Un silenzio particolare

A febbraio è uscito nelle sale italiane il film di Stefano Rulli, Un silenzio particolare. Si tratta di un film documentario in cui l’autore affronta nuovamente il tema della malattia mentale, già al centro di numerosi suoi lavori, svolti sia come documentarista, come è il caso di Matti da slegare, del 1975, girato insieme a Silvano Agosti, Marco Bellocchio e Sandro Petraglia, che come sceneggiatore, come è accaduto per La meglio gioventù, scritta insieme a Petraglia, e per l’ultimo film di Amelio, Le chiavi di casa.
a questa volta si tratta di una situazione ben diversa, poiché la prospettiva dell’autore è quella di un padre che conosce e vive la realtà della malattia, perché è la stessa realtà con la quale deve fare i conti suo figlio Matteo, giorno dopo giorno. Un silenzio particolare è un film che nasce “per caso”. L’idea iniziale è quella di girare un video promozionale per “La città del sole”, l’agriturismo fondato da Stefano Rulli e da sua moglie, la scrittrice Clara Sereni. Si tratta di una struttura turistica del tutto particolare: i padroni di casa ospitano gruppi di persone disabili, con le quali trascorrono il loro tempo libero svolgendo varie attività, in un’atmosfera calda e familiare. I casali de “La città del sole”, sono anche un luogo in cui per i coniugi Rulli è possibile stare più vicino al figlio. L’atteggiamento di Matteo, che spontaneamente, senza alcun suggerimento, si è posto davanti alla macchina da presa, ha condizionato la svolta che ha portato il regista ad abbandonare il video pubblicitario, per cominciare un’esperienza del tutto nuova, realizzata innanzitutto su un piano privato e personale. In un’intervista Rulli ha detto che nel momento in cui ha visionato il materiale da montare, si è potuto rendere conto di cose alle quali non aveva mai fatto caso prima, come atteggiamenti suoi, o di Matteo. Immagini in superotto dell’infanzia di Matteo s’intrecciano con quelle della vita ai casali, mentre Stefano racconta al figlio le premure e i pensieri che lui e Clara hanno avuto, ed hanno per lui, in un rapporto fatto soprattutto di tentativi. Attraverso un uso sobrio del mezzo cinematografico, Rulli riesce a restituirci la spontaneità delle situazioni, delle espressioni, dei sorrisi, dei silenzi. Cinema e vita s’incontrano in un’ esperienza straordinaria, che colpisce e commuove per la sua profonda umanità.
Carolina Lucibello, da “nonsolocinema.com”

Stefano Rulli esordisce nella regia con un piccolo film che racconta il rapporto quotidiano con il figlio Matteo, autistico fin dalla nascita. Con sguardo rigoroso, distante e insieme partecipe, racconta la storia universale di un amore tra un padre e un figlio esclusivo e dolorosamente appagante.
Solo chi conosce il linguaggio dell’handicap può parlare del mondo segreto che lo abita. Quel linguaggio è il linguaggio del silenzio, dell’attesa, della pazienza, della normalità conquistata a fatica e goduta fino all’ultimo. Stefano Rulli lo conosce bene, quel silenzio: ne ha parlato da sceneggiatore in Matti da slegare, La meglio gioventù, Le chiavi di casa, e ora da regista in un film piccolo e pudico come Un silenzio particolare (presentato all’ultima Mostra di Venezia), dialogo a due con il figlio Matteo, autistico fin dalla nascita, che diventa la storia universale di un amore tra padre e figlio esclusivo e dolorosamente appagante.
Filmando la vita di Matteo e di altri ragazzi come lui che frequentano la comunità La città del sole, avviata da Rulli e la moglie nelle campagne attorno a Perugia, il regista-sceneggiatore riprende la quotidianità di un rapporto difficile, estenuante, faticoso.
Per farlo si serve di una camera digitale che privilegia uno sguardo rigoroso, distante e insieme partecipe, sulla vita del figlio e la sua malattia. Rulli rimane nei momenti di crisi e in quelli di gioia, sa cogliere nello sguardo spento di Matteo e nei suoi gesti anche violenti i segni che rivelano la sola e straordinaria verità dell’affetto: e cioè che non v’è parola, non v’è ragionamento che regoli i moti del cuore, ma solo il sentimento e lo slancio emotivo verso l’intimità dell’altra persona.
L’esperienze umana di Rulli si rivela soprattutto nella decisione di non far coincidere il ruolo di padre e quello di regista, affidando allo sguardo della camera digitale il compito di cogliere il reale nel momento della sua manifestazione. Anche nei momenti più drammatici, Rulli lascia la camera accesa ma immobile, presente ma discreta, riconoscendole quelle capacità di attesa e pazienza che sole permettono di entrare in contatto con l’universo senza leggi dell’handicap.
Ed è questo universo che Un silenzio particolare racconta, illustrando la vita con un figlio handicappato come un viaggio dalle tappe e dai percorsi tortuosi e inspiegabili, che però donano al cammino l’inconcepibile spettacolo di un rapporto senza antagonismo, di un affetto sincero realmente ricambiato. Padre e figlio, infatti, hanno bisogno l’uno dell’altro, ma in che modi e in che tempi se lo dicano è impossibile saperlo. Tutto sta rinchiuso nel loro silenzio particolare, nel loro reciproco aspettarsi e amarsi senza spiegazioni.
Roberto Manassero, da “sentieriselvaggi.it”

In un’ampia area situata sulle pendici del monte Peglia sorge La Città del Sole, un complesso agrituristico che ha la capacità di accogliere persone con varie forme di disagio psichico e
motorio. Tra questi si trova periodicamente Matteo, un ragazzo di vent’anni che vive in un mondo apparentemente impenetrabile anche ai suoi genitori, Stefano e Clara. Un luogo di vacanza e di ristoro in cui gli ospiti cercano di curare le loro estreme fragilità con la voglia di
stare insieme. Matteo però si tiene in disparte in un atteggiamento di rifiuto, e solo l’amore e la pazienza dei genitori, uniti alle circostanze della vita riusciranno ad aprire a Matteo la strada per
quel “silenzio particolare” di cui sembra disperatamente aver bisogno.
Stefano Rulli (tra i fondatori della Città del Sole assieme a Clara
Sereni) offre con molta sensibilità ma anche con molto pudore il diario
di una famiglia “diversa”, un invito a chi non ha esperienza con
situazioni di disagio mentale a cimentarsi con esso e a conoscerlo,
anche se solo per il tramite di una finzione autobiografica. Infatti il
film riflette molto, soprattutto nei dialoghi, la vera esperienza di
Stefano, Clara e Matteo, nonché degli altri ragazzi che trovano nella
Città del Sole un rifugio, ma mai una fuga.
Tecnicamente viene sottolineato il carattere privato della pellicola, ad esempio con il
mancato uso di telecamere fisse, nonostante il loro uso fosse stato
programmato in fase di progettazione. Ma come puntualizza l’operatore
Ugo Adilardi “la possibililtà di un miglior risultato tecnico avrebbe
quasi certamente eretto tra noi e i ragazzi una barriera che non poteva
e non doveva esserci”. E il risultato non è quello di realizzare
inquadrature impeccabili, ma inquadrature vere, quasi a sottolineare il
carattere domestico della produzione.
Un silenzio particolare non è un film facile, perché richiede una grande capacità di comprensione da parte dello spettatore. Ma lungi dall’essere pedante o didascalica, si
tratta di un’opera che nella sua verità riesce ad essere dolcemente
poetica: un’utopica ricerca di un luogo in cui “normalità” e
“diversità” possano convivere in maniera armonica.
La frase: “A me i sogni non piacciono molto, preferisco credere nelle utopie”.
Mauro Corso
Filmup.com

