The last station

Mirren & Plummer che grandi attori
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Anche se il film si riferisce a fatti veri nella vita di Tolstoj, in The Last Station prende il sopravvento la preziosa prova, da ammirarea bocca aperta, di due splendidi attori: Helen Mirren nel ruolo di Sofia, la donna che Tolstoj aveva sposato nel 1862 quando lui aveva 34 anni e dalla quale ebbe tredici figli, e Christopher Plummer nelle vesti del romanziere. In altre parole le due interpretazioni, di sopraffino virtuosismo, rubano la scena ai personaggi. Di date non si parla. Anche perché il film sintetizza una vicenda, un processo che ha occupato la biografia umana e artistica di Tolstoj per un lungo periodo. Il crescere in lui di convinzioni antitetiche alla sua posizione sociale di origine (aristocratico, possidente)e alla ricchezza derivante dalla sua fama: nell’ intenzione di rinunciare ai privilegi di classe e di spogliarsi dei propri beni, ma anche nel predicare il pacifismo, nel praticare la dieta vegetariana, nell’ affermare un ideale di amore e fraternità anticonformista per l’ epoca e il contesto storico, e guardato con sospetto dalle autorità statali e religiose come pericolosa propaganda anarchica. Tuttavia il fuoco del film si concentra sugli ultimi giorni di vita dello scrittore. Che effettivamente, come vediamo, morì ottantaduenne il 7 novembre 1910 nella piccola stazione ferroviaria di uno sperduto villaggio della Russia meridionale. Trasformato in improvvisato ricovero per l’ illustre ospite – tanto illustre che accorsero giornalisti da ogni parte del mondo – che aveva finalmente deciso di abbandonare la moglie e fuggire dalla famosa casa di Jasnaia Poliana. Cedendo però, per via delle precarie condizioni di salute, nel corso del viaggio intrapreso su un treno di terza classe per potersi nascondere nell’ anonimato. Il conflitto era divenuto insanabile. Intorno a Tolstoj si era formata una comunità – cui forse il film un po’ troppo attribuisce i contorni di comune hippie antelitteram – di adepti della sue religione umanista. A un capo del conflitto c’ è la figura di Vladimir Chertkov, che da sacerdote di questo culto e allievo numero uno del maestro forza la mano del vecchio guru a firmare un nuovo testamento secondo il quale i cospicui diritti d’ autore vengono sottratti alla famiglia e conferiti al popolo russo. All’ altro capo c’ è la moglie Sofia che considera questo gesto un tradimento, denuncia Chertkov come un fanatico manipolatore, spinge la propria gelosia oltre ogni limite sopportabile. In mezzo altre due figure ma di fantasia. Un giovanissimo segretario di Tolstoj, ingenuo e infatuato, travolto da questa disputa; e una giovanissima adepta che ragiona con la propria testa e gli fa scoprire la differenza fra Tolstoj e i presunti tolstoioani. Per quanto il film tenti di entrare nelle pieghe di una storia complessa, è evidente il suo concentrarsi su marito e moglie, su una relazione nutrita di grande passionalità. E anche il suo propendere per le ragioni di Sofia, per la sua ostilità contro la deriva settaria dell’ anima tolstoiana e della sua lezione spirituale.
Da La Repubblica, 29 maggio 2010

Mirren contro Tolstoj
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Leone Tolstoj, il grande scrittore di Guerra e pace, fuggì di casa a 82 anni, per evitare una crisi coniugale, nella notte del 27-28 ottobre 1910; malato, si fermò alla stazione ferroviaria di Astàpovo, ospitato dal capostazione; lì morì al mattino del 7 novembre. Da 48 anni era sposato con Sofia, il loro matrimonio era sempre stato tempestoso (lui aveva raccontato in Sonata a Kreutzer l’odio-amore di quel rapporto). L’ultima volta però la frattura era particolarmente grave: Tolstoj intendeva lasciare in testamento tutti i propri beni (terreni, case, la villa di Jasnaja Poljana dove era nato, cresciuto, invecchiato) e i propri diritti d’autore «al popolo», ossia ai seguaci della sua filosofia, i tolstoiani; la moglie esigeva che quel patrimonio restasse alla famiglia.
Sono adesso nelle librerie italiane almeno tre opere che raccontano la fine di Tolstoj, episodio affannoso e struggente nella vita del narratore. Una è La fuga di Tolstoi di Alberto Cavallari ripubblicata da Skira, breve libro molto bello concentrato sul tema della fuga: la fuga dalla morte, la fuga come rivolta o come ricerca di libertà. Un’altra è Tolstoj è morto di Vladimir Pozner, edita da Adelphi, che ricostruisce i fatti sulla base d’un numero sterminato di documenti inediti e dei sei giorni d’agonia d’una morte in diretta con la polizia, la Chiesa ortodossa, giornalisti, fotografi, cineoperatori, familiari dello scrittore (anche la moglie, il cui arrivo venne taciuto al malato che non le fu consentito di vedere). Un’altra ancora è il romanzo di Jay Parini da cui è stato tratto The Last Station.
Il film è centrato sul personaggio di Sofia Tolstoj, oltre che sull’episodio della fuga e morte di suo marito, così enigmatici che ancora nessuno è riuscito a comprenderne le motivazioni complesse (oppure troppo semplici). La moglie lotta ferocemente per quello che ritiene le appartenga, contro la comunità tolstoiana libertaria, povera, vegetariana, utopista e anarco-cristiana, contro le volontà del suo marito. È una nuova magnifica interpretazione di Helen Mirren, persino più straordinaria della lodata e premiata personificazione della regina Elisabetta II; anche Christopher Plummer è molto bravo nella parte di Tolstoj, mentre le scenografie perfette sono di Patrizia von Brandenstein. I pregi risultano questi e non includono il film di andamento e qualità davvero televisivi.
Da La Stampa, 28 maggio 2010

I drammi d’amore dell’anziano Tolstoj
di Cinzia Romani Il Giornale

Nel 1910 l’82enne Tolstoj (Christopher Plummer) abbandona moglie (Helen Mirren) e figli, mettendosi in viaggio su un vagone ferroviario di seconda classe: cerca la rivoluzione personale. Ma dopo mezzo secolo di matrimonio, sarà difficile che la frivola contessa Sofja, sposa devota e ignara dei moti sociali russi, possa seguire l’evoluzione del grande scrittore, smanioso di liberarsi anche del suo titolo nobiliare. L’intenso biopic in costume descrive bene gli ultimi anni di Tolstoj, rimanendo in equilibrio tra la difficoltà di vivere l’amore coniugale e l’impossibilità di vivere senza di esso.
Da Il Giornale, 28 maggio 2010

