Porco rosso

Libertà suina
Minuziosa ricostruzione storica, sfrenata visionarietà della favola, messaggio morale e omaggio alla magia del cinema si fondono in maniera prodigiosa in questo capolavoro di Miyazaki, straordinaria testimonianza della libertà espressiva che è in grado di concedere l’animazione.
“Un maiale che non vola è solo un maiale”. In questa dichiarazione, solo in apparenza sconclusionata e incompatibile con le regole del senso comune, sta forse racchiuso il significato di Porco Rosso, una delle creazioni più immaginifiche, sfrenate e libertarie concepite dal maestro Hayao Miyazaki. Nel sesto lungometraggio realizzato dal regista per lo Studio Ghibli riescono prodigiosamente a fondersi realtà contraddittorie e ossimoriche: l’attenta rievocazione storica dell’Italia del 1929 con la fantasia della favola; la ricostruzione minuziosa della tecnologia degli idrovolanti con la leggerezza e la semplicità del tratto animato; l’importanza delle riflessioni etiche e politiche con la pura e infantile gioia del racconto cinematografico. Un vero e proprio miracolo, reso possibile solo grazie al portentoso strumento espressivo dell’animazione, che riesce a far convivere in maniera naturale e armonica Storia e finzione; apologo morale e appassionante racconto di avventura; commovente romanticismo e lieve umorismo. Grazie al disegno caldo e amanuense di Miyazaki prende vita un mondo parallelo in cui è perfettamente normale che un pilota italiano cacciatore di taglie possa assumere le sembianze di un maiale antropomorfo, senza che per questo il racconto perda in alcun modo di credibilità e di realismo.
Le bizzarre caratteristiche fisiche dell’aviatore Marco Pagot (il nome è al tempo stesso un omaggio a Nino Pagot, dimenticato padre dell’animazione italiana, e al figlio Marco Pagot con cui Miyazaki ha collaborato alla realizzazione della serie Il fiuto di Sherlock Holmes) servono anzi per rimarcarne ancora di più la sua connaturata diversità, rendendolo un essere del tutto “alieno” in un mondo in cui infuriano guerra, violenza e follia collettiva. “Piuttosto che diventare fascista è meglio essere un maiale” dichiara a un certo punto Porco Rosso, sottolineando con vigore la sua posizione anarchica e corsara, intrinsecamente contrapposta alle istituzioni del governo e dell’esercito. Miyazaki elegge ancora una volta il protagonista del racconto come emblema del suo pensiero pacifista, femminista, ambientalista e libertario (basti pensare che il maiale è l’animale preferito dall’autore); mentre nella figura dell’idrovolante intreccia due simbologie chiave del suo cinema – l’aria e l’acqua – espressione di una libertà fiera, pura e incondizionata.
In barba a chi considera ancor oggi l’animazione come una forma di racconto semplificato, sono molteplici gli spunti tematici e le chiavi di lettura che si sprigionano dal film (ad esempio nella figura dello spaccone pilota statunitense Donald Curtis, la cui superiorità tecnica non può nulla contro l’innata creatività e ispirazione dell’aviatore italiano, si può leggere addirittura un esplicito messaggio antiamericano, forse estendibile anche al contesto dell’animazione). Ma, tutto sommato, Porco Rosso è più di ogni altra cosa una dichiarazione d’amore rivolta alla magia e alla creatività della Settima Arte (non è un caso che il film si apra con la scritta “Cinema”, che compare in un magazine sfogliato dal protagonista). Miyazaki rievoca esplicitamente le atmosfere del cinema classico hollywoodiano (dai film di avventura alla commedia, con accenni perfino al noir e al western), dipingendo Gina, l’amata dell’aviatore, come una femme fatale, ricalcando la figura di Curtis su quella di Errol Flynn, e citando perfino in una sequenza meta-cinematografica l’animazione anarchica degli anni Trenta.
Ma di Porco Rosso è stato già scritto abbastanza: il film, datato 1992, è stato subito riconosciuto come un capolavoro da chi aveva avuto la possibilità di visionarlo (Bruno Bozzetto e altri animatori hanno dichiarato di averne all’epoca sollecitato in tutti i modi l’uscita in Italia). E nonostante Porco Rosso sia in primo luogo un omaggio amorevole al Belpaese ci sono voluti ben diciotto anni prima che il film arrivasse nelle nostre sale. Bisogna ringraziare Lucky Red, che si sta impegnando in un’organica e complessa operazione di recupero della filmografia dello Studio Ghibli, curando in maniera impeccabile anche l’adattamento e il doppiaggio delle opere. Agli spettatori italiani non rimane ormai che correre in sala per lasciarsi trasportare dal folle volo dell’animazione di Miyazaki, capace persino di trasformare un maiale in un onorevole e coraggioso pilota italiano nell’epoca degli idrovolanti.
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

“Un maiale che non vola è soltanto un maiale”
Lo so, non ha molto senso mettersi a parlare di Porco Rosso nel 2010. O meglio, mi correggo: non dovrebbe averlo se non avessimo dovuto aspettare 18 anni per vedere nelle nostre sale uno dei film più amati del grandissimo regista giapponese, per tacere del fatto che l’immaginifica e fantasiosa ambientazione milanese avrebbe potuto rappresentare un valore aggiunto per renderlo più “smerciabile”. Ma il nostro è un paese strano, è lo stesso paese dove i film d’animazione escono solo di pomeriggio perché “è roba per bambini”.
Ma Porco Rosso, come quasi tutte le opere di Miyazaki, è un film talmente universale da essere sostanzialmente senza età. Se le due sequenze in flashback, il ricordo di un amore magico nato volando sul pelo dell’acqua e l’incontro con la morte nella forma di una scia di aeroplani fantasma, valgono da sole tutto il cinema che potete immaginare, tutto il resto è semplicemente meraviglioso – e parlo di quel tipo di rara meraviglia per cui ci si sorprende a piangere senza motivo guardando dei bozzetti in bianco e nero accompagnati dalle musiche di Hisaishi, sui titoli di coda.
Porco Rosso è un capolavoro autentico e indiscutibile come ce ne sono (stati) pochi. Ed è nelle nostre sale, oggi, ora. Prendetevi un pomeriggio e andate a godervelo. Portateci i vostri figli e i vostri nipoti, se potete. In un certo senso, sono invidioso: avere l’occasione di scoprire il cinema di Hayao Miyazaki alle scuole elementari potrebbe davvero cambiare la loro vita. Decisamente in meglio.
da “giovanecinefilo.com”

È dall’alto del suo idrovolante che Porco Rosso preferisce guardare il mondo, è solo da quel punto di vista privilegiato che le meschinità umane non possono offuscarne la bellezza: ancora una volta, Miyazaki innalza i propri eroi al di sopra di un universo imperfetto, ed evoca nelle avventure tra i cieli del suo protagonista l’anima profonda della propria fascinazione per il volo.

“Questo film narra la storia di un maiale, soprannominato Porco Rosso, che si batte contro i pirati del cielo a rischio del suo onore, della sua donna e dei suoi beni, ambientata nel Mar Mediterraneo, all’epoca degli idrovolanti”. Come se un maiale antropomorfo che si guadagna da vivere inseguendo i pirati fosse la cosa più normale dl mondo, la breve didascalia che precede i titoli di testa ci introduce in una delle creazioni più fantasiose, anarchiche e libertarie realizzate da Hayao Miyazaki, fortunata e vivace commistione di elementi potenzialmente contradditori – la puntuale ricostruzione storica e l’atmosfera fiabesca, la riflessione esistenziale e la forma del divertissement, il dettaglio iperrealista e la dimensione onirica – che la poetica dell’autore nipponico fonde armonicamente in un’utopia sospesa nel tempo e nello spazio, dove il potere dell’immaginazione rende possibile superare una percezione del mondo sostanzialmente nostalgica e pessimista.
L’era del passato incanto ha qui i confini azzurri del Mediterraneo, e il suo impavido cavaliere è un pilota dalle ibridi sembianze. Animale-simbolo tra i più ricorrenti nell’immaginario del regista nipponico, il maiale appare questa volta come risultato di un misterioso prodigio che ha tramutato il volto di un ex eroe di guerra, marcando in maniera visibile una diversità interiore già esistente: Marco Pagot, pilota mercenario senza patria né legge, in lotta contro una categoria di persone che come lui risponde solo a un proprio codice d’onore, ha sfiorato in volo il mistero della morte per poi trovare a terra un mondo mutato ed estraneo, e ha preferito all’omologazione (“Meglio maiale che fascista”) la solitudine fiera degli spazi aerei. È dall’alto del suo idrovolante che Porco Rosso preferisce guardare il mondo, è solo da quel punto di vista privilegiato che le meschinità umane non possono offuscarne la bellezza: ancora una volta, Miyazaki innalza i propri eroi al di sopra di un universo imperfetto, ed evoca nelle avventure tra i cieli del suo protagonista l’anima profonda della propria fascinazione per il volo. Gli spettacolari combattimenti di Porco Rosso e l’elaborata costruzione del suo idrovolante rendono omaggio a un’epoca e celebrano il volo come espressione dell’arte e dell’abilità umane (non a caso, tra i tanti modelli riprodotti fedelmente, l’unico immaginario è proprio quello pilotato dal protagonista, per il quale Miyazaki ha inventato una sorta di sintesi ideale delle migliori creazioni di quel periodo), ma il desiderio di libertà, la ricerca di una pace interiore difficile da trovare tra gli uomini sono gli stessi che ispiravano le traiettorie di Nausicaä al di sopra della Foresta Tossica, e la suggestione sospesa tra realtà e sogno dei voli notturni di Mei e Satsuki in compagnia di Totoro rivive nella bellissima parentesi onirica dello scontro aereo in cui Marco, in fin di vita, vola tra i fantasmi degli aviatori caduti in guerra. Porco Rosso è il simbolo di questa riconquista dell’immaginazione, di questa tensione verso la meraviglia, e al tempo stesso di una riconciliazione con l’esistenza che, come sempre, passa attraverso l’elemento femminile.
Ma il film è anche l’opera di Miyazaki che forse maggiormente rappresenta, rispetto alle altre, il suo omaggio più personale alle culture lontane dalla propria. All’Italia certamente – un’Italia trasfigurata con affetto, realisticamente descritta e allo stesso tempo immaginifica –, ma non solo. Se il protagonista porta il nome di una famiglia di animatori e fumettisti italiani (Toni Pagot è il creatore di Calimero, insieme ai figli Marco e Gina Miyazaki ideò la serie animata Il fiuto di Sherlock Holmes), le sue gesta epiche rievocano quelle di uno dei più leggendari aviatori di tutti i tempi, Antoine de Saint-Exupéry, mentre i numerosi riferimenti al cinema classico hollywoodiano (l’impermeabile alla Bogart di Porco Rosso, l’eleganza da femme fatale di Gina, le ambizioni attoriali di Curtis) e ai pionieri dell’animazione (il cartone guardato in sala dal protagonista) sono una sentita dichiarazione d’amore verso il cinema come luogo primario dell’immaginazione.
Sara Orazi, da “sentieriselvaggi.it”

