Quella sera dorata

Ivory da Una Camera con Vista si potrà ammirare Quel che Resta del Giorno e, in fondo, tutto coinciderà con un lungo viaggio ‘dentro’, quello ci porta a The City of Your Final Destination, tradotto nelle nostre sale in Quella Sera Dorata (chissà perché in Italia non si possano mantenere i titoli originali…). Dicevamo di un viaggio dentro, intrapreso e raccontato dal regista James Ivory, delicato cesellatore di forme di personaggi, spesso tratti da romanzi, come nel caso di Quella Sera Dorata, scritto da Peter Cameron (pubblicato da Adelphi). Ivory con l’inseparabile sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala hanno portato sullo schermo la vicenda del giovane universitario deciso a dare una svolta alla sua carriera scrivendo la biografia di uno scrittore morto suicida e ricordato per il successo dell’unico romanzo portato a termine. Il giovane chiede l’autorizzazione agli eredi. Gli viene negata. Decide allora di partire, di lasciare gli Stati Uniti e raggiungerli nella casa dello scrittore, in un che pare Uruguay incantato (di fatto le riprese hanno avuto luogo in Argentina), dove vivono, tutti insieme, la vedova, l’amante del romanziere, il fratello e il di lui compagno. Impresa ardua ottenere il consenso da chi vive in una propria dimensione, appartato in un (non)luogo lontano dal resto del mondo, in un tempo che pare imbalsamato intorno alla figura dello scrittore scomparso. I giorni passano e il giovane studente, quasi inconsapevolmente, via via scioglierà il nodo dei suoi stessi sentimenti sospesi, e scoprirà, non una biografia possibile, ma se stesso, la sua vita, da condividere forse proprio in quel microcosmo così eterogeneo.
Tutto è illuminato dalla mano del regista, a tratti con qualche eccesso un po’ troppo estetizzante, pur sempre affascinante, coinvolgente. Ci si lascia rapire da quell’atmosfera fatta di intrecci sottili, impeccabilmente raccordati dai dialoghi sofisticati. Un film ‘à l’ancienne’, cucito addosso a un cast eccellente, primo fra tutti, Anthony Hopkins che si destreggia con arte in mezzo ai personaggi femminili. Proprio questi costituiscono forse l’aspetto migliore di Quella Sera Dorata, a cominciare da Laura Linney, nei panni della vedova inquieta; Charlotte Gainsburg, l’amante giovane e Alexandra Maria Lara, la fidanzata possessiva del giovane universitario interpretato da Omar Metwally.
Intanto Ivory si sta già dedicando al suo prossimo progetto che lo vede tra i protagonisti della manifestazione per l’anniversario dei 500 anni dalla scomparsa del Vasari. Il regista dirigerà un grande spettacolo di poesia, danza e teatro e avrà luogo a Firenze. Chi meglio di lui…
Dario Arpaio, da “solocine.it”

Omar Razaghi (Omar Metwally) è un giovane dottorando di origine iraniana cui la Columbia University ha assegnato una borsa di studio vincolata alla stesura della biografia ufficiale di Jules Gund, scrittore sudamericano morto suicida dopo aver pubblicato un unico romanzo di successo. Si tratta di un incarico prestigioso ma, a sorpresa, la Fondazione Gund nega a Omar l’autorizzazione a procedere nelle sue ricerche.
Su suggerimento della tenace fidanzata Deirdre (Alexandra Maria Lara) e forse anche per sfuggire al suo controllo, Omar si fa quindi coraggio e, per tentare di convincere gli eredi dell’autore a cambiare idea, parte alla volta di Ochos Rios, in Uruguay, dove la vedova (Laura Linney), il fratello (Anthony Hopkins) e l’ultima amante di Gund (Charlotte Gainsbourg), vivono tutti insieme in una proprietà remota e fatiscente. L’intrusione inattesa ma gentile di Omar sconvolgerà il traballante equilibrio del clan, risveglierà i desideri, i segreti, e le necessità del gruppo e offrirà al protagonista qualcosa di più della possibilità di compilare una biografia autorizzata. Il ricordo dello scrittore scomparso andrà riducendosi ad un pretesto e questo posto sospeso nel tempo e nella giungla insieme all’insolito menage diventeranno la nuova meta.
“Quella sera dorata” (in originale The City of Your Final Destination) segna il ritorno dietro la macchina da presa del più europeo dei registi americani, James Ivory, che con questo film, presentato fuori concorso al Festival del Film di Roma, per la prima volta esplora i territori del Sud America attraverso una storia intensa e sottilmente erotica che trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Peter Cameron.
Ancora una volta Ivory adotta il punto di vista di un outsider per osservare e descrivere con un po’ di stupore le relazioni intime che legano il clan dei Gund. Il risultato è un raffinato ed elegante ritratto corale costruito sul carattere malinconico e selvatico dei personaggi e sulla suggestione di un clima tropicale che irretisce e schiaccia grazie ad una fotografia e a una colonna sonora avvolgenti. A tratti la storia sembra disperdersi languidamente nelle sue pieghe e scivola in qualche scena di cui nessuno avrebbe sofferto l’assenza, ma lasciarsi cullare dalla grazia intelligente e rigorosa di Ivory non smette infondo di risultare piacevole. Proprio no.
Laura Linney, nella sua severa e dolorosa alterigia convince davvero, e la Gainsbourg, un po’ randagia, ha sempre un impatto magnetico. Sir Anthony Hopkins colpisce e affonda, come sempre.
Ludovica Sanfelice, da “film.it”

Omar Razaghi è un giovane dottorando iraniano-canadese della University of Colorado, fidanzato con l’ambiziosa e algida Deirdre, insegnante di letteratura straniera. La sua borsa di studio e la sua relazione sentimentale sono allacciate e vincolate alla stesura della biografia “da autorizzare” di Jules Gund, autore sudamericano morto suicida dopo il successo del suo unico romanzo. Impedito a proseguire nel progetto dal diniego dei Gund, è indotto dalla fidanzata a partire alla volta dell’Uruguay per incontrare gli eredi e dissuaderli. Arrivato a Ochos Rìos la realtà avrà la meglio sul libro, innamorandolo e invischiandolo nel labile equilibrio della famiglia Gund.
Guardando Quella sera dorata non si può che dire “Merchant-Ivory”, la casa di distribuzione a cui appartengono e fanno capo i film patinati del regista James Ivory. Primo autore a rappresentare la Old England delle good manners e a proporre una compiaciuta rappresentazione del passato, Ivory non smentisce e non ritratta il suo cinema, adattando per lo schermo il romanzo omonimo di Peter Cameron, idealmente prossimo alla cifra stilistica del regista californiano. Il viaggio di Omar e Deirdre, infatti, li condurrà in seno a una famiglia di origine europea, fuggita molti anni addietro dalla Germania nazista e rifugiatasi in una vita immobile e avulsa dal mondo esterno.
Il vizio esistenziale dei Gund rende il libro di Cameron adatto e adattabile alle immagini di Ivory, alla sua regia leziosa, all’imperturbabilità del suo sguardo e al suo impeccabile gusto per la teatralizzazione del sociale. Naturalmente il film non si risolve nell’analisi antropologica di una famiglia borghese ma indaga piuttosto l’area del controllo delle emozioni e della disumanizzazione della vita ridotta a puro impulso al dovere. Deirdre, come il maggiordomo di Quel che resta del giorno, è il modello perfetto di una costruzione del sé su un’identità di ruolo, un modello comportamentale di conformità all’ordine che impatta violentemente con l’anarchia magica dei Gund. Omar, invece, naviga a vista fino al confine col mondo pericoloso ma anelato delle emozioni, sbloccando l’anacronismo dei Gund e il loro tempo involto nelle maglie del passato.
L’osare del personaggio centrale di Cameron ha ricadute interessanti (anche) sul cinema di Ivory: le sue ossessioni per il décor, l’eleganza dell’ambiente e la bellezza delle immagini si convertono in strumenti della materia narrativa, non celebrano più il buon tempo antico ma ne rivelano l’interna corruzione. Dietro al culto dell’antiquariato c’è il vuoto e il rimpianto per quel che avrebbe potuto essere. Il tardivo confronto con la vita provoca inevitabilmente malinconia e rimorsi. Meglio vivere d’un fiato ed amare pienamente il giorno piuttosto che soffermarsi su che “quel che ne resta”.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Nel romanzo di Ivory amore fa rima con dolore
di Antonio Gnoli La Repubblica

