Miral

Julian Schnabel ha sviluppato nel tempo uno stile registico che, per quanto profondamente intimista, ha un preciso registro stilistico, con una dimensione tecnica specifica, pensata per trasmettere in maniera totale l’esperienza dei personaggi. Lo Scafandro e la farfalla ha portato al parossismo questo concetto e ha delineato definitivamente lo stilema del regista.
Adesso, partendo dal romanzo/biografia di Rula Jebreal, “La strada dei fiori di Miral”, Schnabel realizza una pellicola fondamentale dal punto di vista politico, pur mantenendo come primo obiettivo quello di raccontare delle storie umane. Seguiamo la vicenda di Miral, attraverso quella della sua tutrice, della madre, della donna mentore della madre e della stessa ragazzina palestinese che cresce credendo nella causa del suo paese, ma viene salvata dalla gente che la ama.
Il viaggio umano di Miral è profondamente radicato nei Territori Palestinesi e nell’umanità che la circonda. È fondamentale questo aspetto perchè il film riesce a far affezionare ai personaggi in maniera tale da inglobare anche la realtà in cui vivono. Un traguardo raggiunto perfettamente.
Gianluigi Perrone, da “taxidrivers.it”

«Non sono pronto a cercare di ottenere giustizia per gli ebrei se ciò implica l’ingiustizia per gli arabi». Parole del rabbino riformista Judah Magnes, che nell’estrema semplicità rendono cristallina la follia del conflitto arabo-israeliano.
Parole che prendono forma nelle quattro storie (vere) di donne che tessono la parabola di Miral (ieri in concorso), a partire da quella di Hind Husseini, signora palestinese benestante che nel 1948 trovò per le strade di Gerusalemme 55 bambini arabi dispersi dopo un bombardamento. Invece di ignorarli, li prende con sé, apre un collegio per i bambini abbandonati della guerra e in pochi anni fa dell’orfanotrofio Dar El Tifl l’unico luogo di speranza, amore ed educazione per un’intera generazione. Da cinquanta i bambini – soprattutto bambine – diventano duemila.
Tra loro finisce Miral (nome di un fiore rosso che cresce agli angoli delle strade di Palestina, interpretata da Freida Pinto), figlia di Jamal e di Nadia, donna a lungo violentata dal patrigno e, dalla disperazione per l’insuperabile memoria, costretta al suicidio. Accanto alla sua, la storia dell’infermiera Fatima, che Nadia conosce in un carcere israeliano dopo essere stata condannata per aver rotto il naso ad un’ebrea. Fatima sta scontando tre ergastoli per un attentato terroristico non riuscito. Uscita di galera, Nadia sposa il dolce fratello di Fatima e dai due nasce Miral che il padre affiderà a “mama Hind” dopo la morte della moglie. Con gli occhi di un’adolescente, Miral ci guida lungo la sua vita di palestinese “fortunata”, a cui l’istruzione dà la possibilità di un’esistenza diversa, nonostante fuori dalle mura della scuola la guerra si stia trasformando in follia fratricida.
Con le consuete camere a mano e la sua poetica un po’ naif, Schnabel (Basquiat, Lo scafandro e la farfalla, Prima che sia notte) questa volta affronta qualcosa che lo tocca profondamente. Ebreo newyorkese, di tendenze decisamente liberal, da alcuni anni vive una storia d’ amore con la giornalista palestinese Rula Jebreal – a lungo attiva in Italia, dove è giunta con una borsa di studio dopo la fine dei corsi all’Al Tifl -. Dal libro in gran parte autobiografico di Rula La strada dei fiori di Miral, Schnabel ha elaborato un film non perfetto, certo, spesso semplicistico, ma di grande passione. Dove emergono figure magnifiche di donne e la grande, illuminante, idea che solo l’istruzione – la più estesa possibile – può aiutare a risolvere i conflitti.
«Il libro che ho scritto nel 2003 – racconta una emozionata Jebreal – voleva essere soprattutto un omaggio alle donne che mi hanno così aiutata nella vita. In particolare, la mia mentore-madre Hind che mi ha insegnato il valore della tolleranza e dell’istruzione per la causa della pace. A mio padre invece devo il regalo dell’amore». Che sia un racconto di donne, ovviamente non è un caso. «Sono le donne, assieme ai bambini, a pagare il prezzo più alto in ogni guerra – continua Rula -. Perché hanno un’istruzione più bassa e quindi, in Palestina come in tante altre parti del mondo, hanno davanti a sé solo due possibili destini: o diventare bambine-mogli di uomini padroni o finire in mano di estremisti pronti ad usarle per i loro fini. L’istruzione è l’unica cosa che può aiutarle ad essere libere».
E’ vero, i difetti di Miral sono infiniti (il più brutto, l’uso della lingua inglese anche nei dialoghi tra arabi) e il punto di vista ebraico è di debole entità, tanto da rendere squilibrata la relazione nel conflitto. Ma non bisogna dimenticare che il film narra di una vita, della vita di una piccola donna che può essere la stessa Jebreal, ma non solo. Come lei, intorno a lei, migliaia di bambine in ogni parte del mondo vivono destini più grandi di loro. Il film dice anche che a volte, per cambiare il destino di un essere umano, basta che qualcuno ti allunghi una mano, che qualcuno non volti lo sguardo davanti alla tua disgrazia. La tolleranza e l’amore possono tutto questo. Ed entrambi i sentimenti vengono amplificati da una buona istruzione. Un concetto tanto semplice, quanto vero. Miral lo trasforma in una bella storia che sboccia nel cuore del conflitto israelo-palestinese.
Sarà banale, ma a noi ha profondamente commosso.
Roberta Ronconi, da “liberazione.it”