Anna Maria Pasetti
Il Fatto Quotidiano

Leo & Sophia, un amore da nozze d’oro tra dolcezze e bisbocce. Peccato che lui si chiami Tolstoij (splendido Plummer) e che — convertito al cristianesimo anarchico – abbia deciso di donare la sacra opera (con titolo nobiliare) alla madre Russia. La devota contessa Sophia (regale Mirren) è tenuta all’oscuro, perché i rapaci adepti (Giamatti su tutti) sanno bene che si opporrebbe, svelando la cresta che questi vogliono farsi a spese del sommo vate. Così accade, infatti. Ma troppo tardi. Melò appoggiato su interpreti supremi, offre l’inedito ritratto privato del maximo poeta russo ispirato all’omonimo romanzo Jay Parini. L’americano adottato British Michael Hoffman dirige con tocco leggero facendo emergere quel grottesco che di drammi e tragedie è la spina dorsale più vera.
Da Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2010

Paola Casella
Europa

Ambientato nel 1910, The last station ci presenta Lev Tolstoj (Plummer) nell’ultima fase della sua vita quando, a causa di una conversione religiosa al cristianesimo anarchico di deriva idealistica, si trova a vivere in una sorta di comune e medita di cedere i diritti di tutte le sue opere a un guru fanatico (untuosamente interpretato da Paul Giamatti) che dovrebbe così liberarlo del peccato mortale di essere nato aristocratico e diventato ancor più ricco grazie alle sue opere. La moglie Sofya (Mirren, candidata all’Oscar per questo ruolo), che gli è stata accanto per cinquant’anni attraverso gli alti e bassi della vita e della carriera, vede come il fumo negli occhi sia il guru che la sua cricca di idealisti che circonda il marito e che gli sta facendo il lavaggio del cervello. Il legame che unisce Lev e Sofya, pur nelle divergenze, rimane fortissimo ed esclusivo. Grande prova d’attore dei due protagonisti, grande storia d’amore e un ennesimo esempio di come, almeno al cinema, i sentimenti forti non abbiano età.
Da Europa , 5 giugno 2010

Lev e Sofya, attrazione fatale
di Paola Casella Europa

Per raccontare una grande storia d’amore e due personaggi famosi realmente esistiti ci vogliono attori di prim’ordine: e in The last station, basato sul romanzo omonimo di Jay Parini, ci sono per l’appunto due giganti del teatro shakespeariano, Christopher Plummer ed Helen Mirren (premio Oscar per The queen), rispettivamente nei panni di Lev Tolstoj e della moglie Sofya. E poiché il film, diretto da Michael Hoffman (già regista di Sogno di una notte di mezza estate) ama le messinscene da palcoscenico, la storia degli ultimi giorni del grande scrittore russo mantiene un impianto fortemente teatrale che nelle prime scene è davvero straniante, perché non siamo abituati a vedere il teatro al cinema e ad entrare gradualmente in una realtà raccontata in modo quasi metaforico (nella versione originale l’effetto straniante è ancora più forte perché tutti gli attori che interpretano contadini e artisti russi hanno uno spiccato accento inglese da Royal Shakespeare Company). Ma le performance di Plummer e della Mirren sono talmente credibili e trascinanti che dopo la prima mezz’ora ci ritroviamo a seguire la loro vicenda con partecipazione sempre maggiore e un sempre maggiore abbandono della distanza critica.
Ambientato nel 1910, The last station ci presenta Tolstoj nell’ultima fase della sua vita quando, a causa di una conversione religiosa al cristianesimo anarchico di deriva fortemente idealistica, si trova a vivere in una sorta di comune e medita di cedere i diritti di tutte le sue opere (dopo essersi già privato delle sue proprietà e del suo titolo nobiliare) a una sorta di guru fanatico e monomaniacale (untuosamente interpretato da Paul Giamatti) che dovrebbe così liberarlo del peccato mortale di essere nato aristocratico e diventato ancor più ricco grazie alle sue opere. La moglie Sofya, che gli è stata accanto per cinquant’anni attraverso gli alti e bassi della vita e della carriera, vede come il fumo negli occhi sia il guru che la sua cricca di idealisti (secondo lei parassiti) che circonda il marito e che gli sta facendo il lavaggio del cervello. Non sapremo mai se ciò che muove Sofya sia gelosia o avidità, sincera preoccupazione per la sorte del marito e dei figli (una figlia la detesta e si è votata alla stessa ideologia del padre) o egocentrismo spinto. Quello che sappiamo per certo, perché lo vediamo con i nostri occhi, è che il legame che unisce Lev e Sofya, pur nelle divergenze, rimane fortissimo ed esclusivo, e ha sempre giocato un ruolo importante nel successo del celebre scrittore: da un lato lei è la sua musa ispiratrice, la compagna di mille stesure faticose, dall’altro si mette di mezzo fra l’uomo e i suoi ideali cercando di inchiodarlo al ruolo di marito e padre più che a quello di maître à penser.
Helen Mirren, vincitrice del Marc’Aurelio come miglior attrice all’ultimo Festival di Roma e candidata all’Oscar proprio per questa interpretazione, è straordinaria nel descrivere, con totale assenza di giudizio, una figura femminile forte e totalizzante, a metà fra la mantide religiosa e la bambina affamata di affetto, così come Christopher Plummer è eccezionale nei panni di un artista che è prima di tutto un uomo, e si trova a dover decidere se sia più forte il suo vincolo con la compagna di tutta una vita, verso la quale tra l’altro nutre ancora un’attrazione assai sanguigna, o quello con un’ideologia comunitaria che non gli permette di anteporre gli affetti all’interesse comune. Bellissima la scena nella quale il letto coniugale di Lev e Sofya diventa testimone della passione e del grande divertimento fra due anziani coniugi che, al momento giusto e a porte chiuse, sanno ritornare quindicenni e amarsi con un desiderio non scalfito dal tempo. Gli altri personaggi che ruotano attorno alla coppia, pur essendo ben scritti e ben interpretati da attori del calibro di Giamatti e di James McAvoy, che ha il ruolo di un giovane idealista colto nel mezzo della battaglia fra Lev e Sofya, non allacciano neanche le scarpe a Christopher ed Helen e The last station, più che un trattato sul conflitto fra pubblico e privato, fra legami e ideologie, fra letteratura e vita, resta soprattutto il resoconto di una grande storia d’amore e un ennesimo esempio contemporaneo di come, almeno al cinema, i sentimenti forti non abbiano età, e gli over 60 (nel caso di Plummer, over 80) abbiano ancora parecchio da dire, dentro e fuori la camera da letto.
Da Europa, 28 maggio 2010

