Una vita tranquilla

Un ex boss mafioso (Toni Servillo) scappa in Germania per rifarsi una vita. Apre una locanda sotto il nome di Rosario Russo, mette su famiglia e cerca di condurre un’esistenza pacifica.
Quando due giovani camorristi si presentano per chiedergli ospizio le cose prendono un’altra piega: uno dei due, Diego, è il figlio, venuto insieme ad un compare per mettere a tacere un funzionario d’azienda che dovrà firmare un contratto da venti milioni di euro per lo smaltimento di rifiuti provenienti da Napoli. Dopo quindici lunghi anni la pacata esistenza di Rosario sta per essere irrimediabilmente sconvolta.
Cupellini realizza un buon noir, principalmente basato sul sempreverde e quantomai travagliato rapporto padre-figlio. Un’ incontro-scontro, in cui Diego incarna alla perfezione lo stereotipo dell’orfano forzato, del primogenito abbandonato per egoismo, paura, inadeguatezza. Intriso di un malcelato rancore verso il padre, resta pur sempre un figlio ritrovato, (seppure nel massimo riserbo) per il quale Rosario torna a fare i conti col suo passato di sangue e violenza.
Fuggire non serve, il passato ci insegue assieme ai nostri terribili errori. Schiacciati dal peso di un pesante fardello, una coscienza che per quanto ci si sforzi non può essere lavata e ripulita dalle sue colpe. L’inutilità del cambiamento e la conseguente presa di coscienza instilla un cinismo di fondo aleggiante durante tutta la seconda parte del film: Rosario capisce di non poter rinnegare la sua natura deviata, si frustra, perde il controllo poco a poco osservando tutto ciò che ha faticosamente ricreato disintegrarsi. La presenza dei due camorristi sotto il suo tetto diventa disturbante, ragione di preoccupazione crescente, fino al peggio.
Se è vero che gli errori dei padri ricadono sui figli poco importano le buone intenzioni. Anche gli eroismi e le conversioni dell’ultimo minuto si rivelano del tutto inutili di fronte al dramma della morte. Alla fine il cerchio si chiude. Su un bus pieno di immigrati verso Amburgo, nel tentativo disperato di ricominciare a vivere per la seconda volta, una perenne fuga che finisce per tramutarsi in un triste errare alla disperata ricerca di una vita tranquilla.
Arjuna Ullrich, da “www.unicitta.it”

Al centro della Germania vive Rosario, italiano cinquantenne che mischia il cinghiale con il granchio nella cucina del suo albergo. Con un bella moglie e un figlio gentile, vive felice ma ammazza gli alberi con i chiodi perché vuole ampliare il suo hotel. Quello che si sforza di uccidere è anche il suo passato di pluriomicida che un giorno gli fa visita sottoforma di Edoardo e Diego, due giovani di malavita, minacce per la sua “vita tranquilla”.
Complice la solita monumentale prova di Toni Servillo Una Vita Tranquilla di Claudio Cupellini soffre troppo di una somiglianza registica e di sceneggiatura con il Sorrentino di Le conseguenze dell’amore. Servillo è un Titta Di Girolamo più espansivo ma egualmente torbido che solo con i muscoli del viso apre al noir di buona fattura.
Oltre questo sensibile ma circoscritto problema cinematografico, Cupellini passa bene dalla commedia di “dolci” sentimenti e product placement di Lezioni di Cioccolato al dramma di genere con profondità emotiva e accennato sfondo di cronaca: il caso rifiuti in Campania. Pellicola col taglio europeo dal collaudato tema del passato incancellabile, Una Vita Tranquilla instilla tensione fotogramma per fotogramma al ritmo delle ombre dei cattivi ricordi che coprono il plumbeo cielo tedesco e la coscienza pseudosmacchiata di Rosario.
Le colpe dei padri ricadranno sui figli come pioggia di pallottole nella nera notte di qualche nonluogo e la salvezza è un’autostrada che non sappiamo dove finirà. L’unica certezza è il dubbio: si può vivere una vita tranquilla fuggendo nella nebbia ma non da se stessi?
Luca Marra, da “mymovies.it”

Le personalità di Toni Servillo
di Roberto Nepoti La Repubblica

Inevitabile il premio del Festival di Roma all’ interpretazione di Toni Servillo. È impressionante come questo attore, giunto alla notorietà dopo i 40 anni con i film di Sorrentino ( L’ uomo in più, Le conseguenze dell’ amore) e balzato alla consacrazione internazionale sulla soglia dei 50 con il doppio colpo di Gomorra e Il divo, rappresenti oggi un vertice assoluto. Una sorta di re Mida che trasforma in oro qualunque film interpreti. In Una vita tranquilla di Claudio Cupellini è Rosario, ex camorrista che ha seppellito un passato infame facendosi dimenticare diventando un tranquillo ristoratore nella provincia tedesca. Ma il passato chiede il conto e la finezza del film sta proprio nell’ indagare tra le pieghe della sua doppia personalità.
Da La Repubblica, 6 novembre 2010

Servillo fugge dai fantasmi del passato
di Maurizio Acerbi Il Giornale

Rosario Russo gestisce, in Germania, un albergo ristorante insieme alla moglie. Un giorno, si presentano da lui due giovani italiani legati alla camorra e con loro si materializza il fantasma che Rosario sperava di aver esorcizzato; da tranquilla, la sua vita diventa dramma. Ecco un film che prima ti culla e poi ti spiazza ed angoscia man mano che il passato di Rosario torna a galla. Per l’impeccabile Toni Servillo gli aggettivi, ormai, si sono esauriti. Figuratevi con una sceneggiatura senza sbavature ed un cast di contorno perfettamente nella parte. Chapeau.
Da Il Giornale, 5 novembre 2010

Servillo straordinario tra furore e quiete
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Film così, con molti errori, ma Toni Servillo è un protagonista magnifico. È un feroce capo camorra del Casertano, datosi per morto, fuggito in Germania dove si è costruito una vita tranquilla da proprietario di albergo-ristorante, con una nuova moglie tedesca e un figlio bambino.
La calma viene infranta dall’arrivo d’un suo figlio adulto incaricato insieme con un coetaneo criminale d’un omicidio di camorra. Servillo alterna momenti di quiete e di furore ma è estremamente controllato, impassibile, pur arrivando a esprimere al meglio tutta la propria angoscia: un attore straordinario.
Da La Stampa, 5 novembre 2010

Un’opera incompiuta e una speranza per il futuro
di Boris Sollazzo Liberazione

Claudio Cupellini è bravo. Ve lo diciamo subito, perché dopo il mediometraggio in 4-4-2 (interessante esperimento produttivo targato Virzì e purtroppo mai più ripetuto) e il leggero e gradevole Lezioni di cioccolato, non riesce a rendere quanto potrebbe nel film che ha pensato fin dall’inizio della sua carriera. Lo stile di questo lungometraggio in trasferta, in una Germania provinciale, è interessante e in lui c’è molto di un certo cinema americano indipendente e di una struttura narrativa non comune tra i cinematografari nostrani. Cupellini ci racconta Una vita tranquilla, fin troppo, di un cuoco italiano con una suggestiva pensione e moglie tedesca. Un emigrante che ce l’ha fatta, in apparenza. Ma il suo passato, accuratamente nascosto dietro sorrisi cordiali e uno sguardo profondo e mai sereno, bussa alla porta dopo 15 anni. Un pezzo di vita abbandonato per amore e per forza, ma non solo.
Non era facile scrivere e dirigere un film così rarefatto, in cui la normalità galleggia su equilibri precari, come il film. Cupellini è bravo, nella prima parte, a farci sentire gli scricchiolii di una vita perfetta- perché costruita per essere tale, attraverso mille sacrifici- che sta per andare in pezzi. E’ bravo a nascondere e a svelare con frammentaria cura dettagli di quel passato che incombe. Il tutto in un racconto lineare e a volte piatto, in una struttura narrativa d’attesa che si sente anche nei movimenti della macchina da presa, mai invadenti o eccessivi. Il problema, purtroppo, è che a questa preparazione di ottima fattura fa da controcanto una seconda parte che si pone su un piano inclinato e discendente che depotenzia l’opera. La sceneggiatura (il film è stato scritto dal regista e dai Guido Iuculiano e Filippo Gravino), presa dall’intimismo della storia personale e familiare, rinuncia a dare spiegazioni razionali alle svolte narrative “gialle”, la centralità di Servillo va a scapito dei pur bravi Di Leva e D’Amore, e lo spettatore, tradito dal film proprio quando si aspetta il salto di qualità, si allontana inesorabilmente dallo stesso.
E così si esce insoddisfatti- anche se, va detto, il pubblico del Festival di Roma ha reagito con applausi e grande entusiasmo- ma anche fiduciosi. Perché Cupellini ha talento, come già Molaioli ha saputo domare il grande talento di un Servillo sempre più in forma senza farsene travolgere e dà l’impressione, comunque, di essere un cineasta in crescita. Se l’asfittico mercato cinematografico italiano gli darà l’opportunità di una produzione regolare, vedremo un ottimo regista che ora si sta facendo le ossa. Tra qualche sbaglio e alcune buone intuizioni.
Da Liberazione, 5 novembre 2010