Marco Pagot era un pilota dell’aeronautica italiana. Durante la prima guerra mondiale, a causa di un non meglio identificato maleficio, misteriosamente il suo viso si è trasformato nel grugno di un maiale. Isolatosi in una remota isola dell’Adriatico, sotto lo pseudonimo di Porco Rosso sbarca il lunario combattendo a pagamento gli scalcagnati pirati dell’aria (i Mamma Aiuto) e allo stesso tempo cerca di tenersi alla larga dal regime fascista.
Ma i pirati dell’aria, stufi della superiorità in battaglia del suino, ingaggiano una vera e propria stella del volo, l’americano Curtis che – arrogante, borioso e donnaiolo – non ci mette molto a mettersi in competizione con Porco arrivando a sfidarlo apertamente. Il maiale volante dovrà dar prova di estrema bravura e coraggio per difendere le donne della sua vita e per fare, questa volta (ancora una volta?), la cosa giusta.
La distribuzione italiana comincia a dare segni di miglioramento per quanto riguarda i film di Hayao Miyazaki: se a Il mio vicino Totoro erano serviti ben 21 anni per vedere il buio delle sale nostrane, a Porco Rosso ne bastano solo 18. Uscito nel 1992, il sesto film da regista del maestro dell’animazione nipponica è anche il penultimo dell’era pre Oscar (seguito solo dalla Principessa Mononoke), ovvero dell’”oscuro” periodo precedente a La città incantata, film in seguito al quale ai piani alti hanno deciso che era il caso di distribuire con costanza (e giustizia) i film di Miyazaki. Tornando seri, è doveroso l’ennesimo plauso alla Lucky Red, che ha mantenuto fino in fondo la promessa di portare in sala gli inediti del regista giapponese.
Non importa che siano critici, dottorandi, esegeti, otaku, spettatori occasionali o appassionati: chiedere a qualcuno “qual è il miglior film di Miyazaki?” è come chiedere a un bimbo se preferisca la mamma o il papà. Non va fatto perchè semplicemente non c’è risposta. Anche i lavori dove è più facile notare dei nei (Nausicaä della valle del vento, Kiki consegne a domicilio) hanno comunque il dono, più unico che raro, di essere lievi, densi, narrativamente impeccabili, visivamente superbi.
Porco Rosso è, rispetto agli altri, uno dei film più personali di Miyazaki: la gioia che traspare nelle sequenze di volo, ma anche in quelle di progettazione e costruzione dell’idrovolante rosso di Marco, è semplicemente impagabile e riflette con semplicità e purezza la passione del regista per l’argomento. Allo stesso tempo il film è molto importante a livello personale per Miyazaki, che risolve in catarsi un conflitto (un senso di colpa) che da sempre pesa sulla sua coscienza: il regista e la sua famiglia non sperimentarono i dolori e la povertà della seconda guerra mondiale (come invece successe alla maggior parte dei connazionali) perchè il padre possedeva una fabbrica produttrice di componenti per aerei militari. Diventato pacifista convinto (tanto da non ritirare, nel 2003, l’Oscar al miglior film d’animazione come forma di protesta per la guerra in Iraq), Miyazaki omaggia con Porco Rosso tutte quelle persone verso le quali si è sentito in colpa per la sua condizione di privilegiato.
Un altro incredibile pregio del film sono le due splendide figure femminili di Gina – la disillusa, cinicoromantica, plurisposata, affascinante, donna Gina – e Fio – la giovane, entusiasta, energica, fresca, sognatrice, adolescente Fio -, che tentano di salvare Marco dal suo schiacciante senso di colpa. Due personaggi talmente giusti da far sorgere un’altra questione impossibile: qual è la miglior figura femminile nel cinema di Miyazaki? Ecco, un’altra domanda sbagliata.
Nicola Cupperi, da “nonsolocinema.com”

Non lasciatevi fuorviare dalla storia apparentemente leggera e dai personaggi scanzonati, non fate questo errore perché siamo in presenza di uno dei film più difficili di Hayao Miyazaki, il più drammatico e struggente. Sotto le vesti del divertissement, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell’ anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, che rifiuta ogni forma di omologazione.
Nonostante Porco Rosso (titolo originale Kurenai no Buta) sia un omaggio amorevole al BelPaese, ci sono voluti ben diciotto anni prima che il film arrivasse nelle nostre sale: la pellicola è infatti datata 1992, e rappresenta il quarto lungometraggio di Miyazaki realizzato per lo Studio Ghibli, di cui è fondatore con l’ amico e collega di sempre Takahata (piccola curiosità, il nome Ghibli deriva dall’ aereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, tratto a sua volta dal vento caldo del Sahara).
La storia è ambientata negli anni ’30 (1929 è la data indicata sulla rivista di cinema che l’ aviatore legge all’ inizio del film), in un’ Italia parzialmente reinventata, più precisamente sulle coste dell’ Adriatico, tra Venezia e l’ Istria. Si narrano le vicende di questo pilota di idrovolanti, soprannominato Porco Rosso per via delle sue fattezze, che ingaggia scontri aerei con i pirati dell’ aria, sfugge all’ aeronautica e fa stragi di cuori, dalla piccola Fio alla seducente e ambita Gina.
Un’ amabile didascalica premessa, introduce il film in dieci lingue, parlando del momento storico in cui è ambientato, come “l’ epoca degli idrovolanti”: non si tratta solo di un vezzo estetico, ma di una chiave di lettura preziosissima. Questo film infatti, più degli altri lavori del regista, costituisce un atto d’ amore verso le culture “altre”: la minaccia del Fascismo, la solarità del Mediterraneo, la poesie del francese cantato, l’ esplicito inchino ai film d’ avventura hollywoodiani anni Cinquanta. Rappresenta infatti anche una dichiarazione d’ amore rivolta alla magia e alla creatività della settima arte. Miyazaki rievoca esplicitamente l’ atmosfera del cinema classico hollywoodiano, dipingendo Gina come una femme fatale, ricalcando la figura di Curtis (l’ americano), su quella dell’ attore Errol Flynn e citando perfino in una sequenza metacinematografica, l’ animazione anarchica degli anni ’30. E come non riconoscere nel protagonista una strizzatina d’ occhio ad Humprey Bogart, con il suo inseparabile impermeabile e la costante sigaretta in bocca, che frequenta l’ Hotel Adriano, un localino alla Casablanca.
Lo stesso nome di Porco Rosso, Marco Pagot, è un omaggio ai fratelli Pagot (Marco e Toni), pionieri dell’ animazione italica, che crearono, tra i tanti, il leggendario Calimero; inoltre, tra il 1981 e il 1984 Marco Pagot e Miyazaki realizzarono, in una coproduzione RAI-Tokyo Movie Shinsha, la serie tv Il fiuto di Sherlock Homes.
Porco Rosso e Gina
Per quel che riguarda la metamorfosi del protagonista in maiale, Miyazaki non soddisfa la nostra curiosità in modo esplicito, ma possiamo ipotizzare un’ interpretazione seguendo la visione del credo buddhista, a cui c’è un palese riferimento nel film nella frase “stai spiegando il buddhismo a Buddha”. Secondo questo credo il maiale è l’ animale che incarna tutti i peggiori difetti dell’ uomo, e infatti Marco vi si trasforma dopo uno scontro con la flotta aerea tedesca durante la Prima Guerra Mondiale, in cui abbandona la sua squadra per salvarsi, lasciandoli al loro triste destino (la stessa metafora verrà ancora utilizzata ne La città incantata, del 2001, in cui i genitori di Chihiro si trasformano in maiali per via della loro ingordigia). Da questo momento Marco perde sé stesso e la capacità di rapportarsi col prossimo, si trasforma in un essere immondo, colpevole di essere sopravvissuto a tutti i suoi amici.
In quest’ opera ritroviamo molti dei capisaldi del cinema del Maestro nipponico dell’ animazione. Il rapporto dell’ uomo con la natura: dalle parole di Fio apprendiamo come “sia il cielo che il mare lavano gli animi dei piloti di idrovolanti”. E l’ aria e l’ acqua sono 2 tra le simbologie chiave del suo cinema, espressioni di una libertà fiera, pura e incondizionata. L’ utilizzo di personaggi bambini: la giovane Fio, anche se non è più una bambina (17 anni), è simbolo di innocenza contrapposta alla violenza degli adulti; riesce a riappacificare gli uomini tra loro e con la natura. E ancora in rapporto a Fio, è il topos della ragazza che sceglie il lavoro e la fatica per emanciparsi socialmente, contribuendo con qualcosa di concreto alla causa in cui crede. Il film ricalca il profondo pacifismo del regista (Porco Rosso non uccide mai): il protagonista, così come i pirati dell’ aria, incarnano delle creature estraniate dalla società che rispondono ad un codice d’ onore a parte, distaccandosi da una realtà cruda e folle che darà vita al mostro del totalitarismo, diffondendo il germe che inquinerà irreparabilmente il XX secolo.
Il portentoso strumento espressivo di Miyazaki, riesce a far convivere in modo naturale ed armonico un’ ambientazione iperrealista alle poche parentesi prettamente oniriche e fantastiche, tra le quali non si può non citare la visionaria e straziante esperienza pre-morte vissuta dal protagonista.
L’ attenta rievocazione storica dell’ Italia del 1929 si fonde con la fantasia della favola, le riflessioni etiche e politiche (“meglio essere un maiale che un fascista” sentenzia in modo lapidario Porco Rosso) con la pura infantile gioia del racconto cinematografico. Un piccolo miracolo della visione, reso possibile dalla mano di Miyazaki e dal suo tratto caldo ed amanuense (ricordiamo ad onor di cronaca che lo Studio Ghibli è l’ unica casa di produzione di film d’ animazione in Giappone a non far uso della computer grafica).
Forse questa pellicola non raggiunge le vette di densità emotiva di altri lungometraggi più noti e premiati dell’ autore (La città incantata, Oscar nel 2003 come miglior film d’ animazione e Orso d’ Oro al Festival di Berlino come miglior film, assegnato per la prima volta ad un film d’ animazione; o Il castello errante di Howl), ma personalmente lo trovo estremamente maturo e dotato di una poesia più immediata e travolgente.
Miyazaki in versione “anime” con i personaggi dei suoi film
Se non possiamo considerare Porco Rosso tra i capolavori di Miyazaki, sicuramente lo si può ascrivere nella lista di quelle piccole perle rare di poesia e raffinatezza, che scivolano via sulle note di una malinconica canzone francese (Le temps des cerices), lasciandoci qualcosa in più in fondo al cuore.
Dalle parole di Marco Muller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, quando, nel 2005, consegna il Leone d’ Oro alla carriera a Hayao Miyazaki: “la filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio epico, una cifra di fantastico e visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo addormentato che è in noi”.
da “vogliosapere.org”

Il porco rosso è un nostro aviatore. Dico nostro perché la fantasia del maestro dell’animazione giapponese ha partorito la storia in cui un ex aviatore militare dell’esercito italiano viene trasformato in un maiale mentre ci si sta preparando alla Seconda Guerra Mondiale. E non si sa come e perché, o meglio lo si può intuire da una bruciante battuta “meglio porco che fascista” che lascia trapelare molto.
Porco Rosso, venne realizzato dal maestro Miyazaki nel 1992 e arriva con un ritardo da record nelle sale italiane. Anzi su questo ritardo bisognerebbe interrogarsi e chiedersi non tanto se il film avrà successo al di fuori della nicchia di fans e appassionati della scuola Ghibli (dove sicuramente il film è già stato assimilato in altre forme, ma verrà rivisto anche sul grande schermo), quanto domandarsi perché necessitavamo di un film d’animazione politica nell’epoca dell’ennesima repubblica e di un crescente revisionismo ad un passo dall’apologia.
Il film a livello tematico non presenta grandi novità rispetto ai temi a cui poi il cinema di Miyazaki ci ha abituato: metamorfosi misteriose, attenzione al potere di redenzione e guida delle figure femminili (apologo dell’innocenza e per questo spesso bambine).
Ma è la contestualizzazione storica, la localizzazione geografica e politica a segnare una grande novità rispetto al resto della produzione: Porco Rosso abita nella regione istriana, è un ex glorioso militare che deve fare i conti con la falsa coscienza comune di un’Italia che volge al conflitto.
Grande attenzione viene data anche alla città di Milano, descritta come il motore operaio dell’Italia dei Venti con una meticolosità che la schiodano dalla bellezza seppia da cartolina d’epoca per colorarla, animarla e votarla alla realtà. Milano si mostra fabbrica, non Milano mondana o da bere. Sono le donne operaie di cui la diciassettenne Flo è sintesi, a riparare gli aerei, a portar avanti l’economia e non solo quella domestica. Come in Bull Durham (Ron Shelton) con Kevin Costner e Susan Sarandon. Solo che questa volta la riflessione sociale e la restituzione della memoria non viene fatta internamente, bensì veicolata da una favola disegnata da un autore nato e cresciuto nell’altra parte del mondo.
Una grande prova di riflessione storica e politica nascosta dietro la favola di una storia d’amore, di un uomo sofferente e sfigurato e di una bella diva, Gina, che gestisce un locale sull’Adriatico. Un film di cappa e di spada, di pirati (dell’aria). Un film d’epoca che nasce già classico.
da “sushiettibili.it”