Il lungo addio del vecchio Tolstoj
di Claudio Carabba Sette

La vana corsa del vecchio Tolstoj verso il compi mento del suo destino una fuga pazza e disperata senza via di scampo. Il tema è bello e misterioso, infatti tanti libri (saggi o romanzati) sono stati scritti cercando di capire gli affanni del massimo scrittore russo, stretto fra la quasi fanatica adorazione dei suoi ammiratori e il lungo e contrastato amore che lo univa a una moglie, forse sin troppo devota. Hoffman è così partito da uno dei romanzi “post-tolstojani” (L’ultima stazione di Jay Parrini, Bompiani) e l’ha sceneggiato con cura ma senza tensione. Gli attori sono tutti bravi, poche le sequenze proprio brutte (la notte d’amore senile fra i due protagonisti) ma mancano l’angoscia e la tensione, Aldilà dei di lemmi storici legati agli ultimi giorni (1910), per capire l’umana ansia da agonia annunciata conviene rileggere La morte di Ivan II’ic, scritto vent’anni prima: e si capisce perché lo sfinito Lev, cercò, senza riuscirci, di rimanere solo nell’istante del lungo addio.
Da Sette, 10 giugno 2010

La storia – Gli ultimi mesi di vita del celeberrimo scrittore russo Lev Tolstoj, un ritratto inedito e familiare in cui emerge la forte figura della moglie Sofia.
Raccontare figure storiche, senza scadere nel gossip e nelle leggende metropolitane che ruotano attorno ad esse, è un’impresa di pochi. Hoffmann appartiene egregiamente a questo ridotto bouquet. Il ritratto inedito che offre di Lev Tolstoj è accattivante, divertente e originale, qualità che difficilmente si confanno alla categoria film in costume a cui la pellicola appartiene. Staordinaria Helen Mirren – oramai incatenata a ruoli aristocratici – che si muove in modo naturale nel corpo di Sofia Tolstoj, musa ispiratrice e compagna di vita dell’indimenticabile scrittore russo. Una donna innamorata, forte, temeraria, a tratti anche stronza, che cerca di portare con i piedi per terra il marito, oramai succube del suo stesso movimento letterario.
Se nel film Tolstoj è visto come Cristo, la sua ultima stazione in quella via crucis degli ultimi mesi di vita si declina in un’opera brillante, a tratti comica, in grado di presentare senza troppe pretese un personaggio altrimenti complicato.
Fabrizia Malgieri, da “duellanti.com”

Se una notte d’inverno uno scrittore
In ‘The Last Station’ Michael Hoffman delinea un ritratto sorprendente e intimo di una delle figure più importanti della letteratura mondiale: Lev Tolstoj. Tra la fama dello scrittore pubblico e le sfumature indistinte della personalità dell’uomo appassionato.
Melodramma storico, biopic in costume: The Last Station è un film che s’inserisce fin dall’appartenenza a un genere indistinto in una dimensione d’intonata ambiguità. Quello che invece non è lasciato nell’imprecisione è il risultato: il film di Michael Hoffman centra bene il suo interessante plot, gode di un cast d’eccellenza, il ritmo, adeguato all’ambientazione storica, è coinvolgente, la regia garbata e la sua deflagrante carica commovente e divertente convince la testa e il cuore.

1910, il giovane e promettente Valentin Bulgakov viene assunto come segretario personale dello scrittore Lev Nikolaevi? Tolstoj per prendere momentaneamente il posto del suo discepolo Vladimir Chertkov. Valentin entra aggraziato in casa sua e nella sede del movimento tolstojano che lo scrittore ha fondato. Questi due microcosmi gli permetteranno di conoscere meglio il significato della dottrina tolstojana, che sembra ferocemente avversata proprio da Sofya, moglie dello scrittore, e il senso dell’amore. Il suo viaggio al fianco del genio della letteratura russa l’ultimo anno della sua vita non si fermerà nella notte in cui lo scrittore vedrà la sua ultima stazione.
Christopher Plummer in una scena di The Last Station (foto di Stephan Rabold) Tra la fama dello scrittore pubblico, accresciuta dal movimento tolstojano più simile a una congrega che a un’ideologia comune, e le sfumature indistinte della personalità dell’uomo nel privato, Hoffman delinea un ritratto sorprendente e intimo di una delle figure più importanti della letteratura mondiale: Lev Tolstoj. Il regista, sostenuto dal co-sceneggiatore Jay Parini, autore del bestseller omonimo che ha ispirato il film, scandaglia le risonanze più profonde della psicologia del grande scrittore russo, partendo da un’angolazione meno nota, eccetto ai suoi maggiori lettori, della sua esistenza: l’amore. La love story tra il genio che precorse i tempi, profetizzando la resistenza passiva e scalzando i preconcetti sessuali, e sua moglie, la vanitosa contessa Sofia, con la quale fu sposato quasi cinquant’anni, è il centro d’irradiazione di satelliti tematici che, attraverso la coralità dei personaggi, vengono dipanati magistralmente senza essere solo abbozzati. Tolstoj fu un genio e in quanto tale pochi compresero veramente il significato delle sue parole, e di parole lui ne disse tante. I suoi insegnamenti, come le idee davvero sovversive e reazionarie, furono spesso fraintesi, interpretati alla stregua di regole, ingabbiate in strutture rigide che non appartenevano al suo pensiero. Il suo ristretto entourage travisò concetti come l’uguaglianza e la libertà svuotandoli del suo senso più profondo: il suo primo segretario Vladimir Chertkov ne divenne ossessionato al punto da assoggettarli a vani universalismi utopici. La moglie, in grado di comprendere le sue parole fin dal primo incontro, rivelato con un delizioso aneddoto durante la narrazione, vide oltre la povertà che Tolstoj, vestito “come un guardiano di pecore”, professava appassionatamente.
Helen Mirren e Kerry Condon nel film The Last Station La coralità è un elemento che spesso nei film rischia di disperdere gli sforzi narrativi, anche quando ben strutturata, ma in The Last Station rappresenta un punto di forza e il film, pur privilegiando quest’ottica, riesce a esprimere pienamente l’amarezza che accompagnò l’ultimo anno della vita dello scrittore, e che lo portò a lasciare Sofia una notte di nascosto, e a calibrarla con un umorismo intelligente e sottile (vedi l’allusiva definizione dei “normalissimi russi”), decisamente pervasivo, che affiora dalle brillanti punch line. Questa commistione timbrica che caratterizza l’impianto drammaturgico e comico dotandolo e arricchendolo di grande emozionalità, dosata con un climax ben modulato nello scioglimento finale, è resa magistralmente sullo schermo anche dall’interpretazione degli attori, che portano in secondo piano scenografia e costumi comunque di ottimo livello: l’intenso Christopher Plummer è l’emblematico scrittore Tolstoj, il premio Oscar Helen Mirren (The Queen) conferma la sua bravura “regale” nel difficile ruolo di Sofia, una donna isterica, vezzosa e chiassosa, James McAvoy è un convincente giovanotto tonto e sentimentale, il caratterista Paul Giamatti è finalmente un irriducibile “cattivo”.
Unica nota stonata di una produzione tanto raffinata la ridondanza del tema principale della colonna sonora, insistito fino all’esasperazione nei momenti clou del film.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Non essendo argomento obbligatorio da affrontare nei programmi scolastici dei nostri licei, i molti di noi che non hanno mai letto uno dei grandi scrittori russi del diciannovesimo secolo sono abituati a pensare alle loro opere come a qualcosa di “pesante”. Ci si basa dalla voluminosità delle pagine dei loro libri, dall’idea che una cultura così fredda e per certi versi “lontana” non possa che aver prodotto testi di altrettanta complessità o lungaggine. E’ facile così che, una volta aver preso con sé stessi del fatto che mai si leggerà qualcosa di questa grande e fondamentale letteratura per la nostra civiltà, difficilmente si ritornerà sui propri passi.
Facciamo questa premessa per una sola ragione: se anche non avete letto mai un libro di Tolstoj e pensate che un film a lui dedicato possa essere “difficile”, vi sbagliate. “The Last Station” parla sì degli ultimi giorni di vita di Tolstoj, ma è una pellicola incentrata sull’amore, sulla sua resistenza, sulla forza che lega due persone per tutta la vita sovrastando qualsiasi filosofia, qualsiasi litigio. Lo può vedere chiunque provando le stesse, intense, emozioni di chiunque altro. Tolstoj è il tramite, non lo scopo.
Tratto dall’omonimo libro dell’americano Jay Parini, “The Last Station” ripercorre la storia del difficile rapporto tra Tolstoj e sua moglie quando lo scrittore cominciò a pensare seriamente, con tanto di nuovo testamento, di lasciare i diritti dei propri scritti all’umanità. Una scelta che rendeva inquieta la consorte. Siamo agli sgoccioli dell’era dell’aristocrazia russa, quelle entrate sarebbero fondamentali per gli otto figli della coppia. Al di là dell’oggetto della contesa (l’eredità), il conflitto è fondato sulle due diverse visioni del mondo assunte dai due: Lev Tolstoj sta sposando sempre più l’idea di una società in cui non esiste la proprietà privata mentre la moglie continua ad essere ancorata alle tradizionali dinamiche di classe dell’epoca. Nonostante questo i due si amano intensamente: hanno condiviso una vita, non c’è litigio che possa interrompere il dialogo tra le loro anime. Parallelamente al loro continuo allontanarsi e riprendersi, nel film assistiamo alla storia dell’assistente Bulgakov innamorato di una ragazza della casa. Non c’è insegnamento o fede che tenga davanti alla passione: è questo il motore dell’universo e di qualsiasi altra idea che possa ambire ad unire e rendere felici gli individui. Tolstoj per primo ne è consapevole: è il primo a non rispettare mai fino in fondo quanto predica.
Probabilmente “The Last Station” non sarebbe il bel film che è se non fosse stato per i suoi interpreti. Non c’è aggettivo giusto per descrivere Helen Mirren, con un superlativo rischieremmo di banalizzarne i meriti, basti dire che senza di lei non ci sarebbe stato film. Meno appariscenti nell’intensità, ma quasi altrettanto eccezionali sono Cristopher Plummer, James McAvoy e Paul Giamatti. La bravura del regista Michael Hoffman è tanto nella direzione e nella scelta del suo cast, quanto nel rendere fluido e sempre credibile un racconto composto da tanti piccoli elementi, privo di veri e propri snodi narrativi (e per questo forse taluni potrebbero trovarlo lento), ma allo stesso tempo ricco di sfumature, di punti sospesi, di equilibri in continuo divenire e per questo avvincenti. Farlo con gusto, senza drammatizzare eccessivamente, ma neanche banalizzare, non è poco.
da “whoframedrogerrabbit.splinder.com”