Quello di Schnabel è uno sguardo del tutto alieno, quasi di un extraterrestre che, catapultato in un mondo assurdo e folle, cerca di carpirne, comunque, gli aspetti forti delle emozioni e i pochi brandelli di lucidità. E, con tutta la forza d’impatto dell’immaginario cinematografico dominante, Schnabel racconta qualcosa di meraviglioso dentro un “mondo d’orrore”, un piccolo giardino dell’Eden dentro il campo di concentramento della Palestina del 900. Quasi una cartolina d’impegno per il Presidente Obama…
Miral Julian SchnabelOk lo diciamo subito: Miral è il classico film hollywoodiano che getta uno sguardo – tra il sorpreso, incantato, spaventato – su realtà ormai secolari, dove lo sguardo politico si coccola della ricchezza della produzione, della magia della luce della fotografia “doc” (Eric Gautier – Clean, Into the Wild, Gli amori folli), dell’aura esibita del cineasta/artista che, letteralmente, si commuove di fronte a quanto sta mostrando/raccontando.

Quindi ci stanno tutti quegli stereotipi “politicamente corretti” che tanto fanno arrabbiare noi europei “colti politicamente”, con in più il fatto che il film è tratto dal romanzo, “La strada dei fiori di Miral”, scritto da una giornalista palestinese ormai affermata anchor woman nelle tv italiane, Rula Jebreal.

Quindi questo film è inutile e brutto – come sostengono gran parte dei redattori di Sentieri selvaggi a Venezia 67 ? Puo’ darsi. Ma qui vogliamo provare a rovesciare lo sguardo critico, come in un impianto di riciclaggio etico/linguistico della visione.

Miral è intanto una importante e doverosa cartolina che Hollywood invia al Presidente Obama, impegnato nell’ennesimo tentativo americano di trovare una soluzione al dramma istraeliano-palestinese. Forse ricordando che fu un presidente democratico (da tutti definito il miglior ex presidente degli Stati Uniti) come Jimmy Carter, a far firmare gli accordi di Camp David del 1978 che sancirono la fine del conflitto Israele-Egitto, e che fu Bill Clinton a sancire gli accordi di Oslo del 1994, citati nel film, che di fatto costitutiscono l’ultima base “legale” (ma mai rispettata) tra Israele e la Palestina. Alla grande speranza nera americana, il presidente Obama, è affidata dunque una grande prova di abilità, la messa alla prova del suo ruolo storico, non solo negli USA.