In quella che Miyazaki Hayao definisce “l’epoca degli idrovolanti”, Marco Pagot è un ex-pilota che, deluso dall’umanità nella da poco conclusa grande guerra, si è misteriosamente ritrovato nelle mutate sembianze di un maiale antropomorfo. Con il nome di battaglia di Porco Rosso, vola alla ventura sui cieli dell’Adriatico a bordo del suo idrovolante vermiglio, sfuggendo al giogo fascista e sbarcando il lunario come cacciatore di taglie. Ma l’arrivo del pilota americano Curtis, assoldato dai Pirati del Cielo, lo costringerà a nuove battaglie per la salvaguardia dell’onore proprio e di quello di una radiosa fanciulla, per la riconquista di un perduto amore e della fiducia nell’umanità.
Dopo una lunga attesa, il film d’animazione firmato da Miyazaki 18 anni fa sarà finalmente distribuito in Italia da Lucky Red. Porco Rosso nasce come cortometraggio commissionato a Miyazaki Hayao dalla Japan AirLines e ben presto si trasforma in un progetto più ambizioso, un lungometraggio dove poter riversare l’antica passione per gli aerei, il valore della libertà e i metaforici e sofisticati malefici. Marco Pagot è un affascinate – nonostante l’aspetto da maiale – pilota di idrovolanti, un uomo tutto d’un pezzo per cui è ‘meglio essere maiale che fascista’. In Porco Rosso ritroviamo le ambientazioni europee – in particolare quelle italiane – reinterpretate dallo sguardo incantato, sognatore e fantasioso di Miyazaki. Nei cieli dell’Adriatico, e in una rivisitata Milano, si destreggia Pagot (il nome è un omaggio alla famiglia italiana che fu pioniera nell’animazione, creando I fratelli Dinamite e il personaggio di Calimero), un aviatore che ha scelto di abbracciare una vita solitaria, coerente e rispettosa dei suoi ideali. Carismatico nonostante le apparenze, Pagot è conteso dall’amica di vecchia data Gina e dalla giovane e determinata Fio. Sebbene le scene, i personaggi e gli sfondi siano pregni di credibilità e veridicità, il ‘realismo’ di Miyazaki viene puntualmente interrotto dai naturali colpi di magia e dai viaggi onirici scaturiti dalla sua potenza creativa. L’attendibilità e la meticolosità della costruzione rendono gli inserti fantastici ancora più straordinari e disarmano lo spettatore, accogliendolo in un mondo parallelo. Così, in un racconto geograficamente individuabile, popolato da essere umani comuni, la vista di un maiale parlante disorienta per poi condurre nelle favolose grotte della mente di Miyazaki, dove realtà e immaginazione coesistono e si alimentano reciprocamente. Di poetica bellezza e di delicata fattura è la scena sulla triste sorte dei piloti combattenti, uniti in una scia luminosa verso un fantomatico paradiso. Il finale aperto, raccontato dalla coraggiosa Fio, sprigiona la magia e la meraviglia della storia, lasciando lo spettatore libero di sognare sul destino dell’eroe e delle donne a cui ha rubato il cuore.
Francesca Vantaggiato, da “supergacinema.it”

Locandina Porco rosso

Italia, periodo tra le due guerre mondiali. Un misterioso pilota di aerei dalle sembianze di maiale, detto Porco Rosso, è il terrore dei pirati del Mare Adriatico, almeno finché questi non si affidano all’americano Curtis, avventuriero spavaldo che sfida Porco Rosso a duello.
Quello che a prima vista potrebbe apparire come uno dei lavori più scanzonati del maestro dell’anime giapponese, come fosse girato per ingannare il tempo tra un’epopea e l’altra, è al contrario la perfetta cartina di tornasole per cogliere alcuni temi portanti della poetica di Miyazaki. Sotto le vesti del divertissement, infatti, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell’anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, solitario come un ronin errante, che rifiuta ogni forma di omologazione. Su tutte quella fascista del regime che avanza, infestando la (sua) bella Italia (“meglio porco che fascista” è una delle frasi-cardine del film) e fagocitandone le diversità.
La scelta di ambientare la vicenda tra le schermaglie aeree di piloti e pirati – entrambe creature estraniate dalla società e che rispondono a un codice d’onore a parte – la dice lunga su come Miyazaki scelga il ruolo di osservatore distaccato ma non imbelle di fronte a una realtà che non gli appartiene. “Sono sempre i buoni a morire”, va ripetendo l’eroe dai tratti suini, ribadendo il sostanziale pessimismo nei confronti di una società che sceglie di prostituire la sua bellezza e di asservirsi al potere. L’Italia ideale su cui Porco Rosso ama svolazzare, quella assolata dell’hotel Adriano, delle dame eleganti e delle folle festanti, dopotutto è anche il paese capace di dar vita al mostro del totalitarismo, diffondendo il germe che inquinerà irreparabilmente il XX secolo.
Che si tratti di Italia degli anni ’20 o di un Giappone contaminato dal fantasy, Miyazaki riesce al solito a veicolare il suo messaggio senza appesantire la narrazione: ritorna il consueto topos della ragazza che sceglie il lavoro, senza sottrarsi alla fatica, per emanciparsi socialmente e contribuire con qualcosa di concreto alla causa in cui crede. Pur scegliendo un approccio visivamente quasi dimesso, senza ricorrere alle immagini flamboyant di una Nausicaa della valle del vento o de La città incantata, quella che Miyazaki ci regala è una pagina tutt’altro che minore del grande libro delle sue visioni, in grado di stupire al pari di quanto sanno insegnare.
Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

Il pilota che divenne maiale
di Roberto Nepoti La Repubblica

Realizzato nel 1992 dall’ “imperatore” del cinema d’ animazione, Hayao Miyazaki, un film senza età e un autentico regalo per lo spettatore. Il soggetto è insolito per il maestro giapponese; però include una di quelle inspiegabili metamorfosi ricorrenti nel suo cinema. In seguito a un incidente, l’ asso italiano dell’ aviazione Marco Pagot, fieramente antifascista, ha assunto l’ aspetto di un maiale. Vive da eremita su una spiaggia dell’ Istria; ma torna in azione col suo aeroplano rosso per combattere i pirati dell’ aria. Lo aiuta Flo, ragazzina esperta in meccanica. Immagini aeree, i colori e la poesia inconfondibili di Miyazaki: un’ occasione che va colta al volo.
Da La Repubblica, 13 novembre 2010

L’eroe-pilota trasformato in un maiale
di Maurizio Cabona Il Giornale

«Meglio porco che fascista». Al pilota che nel 1920 raggiunse Tokio in volo, Arturo Ferrarin, non lo dice Tinto Brass; lo dice Marco Pagot, protagonista del cartoon Porco rosso. Ibrido di Francesco Baracca, Guido Keller, del Barone rosso e di Corto Maltese, Porco rosso è la metamorfosi di un eroe dell’aviazione italiana nella guerra con l’Austria. Chiamato così da quando un maleficio l’ha reso maiale, eppure vola sempre col suo aereo, avventuriero dell’Adriatico settentrionale negli anni ’30. Lo stemma dei Savoia sull’alettone tricolore del suo aereo dà un brivido; le note de Le temps des cerises danno le lacrime.
Da Il Giornale, 12 novembre 2010