È curioso e significativo come Una vita tranquilla, opera seconda di Claudio Cupellini dopo quel Lezioni di cioccolato realizzato quasi su commissione, si apra con un’esplosione. L’esplosione dovuta ad una fuga di gas nell’hotel in Germania dove alloggiavano due killer della Camorra in attesa di portare a termine una missione. L’esplosione che li costringerà ad abbandonare quel rifugio e a cercarne uno nuovo presso l’albergo-ristorante gestito da Rosario, quello che in apparenza è un emigrato italiano come tanti, ma che con uno dei due killer ha un legame molto particolare.
È curioso perché sia dal punto di vista formale che da quello contenutistico, il film del giovane regista appare invece costantemente trattenuto e imploso: scelta questa efficace e intelligente per far invece risaltare il cuore emotivo della storia. È significativo perché l’esplosione che dà il la alla storia appare evidentemente metaforica dell’esplosione immateriale che sconvolgerà la vita tranquilla di Rosario.
L’incontro tra quest’ultimo e un pezzo del suo passato abbandonato che torna a bussare alla sua porta, è per lui il primo scoppio di una serie di eventi che sembrano all’inizio festosi fuochi d’artificio per festeggiare un ricongiungimento inatteso, per poi trasformarsi in cupe e violente deflagrazioni che rischiano di ridurre in macerie la nuova vita che si era faticosamente costruito.
Il cuore di Una vita tranquilla è infatti tutto nei legami e nei dilemmi di un uomo che cerca improvvisamente e disperatamente di equilibrare il passato con il presente, nella speranza di un futuro più sereno e unitario. Un cuore che batte ritmato e potente grazie a un Toni Servillo che finalmente torna privo delle gigionerie delle sue interpretazioni più recenti e ad una regia elegante e dalla studiata fluidità. Cupellini, in collaborazione con il direttore della fotografia Gergely Poharnok, costruisce il suo film sul contrasto costante tra superfici, materiali, corpi e quel che invece vi si agita nervosamente sotto, compreso un sangue inteso sia come legame che come violenza, adottando una distanza (solo apparente) ben più efficace di un ritratto inutilmente esplicito e ravvicinato.
Quella di Cupellini è un’opera sfaccettata e intrigante, che guarda con intelligenza ad esempio come il cinema di Sorrentino o La ragazza del lago (analogie suggerite non solo dalla presenza di Servillo, ma anche dalle musiche di Theo Teadro) senza però cadere nel plagio involontario ma mantenendo una personalità propria e distinta. Un film che merita consensi, nonostante delle insistenze di un finale improprio, che costituiscono un’improvvisa rottura in un ritmo e un rigore fino a quel momento esemplari. Una quindicina di minuti in meno e meno ansia esplicativa avrebbero reso Una vita tranquilla ancor più affascinante e positivamente sospeso.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

La giuria del 5° festival del cinema di Roma ha premiato Toni Servillo come Miglior Attore per il suo ruolo da protagonista in Una vita tranquilla di Claudio Cupellini. E’ superfluo ribadirlo, Toni Servillo è attore maturo, in grado di conferire spessore e drammaticità a ogni personaggio gli venga affidato. Il suo volto è maschera capace di esprimere, in ogni piega, attraverso ogni ruga, ciò che può essere travaglio interiore o serena attitudine al gioco della vita.
Nel film di Cupellini è Rosario, chef nel suo ristorante in Germania, attento a dirigere tutta la sua esistenza verso una quiete, a lungo inseguita, dopo la fuga da una realtà malavitosa. Anno dopo anno, da ex-killer della camorra, riesce nell’intento di rigenerarsi, cambia nome, si nasconde, si fa umile per trovare la pace del perdono, per costruire, mattone dopo mattone, una nuova vita fatta di lavoro onesto e consenso. Ma il passato si ripresenta, come uno scoppio improvviso, capace di strappare la filigrana di una serenità quasi troppo perfetta per durare. Ogni conto, prima o poi, si paga. Tutto è destinato a svanire nel buio come il silenzio dopo i fuochi d’artificio. Nera è la notte che avvolge la vita in un attimo di folle paura. L’inizio della fine di una esistenza serena comincia con l’inaspettato arrivo del figlio, abbandonato con la moglie tanti anni prima, al momento dell’improvvisa fuga, scelta per preservare se stesso e i propri cari dalla vendetta dei boss.
Non occorre conoscere nel dettaglio i fatti pregressi, e in questo la scelta narrativa di Cupellini è più che apprezzabile. La nostra attenzione viene guidata verso la presa d’atto dell’impossibilità della pace per chi ha vissuto sempre a contatto con la violenza e la morte. Uno scoppio, un lampo e tutto ripiomba nel buio della fuga senza nome, senza volto. Come Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone, anche Rosario tornerà a quelle giornate dove ci si nasconde, si lavora nella penombra e si va a letto presto. Non c’è perdono, non ci può essere una seconda opportunità. Il figlio perduto è divenuto anche lui un malavitoso. Quando Rosario lo scoprirà, sarà troppo tardi per entrambi.
Più che buono il film di Cupellini, nel dare prova di regia misurata, attenta, a tratti raffinata, tale da lasciare presagire un possibile interessante prosieguo nelle prossime storie che andrà a raccontare. Grande e imprescindibile merito però va riconosciuto a Toni Servillo, senza di lui Una vita tranquilla non sarebbe il film che è.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