Però Miral è, anche, un atto d’amore privato, quello tra Julian Schnabel e la sua compagna Rula Jebreal, e per quanto a volte le dichiarazioni d’amore nel cinema esibite possano infastidirci (ricordate Wim Wenders degli anni 80/90?), resta sempre un gran buon motivo per fare cinema. Ma soprattutto Miral è un film che vuole raccontare anche a coloro – in America soprattutto, dove le lobby ebraiche hanno una grande influenza politica, su Hollywood soprattutto – che in questi anni si sono coperti gli occhi con gli orrori del terrorismo arabo al punto di non riuscire ad accettare l’idea che ci fossero “anche” (soprattutto) gli altri orrori del campo israeliano. Certo in Europa questo lo sappiamo e vediamo da tempo, ma in quale film americano abbiamo mai visto i soldati israeliani massacrare e torturare i palestinesi? Qualcuno lo ricorda? (nel caso usate i commenti per aiutare la nostra memoria labile…a parte l’Oliver Stone, ovviamente, ma quello è un cineasta cui sfugge la verità da sempre, quindi politicamente poco credibile).

Il film di Schnabel, quasi “didatticamente”, abbraccia un periodo cruciale della storia, quello che va dalla nascita dello Stato di Israele (1948), fino agli accordi di Oslo del 1994, celebrando la storia (vera) di Hind Husseini (Hiam Abbass, già vista ne L’ospite inatteso), che raccolse i bambini orfani palestinesi fondando la Scuola Al-Tifl Al-Arabi, che ancora eiste, e dove ha vissuto da bambina anche Rula Jebreal. Tre donne, tre generazioni: una forte e decisa a resistere contro il conflitto che devasta il paese (i paesi). Una seconda stravolta dal bere che finisce suicida nel mare, e una terza che grazie a Hind riesce a vivere un’infanzia protetta ma che una volta adolescente scopre la ribellione dell’Intifada di cui si appassiona con la stessa forza con cui si innamora di un militante politico, Hani (Omar Metwally, visto in Munich). Miral si trova stretta nel conflitto ormai generazionale, di un popolo vissuto dentro l’immaginario dell’occupazione, e che usa le pietre come strategia primordiale e disperata di liberazione – mentre dall’altra parte Hind cerca di preservare questo piccolo Paradiso per i bambini palestinesi e il padre Jamal (Alexander Siddig) di salvarla da storie e situazioni che ha gia visto troppe volte finire drammaticamente.

Certo nel film non ci sta la lucida follia flemmatica di un Soulemain del magnifico Il tempo che ci rimane, ma anche perché quello di Schnabel è uno sgaurdo del tutto alieno, quasi di un extraterrestre che, catapultato in un modo assurdo e folle, cerca di carpirne, comunque, gli aspetti forti delle emozioni e i pochi brandelli di lucidità. Ma, utilizzando tutta la forza d’impatto dell’immaginario cinematografico dominante, Schnabel racconta qualcosa di meraviglioso dentro un “mondo d’orrore”, un piccolo giardino dell’Eden dentro il “campo di concentramento” della Palestina del ‘900. Possiamo storcere naso, occhi e bocca di fronte a quest’operazione – e fare gliintellettuali duri e puri – oppure lasciarci accarezzare dalla bellezza e dalla forza cruda della rappresentazione di Schnabel, lui sì artista puro e duro, che ne ne frega di tutti i critici di sinistra e di destra (come già fece del bellissimo Prima che sia notte, dove raccontò le nefandezze della dittatura cubana, e allora i critici di sinistra lo attaccarono) e ci racconta storie di Persone, con dolori, perdite, amori, e tutti quegli strazianti “effetti speciali” della vita… “Non esiste spazio per l’immaginazione, nel medio Oriente”, ha scritto Rula Jebreal, ed è forse proprio sul territorio dell’immaginario che, in futuro, le nuove generazioni – come il cugino di Miral innamorato della ragazza israeliana – potranno metter fine a questa guerra infinita. Perché solo l’immaginazione puo’ salvarci (come Roberto Benigni ne La vita è bella… ).
Federico Chiacchiari, da “sentieriselvaggi.it”

