qualche modo le ha unite e caratterizzate.
Ma vediamo intanto la genesi di questa parola, il nome della generazione. Lo avrebbe inventato Jack Kerouac, nel corso di un’intervista con John Clellon Holmes, nel 1948: “This is really a beat generation.” Generazione beat, battuta, sconfitta. Però lo stesso Kerouac scrisse in seguito che un giorno del 1948, in Times Square, incontrò un hipster di Chicago (gli “hipster dal capo d’angelo” che sono nel poema Urlo, erano i musicisti del be-bop e chi li seguiva ai concerti, tipi eccentrici spesso vestiti con abiti zoot, di taglie enormi, sgargianti e chiassosi) di nome Herbert Huncke che gli disse: “Man, I am a beat.”
I beat, i battuti.
Forse il primo Ginsberg non aveva torto quando negava la loro esistenza. Perché non erano un collettivo organizzato con una linea, non erano un gruppo di protesta. Erano artisti, scrittori, poeti, che vivevano sulla loro pelle l’impossibilità di accettare il nuovo conformismo di massa (“la meccanizzazione delle menti” scrive Ginsberg), la difficoltà di adattarsi alla nuova America del dopoguerra, dove il capitalismo torna potente e più aggressivo che mai, e il Moloch (“Moloch, i cui occhi sono mille finestre cieche”) del potere schiaccia la vita, si prende i sentimenti, la speranza, l’amore. Gli scrittori beat conducono una vita miserabile, ammassati in appartamenti spogli e senza riscaldamento, cercano con ogni mezzo di uscire dalla melma esistenziale e non esitano a fare uso massiccio di tutte le droghe (ma erano preferite la marijuana e il peyote) utili per aprire le coscienze, per cercare nuove vie, nuove opportunità di amare, di stare insieme. E di scrivere. Trasportano la loro inquietudine nella scrittura, in versi e in narrativa, urlano la loro rabbia, le loro visioni psichedeliche, raccontano gli sballi, le corse in macchina, il viaggio incessante, senza fine, spinti da un’unica forza terribile, insaziabile e indomabile: la ricerca. Cercano soprattutto l’innocenza perduta, quando l’amore era ancora puro e possibile, e si ribellano al fango che li soffoca. Quanto Rimbaud c’è nel loro viaggio, gli “orribili lavoratori” in cerca dell’ignoto attraverso lo sregolamento dei sensi. E quanto Henry Miller, il loro vero padre putativo, l’eroe metropolitano massiccio e mistico che passa indenne attraverso una vita di totale povertà, indifferente alle regole del potere, alle convenzioni, all’ipocrisia e al conformismo.
Ma beat si è arricchito di un secondo significato, attribuitogli sempre da Kerouac quando, nel 1954 (On The Road era stato scritto da tre anni, e dovrà aspettarne altri tre per vederlo pubblicato), in una chiesa di Lowell, sua città natale, disse di avere avuto una visione: “Beat vuol dire beatitudine.” E qui entra in scena l’aspetto mistico, forse acquisito a posteriori, quando l’attività letteraria era già molto attiva: la lettura dei testi buddisti, le filosofie orientali, probabilmente il lato B della ricerca di innocenza, di pace, di felicità. Ma saranno sempre filosofie adattate alle loro vite, raramente le loro vite si conformeranno alla filosofia. I vagabondi del Dharma, che racconta le avventure di Kerouac e Gary Snyder, è una interessante commistione di buddhismo e alcolismo, di rigore e rottura di tutti gli schemi, della regola e dello sfondamento della stessa.