Personaggi di James Ivory – come quelli di Thomas Hardy- fanno pensare che l’ amore possa prendere talvolta la forma più insignificante del dolore. Un pathos senza lacrime né struggimenti avvolge Quella sera dorata. Il film – sorretto da un cast eccellente – ruota attorno al ricordo ossessivo di uno scrittore suicida, autore peraltro di un solo libro. Forse la morte, forse il romanzo – o entrambe le cose – fanno di Jules Gund, un caso letterario sul quale vorrebbe indagare un giovane borsista di una remota università del Kansas. Omar Razaghi chiede perciò agli eredi di Jules, che vivono in Uruguay, l’ autorizzazione a scrivere una biografia. Di fronte al netto rifiuto, decide di presentarsi comunque al loro cospetto. Ospite inatteso, accolto con sospetto e scetticismo, Omar (ben interpretato da Omar Metwally) rompe il ron ron che governa la vita delle persone, un tempo legate a Jules: il fratello Adam, la moglie Caroline, la giovane amante Arden, con la figlia avuta dallo scrittore. La cura che il terzetto ha riposto nel difendere la figura di Jules, li ha svuotati di ogni altra forza. Il sentimento che più li rappresenta è la rassegnazione. Tratto dal bel romanzo di Peter Cameron (edizione Adelphi) Quella sera dorata conserva – nella trasposizione del regista californiano, coadiuvato dalla sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala – il tono leggero e insieme annoiato di certe commedie sofisticate. Solo che la “location” non è Manhattan o Los Angeles, ma Ochos Rìos, un luogo segnato da una natura esplosiva che assorbe e condiziona ogni cosa. L’ arrivo di Omar serve a rompere questo strano incantesimo. Adam (interpretato con l’ abituale efficacia da Antonhy Hopkins) è il più solerte a voler uscire dall’ immobilismo in cui la memoria del fratello lo ha gettato. Del resto, il suo rapporto con Peter (una specie di figlio-amante) ne accellera desideri e progetti. Caroline (Laura Linney) – la cui nevrotica determinazione a resistere al cambiamento è forse pari solo al suo mediocre talento di pittrice- alla fine sarà la sola che si congederà da quella terra. Infine Arden (figura di androgina e di madre, nell’ efficace sintesi che ne dà Charlotte Gainsbourg) sembra porsi come il vero legame tra il passato che incombe e un futuro da reinventare. Magari accantoa Omar dal cui fascino un po’ goffo si sente attratta. Ognuno ha un motivo per restare, ma anche una ragione per andarsene. Consapevoli che la sola ragione che li ha tenuti legati è il ricordo di Jules (efficaci i filmini che ne rievocano l’ infanzia, nonché la partenza dei ricchi genitori ebrei dalla Germania di Hitler). Alla fine Omar dovrà scegliere: se scrivere la biografia, o rinunciarvi in nome di qualcos’ altro. L’ amore per Arden per esempio. Jules Gund potrà dunque continuare a vivere avvolto nel mistero del suo unico romanzo. E Omar cominciare una nuova vita. Quella sera dorata è una storia di sorvegliati rancori, di piccoli cinismi e di destini che si compiono all’ insaputa dei protagonisti, in un Sudamerica dove anche i ricchi sembrano giunti al capolinea.
Da La Repubblica, 9 ottobre 2010

Ivory latinoamericano
di Alberto Crespi L’Unità

Non è in costume: ci sembra questa la prima notizia da dare, di fronte a un film di James Ivory. Che in Italia ha un’immagine legata a film «da tè delle 5», da Camera con vista in poi. Quella sera dorata è invece, curiosamente, un film interessante da vedere in coincidenza con il premio Nobel a Vargas Llosa: perché si svolge in Sudamerica e vi si parla di scrittori famosi e controversi, ispirandosi a un romanzo di Peter Cameron. Un giovane studente piomba in Uruguay per scrivere una biografia di Jules Gund, mitico autore di un solo capolavoro, prematuramente scomparso. Il giovane si trova a gestire le nevrosi familiari dei Gund – il fratello di Jules, la sua ex moglie, la sua ex amante – che convivono nel ranch uruguagio, prigionieri di un’eredità che li costringe a sopportarsi. Il film diventa quindi la messinscena di un coacervo familiare, un«vorrei essere Luchino Visconti» comunque assai più godibile di molti Ivory recenti. Con un Anthony Hopkins ormai cliché di se stesso, e una Laura Linney formidabile – la più grande attrice sconosciuta del mondo.
Da L’Unità, 8 ottobre 2010

Ivory e la vacuità
di Alessia Mazzenga Terra

In sala il film Quella sera dorata di James Ivory, adattamento dal romanzo omonimo di Peter Cameron, prosegue la consueta riflessione dell’ottuagenario regista sulla verità dei sentimenti contrapposta all’ipocrisia e al vuoto delle convenzioni sociali. Dopo una così lunga carriera è impossibile non riconoscere l’ “Ivory touch”, che conferisce quell’aria aristocratica e patinata alle sue pellicole, ai dialoghi letterari (quasi tutti i suoi film sono trasposizioni da romanzi) e all’impianto teatrale, sfarzoso e ricercato che il regista ama e che ritroviamo anche in quest’ultima pellicola.
Omar Razaghi (interpretato da Omar Metwally) è un giovane iraniano-canadese impegnato in un dottorato all’University of Colorado. Ingabbiato in una relazione asfissiante con la sua collega Deirdre (Alexandra Maria Lara), presuntuosa e invadente, cerca di prendersi una pausa di riflessione, dedicandosi alla stesura della biografia di un famoso scrittore sudamericano, Jules Gund, morto suicida dopo il successo de La Gondola, il suo unico romanzo. Per questo Omar dovrà intraprendere un viaggio verso Ochos Rìos, in Uruguay, dove cercherà di convincere la “particolare” famiglia dello scrittore a concedergli l’autorizzazione per il suo libro.
Questa volta Ivory contrappone una ricca famiglia fuggita dalla Germania nazista in Sudamerica alla classe media americana, rappresentata come ambiziosa e arrivista. Omar fugge dalla sua vita, che esclusivamente protesa verso la propria realizzazione sociale, è arrivata ad un punto morto. Sogna di sprofondare nelle sabbie mobili alla ricerca del suo cane, mentre arriva ad Ochos Rìos in una villa incantata, dove il tempo sembra essersi fermato. Adam (Anthony Hopkins), Caroline (Laura Linney) e Arden (Charlotte Gainsbourg) con la giovane figlia, rispettivamente il fratello, la vedova e l’amante di Jules Gund, convivono apparentemente in armonia nella casa che fu anche dello scrittore scomparso.
Il regista si sofferma con lentezza, com’è sua consuetudine, nella descrizione delle abitudini di vita di un’ alta borghesia esteriormente colta e raffinata, in realtà ipocrita e vacua. Non si salva nessuno in quest’ultimo film del regista, forse il suo più intimamente pessimista. Nè la fidanzata di Omar, nè la famiglia di Gund, dove il nostro protagonista deciderà di vivere, accomunati tutti nell’inquadratura finale, che, intelligentemente, svela il ghigno e la violenza celata dietro l’ipocrisia della maschera sociale.
Da Terra, 15 ottobre 2010

Trovare un testo letterario nel quale poter fare la sintesi di un’esperienza cinematografica ma anche umana cominciata più di quarant’anni fa, è stata probabilmente la motivazione che ha spinto James Ivory, il suo produttore Ismail Merchant e la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala ad avvicinarsi a Quella sera dorata, il romanzo dello scrittore statunitense Peter Cameron che nel titolo originale, The City of Your Final Destination, evoca ben altre suggestioni e riflessioni.
Come ha detto Ivory durante la presentazione del film alla Casa del Cinema a Roma, tutte le storie che ha sempre scelto di raccontare rappresentavano l’incontro della formazione e delle sensibilità del suo storico nucleo di lavoro: l’indiano trapiantato in Gran Bretagna, Ismail, la tedesca di nascita, poi divisa tra l’India e l’Inghilterra, Ruth e James, il californiano conquistato dalla vecchia decadente Europa.