E’ sempre una gioia scoprire nel panorama cinematografico la sorpresa di un film emozionante e potente e sapere che il Cinema Italiano non produce solo commedie sentimentali e brillanti ma sa frequentare le atmosfere del noir con l’originalità di una storia totalmente nuova e spiazzante. La sorpresa ce la regala Claudio Cupellini che, dopo “Lezioni di cioccolato”, cambia ritmo e genere e si trova ugualmente a proprio agio con una storia cupa che non ha nulla di prevedibile, stupisce con svolte brusche ed è filmicamente narrata con stile da maestro. Abbiamo usato la parola noir, ma definire tale “Una vita tranquilla” sarebbe riduttivo, perché il film esula da generi e schemi, e guarda in alto alla tragedia greca e a Shakespeare.
“Erano queste infatti le fonti di ispirazione dirette o indirette, la nostra ambizione più alta – dice Cupellini – Mi sono abbandonato alla passione per questa storia e me ne nutrivo già da tempo, quando nel 2005 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura con Filippo Gravino che aveva vinto il Premio Solinas con questo soggetto. Ho sentito che era la mia prima vera occasione per raccontare una storia che amavo profondamente e che era mia, non di portare a casa un compito. E questa storia ha conquistato anche Toni”.
La presenza di Toni Servillo, sappiamo, è una garanzia, non solo perché siamo di fronte ad uno degli attori più incisivi e intensi del nostro Cinema, capace di spaziare dai personaggi più estroversi a quelli più riflessivi (e qui li racchiude tutti in uno perché questo Rosario Russo ha molte identità e molte anime e il film fa perno sulla sua duplicità), ma perché sceglie sempre storie interessanti e capaci di avvincerlo. E anche Servillo conferma “Siamo di fronte a un film che non è un esercizio di stile attraverso le rigide regole di un genere, ma all’interno di un contesto criminale racconta paure e sogni che appartengono a tutto il genere umano”. Così come il personaggio di Rosario vive di mille sfaccettature e si ripropone sempre nuovo con la sua moltitudine di sentimenti. “E’ stato bellissimo avere la possibilità di interpretare un personaggio che ne racconta due in uno. All’inizio lo conosciamo con la bonomia di un cuoco all’estero, con un ristorante e una bella moglie, poi scopriamo dietro quest’uomo un killer spietato con molti crimini sulla coscienza. Ed è un criminale costantemente terrorizzato, che vive in una condizione di pena, di infelicità che si è meritato per le scelte che ha fatto. Le sue tane sono le lingue in cui nasconde le sue identità – l’italiano, il napoletano, il tedesco – ed è tormentato dal passato che torna sotto le sembianze del figlio”.
“La sua debolezza è stata quella di lasciare un indizio – sottolinea il regista – e questa fragilità è anche il segno della sua umanità nonostante una vita bestiale, come anche la sua paura di morire è la dimostrazione di un sentimento umano. Il suo destino è quello di essere un uomo senza identità, costretto sempre a ricominciare”
Nessuna parentela, però, con il Titta Di Girolamo di “Le Conseguenze dell’Amore” che alcuni critici hanno subito voluto individuare, al di là di una condizione di solitudine e il tentativo di rifarsi una vita nascondendo un passato col quale a un certo punto bisogna fare i conti. “Non credo sia sufficiente l’emarginazione per vedere delle somiglianze – afferma Servillo – Titta conserva una maschera impassibile dall’inizio alla fine, qui vediamo anche un padre felice. Rosario Russo è un chiacchierone, ed è spietato, Titta subisce”.
Contrasta con lui il tormentato personaggio del figlio Diego (Marco D’Amore, al suo ottimo esordio cinematografico), in antitesi anche con il complice e con il giovane fratellastro biondo e inconsapevole. “Nel rapporto col fratellino si rivela la sua attrazione per una vita normale – dice l’attore – Questo bambino vive una vita che lui in parte sogna e che gli è negata, perché la sua è una provenienza completamente diversa. Da un lato la nega, dall’altro ne è curioso”. “E poi Diego si trova a gestire una situazione di menzogna, a mentire a un amico a cui è legato. I due complici sono molto diversi, uno è una belva sempre pronta a partire, l’altro è più conflittuale e riflessivo”.
Ma Cupellini lascia che la storia si spieghi anche attraverso i silenzi, con uno stile deciso che rivela la sua personalità nelle riprese che isolano i personaggi attraverso il vetro dell’auto (“Ho voluto visualizzare, più che verbalizzare, questa solitudine, raccontando così la chiusura di un mondo fuori da parte di chi si sente braccato”), attraverso i flash forward dell’inseguimento nei boschi che ne sottolineano il pathos emotivo, e nei colori lividi che avvolgono il paese sonnolento in cui Rosario ha trovato rifugio. “Doveva essere una luce fragile, leggera, che rendesse il grigiore ma che non fosse esattamente triste”.
Gabriella Aguzzi, da “quartopotere.com”

Non è un film leggero.
Non è un film che si guarda quando non c’è nulla di meglio alla televisione.
Non è un film che, dopo i titoli di coda, non fa pensare.
Una vita tranquilla, diretto da Claudio Cupellini, è una pellicola dallo spessore notevole che ritrae con maestria e realismo la vita di un ex camorrista scappato in Germania dove si è costruito una seconda vita apparentemente più tranquilla della prima. Una moglie del posto, un figlio, un ristorante che va bene, una nuova identità: Antonio de Martino non esiste più, è morto, ora c’è solo Rosario Russo.
La vita scorre liscia fino a un giorno di febbraio in cui tutto cambia. Nel ristorante arrivano due ragazzi italiani: uno è Eduardo, figlio di Mario Fiore, capo di una delle più potenti famiglie di camorra, e l’altro è Diego. Insieme sono giunti nei pressi di Francoforte per uccidere il pezzo grosso di una società coinvolta nello smaltimento di ventimila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania.
Diego sa perfettamente chi è Rosario e i due si riconoscono a prima vista, nonostante non si vedano da quindici anni.
Film dai tratti teatrali che fa buon uso degli oggetti, in particolare l’elemento vetro per la resa di silenzi dall’eloquenza imbarazzante, è un’opera magistralmente interpretata da Toni Servillo, medaglia al valore del cinema italiano, e i giovani Marco D’Amore (Diego) e Francesco Di Leva (Eduardo).
Il centro della storia di Una vita tranquilla, più che avere a che fare con la camorra in sé e i fatti di cronaca che ne conseguono, punta l’obiettivo sulla condizione di duplicità di un essere umano che, per quanto possa scappare senza guardarsi mai indietro, non può sottrarsi dal fare i conti con il suo passato: un pensiero che di giorno in giorno, gratta la schiena del torbido e inquietante protagonista. I figli pagano per errori che non hanno commesso e sono messi di fronte a situazioni che altri hanno scelto per loro.
Nella sua durezza e nel suo realismo il film non sconfina nell’eccesso di violenza e di sentimentalismi rischiando di cadere nello scontato. Perfettamente bilanciato e intelligentemente diretto, la trasposizione della sceneggiatura è arricchita dalle esperienze lavorative pregresse, in gran parte teatrali, di Toni Servillo e Marco D’Amore che, nelle loro interpretazioni, si sono rivelate di fondamentale importanza: entrambi hanno dimostrato di essere padroni dei relativi ruoli e all’altezza di una sfida non alla portata di tutti.
di Marco Bellagamba, da “delcinema.it”

Se si pensa al film d’esordio del regista (Lezioni di cioccolato), una commedia sentimentale e garbatamente di moda, quasi non si crede che l’autore sia la stessa persona.
Dalle riprese iniziali, già dal punto di vista esclusivamente tecnico è un altro mondo: macchina che si muove col ritmo giusto, accento sui primi piani dei volti, oggetti frugati nella loro materialità quotidiana, tutto in contrasto con quello che sembra prepararsi ad esplodere.
Costante è infatti la capacità di Cupellini, aiutato dalla splendida fotografia di Gergely Pohárnok, di suggerire allo spettatore che qualcosa di irreversibile sta per accadere, mantenendo fluidità e insieme costrizione narrativa sempre sull’orlo di ciò che deve verificarsi. Così che il racconto acquista la forma e l’andamento tipico del buon cinema medio americano, mutuandone anche alcuni aspetti del linguaggio. Di italianissimo c’è invece la denuncia di come la camorra stia lucrando sul riciclaggio dei rifiuti, nonché il profilo del personaggio principale, ex-malavitoso che scomparendo dal suo paese ha fatto credere a tutti, figlio compreso, di essere morto.
La sua scomparsa ha il duplice scopo di salvare la vita dei suoi (s’intravede qualche sgarro che avrebbe provocato la vendetta dei boss) e di regalare a se stesso l’illusione di una vita tranquilla in Germania con una nuova moglie e un altro figlio. Ma come molti libri recenti e molti film insegnano, non si può annullare un passato così ingombrante. Come gli zombi, esso ritorna. S’infrange così la tranquillità realizzata, pur con qualche incrinatura, perché un brutto giorno ricompare il figlio maggiore, facente parte a sua volta del giro camorristico. Equilibrare la nuova situazione con questa presenza problematica, ridare al figlio abbandonato una parvenza di normalità, è un sogno destinato a non realizzarsi.
E nello svolgersi dei fatti che sembrano avvitarsi verso una tragica conclusione sempre posposta, la mano del regista crea un’opera ricca sfumature e particolari realistici e simbolici insieme. Non manca però qualche incongruenza nella sceneggiatura (soprattutto nel finale), finale che sarebbe stato di maggiore effetto senza le ultimissime inquadrature che ne costituiscono una inutile coda.
L’interpretazione degli attori: i due maschi italici manovalanza del crimine, la moglie tedesca e Toni Servillo sono indubbiamente all’altezza. Quest’ultimo si serve ottimamente anche delle pieghe del viso e possiede una capacità di autoimbruttimento fisico e morale che realizza con poco trucco e molta perizia mimica.
Qualche punta di gigioneria non manca, ma non offusca il risultato complessivo di un racconto condotto con elegante padronanza da Cupellini. Anche se ispirato da Sorrentino e dal Molaioli de La Donna del lago, il giovane autore può definirsi già un esperto. Il ritmo delle svolte narrative, la testimonianza sui problemi del nostro tempo, la creazione di personaggi come questo chef italiano che dispiega nel suo lavoro la fantasia mediterranea in terra straniera, fanno pensare che di questo regista riparleremo. Il suo percorso è appena iniziato.
Olga di Comite, da “cinemovie.info”