Gli ultimi mesi di vita di Tolstoj (Christopher Plummer) raccontati attraverso le figure a lui più vicine, dalla moglie Sofia (Helen Mirren), all’amico fidato Vladimir (Paul Giamatti), fino allo stesso segretario Valentin (James McAvoy). Il regista Michael Hoffman ci racconta il suo The Last Station, l’adattamento del romanzo L’ultima stazione di Jay Parini presentato in concorso al Festival del Cinema di Roma.

Cosa spinge un regista americano a fare un film su un mondo così lontano come quello di Tolstoj?
Quel mondo lì in realtà non mi è così lontano. Ho studiato molto letteratura russa, ne sono un grande appassionato. Di Tolstoj mi ha sempre colpito il fatto che all’epoca fosse visto come una sorta di proto-socialista in grado di avere un’incredibile presa sulle masse contadine, a tal punto che erano in molti a pensare fosse addirittura più potente dello zar. La sua influenza crea timore ancora oggi. Era un protestante e non ortodosso, il che non è per nulla in linea con ciò che la Russia vuole essere oggi. Fin dall’inizio il film lì non è stato ben visto, abbiamo avuto molte difficoltà perché nessuno voleva farlo. Neanche volessimo voluto fare un’opera sovversiva.

A proposito dei finanziamenti russi, tra i produttori esecutivi c’è anche il regista Andrei Konchalovsky. Com’è stato lavorare con lui?
Konchalovski è entrato nella produzione piuttosto tardi, quando cercavamo un elemento russo per la coproduzione. Mi ha lasciato andare per la mia strada, del resto è un regista che non vuole interferenze e che quindi è abituato di riflesso a lasciare il campo libero anche agli altri. Io volevo in realtà più consigli da lui, ma si è limitato a dire che in alcune scene secondo lui l’emozione era tenuta troppo a lungo e così ho tentato di frenarla un po’.

Cosa l’ha colpita del romanzo da spingerla ad adattarlo per il grande schermo?
Lessi il romanzo moltissimi anni fa, ma era difficile vederlo come un film. Poi nel 2004, quando ero ormai sposato e attraversavo una fase di disperazione perché non avevo nuove idee, ripresi il libro in mano e mi appassionò ancora di più. Non l’avevo visto all’inizio come una storia d’amore, ma capii che invece parlava proprio di come è impossibile vivere senza amore e di come l’amore ci crea e ci distrugge. Mi interessava quello, mentre probabilmente quindici anni prima mi avrebbe interessato solo il taglio storico. Il romanzo è strutturato con diverse voci narranti, ma Tolstoj non prende mai parola. Tutti parlano di lui e vivono del suo riflesso. È estremamente interessante da questo punto di vista.

Proprio perché è un film corale e visto che lei ha curato anche la sceneggiatura del film, quale personaggio dei tanti è stato più affascinante affrontare?
Beh, sicuramente Sofia. È un personaggio davvero straordinario. Ha rappresentato per me la più grande sfida, perché dovevo cercare di tenere sotto controllo la sua follia. Abbiamo eliminato molte cose, perché la vera Sofia le pensava davvero tutte per ritornare visibile agli occhi del marito. Era una donna che per Tolstoj era tutto ma che improvvisamente è come se scomparisse e non contasse più niente. Sofia ha provato diverse volte a suicidarsi solo per attirare la sua attenzione, ma quello che dovevamo fare noi era invece cercare un punto di equilibrio tra il suo amore e la sua isteria, in modo che il pubblico non si allontanasse completamente da lei ma potesse anche capirla.