In queste parole vibrava un filo di commossa emozione, in particolare nel ricordare “Ismail”, visto che il produttore di tutta la filmografia ivoriana, da Il Capofamiglia a La Contessa Bianca è scomparso nel 2005, prima di poter partecipare alla realizzazione di quest’ultimo progetto. Per questo, a posteriori, e dopo aver incontrato di persona un Ivory ormai invecchiato, sempre sull’orlo dell’elegante ironia ma attraversato anche da un pizzico di malinconia, non possiamo non immaginare che in quella “Final Destination” ci sia anche un omaggio a Merchant e dunque la volontà di tradurre la storia raccontata da Cameron dentro un mondo più personale.

Quella grande casa padronale immersa nella terra selvaggia di una sperduta, isolata regione dell’Uruguay, dove arriva un giovane professore universitario per scrivere la biografia dello scrittore esule per scelta e morto suicida, Jules Gund, è un luogo nel quale sia Cameron che Ivory costruiscono un nucleo familiare e affettivo alternativo, messo in crisi nel suo equilibrio precario e nelle sue dinamiche inesplose da un estraneo, che però non distruggerà ma infonderà nuova linfa e darà una nuova forma a quel gruppo di persone così eterogeneo. Se la motivazione ufficiale della visita del ragazzo è chiedere e ottenere l’autorizzazione per scrivere la biografia di Gund da parte dei suoi eredi, ben presto la storia si sposta dall’attenzione per la vita dello scrittore, che rimane una presenza enigmatica e non spiegata, alla focalizzazione delle dinamiche dei rapporti tra i personaggi, ovvero: la moglie legittima, il fratello e l’amante, nonché madre dell’unica figlia, i quali avranno tutti modo di cambiare, crescere, esprimersi, essere ascoltati. In questo senso Ivory, e la scrittura sapiente della Jhabvala in fase di sceneggiatura, imprimono alla narrazione di Cameron il gusto, la sensibilità, la leggerezza coltivate negli anni con Merchant in una produzione ricca e variegata, che va dai primi melodrammi familiari ambientati in India, agli adattamenti letterari di Henry James ed Edward Morgan Forster, in una continua conversazione con culture, epoche, contesti sociali differenti ma messi in comunicazione, dove il conflitto, per una precisa scelta quasi utopica, non si arena mai nella tragedia e cerca, trovandola spesso, una riconciliazione. La “Final Destination” di Ivory/Merchant non è dunque solo un luogo geografico ma anche una sorta di limbo dove tutto rimane sospeso, sussurrato, accennato, dov’è possibile prendersi il tempo per elaborare e superare la morte come quello per far nascere e crescere una nuova relazione. Nel caso specifico quella tra i due personaggi più ricchi di utopia e di entusiasmo per la vita e per la possibilità di un futuro rigenerante: il giovane professore vessato da una fidanzata autoritaria e troppo razionale, e l’amante dello scrittore defunto, anche lei a suo modo repressa dalla presenza della moglie ufficiale, con la quale mantiene un complicato legame di affetto, remissiva complicità e sottomissione.

Nella liberazione e nella rivelazione di questo rapporto, Ivory individua una sorta di circolo virtuoso per cui ognuno degli altri personaggi, a catena, troverà la propria reale dimensione affettiva e psicologica. Come il vecchio fratello dello scrittore che accetterà, incondizionatamente, l’amore del suo giovane amante orientale dopo aver tentato di allontanarlo per fargli vivere la sua vita; o come la vedova portata a liberarsi dell’ingombrante e paralizzante memoria del marito, bruciandone un manoscritto inedito e abbandonando la tenuta alla quale ormai sente di non appartenere più.
Un girotondo di vite definito mozartiano dallo stesso Ivory, che infatti chiude la vicenda su un palcoscenico di un’opera lirica e che, a livello stilistico e formale, traduce con un’ariosa leggerezza, un’apertura di inquadrature verso l’Uruguay immaginato da Cameron e un compassionevole tenero sguardo verso degli esseri umani eccentrici e complicati, dove confluiscono sia l’anima yankee dell’espatriato in grado di mantenere la giusta distanza, sia un’indubbia affinità e attrazione nei confronti del carico di cultura e di antico splendore che forma la patina della famiglia Gund.

In effetti, quando vidi il film all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la reazione che mi provocò fu di rifiuto, irritazione e noia, e mai mi sarei calato in un’analisi appassionata di ciò che rappresentavano quei personaggi per il mondo di Ivory, limitandomi a liquidare come estetizzante ed elegante formalismo l’ennesima trasposizione cinematografica di un best seller salottiero. Invece, ripensando alla filmografia di questo cineasta davvero indipendente dai canoni produttivi ed estetici dell’Industria, mi sono reso conto di quanto sia riduttivo fermarsi alla forma del suo cinema, sfuggendone o ignorandone la profonda comunione con le storie che racconta. Aver accolto e percepito il brivido che scorre sotto la limpidezza e i preziosismi delle sue immagini, mi ha fatto (ri)scoprire con piacere un tumulto di passioni sotto il controllo molto pacato di una sera dorata.
Fabrizio Croce, da “schermaglie.it”

Omar Razaghi è uno studente di origini iraniane dell’università del Colorado a cui viene assegnata una borsa di studio per scrivere la biografia dello scrittore uruguayano Jules Gund, morto suicida con un colpo di arma da fuoco. A sorpresa, gli eredi negano a Omar l’autorizzazione alle ricerche per la stesura del libro, e questo significherebbe un brusco arresto alla sua carriera universitaria, come sottolinea la fidanzata Deirdre che si propone di accompagnarlo nel suo viaggio in Uruguay per convincere la famiglia dello scrittore. In realtà il ragazzo parte da solo alla volta di Ochos Rìos, una tenuta lontana da tutto, immersa in una natura selvaggia, dove convivono Caroline, la vedova di Jules, suo fratello Adam e l’ultima amante dello scrittore, la giovane e indifesa Arden con la figlia che nacque dalla loro relazione.

Omar inizia il suo viaggio lasciando l’angusto appartamento improntato alla modernità e praticità americane, e arrivando in una terra dove pare che il tempo si sia fermato e tutti vivano nel passato, in una casa troppo grande per le poche persone che la abitano, e dove la natura avvolge tutto e sovrasta l’uomo.

Mescolarsi o non mescolarsi, questo è il problema. Omar si mescola, Deirdre non si mescola; e da qui parte un cambiamento di vita che va ben oltre la stesura di una biografia. “Quella casa è uno zoo” dicono i vicini, un insieme di persone che nascondono segreti, debolezze ed errori talmente umani, e per questo così diversi dal mondo perfetto costruito attorno a Omar dalla triade lavoro-carriera-fidanzata, che inizia a sgretolarsi non appena il ragazzo si mescola, appunto.

Eccesso di controllo e pragmatismo occidentale versus disinibizione e nonsense sudamericano; concretezza versus surrealismo, non è la prima volta che il regista americano James Ivory trasforma in film testi letterari che raccontano una dicotomia tra civiltà diverse (Il capofamiglia), differenti classi sociali (Camera con vista, Casa Howard) o personalità, e da cui inevitabilmente fluisce un cambiamento e si ritrovano ideali sopiti. Anche in The city of your final destination, l’opera di Pete Cameron (Quella sera dorata) è portata nello schermo con il consueto gusto estetico e cura maniacale dei particolari da parte di un regista che spesso privilegia l’occhio alla sceneggiatura, ma non fa mancare un buon ritmo nella narrazione, e battute sagaci (il suo Adam-Anthony Hopkins a cui fa dire in un eccesso di snobismo: “Mi rifiuto di sottomettermi ad una cosa stupida come la democrazia”).