Piccoli cineasti crescono.
L’ultimo incontro con il trentasettenne Claudio Cupellini risale al 2007, e a “Lezioni di cioccolato”, film (su commissione) per spettatori di bocca buona. Chi l’avrebbe detto, allora, che tre anni più tardi, lo stesso Cupellini avrebbe accantonato le commedie ipercaloriche per accompagnare, al Festival di Roma (in concorso) un noir adulto e responsabile come “Una vita tranquilla”?
Ispirato al soggetto “Il nemico nell’acqua” di Filippo Gravino, vincitore del Premio Solinas nel 2003, sceneggiato dal regista insieme a Gravino e a Guido Iuculano (già sodali di copione per l’esordio registico di Bentivoglio, “Lascia perdere, Johnny”), il film non è nulla di nuovo sotto il Sole. Anzi, sotto le nubi fosche e il cielo plumbeo della Germania in cui è ambientato. Rosario (Toni Servillo), camorrista spacciatosi per morto nel 1994 per sfuggire a una faida, si è ricostruito un’identità e un’esistenza artificiali nei recessi della provincia linda e boscosa del freddo Nord. Un ristorante rinomato, una moglie virago di tedesca rettitudine, un figlioletto biondo e candido. Una vita tranquilla, all’apparenza. La comparsa inaspettata del figlio italiano, Diego (Marco D’Amore), abbandonato allora, e di un altro giovane, Edoardo (Francesco Di Leva), assoldati dalla malavita per compiere da quelle parti un attentato, nella cornice di un losco affare che puzza di rifiuti, sconvolgerà la quiete che Rosario si è guadagnato in anni d’indefessa menzogna. Il passato che riaffiora. Un tema collaudato. Come da manuale, Rosario sarà trascinato dalle catene della colpa in a history of violence dall’epilogo sanguinario e straziante.
Attribuire a “Una vita tranquilla” la stoffa del capolavoro è un oggettivo sproposito. Perché, per quanto Cupellini e compagni svolgano una traccia convenzionale con abilità e regalandoci alcuni scampoli di buon cinema (la sequenza della cena che precede l’atto omicida di Rosario fibrilla di una suspense adrenalinica), sono numerose le sbandate, sia della sceneggiatura, che della regia. Consideriamo la prima. Alcuni errori appaiono sorvolabili. L’abbattimento del cinghiale da parte di Rosario, durante la battuta di caccia, nel prologo, quasi un rovesciamento del finale del “Cacciatore” di Cimino, con la commovente rinuncia di De Niro al sangue, è una prolessi fin troppo illustrativa e scontata, che porta con sé un bagaglio metaforico più vuoto che pieno; inutilmente riepilogativa suona, invece, la confessione di Servillo al capezzale del pastore. Ma questi sono i peccati veniali. Le condizioni del racconto si aggravano in una pinna caudale di sequenze che impongono alla pellicola, fino a quel momento contenuta e disadorna, una deriva patetica e confusa, nella quale, quasi in ossequio al genere, vendetta, predestinazione e melodramma si attorcigliano intorno a sviluppi forzati. Venti minuti o giù di lì che ci saremmo risparmiati volentieri. Anche sul piano formale, l’opera, che, nel complesso, non sfigura, tradisce, però, alcune ingenuità. Ingiustificati risultano certi movimenti di macchina, ampliamenti di campo e carrelli verticali che trasmettono l’idea di un occhio esterno che veglia o spia di nascosto, quando, in realtà, il dramma si consuma nella cerchia dei personaggi che tutti conosciamo fin dall’inizio; così come, d’altro canto, non si comprende perché, allo scoccare della tragedia più grave, lo schermo s’inondi kieslowskianamente di bianco, imponendoci un monocromo che nulla ci azzecca con le atmosfere cupe della pellicola. E se a tutto ciò aggiungiamo che Servillo non è in forma come al solito (discutibile l’assegnazione del Marc’Aurelio), e che i grugniti di D’Amore e Di Leva divengono, con il tempo, insopportabili, sveliamo un’ulteriore debolezza del film.
Il repertorio in cui spaziano gli autori non si limita ai classici, ma molte sono le suggestioni, o le presenze, che riconducono al cinema italiano contemporaneo, ai coetanei di Cupellini. L’impronta sorrentiniana – saranno le musiche di Teho Teardo o la figura di Servillo ancora una volta nei panni di un Titta Di Girolamo in esilio – si coglie. Il riferimento al business dei rifiuti non può che lasciarci udire un’eco garroniana e riportarci a “Gomorra”. Ma Cupellini ancora scruta i primi della classe dalle retrovie. Sarà per il prossimo film. Intanto, con “Una vita tranquilla”, si è dimostrato, a pieno titolo, author in progress.
Dario Gigante, da “ondacinema.it”

L’inizio ricorda “Il Cacciatore” di Michael Cimino. Lì c’è Robert De Niro che punta il fucile contro un cervo. Il cervo lo guarda. Si guardano negli occhi, De Niro non ce la fa a sparare. Sta per partire per il Vietnam e forse il subconscio gli suggerisce di non infierire su un innocente, perché magari lo dovrà fare suo malgrado in guerra. I veri pericoli per lui devono ancora arrivare.
Anche Servillo si trova al cospetto di un animale, un cinghiale. Si guardano, ma lui spara e lo uccide. Denota serenità d’animo, forse perché crede che i veri pericoli per lui sono stati già messi alle spalle. Rosario Russo (Servillo), vero nome Antonio De Martino, è un ex camorrista. Ha fatto perdere le tracce quindici anni fa facendosi credere morto. E’ fuggito in Germania, ma soprattutto è fuggito dalla vita che conduceva. Abbandona la moglie e un figlio ( “per salvarli”, dice lui) e in Germania si risposa con una donna tedesca, Renate (Juliane Kohler), e da lei ha un altro figlio, Mathias.
Gestisce il ristorante “Da Rosario”, il personale che vi lavora è cosmopolita e lui è solito imprecare contro gli italiani, minacciandone il licenziamento. Ma un camorrista può cessare di essere tale? Sicuramente non nell’animo e neanche nei fatti se il caso, le circostanze e l’imprevisto si mettono di traverso. Un giorno nel suo ristorante-albergo a Wiesbaden si presentano due giovani italiani in cerca di una camera per qualche notte. Uno dei due è quel figlio lasciato nel sud-Italia quindici anni prima. Ora è cresciuto ed è un affiliato di uno dei clan camorristici più in auge. E si trova lì in Germania per una esecuzione.
E’ incaricato di fare fuori un imprenditore prima che firmi un certo accordo (…una storia di inceneritori e vagoni carichi di immondizia provenienti dal casertano). La cosa che più preme a Rosario è che la sua vera identità non venga svelata di modo che egli possa continuare nella sua “vita tranquilla”. Ma quando questa speranza sta per vacillare ecco che si palesa chiaramente il camorrista che è rimasto dentro di lui… Un ex camorrista che pianta chiodi sui tronchi degli alberi nei pressi del suo locale: vorrebbe “allargarsi”, ma il Comune non dà il consenso ad abbattere gli alberi, tranne che non muoiano da soli.
Un ex camorrista che avrebbe voluto per sé e per la famiglia il cane migliore, ostentarne l’eccelso pedigree, ma che si deve accontentare del bastardino (voluto dalla moglie) benché più intelligente. Un ex camorrista, che fatto tesoro della sua storia personale ne consiglia un analogo proseguio al figlio in difficoltà. Ma a volte i figli non ascoltano i “…buoni” consigli dei genitori, anzi da loro prendono il peggio e Diego (questo il nome di suo figlio, nome molto comune nel napoletano per tutti i nati ai tempi di Maradona) finirà con applicare gli stessi vecchi metodi del genitore perché non tutti vogliono “una vita tranquilla” o quantomeno non tutti vogliono fare quei sacrifici necessari per guadagnarsela.
La verità è che la camorra e tutta la malavita organizzata è un tarlo, è come un tumore che presto diventa metastasi e i suoi effetti devastanti, nonostante “le cure”, emergono sempre e si estendono, loro malgrado, a familiari e contesto sociale in cui si opera. Il film si dipana nella sovrapposizione di due piani di lettura, uno legato all’attualità ( i traffici malavitosi dietro lo smaltimento dei rifiuti in Campania), l’altro più intimo ( il rapporto conflittuale padre-figlio); segue le regole del noir ma vira verso lo schema classico della tragedia, quando il protagonista, che dal suo passato stava ben nascondendosi ( le tre lingue che parla, italiano, napoletano e tedesco rappresentano il costante suo rifugio, un modo per nascondersi) è costretto a rivivere certi momenti di terrore della sua “vita” precedente. Rimangono solo alcune piccole veniali pecche di sceneggiatura: se Rosario è scomparso da anni e neanche la camorra sa dove è, come fa suo figlio Diego ad avere indirizzo e numero di telefono?
E che ci fanno inizialmente Diego e il suo complice, in un albergo assai lontano dal loro obiettivo? Opera seconda per Claudio Capellini che si cimenta nel noir, suo personale genere preferito, dopo aver esordito con “Lezioni di Cioccolato”, vincitore al Festival della commedia di Montecarlo nel 2007. Robusta la prova recitativa di Toni Servillo, premiato come miglior attore protagonista al Festival di Roma 2010, ove “Una Vita Tranquilla” è stato presentato nella sezione competitiva.
Orazio Leotta, da “girodivite.it”