Tra le opere di Hayao Miyazaki, maestro dell’animazione osannato per la sua arte a qualsiasi latitudine, ce ne è più d’una ancora non distribuita nel Belpaese. E mi riferisco a Laputa, Nausicaa della Valle del Vento, Il mio vicino Totoro e Porco Rosso: non dico che è uno scandalo ma poco ci manca, vista la notorietà e la qualità del cinema del regista nipponico. Continuando la breve polemica trovo sia utile, finanche doveroso, per gli amanti delle Anime e non solo, cercare di procurarsi l’opera attraverso tutti i canali possibili. E qui mi stoppo, chi vaga in rete mi può ben intendere.
Porco Rosso è un’opera dall’ambientazione inusuale, l’Italia degli anni Trenta, che si svolge tra Milano e l’Istria: la costiera Adriatica ospita un piccolo avamposto da sogno, un isolotto sperduto in cui dimora un aviatore molto particolare. Un maiale che è un vero e proprio re dei cieli, un cacciatore di taglie che con il suo idrovolante rosso fuoco solca gli spazi dell’aria facendolo danzare geometricamente. Un maiale? Un maiale, proprio un maiale, già aviatore nella Grande Guerra con sembianze d’uomo. Il destino, o per meglio dire una maledizione, aveva tramutato l’aviatore in un porco, allontanandolo dai sogni e dagli ideali, ma non dalle virtù principi per un soldato: lealtà ed onore. Temuto e rispettato, è sfidato dai pirati dei cieli e da un aviatore americano che gli si crede superiore, non lasciando indifferente nemmeno il Regime che lo tiene sempre d’occhio. Ma chi era Porco Rosso, in precedenza? E perché, nonostante le sembianze suine, rapisce il cuore di donne bellissime? Gina, che gestisce l’Hotel Adriano, è il sogno proibito di tutti gli aviatori, e ricorda le gesta di un giovane pieno di bellezza e di coraggio. Gina ama Porco Rosso, il cui vero nome è Marco, perché ricorda e trasfigura: attende che il volo del maiale aviatore si arresti presso la sua dimora. Sconfitto nel primo scontro con l’americano, Porco Rosso ricostruisce il proprio idrovolante grazie all’aiuto di Fio, una ragazza non ancora maggiorenne, un giovane ingegnere che con sorpresa riesce a scaldare il cuore del disincantato aviatore. L’ultima sfida con l’americano sarà un atto d’onore ma anche d’amore, per salvare la coraggiosa Fio, colei che forse gli ha insinuato una nuova speranza.
Meraviglia delle meraviglie, Miyazaki, tra gli scenari da sogno proposti nelle sue pellicole, quindici anni fa inserì anche l’Italia. La costiera adriatica che affaccia a Nord Est, nella sua idea crocevia di viaggiatori e avventurieri di varia umanità. È un luogo importante e decisivo nella prima metà del Novecento, per tutta una serie di motivi storici, strategico-geografici che ci lasciano immaginare che la scelta del regista giapponese sia affatto casuale. Ma non è un film di guerra o sulla guerra – del resto siamo negli anni Trenta, nel mezzo tra il primo e il secondo conflitto mondiale -, il contesto serve esclusivamente a creare la giusta suggestione per rendere fascinose le figure che si è scelto di rappresentare. Questo Porco rosso è, difatti, un film che sceglie il ritmo e l’avventura, senza calcare la mano, come in precedenti e successive pellicole, sui messaggi etici dalla valenza universale, sugli scenari apocalittici in cui v’era sempre una parvenza di umana catastrofe. In effetti Miyazaki costruisce un’opera piena di sfumature, di momenti divertenti e di lievissime malinconie, di imprevisti nonsense e d’azione per l’azione. Certo non mancano i suoi temi principe, né le affinità di destino con altri personaggi della galleria d’eroi ed eroine che hanno reso celebri le sue pellicole. Né vengono meno gli scenari del contendere tanto amati in Laputa e Nausicaa: il cielo è nuovamente protagonista, in questo caso dalla prima all’ultima sequenza. Mirabili le sequenze aeree, rese spettacolari da disegni animati ricchi di uno stile – di tratto e di colore – che è oramai riconoscibile a prima vista ed universalmente celebrato.
Entrando nel cuore della storia, nella vita dei personaggi, non ci sorprendiamo più nel ritrovare una caratterizzazione psicologica che diventerà, nel tempo, una delle cifre autoriali che ad oggi distanziano l’opera miyazakiana dalle animazioni, pur tecnicamente apprezzabili, di Dreamworks, Pixar e Disney. È un cinema più adulto, anche quando si fa più lieve che altrove (Porco Rosso non è certo Nausicaa della Valle del Vento, né Il castello errante di Howl), perché sceglie di dare spessore emotivo ad ogni singolo personaggio, seguendo poche ma ben salde linee guida. Se in effetti, a differenza della quasi totalità delle sue opere, Miyazaki sceglie un protagonista-eroe maschile, addirittura restituito sotto le inconsuete sembianze d’un animale considerato tutto fuorché impavido, è la piccola Fio – come prima di lei Nausicaa e Sheeta, e dopo di lei Kiki, San, Chihiro e Sophie -, attraverso l’amore e il coraggio, a infondere la speranza e dunque a ergersi come personaggio che si fa più vicino al nostro umano sentire. Torna anche il tema della maledizione e della metamorfosi, che ci riporta alle sorti del principe guerriero Ashitaka (La principessa Mononoke) e della giovanissima Sophie (tramutata in una pur arzilla vecchietta ne Il castello errante di Howl): ancorché reso marginalmente e in modo più spensierato che in altre pellicole, è l’unico caso in cui Miyazaki non ci spiega né il quando né il dove e né il perché ciò sia avvenuto, addirittura lasciando dalla prima all’ultima sequenza, se non nelle evocazioni del ricordo Gina, Porco Rosso alle sembianze suine che lo hanno reso celebre, condannandolo comunque ad una infelicità peraltro mai evidentemente esibita. E qui c’è tutta la vena malinconica del cinema del maestro giapponese, sapientemente velata se non addirittura occultata agli sguardi superficiali, per privilegiare l’avventura come mai in precedenza si era concesso. Si arriva a parlare anche di senso dell’onore, pur in una concitata quanto buffa sequenza in cui i pirati dell’aria cercano di prendersi una rivincita sul porco aviatore che li aveva dileggiati e sconfitti, per bocca nientemeno che della piccola Fio, attraverso le parole della quale Miyazaki, nuovamente mimetizzandolo in un contesto quasi dissonante, filtra il consueto messaggio edificante e valoriale. Nulla, come potete notare, è mai lasciato al caso, meno che mai i dettagli, che nella fattispecie sono frutto di una ricerca estetica quasi maniacale. È impressionante la ricostruzione di paesaggi, interni e atmosfere del pezzo d’Italia e del contesto che sceglie di raccontare il regista giapponese, il quale costruisce un’ambientazione verosimile intrisa di tanto gusto retrò, pur all’interno di una storia evidentemente immaginaria, ipervisiva, immancabilmente immaginifica. A confezionare come si conviene l’opera vi è l’intensa e sottilmente malinconica colonna sonora di Hisaishi, nella quale vibrano, sopraggiunto l’epilogo, le parole di Tokiko Kato, armoniosamente accompagnanti una melodia che, come nel capolavoro La città incantata, sospendono la storia annullando la pur riconoscibile dimensione spazio-temporale: Porco Rosso si è eclissato. Tornera? Chi lo ama, la giovane Fio oramai adulta, lo porta con sé nei pensieri, ricordando quella stagione della vita che l’ha aiutata a crescere, che le ha insegnato cos’è l’amore.
Anche se non siamo ai livelli delle sue opere manifesto, La città incantata, Nausicaa della Valle del Vento, La Principessa Mononoke e Il castello errante di Howl, Porco Rosso è un film che si imprime dentro con quella leggerezza che spesso il cinema sa trovare quando percorre naturalmente i territori della fantasia e dell’incanto. Lo troverete solo in lingua originale sottotitolato, ahimé, ma non negatevelo, nell’attesa che anche in Italia si dia il giusto credito alle opere di Hayao Miyazaki, senza alcun dubbio il più grande regista d’animazione vivente.
Leon, da “lankelot.eu”

L’anno scorso ci dicevamo stupefatti di poter vedere nelle italiche sale “Il mio vicino Totoro” dopo ventuno anni. Per “Porco Rosso” di anni ne sono passati diciotto, ma la meraviglia rimane la stessa, e ne andiamo a spiegare i motivi.
Visto che la pregevole iniziativa della Lucky Red fa saltare l’ordine cronologico delle opere dello Studio Ghibli, ci permette altresì di abbozzare una mappatura della poetica miyazakiana in base alle pellicole edite in Italia. Banalizzando potremmo affermare che “Porco Rosso”, assieme a “Il mio vicino Totoro” e a “Ponyo sulla scogliera”, appartiene al gruppo di lavori più fanciulleschi del genio di Tokyo (all’appello manca “Kiki consegne a domicilio”): come si diceva per Totoro, che trattava l’elemento del meraviglioso in maniera tale da ergersi a manifesto e modello del cinema di Miyazaki, non si può prendere sottogamba la forza e la freschezza di questi racconti. Purtroppo del filone più adulto (e cupo) abbiamo inciso nella memoria soprattutto “La città incantata”, che ne è la summa, il monumento finale alla visionarietà dell’autore, e non “Nausicaä della Valle del vento” che è lo “start” dello Studio Ghibli, l’enciclopedia composta dalla materia dei successivi venticinque anni di pellicole miyazakiane.
Lo spettatore immesso nel sistema narrativo di Miyazaki è conscio di (ri)trovare il fattore magico/meraviglioso, un gioco di cui si conoscono tacitamente le regole. In “Porco Rosso” non c’è niente da scoprire, poiché il dato straordinario è già nel/il protagonista, una volta uomo, ora suino, per il maleficio di chissà quale Circe (se ne fa menzione solo una volta).Il maestro giapponese inventa l’epoca degli idrovolanti e l’ambienta al suo crepuscolo, “Porco Rosso” si fa dunque riflessione sull’immaginario avventuroso: siamo negli anni ’30 in un’Italia esotica e idealizzata, luogo di romantici incontri, di scontri leali, ultimo avamposto occidentale in cui sia praticabile l’Avventura, prima che gli orrori della Shoah ne cancellassero per sempre la possibilità.
L’avventura di Marco Pagot (vero nome di Porco, in omaggio ai fratelli Pagot, famosi animatori italiani, coi cui figli lo stesso Miyazaki ha lavorato) si dipana tra duelli cielo-acquatici, il rapporto da feuilleton con Gina, padrona dell’isola-ritrovo nel Mar Adriatico, e la tenera affinità con la giovane Fio, geniale progettista d’aerei. Uno schema semplice in cui si ritrova l’amore di Miyazaki per il cinema classico: Marco col suo idrovolante è un cavaliere dell’aria così come un cowboy della terra, e del cavaliere riporta tutti i tratti di romantico eroismo: Marco non uccide i suoi nemici e mal che vada lo scontro finisce in una lunghissima scazzottata che non può non ricordare quelle mitiche da western dei film di John Ford o Howard Hawks. Nonostante la trasformazione fisica, Porco tiene ai suoi valori e alla sua indipendenza, che si trasforma in atto di resistenza politica: “Meglio maiale che fascista!”.
Il direttore del doppiaggio Gualtiero Cannarsi, durante la presentazione in anteprima al Festival Internazionale di Roma (a proposito: un Festival Internazionale può presentare una versione doppiata?) ha riportato le parole di Miyazaki che parlò di “Porco Rosso” come d’un film “pericoloso”, perché nato per caso, senza preavviso: all’inizio doveva essere solo un filmato da proiettare in volo per una compagnia aerea. Porco è uno dei pochi protagonisti maschili nell’universo prettamente femminile di Miyazaki, eroe che comprende in sé tutti i segni dei fantastici avventurieri dell’autore giapponese, più un’insolita volontà di straordinarietà: “Un maiale che non vola è solo un maiale”.
Anche se alla fine del film il nostro cavaliere solitario si eclissa, si vocifera che presto tornerà in sella di un idrovolante nel sequel che potrebbe intitolarsi “Porco Rosso: The Last Sortie”, ambientato durante la guerra civile spagnola.
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

Una maiale senza le ali è solo un maiale
Marco Pagot è un famoso pilota di idrovolanti che nell’Italia degli anni ’20 si guadagna da vivere dando la caccia ai famigerati pirati volanti dell’Adriatico. Nonostante un misterioso sortilegio lo abbia condannato ad avere sembianze di maiale, la sua fama è immensa, il suo aeroplano rosso è celebre in tutto il paese e non solo e la sua amicizia con la bellissima tenutaria Gina scatena l’invidia di tutti i colleghi. Sconfiggerlo in un duello aereo sarebbe impresa da fama e gloria e per questo l’americano Curtis si unisce ai pirati, riuscendo addirittura ad abbattere l’aereo di Marco grazie ad una serie di circostanze fortunate.
Per ripararlo Marco si trasferisce a Milano, presso la ditta Piccolo, dove fa la conoscenza di Fio Piccolo, un genio nella progettazione degli aerei nonostante i suoi diciassette anni. Ma i tempi non sono favorevoli, Porco Rosso ha per troppo tempo manifestato la sua contrarietà al regime (“Meglio porco che fascista” il suo motto) ed è ricercato dalla polizia. Costretto ad una rocambolesca fuga, durante la quale si porta dietro anche Fio, ritorna sull’Adriatico per sistemare i conti con Curtis e forse mettere in chiaro una volta per tutte il suo rapporto con Gina.
Meglio porco che fascista
La Lucky Red colpisce ancora e dopo Totoro un altro capolavoro ancora inedito degli anni d’oro dello studio Ghibli arriva nei cinema nostrani: Porco Rosso, datato 1992!
Porco Rosso è un film un po’ diverso dai soliti cui Miyazaki ci ha abituati: ambientato in un’Italia fascista rivisitata attraverso l’ottica del regista, vede come grandi protagonisti gli aerei e i pionieri del volo, che in quell’epoca (parliamo degli anni ’20) incarnavano la figura di eroi destinati ad entrare nella leggenda. D’altronde Miyazaki è sempre stato un appassionato di aerei e macchine volanti, presenti in quasi tutte le sue opere, una propensione nata in tenera età grazie al lavoro del padre e mai venuta meno: e se anche gli apparecchi presenti nel film sono per lo più opera di fantasia, tuttavia l’ispirazione è stata presa da veivoli realmente esistiti.
Anche il nome del protagonista non è casuale, dato che i Pagot sono una grande dinastia italiana di disegnatori ed animatori (sono stati, ad esempio, gli ideatori del pulcino Calimero) e Miyazaki aveva avuto modo di collaborare con loro durante la realizzazione una coproduzione con la Rai, Il fiuto di Sherlock Holmes.
Il film è un bilanciamento perfetto di azione, avventura, commedia e romanticismo; il protagonista, trasformato nell’aspetto da un sortilegio mai spiegato, ha un passato tragico, nel quale ha perso quasi tutti i suoi amici aviatori, e un presente incerto, in cui mette costantemente la vita a rischio. Nonostante l’evidente amore della bella Gina non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi a lei, e l’entrata in scena dell’esuberante Fio non fa che complicare la situazione. Non mancano comunque i consueti rimandi del regista a temi più seri, oltre alla già citata condanna del fascismo troviamo un netto rifiuto della guerra ed un netto rifiuto dei facili distinguo, dato che nel film nessuno è davvero totalmente malvagio, nemmeno i terribili pirati dell’aria Mammaiuto, che si fanno sopraffare da un gruppo di bimbe in gita, o non sanno resistere al fascino di Gina e Fio. Per non parlare poi dell’importanza data alle donne, che nell’Italia depressa del ventennio non si fanno problemi a lavorare duro per tirare avanti, con i mariti costretti a cercare fortuna nell’emigrazione all’estero.
Insomma, il solito, grandioso film di Miyazaki, che potrebbe lasciare un poco interdetti all’inizio, ma in breve non può che conquistare lo spettatore, che uscirà dal cinema divertito, soddisfatto e con giusto un pizzico di malinconia per il destino del maiale volante. Superlativa, ancora più del solito, l’indimenticabile colonna sonora del solito Joe Hisahishi, il compositore di fiducia di Miyazaki, e una menzione d’onore va anche al doppiaggio italiano, di ottimo livello e con un occhio di riguardo nel proporre voci simili all’originale giapponese.
E’ inoltre notizia proprio di questi giorni che la prossima pellicola dello studio Ghibli sarà proprio il seguito di Porco Rosso: ragione in più per non lasciarselo sfuggire…
Fabrizio Ridella, da “spaziofilm.it”