Certo, chi meglio di Anthony Hopkins (al suo quarto lavoro con Ivory dopo Casa Howard, Surviving Picasso, Quel che resta del giorno) può interpretare un vecchio snob dall’allure anglosassone, declinandone alla perfezione il guizzo ironico? Un ottimo esercizio di stile, messo tuttavia in ombra dalle bravissime protagoniste femminili del film: la magistrale Laura Linney che dà vita a una Caroline indurita dalla vita e nel contempo ancora smaniosa di vivere, e Charlotte Gainsbourg che interpreta perfettamente quell’animaletto spaurito di Arden. Piacerà a chi ama il grande romanzo e ha il gusto delle passioni contrastate, e dei personaggi che tentano di cambiare il proprio destino, e infine a chi ama il bello (e Ivory accontenta i palati più fini con il suo background fatto di studi in Architettura e Belle Arti) e un raffinato impianto teatrale.
Francesca Vieceli, da “nonsolocinema.com”

In “The city of your final destination” si sente il profumo di casa.
Nella tenuta di Ocho Rios, in Uruguay, vive la famiglia Gund, ovvero gli esecutori testamentari di uno scrittore da poco morto suicida: si tratta dell’altera moglie Caroline (una rigida e bravissima Laura Linney); della giovane amante Aden (la Gainsbourg sempre convincente), che dieci anni prima gli dette una figlia; del fratello Adam, che convive ormai da venticinque anni con Pete (interpretato dal giapponese Hiroyuki Sanada).
Omar Razaghi, un dottorando in letteratura che ha intenzione di scrivere una biografia su Jules Gund, si vede negare il permesso da parte dei suoi eredi, e l’intraprendente fidanzata lo spinge a partire per l’Uruguay, per cercare di convincere la “Fondazione” che preserva la memoria dello scrittore della bontà del progetto. Catapultandosi nel microcosmo in cui il leggendario personaggio ha vissuto ed è morto, Omar diventa l’ospite della famiglia; e ancor prima che ospite, è un’attrazione, una ventata di novità dal mondo “là fuori”, venuto a cambiare i ritmi e le dinamiche sclerotizzate di questo atipico nucleo.
James Ivory li osserva sornione senza emettere giudizi, nonostante sottintenda le sottili perversioni della normalità: Aden è diventata sodale (soggiocata?) della matrona Caroline, Pete è assuefatto alla sua vita con Adam, iniziata quando il thailandese aveva solo quattordici anni – infatti Adam dovette adottarlo per portarlo via con sé. In Uruguay questa parte di Vecchio Mondo si è preservata intatta, mummificata, portando avanti una vita altrove estinta; il regista americano li descrive come se contemplasse con nostalgia un ritratto di famiglia: sono la rappresentazione in scala di una società scomparsa, di atteggiamenti fuori dal tempo.

Com’è intuibile, la biografia che deve scrivere Omar funge da pretesto, e col passare dei minuti è sempre più solo un espediente narrativo per far confrontare i personaggi protagonisti.
Il centro del film appartiene però veramente alla sfera biografica, la cui questione non investe tanto il defunto genio quanto la sua famiglia: ciascuno con la sua storia, le sue ambizioni frustrate, le sue passioni, tutti quanti pronti a raccontare prima se stessi, da dove, tra le righe ci sono scampoli di Jules Gund. La visita di Omar è la rivisitazione della memoria dei Gund, in cui naturalmente si rispecchia o si vorrebbe rispecchiare Ivory stesso: non casualmente Adam propone di proiettare un filmino di famiglia, che è in realtà girato dal regista nel 1957 (dovrebbe essere l’esordio “Venice: theme and variations”), e ne improvvisa poi il commento musicale al pianoforte (Hopkins non era così in forma da anni). Il giovane si lascia ammaliare da quest’ambiente, in cui proliferano dialoghi taglienti e le battute snob non si contano (“Mi rifiuto di sottomettermi ad una cosa stupida come la democrazia” dichiara Anthony Hopkins), dal dandysmo disincantato di Adam, dalla giovane e dolce Aden di cui ben presto si scopre innamorato (love story scontata, vero punto debole del film), persino dalla durezza di Caroline, che nasconde la propria infelicità. E della biografia, infine, si disintesserà anche lui. A “Ocho Rios” lo studioso trova la sua destinazione, l’approdo perfetto che lo emancipa e gli permette di ricostruire (o inventarsi) le radici che ha perduto.

Dopo il ritorno di Polanski con “The ghost writer”, un altro “vecchio” autore si dimostra vivo e vegeto. Ma nel cinema di oggi esiste uno spazio per i film di James Ivory? Da troppo tempo il regista americano viene stroncato sempre con le stesse critiche e con la stessa facilità, come se si fosse decisa anzitempo la sua morte. Anche “The city of your final destination” è passato inosservato dopo la presentazione in anteprima alla quarta edizione del Festival di Roma e viene distribuito solo ora. Da una parte è vero che la classe dell’autore di “Quel che resta del giorno” si è appannata, dall’altra, soprattutto riferendoci all’opera presente non mancano i motivi di interesse: forse proprio per il venire subito dopo la morte di Merchant, il compagno di vita e di lavoro, in “Quella sera dorata” emergono, tutti insieme, i crismi della cifra autoriale ivoryana, in maniera così cristallina e affascinante da non poter soprassedere. Più vicino alla destinazione finale, James Ivory realizza un’opera compendiaria e propedeutica al suo cinema.
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

Il trio indissolubile più longevo della storia del cinema, quello formato da Ismail Merchant, produttore, Ruth Prawer Jhabvala, sceneggiatrice e scrittrice, e James Ivory, regista, vede per quest’ultima fatica la mancanza del compianto Merchant. Questa premiata ditta, è proprio il caso di dirlo, ha fondato nel 1961 la casa di produzione indipendente, la Merchant Ivory, che ha mietuto per quasi 50 anni un numero notevole di successi e ha raccolto un numero considerevole di premi in tutto il mondo.
L’intento della Merchant Ivory è sempre stato quello di attuare, nei loro progetti, una continua esplorazione di nuovi luoghi e nuovi metodi di lavoro. Se “La contessa bianca” (2005) è stato girato interamente in esterni in Cina, “Quella sera dorata” l’ho è stato in Uruguay.

Omar Razaghi vuole ottenere una borsa di studio all’Università del Colorado per proseguire il suo percorso formativo e fare carriera. La borsa di studio la potrà avere se pubblicherà la biografia di Jules Gund, scrittore sudamericano, ma gli eredi (Caroline, la moglie, Arden, l’amante e Adam, il fratello)sono contrari. La fidanzata di Omar lo spinge a recarsi da loro per cercare di convincerli, rassicurandoli delle sue buone intenzioni. Giunto in Uruguay, Omar fa la conoscenza di tre persone un po’ bizzarre e insolite, con le quali instaurerà un rapporto ancora più singolare. Si innamorerà di Arden, l’amante di Gund, e scoprirà lentamente i piccoli segreti della casa e un cambiamento in lui, che non credeva possibile. “Quella sera dorata” è tratto dal romanzo omonimo di Peter Cameron, pubblicato in Italia da Adelphi, che ha venduto 100 mila copie. Il film è molto fedele allo spirito del romanzo, è un misto di fedeltà e invenzione, che gli ha conferito il regista.
Ciò che è piaciuto di più ad Ivory è la leggerezza che ha la storia, “è una storia felice dentro”.

È un racconto che parla di cambiamenti e di luoghi tutti da scoprire e da conoscere e questi temi piacciono molto al cineasta. Tutti i personaggi delineati da Ivory subiscono un cambiamento personale e nello scorrere delle proprie vite, da quello totale di Omar alle piccole alterazioni a cui va incontro Adam.
Le figure delineate da Ivory nascondono tutte una parte di se stesse non solo al mondo esterno, ma la negano anche a loro.
Fino a quando Omar non entra nella quotidianità di questi tre individui, così diversi eppure simili in molti atteggiamenti, vige lo status quo. Si vuole con fermezza che tutto rimanga inalterato, è un modo come un altro per sentirsi protetti, al sicuro.
È più facile andare avanti in situazioni che si conoscono come le proprie tasche e non riservano sorprese, che aprirsi al nuovo e andare incontro all’ignoto.