Come ha scelto il cast che avrebbe dato vita a questi personaggi?
Il film è stato un processo molto lungo e la stessa sceneggiatura ha richiesto tantissimo tempo. Inizialmente per i ruoli di Tolstoj e della moglie avevamo pensato a Meryl Streep e ad Anthony Hopkins, ma poi non ne abbiamo più parlato e il tempo è passato. Al momento di dover scegliere ho optato invece per Christopher Plummer e Helen Mirren. La Mirren è una persona molto intelligente e appassionata, ma soprattutto ha una grande dignità, perché non cerca mai di compiacere il suo pubblico. James McAvoy è invece una persona pura, straordinaria, veramente qualcuno di cui fidarsi ciecamente. Nel libro il suo personaggio è secondario, ma ho sentito che potesse essere lui l’attore giusto per guidare lo spettatore in questo viaggio. Plummer l’ho invece scelto perché volevo un ottantenne vero, non qualcuno più giovane con cui perdere tempo al make up e che cercasse di imitare un ottantenne. Giamatti invece è quello più costretto di tutti a fare un po’ il cattivo, ma il suo personaggio ha questa intelligenza calma e goffa che sono sorprendenti. Si comporta da fanatico, ma come gli altri ha solo bisogno d’amore. Il problema vero del film è che tutti vogliono l’amore della stessa persona.

La famiglia Tolstoj è stata molto importante nella realizzazione di questo film. Li ha conosciuti? Come sono?
Sono una famiglia enorme, sono tantissimi. Abbiamo fatto un grande incontro con loro in California, ma il fatto è che vivono in tantissime parti del pianeta. Per il prossimo agosto però abbiamo organizzato una riunione di famiglia in cui ci sarà anche una proiezione esclusiva del film per tutti loro.
Diego Scerrati, da “moviesushi.it”

Il film di Michael Hoffman The last station, si sviluppa all’interno di due storie d’amore; l’una forte, antica e profonda e l’altra agli inizi, piena di incertezze e paure. Mutevoli i registri narrativi e convincente la schiera degli attori che riescono a restituire le caratteristiche dei loro personaggi. In concorso a Roma 2009
Nel 1910 Lev Tolstoj vive a Jasnaja Poljana la tenuta ereditata dalla sua famiglia. Qui mette in pratica le sue utopie filantropiche e dopo avere rinunciato al proprio titolo nobiliare, intende rinunciare alla propria ricchezza in favore del popolo russo. Il movimento che prende le mosse dalle sue idee, lo incoraggia su questa strada, ma la moglie, la contessa Sofia, compagna dello scrittore da quasi cinquant’anni, osteggia quelle idee e soprattutto non ha in simpatia i personaggi di cui egli si circonda. Solo il suo giovane segretario Valentin Bulgakov sarà vicino ad entrambi fino alla fine, mentre la sua vita prende una piega decisiva.
Il film di Michael Hoffman The last station, tratto dal libro di Jay Parini. All’interno di una credibile ambientazione della Russia all’inizio del secolo, anche attraverso un buon lavoro sul colore e sulla scenografia, si dipana la doppia vicenda amorosa tra Tolstoj e la moglie Sofia da una parte e tra il puro Valentin e la smaliziata Masha, adepta al movimento tolstojano, dall’altra.
Se da una parte della bilancia pesa la presenza dello scrittore e quello della moglie che vuole salvare i beni di famiglia e le sorti del lavoro del marito e quindi c’è la storia di una coppia che fa i conti con il proprio passato e le profonde radici del loro amore, dall’altra, la storia d’amore tra i due giovani tostojani Valentin e Masha, fa da contraltare. Una relazione amorosa, quest’ultima, agli inizi, con tutte le incertezze e le paure e un futuro che entrambi vogliono vedere riflesso nello sguardo dell’altro. Su questo doppio binario e una galleria di personaggi equivoci che attorniano l’anziano scrittore per l’affermazione di principi tolstojani ai quali, neppure lo stesso Tolstoj sembra credere fino in fondo, scorre questa vicenda dal forte sapore sentimentale, seppure con le caratteristiche di un film biografico.
Vigila su questa complessa storia la purezza d’animo del segretario Bulgakov che, animato dai grandi ideali filantropici, avrà modo di vedere svelata, lentamente, la verità dell’intera vicenda. Valentin comprenderà l’inutilità del fanatismo in favore degli ideali utopici, che vedrà infrangersi quando saprà guardare alla forza che l’amore tra i due anziani coniugi sa esprimere, diventando tra loro un consapevole messaggero d’amore e quando, catturato dai sentimenti di Masha, non vorrà rinunciare al proprio futuro lasciandosi alle spalle i falsi ideali che coltivava.
Hoffman ha lavorato con misura sui vari registri che la storia offriva e così dopo un inizio da commedia, giocata sul filo dell’ironia, il film lentamente si incupisce sui toni del forte dramma familiare. L’autore si avvale di una solida schiera di attori dalla mutevole Helen Mirren, ad un Christopher Plummer sempre affidabile, James McAvoy che rende credibile l’ingenuità determinata del suo personaggio, completano il cast il sempre impeccabile Paul Giamatti e il malizioso sguardo di Kerry Condon.
da “sentieriselvaggi.it”

“‘The Last Station’ ci offre l‘opportunità di superare gli standard consueti del biopic, e di creare un film vivido, commovente sulle difficoltà di vivere l‘amore e l‘impossibilità di vivere senza di esso. Non è un film su Tolstoj. È un film sui conflitti dell‘amore… è una grande storia sulle relazioni umane, che presenta una magnifica contrapposizione tra un vecchio e un nuovo amore. L‘essenza del film sta nella grande battaglia tra idealismo e realtà dei fatti. Tutti noi, all‘inizio della vita, abbiamo un nostro ideale di come dovrebbe essere l‘amore. Ma col tempo ci rendiamo conto che quest‘idea contrasta drasticamente con quello che l‘amore è nella realtà. Un contrasto affascinante… In ‘The Last Station’ seguiamo il percorso di maturazione di Valentin, dalle sue convinzioni giovanili di ragazzo infatuato con l‘idea di un amore spirituale, etereo, fino all‘uomo che gradualmente si rende conto che tutto ciò in cui possiamo sperare è la confusione, il disordine dell‘amore nel mondo reale. Spero che il pubblico lo troverà un viaggio coinvolgente… (Tolstoj) Viene considerato come un santo vivente, un profeta dell‘amore perfetto. Eppure, allo stesso tempo, è ridotto a dover resistere all‘interno di un matrimonio terribilmente complicato. Nella sua vita privata è ossessionato dalle difficoltà dell‘amore, del modo in cui esso si manifesta nel mondo. In molti lo venerano come l‘ultima autorità sull‘amore, ma lui non riesce a trovare una soluzione per sé, in salotto o nella stanza da letto. Questo è un conflitto affascinante”.
Il regista e sceneggiatore Michael Hoffman