Non perdetevi Porco Rosso di Hayao Miyazaki, il film di animazione giapponese prodotto nel 1992 ma arrivato nelle sale italiane solo in questi giorni. E affrettatevi a vederlo, perché non è detto che ci rimanga molto. Dovete vederlo perché è un grande esempio di scrittura per il cinema e vi piacerà anche se non avete mai considerato il cinema di animazione.
(Io comunque non entro nel merito dell’animazione e del disegno, non ci capisco).
Il film ha una sceneggiatura molto bella e alcuni personaggi, soprattutto il protagonista Marco Pagot, nel presente della vicenda però conosciuto da tutti come Porco Rosso, sono delle vere perle.
Porco Rosso è un aviatore abilissimo, è stato un asso dell’Aeronautica italiana durante la Grande Guerra e ora – siamo nel 1929 – vive facendo il cacciatore di taglie, ai danni dei piloti-pirati di idrovolanti che infestano il Mare Adriatico.
Porco Rosso è chiamato così perché si è trasformato in un uomo maiale per una maledizione che, dopo la Grande Guerra, è caduta su di lui. Non sappiamo quale sia questa maledizione, né quali siano le cause precise che hanno portato Marco a vivere così, solitario, nei cieli e, quando non è in missione, in una piccola isola della costa dalmata: intuiamo solo che gli orrori della guerra l’hanno trasformato, trasfigurato, appunto.
Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere giovedì scorso, “l’impermeabile con il bavero rialzato e la cintura stretta in vita sembra uscita dall’armadio di Bogart e il gusto di fare a cazzotti rimanda al John Wayne più epico, quello di La Taverna dei sette peccati o di Un uomo tranquillo“.
Soprattutto, come ogni solitario che colpisce e lascia il segno sui lettori (oh, sugli spettatori, scusate) Porco Rosso è uno di quelli che James Wood ha definito “personaggi opachi” (Come funzionano i romanzi, Mondadori, nota al capitolo “Il personaggio”) quelli insomma, che devono il loro fascino ma anche la loro credibilità narrativa al fatto di non esplicitare la spiegazione causale che li muove e che muove l’intreccio.
Stephen Greenblat nel suo Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico (Einaudi) ha scritto che Shakespeare si rese conto che avrebbe potuto amplificare l’effetto delle sue storie “solo se avesse sottratto dall’intreccio un elemento esplicativo chiave, occultando così il principio logico, la motivazione, o il principio etico che spiegava il dipanarsi dell’azione. Il nuovo principio non era la costruzione di un mistero da svelare, ma la creazione di un’opacità strategica“.
Ecco, fatte le debite proporzioni, il personaggio di Porco Rosso funziona soprattutto per questa sua splendida opacità: sappiamo che è uno dei buoni della storia, ma non sappiamo esattamente cosa lo muova, cosa lo avvicini e allontani da Gina – la donna che vive nell’hotel sull’isola con un passato di amori interrotti dalla morte e che è innamorata di Porco Rosso.
Come ricorda Mereghetti, Porco Rosso assomiglia un po’ anche al Rick Blaine (Humphrey Bogart) di Casablanca e la stessa atmosfera del film di Miyazaki ha il fascino del mondo europeo fra le due guerre, con i fascismi brulicanti per l’Europa, la crisi economica, le folle nazionaliste.
E ovviamente Porco Rosso è antifascista: anche qui, nessuna teorizzazione del perché è antifascista. E’ antifascista e basta; verrebbe da dire per istinto. Come John Belushi in The Blues Brothers diceva: “I hate Illinois Nazis” (Odio i nazisti dell’Illinois), Porco Rosso, in un momento memorabile del film, dice all’amico pilota che lo invita a tornare nell’Aeronautica militare italiana per porre fine alle sue peregrinazioni: “Piuttosto che diventare un fascista meglio essere un maiale”.
Oltre alle scene della caccia ai pirati aerei sull’Adriatico, a quelle dei duelli sugli idrovolanti con l’americano Curtis (che si dichiara più volte a Gina ma che Gina respinge solo perché aspetta un altro uomo “che vola quassù ma non si ferma mai”), alla meravigliosa scena del sogno-visione raccontato da Porco Rosso che vede, come in una scia di stelle tutti i piloti – amici e avversari – morti nella carneficina della Grande guerra, oltre a questi momenti, impagabili sono i minuti del film ambientati a Milano.
Una Milano industriale che si snoda sui navigli, ancora non interrati. Milano dove Porco Rosso va con il suo aereo malandato per una riparazione accurata affidata alla ditta Piccolo, dove lavora Fio, ragazzina supervitale specializzata in aerei che seguirà l’eroe nel seguito della storia, esercitando su di lui anche una certa, contenuta, attrazione femminile. Una Milano che, al momento della partenza dell’idrovolante rimesso a nuovo, con la polizia segreta fascista che insegue Porco Rosso, si trasforma addirittura, inventandosi un centro attraversato da un grande fiume.
No, non perdetevi Porco Rosso. E’ un film memorabile: proprio come mi ha detto il ragazzo dietro la cassa del cinema. (Lui per la verità il film l’ha visto molte molte volte, in giapponese, scaricato dalla rete; e ora finalmente è in una sala, 18 anni dopo l’uscita).
da “gruppodilettura.wordpress.com”

Voto: 8.5
E siamo a quota cinque.
Sono infatti già quattro i film diretti da Hayao Miyazaki che ho recensito: ci sono già passati La città incantata, Nausicaa della valle del vento, Il castello errante di Howl, Lupin III – Il castello di Cagliostro.
Il quinto è Porco Rosso, un film d’animazione uscito nel 1992 e ambientato nel Mediterraneo, per la precisione nell’Atlantico, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale.
Già questa parrebbe una novità, posto che gli altri film di Miyazaki possiedono tutti una connotazione decisamente fantastica.
Ebbene, anche questo non fa eccezione: Porco Rosso, il protagonista del film, è un pilota di un idrovolante… ma soprattutto è un maiale!
Sì, proprio un maiale, trasformato da essere umano che era da una maledizione, di cui peraltro nel film si dice poco.
Tra l’altro, le maledizioni paiono essere un elemento caro a Miyazaki, se è vero che pure in Il castello errante di Howl, La città incantata e La principessa Mononoke alcuni dei protagonisti ne vengono colpiti.
Rispetto ad altri film del regista nipponico, come per esempio La principessa Mononoke, Nausicaa o Laputa – Castello nel cielo, questo Porco Rosso si presenta più leggero e discorsivo, privo della seriosità abbinata a tematiche quali la guerra, la natura, le ambizioni umane… diciamo che siamo più dal lato di Kiki – Consegne a domicilio e Totoro…
Il protagonista del film dunque è Marco, detto Porco Rosso (porco perchè è un maiale e rosso perchè vola su un idrovolante rosso), ex pilota dell’aeronautica italiana, da cui è fuoriuscito perchè non in linea con la cultura fascista (e infatti è ricercato dalla polizia per diversi reati), ed ora cacciatore di taglie in solitaria.
L’inizio del film è bellissimo: Porco Rosso è coricato su una sdraio in una sorta di insenatura di un isolotto, con un ombrello che lo ripara dal sole e una radio che intona Le temps des cerises (un classico francese).
Ma l’azione lo esige immediatamente: i Mamma Aiuto, pirati dell’aria, stanno assaltando una nave e prendendo in ostaggio un gruppo di bambine… che peraltro non solo non sono spaventate, ma si divertono un mondo, mettendo in grave imbarazzo i “criminali”.
Porco Rosso interviene e sbroglia la situazione.
Poco dopo segue la serata al night club in cui canta Madame Gina, amica (o forse di più?) di Porco Rosso, in cui si fa anche la conoscenza di Curtis, un pilota americano che sfiderà Marco in un duello aereo e che pare molto interessato a Gina (oltre che a Fio Piccolo, la ragazzina che diventerà il secondo di Porco Rosso e che è forse il personaggio meglio riuscito del film).
L’idea l’ho data: la storia è vivace, i personaggi godibili, la fotografia splendida (Miyazaki e Studio Ghibli d’altronde sono una garanzia).
L’unico motivo per non guardare Porco Rosso era dato forse dal fatto che sino a poco tempo fa non esisteva una versione italiana, e infatti io me lo ero procurato in lingua originale con i sottotitoli in italiano (combinazione che peraltro è la mia preferita)… ma da poco è uscito il dvd nostrano, per cui anche i pigri non avranno più scuse.
da “foscodelnero.blogspot.com”