I beat, i battuti, gli eredi dei lost di Francis Stott Fitzgerald, i beati che cantano il mantra “Santo!”, con la loro ricerca esistenziale e poetica hanno influenzato generazioni di giovani, perché hanno espresso le inquietudini e le delusioni di chi ha creduto alle promesse dei padri, promesse mai mantenute, schiacciate dai talloni di ferro del denaro, del potere, dell’immagine minacciosa dei padri ipocriti e traditori. E per questo, forse perché furono amati con tale intensità, sono stati talvolta rinnegati dai loro stessi estimatori. Frequenti le accuse di qualunquismo, di essere patetici e un movimento sostanzialmente borghese, interno al capitalismo. Pasolini dirà che li ha amati perché “grandi arrabbiati”, poeti che hanno espresso la grande rabbia derivante da una grande borghesia (mentre in Italia, disse, esiste una piccola borghesia e quindi “piccoli arrabbiati”). Bob Dylan nel suo Chronicles scrive che ha adorato On the road, come tutti, è impazzito d’amore e si è identificato totalmente nella sua velocità e nella sua intensità, ma in seguito ha capito che tutto quell’andare avanti e indietro, ossessivamente, senza scopo, non aveva senso. E le grida frenetiche e ultrapositiviste di Dean Moriatry cadevano nel vuoto.
Ma il vuoto esisteva, come esiste oggi, era il loro vuoto affettivo ed esistenziale, e i beat hanno cantato l’epica di questo vuoto.
Il breve film Urlo (90 minuti scarsi), regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, con lo zampino discreto di Gus Van Sant (chi è interessato si affretti, ha una distribuzione limitata e starà poco nelle sale), è garbato, semplice, onesto, ben girato. Non ha la pretesa di rappresentare le avventure dannate dei protagonisti, né di stupire, di scandalizzare, è impostato su una intervista newyorkese di Allen Ginsberg, nel 1957 mentre è in corso il processo e Lawrence Ferlinghetti rischia la galera. Le parole del vero guru dei beat si alternano con immagini del processo, oggi paradossali per l’ottusità dell’avvocato dell’accusa (ma non troppo in realtà, la predica finale del giudice repubblicano, che lo giudicò non osceno, sulla libertà di espressione sembrano scritte per l’Italia dei nostri giorni), per le teorie sulla poesia, suffragate dagli “esperti” che in aula giudicavano i versi tipo “che si lasciavano fottere in culo da motociclisti santi, e urlavano di gioia”, con immagini in bianco e nero di Ginsberg e i suoi amici, Neal Cassady, Kerouac, riprese d’epoca di San Francisco, e una serie di animazioni che compaiono quando Ginsberg legge Urlo durante il mitico reading alla Six Gallery nel 1955. Molti gli spunti interessanti nelle sue parole mentre descrive la genesi delle poesie: era un ragazzo molto timido, come quasi tutti i beat del resto, che si innamorava perdutamente dei compagni di college. Così iniziò a scrivere per combattere la sua timidezza e soprattutto per cercare di sedurre Jack Kerouac. Motivazioni sacrosante: chi ha stabilito che la poesia deve avere per forza obiettivi elevati o confessionali? Non potrebbe nascere semplicemente per uno scopo utilitaristico?
E’ un film sincero, dove il coraggio di quei ragazzi emerge in tutta la sua autenticità, poeti che scrivevano per il piacere di farlo, per l’urgenza di esprimere fino in fondo i loro sentimenti, indifferenti alle problematiche esterne, ai gusti del pubblico, degli editori, al mercato, alla censura (e soprattutto l’autocensura), al rischio di finire in prigione. E di nuovo viene spontaneo fare un paragone coi giorni nostri, dove le poetiche sembrano intrecciarsi con le variabili dettate dagli editori, e i dibattiti si infiammano soprattutto sul “come” e non sul “cosa” o sul “perché”.