Soggetto: Tratto dall’omonimo romanzo di Jay Parini The Last Station (1990). Romanzo che si ispira alle pagine dei diari di Tolstoj e dei suoi parenti e amici più stretti per cercare di riprodurre gli eventi degli ultimi anni di vita dello scrittore.
The Last Station racconta – con l’ausilio e il coinvolgimento degli stessi discendenti di Tolstoj – il dramma degli ultimi anni nella vita di uno tra i più grandi scrittori della letteratura russa, Lev Tolstoj. Una storia vera che affronta tematiche eterne come la passione, l‘amore, la famiglia, l‘avidità, l‘intrigo, il conflitto e la rivoluzione.
Sinossi:
Dopo quasi cinquant‘anni di matrimonio, la contessa Sofja, devota moglie di Lev Tolstoj, amante appassionata, musa e segretaria — per sei volte ha copiato Guerra e Pace … a mano! — si accorge improvvisamente che tutto il suo mondo si è capovolto. In nome della religione da lui stesso creata di recente, il grande romanziere russo decide di rinunciare al suo titolo nobiliare, alle proprietà e persino alla famiglia, a favore della povertà, del vegetarianismo e addirittura della castità. Dopo che insieme hanno avuto ben tredici figli!
Quando poi Sofja scopre che può essere stato il fidato discepolo di Tolstoj, Chertkov, da lei disprezzato, a convincere il marito a firmare in segreto un nuovo testamento, nel quale si dispone che i diritti dei suoi illustri romanzi siano lasciati in eredità al popolo russo piuttosto che alla famiglia, ella è giustamente consumata dall‘oltraggio! È la goccia che fa traboccare il vaso! Ricorrendo a ogni astuzia, ogni artificio di seduzione del suo notevole arsenale, ella si batte con accanimento per difendere ciò che è convinta le appartenga di diritto. E tuttavia, più il suo comportamento si fa estremo e più facilmente Chertkov riesce a persuadere Tolstoj del danno che ella arrecherebbe al suo eccezionale lascito.
Su questo campo minato si muove il nuovo devoto assistente di Tolstoj, il giovane e sprovveduto Valentin. Egli diventa immediatamente una pedina, dapprima degli intrighi di Chertkov e poi della vendetta rancorosa di Sofja, mentre, nel frattempo, i loro complotti mirano a scardinare l‘uno i vantaggi dell‘altra. La vita di Valentin si complica ulteriormente con il fiorire di una travolgente passione per la bella e focosa Masha, una libera pensatrice che ha aderito alla nuova religione di Tolstoj e il cui atteggiamento non convenzionale riguardo al sesso o all‘amore schiacciano e insieme confondono il giovane Valentin. Infatuato dalle nozioni sull‘amore ideale di Tolstoj, mistificate però dalla ricca e turbolenta vita matrimoniale dello scrittore, Valentin si trova impreparato a dover affrontare le complicazioni amorose nel mondo reale.
Un racconto di due amori, l‘uno al suo inizio e l‘altro che si appresta a finire, The Last Station è un storia complessa, divertente, ricca ed emozionante sulle difficoltà di vivere l‘amore e l‘impossibilità di vivere senza di esso.
Dal >Press-Book< di The Last Station
Commento critico (a cura di PATRIZIA FERRETTI)
IL CAMEO IN CELLULOIDE TOLSTOJANO DI MICHAEL HOFFMAN – UNA SORTA DI ‘ANTI-BIOPIC’ CHE TENTANDO LA RICETTA ALTMANIANA NON RIESCE A RAGGIUNGERE UGUAL FRAGRANZA SUL PIANO UMORISTICO IRONICO TIPICAMENTE BRITISH – RILUCE DELLA FORZA IRRADIANTE DI UN PERSONAGGIO INDUBBIAMENTE DOMINANTE SIA NELLA STORIA CHE NELL’INTERPRETAZIONE, SURCLASSANDO QUASI IL PROTAGONISTA LEV TOLSTOJ (CHRISTPHER PLUMMER) COSI’ COME L’ENTOURAGE LEGATO ALLA SUA SCUOLA DI PENSIERO: SI TRATTA DELLA CONTESSA SOFJA CHE SOLO UN’IMPAGABILE INTERPRETE COME HELEN MIRREN POTEVA RIUSCIRE A PORTARE IN UN GENERE DI PRIMO PIANO PRESSOCHE’ OMNIPRESENTE ANCHE FUORI SCENA. UNA PRESENZA COSTANTEMENTE PALPABILE CAVALCANDO LA FORZA DEL PENSIERO
Chi poteva rubare le scene, dominare ovunque anche quando l’obiettivo era puntato sul protagonista elettivo della storia Lev Tolstoj (Christopher Plummer) o sull’entourage del suo ‘movimento’? Dominare al punto da sentirne l’eco sempre palpabile e vivida – così come del resto nella vita dell’amato consorte – anche fuori schermo! La contessa Sofja Tolstoj, vale a dire una sorta di divina, generosa e intelligente paladina delle arti e delle lettere, quanto tirannica plasmatrice della vita altrui, si impone all’attenzione come una di quelle personalità prorompenti e graffianti che non permette in alcun modo a chicchessia di parcheggiarla, magari temporaneamente, in seconda: determinante il suo influsso su Tolstoj ma anche sul giovane segretario Valentin (James McAvoy), provetto innamorato della giovane Masha (Kerry Condon) e su tutte le questioni familiari e socio-filosofico-politiche annesse e connesse. E a far guadagnare a Sofja Tolstoj il posto che questa ritiene di poter legittimamente reclamare a gran voce – per chi fosse magari duro d’orecchie – ci pensa Helen Mirren, sempre più straordinaria, una di quelle attrici della vecchia guardia 'british doc' che bisognerebbe inventare qualora non ci fosse: una di quelle presenze sul grande schermo – ormai ci ha viziati tutti ben bene – di cui non si può fare a meno. C’è da dire che questo personaggio doveva rappresentare un boccone davvero succulento, di una portata tale su cui un’artista navigata come Helen Mirren poteva trovare uno dei terreni più fertili su cui lavorare, offrendo, così come di fatto, uno dei ritratti in celluloide estremamente stratificato e ammaliante, affascinante sul piano introspettivo ma certamente anche su quello estetico: non ci è possibile staccarle gli occhi di dosso nelle sue filo-shakespeariane scene-madri, con i lunghi capelli disciolti e scarmigliati, veemente e capricciosa come una bambina, assimilata anima e corpo al suo intellettuale consorte e per questo assolutamente determinata e letteralmente arsa dal desiderio di rivendicare in ogni modo il posto elettivo nel cuore della sua dolce e comprensiva metà. E la sublimazione di questo genere di legame viscerale la possiamo cogliere nel racconto dello stesso Lev Tolstoj (Plummer) al giovane Valentin (McAvoy) di come ha conosciuto e si è innamorato di Sofja: un esempio di amore elettivo sul nascere, quasi predestinato, raccolto per strada sulla stessa lunghezza d’onda di pensiero.
E d’altra parte Michael Hoffman ci aveva avvertiti: “’The Last Station’ ci offre l’opportunità di superare gli standard consueti del ‘biopic’, e di creare un film vivido, commovente sulle difficoltà di vivere l’amore e l’impossibilità di vivere senza di esso. Non è un film su Tolstoj. E’ un film sui conflitti dell’amore”. E’ questa una dichiarazione cruciale che incarna la chiave di lettura idonea per questa storia in cui prevalgono indubbiamente il timbro di un’estetica cinematografica semplicemente classica, il cipiglio e/o le fragilità umane di ciascuno sul rigor di cronaca, là dove il guardare alla storia partorisce l’’exemplum’, l’icona imperfetta che ha molto da raccontare, se non proprio insegnare, ai posteri. Così, in un certo senso, non sarebbe stato fuori fuoco intitolare il film Mrs. Sofja Tolstoj: guardando a lei vediamo riflessa l’anima controversa di Lev e del movimento concretizzato in una comune capitanata dal più convinto dei fedeli adepti della nuova ‘religione tolstojana’, Chertkov (Paul Giamatti), ferocemente avversato da Sofja come il più pungente dei fumi negli occhi. Ma il bellissimo e calzante titolo The Last Station, per una volta lasciato miracolosamente in lingua originale, è per l’appunto perfetto per indicarci l’anima della storia ancor prima di conoscerla. E dopo averla conosciuta siamo in grado di apprezzarne ancor più la reale portata in tutta la sua raffinata semplicità. Individualità e bene comune, ricerca di equilibri di per sé alquanto precari e acerrimi contrasti sul filo dell’amore, un’esperienza che non esclude sofferenza eppur assolutamente indispensabile per la vita.
Michael Hoffman non sarà Robert Altman – capace di raggiungere vette di squisitezza assoluta con humour ed ironia marcatamente british come ad esempio in Gosford Park (2001) che pure vede una superlativa Helen Mirren – ma con The Last Station Hoffman è sicuramente riuscito a tracciare dei diagrammi sufficientemente eloquenti della complessità dell’animo umano e delle interrelazioni a più livelli, rimarcando la cruciale necessità, malgrado tutto, di una persona per l’altra, legati al respiro di un’epoca e di un popolo in particolare, preoccupandosi di addensare, strada facendo, gli umani spessori in un dedalo di significati.
Gli ‘oblò’ con una sorta di ‘corti’ in ‘bianco e nero’, ritmati sulla lunghezza d’onda del cinema muto che affiancano i titoli di coda, le citazioni documentarie con cui Hoffman prende commiato da questa sua rivisitazione tolstojana (è peraltro sorprendente la somiglianza tra i personaggi reali con gli interpreti), si innestano poi perfettamente ad esaltazione del commovente finale in cui la dimensione personale cede il passo a quella pubblica del popolo di piazza, la gente comune cui realmente apparteneva ed appartiene evidentemente l’opera filosofico-letteraria di Lev Tolstoj. E la ricchezza di siffatto patrimonio culturale al di là della condivisione delle idee, così come molte altre nel mondo, costituisce sempre un’eredità universale, e non solo del popolo russo. I tempi d’oro in cui il pensiero era considerato un bene collettivo da custodire con cura e preservare nel tempo!
da "celluloidportraits.com"