Omar è un uomo che non sa dire di no, che si lascia “guidare” dalla fidanzata, che decide ciò che è meglio per lui. È un uomo che lascia decidere gli altri, non assumendosi mai la responsabilità di imporre il proprio punto di vista e le relative conseguenze. Nel momento in cui si immerge in una realtà nuova e conosce la spontaneità di Arden, la testardaggine di Caroline e il cinismo di Adam, le sue valutazioni iniziano lentamente a cambiare e capisce che c’è tutto un mondo là fuori da poter vivere in modo diverso: a suo modo.

Ogni singolo dettaglio tecnico è curato e ponderato. Ivory ha trasposto sullo schermo pura letteratura, di quella che oramai si scorge poco. La musica, che Jorge Drexler ha creato, possiede un gusto europeo, un po’ datato, ed è questa la sensazione che il cineasta voleva conferire per sottolineare come, soprattutto nella casa di Caroline, il tempo sia stato volutamente fermato dalla padrona di casa.
La fotografia di Javier Aguirresarobe conferisce al film un aura particolare, in cui si è al di fuori dello scorrere normale del tempo, contribuendo ad accentuare il tema di fondo, che pervade l’arco narrativo, ovvero il desiderio che il tempo si fermi.
È riuscito a creare un’atmosfera atemporale, umida, con una luminosità non ostentata e i colori predominanti sono quelli della natura come il verde e il marrone.
“Quella sera dorata” è un film raffinato e acuto, in cui l’umorismo strizza l’occhio quando meno lo si aspetta.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Paradigma Ivory

Amo il cinema di James Ivory.

La decisione del regista americano di ridurre per lo schermo la novella di Cameron è quasi ovvia, alla luce di quello che, tematicamente parlando, è un corpus di opere, il suo, che si presenta tra i più compatti e coerenti della storia del cinema. Rimandata per anni dal sottoscritto, la questione “i film di Ivory”, sollecitata dalla visione di quest’ultimo lavoro, straordinariamente importante per ciò che rappresenta prima che per il suo esito, va, infine, affrontata come merita. Si consideri allora questa recensione come una sorta di speciale in cui la riflessione sulla pellicola in oggetto si intreccia con quella relativa all’intera filmografia del regista.
Isoliamo, dunque, le componenti di quest’ultima:
[A] Il romanzo e il suo adattamento sovversivo

Si tratta di film quasi sempre tratti da romanzi, più o meno famosi, più o meno validi, che sono fatti oggetto di un adattamento che opera una sottile sovversione: la riduzione (per l’appunto) sottrae, omette, viene spesso paralizzata nella constatazione di situazioni quotidiane, routinarie, ibernate nel non detto dei punti determinanti, in un’apparente placidità di tono che punta sullo statico dialogo piuttosto che sul procedere evidente degli eventi, in modo che le questioni in ballo (roventi, invero) risultino talmente intrinseche alle circostanze e alle figure che le animano, da mimetizzarsi in una cheta messinscena: in essa, dunque, i punti dolenti vanno individuati sotto il guscio dell’apparenza, raramente verificandosi l’esplicitazione plateale della tragedia o del tormento, essi restano compressi sotto la glaciale pacatezza dei personaggi; l’eloquio estenuato, l’ironia costante, la ricostruzione di un’epoca, più letteraria che reale, sono tutti elementi che creano una patina che soddisfa lo spettatore meno attento che può limitarsi ad accarezzarla, accontentandosi del dramma di superficie, dalle tinte più o meno mèlo, o delle fragranze brillanti di una commedia sofisticata (anche molta critica si ferma lì, ça va sans dire), ma che mette anche in condizione l’osservatore più esigente di spaccarla per leggere, nel nucleo pulsante della storia, le motivazioni profonde di un agire e di un sentire e tutto quello che di crudele, doloroso, funesto si agita dietro quella calma di regime e l’apparente perfezione del contesto scenico.
Due esempi molto lontani che fanno capo allo stesso attore, Anthony Hopkins:
1) la cesellata banalizzazione del personaggio di Picasso (nessuna grandiosità, tutte piccolezze) in un film straordinariamente anomalo, Surviving Picasso, che non tratta della sua arte, se non accidentalmente, quanto del lato più ovviamente umano, per non dire gretto, della sua esistenza e del suo rapporto con le donne (film per questo, solo per questo, tremendamente criticato);
2) la sequenza in cui il maggiordomo Stevens, dopo aver appreso da Miss Kenton che il padre, al piano superiore, è morto, torna ad assistere gli ospiti del suo padrone nel salotto, in Quel che resta del giorno. Essa è, a mio avviso, un emblema e la quintessenza del cinema dell’autore: il gesto viene offerto dal personaggio come un’espressione d’animo quasi disinvolta, ma celando una frattura interiore devastante che Ivory, regista spietato come pochi, sa che lo spettatore non potrà non registrare.
[B] L’estraneita’ del personaggio ivoriano

Al centro delle storie ci sono sempre personaggi che operano in ambienti diversi da quelli dai quali provengono e i titoli spesso lo evidenziano esplicitamente: Jane Austen in Manhattan (storia di due compagnie teatrali americane che si contendono l’adattamento di un testo inedito della scrittrice inglese, qui idealmente richiamata in un contesto straniero) o Jefferson in Paris (Parigi è in tal senso luogo prediletto: in essa sbarcano i coniugi inglesi Heidler di Quartet, lo scrittore americano Jones de La figlia di un soldato non piange mai, l’artista spagnolo di Surviving Picasso, l’incasinata famiglia americana di Le divorce ed è teatro dello spaesamento dei coniugi del Kansas del mai troppo lodato Mr e Mrs Bridge).
Rispetto al contesto la figura allogena risulta sia attiva (essa tenta di capirlo) sia passiva (essa lo subisce, il contesto ritenendola incapace di comprenderlo).
[c] Il confronto/conflitto

A seconda della marca di diversità che segna il nuovo ambito d’azione il confronto (o il conflitto) che inevitabilmente ne deriva si può esplicare a vari livelli (tra parentesi solo alcuni esempi, la maggior parte dei titoli andrebbe ripetuta per quasi tutti i casi):

– etnico (Shakespeare Wallah, The guru, Calore e Polvere, Jefferson in Paris, La contessa bianca, etc)
– culturale o religioso (Quartet, Camera con vista, Le divorce, Mr e Mrs Bridge, Gli Europei, Jefferson in Paris etc)
– sociale-politico (Camera con vista, Casa Howard, Maurice, Mr e Mrs Bridge, Quel che resta del giorno, Jefferson in Paris, The golden bowl, La contessa bianca etc)
– familiare (Gli Europei, Camera con Vista, Casa Howard, Le divorce, La contessa bianca etc)
– sessuale (Quartet, I Bostoniani, Maurice,Casa Howard, Surviving Picasso, The golden bowl etc)
– artistico (Schiavi di New York, La figlia di un soldato, Surviving Picasso, Jane Austen in Manhattan etc)
– esistenziale (tutti)
L’intreccio di Calore e polvere, non a caso tratto da un romanzo della sua sceneggiatrice, è, in tal senso, il Perfetto Canone Ivory: il confronto tra due civiltà (inglese e indiana) viene relativizzato attraverso la presentazione di un doppio livello temporale (le vicende parallele di una donna e della sua pronipote che ne ricostruisce la storia) e sancisce anche i mutamenti che le convenzioni dei due ambiti hanno subito nel corso del tempo, il diverso modo di interpretarli in base alle mutate condizioni, non solo personali, non tutte congiunturali.
[d] IL NUOVO SGUARDO SU SE’ STESSI