Il passato ti viene a cercare in mezzo ai boschi, come il cacciatore sulle tracce del cinghiale nella bella sequenza di apertura del film. Possono passare quindici anni, puoi dire di aver messo da parte a history of violence e aver scelto una vita tranquilla: alla fine il passato ti ritrova. E occorre farci i conti.
Ciò cui non è dato sottrarsi, è l’irriducibile duplicità per cui il male e il bene convivono in ogni essere umano. In alcune esistenze, bene e male si sono polarizzati in estremità opposte: presto o tardi, torneranno in conflitto.
“Una vita tranquilla” è la seconda prova nel lungometraggio per Claudio Cupellini (dopo la commedia del 2007 “Lezioni di cioccolato”), da un soggetto di Filippo Gravino (vincitore del Premio Solinas 2003), sceneggiato, insieme a Gravino, dallo stesso Cupellini e Guido Iuculano.
E’ un bel noir. Carico di tensione, si regge sulla magistrale interpretazione di Toni Servillo, su una sceneggiatura serrata, quasi sempre di buon livello (che mostra però imperdonabili inverosimiglianze verso la fine), e su di una regia sicura, capace di scegliere il giusto taglio delle inquadrature e i giusti movimenti di macchina per rendere veraci i rapporti tra i personaggi e tra i personaggi e l’ambiente.
Rosario, protagonista di “Una vita tranquilla”, è un uomo mite con un insospettabile passato di camorrista pluriomicida, che si è costruito un’altra identità, immersa nella quiete dei boschi della Germania. Gestisce un ristorante con verve sanguigna e sorniona, ha una moglie tedesca e un bambino bilingue. Ma ha anche un figlio napoletano, con il quale, in totale segreto, ha continuato ad avere contatti.
Questo personaggio, in cui si avvertono echi di Pirandello e Simenon, ci porta alla mente il Tom Stall di “A history of violence” di Cronenberg (2005), ma in realtà è un archetipo (quello dell’uomo che si crea una nuova identità, il cui passato ritorna e pretende di saldare i conti). Il soggetto di questo film, risalente al 2003, è precedente al capolavoro del maestro canadese.
Così come “A history of violence”, il soggetto del film è anche precedente ai fatti di cronaca di Duisburg del ferragosto del 2007, cui sembrerebbe ispirarsi e che non può non evocare (anche per lo scenario di un ristorante italiano).
Il personaggio di Rosario ricorda poi inevitabilmente il protagonista de “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino, interpretato sempre da Toni Servillo. Entrambi sono “esiliati” in terra straniera, hanno un passato criminale, vengono risucchiati da questo passato e ne scontano le conseguenze. Entrambi i film si avvalgono inoltre delle musiche di Teho Teardo, qui però più al servizio delle atmosfere, meno “significanti” ed espressive rispetto ai film di Sorrentino (dove invece sono parte attiva nella caricatura espressionista).
Le analogie sono evidenti, ma si fermano qui. Lo stile di Cupellini, che non reca un’impronta tanto personale, non sembra imitare quello di Sorrentino. Nel suo film restiamo sostanzialmente entro i confini del noir, mentre Sorrentino, più ambizioso, si mette in mostra con indiscutibile talento autoriale ma anche con la sua esasperata maniera.
Le differenze risiedono soprattutto in ciò che i due film intendono raccontare. I plot di “Una vita tranquilla” e di “Le conseguenze dell’amore” hanno somiglianze soltanto di superficie: “Una vita tranquilla” non è la parabola di un uomo escluso dalla vita, il quale – esasperato dal non-essere cui si è confinato – accetta sempre più consapevolmente la propria fine come inevitabile conseguenza del ritorno ad esistere. Rosario, a differenza del Titta de “Le conseguenze dell’amore”, non ha alcuna nostalgia di vivere: egli vive. Realizzato e sereno, è finalmente – per Servillo – un personaggio non frenato, che il grande attore non è costretto a interpretare con toni prevalentemente dimessi e con una mimica minimale (come nei film di Sorrentino, come anche in “Gomorra” e come nel recente “Gorbaciof” di Incerti). Rosario urla, ride, si sa imporre: è prepotente e attivo. E’ il padrone del suo piccolo mondo e Servillo è magistrale nel restituire, entro le righe, la normalità che ha conquistato.
A destabilizzare Rosario, arriva una coppia di feroci ragazzi di vita della camorra (personaggi che sembrano usciti più da un film di Garrone, semmai, che non di Sorrentino). Diego e Edoardo sono resi, con la giusta dose di aggressività irrazionale, da Marco D’Amore e Francesco Di Leva – specie quest’ultimo, diretto in modo da restituire la tempra davvero animalesca del personaggio. Di loro ci è suggerita nella primissima scena una possibile latente omosessualità, poi abbandonata nel resto del racconto.
L’ “errore” di Rosario è stato di non rompere del tutto i ponti col passato: è riuscito a rifarsi una vita, ma non ha rinunciato al figlio (pur tenendolo nascosto alla nuova famiglia).
Il rapporto tra Rosario e Diego, padre e figlio, rappresenta il cuore della pellicola e ne costituisce il principale motivo di pregio. Entrambi i personaggi sono avvalorati, infatti, dalla relazione che si innesca tra di loro. Rabbia irrisolta da un lato e senso di colpa dall’altro, paura e affetto: i sentimenti riemergono prepotenti. Obbligati a vivere in segreto il loro ritrovarsi, ne sono reciprocamente scossi. E di fronte al crescente sospetto di Edoardo, si impongono scelte inevitabili.
Rosario, così sicuro nel suo nuovo mondo, si trasforma in modo sensibile. La comparsa del figlio ne intacca la solidità (Servillo è splendido nel restituirci il turbamento, quasi lo stordimento, che ne discende) e al contempo tornano gli automatismi della violenza (che rendono il personaggio quasi irriconoscibile).
In Rosario e Diego pulsa il dramma di una paternità negata, reso con sfumature che impreziosiscono il film, consentendogli di assumere un linguaggio universale e di insinuarsi nello spettatore al di là del contesto “estremo” della vicenda narrata.
La questione dei rifiuti che la camorra vuole non vengano “esportati” in Germania è un pretesto. Il film non parla di questo. La camorra è vista come parte della realtà, un dato di fatto. Ciò da un punto di vista “civile” potrebbe preoccupare, ma solo se si ritiene che il cinema, quando tocca certi temi, non possa prescindere dall’essere veicolo di denuncia. Al contrario, è un merito che il cinema italiano riesca ormai ad emanciparsi dalla “necessità di denuncia” e sappia avere con il crimine la stessa dimestichezza cui il cinema americano ci ha abituato sin dagli anni ’30, dallo “Scarface” di Hawks in poi.
Tale dimestichezza infatti consente di innestare – proprio come nel cinema noir classico – motivi umani universali su di un contesto, quello criminale, che impone scelte estreme, in cui i caratteri vengono messi sino in fondo alla prova.
Il destino individuale non appare una condanna del fato, ma l’inevitabile conseguenza delle nostre scelte.
Della camorra, “Una vita tranquilla” dice comunque qualcosa di importante. Dice che è un contesto al quale – se ne fai parte (e in certi casi ci si è costretti quasi per nascita) – non è impossibile fuggire: è tuttavia costosissimo e difficilissimo. La via di fuga c’è: ma, proprio come suggerisce Saviano con “Gomorra”, dev’essere una scelta radicale e dolorosa, che rifiuta in toto una realtà e un’esistenza, nella quale è impensabile pensare di restare, restandone estranei. La via d’uscita può essere, appunto, solo una fuga (il caso personale di Saviano dimostra quali conseguenze imponga, diversamente, la scelta di restare e denunciare).
Rosario ha avuto il coraggio di crearsi una nuova identità, ma ha commesso l’umanissima ingenuità di non rinunciare pure a un figlio. Diego non ha lo stesso coraggio, cui il padre lo mette di fronte: pagherà per questo.
Il film – storia di destini di padri e di figli – assume quasi i toni di una tragedia: una tragedia che scaturisce da un contesto brutale che non lascia scampo.
Purtroppo la sceneggiatura, come accennavamo, presenta gravi difetti verso la fine, per l’inverosimiglianza di alcuni snodi.
Intanto occorre dire che se il personaggio di Rosario convince completamente nella sua crescente angoscia, non si può affermare lo stesso quando assume alcune decisioni premeditate anche se rapide, quasi con nonchalance, nonostante il turbamento che sta vivendo. E’ vero che “A history of violence” ci dimostra come certi automatismi vivono sottopelle e non possono essere rimossi, ma i gesti di Rosario sono premeditati, sono frutto di una razionale capacità di reazione di cui è più legittimo dubitare o che, quantomeno, dovrebbe esser fatta digerire più accuratamente allo spettatore.
E poi, quanto al finale, senza rivelare nulla a chi deve vedere il film, possiamo dire che a partire da quando Diego si dilegua con Mathias (evento possibile, ma poco probabile), i tempi di percorrenza autostradali sono ingenuamente implausibili; si esce quasi miracolosamente illesi da un brutto incidente (e qualcosa non torna nei tempi di reazione degli inseguitori); una fuga in un bosco di notte fino all’autogrill è sommamente inverosimile; per non parlare di cosa ne è stato di Mathias nel frattempo. Una sequenza intera insomma è arrangiata in modo molto “romanzesco” e inattendibile.
Da ultimo, appare forzato che l’esito casuale di una sparatoria si riveli fondamentale per due destini “scritti a tavolino”. Proviamo a immaginare un diverso esito della sparatoria: il film potrebbe avere lo stesso significato che costruisce poi con le ultimissime scene? Probabilmente no.
Far scaturire il senso ultimo di un film dalla “roulette” di una sparatoria (che avviene peraltro nel punto di massima inverosimiglianza della pellicola) costituisce forse il maggior difetto di un’opera che non convince sino in fondo. Infatti le ultime conseguenze cui il film ci conduce non sembrano più frutto esclusivamente delle scelte e del destino che da esse discende, ma in gran parte frutto dell’alea, della traiettoria dei proiettili: dalla buona (o cattiva) sorte. Ciò rende il tutto vistosamente meno pregnante di quanto avrebbe potuto, anche se per fortuna non intacca irrimediabilmente le suggestioni che ci lascia quello che rimane un film coinvolgente e a tratti appassionante.
Stefano Santoli, da “filmscoop.it”