La storia di Porco Rosso, ambientata in un’Italia anni ’30 parzialmente reinventata, vede un aviatore mercenario di nome Marco Pagot amare e battersi per il suo onore, convivendo con il risultato di un non meglio precisato incantesimo che gli ha trasformato il viso in quello di un maiale. L’amabilmente fantasiosa premessa viene esposta con un’impagabile nonchalance da Miyazaki in alcune scritte multilingua che scorrono prima dei titoli di testa. Non è un vezzo gratuito, ma una chiave di lettura preziosissima: Porco Rosso è, anche più di altri film del regista, un atto d’amore verso le culture “altre”, lontane dalla sua patria. La minaccia del fascismo, la solarità del Mediterraneo, la suggestione del passato italiano (non dimentichiamo che il Lupin di Miyazaki guidava una 500), la poesia del francese cantato, l’inchino esplicito a Hollywood e allo spirito dei film d’avventura hollywoodiani degli anni Cinquanta.
Materiali non necessariamente compatibili tra loro, che Hayao amalgama usando alcuni capisaldi del suo cinema: il pacifismo (Porco Rosso non uccide mai), la comunione con la natura (perché volare, altrimenti?), la comprensione dell’esistenza che passa per l’elemento femminile (qui la spavalda giovane meccanica Fio). Ciò che sorprende del film, scritto dallo stesso Miyazaki completamente da solo, è infatti il talento nel creare un universo fantastico usando e tradendo “strategicamente” elementi del tutto reali: gli aerei, passione personale del regista, pur meticolosamente progettati e plausibili, proiettano l’uomo verso il sublime come il gatto-autobus di Il mio vicino Totoro.
L’estraneità di Miyazaki a ogni tipo di fantasia precotta e la sua invidiabile e personale autonomia creativa non sono mai state così evidenti come in Porco Rosso, dove l’ambientazione iperrealista fa risaltare ancora di più le poche parentesi prettamente oniriche, tra le quali una visionaria quanto straziante esperienza di pre-morte.
Nella cura maniacale di inquadrature, montaggio e sound-design, fa capolino comunque il dubbio – e non ce ne vogliano i fan oltranzisti – che il film non abbia la stessa densità emotiva di altri lungometraggi dell’autore, forse meno maturi ed eleganti ma dotati di una poesia più immediata e travolgente. Trattandosi di Miyazaki, è un peccato veniale, figlio di una sacrosanta volontà di ricerca che ha pochi epigoni. L’unica trascurabile delusione può essere al massimo quindi quella di collocare Porco Rosso tra i bei film di un grande regista e non tra i capolavori.
Lo spettatore italiano ha comunque un motivo di orgoglio in più che dovrebbe spingerlo a godere in sala delle piroette di Porco: non solo l’ambientazione è italiana persino in ogni scritta (salvo qualche buffo errore di ortografia), ma il nome del personaggio, Marco Pagot, è un omaggio al figlio di Nino Pagot, che col fratello Toni fu tra i pionieri della nostra animazione, creando tra i tanti il leggendario Calimero. Tra il 1981 e il 1984 Marco Pagot e Miyazaki idearono e realizzarono insieme, in una coproduzione RAI-Tokyo Movie Shinsha, la serie tv con animali antropomorfi Il fiuto di Sherlock Holmes: italiani e giapponesi raccontavano un mito inglese. Come Porco Rosso, volavano in un immaginario senza frontiere.
Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

Humphrey Bogart vs. Errol Flynn

Nata come mediometraggio per i voli di linea giapponesi, ispirata al suo manga “The Age of the Flying Boat” (pubblicato sulla rivista Model Graphix), l’opera è la più atipica nella filmografia di Miyazaki (se si esclude l’esordio “su commissione” di Lupin III): un protagonista maschile, un preciso periodo storico di riferimento, il proscenio regalato a due grandi amori, i velivoli e l’Italia (che non l’ha ricambiato, distribuendo il film solo 18 anni dopo). Spettacolari sequenze in volo (la migliore, per le sue acrobazie, è quella che decolla sui navigli), l’immanenza del mondo spirituale relegata in una misteriosa (e non risolta) maledizione in odor di Scala al Paradiso, un racconto che si occlude in un duello da Il Barone Rosso. Bisogna spostare lo sguardo sui dettagli, che trasudano passione fra reinvenzioni meccaniche (bellissimi i velivoli “retrattili” lanciati dalla nave-crociera), citazioni autobiografiche e geo-storico-politiche. È magnifica, ad esempio, la ricostruzione ambientale, toglie il fiato lo studio cromatico, mentre il nome di Marco Pagot dato al “porco rosso” omaggia lo studio italiano che commissionò a Miyazaki la serie “Il fiuto di Sherlock Holmes”, e l’allusione “comunista” svela le sue carte quando il protagonista dichiara “Meglio maiale che fascista”. Tocchi accorati deliziosi (l’amore per la cantante è più forte dell’odio per Porco Rosso: vedi la scena nella locanda), passi spassosi (le quindici bambine rapite, i pirati “Mamma mia”, stile Laputa il Castello nel Cielo), ma Miyazaki con l’universo maschile è poco in sintonia e non lo nasconde (Gina: “Voi uomini siete così stupidi, per questo vi amo”): per dare corpo al porco, infatti, cerca ispirazione altrove, donandogli la gestualità, l’ironia (grassa e contagiosa risata a parte), la durezza dal buon cuore (solitario) del tipico personaggio di Humphrey Bogart (mentre per il suo avversario pare rifarsi a Errol Flynn). Le sfaccettature e la forza dei sentimenti che fanno grande il tratteggio dei caratteri nel suo cinema sono da rinvenire nelle figure secondarie (femminili): la cantante “noir”, risoluta, dolce e affascinante; la giovane meccanica, pazzerella e piena di vita. I maschi non sono che bambini (il buffo duello finale), al limite eroi che rifiutano l’Amore, o attori.
Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7
da “spietati.it”

Il famoso aviatore Marco Pagot, conosciuto anche con il nome Porco Rosso, deluso dagli esseri umani si è trasformato in un maiale. Un giorno viene contattato per frenare la banda di pirati aerei Mamma Aiuto diretta verso una nave sulla rotta di Venezia. È solo l’inizio di una serie rocambolesca di avventure, colpi di scena, amori segreti, fantasmi dal passato che ritornano.
Due battute in particolare possono mettere lo spettatore nella condizione di stringere un legame molto forte e significativo con Porco Rosso di Hayao Miyazaki, gioiello tenuto nascosto per diciotto anni. In Italia. La prima la recita il protagonista Marco Pagot, «Meglio porci che fascisti», e sembra spingere il film verso una direzione squisitamente sentimentale e dichiaratamente politica. E un po’, è così. Porco Rosso e Marco Pagot inseguono la libertà, la afferrano e la modellano secondo i propri valori, cioè la rappresentano alla loro maniera galleggiando tra le nuvole, sfrecciando in un italianissimo blu dipinto di blu. In questo istante, con quella frase, Marco si “rivela” per la prima volta, cioè apre totalmente il proprio cuore manifestando il disgusto nei confronti di chi vorrebbe sottrarre la libertà di azione, pensiero e parola. Una battuta che unisce, o per lo meno avvicina, la tipologia standard dei cattivi di Miyazaki (cialtroni o pericolosi che siano) ad una malvagità storica, quella del nazifascismo che sta per abbattersi nel mondo di Marco, che nel film, si vede per pochi, drammatici istanti (ma che incide sulla vicenda. Basti pensare al ruolo delle donne operaie nell’officina Piccolo di Milano). Da questo momento, Porco Rosso, segue una rotta insolita, rocambolesca e, ostinatamente, mantiene sempre aperto il confronto tra quel tipo di malvagità e la forma tipica che Miyazaki illustra come una manifestazione di egoismo e di scarso rispetto delle opinioni, i desideri e le necessità altrui.
Marco ha dei desideri e dei ricordi. È un pilota col cuore ferito e col volto trasformato (ma poi, forse, è solo quello che vuol far vedere…), sfigurato, disgustato dal genere umano e da se stesso. La seconda battuta, «Oh, mio dio, non posso crederci!», è nel finale e il protagonista si “rivela” per la seconda volta. La recita Curtis, il pilota avversario di Porco Rosso, dopo che Marco riacquista la sua originale fisionomia. Ma lo spettatore non vede. Non può guardare negli occhi Porco Rosso, può solo immaginarlo perché la trasformazione avviene fuori campo. Può solo fantasticare sui suoi lineamenti (anche perché non lo ha mai potuto vedere, nemmeno quando compare in una foto del passato, poiché il suo volto era sfigurato/cancellato da una matita) senza essere costretto ad accettare soluzioni comuni, condivise, generiche. Miyazaki così facendo eleva il suo cinema ad un’esperienza di forte immedesimazione, introspezione e arricchimento esperienziale. Attinge anche qui dal proprio passato (la guerra e il dopoguerra segnarono profondamente la crescita del giovane Miyazaki e della sua famiglia proprietaria della ditta Miyazaki Airplanes che costruiva componenti per aerei in tempo di guerra e pure in tempo di pace). Anche in Porco Rosso, nonostante il suo cinema prenda le distanze spesso e volentieri dal cosiddetto “genere formativo”, sembra intenzionato a far vivere un’esperienza educativa/formativa non tanto al suo protagonista, quanto al proprio spettatore, chiamato a mettersi in discussione e forse a sentirsi, alla fine, migliore di prima. Perché, anche qui, si percepisce fortemente la presenza di quello stato d’animo eternamente in bilico, talvolta ambiguo e fatale, che riesce a mescolarsi con i codici dell’arte e della letteratura nipponica: una malinconia del bello e del fugace, che affascina, scuote, irrompe e mette in disordine il fragile sistema delle convinzioni umane, e a questo punto, suine.
Di Porco Rosso hanno scritto in tanti (tra gli altri, bello il libro di Anna Antonini, L’incanto del mondo – Il cinema di Hayao Miyazaki, per Il principe costante Edizioni), perché in tanti hanno apprezzato in questi anni il genio espressivo e sentimentale di Miyazaki. E gli aspetti da sottolineare, ogni volta che si guarda un suo film sono molteplici (qui non si è affrontato il ruolo delle donne, lo stile, la meticolosità e il realismo nel tratteggiare i paesaggi). L’assurdità di distribuirlo in Italia solo nel 2010, amplifica ulteriormente l’imbarazzo. Certamente, ora, avrà la possibilità di essere amato non più solo dai (tanti)
fedelissimi. Una storia d’altri tempi che fa sognare coi piedi per terra.

Curiosità
Come tutti i film dello Studio Ghibli, anche Porco Rosso è stato un clamoroso successo in Giappone. Il premio come miglior lungometraggio animato conquistato al Festival di Annency ha contribuito al successo europeo di Miyazaki. Il nome del protagonista è un omaggio all’animatore italiano Marco Pagot, figlio di Nino, uno dei pionieri del cinema d’animazione. Pare che Porco Rosso sia stata per Miyazaki una delle produzioni più complicate e faticose da portare a termine. Si parla da tempo di un ipotetico sequel di Porco Rosso ambientato durante la Guerra civile spagnola.
da “hideout.it”