Se proprio vogliamo trovare dei difetti possiamo criticare certe immagini patinate, dove i personaggi sembrano usciti dalle fotografie in bianco e nero di Richard Avedon (i beat erano autenticamente working class, qui vi è una ricostruzione un po’ estetizzante del working class), le animazioni sono a volte eccessive e vagamente noiose, e poi la traduzione: crea un certo imbarazzo sentire il Ginsberg interpretato da un bravo James Franco che declama “in cerca di pere di furia”, quando la prima traduzione italiana recava “in cerca di droga rabbiosa” (in originale: “looking for an angry fix”), ma questo è, Urlo è stato ritradotto, come sempre, come i romanzi di Henry Miller e di Kerouac, e chi di noi ha letto le versioni originali prova un fastidioso disagio quando salta fuori un Guido Almansi che dice che le traduzioni di Bianciardi e di Mario Praz erano imprecise e da rivedere (da lui). E infine il doppiaggio. In Italia abbiamo la fobia di doppiare qualunque cosa (si è salvato in parte solo Inglorious basterds di Tarantino e poco altro), tutti i film hanno le stesse voci, con lo stesso timbro, noir, avventura, amore, storici, e anche Urlo, benché il reading del 1955 in italiano non sia del tutto da buttare.
Ma resta un film equilibrato su una generazione che si è bruciata in un viaggio senza fine, e sarebbe bello, oggi, ritrovare almeno una parte di quel loro coraggio, e di quella loro bellezza ostinata e perduta.
Mauro Baldrati, da “nazioneindiana.com”

Allen Ginsberg è scomparso nel 1997. Le sue opere hanno rappresentato il simbolo di una generazione (quella americana degli anni ‘50/’60) e oggi a pieno titolo è considerato uno dei maggiori poeti del ventesimo secolo. Il suo poema più importante, Howl, fece scandalo al tempo della sua pubblicazione, con i suoi versi rabbiosi, gergali, crudi, privi di filtro, buttati giù direttamente dal profondo dell’animo. Quel poema ero lo specchio del suo carattere, l’espressione del suo atteggiamento verso la vita, dei suoi sentimenti. Parlava di omosessualità, di amore, di droga, di alcool, di jazz.
I registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, noti documentaristi, hanno deciso di rendere omaggio all’artista del New Jersey partendo proprio da questo poema, raccontandocelo in immagini, scandagliandone i significati, cercando di esprimerne la vera essenza in modo originale ed inconsueto. Dando al film lo stesso titolo dell’opera letteraria, i due registi optano per un racconto sui generis, che non vuole essere un biopic classico e che non segue una successione cronologica degli avvenimenti. La pellicola è costruita su una struttura particolare ed affascinante. La dimensione narrativa è infatti scomposta in tre livelli: nella linea principale viene raccontato il processo per oscenità che ha subito l’editore di Ginsberg dopo la pubblicazione di Howl mentre negli altri due livelli, da una parte rivive l’uomo e il poeta Ginsberg e dall’altra i suoi versi. In questo modo il poema viene rappresentato in un affresco cubista che ne propone un’osservazione da diverse angolazioni: l’intervista a Ginsberg (interpretato da un magnifico James Franco) ci immerge nel personaggio, nella sua mente creativa, nell’origine artistica, nel creatore dell’opera; gli inserti di animazione bidimensionale, che prendono vita sullo schermo dai versi recitati dall’autore stesso nelle sue letture pubbliche, costituiscono la codificazione cinematografica del poema; ed infine la rappresentazione del processo ci mostra l’opinione (divisa) dei lettori del tempo di fronte all’opera.
Howl, nonostante la pluralità di stili e la narrazione frammentata, trova la sua compattezza assumendo le sembianze di un puzzle che tassello per tassello arriva lentamente a delineare la figura di Ginsberg e a restituire sullo schermo la magia della sua arte. E’ un film costruito tutto al montaggio che gioca sulla corrispondenza tra parole e immagini. Il tentativo di trasporre cinematograficamente il mondo poetico di Ginsberg è assolutamente riuscito. Seguendo i versi del poema, Epstein e Friedman creano un universo ipnotizzante attraverso disegni animati che spingono lo spettatore in un vortice di immagini “drogate”, folli, oniriche ed assolutamente efficaci. Lo stile dei due registi che, oltre ai momenti animati, alternano colore e bianco e nero, passa dal visionario al realistico senza far avvertire nessuno stacco, rendendo così al meglio il mondo interiore del poeta e riportandoci lo spirito dell’epoca.