Il diario di una famiglia che si guarda allo specchio, che riflette su passato,
presente e futuro di una realtà difficile da vivere, ma che va
affrontata perché il dolore non se ne va via col silenzio.
Non un racconto sulla diversità, ma una finestra su
un’altra normalità. Questo è Un silenzio particolare, il diario di una
famiglia che si guarda allo specchio, che riflette su passato, presente
e futuro di una realtà difficile da vivere, ma che va affrontata perché
il dolore non se ne va via col silenzio.
Stefano Rulli è uno tra i più stimati sceneggiatori italiani, co-autore tra gli altri di film come
Mery per sempre, Pasolini, un delitto italiano, La meglio gioventù e Le
chiavi di casa, ma è anche regista di film documentari. Nel 1975,
assieme ad Agosti, Bellocchio e Petraglia, realizza Matti da slegare,
un documentario sul dramma degli abitanti di quelle strutture
psichiatriche la cui realtà è rimasta da sempre nascosta, perché la
gente preferisce non sapere e quando sa neutralizza il problema
attraverso l’emarginazione, l’allontanamento. Rulli ha raccontato la
quotidianità di quelle persone che vivono con la nebbia nella mente e
lo sguardo perso nel vuoto, emozionandosi di fronte alla sofferenza e
alla solitudine che contraddistingueva le loro storie.
A distanza di tanti anni, Rulli torna sugli stessi temi, ma la prospettiva è
cambiata. Quella realtà che prima mediava si è trasformata nella sua
realtà. Stefano è diventato papà di Matteo, un bambino bellissimo (il
più bello dei miei figli, dice sua madre) che però convive con quella
stessa maledetta nebbia, una caligine gli offusca la vita. Oggi Matteo
è un ventenne che ha conquistato la sua indipendenza andando a vivere
lontano dai genitori, mentre Stefano e sua moglie Clara hanno
incanalato l’amore per questa strana umanità nel progetto “Città del
sole”, un agriturismo sul Monte Peglia che ospita persone bisognose
d’aiuto, ma anche persone che hanno voglia di trascorrere una vacanza
speciale, ravvivata dallo spirito comunitario.
Matteo va a far visita ai suoi genitori in occasioni particolari, ma resta sempre in disparte,
non prende mai parte alle feste e ai giochi che animano i casali,
preferendo restarsene da solo all’aria aperta finché non fa buio,
finché non cala il silenzio. Neppure l’eco delle canzoni e delle poesie
che recitano i ragazzi che si trovano nella sua stessa condizione lo
convincono ad unirsi a loro.
La storia dei Rulli è quella di tante altre famiglie nella stessa condizione. E’ il dolore di una madre che non può restare sola con suo figlio per paura di essere aggredita e
quello di un ragazzo che si dispera per non essere in grado di
controllare la sua rabbia. In mezzo un padre che prova con pazienza a
diradare le nubi nere che avvolgono la mente di suo figlio, per
costruire un rapporto più pacifico attraverso il dialogo. Attorno a
loro tanti microcosmi, storie ordinarie di ragazzi autistici che
sognano l’amore, il matrimonio, la felicità, che sorridono sereni
quando sentono il tepore dell’affetto e si ammutoliscono tristi quando
qualcuno se ne va, li lascia per sempre regalando ad ognuno poesie
brevi come haiku.
Rulli affida alla telecamera il racconto di questa varia umanità, quella della sua famiglia e quella di tutti coloro che animano il suo agriturismo. Il suo è un film che alla centralità degli
aspetti documentaristici alterna gli elementi espressivi, stilistici e
drammaturgici della fiction, un’ibridazione ben equilibrata tra la
realtà d’impronta documentaristica e il realismo emozionale della
fiction. Rulli recupera i filmini privati delle vacanze della sua
famiglia di vent’anni fa e ne dissemina brevi frammenti lungo tutto
l’arco della pellicola, alternandoli alle immagini girate oggi alla
Città del sole. L’invasività naturale della telecamera è messa in
parentesi dal racconto fatto tutto dall’interno, senza coinvolgimenti
estranei, a cui cioè hanno collaborato esclusivamente amici, persone di
cui Matteo e gli altri si fidavano. Ne è venuto fuori un documentario
sincero, privo di retorica o facili accuse e colmo d’amore e di
rispetto, un’occasione per riflettere sulla possibilità di aprirsi agli
altri senza gratuiti sentimenti di
compassione.
Massimo Borriello, da “movieplayer.it”