«Miral è un fiore rosso che cresce ai lati della strada. Probabilmente ne avrete visti milioni.»
Pochi argomenti continuato a suscitare così tanto interesse, fervore e indignazione quanto quelli inerenti al conflitto israelo-palestinese, ein tal contesto solamente una misera manciata di film ha, almeno sino ad oggi, veramente osato affrontare questo tema. Tuttavia, con Miral, Julian Schnabel affronta questa difficile tematica attraverso una dimensione finalmente umana, utilizzando come sfondo della storia un conflitto durato oltre mezzo secolo per raccontare le esistenze, abilmente intrecciate, di quattro donne che nella loro vita hanno visto alternarsi disperazione e coraggio, noncuranza e altruismo, dolore e saggezza, paura e amore, tentando al medesimo tempo di sopravvivere, di confrontarsi con e di riparare un mondo oramai in frantumi.
Il film, che sarà in concorso al Festival di Venezia 2010 e vede la partecipazione della bellissima attrice Freida Pinto (The Millionaire) assieme ai più veterani Willem Dafoe e Vanessa Redgrave, è ambientato nel periodo che va dal 1948 al 1994. Le quattro storie in esso contenute tracciano i contorni della genesi dello stato di Israele: dalla fine della sanguinosa, prima Intifada, sino ad arrivare alla fugace speranza andatasi ad accendere grazie agli Accordi di Oslo. Il tutto, raccontato attraverso il punto di vista, profondamente personale, di una giovane e ingenua ragazza palestinese.
Sono trascorsi trent’anni da quando, nel 1978, una bambina di soli sette anni giunge all’Istituto in seguito alla morte di sua madre. Si tratta di Miral, che crescerà tra le mura protettrici dello stesso Istituto, completamente ignara delle problematiche che, nel frattempo, persistono nell’infiammare il suo Paese. Quando compie diciassette anni, all’apice della resistenza dell’Intifada, le viene affidato il compito di lavorare come insegnante in un campo profughi; lì, Miral fa esperienza dell’odio, della frustrazione e della guerra che sembrano essere un antico retaggio della sua stessa famiglia. Miral si innamora del fervente attivista politico, Hani (Omar Metwally), ritrovandosi così a dover affrontare un devastante quanto familiare conflitto interiore: dovrà scegliere se combattere come hanno fatto quelli prima di lei, o seguire gli insegnamenti di Mama Hind, secondo la quale l’istruzione è l’unica, vera strada per ritrovare la pace.
Miral è il quinto film diretto da Schnabel, uno dei più amati pittori americani viventi, dopo i pluripremiati Basquiat, Prima che sia notte (la celebre biografia dello scrittore cubano Reinaldo Arenas, per cui Javier Bardem ha ricevuto le nomination agli Academy Award e ai Golden Globe), e l’indimenticabile Lo scafandro e la farfalla, la storia plurinominata agli Oscar del trionfo spirituale di uno scrittore rimasto paralizzato. Schnabel ha iniziato ad interessarsi alla storia di Miral solo dopo aver letto lo splendido libro scritto da Rula Jebreal, l’acclamata giornalista palestinese che viveva e lavorava in Italia. Il regista sentiva la necessità di raccontare questa storia che nessuno conosceva, per dare al manoscritto la sua meritata voce cinematografica.
Eva Barros Campelli, da “parolibero.it”