TONI Servillo, grande interprete di film già memorabili, ha acquisito un tale status attoriale e potere carismatico da diventare per il pubblico la referenza – e, dunque, il veicolo – principale per un film. Una vita tranquilla, così, è l’ultimo lavoro di Servillo, la cui gigante personalità è in grado di reggere una pellicola ed emozionare a prescindere da mancanze dell’opera.
Premiato al Festival Internazionale del Film di Roma 2010, come spesso capita in occasione delle onorificenze l’artista di Afragola non dà, proprio questa volta, nel film di Cupellini la sua miglior interpretazione, la quale, tuttavia, per attori del suo calibro resta almeno un livello al di sopra di concorrenti e non.
Indossa questa volta il personaggio di un cuoco italiano in Germania, sposato con figlio, dalla vita serena e regolare fino all’irruzione di un paio di giovani malavitosi campani, uno dei quali di vecchia conoscenza. Ricordi e legami mai del tutto interrotti lo trascineranno in un incubo.
Cupellini costruisce un bel noir italiano, sulla linea narrativa di un A History of Violence di stampo camorristico, manovrando sapientemente la tensione per l’intera durata del film, avvertibile sin dagli inizi, quando ancora nulla accade. Toni Servillo recita meno istrionicamente, in coerenza con un ruolo che non lo richiede, seppur a tratti appare sottotono e meno ispirato, e disegna perfettamente il personaggio di un uomo in fuga, silenzioso per sopravvivenza. Dei due giovani coprotagonisti il meno efficace è Marco D’Amore, forse troppo dimesso per convincere come camorrista – nonostante gli scopi più umani della sua parte -, mentre Edoardo, un bravo Francesco Di Leva, è raccapricciante per realismo, soprattutto per chi è sensibile alle tematiche mafiose. Gli attori di contorno reggono il gioco, ma senza brillare; sono, tuttavia, le soluzioni narrative, spesso, a non risultare all’altezza dei protagonisti: qualche banale escamotage emotivo e cliché già troppe volte visti danno la sensazione che dietro il mestiere del regista resti un’impostazione da fiction televisiva, seppur estremamente contenuta.
Il film, nonostante i punti d’attacco, convince e vince.
Si segue tutta la vicenda col fiato in gola e un’immedesimazione costante, impauriti e tristi per la vita di Rosario Russo, dalla sua parte nella speranza di liberazione dalle crescenti implicazioni. La colonna sonora di Theo Teardo ancora una volta dona un tocco indispensabile alla tensione, seppur finanche su questo fronte ci si mantenga su livelli meno eccellenti. Il rispetto, infine, dei canoni del noir, almeno di un certo tipo, seguiti come vangelo, lascia al termine della visione con le stesse emozioni travagliate dei vecchi buoni lavori d’artigianato del genere americano.
La presenza di Servillo si conferma garanzia di uno standard minimo di qualità e questo non può che confortare, ma chi conosce l’attore nelle sue opere migliori termina la visione del film nel lontano timore, forse per consuetudine, che si abbia avuto l’assaggio di un assestamento futuro su interpretazioni solo buone.
Poi, però, si ripensa a Gorbaciof. E passa la paura.
Alessandro Cellamare, da “statoquotidiano.it”

Già con Lezioni di cioccolato era abbastanza chiaro, ora l’abbiamo capito ancora meglio: Claudio Cupellini è uno da tenere d’occhio. Sebbene la sua opera prima non fosse propriamente un modello di grande cinema lasciava intravedere toni particolarmente brillanti, un tocco d’autore moderno ed un’intelligenza tanto d’impatto da lasciarsi illudere riguardo alle sue successive produzioni.
L’attesa non è stata vana: Una vita tranquilla, che vede protagonista il grande Toni Servillo, è una bomba a mano in attesa di esplodere che travolgerà tutti i presenti in sala, un vero attentato ai benpensanti.
Con Servillo accompagnato da due giovani promesse napoletane, Marco D’Amore e Francesco Di Leva, il film è un thriller di genere intelligentissimo, girato benissimo e rappresenta una nuova speranza per il cinema Italiano. Presentato in anteprima al festival del cinema, Una vita tranquilla insegna a pellicole dirette da autori di fama ben più grande e merita senza dubbio un posto di rilievo nella classifica dei migliori film in concorso.
Rosario Russo è una persona a modo. Cinquantenne dai modi un po’ burberi gestisce con passione il suo agriturismo italiano in terra tedesca con al suo fianco l’amata moglie ed il giovanissimo figlio Mathias.
Quando al suo ristorante fanno visita due giovani Napoletani l’umore di Rosario cambia improvvisamente: c’è qualcosa di tragico, nel loro passato, che li accomuna. Dopo aver offerto ospitalità ai due, le cose iniziano a complicarsi: i ragazzi sono lì per loschi affari e Rosario intende rimanerne fuori ma c’è qualcosa che lo lega in maniera morbosa ad uno dei due giovani. Chi sono loro e perché c’è questo alone di mistero? Il passato di Rosario sta per riemergere come nel più violento dei suoi incubi.
Una vita tranquilla è, prima di ogni altra cosa, una lezione sul grande cinema.
Una visione così nitida su come sceneggiare, girare ed interpretare un film può essere frutto solo di una mente estremamente lucida, figlia di una conoscenza approfondita del linguaggio cinematografico e del suo pubblico. La seconda pellicola di Claudio Cupellini prende gli spettatori per il cavallo dei pantaloni (mettiamola su questo piano ed atteniamoci alle formalità professionali) e li trascina dove vuole lui.
Un film così ben realizzato avrebbe portato onore anche in passato quando il nostro cinema era davvero di alto livello, perché gode di una dinamica e di un ritmo così eccellenti che quasi avevamo dimenticato come si facesse. Vogliamo toglierci subito un dente e dirvi che l’interpretazione degli attori è radicale, sentita e mai sottotono, la presenza di Servillo non è un pretesto per rendere appetibile il film ai profani, anzi, il suo ruolo è ben dosato, mai eccessivo e in un certo senso quasi marginale. La forza di Una vita tranquilla è il film stesso, la sua continuità narrativa e la sua maturità artistica.
C’è un gioco intelligentissimo su cui Cupellini si giostra da Dio ed è il dosaggio di informazioni che offre allo spettatore: il modo in cui veniamo a scoprire le vicende non è mai didascalico ed anzi, non rischia mai il colpo di scena scontato perché disarma fin dall’inizio offrendo lievi indizi e sospetti, comunicando molto modo con il dialogo verbale e lasciando che sia la macchina da presa a dire la sua nel modo più interessante che i nostri schermi hanno visto da troppi anni a questa parte. Avvincente e carismatico, Una vita tranquilla è senza dubbio una delle pellicole più belle non solo del festival ma addirittura del panorama cinematografico attuale.
Una vita tranquilla è grande cinema, film come questo avrebbero da farsi vanto ovunque nel mondo. Uno dei migliori film presentati al festival di Roma.
VOTOGLOBALE7.5
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