Tale confronto/conflitto da un lato costituisce un ostacolo, perché presuppone uno sforzo per comprendere e assecondare le convenzioni che governano esplicitamente o tacitamente l’ambito dell’azione, con tutte le conseguenze in termini di possibile, e quasi sempre ricercata, integrazione e/o accettazione, dall’altro lato si traduce in un impulso vitale in virtù del quale il personaggio, trovandosi in circostanze per lui inedite, arriva a ragionare su se stesso in maniera diversa e distaccata.
Il ricorrere di questo tema riflette le condizioni dell’equipe che lavora a questi film: dal regista, americano, ma da sempre proiettato sull’Europa e con un occhio all’India (il primo periodo della sua produzione, segnata dall’incontro decisivo con Ismail Merchant che si è tradotto in un inossidabile sodalizio sancito dalla creazione della Merchant Ivory Productions), alla sceneggiatice Ruth Prawer Jhabvala, tedesca trapiantata in India. Anche gli scrittori prescelti da Ivory riflettono spesso questo ibridismo: Forster, inglese che ben conosce l’India; Jean Rhys, nata nella Repubblica dominicana da genitori inglesi; Kazuo Ishiguro, nato in Giappone e naturalizzato inglese; Henry James, americano trapiantato in Gran Bretagna; Diane Johnson, che divide la sua vita tra gli Stati Uniti e la Francia etc.
[E] LA REPRESSIONE DEI SENTIMENTI

Il soffocamento delle proprie pulsioni, il minimizzarle o il seppellirle a seguito di complicati intrecci pseudo moralistici, di ipocrisie sedanti fino alla grottesca asfissia, costituisce un’altra tematica ricorrente nei film del regista: la corte che Basil fa a Verena, ne I Bostoniani, è una maratona spossante, volta a vincere le reticenze che trattengono la passione che la ragazza, manovrata da più parti, prova per il giovane, ma che ella si nega, ed è speculare al devoto quanto vano riproporsi di Victor alla plagiata Ariadne nel precedente Jane Austen in Manhattan; ma l’elenco sarebbe lunghissimo: dai tentativi di repressione degli istinti omosessuali del Maurice forsteriano al caparbio rifiuto che Lucy oppone a se stessa e al sentimento genuino di George in Camera con vista, passando per l’erotismo costantemente rinviato e infine frustrato tra Jefferson e Maria Cosway (J. In Paris), fino all’apoteosi della Negazione di Quel che resta del giorno: il maggiordomo Stevens non riesce a dire mai quello che prova, anche quando la governante, Miss Kenton, gli porge le occasioni su un piatto d’argento; la sclerosi del sentimento, cristallizzato in un silenzio invincibile, emerge con straordinaria forza in quella che, per quanto possa suonare ironica, stante la sostanza del riferimento alla questione lavorativa, è una battuta di lancinante dolore, tradito dal tono grave col quale viene pronunciata, significando, per il maturo inserviente, il massimo della confidenza che si permetterà con la donna: “Miss Kenton, questa casa ha molto bisogno di voi… Siete estremamente importante per questa casa, Miss Kenton”. La casa è un dito dietro il quale si nasconde l’amore che l’uomo prova per la donna, ma tale evidenza non basta se non viene anche proclamata a voce alta e senza giri di parole. Il silenzio va spezzato: nella glaciale struttura delle convenzioni i sottintesi non bastano, in essa anche i sentimenti più caldi muoiono se non chiedono, urlanti, l’attenzione del destinatario.
[F] LA SCELTA FINALE

Decifrando infine il proprio interiore, pervenendo a conclusioni inaspettate e più autentiche su se stesso, il personaggio realizza a quali condizionamenti l’ambiente di appartenenza o altri fattori esterni lo abbiano assoggettato e a quanta parte di sé ha dovuto rinunciare fino a quel momento a causa di quei condizionamenti; opera allora una scelta, di coraggio (Camera con vista, Maurice, I bostoniani) o di rassegnazione (Gli Europei, Quel che resta del giorno, The golden bowl).

QUELLA SERA DORATA

Declinati in maniera differente, per intensità e caratteristiche, tutti i film di Ivory presentano alcuni o tutti questi elementi. Ebbene, come si diceva, The city of your final destination (l’edizione italiana del film conserva l’assurdo titolo delle edzioni Adelphi, Quella sera dorata) di Peter Cameron (autore del più famoso, e migliore, Un giorno questo dolore ti sarà utile) è un romanzo che non poteva non colpire il regista, dal momento che aderisce in tutto e per tutto all’abituale reticolo tematico. Tutte le componenti del suo cinema [A- B – C – D – E – F] rispondono all’appello.
Realizzato nel 2007 il film, dopo una speciale premiere newyorkese in quell’anno, è stato bloccato da una querelle legale che ha visto fronteggiarsi la Merchant-Ivory e Anthony Hopkins per una tormentata controversia relativa al cachet dell’attore, alfine risoltasi. Reduce da alcune prove di scarso successo (lo straordinario La figlia di un soldato non piange mai che nel suo rifiuto della narrazione tradizionale – mai così spudoratamente evidente -, con quel suo avanzare esplicitamente ondivago, va ad ascriversi tra le sue cose migliori di sempre -, il sottovalutato – e ovviamente maltrattatissimo – The golden bowl, il grazioso, ma trascurabile Le divorce e La contessa bianca, altra mirabile prova caduta ingiustamente nel dimenticatoio) e dalla scomparsa del partner Merchant, Ivory propone, con sublime tenacia, un film che è paradigma e sintesi illuminata della sua filmografia, del suo amato/odiato cinema letterario in cui la maniacale cura della scrittura [A] va di pari passo e si integra, per le necessità poetiche di cui sopra, alla meticolosa costruzione degli ambienti e all’attenta scelta del cast attoriale cui l’autore regala sempre caratteri perfettamente disegnati, densi di sfumature, traendone puntualmente il massimo.