Partiamo con i dettagli: una pancia sudata e danzante che si muove frenetica ma impigliata in uno spettacolo di bassa lega; un filo del telefono che sbatte compulsivamente sulla ringhiera del letto dove si sta consumando un’atroce violenza; un’onda blu e penetrante che ci sommerge in primo piano mentre un atto estremo ma a suo modo dolce pone fine ad un’esistenza tormentata; la guglia dorata e scintillante di una moschea che risalta nella skyline notturna di Gerusalemme, poco prima che 50 bambini rimasti senza famiglia incontrino casualmente la loro salvatrice.
Julian Schnabel prima che regista è stato artista a tutto tondo (pittore, scrittore, musicista), ed è in questi particolari che lo si vede. Il mondo della pittura, che egli già aveva consacrato esordendo con la biografia dedicata a Basquiat (1996) gli resta sempre appiccicato addosso come una seconda pelle. Da qui quindi un gusto spiccato per la fotografia, i colori, i particolari, il piccolo che diventa grande, la camera a mano per rimanere il più vicino possibile ai personaggi, il fuori fuoco per rendere anche visivamente l’idea di un “non-luogo” nel quale si muovono figure perse, sbandate, senza direzione. Delle tre donne che egli racconta, ben prima di arrivare alla protagonista che col suo nome floreale segna anche il film, è più di tutto questo che emerge: la sensazione scomoda e frustrante di sentirsi estranee, fuori contesto, immerse in uno scenario che distrugge ogni certezza, sia quella di una casa che quella di un amore. Solo Hindi, la prima, la più forte di carattere, riesce da questa assurdità a trarne una soluzione concreta e decisiva, portandosi dietro una schiera di bambini, costruendoci sopra una casa d’accoglienza, rifiutando però per salvarli qualsiasi tipo di coinvolgimento ideologico col mondo che li circonda (quello che invece sporcherà, irrimediabilmente o no, le altre).
Lo stesso tipo di rifiuto dello “schieramento” che il regista ha rivendicato all’uscita del film a Venezia, e che cerca in qualche modo di auto-affermarsi anche nella frase finale: peccato però che, a conti fatti, la storia tratta dal libro pseudo/autobiografico della sua compagna giornalista Rula Jebreal (ce la ricordiamo “abbronzata” in qualche penoso salotto televisivo italiano) sia, per forza di cose, tutt’altro che imparziale, ovviamente. E così se gli israeliani ti insultano in autobus, ti frustano in carcere, buttano giù edifici e così via (ma non tutti, anche se l’esempio simbolico dell’amore interrazziale sembra fatto apposta), i palestinesi, persino quelli terroristi, non ce la fanno a far esplodere una bomba in un cinema (dove il corpo sensuale e maltrattato di Cathrine Deneuve simboleggia però una condizione esistenziale femminile tutt’altro che intrattenitiva).
Insomma, la sensazione che deriva dalla visione di questo “Miral” è che il sovrapporsi di due personalità abbastanza forti e cariche di esperienza come Schnabel e la Jebreal non abbia giovato tantissimo alla pellicola, nel senso che ambedue sembrano intenzionati a puntare su due strade di per sè diverse e difficilmente conciliabili: una legata all’esaltazione dell’aspetto estetico/formale (il regista) e l’altra a quello di denuncia sociale (la scrittrice-sceneggiatrice). Ovvio poi che il film in quanto tale non pecchi di eccessive falle (se non su alcune lungaggini patemiche tuttavia di poco conto), solamente viene da pensare, anche solo guardando a due anni fa, a cosa era stato in grado lo stesso Schnabel di fare con un soggetto più “asciutto” a livello di contenuto, ma non per questo meno impattante a livello emozionale: quel “Lo scafandro e la farfalla” che senza tanti orpelli propagandistici si innalzava a vero e proprio elogio della vita, dell’amore, della morte.
Qui funzionano bene il viso delicato e arrabbiato di Freida Pinto, le rughe sagge di Hiam Abbas, le lacrime irrequiete di Yasmine Al Massri. Il resto sembra un po’ troppo fatto ad hoc per portare a casa il compitino e fare la coppia figa che se le scrive e se le dirige da sola. Chissà, magari in altre mani la storia avrebbe reso meglio; o forse, come spesso succede in adattamenti di questo tipo, anche peggio.
Rocco Castagnoli, da “ondacinema.it”