Le conseguenze del crimine
Germania ai giorni nostri. Rosario è uno chef italiano che si è fatto un nome col suo ristorante, dove si pente di aver dato lavoro agli italiani, di cui non ci si può fidare, e ha messo su famiglia con una bella donna tedesca che gli ha dato un figlio che assomiglia al Piccolo Lord. La sua quotidianità scorre serenamente tra gli screzi giocosi con i dipendenti e qualche attacco di gelosia coniugale della moglie un po’ ossessiva. Un giorno, quando Rosario si vede arrivare improvvisamente il figlio Diego a casa, l’uomo mette in stand by la sua vita per dedicarsi completamente a lui, che aveva abbandonato a Napoli anni prima. Diego però non è da solo ma con Eduardo, un “collega” dalla testa calda che a Rosario desta subito sospetto. L’uomo decide di tenere d’occhio i due e scopre che sono invischiati con la camorra: da quel momento la sua vita tranquilla cede il passo al terrore che la sua falsa identità venga messa a repentaglio e che l’oscuro passato, che l’aveva costretto a fuggire dalla sua città e a darsi per morto, riemerga pericolosamente.
Toni Servillo e Marco D’Amore nei ruoli di padre e figlio per Una vita tranquilla Si sviluppa esattamente come l’immagine di apertura il noir europeo Una vita tranquilla, diretto dal sorprendente Claudio Cupellini: vediamo un fotogramma che non è subito chiaro, ma si rivela allo sguardo con una messa a fuoco progressiva. Le grinze inquadrate sono quelle della corteccia di un albero. L’obiettivo si allarga e scopre lo spazio di un intero bosco, una distesa verde in cui un uomo dà la caccia ai cinghiali a sangue freddo e uccide gli alberi scomodi coi chiodi arrugginiti. Dal particolare al generale la regia si focalizza sui dettagli per poi mostrarci lentamente, in un crescendo ritmico che esplode all’estremo, la storia in tutta la sua complessità. La sceneggiatura, scritta dal regista insieme ai bravi Filippo Gravino e Guido Iuculiano, è impeccabile: concilia il genere del thriller dalle atmosfere noir, che in alcuni momenti omaggiano perfino Hitchcock, al gangster movie con tre protagonisti dalle identità al limite dell’umanità, il ritratto di famiglia apparentemente lindo alla cronaca degli affari sporchi sepolti sotto le maschere linguistiche. Rosario non è solo il cuoco popolare che parla in tedesco con moglie e clienti, in italiano coi dipendenti stranieri e in napoletano negli sfoghi nevrotici. L’uomo è anche un ex killer della camorra campana, Antonio De Martino, un pregiudicato senza alcuna pietà, dalla mente poco lucida e dall’istinto animalesco che ha lasciato Napoli per non far ammazzare se stesso e la sua famiglia. Ma un passato fatto di ombre, misfatti macchiati di sangue e legami malavitosi non si può nascondere a lungo dietro una nuova identità: basta la paura di un tradimento perfino familiare per risvegliare la coscienza sporca e trascinarla in un altro torbido incubo.
E’ un film perfettamente geometrico Una vita tranquilla in cui ogni singolo elemento s’incastra nella trama più profonda per far affiorare in superficie un’opera intensa e singolare. Le battute e i dialoghi anticipano con puntualità gli avvenimenti disarmanti, disseminati per lo spettatore lungo la narrazione come flash significativi e ombre velate che indicano la strada tortuosa verso il labirinto angoscioso e infernale dei protagonisti. Le immagini ci consegnano su sfondi asettici come camere iperbariche intrecci tematici classici ma contaminati: il rapporto padre-figlio e la relazione tra due fratellastri si snodano attraverso incroci di sguardi allusivi, imponenti espressioni facciali e distanze corporee che fanno della fisicità di attori come il marmoreo Toni Servillo (Rosario) e il promettente Marco D’Amore (Diego), giovane leva del cinema di nuova generazione, segni incisivi e potenti nell’economia del testo. Alla duplice storia familiare il film associa reticoli ancora più cupi: l’amicizia tra Diego ed Eduardo – il bravo Francesco Di Leva – e la vendetta si mescolano nel vortice dell’incarognito slang napoletano, che intrappola nell’incomprensione verbale il senso della cronaca. Ma i riferimenti non si dilatano nell’indagine e accennano senza i soliti pigli didascalici alla scandalosa faccenda della monnezza partenopea. Nel solco di queste cupe intersezioni si staglia una conturbante metafora, quella tra i rifiuti chimici, smaltiti all’estero per ragioni economiche e politiche, e i relitti umani che una giustizia naturale prima o poi conduce alla pena meritata. Proprio come succedeva agli antieroi degli straordinari Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino e Gomorra di Matteo Garrone, capisaldi del nuovo realismo italiano ai quali adesso si può aggiungere Una vita tranquilla.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Gli echi e le suggestioni de Le conseguenze dell’amore, film che più d’ogni altro è servito da volano per la maturità artistica di Paolo Sorrentino, permeano lungamente e profondamente Una vita tranquilla, esordio drammatico di Cupellini, che già aveva fornito discreta prova di sé con Lezioni di cioccolata, commedia e sua opera prima. Un uomo che conduce “una vita tranquilla”, come da titolo, ma che ha un passato oscuro, fatto di una famiglia abbandonata, di errori non rimediabili, di legami con la malavita. Ma soprattutto, a richiamare l’analogia con il film del 2001, è la presenza dello stesso protagonista, quel Toni Servillo che rese grande e fu reso grande da una pellicola che incantò mezza Italia. E se è pur vero che il personaggio pensato da Cupellini è più verace, più carnale di Titta di Girolamo, c’è anche da dire che tanto quella quanto questa sceneggiatura sono state confezionate prendendo le misure di Servillo al millimetro.

Lo troviamo nei panni di un ristoratore. Un italiano, come tanti emigrato in un paesino tra Wiesbaden e Francoforte. Una moglie, un bimbo, una station wagon e un pick-up. Ma soprattutto un ristorante, “da Rosario”, dove si propina ai poco raffinati avventori tedeschi piatti al gusto di cinghiale e gamberoni, dentro il quale ci si nasconde da un passato in agguato dietro l’angolo, che insidia «quindici anni perfetti». Ma questa è un’altra storia, la storia del film, e a raccontarla si rischierebbe di farvi perdere tutto il gusto.
Bisogna semplicemente tenere presente che Cupellini costruisce un film che, pur privo di acuti, si modella solidamente intorno a una sceneggiatura concepita con cura e a un primattore che da solo è capace di sostenere il peso di un plot. Una regia poco brillante, statica, viene compensata da un’attenta cura dei particolari, dalle inquadrature alla cesellatura dei dialoghi, lasciandoci un film che si gusta con calma e con pazienza fino all’ultima scena.
Pietro Salvatori, da “cinefile.biz”