Il prossimo 7 novembre 2010 sarà trascorso un secolo dalla morte di Lev Nikolaevič Tolstoj. Oggi in Russia, così come in tutto il mondo, viene osannata la grandezza di un uomo che non è stato solo lo scrittore Tolstoj, ma anche un filosofo-teologo capace di creare quasi una chiesa dallo spiccato manifesto socialista. In "The Last Station" lo spettatore assiste solamente all'ultimo anno della lunga e travagliata vita del genio autore di capolavori quali "Guerra e Pace" ed "Anna Karenina". Il film si focalizza infatti sul 1910, rielaborando il vademecum del tolstoismo, l'amore conflittuale vissuto con sua moglie Sofya e il suo ultimo viaggio che lo porterà non oltre la stazione di Astapovo, dove troverà la morte.
Stroncato da buona parte della critica perché ritenuto un mediocre tentativo di narrare la biografia di Tolstoj, in realtà la pellicola non ha nulla a che vedere con il solito biopic. Il titolo del film rimanda si inequivocabilmente all' "ultima stazione" in cui il poeta e pensatore visse in agonia diversi giorni prima dell'ultimo respiro, ma potrebbe risultare ingannevole se pensiamo che il nostro non è il protagonista principale della pellicola. Il film preferisce infatti districarsi tra le vicissitudini di più personaggi le cui vite sono state rapite dal genio dello scrittore russo. Se di un protagonista principale si vuole parlare, questo è senza ombra di dubbio Valentin, il nuovo segretario "addestrato" da Vladimir Chertkov. Vediamo tutto attraverso i suoi occhi indecisi, è lui a raccontarci a tutto tondo le peripezie che ruotano attorno allo scrittore e alla sua disciplina, è lui ad intraprendere una fugace e trasgressiva storia d'amore. Dai suoi occhi scorgiamo la nascita della comunicazione di massa, come testimonia la mdp che rimarca con più inquadrature l'orda di numerosi giornalisti alle porte della stazione di Astapovo. E ancora, è con i suoi occhi che assistiamo ai litigi della consolidata coppia portando a galla l'eterna diatriba tra pubblico e privato (motivo di conflitto tra Sofya e il marito). I temi toccati non sono pochi, ed è infatti qui che il film perde un po' di lucidità (ma mai la freschezza), descrivendo abbastanza tematiche da non riuscire purtroppo a tenerle sotto controllo per l'intera durata (la storia d'amore tra la Duff e McAvoy, ad esempio assume in modo un po' forzato le tinte di un parossistico mèlo).
Dopo essersi misurato con commedie americane del calibro di "Bolle di sapone" e "Un giorno, per caso" Michael Hoffman cambia decisamente genere e – prendendo spunto dal libro-documento di Jay Parini pubblicato nel 1990 – dirige senza dare troppo nell'occhio ma col merito di trovare il giusto compromesso tra commedia e dramma, grazie alla giusta dose di grottesco in un clima decisamente più consono alla tragedia storica (lo stesso regista dirà di essersi ispirato ai drammi di Čechov). E poco importa se, come detto, la sceneggiatura perde ogni tanto un colpo qua e là.
Ottimi i costumi ma la menzione speciale va all'intero cast. Mostruosa la coppia Plummer-Mirren (la sequenza che vede la coppia ritrovarsi da sola in camera da letto tra versi di galline ed ululati è sublime e tenerissima) ma è da sottolineare anche la timidezza e l'innocenza di McAvoy e un Giamatti in piena forma che incarna ottimamente la dipendenza religiosa, quasi fanatica, che Tolstoj era riuscito a costruire intorno a sé. Presentato in concorso al Festival di Roma dove la Mirren ha meritatamente ricevuto il Marc'Aurelio d'Argento alla migliore attrice.
Matteo De Simei, da "ondacinema.it"