Epstein e Friedman firmano una pellicola interessante e commovente che probabilmente piacerà ai membri della giuria della Berlinale. Ma a convincere è soprattutto la prova di James Franco. Ginsberg rivive sullo schermo grazie alla sua eccezionale interpretazione. Spogliatosi degli abiti del Goblin di Spider-Man, l’attore americano si immerge totalmente nei panni del poeta maledetto, ricalcandone la gestualità, il tono di voce e lo sguardo pieno d’amore per la vita.
Antonio Valerio Spera, da “close-up.it”

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia”. Sono questi i versi che Allen Ginsberg “urlava” per la prima volta nel 1955 nella Six Gallery di San Francisco; sono questi versi quelli che aprono l’opera che sarebbe poi divenuta il poema cardine della così detta Beat Generation: Howl, appunto.
Un testo che narra con stile inedito le molteplici esperienze dell’autore (l’omosessualità e l’amore nei confronti di Peter Orlovsky), i rapporti e le conversazioni con gli amici (tra cui diversi artisti, come Jack Kerouac e William Burroughs), il dissenso verso lo Stato americano (denominato “Moloch”), lo sviluppo di un movimento di scrittori dissidenti che voleva cambiare il mondo.
Proprio questa vivacità intellettuale, unita a un massiccio uso di droghe allucinogene come il peyote, genererà le rime che un paio d’anni più tardi saranno censurate e portate in aula di tribunale per oscenità nella persona dell’editore Lawrence Ferlinghetti. Il lavoro degli esperti documentaristi Rob Epstein e Jeffrey Friedman prende questa direzione, cercando di ricostruire il momento topico di fermento socio-culturale e riflettere sulla libertà di espressione e sul ruolo dell’artista nella comunità.
La narrazione avviene attraverso tre momenti distinti ma uniti dallo stesso filo della riabilitazione professionale del giovane Ginsberg (James Franco, perfettamente a suo agio, che offre un’interpretazione credibile): gli aneddoti di vita con le interviste rimaneggiate, il processo del 1957 e lo stesso poema fuso con l’animazione di alcuni graphic novelists. Ed è probabilmente questo dissolversi dei versi nei disegni uno degli aspetti più interessanti di Howl; una rielaborazione animata del quadro sovversivo di San Francisco, della visionarietà del poeta, e di tutto il contesto appartenente all’immaginario “beat”, come la ribellione o il battito Bop (uno stile del jazz, ndr) che ritroviamo nella musicalità delle rime.
Anche il processo – il cui dibattito è riportato fedelmente – si ritaglia uno spazio discreto e adeguato alla rappresentazione senza cadere nella retorica dello “show” e ci mostra le dissertazioni tra gli avvocati e i vari critici letterari chiamati in causa per esprimere il loro giudizio sull’opera controversa.
Quanto al suo contenuto: be’, non meraviglia che all’epoca ne sia stato messo in discussione il valore culturale poiché il poema è effettivamente audace nella sua esposizione stilistica e utilizza un linguaggio sfrontato dove la componente (omo)sessuale appare predominante; oltre a questo aspetto, di Howl colpisce la particolare energia, il fascino psichedelico e la grande acutezza di osservazione che conferiscono all’opera una modernità insita e longeva.
Il discorso affrontato da Epstein e Friedman, sembra allontanarsi dalla tematica omosessuale assoluta protagonista dei loro lavori più famosi, ma ne guadagna invece l’essenza proibizionista e rivoluzionaria approfondendo la riflessione su argomenti come il divieto di manifestare la propria identità e ragionando su cosa poteva essere definito osceno allora come oggi.