Quando il nome dietro la macchina da presa è Julian Schnabel (l’autore dello stupendo e toccante Lo scafandro e la farfalla), le speranze di vedere un bel film d’autore sono davvero alte; e anche se si dovrebbe entrare senza aspettative neanche davanti a un film di Kubrick per poter essere totalmente assenti da pregiudizi, chi scrive non riesce ad esserne esente. Fortunatamente vi posso comunicare che anche questo Miral è davvero un gran bel film e credo possa fare un figurone alla mostra di Venezia ora in svolgimento. Miral è il nome di un tipo di fiori rossi che nasce sul ciglio della strada; nel film è il nome dato alla protagonista (che ha lo stupendo viso di Freida Pinto resa famosa dal pluripremiato The Millionaire di Danny Boyle), una ragazza turbolenta che decide di collaborare con l’organizzazione per la liberazione della Palestina.
Il film parte con delle inquadrature volutamente sfocate delle mappe dei territori occupati, terre tormentate da sin subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale per il noto conflitto israelo-palestinese; poi si vede un funerale (prologo ed epilogo sono uguali) e facciamo un salto indietro nel tempo al 1948, quando la defunta appena vista, Hind Husseini (interpretata da Hiam Abbass, che ricorderete per Il giardino dei limoni), si sta recando a lavorare e vede dei bimbi scampati a un attacco israeliano. Decide quindi di creare un ricovero per bimbi senza genitori, scomparsi o arrestati, che chiamerà Dar Al Tifel, cioè «la casa del fanciullo». Ed è da Hind che nel 1978 arriva Miral, bimba di 7 anni che ha perso la madre suicida e che il padre, un uomo buono e gentile, non riesce a seguire a dovere. Arrivata ai 17 anni, Miral esplode di rabbia e di furia, non riesce a seguire gli insegnamenti di Hind che non vuole mischiare l’orfanatrofio/scuola con la politica, si innamora di un attivista dell’OLP e lo segue nell’elaborare strategie e tattiche. Ma l’esercito israeliano, che sta reagendo in maniera dura e massiccia all’intifada (la guerra con le pietre), la prende di mira e l’arresta. Con lei in questo stato anche Dar Al Tifel è in pericolo.
Forse non molti di voi ricordano Rula Jebreal (la ex-giornalista di «AnnoZero» che venne epitata nel 2006 di un per nulla elegante «Gnocca senza testa»):, ebbene questa donna, bella, risoluta e tenace (compagna nella vita del regista), ha scritto il libro «La strada dei fiori di Miral», che non è altro che la sua biografia, per cui il film – tutto dalla parte degli arabo/palestinesi, gli israeliani sono dipinti come degli atroci aguzzini – parla di lei e della sua vita.
La pellicola, di grandiosa intensità e che utilizza una fotografia decolorata, è composta da capitoli scanditi dai nomi delle protagoniste (con dei cartelli in bianco e nero sullo schermo) e denuncia senza mezzi termini come i militari ricorrano ad ogni strumento per umiliare («Ti senti più uomo a fare così?» dice una giovane studentessa all’altrettanto giovane milite che le rovescia scompostamente il contenuto dello zaino), torturando per far confessare (terribile la scena delle frustate e percosse) nomi e fatti in cui si è coinvolti. Tutto avviene nel più rigido rispetto di un’asciuttezza encomiabile nel raccontare, in perfetta cronologia e senza il minimo tono da fiction, come Miral ma anche le altre ragazze soffrano per la situazione che si sta creando, che a dispetto della cocciutaggine di Hind di creare una zona franca pare non avere pietà di nessuno: non ci potrà mai essere un luogo sicuro senza la pace, quella pace rimasta solo di facciata che gli accordi di Oslo del 1993 avevano siglato.
Si sente a pelle che il racconto verte sulla difficoltà per i palestinesi di avere una identità nazionale, un connubio totale interno che gli permetta di ergersi a comunità completa: loro sono perseguitati dagli ex-perseguitati, Miral cerca il mare dal letto mentre giovane e immobile osserva sconsolata un panorama pieno di incognite. Un film bello, intenso e perfettamente calato nella situazione sociale che racconta, personaggi veri ed intensi (la partecipazione di Vanessa Redgrave e Willem Dafoe comunque è breve e solo amichevole) si muovono con dolore e sofferenza sullo schermo cercando di donare allo spettatore tutta la necessità di trovare un dialogo.
L’unico vero difetto di questo lavoro tanto serio e sentito dai suoi autori è che racconta tutto a senso unico (l’incontro con l’israeliana comunicativa ed ingenua, presente un piccolo bacio saffico, è una microparentesi). Ma la cosa non si sente più di tanto perché si capisce che in fondo le ragioni iniziali degli israeliani sui territori sono debordate in una sorta di conquista occulta agli occhi del mondo. Speriamo tutti in un futuro migliore,:intanto voi non perdetevi per nessuna ragione questo monito cinematografico.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