Era solo un anno fa quando la Lucky Red fece un regalo immenso agli appassionati del grande maestro giapponese Hayao Miyazaki (e non solo) editando il capolavoro mai uscito in Italia Il mio vicino Totoro, il cui personaggio del titolo rappresenta lo stemma della casa di produzione Ghibli. Ora, incredibilmente, esce anche un’altra perla sperduta del maestro, sempre per merito Lucky Red, con un leggero ritardo di soli 18 anni, ma davvero meglio tardi che mai. È incredibile che Porco Rosso in Italia non sia mai arrivato, soprattutto perché si svolge proprio in Italia (nell’Adriatico, immaginario ma non troppo), ha personaggi italiani e – cosa ancora più grave – non è per nulla un film minore o trascurabile.
Pieno di significati umani (la rivincita, la fiducia, il coraggio e l’onore), narra le avventure di Marco Pagot (doppiato molto bene da Massimo Corvo), che nell’Italia in mezzo alle due guerre mondiali salvaguarda, per motivi mercenari, le persone e i naviganti dai pirati con il suo idrovolante rosso dopo essere stato magicamente (e misteriosamente) trasfigurato in un maiale. Va tutto bene finché, stufi di essere battuti e mazziati, gli scorridori assoldano un bodyguard volante, Donald Curtis, che con il suo aereo costringe Porco Rosso a rifugiarsi nell’officina dei Piccolo a Milano. Qui gli riparano l’aereo, e con la compagnia della combattiva Fio Porco Rosso può tornare a sistemare i conti con Curtis e la ciurmaglia.
In questo film Miyazaki non pone tanto l’accento sulla componente natura e la sua difesa (e non mette navi volanti di foggia strana o creature selvatiche), sugli spiriti e sugli dei che governano il mondo, come successo nei suoi lavori anche posteriori, quanto più sui rapporti umani (anche sentimentali) che intercorrono tra i personaggi. Pagot non riesce a dichiarare il suo amore a Gina (una splendida e sofisticata direttrice d’albergo) per via del suo aspetto, non capendo che lei lo ricambierebbe volentieri se si dichiarasse; c’è anche una scena con lui in impermeabile che sembra ricordare quella di Casablanca, il duello fisico e mentale tra lui e Curtis è impagabile, a distanza di tanti anni non ha perso neanche un grammo della sua freschezza e della sua spontaneità originale, una lezione da K.O. per chi cerca di elevare l’interesse per il cinema di animazione a colpi di artifizi tecnologici mirabolanti e di 3.D.
La poesia che non ha tempo si propaga anche con le citazioni: Marco Pagot è un omaggio per i fratelli Pagot (creatori di Calimero), sul motore dell’idrovolante e in un albergo compare la scritta Ghibli, nei nomi dei personaggi citati ve ne è qualcuno di realmente esistito (come Ferrarin). Le matite di Miyazaki creano affreschi continui, quadri stupefacenti; la salita verso l’alto del «cimitero degli aerei» è un fase estremamente acuta di tutto il lavoro, che fonde e sublima il dovere verso la missione tanto da non avere paura della morte. Rispetto ad altri lavori si cita anche il denaro come leitmotiv della vicenda: al momento giusto chi ha valori e spirito vero lo rinnegherà senza nessun problema per cose molto più serie, e personaggi che non si credeva capaci di avere una loro logica di identità dimostreranno di aver preso in spalla – per quanto semplice – un bagaglio di onore.
Non è sicuramente adatto per i bambini di oggi, non pronti a lavori tanto pregni: l’animazione classica li potrebbe anche infastidire nonostante ci siano dei pezzi decisamente divertenti grazie ai pirati d’operetta. Tutti gli altri che vogliono cinema puro entrino e se lo gustino per intero, compresa la meravigliosa sigla finale meritoriamente sottotitolata. Missione compiuta, Lucky Red: grazie di cuore.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

La Storia racconta gli uomini schiavi, il mito li rivendica liberi: in Porco Rosso del 1992, uscito ora sui nostri schermi, il Maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki contrappone la città incantata fra le nubi color pastello popolata dai piloti di idrovolanti a quella irrigimentata dell’Italia fascista. La prima, edificata su materiali impalpabili quali i sogni e le aspirazioni pure, si è materializzata nell’epoca d’oro degli idrovolanti alla fine della Prima guerra mondiale: i cieli tersi del l’Adriatico sono un regno fatato dove Marco Pagot con il suo bolide rosso fuoco sfida lealmente i rivali, i «pirati dell’aria» e l’americano Curtis assoldato da loro per sconfiggerlo.
Miyazaki nei suoi capolavori utilizza di solito la prospettiva estraniante della favola come chiave di lettura per la complessità del mondo reale: tunnel sotterranei o castelli mobili consentono l’accesso ad universi paralleli fantastici, penetrando i quali l’integrità morale dei protagonisti adolescenti conquista per sé e per l’umanità tutta la salvezza. Qui il riferimento alla pagine asfittiche di uno dei momenti più cupi della storia del ’900 imbriglia la creatività prodigiosa dell’autore de La città incantata in un tempo e in uno spazio identificabili con precisione nelle carte geografiche e nei manuali di Storia: gli epiteti trasudanti odio attribuiti dai totalitarismi agli oppositori danno alla leggendaria figura di un aviere il volto di un porco e non la magia di una strega malvagia.
Sull’Italia del 1929, senza continenti sommersi da disseppellire o città fantasma da risvegliare, solo l’orizzonte libero dell’Adriatico può far luce: lì guarda il gruppo solidale di persone che gravita attorno a Porco Rosso e lì vive il suo romanzo di formazione la ragazzina Fio. L’anima si costruisce ovunque il proprio luogo segreto e se si ci alza in volo ci si accorge che la terra ne è piena. Essere ribelli a leggi e convenzioni inique è possibile in qualunque situazione: la cantante Gina coltiva il suo amore in un giardino nascosto, la 17enne Fio Piccolo progetta in un laboratorio sui Navigli velivoli meravigliosi, Ferrarin aiuta il commilitone contro l’esercito fascista di cui fa parte, tenere nonnine collaborano alla giusta causa del pilota giustiziere, e Pagot – dopo aver visto fra le nubi, unico sopravvissuto a una missione di guerra, i fantasmi dei compagni di volo – non dimentica e a modo suo raddrizza i torti fatti alla professione di esploratori disinteressati dell’etere. Porco Rosso è dunque l’epopea romantica di un eroe oscillante fra la nostalgia per una stagione irripetibile e la speranza che la periferia della Storia sia maestra di vita.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

Up In The Sky, It’s A Bird, It’s A Plane, No… It’s a Pig!

Le spericolate e mirabolanti avventure aeree di Porco Rosso, abilissimo aviatore misteriosamente trasformato in maiale: i pirotecnici scontri nei cieli con gli scalcinati pirati della banda Mamma Aiuto, la rivalità con lo sbruffone americano Donald Curtis e l’amore per la bella Gina…

Il Miyazaki Day veneziano ha sicuramente regalato emozioni. Il maestro giapponese ha confermato di essere, anche nella celebrazione, un uomo di grande spessore e, cosa ancor più importante, un folto pubblico ha avuto la possibilità di vedere – rivedere, per i tanti fan presenti – tre splendide pellicole: i due lungometraggi Nausicaä della Valle del Vento e Porco Rosso e il cortometraggio On Your Mark. Dispiace solo per l’assenza di Tonari no Totoro, ma ci si può accontentare…
Kurenai no Buta (1992), alias Porco Rosso, è, tra i lungometraggi di Hayao Miyazaki, uno dei titoli meno conosciuti. Ed è un vero peccato, soprattutto per il pubblico italiano, vista la suggestiva ambientazione adriatica e i riferimenti al Ventennio – la lapidaria frase del protagonista, “Meglio essere un maiale che un fascista”, riassume con forza le posizioni politiche dell’autore nipponico, da sempre schierato a sinistra (da segnalare il convinto applauso del pubblico veneziano…). Giova ricordare la rigorosa formazione culturale del “Dio degli Anime”, laureatosi alla prestigiosa Gakushin University con una tesi sulle teorie dell’industria giapponese e fin da giovane impegnato sul fronte sindacale – e proprio alle riunioni del sindacato nascerà il formidabile sodalizio con Isao Takahata (Una tomba per le lucciole, Anna dai capelli rossi). Al di là delle convincenti annotazioni storiche, Porco Rosso è un’avventura che riesce a fondere slapstick comedy e profonde riflessioni, sequenze mozzafiato e toccante romanticismo. Il protagonista, un aviatore con le fattezze di un maiale, si divide tra pirotecnici scontri aerei con i pirati della banda Mamma Aiuto – divertente citazione dei pirati capitanati dalla nerboruta Dola di Laputa, il castello nel cielo (1986) – e l’amore impossibile per Gina, donna di carattere e dall’incomparabile bellezza. Suo acerrimo rivale, tra i cieli e in amore, è il pilota americano Donald Curtis, sbruffone e apparentemente insopportabile. Oltre al paffuto protagonista, occupano un posto di rilievo le due figure femminili, Gina e Fio. Non è una novità nell’universo narrativo miyazakiano, da sempre popolato da splendide e risolute eroine. È la Porco Rosso (Kurenai no Buta, 1992) di Hayao Miyazakigiovane Fio, ad esempio, a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, dimostrando le sue capacità in un ambiente riservato solitamente agli uomini. E la bella Gina non ha difficoltà a farsi rispettare da pirati e avventurieri.
Non è difficile scorgere nel burbero Porco Rosso l’alter ego di Miyazaki: proprio il maiale, tra l’altro, è l’animale preferito dall’autore nipponico, utilizzato per divertenti e ironici autoritratti e presente in molti suoi lavori, da Conan, il ragazzo del futuro a La città incantata. Il fondatore, insieme al suddetto Takahata, del glorioso Studio Ghibli non nasconde la propria delusione nei confronti della situazione internazionale (ancora più evidente la sua posizione nelle pagine dello splendido manga Nausicaä della Valle del Vento che avrebbe terminato proprio dopo la lavorazione di Porco Rosso): il suo roseo alter ego rifiuta la propria “umanità” perché nauseato dall’idiozia, dall’inutilità e dalla crudeltà della guerra. Magistrale la sequenza degli aerei abbattuti che salgono come fantasmi verso le nuvole: Miyazaki riesce a mostrare tutta la drammaticità e l’insensatezza della guerra e il disperato senso di impotenza del suo eroe.
Porco Rosso è, inoltre, un omaggio di Miyazaki agli aerei e agli aviatori degli anni Venti – il volo è uno dei temi ricorrenti nel cinema dell’autore giapponese – e regala sequenze memorabili. Tra le tante, indubbiamente, i quindici minuti iniziali: il primo duello aereo tra Porco Rosso e la banda dei pirati è realizzato con la consueta maestria tecnica – oltre alla fluida animazione, è da sottolineare l’ottimo montaggio – ed è reso irresistibilmente comico dalla presenza di uno scatenato gruppetto di bambine! Il regista di Akebono, da sempre affascinato dal cielo, fa cominciare anche questa pellicola “dall’alto”: si pensi, ad esempio, alla sequenza d’apertura di Laputa (lo scontro sul dirigibile e il lento planare di Sheeta) o al volo sull’aliante della protagonista durante i titoli di testa di Nausicaä. Gustosi gli omaggi a Winsor McCay e ai fratelli Fleischer, pionieri del cinema d’animazione, nella sequenza all’interno del cinematografo e all’amico Marco Pagot, animatore italiano, conosciuto ai tempi della serie televisiva Il fiuto di Sherlock Holmes (prodotta, incredibile a dirsi, da Mamma Rai!).
Hayao Miyazaki conferma di essere, oltre ad un regista dalla tecnica raffinata, un autore capace di raccontare storie fruibili a qualsiasi livello: Porco Rosso è scatenato divertimento e profonda riflessione, è fantasia al galoppo e credibile ricostruzione storica, è azione e romanticismo. E il bellissimo idrovolante Savoia S-21 pilotato da Porco Rosso può diventare spettacolare come la mitica Fiat 500 de Il castello di Cagliostro o commovente come il mehve nella prima sequenza di Nausicaä.
Enrico Azzano, da “cineclandestino.it”