Forse, in alcuni tratti si ha la sensazione di assistere a un freddo esercizio di stile a causa di un uso quasi autoreferenziale della poesia e dalla scarsa interazione tra i personaggi; ciò nonostante Howl rimane una pellicola ricercata con la quale ci si può riconciliare bene verso il cinema dopo l’obbligato distacco estivo (esce nelle sale il 27 agosto, ndr). In attesa di catapultarvi nelle immagini del film e nel suo linguaggio inusitato, potete recuperare Urlo e Kaddish (Allen Ginsberg, Il Saggiatore) e leggerne qualche pezzo in vacanza, quando non siete in acqua o a crogiolarvi al sole.
Sorseggiare prima un mojito potrebbe favorirne l’appropriata comprensione.
La frase:
– “Che cos’è la Beat Generation?”
– “Non esiste la Beat Generation; è solo un gruppo di persone che cerca di farsi pubblicare”.
Nicola Di Francesco, da “filmup.leonardo.it”

Una prova d’attore, quella di Franco così come quelle degli altri interpreti, che non distoglie dall’opera messa in piedi dai due registi, che hanno realizzato un film dal messaggio preciso ed articolato, che oltre a sapere cosa dire, sa anche come dirlo, risultando sempre comprensibile e diretto.
L’urlo di James Franco
San Francisco, 1957, un’opera di poesia viene messa sotto processo perchè ritenuta offensiva nei confronti della morale pubblica, sollevando dibattiti sulla definizione di oscenità, sulla libertà d’espressione ed in definitiva sul concetto di arte. Si tratta di Howl and Other Poems del poeta beat Allen Ginsberg, letta per la prima volta nel 1955 e pubblicata l’anno successivo dalla City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti.
Temi delicati e scottanti che Rob Epstein e Jeffrey Friedman, due vere autorità nel campo del documentario con al loro attivo due Oscar e diversi Emmy Awards, decidono di rendere la struttura portante di Howl, attraverso il resoconto ri-raccontato del processo a Ferlinghetti, attraverso la battaglia legale tra la pubblica accusa rappresentata da Ralph McIntosh (un bravo David Strathairn) e la difesa incarnata da Jake Ehrlich (un Jon Hamm che conferma di essere perfettamente a suo agio nell’ambientazione degli anni ’50 dopo il successo di Mad Men), e le deposizioni di vari testimoni, da un’insegnante di inglese a critici letterari ed intellettuali, a cui prestano il volto tra gli altri Mary-Louise Parker, Treat Williams ed Alessandro Nivola.
James Franco ed Aaron Tveit in una scena del film Howl
Un resoconto efficace, dai toni a tratti grotteschi per la natura delle motivazioni sollevate dall’accusa, ma Howl non si limita al mero racconto processuale, intrecciandone le sequenze con altri piani narrativi che arricchiscono la struttura del film rendendolo un’opera che possa approfondire il personaggio di Ginsberg e la sua opera: re-immaginazioni dalla vita eccessiva dell’autore e stralci di sue interviste immaginarie mettono in scena il suo pensiero, la sua filosofia e il background dell’opera poetica che ha prodotto, fino a mostrarci le sue letture pubbliche, in un efficace bianco e nero, ed il processo creativo.
Un ulteriore livello è invece più visionario: una visualizzazione animata delle poesie di Ginsberg, realizzate da Eric Drooker con un misto di tecniche d’animazione ed accompagnate dalle musiche di Carter Burwell, ideali per rendere la cifra visionaria delle parole di Ginsberg e della poesia che, come sottolinea un teste al processo, non può essere trasformata in prosa.
I tre livelli si intrecciano ed amalgano, confluendo in un unico messaggio coerente e solido, il cui suggello viene dato dalla sentenza progressista del giudice del processo, che nega la censura all’opera del poeta.