“Tutto quello che so l’ho imparato dall’amore” recita, ancora su uno schermo nero, una didascalia tratta dal romanzo “Guerra e pace”. Ed il film, prendendo le mosse da questo incipit, si costruisce sull’alternanza continua di ideali e risentimenti, tra la grazia serafica di un uomo, ormai prossimo alla morte, ed una passione ed un’irruenza tali da costruire il suo personaggio in un intreccio tra ambiguità e speranza. Tolstoj e gli ultimi anni prima della sua morte sono gli spunti dai quali parte il regista per mettere in scena un biopic sui generis.
Dopo un altro film storico, Restoration – Il peccato e il castigo (1995), Hoffman, in questa occasione, ha la possibilità di contare sulla presenza di attori di fama internazionale, e mette in scena un lungometraggio in cui ogni immagine ha la grazia di raccontare gli ultimi istanti di uno scrittore che, ancora poco prima di morire, lotta per quell’amore che tanto idealizzò nei suoi scritti.
La supremazia dell’amore accanto alla sua impossibile realizzazione, l’idealismo più puro accanto all’ardore più incontenibile sono solo alcune delle dicotomie affrontate nell’ultima regia di Michael Hoffman.
Un’approfondita ricerca storica ed allo stesso tempo un’originalità romanzesca costituiscono gli aspetti che forniscono il doppio binario sul quale Hoffman si muove nell’ultimo film The Last Station, alternando, anche nella scelta della scenografia, la realtà sfarzosa della tenuta nobiliare in cui vive Tolstoj e quella dimessa delle campagne ombrose che circondano la fattoria dei suoi seguaci.
Dopo oltre sei anni di silenzio, ed ispirandosi al romanzo omonimo di Jay Parini, tra l’altro basato sui racconti dei discendenti dello stesso Tolstoj, il regista si dedica alla stesura della sceneggiatura con incredibile scrupolo, mettendo in luce gli aspetti più intimi dello scrittore. Per descrivere l’ultimo anno di vita di una delle più importanti personalità della letteratura russa, Lev Tolstoj (Christopher Plummer), il film privilegia la soggettiva idealistica del giovane Valentin (James McAvoy), ultimo segretario dell’anziano scrittore. Accanto a Chertkov (Paul Giamatti), discepolo più devoto, Valentin si scontra però con la realtà tumultuosa ed in perenne conflitto della casa dei nobili Tolstoj ed il fiorire di un amore con Masha (Kerry Condon), un’adepta del movimento tolstoiano. Divenuto intimo conoscitore degli ideali di uguaglianza e castità raggiunti nell’utopica fattoria nella quale si trovano i seguaci dello scrittore, Valentin deve fare i conti con la lacerante ambivalenza di una vita piena di fasti e ricchezze in cui Tolstoj vive accanto alla moglie, Sofja (Helen Miller), un tempo sua compagna e musa, ed ora in continua lotta per difendere dal subdolo Chertkov i diritti delle opere del marito.
Stanco di doversi dividere tra la moglie ed il Movimento da lui fondato, Tolstoj, di notte, fugge lontano fino ad arrivare all’ultima stazione della sua vita, dove, ammalato in un letto arrangiato, si riconcilia prima di morire con la compagna di una vita.
Inserendosi tra il melodramma storico ed il genere biografico, The Last Station è il risultato di una delicata regia volta a privilegiare la sceneggiatura, costruita ad hoc per un cast dalle personalità titaniche, che dona ai personaggi dei tratti universali che superano il contesto storico nel quale si inseriscono.
Passione, rabbia, incomprensione e ambiguità costituiscono i caratteri magistralmente messi in luce e raccontati all’interno di una cornice garbata dei primi anni del ‘900 nella Russia all’alba della Rivoluzione.
Martina Bonichi, da "taxidrivers.it"

Amore, passione, cultura, materialismo, povertà, tradimento, nobili sentimenti e atroci verità, questi sono solo alcune delle emozioni che si avvertono dalla visione di “The Last Station”. La pellicola è in concorso nella Selezione Ufficiale alla 4° edizione del Festival del Film di Roma. Il film narra la splendida storia del grande scrittore russo Lev Tolstoj, della sua complicata famiglia, e del suo intricato ed incredibile amore per la fedele compagna di una vita, la contessa Sofja. A fare da contorno alle vicende del rivoluzionario Lev, c’è il fedele discepolo Chertkov, la devota figlia Sasha, e il giovane e puro segretario, che è niente meno che Valentin Bulgakov. Il regista Michael Hoffman dirige un cast eccezionale, con la fantastica e poliedrica Helen Mirren, che personifica Sofja, Cristopher Plummer che presta il volto a Tolstoj e il giovane divo americano reduce da film azzeccati, James McAvoy ovvero Bulgakov. Sullo sfondo di una Russia in cambiamento, si affrontano i temi dell’amore, della difficoltà di viverlo, ognuno a modo suo impegnato nel vortice della ricerca di qualcosa, con un unico perno centrale, lo scrittore Russo. Quando questi decide di devolvere tutti i suoi beni al popolo e convertirsi alla povertà e al vegetarianismo, in famiglia qualcosa si rompe, un cardine inizia a scricchiolare, la Contessa che ha sempre saputo qual’era la sua vita, improvvisamente si sente persa e sola senza l’appoggio del marito e fedele compagno. Inizia così una diatriba tra i due senza fine, alternata ad incantevoli momenti di dolcezza e di ilarità, che vedrà Lev costretto ad andare via di casa, per quello che sarà il suo ultimo viaggio. Il film è scorrevole, a tratti dolce e simpatico, la maggior parte del merito è da attribuire alla maestria della Mirren, che con il suo incredibile talento ci regala una Sofja eccezionale, le musiche si basano su un curatissimo accenno di piano che accompagna le scene, a tratti dolce, a tratti forte. Nonostante il film affronti tematiche profonde ed importanti fotografia e luci rendono la pellicola sciolta da legami ombrosi.
Sonia Serafini, da "ecodelcinema.com"

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