Le premesse sembravano soddisfare pienamente le aspettative di questa nuova storia che guarda ancora una volta verso quella stessa lacerante spina nel fianco, tanto persistente da non volerne proprio sapere di staccarsi dai fianchi ormai brutalmente dilaniati di Israeliani e Palestinesi, eternamente contrapposti. Ma in effetti si tratta di uno sguardo trasversale, prevalentemente al femminile: Miral, tratto dal libro di Rula Jebreal, palestinese naturalizzata italiana, che ha scritto anche la sceneggiatura del film di Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla), muove dalla dimensione marcatamente umana di varie donne prima ancora che della stessa protagonista, soprattutto nella prima parte, ma non tarda d’altra parte a riappropriarsi di una connotazione inevitabilmente politica, a tratti unilateralmente filo-palestinese, e, forse, fin troppo elementare e didascalica. Così l’impatto intensamente umano cui si è dato risalto con una cornice ‘poetico-estetizzante’ confezionata ad arte dal regista-pittore (filo ‘espressionista-action painting’) con soggettive e piani sequenza ben assestati su ricercati effetti – insisitito il ricorso a filtri e lenti speciali che approdano a insolite soluzioni visive intimamente legate ad ogni scheggia di dramma posto in primo piano – gradatamente inizia a disperdersi negli anfratti di insidiosi ‘cronachismi’ cui Schnabel sente di non poter rinunciare e che d’altra parte sembrano rinnegare il primo impatto stilistico.
Una sorta di mosaico esistenzial-sociale scrupolosamente attento all’individuo prima di approdare alle stesse, ovvie, conclusioni pacifiste sotto forma di dedica ‘a tutti coloro che credono in una pace ancora possibile’ tra questi due popoli. Dubbio più che legittimo giacché un accordo pagato per troppo tempo a un prezzo ormai intollerabile, e pure non rispettato, sembra non aver risolto definitivamente la situazione. Ma il messaggio più importante, che riecheggia forte e chiaro, e che aleggia qua e là qualora la nostra memoria risultasse offuscata da una certa ridondanza narrativo-documentaristica, ruota intorno alla benefattrice Mama
Hind (Hiam Abbass), fondatrice della Casa-Istituto Al-Tifl Al-Arabi tuttoggi in piedi, personaggio da cui praticamente muove la storia, inglobando anche i due camei di Vanessa Redgrave e di Willem Dafoe: ‘l’istruzione è l’unica strada per la pace’.
Il percorso della protagonista Miral (Freida Pinto, The Millionaire), al secolo scrittrice in attivo, di fatto, incarna questa verità come una sacra reliquia. E questo resta a nostro avviso peraltro un diktat irrinunciabile per ogni paese, popolo e individuo in qualsiasi circostanza, l’unica base solida che ben risponde al sacrosanto diritto di preservare la propria identità, sia personale che di appartenenza sociale. Così tra i vari ritratti femminili qui tratteggiati nelle diverse tragedie individuali vissute all’ombra degli ‘anni di piombo’ israelo-palestinesi, qui riassunti e documentati con inserti di repertorio a cominciare dal 1948, Miral è semplicemente l’erede di questo focale messaggio che lei stessa potrà raccogliere come sofferta conquista solo a
seguito di un iter che la vede tormentata bambina fino all’età adulta, (straordinaria e commovente la parabola del rapporto padre-figlia), attraversando momenti davvero drammatici sia sul piano personale (la madre) che sociale. Un messaggio universale che Miral ci trasmette a sua volta e che continua ad incarnare rafforzandone ogni giorno il suo immenso valore reale.
Patrizia Ferretti, da “celluloidportraits.com”

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