Omar, dottorando iraniano, cresciuto in Canada e che vive e studia in Kansas, si reca in Uruguay, spinto dalla sua ragazza, per conquistare il consenso dei familiari a scrivere una biografia dello scrittore suicida Jules Gund, avendone ottenuto un preventivo rifiuto. Presentatosi nella sperduta Ochos Rios senza alcun preavviso, viene da questi ospitato ed entra nel loro anomalo microcosmo. Omar è un tipico personaggio ivoriano: ha radici orientali, ma vive in Occidente; il suo viaggio in Sudamerica lo porta a contatto con un altro ambito inedito che da un lato vede turbati i suoi equilibri dall’avvento dell’inatteso ospite, dall’altro influenza e disorienta il giovane stesso [B – C]; nella tenuta uruguayana Omar conosce Arden (l’amante che vive nella casa con la figlia che ha avuto dallo scrittore e con la vedova di questi) ed è spinto, non senza tormento, a guardare senza filtri dentro di sé e nei propri sentimenti, lontano dai soppesati tornaconti esistenziali ai quali ha conformato la sua condotta [D]; di fronte alla difficoltà di scandagliare senza riserve nel suo animo, il personaggio ivoriano incontra di frequente qualcuno (il padre di George per Lucy, in Camera con vista; lo psicoanalista per il protagonista di Maurice; Caroline, la moglie di Jules, in questo caso) che lo supporta, scrutando, con chiarezza superiore, dentro di lui: Omar se è vero che ha intrapreso il viaggio anche per sfidare il suo malessere esistenziale, è vero d’altra parte che non riesce a trovarne il bandolo, capendo solo alla fine che la sua insoddisfazione deriva dall’ostinarsi a condurre una vita che, fondamentalmente, non lo rappresenta. Il “nuovo mondo” lo conduce, secondo il consueto percorso dell’autore, alle soglie di un “nuovo amore”, ma frustrato e dolorosamente inespresso [E] (il bacio tra il giovane e Arden, come quello tra George e Lucy nella campagna fiorentina, in Camera con vista o quello abortito tra Miss Kenton e Stevens, nella magnifica scena in cui la donna induce il maggiordomo a svelare la sua passione per i romanzi d’amore, in Quel che resta del giorno, rivela sì un mondo di passione sommerso, ma anche tutta la fatica per portarlo a galla) al quale toccherà al destino dare voce o soffocare definitivamente. Ecco allora che, nel presente film, la biografia dello scrittore (i Gund sono ebrei sbarcati in Uruguay dopo essere fuggiti dalla Germania nazista), da elemento centrale del discorso tra i vari personaggi (come il testo teatrale da mettere in scena in Jane Austen in Manhattan, come la causa femminista ne I bostoniani, la magione in Casa Howard, la missione diplomatica del protagonista di Jefferson in Paris, tutto l’altro di Camera con vista, film che elude superbamente i punti per tre quarti della sua durata), passa in secondo piano e diventa il paravento dietro il quale si nascondono i caratteri, le inclinazioni, e gli intenti reali dei personaggi. Arden, inizialmente contraria, si dice favorevole alla biografia per avere vicino Omar; Caroline, pur leggendo bene la frustrazione amorosa di Omar, non vuol dare il suo consenso perché da essere infelice quale è teme la felicità altrui, avendo intuito che Arden si è innamorata del giovane; Adam, il fratello dello scrittore, usa la biografia e il suo consenso come moneta di scambio per la questione della vendita illegale dei gioielli. Omar stesso capisce che la biografia è un problema fittizio dietro il quale si celano ben altri nodi della sua vita (il suo rapporto con Deirdre oramai logorato, la dispoticità di quest’ultima, la loro incolmabile distanza). E come al solito, dietro la girandola di avvenimenti che coinvolgono le parti più attive, si aggirano figure solo in apparenza secondarie (Pete, il compagno di Adam, thailandese, ennesimo personaggio in trasferta) e che invece risultano ingranaggi del gioco fatale che deciderà degli esiti delle vicende.
La parola ancora una volta è la base della storia: è attraverso di essa che i silenzi vengono polverizzati, sono i discorsi a mutare i destini dei personaggi, attraverso la capacità di ciascuno di persuadere gli altri della bontà della propria posizione, della propria capacità di garantire la salvaguardia delle sensibilità di tutti, dell’interesse prioritario di cui si dice portatore.
La chiave di volta ha dello scespiriano: il coma di Omar, a seguito della puntura di un’ape, annulla le distanze residue e porta tutti i protagonisti a confronto, rimescola le carte, muta le alleanze e gli accordi presi. Come suggerisce il titolo, ciascun personaggio, alla fine, trova la sua destinazione naturale: Caroline lascia il pantano interiore dell’Uruguay e va a New York, dove si sposa con la persona giusta; Arden dice di sì ad Omar che trova la sua vita a Ochos Rios; Deirdre, lasciata da Omar, vivrà anch’essa a New York con un altro uomo; Pete svolgerà il lavoro che desidera in una terra che ama (significativa variazione rispetto al romanzo), Adam approda alla serena vecchiaia cui ambiva; tutti i personaggi si avvieranno verso il luogo fisico o ideale al quale naturalmente tendono e verso il quale ciò che ognuno è trova piena realizzazione; se si ascolta bene quando la nostra anima parla, se non si lascia inquinare il suo discorso da ragioni elusive, false convenienze e lusinghe fuorvianti si riesce a raggiungere la nostra meta d’elezione. Assecondando la genuina inclinazione anche ciò che sembrava sbagliato o inopportuno (la biografia di Gund, per la moglie Caroline) può assumere un senso, indirizzare al meglio la nostra situazione, collocarsi coerentemente nel cammino della nostra vita (Ognuno ha la sua strada, Madame Abbesse, e noi abbiamo il dovere di seguirla per rimanere fedele a noi stessi, dice il futuro presidente degli U.S.A. alla badessa del convento mentre riconduce la figlia verso il Nuovo Continente e il suo naturale destino, impedendole di farsi suora per mera reazione contro la tresca del padre con la schiava, in Jefferson in Paris) [F].
Alla luce di quanto detto, se non sapessimo che è tratto da un romanzo preesistente, potremmo vedere in questo The city of your final destination il film con il quale il regista volesse dare la definitiva dimostrazione del proprio discorso artistico, quasi un progetto esemplare concepito a tavolino, tanto risponde bene alle istanze teoriche che hanno da sempre informato la sua produzione, tanto queste risultano decodificate e portate alle loro estreme conseguenze. Tutto il consueto armamentario autoriale – il melting pot ad ogni livello – non solo viene dispiegato limpidamente in questa pellicola, ma le differenze su cui poggiavano i precedenti lavori qui si moltiplicano a dismisura, si mescolano, invadono ogni ambito: le differenti estrazioni culturali dei personaggi (non è rimasto più alcun autoctono, sono tutti stranieri: Omar, Deirdre, Arden, Caroline, Adam, Pete); la loro sessualità (etero e gay assorbiti in un unico consesso in cui la coppia omo ha il menage più stabile); i loro ruoli sociali (moglie e amante che vivono sotto lo stesso tetto; Adam e Pete sono sì compagni, ma giuridicamente Pete è figlio adottivo del primo); la loro religione (i Gund ebrei nel cattolico Uruguay): tutto si ibrida, le razze, le culture, le famiglie, la società stessa. Persino la gondola, al centro dell’unico romanzo di Jules Gund, è un altro elemento estraneo al contesto, un pezzo d’Europa che significativamente marcisce in una rimessa, che non è solo chiara sintesi metaforica di tutto quello che nella storia risulta fuori dal proprio contesto di appartenenza, ma anche link-madeleine a quel primissimo film che aprì la carriera del regista (Venice: Themes and Variations). M’immagino Ivory che sobbalza dalla sedia leggendo la novella di Cameron, eccitato chiamare la Jhabvala, avendo tra le mani la materia viva per il suo Film Definitivo (e infatti il prossimo è solo un documentario dedicato a Merchant), la chiusa strategica della sua tesi cinematografica, il suo perfetto punto di non ritorno.
Ivory mette da parte l’inappuntabile registro visivo delle sue opere più recenti, quell’eleganza formale su cui tanti critici si sono concentrati (elevandola a difetto) e torna alla camera a mano, a quell’approccio visivo più grezzo e meno calcolato che avevano le sue opere indiane, non disdegnando il filmato (vero e falso) di repertorio (i titoli iniziali, su Venezia; la splendida proiezione casalinga: flashback proiettato, musicato e commentato in diretta da Adam -cfr. Autobiografia di una principessa -). L’adattamento della Jhabvala risponde alle consuete caratteristiche, affondando con voluttà nello stagnante confronto tra i personaggi che porta allo stremo l’esasperata verbalità, con calcolati, strategici cambiamenti rispetto al romanzo (soprattutto nel finale).
Al solito scintillante il cast nel quale spiccano Laura Linney, (una meravigliosa Caroline che pronuncia le battute più ivoriane: “ Come può uno straniero capire questo posto?”; “Scriva la sua biografia. Ci spieghi tutto quanto. Ci spieghi noi stessi”) e il dandismo appassito di Anthony Hopkins cui il film regala ancora un ruolo memorabile e la sua scena più bella (il dialogo con Deirdre).
Amo il cinema di James Ivory.
Luca Pacilio
Voto: 8
da “spietati.it”