Il passato ritorna sempre a chiudere il conto. Questo, in sintesi, il messaggio veicolato dall’ultima pellicola di Claudio Cupellini. Un tema già affrontato qualche anno fa da Cronemberg con A History of Violence e da sempre un tòpos letterario piuttosto frequentato. Dopo un esordio leggero e insapore come Lezioni di Cioccolato era lecito non aspettarsi un film di questo tipo. Il regista, incredibilmente, spiazza pubblico e critica con un noir solidissimo, ricco di colpi di scena e carico di tensione fino all’ultimo minuto. Un’opera quanto mai attuale, cosiderato che l’episodio all’origine di tutto si ricollega alla gestione malavitosa dello smaltimento dei rifiuti. Tuttavia le similitudini con Gomorra finiscono qui: l’argomento in questo caso non è che un pretesto per riportare la Camorra nella vita di Rosario, cuoco campano emigrato in Germania che mette il cinghiale acanto alle aragoste perchè “tanto questi son tedeschi, si mangiano tutto”. Come era stato per Le Conseguenze dell’Amore, l’intromissione della mala nella vita del protagonista non è tanto funzionale ad una critica sociale, quanto piuttosto motivo di riflessioni esistenziali declinate secondo una prospettiva prevalentemente personale. Nella fattispecie, Rosario si troverà costretto a delle scelte che metteranno in discussione quella “vita tranquilla” così faticosamente raggiunta. Per quanto possa sembrare superfluo ribadirlo, Toni Servillo (qui insolitamente barbuto) conferma in pieno le sue eccellenti doti di interprete, fagocitando col consueto charme e l’inconfondibile mimica facciale l’intera vicenda (in effetti la pellicola si fa notare molto di più come un film “con Servillo” che come un film “di Cupellini”). Tenuto a battesimo da Martone e più tardi attore-feticcio di Sorrentino, Servillo è riuscito ad affrancarsi da tale pesante – per quanto lusinghiera – eredità, arrivando a nobilitare con la sua sola presenza ogni progetto cui prenda parte. Artista completo, a suo agio tanto in sala di proiezione che a teatro (recentemente ha dato prova anche delle sue doti di regista con l’adattamento di Goldoni Trilogia della Villeggiatura), si è imposto nel corso dell’ultimo decennio come una delle figure più convincenti e rappresentative di certo cinema d’autore. Senza nulla togliere all’opera del regista, la buona riuscita dell’operazione si deve anche all’ottima sceneggiatura di Filippo Gravino, originariamente intitolata Il Nemico dell’Acqua e vincitrice del Premio Solinas nel 2003. La ciliegina sulla torta è costituita dalla suggestiva colonna sonora del compositore Teho Teardo, ormai affermato professionista, alla sua quarta prova accanto a Servillo dopo La Ragazza del Lago, Il Divo e Gorbaciof. Il brano di chiusura, cantato da Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten, varrebbe da solo il prezzo del biglietto.
Federico Fragasso, da “indie-eye.it”

Rosario era un camorrista. Ora ha un ristorante in Germania. È sposato con Renate, ha un figlio di nove anni. È scappato dall’Italia da 15 anni. Dandosi per morto, per non essere ucciso. Ma in Italia ha lasciato un figlio, Diego. L’unico che sa la verità. Che sa che è ancora vivo e conosce dove abita. E dopo tanti anni, quel figlio (ora camorrista) gli chiede aiuto. Sconvolgendo la vita tranquilla di Rosario. Dopo Lezioni di cioccolato il regista Claudio Cupellini realizza un noir ben architettato attingendo dalla cronaca – il ristorante “Da Rosario” fa venire in mente quel “Da Bruno” davanti al quale, a Duisburg, si consumò una resa dei conti della ‘ndrangheta; nel plot c’è anche il riferimento ai rifiuti della Campania – e dal buon cinema – la trama richiama A history of violence di Cronenberg – con ambizione.

L’operazione è riuscita e gli aspetti positivi del film sono molti. A partire dalla sceneggiatura, ben congegnata e ricca di svolte. La parabola di questo “Mattia Pascal” parla dell’impossibilità del riscatto e dell’utopia di una “seconda volta” che cancelli per sempre la prima fallimentare esistenza. Ma rimuovere del tutto il passato non è solo difficile concretamente: è inverosimile dal punto di vista psicologico. È Rosario stesso ad aver tenuto una porta aperta, a non aver reciso ogni legame con il passato. Che, infatti, torna a bussare alla sua porta. È Rosario stesso a non essersi protetto fino in fondo, chissà quanto inconsciamente. La discontinuità tra un “prima” e un “dopo”, nella vita, non può essere mai assoluta. I fantasmi non si seminano mai del tutto. La forza del film sono infatti i rapporti tra Rosario, Diego e il suo amico Edoardo, compagno di (loschi) affari. Dalla densità psicologica di questa triangolazione, in cui i legami di sangue sono stati soppiantati dai legami con altre “famiglie”, scaturiscono tutte le svolte. Che spesso sono rapide, fulminee, inaspettate. Così Una vita tranquilla mantiene la tensione fino alla fine. Interessante che l’azione proceda attraverso atti dettati dall’istinto, da scelte improvvise che vanno al di là della ragionevolezza. Le azioni principali sono provocate dalle pulsioni profonde dei personaggi che, in un momento, distruggono anni di fatiche e raziocinio. Ed è un istinto ferino, animalesco quello di Rosario, protagonista a cui ci affezioniamo nonostante sia, in realtà, mosso dall’autoconservazione prima che da ogni altro sentire. Rosario è un uomo dalle molte ombre. Non solo per i propri trascorsi malavitosi. Ma proprio per la propria natura inscalfibile, che emerge inesorabilmente e ne determina il destino.

Di Tony Servillo è superfluo parlare. Non gli serve neppure aprire bocca: la sua faccia parla da sola. Vedere, per credere, la scena della cena con Diego ed Edoardo: anche le rughe di Servillo comunicano. L’attore, premiato alla Festa di Roma per questa interpretazione, dà ulteriore spessore a un film comunque solido. Un lavoro non solo ben scritto, ma anche ben diretto e impreziosito dalle ottime musiche (anche quelle non originali: il brano de The Monks è una vera perla) di Teho Teardo, David di Donatello per la colonna sonora de Il Divo. Uno che ha collaborato con i Nurse with Wound, ha fatto teatro con Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, sta lavorando con Elio Germano per una lettura musicata di Viaggio al termine della notte e che, per la colonna sonora di Una vita tranquilla, ha collaborato con Blixa Bargeld. Suono internazionale, insomma. Come le mire di Cupellini, che finora si era cimentato soprattutto nella commedia. Ma il nero gli dona di più.
Elisa Battistini, da “ilfattoquotidiano.it”

In Germania vive Rosario, italiano cinquantenne con bella moglie e figlioletto gentile, vive da padrone soddisfatto, ma ha un passato che nasconde… Un giorno gli fanno visita due giovani che minacciano la sua “vita tranquilla”.
Una vita tranquilla di Claudio Cupellini mi pare un film sottovalutato dalla critica sia perché si associa troppo per “limitarlo” a Gomorra o per altri versi a Le conseguenze dell’amore, ma anche perché la storia coinvolgente può impedire forse di cogliere a pieno la sottotraccia che attraversa una vicenda molto contemporanea: l’infiltrazione camorrista nel tessuto economico tedesco …
E’ una storia che “prende” progressivamente, perchè progressivamente (con qualche difficoltà di comprensione dialettale) diventa chiara, a cui gli attori (soprattutto i napoletani, Francesco Di Leva e Marco D’Amore) prestano volti veri, marcati, illuminata da una luce fredda e distaccata ed in cui l’uso della musica di Teho Teardo risulta sobrio ed efficace.
Il tocco in più lo danno il protagonista Rosario e l’attore Toni Servillo, come tutti i recensori hanno notato, compreso il Festival di Roma, che lo ha premiato.
Rosario è un personaggio sfaccettato, in cui coabitano due forze antitetiche ed ugualmente credibili:
la durezza, che sa diventare anche violenza bruta, ed un affetto perfino arrendevole, nel film, verso un figlio abbandonato e ritrovato.
Toni Servillo mi pare straordinario ad impersonare sia la delicatezza che la ruvidezza-brutalità.
La sequenza in cui deve decidere che cosa fare, dopo essere stato scoperto dal compare del figlio, è notevole. C’è prima un’incertezza pensosamente cupa, che si traveste poi da maschera festosa, per diventare infine calcolo, rapidità e ferocia.
Il finale è la resa dei conti, pura azione: i figli pagheranno per la colpa dei padri. Di nuovo la fuga. Una fuga, per parafrasare Joseph Roth, “senza fine”. Un finale quindi ancora senza orizzonti, un finale che tende al poetico. Troppo facile? Forse, ma era possibile fare altrimenti?
Gianni Quilici, da “lalineadellocchio.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog