Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti

Sgombrate il cuore e apritelo al vecchio zio
di Franco Marcoaldi La Repubblica
Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, il film del thailandese Apichatpong Weerasethakul vincitore dell’ ultima Palma d’ oro al festival di Cannes, è un’ opera che non sembra prestarsi ai giudizi sfumati, alle generiche mezze misure. Potrete tuffarvi felici nella sua magia o annoiarvi a morte. Ma è improbabile che usciate dalla sala dicendo di aver visto un film, ahinoi, «carino». Non c’ è una vera e propria storia, i personaggi non danno luogo a intrecci memorabili. Non vi aiuterà fare riferimento ai generi canonici (commedia, thriller, dramma storico, noir, horror, fantasy, film di denuncia). Né, tantomeno, potete attendervi quegli effetti speciali oggi tanto in voga. Anche se poi, a dire il vero, in Lo zio Boonmee di cose speciali, anzi specialissime, ne accadono molte. Soltanto che non sono legate a effetti tecnologici di sorta. Piuttosto a un’ idea più semplice e più misteriosa: cosa accade nella nostra mente e nel nostro cuore quando, in apparenza, non accade nulla? Il protagonista del film, affetto da un’ insufficienza renale che lo sta conducendo alla morte, ha cominciato a fare i conti con spiriti e fantasmi e presenze di ogni genere: la moglie e il figlio, deceduti da tempo, una sera si ripresentano al suo desco. E la casa di campagna si popola progressivamente di mille altre anime vaganti, alcune delle quali, chissà, potrebbero addirittura rappresentare sue precedenti incarnazioni (anche animali, addirittura vegetali). Naturalmente Apichatpong Weerasethakul ha buon gioco nell’ appoggiarsi a un sistema di credenze familiare e ultramillenario: a quell’ universo mentale proprio dell’ oriente, perimetrato dall’ idea della trasmigrazione delle anime e dal concetto di reincarnazione. Ma anche lo spettatore occidentale capace di abbandonarsi per davvero alla «visione» (nel senso letterale del termine), non farà fatica a entrare in un mondo dove il realee l’ irreale si sovrappongonoe si confondono tra loro. Dove i morti coabitano coi vivi, alimentando la loro quotidianetà. Mentre la metamorfosi ininterrotta delle forme viventi ci rende spettatori, ad esempio, di un meraviglioso amplesso tra una principessa e un pesce gatto. O ci fa seguire incantati un bisonte vagante per la giungla, nella convinzione che da un momento all’ altro potrebbe assumere sembianze umane. Tanto intenso quanto spiritoso («il paradiso è un concetto sopravvalutato», afferma a un certo punto uno dei fantasmi), Lo zio Boonmee è il film di un uomo mentalmente libero. Apichatpong Weerasethakul lo è senz’ altro nella sua ricerca formale, come dimostra l’ uso imprevedibile di una successione di scatti fotografici da leggere paradossalmente in chiave politica e sociale. Ed è altrettanto libero quanto ai contenuti: il prodigio, il miracolo, la visione – questo intende dirci – si appalesano proprio nella dimensione feriale, ordinaria dell’ esistenza. Basta avere gli occhi bene aperti, cuore e mente sgombri, sensi sempre all’ erta.
Da La Repubblica, 16 ottobre 2010

Quel tailandese che evoca fantasmi
di Maurizio Cabona Il Giornale
Nel film che ha vinto la Palma d’oro a Cannes 2010, un tailandese morente evoca il fantasma della moglie e del figlio, reincarnatosi in gorilla. E ricorda la sua vita, con rammarico per i comunisti uccisi da soldato e gli insetti uccisi da contadino. Il senso della natura e della morte per Apichatpong Weerasetahkul è diverso da quello dei fratelli Pang di The Eye, tailandesi di passaporto, ma cinesi di cultura. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è più antropologia che spettacolo. Notevole un rapporto intimo con un pesce gatto. Per cinefili.
Da Il Giornale, 15 ottobre 2010

Dalla Thailandia un nipote di Pasolini
di Francesco Alò Il Messaggero
Visto il boom di filosofie orientali in Occidente un film come Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, palma d’oro a Cannes, dovrebbe avere un vasto pubblico. Invece conquisterà gli appassionati, non chi crede che l’unica lingua della settima arte sia quella dominante, fatta di spettacolo a tutti i costi. Eppure Weerasethakul chiede solo la pazienza e la concentrazione necessarie a entrare nella dimensione parallela dischiusa fin dal bellissimo prologo, la fuga notturna di un bufalo nella giungla che tesse come d’incanto una rete fra tutte le forme viventi, uomini, piante, animali. Per esplorare poi questa rete seguendo gli ultimi giorni dello zio Boonmee, apicultore malato di reni e con qualche peso sulla coscienza che rivedrà apparire a confortarlo la moglie defunta, ma anche un figlio scomparso e trasformatosi in un tenero scimmione dagli occhi rossi. Il tutto narrato con stile piano e magico insieme, senza gli effetti e gli artifici oggi obbligatori. Sulla scia di altri cineasti arcaici e antimoderni come Pasolini e Paradzanov; ma con allusioni a mondi e linguaggi così remoti da rendere arduo decifrare le zone più politiche o visionarie del lungo epilogo. Poco importa: le vite dello Zio Boonmee sono anche le nostre, impastate di passato e presente, realtà e immaginario. È bello che un film ce lo ricordi.
Da Il Messaggero, 15 ottobre 2010