E’ ancora una volta un romanzo la fonte di ispirazione di James Ivory e, per la quarta volta nella sua carriera, ad accompagnarlo in questo adattamento è Anthony Hopkins(con lui in “Casa Howard”, “Quel che resta del giorno” e “Maurice”). Il libro da cui è tratto “The city of your last destination” è “Quella serata dorata” di James Cameron.
Un professore di letteratura americana si reca in Uruguay per cercare di convincere gli eredi di un celebre scrittore a concedergli l’autorizzazione per scriverne una biografia. Ciò che trova al suo arrivo è una famiglia composta da due vedove (moglie e amante dello scrittore), una figlia di dieci anni, un fratello omosessuale e il suo compagno giapponese. Se inizialmente l’obiettivo della visita è convincerli a dare il loro placet fino a quel momento negato, stando a contatto giorno per giorno con questi personaggi, il nostro protagonista cambia le priorità della propria vita.
Cifra stilistica di Ivory, ciò che più lo ha reso un regista apprezzato internazionalmente, è il riuscire a raccontare con sobrietà e profondità animi e dinamiche sociali di isolati gruppi familiari, specie se borghesi o aristocratici in declino. Seppur stavolta ci si trovi in Sud America, i suoi personaggi continuano ad essere europei; si tratta di tedeschi e inglesi emigrati per varie ragioni nella metà del novecento. L’elemento che destabilizza l’acquisito equilibrio della casa, è l’arrivo dell’americano. Con ritmo compassato Ivory scava progressivamente nel passato e nelle ambizioni di tutti i suoi personaggi. Ad unirli c’è un uomo ormai morto: metterselo alle spalle, che sia attraverso il progetto di una biografia, o affrontando il problema dell’opportunità della stessa, diventa per ognuno di loro il mondo per riprendere in mano la propria vita. Ivory si limita, per certi versi, a rendere fluido un racconto avaro di vere e proprie svolte narrative o di drammatizzazione varie, ma non per questo noioso. Il suo è un cinema composto da personaggi e non da eventi. Può piacere o non piacere, certo è che si tratta di uno stile coerente negli anni e per questo apprezzabile. Non illude, dà ciò che promette e già questo non è poco. Se poi ci si aggiunge la sua bravura nell’assemblare e dirigere il cast (da Hopkins a Laura Linney passando per Charlotte Gainsbourg e Omar Metwally), si capisce perché quando si cita Ivory, si parla di maestro.
La frase: “Mi rifiuto di sottomettermi ad una cosa stupida come la democrazia”.
Andrea D’Addio, da “filmup.leonardo.it”

Il giovane Omar Razaghi, che studia all’Università del Colorado, deve scrivere la biografia dello scrittore suicida Jules Gund, della quale però gli eredi non vogliono autorizzare la stesura. Deridre, la fidanzata di Omar, risoluta quanto pedante, lo spinge a partire per l’Uruguay dove, nella tenuta del defunto scrittore, sono rimasti a vivere il fratello Adam, la moglie Caroline, e l’amante Arden con la figlia Porzia. La borsa di studio di Omar infatti dipende completamente dalla stesura del libro, per cui – nell’ottica di Deirdre – il ragazzo deve riuscire ad ottenere dagli eredi, ad ogni costo, il consenso per scrivere.
La famiglia Gund vive cristallizzata in una dimensione senza tempo, rinchiusa in una meravigliosa villa dove le ore scorrono lente e ci si dedica con piacere all’arte della conversazione, alla pittura, al giardinaggio, all’apicoltura. Come un angolo della vecchia Europa nascosta nella foresta uruguayana, l’immensa tenuta di Ochos Rios trasuda eleganza e nostalgia. I Gund sembrano condividere un equilibrio del tutto singolare, e se da una parte si cullano nell’immobilità del loro mondo, dall’altra ne sono come soffocati; sarà Omar, con gentilezza e discrezione, a smuovere le acque stagnanti di un universo che è insieme fascinoso e decadente, troppo impregnato dal peso dei ricordi.
Tratto dal libro omonimo di Peter Cameron, Quella sera dorata è un perfetto esempio della raffinatezza di Ivory che con questa pellicola riconferma le sue doti registiche da una parte nell’attenta, magistrale direzione degli attori, e dall’altra nell’eccellente ricostruzione degli ambienti. Spiccano nel cast Anthony Hopkins, ironico e brillante, e poi Laura Linney e Charlotte Gainsburg, rispettivamente nel ruolo della moglie e dell’amante dello scrittore suicida, la prima algida e scostante, la seconda dolce e gentile. Come molti film di Ivory, anche questo è sceneggiato dalla scrittrice Ruth Prawer Jhabvala, che insieme al regista e al defunto Ismail Merchant ha fondato negli anni Sessanta la casa di produzione Merchant Ivory, che è stata e continua ad essere anche un importante sodalizio artistico; grande punto di forza del film è infatti la sceneggiatura, ricca di dialoghi ottimamente costruiti che rivelano, dandogli corpo, l’interiorità complessa dei personaggi.
I passaggi meno riusciti restano quelli finali, che a volte paiono bruschi rispetto alla piacevole, placida lentezza con cui scorre il resto del film. Ma nel complesso Quella sera dorata resta un’opera curatissima: paesaggi meravigliosi, un’affascinante colonna sonora, grandi interpreti, solida sceneggiatura, e soprattutto una marcata attenzione a tutti quegli aspetti squisitamente “visivi” della messa in scena che da sempre caratterizzano il cinema di Ivory, in cui l’eleganza estrema della forma si sposa perfettamente con la sostanza e la profondità dei contenuti.
Arianna Pagliaro, da “close-up.it”

Tristeza por favor vá embora

Omar Razaghi (Omar Metwally) studia all’Università del Colorado e la sua borsa di studio dipende dalla stesura di una biografia su Jueles Gund, scrittore sudamericano di un unico, venerato romanzo.

Tuttavia gli eredi di Gund si dimostrano contrari al progetto, Omar viene convinto dalla sua fidanzata Deirdre (Alexandra Maria Lara) a raggiungerli nella loro tenuta in Uruguay per tentare di convincerli.

Al suo arrivo tuttavia si troverà coinvolto in una serie di strane situazioni ordite dai particolari parenti dello scrittore. La presenza del ragazzo finisce per alterare il precario equilibrio della famiglia, facendo riemergere un passato di intrighi e segreti dove Omar si troverà costretto a ripensare e rivoluzionare totalmente la sua vita.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron pubblicato nel 2006 in Italia che diviene da subito un caso letterario, con enorme accoglienza di pubblico e critica, la pellicola, mostrando grande aderenza al testo, corre tuttavia in una direzione parallela.

Quella sera dorata ripercorre con leggerezza la saga di una famiglia molto stravagante di artisti di derivazione europea, con un classicismo alla base fatto di salotti imbevuti di cultura e arte. Proprio il concetto di leggerezza caratterizza tutto il lavoro di Ivory e dei suoi protagonisti, non venendo mai a mancare soprattutto nel finale, divenendo vero e proprio leitmotiv tematico. Ognuno dei personaggi sembra compiere un proprio cammino di vita che alla fine si conclude positivamente, ogni figura fa quello che vuole e la musica, che assume una rilevanza fondamentale risultando anch’essa protagonista a tutti gli effetti, accompagna questo viaggio individuale verso la realizzazione dei desideri di ognuno. Le location sono molto suggestive e studiate appositamente perché tutto sia perfettamente aderente a stati d’animo e sensazioni rappresentate. Vi è una netta contrapposizione tra gli esterni, coloriti nei selvaggi territori del Sud America, e la grande casa in cui prevalentemente si svolge l’intera vicenda. Le dolci tinte degli interni, tutte rigorosamente di richiamo occidentale, sembrano costituire una protezione d’ovatta che racchiude le vite dei protagonisti in un mondo quasi onirico, dalle atmosfere rarefatte, pervaso da effluvi di una cultura totalmente esportata dal vecchio continente.

La stessa colonna sonora, curata dall’attento Jorge Drexler, già vincitore di un oscar per I diari della motocicletta e titolare di varie candidature ai Grammy, è giocata tutta sul tema della rievocazione, all’interno della quale una costante vena di saudagi trasporta lo spettatore in maniera lieve seguendo il filo dei ricordi. Citazioni di Cechov e Mozart richiamano il vecchio mondo europeo così pregno di arte, rinchiudendo i protagonisti in una bolla ideale all’interno della quale tutto sembra cristallizzato e in lenta evoluzione, come un dolce volo di una piuma attraverso le singole passioni dei personaggi. Il concetto del tempo che scorre non è fondamentale perché si ha la sensazione di essere in una dimensione incantata e atemporale, bloccati in un qui e ora dilatato e amplificato dagli stati d’animo. La splendida fotografia del pluripremiato Javier Aguirresarobe (Parla con lei, The Others, Vicki Cristina Barcellona) è decisiva nella rievocazione di quest’universo che sembra uscito dal pennello di qualche famoso maestro impressionista.
Chiara Nucera, da “centraldocinema.it”

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