Fabio Ferzetti
Il Messaggero
Matteo di fronte a se stesso bambino, in braccio alla mamma in un vecchio superotto. Matteo
oggi, a 24 anni, che implora di abbassare il volume. Matteo che resta
chiuso in auto mentre gli altri fanno festa alla Città del Sole, un
agriturismo aperto dai suoi perché «tutte le diversità e tutte le vite
hanno diritto di essere ospitate e rispettate», ma lui vuole restarsene
a casa sua, altro che storie. Matteo di colpo aggressivo che strattona
la madre ma subito si preoccupa («Ti ho fatto male?»), che piange
pentito col padre, che si dispera perché anche segare un ramo per lui è
un’impresa.
E poi Matteo che ascolta felice la madre cantare alla chitarra il giorno della sua nascita. Matteo che fa le rime a una festa di nozze («E bravi Spizzichini, ma quando li fate altri bambini?»).
Matteo che si vede mettere in braccio una neonata gesto imprevedibile e
abbagliante, dimostrazione di amore e fiducia totali e dopo un attimo
di esitazione se la culla, se la coccola come se fosse sua. O chissà,
come se in quella creaturina inerme rivedesse se stesso.
Certi film sono una sfida. Per chi li fa, innanzitutto, e poi per chi li vede. Una
sfida al senso comune, alle nostre certezze, alla nostra capacità di
affrontare ciò che in genere escludiamo dal nostro sguardo. Un silenzio
particolare , il toccante documentario di Stefano Rulli visto a Venezia
che da venerdì sarà al Nuovo Sacher di Roma, è uno di questi lavori.
Duro perché dura è la condizione di Matteo, il figlio disabile psichico
di Rulli e della scrittrice Clara Sereni, che qui ha dovuto rinunciare
al filtro della pagina scritta. Tenero perché con Matteo, che parla,
capisce, ragiona e a volte canta, addirittura, ma è chiuso in un mondo
tutto suo, dare e ricevere amore è una lotta quotidiana. Inflessibile
perché di fronte alla psiche insondabile di Matteo l’unica arma è la
fermezza.
E ferma, ma vibrante di pudore, è anche la mano di Stefano
Rulli, sceneggiatore e regista; che quasi trent’anni dopo il memorabile
Matti da slegare , documentario girato con Agosti, Bellocchio e
Petraglia sui degenti di una casa di cura “liberati” da Basaglia, ha
affrontato la diversità dall’interno. Da testimone costretto a trovare,
dopo quello di vivere, il coraggio di rappresentare la sua storia. Che
significa cercare i silenzi e le parole, le immagini e le pause per
raccontare la fatica e insieme il dubbio, la pietà, la sorpresa
continua. Perché in una vita così è sempre l’alba, sempre l’infanzia,
ogni giorno bisogna ridare un nome alle cose e ai sentimenti
fondamentali. Ma è proprio questo, forse, a rendere l’esperienza di
Matteo e dei suoi genitori, oltre che vera e straziante, così
preziosa.
Da Il Messaggero, 9 Febbraio 2005

Silvana Silvestri
Il Manifesto
Le parole che compaiono sulla locandina di Un silenzio
particolare potrebbero essere uno dei commenti migliori di questo
importante film dalla forma di diario. Parole e persone sono i grandi
antagonisti di questa storia vera, racconto di famiglia che deve essere
costato non poco mettere in scena in valore emotivo. Stefano Rulli,
sceneggiatore di buona parte del cinema italiano degli ultimi
trent’anni, da Matti daslegare alla Meglio gioventù a Le chiavi di
casa, l’ultimo film di Amelio è la voce narrante che accompagna il
figlio nell’agriturismo in Umbria, «la Città del sole», che lui stesso
e la moglie, la scrittrice Clara Sereni hanno voluto per accogliere chi
come il figlio ha bisogno di un sostegno e un affetto che sembra
superiore a ogni umana possibilità. Le parole, tanto amate dai genitori
tanto da farne il loro lavoro, si rivelano inutili, non sono più un
mezzo di comunicazione condiviso. L’unica forma di discorso diretto, si
vedrà è solo l’affetto costante e smisurato. Eppure Rulli non demorde e
sia con la voce fuori campo, sia nel dialogo con Matteo, sostiene una
impari lotta poichè il linguaggio del figlio va molto oltre per la
percezione più allargata. Lo si capisce dal timore dell’incontro con la
madre (l’affetto insostenibile), dal complesso rapporto con gli amici
che respinge, fino a far capire che lui accetta quel video che si sta
girando su di lui. Non è certo un piccolo film familiare, ma un grande
film di formazione, quella lunga e complessa degli adulti verso sfere
più alte di consapevolezza. Rulli torna alla regia dopo vent’anni
quando nel film Matti da slegare (1975) realizzato con Bellocchio,
Petraglia e Agosti, si portarono le prove che la tesi di Basaglia sulla
chiusura dei manicomi apriva una nuova era. Il film finiva con una
festa, come inizia con una festa Un silenzio particolare. «C’è voluto
un lungo viaggio per accettare di portare sullo schermo me stesso,
Clara e mio figlio Matteo» ed è stato proprio il figlio, dice, a far
capire chiaramente di essere pronto a raccontarsi. Un film capace di
accogliere tutto il pubblico come in un abbraccio.
Da Il Manifesto, 19
Febbraio 2005

Stefano Lusardi
Ciak
Abbiamo cambiato le parole (non più “matto”, ma “persona con disagio psichico“, non più “handicappato“, ma “persona diversamente abile“). Ma, al di là del maquillage formale,
fino a che punto siamo coscienti delle difficoltà, del senso di
separazione, di cosa significa vivere quotidianamente con un ragazzo
affetto da disagio psichico? Per questo la scelta cinematografica di
Stefano Rulli ha un alto valore, tanto umano che politico: raccontare
in maniera diretta il difficile rapporto col figlio Matteo, che ha
segnato l’esistenza dei genitori anche dal punto di vista
professionale, sia quella di Rulli, sceneggiatore chiave del nostro
cinema con Sandro Petraglia, che aveva raccontato il disagio già nel
1975 come co-autore del documentario Matti da slegare, che quella della
madre, Clara Sereni, che ha più volte affrontato queste tematiche col
filtro del romanzo. II film – che usa il cinema nella sua forma
migliore, quella di un documento sincero, aspro e tenero, oggettivo ma
intimamente partecipato – vale non solo per quel che è, ma anche per il
come è stato realizzato: nato come documentario sull’agriturismo della
Fondazione Onlus Città del Sole, di cui Rulli e Sereni sono tra i
fondatori, nei tre anni di lavorazione ha visto cambiare il ruolo di
Matteo, da personaggio “fuori campo“, caparbiamente separato, a
protagonista, pronto a condividere e a raccontarsi. La sua metamorfosi
è il cuore del film, fino a una scena intensa e toccante – quella in
cui Matteo e gli altri ospiti dell’agriturismo guardano le immagini
video di una festa, per ricordare un’amica scomparsa- in cui silenzi,
sguardi e sorrisi non trasmettono più solo dolore o difficoltà, ma
vita, poesia, tenerezza. Non un film sul disagio, dunque, ma un
manifesto sull’utopia. Che per realizzarsi, come quella della Città del
Sole, chiede tempo, fiducia e fatica. L’opposto del facile, del
superficiale e dell’immediato, i diktat del nostro tempo.
Da Ciak, Febbraio 2004

Lietta Tornabuoni
La Stampa
Un silenzio particolare» di Stefano Rulli è un film non soltanto intenso e bello, ma prezioso:
insegna a conoscere il modo di vivere delle persone con problemi
psichici (affetti da autismo, parrebbe; ma nessuna malattia viene
nominata); insegna la maniera rispettosa, affettuosa e attiva con cui
queste persone debbono essere trattate per sentire meno il vuoto,
l’abbandono, l’angoscia; insegna il coraggio, l’intelligenza, la
tenerezza e la pazienza con cui i genitori possono affrontare il
destino proprio e del figlio. La scrittrice Clara Sereni e lo
sceneggiatore Stefano Rulli hanno avuto un figlio ora ragazzo, Matteo,
con problemi psichici: con grande forza d’animo, generosità e bravura,
mettono in scena la loro piccola famiglia e gli amici in difficoltà,
spesso giovani, che si ritrovano per le vacanze, le feste, i matrimoni,
nei casali della Country House nella campagna perugina della Fondazione
«La città del sole» da loro ideata. Raccontano un mondo speciale, dove
per fortuna mancano il buon senso, la ragionevolezza, l’egocentrismo,
mentre non mancano la musica, la gaiezza, l’estro. Persone dalle facce
alterate si lamentano, recitano versetti, cantano, ballano, ridono
incongruamente, parlano spesso in modo incomprensibile oppure tacciono.
C’è sempre qualcuno che si stringe in un angolo, muto, con gli occhi
vuoti. Matteo Rulli, che non abita con i genitori ma con due amici,
appare all’inizio nei film domestici piccolino con lo sguardo già
nebbioso, poi cresciuto: sta sempre solo da una parte, dentro
l’automobile o all’aperto. È davvero bello. Gli càpita di prendere a
pugni il padre, di rifiutare la madre; contempla e tocca la faccia
paterna trovandola invecchiata; sente male al collo o alcuore, piange,
non arriva ad addormentarsi; ha repentine crisi di violenza. Poi si
addolcisce, canta se stesso bambino («pioveva e tirava/un forte
vento/il bimbo Matteo/era abbastanza contento»): l’ultima immagine lo
mostra, con la dolcezza di un lieto fine, abbracciato alla madre sempre
respinta. Senza trama, senza effetti nella fotografia e nelle riprese
di Ugo Adilardi, «Un silenzio particolare» è il racconto più eloquente
di una condizione umana che si potrebbe avere l’orgoglio fiero di saper
vivere.
Da La Stampa, 9 febbraio 2005

Oscar Cosulich
Il Mattino
Un filmino sgranato in superotto mostra una giovane coppia, la madre tiene
in braccio un bambino che ha uno sguardo assente: sono la scrittrice
Clara Sereni, Stefano Rulli, uno degli sceneggiatori italiani più
famosi («La Piovra», «Mery per sempre», «La meglio gioventù») e il loro
figlio Matteo. Quest’ultimo è il protagonista di «Un silenzio
particolare», film-documento presentato alla scorsa Mostra di Venezia
(dove Rulli era anche sceneggiatore di «Le chiavi di casa» di Gianni
Amelio, altro film centrato sul disagio mentale di un ragazzo) e che
narra il non facile rapporto familiare tra i genitori e il figlio,
ormai un giovane ventiseienne, con problemi di schizofrenia. «Un
silenzio particolare», realizzato con una telecamera digitale,
distribuito da Nanni Moretti, arriva domani in quattro città italiane
(Torino, Milano, Perugia e Roma), avviando un percorso cinematografico
che lo porterà a coprire un po’ tutto il paese, offrendo un momento di
riflessione e di speranza alle famiglie che hanno vissuto, o vivono, i
problemi con cui si misurano da anni Clara Sereni e Stefano Rulli e,
soprattutto, dando la possibilità di capire un universo da cui è fin
troppo facile prendere distanze inconsapevoli. Rulli, come è passato
dai filmini familiari con Matteo a questo lavoro in cui vi mettete a
nudo? «Il motore di tutto è stato Matteo. Lui ha un pessimo rapporto
con il mio lavoro, lo rifiuta quando sono dietro la cinepresa, non
sopporta di vedermi scrivere e non posso vedere un film con lui per più
di dieci minuti, perché non accetta di stare seduto in una sala. Stavo
girando un documentario promozionale nei casali di Monte Peglia, dove
curiamo l’operazione “Turismo per tutti”, per la fondazione Città del
Sole, di cui sono uno dei fondatori con mia moglie Clara e Matteo, a
sorpresa, ha iniziato ad irrompere nel film». Lì ha capito che poteva
averlo come protagonista? «All’inizio, non avevo certo pensato a
trasformare quei momenti in film, mi sembrava semplicemente una buona
occasione per rompere il diaframma che c’è sempre stato tra noi. Il
materiale è aumentato, ma quando Matteo, che non aveva mai accettato il
cinema, ha chiesto di vedere con me e Clara quanto avevo girato,
seguendo tutto con attenzione e, alla fine, mi ha chiesto di rivedere
la scena in cui lui piange, ho capito che era successo qualcosa. Se era
finalmente riuscito ad accettarsi sullo schermo, allora questo film era
proponibile anche all’esterno. Io credo che il compito del cinema sia
dare un valore miracoloso ai nostri gesti quotidiani, un po’ come fa
Nanni Moretti quando beve il bicchiere d’acqua alla fine di “Caro
Diario”». Che parentela c’è tra il suo film e «Le chiavi di casa»?
«Nessuna credo. In uno ci sono la visione e le scelte coraggiose di
Amelio, in cui il mio lavoro è quello di sintesi richiesto allo
sceneggiatore, in questo c’è invece la “volontà di ascolto” che
caratterizza un documentario». Tecnicamente come sono andate le
riprese? «Con una telecamera poco più che professionale potevamo fare
come volevamo: abbiamo girato più di cinquanta ore da cui abbiamo
estratto la nostra storia, ma da cui ne potrebbero uscire tante altre,
tutte quelle degli altri ospiti della Città del Sole, sia sani, sia con
problemi psicologici. È un lavoro che può ampliarsi, io capisco il
desiderio di fuga che si prova di fronte alle malattie mentali, quasi
per una forma difensiva, per evitare di guardare la parte più fragile
di ognuno di noi». Ci sono dei momenti particolarmente struggenti, ha
provato a dirigere suo figlio in qualche modo? «Era impossibile: che
Matteo mi toccasse il viso per vedere come sono invecchiato, mentre gli
altri cantavano “Father and son” di Cat Stevens, è stato solo un colpo
di fortuna, mentre che lui cominciasse a cantare la ninna nanna alla
neonata che gli era stata messa in braccio, è una delle tante sorprese
che è capace di donare, in modo totalmente inaspettato e non
programmabile».

Alberto Crespi
L’Unità
All’inizio, ci sono venuti in mente i Rolling Stones. Stefano Rulli, Clara Sereni e il loro figlio
26enne, Matteo, osservano un vecchio filmino sgranato in cui Matteo è
bambino. Cinema dentro il cinema, immagini che scrutano altre immagini:
i protagonisti del documentario Un silenzio particolare guardano se
stessi, e noi guardiamo il film nel suo farsi, nel suo diventare
analisi di una storia, di un mondo. Iniziava così anche Gimme Shelter,
uno dei più importanti e sconvolgenti documentari del New American
Cinema: i Rolling Stones, in moviola, osservavano i filmati del loro
concerto di Altamont, avvenuto alcuni mesi prima.
E pian piano, mentre il film scorreva e «si montava» davanti a loro, rivedevano la tragedia,
lo spettatore accoltellato dagli Hell’s Angels sotto il palco, l’utopia
dei grandi raduni rock (correva l’anno 1969, quello di Woodstock) che
si trasformava in incubo. Il paragone finisce qui, ma è più denso e
profondo di quanto appaia a prima vista: innanzi tutto perché anche Un
silenzio particolare, in fondo, racconta un’utopia (che non diventa
incubo, per fortuna, ma che corre il rischio di sparire); e poi, perché
il documentario che riflette su se stesso è forse, in questo scorcio
storico, la forma più pura e più avanzata di cinema che si possa
immaginare. Da tempo sosteniamo che il documentario è la parte più viva
e interessante del cinema italiano; e per capirlo, limitandoci a questo
week-end, basterebbe confrontare la verità di Un silenzio particolare
con la finzione tutta «di testa», e sostanzialmente irrisolta, di
Provincia meccanica, che domani rappresenterà l’Italia in concorso a
Berlino.
Volendo rimanere dentro il discorso metafilmico (il cinema sul
cinema, scusate la parola difficile), potremmo dire che Un silenzio
particolare è il tentativo, da parte di un cineasta come Rulli, di far
arrivare il proprio cinema al figlio Matteo, che lo detesta. Stefano
Rulli è il famoso sceneggiatore che, in coppia con Sandro Petraglia, ha
scritto il cinema e la tv più «civili» e popolari degli ultimi vent’
anni (Mery per sempre, Il portaborse, La meglio gioventù, svariate
Piovre). Suo figlio Matteo non fa cinema. Non ama il lavoro del padre.
Ma non siamo di fronte a un «semplice» rifiuto della figura paterna.
Matteo è un ragazzo con gravi problemi psichici. Spesso si rifugia in
se stesso, ai limiti dell’autismo. Quando comunica, lo fa a volte in
maniera violenta, aggressiva. Rulli e sua moglie, la scrittrice Clara
Sereni, non esitano a confessare che l’idea del film nasce anche da un’
antica, terribile e umanissima vergogna: non sempre è facile dire che
si è genitori di un figlio handicappato. Si ha paura delle proprie
parole, si ha paura degli sguardi della gente, del giudizio del mondo.
E qui si arriva alla suddetta utopia.
Da anni, Rulli e Sereni hanno fondato in un casale umbro una piccola comunità chiamata «La città del sole», dove ragazzi con lo stesso problema di Matteo possono
incontrarsi e trascorrere le vacanze assieme alle famiglie. Il film è
nato, inizialmente, come un documentario su questo luogo dove Matteo, a
lungo, si è sentito estraneo: andava lì con mamma e papà, ma si
rifiutava di entrare. Poi, come scrive Rulli, «un giorno Matteo decide
di entrare, non per una festa ma per l’ultimo saluto a una delle
ragazze del gruppo prematuramente scomparsa. Un po’ a sorpresa, Matteo
entra nella grande sala, vede con gli altri ragazzi su un televisore le
immagini di quella festa a cui non ha voluto partecipare, condivide con
loro il dolore di quella perdita». Così, nel suo farsi, Un silenzio
particolare diventa la storia di come Matteo entra nel film, diventa
parte della comunità, e riesce a stabilire con i genitori un contatto
prima quasi impossibile.
Fra i tanti lavori di Rulli, quello più vicino a Un silenzio particolare è Matti da slegare, girato trent’anni fa assieme a Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Silvano Agosti. Era una
straordinaria testimonianza sui manicomi, sulla necessità di entrare in
contatto con quella sofferta umanità che sta dall’altra parte, oltre la
nostra cosiddetta normalità. Qualche anno dopo, con la nascita e la
crescita di Matteo, Stefano si è ritrovato quel film dentro casa e oggi
ci racconta, con pudore e coraggio, il mestiere più difficile del
mondo: che non è quello di sceneggiatore, ma quello di padre (in senso
lato, di uomo).
Un silenzio particolare è un’esperienza, più che un
film: se ne esce scossi, dolenti, ma anche riempiti di umanità.
Andatelo a vedere (al Nuovo Sacher di Roma, all’Anteo di Milano…) anche
perché facendolo aiuterete l’utopia: la regione Umbria sta vendendo il
casale della «Città del sole» e servono soldi perché chi ha realizzato
il progetto possa, ora, comprarselo. Serve l’aiuto di tutti. Anche il
vostro.
Da L’Unità, 11 febbraio 2005

Aldo Fittante
Film TV
Uno sguardo che scardina. Un dolore soffocato dall’amore. una dolcezza che ti
rimette al mondo. Le emozioni non hanno voce in questo straordinario
Silenzio particolare, ma urlano con gli occhi di Matteo e con la
scandalosa tenerezza di Stefano Rulli e Clara Sereni, i suoi
generosissimi, pudichi genitori. Uno sceneggiatore che il destino ha
voluto intimo con i misteri della follia, prima in campo artistico e
poi – come fosse costretto in un’ineluttabile coerenza – nell’ambito
familiare. Una moglie, una mamma, una militante politica e soprattutto
una scrittrice, Clara Sereni, che da lontano ama come solo una madre
attaccata al suo cucciolo. È un ragazzo, che oggi ha quasi 25 anni,
avvolto in un male oscuro, che gli ottenebra i pensieri o almeno ciò
che ai “normali” paiono i pensieri. Perché questo diario solare che
come un paradosso esorcistico affonda le sue radici nella sofferenza,
probabilmente vuole scoprire proprio questo: come vedono, davvero, gli
occhi di Matteo? cosa arriva, davvero, nei meandri del suo cervello? e
se fosse lui a guardarci torvo come noi guardiamo le diversità? Il
cinema, o ciò che ci ostiniamo a chiamare cinema, è ancora capace di
regalarci splendide utopie. Con una quasi invisibile telecamerina
digitale, usata a luci naturali e guidata dal bravissimo operatore Ugo
Adilardi, Rulli tenta con commovente pazienza di camminare su quella
frattura che Dio o il destino vollero interporre tra il mondo e Matteo.
Scavando buche negli animi di chi osserva, attonito, quanto si potrebbe
ridistribuire la bellezza, se solo si volesse. E della meravigliosa
compagnia della Città del Sole, luogo ideale e concreto, di
strabordante spiritualità laica che scalda davvero i cuori e rilancia
davvero le speranze. Matteo, Stefano, Clara, Ugo e i ragazzi e gli
uomini e le donne che la abitano non si vergognano, mai, dei loro
sentimenti. È questa la grande lezione di Un silenzio particolare, l’
unico film che quest’anno non bisogna perdere, per nessuna ragione al
mondo. Una lezione etica anche sui linguaggi comunicazionali, che trae
dalla sua essenzialità il meglio della meglio gioventù di un altro
mondo possibile. Che è lì, in quella potentissima immagine finale, dove
Rulli e Sereni ascoltano la natura, le montagne, il cielo, il vento. È
lì, bisogna solo avere il coraggio di tendere una mano, di prendere e
di accogliere, di imparare da tutti e da ciascuno, e anche di fare un
passo indietro, per ringraziare.
Da Film Tv, n. 7, 2005

Una sorta di Matti da slegare trent’anni dopo. (…) Stavolta a raccontare
l’universo del disagio mentale e soprattutto il patrimonio di ricchezza
“della diversità” è una famiglia, la famiglia Rulli-Sereni: Rulli
appunto, sua moglie Clara Sereni, scrittrice, e loro figlio Matteo di
venticinque anni, che fin dalla nascita ha conosciuto le difficoltà
della malattia mentale. Una famiglia diversa dal comune, insomma, che
ha scelto di raccontarsi in Un silenzio particolare, film firmato da
Stefano Rulli. Nato dopo tre lunghi anni di gestazione, Un silenzio
particolare è il racconto di quella che per la scrittrice e suo marito
è la loro “piccola utopia concreta”: “La città del sole”, una
fondazione che opera nell’ambito del disagio mentale anche attraverso
un agriturismo a Perugia, aperto ai “diversi” e non (…). È qui,
infatti, che si dipana il racconto seguendo le esistenze dei tanti
ospiti e soprattutto quella di Matteo e della sua famiglia. Una scelta
questa che, sottolinea Stefano Rulli, non è stata facile. “Inizialmente
– racconta – l’idea era quella semplicemente di filmare la vita
dell’agriturismo. Poi a poco a poco Matteo, che era lì fuori campo, mi
ha fatto capire col suo linguaggio di sguardi e di gesti più che di
parole, di voler esserci, di essere disposto a raccontarsi. Del resto
non avrei mai potuto fare questo film senza la sua disponibilità. A
quel punto anch’io sono dovuto entrare in campo e quindi anche Clara. E
da lì è nata l’idea di un diario di famiglia “diversa””. Le riprese
sono andate avanti dal settembre 2001 al giugno 2003. (…) Risultato:
cinquanta ore di materiale girato, ridotto poi al montaggio in un’ora e
un quarto. Un lungo lavoro, delicatissimo quindi, che lo stesso Rulli
riavvicina in qualche modo all'”antica” esperienza di Matti da slegare.
Anche se lì si trattava di “altri” e qui della sua stessa famiglia, di
Matteo, delle sue emozioni che già Daniele Segre aveva portato sullo
schermo in Sto lavorando dove raccontava l’inserimento lavorativo del
ragazzo. “Allora – racconta Rulli – quando girammo Matti da slegare
l’emozione più grande era vedere per la prima volta da vicino il
disagio mentale. Ora forse la cosa più emozionante è stato raccontare
qualcosa che hai dentro e riuscire a tirarlo fuori. C’è una grande
vita, infatti, nell’esperienza di Matteo, non c’è solo il dolore. Lo
raccontano i suoi gesti, i suoi sguardi. Perché per capire le altre
culture e anche il disagio psichico bisogna saper andare al di là delle
parole”. Per questo è nato Un silenzio particolare. Per raccontare quel
mondo. Le difficoltà di relazione ma anche la ricchezza che contiene.
Un tema che questo festival di Venezia affronterà anche con Le chiavi
di casa, il nuovo atteso film di Gianni Amelio in corsa per il Leone
d’oro sceneggiato anch’esso dalla “premiata ditta” Rulli & Petraglia.
Dove lo sguardo è puntato ancora una volta sul “diverso”, un ragazzo
con “problemi motori e psichici” che si troverà a ricostruire un
rapporto con un padre molto assente. Un silenzio particolare, però,
oltre ad essere un “documento di famiglia” tanto per “far guardare in
modo diverso alla diversità e sentirla meno lontana”, come sottolinea
ancora il regista, è anche nella volontà dei suoi protagonisti un atto
necessario per non cancellare la memoria di tutto l’impegno speso da
molti nell’ambito della malattia mentale e non solo. “A chiedere oggi
ad un giovane psichiatra chi fosse Basaglia – dice Clara Sereni – e
quale la sua concretissima utopia di società nuova, si corrono seri
rischi. E anche sulla scena politica la diversità come grimaldello di
un altro mondo possibile gode generalmente di cattiva stampa”. Per
questo Un silenzio particolareappare tanto più necessario. Al punto da
aver spinto i suoi autori a superare la riluttanza nel “mettersi in
scena”. “Con la mia immagine ho da sempre un brutto rapporto – racconta
Clara – persino nelle foto ufficiali sono sempre un po’ in fuga. Di
Matteo ho scritto e parlato molto, direttamente e indirettamente: ma il
filtro delle parole era una garanzia, un velino. Eppure le immagini
quando sono buone immagini hanno una forza che le parole non riescono
ad avere. Allora, consentire che si raccontasse per immagini una
piccola utopia concreta che è insieme quella de “La città del sole” e
quella della capacità di Matteo di imparare a vivere, è stata per così
dire una scelta obbligata: perché la memoria non si cancelli”.
Gabriella Gallozzi – L’Unità

Matteo, ventenne con problemi psichici, è l’unico figlio di Clara Sereni, scrittrice, e Stefano Rulli, sceneggiatore: due abituati a maneggiare il linguaggio, eppure da sempre impegnati nella ricerca di un ponte che li metta in comunicazione con la persona più cara. Per questo, qualche anno fa, i due genitori, insieme ad altri, creano la “Città del Sole”, un agriturismo nei dintorni di Perugia, dove tutte le diversità possano convivere, nella pace e nel rispetto. Matteo dovrebbe farne parte, ma resiste a questa integrazione, a questo contatto. Poi, un giorno, mentre il padre sta girando un documentario su quella struttura, ecco che decide di avvicinarsi; e ciò che non riesce a esprimere verbalmente lo imprime nella scia magnetica del digitale, con il suo essere sgraziato e tenero, con il suo brusco bisogno d’affetto, con la sua violenta lontananza.
Davanti agli occhi di Rulli e a quelli dello spettatore prende dunque forma un di­scorso, forse non premeditato, ma, una volta venuto alla luce, fortemente voluto: un discorso che ha radici antiche, quelle dell’utopia degli anni Sessanta, del calore umano, dello stare insieme, dell’abbattimento “basagliano” dei confini fra normalità e follia. Rulli, che proprio su questo soggetto ebbe a esprimersi quasi trenta anni fa, realizzando insieme a Marco Bellocchio e Sandro Petraglia Matti da slegare (1975), in realtà non lo ha mai abbandonato e se ne ritrovano tracce nel corso della sua filmografia (alcune lampanti come in La meglio gioventù di Marco tullio Giordana e Le chiavi di casa di Gianni Amelio). Ma qui, in Un silenzio particolare, egli va oltre perché cerca di trovare il punto di equilibrio fra il suo affetto di padre e la pietas nei confronti dell’altro, fra le ragioni del singolo e l’afflato collettivo, fra il caso clinico e l’universalità della condizione umana. È per questo che il film ci commuove, fino alle lacrime. Perché tutti ci rivediamo in quei gesti difficili, in quelle parole che non escono, in quell’essere istintivamente, ingenuamente, vicini. Perché tutti, un po’ come nella bellissima scena di Matteo perplesso di fronte a uno specchio dove la sua immagine si mescola all’universo estraneo delle parole, siamo sorpresi di fronte ai sentimenti che escono, senza volerlo, nelle situazioni più imprevedibili: di fronte a un ramo che non si spezza; nel bel mezzo di una festa a base di poesie; in occasione di una cerimonia di rimembranza; quando Clara, la madre, canticchia al figlio ormai adulto il motivo che lo accompagnava bambino.
È qui che Rulli affronta in carne viva il problema della distanza: distanza del soggetto dalla macchina da presa, distanza di un padre dal proprio figlio. E lo risolve con un’abilità il cui valore sta tutto nella sincerità dell’approccio, nella verità emotiva e umana che il film ci consegna: la spontaneità primaria dei corpi inquadrati nella festa di compleanno, la sensazione di asfissia che riesce a trasmettere Matteo in preda ai rumori del vento, il suo bisogno di un silenzio che plachi i rumori della mente. È in questi momenti che il valore della parola si manifesta ed essa celebra la sua vittoria, come legame, come passaggio. Come ben si può vedere nella scena finale quando Matteo replicherà a una neonata la sua canzone di bambino. Di lì a poco Rulli ricorderà sui titoli di coda dei momenti della vita del figlio. Come quel giorno che raccolse da terra un pomodoro e il genitore gli disse «Lascia stare quella schifezza»; e lui rispose «Povera schifezza». La parola, il gesto. Per un breve istante Matteo rivela la sua anima.
Luciano Barisone, da “duellanti.com”

“Problemi mentali” è una categoria sotto la quale per decenni si è archiviato lo sguardo su una diversità sociale e psichica degli esseri umani che ha fino a non molto tempo fa ha alimentato la pratica istituzionale della segregazione e della rimozione manicomiale: tra coloro che sicuramente non possono essere accusati di aver accettato l’uso sociale di questa pratica c’è Stefano Rulli, oggi tra i maggiori scrittori di cinema in Italia, che, proprio contro tale uso, in passato realizzò, con Marco Bellocchio e Sandro Petraglia, un documentario che è diventato un classico del pensiero dell’antipsichiatria (Matti da slegare). Se quindi proprio lui, nel presentare il film che ha realizzato, parla di “problemi mentali”, riferendosi al proprio figlio che di tale film è protagonista, sarà il caso di ascoltarlo con attenzione.

Il film che ha realizzato, tale attenzione, la conquista senza sforzo, proprio come la vita del suo personaggio principale, Matteo: è un film documentario ma racconta una storia drammatica e struggente. Stefano e Clara (Sereni) hanno avuto un figlio dalle apparenze apollinee (come mostrano i filmini domestici) che ben presto si è rivelato il più “bel figlio che hanno”, un figlio bisognoso di giacimenti immensi, sterminati, di attenzione. Il suo fragile equilibrio si dissolve di fronte ad ogni piccola tensione, lo sguardo si perde e si annulla in lunghi momenti di apparente e soave incantamento, l’aggressività irrompe improvvisa, ingiusta, sconvolgente, perché si libera dalla sua dolce innocenza: è un’aggressività che nel film ha come oggetto soprattutto il padre, ma apprendiamo dalla voce di Stefano, che ci parla fuori campo, che dopo i primi anni si è rivolta soprattutto alla madre. Lacerando per sempre, fino ad ora, il loro rapporto.

Stefano, Clara e il figlio hanno rivisto assieme il film e i weekend in una casa di accoglienza e assistenza mentale tra i colli dell’Umbria insieme ad altri come lui che il film scandiscono, hanno rivisto i momenti, duri, di ansia e incomprensione ma anche quelli di piccole estasi (Matteo che canta insieme alla madre una canzone che la madre ha composto per lui al momento della sua nascita). Gli spettatori ne vedranno, forse con ancora maggior suggestione, alcune inquadrature di ottimo e suggestivo cinema: come quella in cui Matteo cerca di cancellare se stesso da uno specchio mentre si dedica alla corvee di ripulirlo di alcune scritte. Ma ciò che resta in tutti, dopo averlo attraversato, è quel senso di rammarico e mistero che si libera dalle persone che abitano all’immediata periferia della riconosciuta normalità, quella sensazione di fanciullezza eccessiva, di toccante disperazione, di incubo costante, di avidità d’affetto e protezione, che lascia, nella vita degli altri, tracce e rughe profonde come crepe.
Mario Sesti, da “filmfilm.it”

I documentari danno sempre un’impressione di profondo distacco dell’autore da quello che vuole raccontare, come se, una volta giunto sul posto, si ponesse solamente il problema di far uscir fuori la sua tesi e di porre domande a qualcuno. Documentari sulla distruzione della foresta amazzonica girati da un indios che l’ha vissuta non ce ne sono. Come non ci sono documentari sull’11 settembre fatti dai pompieri, dai sopravvissuti, da chi, distrattamente per strada ha visto il crollo delle due torri. Questo perché il più delle volte i documentari sono realizzati da giornalisti che, volendo giungere a una tesi, tolgono storie e aggiungono fatti, numeri e date. Togliendo storie tolgono anche emozione e tolgono anche le persone.
In “Un silenzio particolare” questo non succede. Il regista è Stefano Rulli, più famoso come sceneggiatore che come regista, che racconta dall’interno la vita di una famiglia con un figlio schizofrenico. La sua vita. Tra fiction e documentario il film ci illustra con occhio attento e partecipe le vittorie e le sconfitte, i piaceri e le delusioni di questa famiglia particolare, che ha coraggiosamente deciso di condividere la sua esperienza con gli spettatori.
L’occhio attento dell’operatore riesce a cogliere ogni minima espressione del protagonista Matteo, con una particolare predisposizione al far fuoriuscire da ogni suo piccolo gesto un significato profondo o anche solo una piccola emozione. Ed è proprio la scelta di mostrare i silenzi che riempiono la vita di Matteo quello che fa grande questo film. Perché questi silenzi, hanno il potere di venirci restituiti caricati di un significato che non sappiamo ma che, dentro di noi lavora e crea, a suo modo, delle emozioni, piccole o grandi che siano.
E proprio questo silenzio che non è solo silenzio ma, appunto, un silenzio particolare. Non è un’assenza di suono ma è solo un diverso modo di esprimersi. Un silenzio carico di parole non dette, di parole sempre più preziose ma sempre meno importanti perché non è attraverso le parole che si ama una persona ma attraverso i suoi occhi. Come gli occhi di Matteo, nello stesso istante penetranti e innocenti.
Vincitore nel 2005 del David di Donatello come Miglior Documentario in Lungometraggio, “Un silenzio particolare” è un film denso e prezioso, che riesce a regalarci uno spaccato di una famiglia particolare e, cosa non semplice da trovare in un film, una buona dose di emozioni reali e pulsanti.
Matteo Contin, da “pellicolascaduta.it”

Tullio Di Francesco, da “16noni.it”
Indistinta landa mentale percorsa dal malato psichico, dalla quale difficilmente egli si
allontanerà per cercare aiuto e alla quale quasi mai il cosiddetto
“sano di mente” giungerà per portare soccorso. Matteo è uno di “loro”,
ventiquattro anni e uno sguardo tondo sul mondo; Stefano è colui che si
è messo in testa di riuscire ad arrivare a Matteo, di farlo in qualche
modo rispecchiare nel suo stesso sguardo tondo, per vedere di provocare
una reazione e frantumare un’incolmabile distanza. Combinazione vuole
che Stefano sia Stefano Rulli, regista e apprezzato – per lo più con
Sandro Petraglia – sceneggiatore italiano (Matti da slegare, Mery per
sempre, Il muro di gomma, Pasolini un delitto italiano, I piccoli
maestri, Il portaborse, Il ladro di bambini, La meglio gioventù, La
tregua, Le chiavi di casa), e che nei suoi film la “diversità” è un
sintomo mai marginale di questo mondo: Matteo, invece, è suo figlio.
Così, quello che doveva nascere come video promozionale della “Città
del sole” – esperienza messa in piedi da Rulli con la moglie scrittrice
Clara Sereni: trasformare una tenuta agricola in un rifugio per giovani
con problemi psichici e i loro famigliari – diventa, per un’inaspettata
e curiosa volontà dello stesso Matteo, un racconto in prima e,
indirettamente, anche terza persona sull’inconsistente differenza tra
sanità e malattia.
Girato in digitale con quella che solo sbagliando si potrebbe scambiare per adesione agli stilemi del cinema-verità e seguito con molto interesse all’ultima Mostra del Cinema di Venezia
(anche dallo stesso Matteo che si è potuto rivedere sullo schermo), Un
silenzio particolare è uno dei film italiani più importanti degli
ultimi tempi. Non è una questione meramente retorica, ma qui siamo di
fronte ad un obiettivo che – salvo alcune eccezioni di cui diremo dopo
– si disintegra in quanto filtro tra finzione e realtà; in cui gli
“interpreti” hanno sempre una loro innata “innocenza” anche quando sono
di fronte al ricordo filmato di una loro amica scomparsa durante le
riprese; in cui si comprende che il confronto tra i cosiddetti “sani” e
i cosiddetti “matti” deve sempre essere alla pari, altrimenti si
finisce per mancare loro di rispetto e se ne perde la fiducia; e in cui
il divario tra questi due mondi perde inesorabilmente senso perché,
come dice mamma Clara, i sogni sono involucri impacchettati ad uso e
consumo della società consumistica ed è bene che rimangano confinati ad
essa, mentre l’utopia è un desiderio realizzabile per qualcosa di cui
si sente il bisogno, ed è giusto andare avanti per realizzare queste
utopie, le quali spesso non necessitano né di retorica né di eroi senza
macchia e senza paura per realizzarsi.
Allo stesso tempo il film di Rulli è molto lontano dall’essere un mero filmetto famigliare. Meno
spontaneo di quanto possa sembrare a prima vista, il film a volte mette
in scena una regia consapevole e “costruita”: l’attenzione alle riprese
attraverso gli specchi (presenti più di una volta) devono sicuramente
avere un loro preciso significato, così come i momenti in cui l’
obiettivo si fa più riflessivo e staglia Matteo nella sua solitudine,
lontano dalla partecipazione con gli altri (magari dentro e fuori un
cancello che diventa quasi metaforico), e il finale che gioca su un’
impennata della suspense con le parole del padre che si ricollegano al
titolo. Ma, a molti anni di distanza da Matti da slegare, Un silenzio
particolare ha perso quella sovrastruttura ideologica che tendeva ad
identificare i buoni e i cattivi, e si fa semplicemente resoconto
dolente di un padre e di una madre nei confronti di un figlio che, se
astraiamo per un momento il contesto in cui ci troviamo, potrebbe
essere universalmente un figlio come tutti gli altri.

Maurizio Porro
Il Corriere della Sera
Stefano Rulli è uno dei grandi sceneggiatori italiani, ha lavorato con Bellocchio (Matti da slegare), ha scritto La Piovra e moltissime fiction di successo. In questo suo documento
privato il soggetto è la sua vita e il difficile rapporto, che ha
segnato la vita anche della moglie, col disagio psichico del figlio: si
racconta la fatica di affrontare e credere all’utopia. Il cinema aiuta,
dato che nel particolare home video Matteo decide infine di apparire e
sorridere: all’agriturismo della fondazione Città del Sole, in ricordo
di un’amica. Un film colmo di pietà e di tenerezza, senza moralismi né
retorica, un incontro di famiglia che lascia il segno di un cinema
emozionante che restituisce con un significato aggiunto silenzi,
sguardi e sorrisi.
Da Il Corriere della Sera, 12 febbraio 2005

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