James Franco nei panni di Allen Ginsberg in un’immagine rubata dal set del film Howl
A dare il volto all’autore e recitarne le poesie è James Franco, che torna a vestire i panni di un personaggio realmente vissuto dopo l’intepretazione di James Dean nel biopic della TNT, è abile nel rendere le sfumature del personaggio e di reggere tutta la parte non processuale del film, sia direttamente, nelle interviste e nei flashback, che indirettamente con la voce fuori campo che recita i versi. Una prova d’attore, quella di Franco così come quelle dei colleghi che prendono parte al processo, che non distoglie dall’opera complessa messa in piedi dai due registi, che hanno il pregio di aver realizzato un film dal messaggio preciso ed articolato, che oltre a sapere cosa dire, sa anche come dirlo, risultando sempre comprensibile e diretto, confermando l’idea che la poesia e l’arte riescono a comunicare anche quando astratte e visionarie.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

Mentre l’editore Ferlinghetti presiede al processo per oscenità mosso contro il poema Urlo, l’autore Allen Ginsberg racconta dal suo studio la nascita della sua poesia, dalla scoperta dei versi, all’omosessualità, alle droghe, e le altre esperienze “scapigliate”.
È il 1957 quando il poema beat di Allen Ginsberg inizia a riscuotere grande successo, anche grazie alla fama scaturita dallo scandalo di un processo per oscenità. Alcuni particolari versi sono infatti condannati dalla censura. La nuova forma utilizzata dallo scrittore è o meno degna di essere considerata letteratura? Ginsberg, che nel film è interpretato da James Franco (conosciuto come l’amico-nemico di Spiderman), è un giovane bello e delicato, un’intellettuale dagli occhiali spessi. Che senza sorridere mai troppo racconta dal suo divano, illuminato da una luce verde, i suoi ricordi. Ricostruisce pian piano la sua storia raccontando il passato, dipinto in un didascalico bianco-nero, passando attraverso la scoperta della vena poetica, ma soprattutto dell’omosessualità.
Una pagina cruda della società americana degli anni Cinquanta, ancora conservatrice. Ma da questa società emergono le parole, la forma sintattica della scrittura di Ginsberg,
quel “fraseggio del jazz” trasposto in poesia, così incomprensibile, apparentemente intricatissimo, eppure davvero capace di avvicinarsi al vero pensiero di una nuova generazione, quella post-bellica. Ed è proprio mentre Allen si rivolge a un pubblico di amici e altri giovani a San Francisco, che la camera riprende improvvisamente primi piani dei volti, come a indicare la sua capacità di avvicinarsi alla nuova generazione. Epstein e Friedman, vincitori di due premi Oscar, spesso si sono avvicinati alle tematiche gay, e fanno sfoggio della loro esperienza documentaristica nel rappresentare il film quasi nella forma di un’intervista, ma soprattutto dimostrando una capacità didattica eccezionale. Per farlo si servono anche dell’animazione: mentre le dita di Allen battono i tasti della macchina da scrivere, la mente vola e si correda di immagini. I disegni, che sono stati realizzati ed animati in Thailandia, cercano di ricostruire le allucinazioni mentali di Ginsberg, con un risultato a dire il vero non sempre convincente. Sono invece più efficaci le architetture viste in soggettiva,
che con un montaggio veloce e sconnesso, si avvicinano davvero alla forma della poesia beat. Le famose foto di Allen, Orlowsky, e di Neal Cassady e Kerouac che si trasformano in immagini del film, commuovono un po’ i nostalgici della beat generation.
Commuove soprattutto il ricordo di un periodo storico americano nel quale il citato “Moloch” era ancora soltanto uno spettro fatto di grattacieli e uomini in giacca e cravatta, che non si era impossessato della massa e non aveva intaccato con il suo morbo le menti intellettuali. Quelle di cui Ginsberg avrebbe appunto scritto, ripreso dall’incipit di questo film: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia…”.
Nicole Braida, da “hideout.it”

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