Realizzato dal maestro dell’animazione Miyazaki Hayao nel 1992, Kurenai no buta viene finalmente distribuito in Italia, grazie alla Lucky Red. La prima nazionale del film, presentato già in versione doppiata in italiano, si è svolta al Festival di Roma presso la grande sala Alitalia, gremita di una folla che alla fine della proiezione ha salutato l’opera di Miyazaki con un calorosissimo applauso. All’interno della sezione Focus – Occhio sul mondo che il Festival ha dedicato stavolta al Giappone, non poteva mancare un appuntamento con l’autore delle più note serie di animazione nipponiche e di meravigliosi e suggestivi lungometraggi come Ponyo sulla scogliera e La città incantata.
La storia di Kurenai no buta si svolge curiosamente tra il Mediterraneo e l’Adriatico, “al tempo degli idrovolanti”, e racconta di un pilota trasformato, non si sa come, in un buffo maiale dalle sembianze antropomorfe. Sullo sfondo l’Italia fascista tra le due guerre, e un mare azzurro che nella visione sognante di Miyazaki è disseminato di minuscole e meravigliose isolette incontaminate. Come sempre, le scenografie colpiscono per la perizia e il realismo della rappresentazione, e tra cielo, mare e terra vediamo una serie di paesaggi mozzafiato spalancarsi davanti ai nostri occhi. Il protagonista Porco Rosso è un cane sciolto, un solitario, ex eroe dell’aviazione italiana che ora è sfuggito alle armate fasciste e solca i cieli a bordo del suo idrovolante scintillante, libero da tutto e sempre in lotta con i Pirati del mare Adriatico.
Giusta meditazione sulla guerra (si veda la sequenza onirica in cui il protagonista assiste alla dipartita di tutti i suoi compagni caduti durante un’azione aerea in cui lui è l’unico sopravvissuto), Kurenai no buta è un film denso di contenuti ma al contempo caratterizzato da un linguaggio semplice, spesso anche toccato da un piacevole umorismo, capace di emozionare profondamente. Riflessione intimistica sull’amore e l’amicizia, non disdegna chiari riferimenti politici e storici, fondendoli armoniosamente con un impianto narrativo e stilistico dai toni fantastici. Ma la storia di Porco Rosso è anche una parabola dolce-amara sul tempo che passa, intrisa di un senso di nostalgia qua e là enfatizzato dalla bella colonna sonora. La potenza visiva delle immagini e la verve di certi dialoghi contribuiscono poi ad arricchire un lavoro di per sé già complesso e articolato, che pure nella sua facile accessibilità si presta ad una lettura a più livelli.
E’ un progetto, Kurenai no buta, che nasce circa venti anni fa come cortometraggio destinato ad intrattenere i passeggeri sugli aerei, sponsorizzato dalla JAL, la compagnia di bandiera giapponese. Man mano però il film si anima e cresce nella mente del disegnatore-regista, divenendo un lungometraggio nel quale convergono nuove idee, spunti e suggestioni. Kurenai no buta finisce così per essere forse uno dei lavori più intimi e personali del maestro giapponese.
Arianna Pagliara, da “close-up.it”

Arriva finalmente nelle nostre sale “Porco Rosso”, capolavoro di Hayao Miyazaki ambientato nell’Italia fascista
Lucky Red continua nella sua opera pia di distribuzione dei classici targati Studio Ghibli e firmati dal dio degli anime Hayao Miyazaki. Dopo “Il mio vicino Totoro” è la volta di “Porco Rosso”, riconosciuto come uno dei capolavori del Maestro. Ambientato nell’Italia del primo dopoguerra, e precisamente negli anni che videro l’affermarsi del fascismo, il film racconta la storia di Marco Pagot, ex-pilota dell’aviazione italiana trasformato in maiale da una misteriosa maledizione. Lasciato l’esercito, Marco si guadagna da vivere come cacciatore di taglie, inseguendo i pirati dell’aria in una località del Mare Adriatico. Finché un giorno entra nella sua vita la giovane e geniale Fio Piccolo, progettista di aeroplani che diventa la sua spalla. Insieme, affronteranno la banda di pirati Mamma Aiuto e il rivale pilota americano Curtis.
Nato come cortometraggio per le linee aeree giapponesi, e successivamente esteso fino alla durata del lungo, “Porco Rosso” è figlio della passione di Miyazaki per gli aerei ed è uno dei suoi pochi film ambientati in un contesto storico quasi del tutto autentico, ovvero la Fiume di metà anni Venti. Per il resto, c’è tutto quello che è stato tipicamente associato al suo cinema: la nostalgia per un passato migliore che se n’è andato per sempre, la ricerca della pace nonostante la guerra sia un elemento persistente nelle vite degli uomini. E infine la presenza di un personaggio femminile forte, che non è solamente la damigella in pericolo ma trascina gli eventi e smuove i cuori dei protagonisti portando al cambiamento. A questa profonda leggerezza che da sempre caratterizza l’opera del regista vanno aggiunte le splendide animazioni, i colori vividi, il gusto senza eguali nel tratteggiare personaggi indimenticabili e luoghi splendidi tra realtà e sogno. Con in più una certa amarezza di fondo che si traduce in un finale certamente lieto, ma non su tutti i fronti. D’altra parte nel futuro dei protagonisti si staglia la dittatura e la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
“Porco Rosso” è un capolavoro, perfetto per grandi e piccoli. Lucky Red ha fatto un grandissimo lavoro di adattamento e doppiaggio, comprendendo appieno la portata dell’opera: basti pensare che in alcuni punti è stato addirittura utilizzato un linguaggio forte (la parola “merda” viene spesso utilizzata come imprecazione) inusuale nel cinema per ragazzi. Ma “Porco Rosso” è ben più di questo.
Una curiosità: i nomi Marco e Gina (la donna del protagonista) sono un omaggio a Marco e Gi Pagot, figli del creatore di Calimero Nino Pagot. A loro volta animatori, i Pagot lavorarono con Miyazaki alla serie TV “Il fiuto di Sherlock Holmes”, co-produzione italo-giapponese tra Toei e Rai.
Il film uscirà nelle nostre sale il 12 novembre. Non fatevelo sfuggire, perché sul grande schermo è uno spettacolo irrinunciabile.
Marco Triolo, da “film.it”

Ambientato nell’Italia fascista sull’orlo della seconda guerra mondiale, durante “l’epoca d’oro degli Idrovolanti”, Porco Rosso è forse una delle più pregnanti metafore della poetica miyazakiana; tra fiaba e avventura, il mondo di Miyazaki si snoda fluida lungo i binari della meraviglia e del romantico, sfumando tutti i neri in un umanesimo sincero, tutto teso all’immaginazione e alla fantasia, abbattendo le frontiere dell’impossibile, per dar vita ad un mondo profondamente magico e sentito.

Protagonista di questa metafora è, non a caso, un maiale, Marco Pagot (omaggio ai fratelli Pagot, i due grandi maestri dell’animazione italiana), in realtà un essere umano intrappolato per un oscuro maleficio nel corpo di un maiale: “un maiale che non vola è solo un maiale”, sentenzierà , quest’ultimo durante il film. Porco Rosso è il simbolo stesso dello sguardo fanciullesco sul mondo: vero e proprio eroe romantico, cavaliere del cielo in sella al suo ippogrifo/idrovolante, rappresenta il senso ultimo del cinema di Miyazaki, un cinema fiabesco, entro cui la meraviglia è quotidiana, accettata, vissuta quotidianamente.
Nel mondo neocavalleresco di Myazaki, non c’è posto per una netta distinzione tra buoni e cattivi poiché l’appello è rivolto continuamente alla lealtà e all’onore di un duello faccia a faccia. In questo senso il mediterraneo immaginato dal maestro nipponico (tutto nello stile anni ’30, in cui però le sinuose coste dell’Italia non compaiono mai) è già un mondo perduto, l’isola che non c’è braccata dal fantasma di una guerra passata (la straordinaria sequenza dell’ascesa in cielo degli aviatori caduti in guerra) e di una guerra futura, isola di pace guardata a vista dal fascismo cui Porco Rosso rifiuta di aderire (“meglio maiale che fascista” dirà all’amico Ferrarin, già aviatore fascista), minacciando l’integrità di un sogno i cui confini sono l’orizzonte marino del mediterraneo.
Sospesa nel tempo e nello spazio, l‘utopia miyazakiana prende corpo fotogramma dopo fotogramma, rielaborando i temi della fiaba e dell’epica classica lungo i tracciati della sua animazione, fluida, intensa, armoniosa. Parentesi fiabesca della realtà, il cinema miyazakiano ritaglia, film dopo film, lo spazio dell’immaginazione cui il regista non mette limiti, strappando terreno alla realtà priva della sua magia. Porco Rosso è il baluardo simbolo di questa reconquista dell’immaginazione e della meraviglia, il maiale solitario che, sfidando tutte le realtà e ogni proverbio, sapeva volare, solcando i cieli dell’impossibile con il suo idrovolante rosso.
Lorenzo Conte, da “zabriskiepoint.net”

Italia, anni ’30. Il pilota di idrovolanti Marco Pagot, dopo che si è misteriosamente trasformato in suino in seguito a una sanguinosa missione durante la Grande Guerra, sbarca il lunario – col nome di battaglia di Porco Rosso – come cacciatore di taglie ai danni dei pirati dell’aria che infestano l’Adriatico. Lo scontro si trasforma in sfida personale quando questi assumono Curtis, un bellimbusto americano, che si invaghisce a ruota prima dell’affascinante signora Gina dell’Hotel Adriano, poi della piccola e vivace meccanica Fio, entrambe però innamorate del porcello.
Dopo 18 anni, giunge finalmente anche in Italia (in un’edizione ben curata e con la convincente voce di Massimo Corvo nel ruolo del protagonista) il mitico anime di Miyazaki, che per una volta rinuncia ai messaggi ecologisti, ai mostri magici, agli arruffamenti di sceneggiatura, a bambini che volano (salvo che sugli aerei…), scegliendo una storia lieve e romantica, capolavoro di leggerezza e divertimento, con un finale sussurrato e quasi misterioso (“Come andò a finire la scommessa di Gina è un segreto”).
Una storia che rivela tutto l’amore di Miyazaki per l’aviazione (basti vedere la lunga sequenza della costruzione dell’aereo o come Fio eviti la distruzione dello stesso facendo leva sull’orgoglio dei piloti di idrovolanti e il loro amore per gli apparecchi), e che vive, come è ovvio, dello splendido tocco di pennello del maestro: delicato nei colori, fluente nell’animazione, semplice nel disegno, curato nei dettagli, buffo nelle caricature, suggestivo negli sfondi.
Il messaggio ovviamente c’è, ma non è strombazzato, bensì nascosto tra le righe della trasformazione fisica di Marco Pagot/Porco Rosso (che quindi non è solo una genialata per rendere il protagonista meno ortodosso): perse le sembianze umane dopo aver visto gli amici morire e tutti gli aerei venir risucchiati in una sorta di via lattea aviatoria, egli, dopo quest’ultima avventura a fianco della giovane Fio Piccolo, riacquista fiducia nell’umanità e, forse?, aspetto appunto umano.
Al pubblico nostrano il film riserva un piacere in più: la finezza della ricostruzione del periodo. E se un paio di ambientazioni geografiche non sono impeccabili (la convincente periferia industriale milanese, si affaccia poi su un fiume tipo Senna; l’isola-rifugio più che adriatica sembra thailandese), impeccabili sono le scelte dei nomi (con quel Pagot in omaggio ai fratelli Nino e Toni, animatori – i creatori di Calimero, tanto per intenderci), che non solo sono italiani, ma persino “d’epoca”.
Per i nostalgici di un mare disegnato con china e acquerello e non da un software. E accuratamente in 2D!
Elena Aguzzi, da “quartopotere.com”

Il lungometraggio da cui traspare maggiormente l’amore di Miyazaki per l’Italia e per l’aviazione, passione indiscussa del maestro nipponico. C’è da dire che l’operazione nasce come un lavoro di marketing per la JAL, ma poi una volta sviluppata si trasforma in lungometrsggio, perché dentro confluisce tutto il mondo dell’autore.
L’elemento favolistico, resta comunque sempre preponderante, infatti Porco, l’asso dell’aviazione protagonista della storia, è stato trasformato in un maiale da una maledizione e sarà l’amore la chiave del riscatto.
Tecnicamente Porco Rosso resta uno dei film più affascinanti per la maniacale cura dei particolari e per i duelli aerei magistralmente orchestrati. Molto più breve degli altri lungometraggi di Miyazaki, riesce ad essere decisamente più efficace e vicino ai gusti occidentali, anche per la manacanza del classico finale onirico che diverrà in seguito la firma del maestro.
Valerio Salvi. da “filmfilm.it”

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