Lo zio e i suoi strani fantasmi
di Dario Zonta L’Unità
Quasi in contemporanea con la presenza in sala dell’ultimo e discusso Leone d’oro, consegnato a Somewhere di Sofia Coppola, arriva oggi il film vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Sarebbe in qualche modo interessante mettere in rapporto questi due premi con l’accoglienza in sala, nell’incontro con il pubblico. Il film d’autore americano della Coppola sulla rappresentazione quotidiana della vita di una star di Hollywood e il film d’autore tailandese di Weerasethakul sulla rappresentazione quotidiana di un contadino malato di reni e prossimo alla morte, attorniato dalla famiglia e dai fantasmi dei suoi cari defunti sono agli antipodi, espressione di una idea di cinema e di mondo molto distanti. Quello che li unisce è la difficoltà (pur nelle rispettive differenze), di trovare il loro pubblico, che per questo cinema non c’è più, o sta scomparendo. Se questo è vero, fino a un certo punto, per la Coppola, lo è in maniera totale per il film thailandese, espressione di una storia, di una cultura e di un cinema rigoroso e irremovibile. Vediamolo. Siamo nel nord della Thailandia, nella campagna dello zio Boonmee, apicoltore e agricoltore. Sono i suoi ultimi giorni di vita, perché è affetto da una grave forma di insufficienza renale. Vive la sua morte, ed è quello che letteralmente fa, senza cupezza e tragedia, come un momento di passaggio, seguendo i dettami della sua cultura. Passato e presente convivono, come i vivi e i morti, quel che eravamo e quel che siamo. L’inizio del film si svolge intorno a una tavola dove sono riuniti i presenti e vivi e coloro che sono passati oltre. Oltre alla cognata Jen e il nipote Tong, si presenta all’improvviso la moglie morta del protagonista, Huay e parla con suo marito come se non fosse mai scomparsa. Mentre dialogano, sale le scale della terrazza una specie di uomo scimmia con gli occhi rosso fuoco. È il figlio di Boonmee, sparito illo tempore e ora trasformato in un altro essere, non più umano ma animale. Anche lui si siede a tavola per omaggiare il padre morente e spiegargli con assoluta naturalezza cosa è stato di lui. Questa comunità ricostituita, ma mai realmente divisa, accompagna il buon Boonmee in mezzo al bosco per una lunga passeggiata, e poi dentro una caverna, l’ultimo luogo, l’ultimo passaggio. Nella caverna la morte prende la vita, e la vita continuerà altrove.
UNA FIABA STRANA
Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è un film misterioso e molto affascinante, così pregno di una cultura molto lontana dalla nostra, fino al limite della incomprensione. Adessa bisogna cedere senza risentimento, credendo a quel che si vede come a una fiaba strana. La sospensione di incredulità qui è al suo massimo. Come quando, ad un certo punto, assistiamo all’incontro sui bordi di un lago tra una principessa sfigurata e il suo amore, nelle forme di un pesce gatto. L’effetto straniante contenuto nel film è aumentato a dismisura dalla versione italiana, necessaria per una sua congrua commercializzazione. Il doppiaggio aumenta a dismisura questo sentirsi in un altro mondo. È questo il caso di un impossibile incontro tra un cinema molto alto e distante con le esigenze di commercializzazione in sala. Come se ne esce? Esiste ancora un pubblico di cinefili per il quale è possibile sostenere il rischio di una diffusione commerciale di film così fortemente autoriali, diremmo anche squisitamente festivalieri?
Da L’Unità, 15 ottobre 2010

La scimmia fantasma rinasce nella grotta
di Cristina Piccino Il Manifesto
Apichatpong Weerasethakul, nome difficilissimo da pronunciare, lo chiamano tutti «Joe». Hey Joe dove te ne vai con la tua macchina da presa? Nella giungla tra i fantasmi delle persone amate, le apparizioni di scimmie nere con gli occhi rossi, una fauna e una flora magiche che sono il più bel gesto d’amore per il cinema ai tempi della Redcam. Un film sul cinema Uncle Boonmee che infatti Tim Burton ha premiato con la Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, extraterrestre e allucinato, che racconta cose precise perché Weerasethakul non è uno di quei registi che utilizza la bellezza delle immagini gratuitamente ma lo fa a suo modo, segreto, mistico, con una melanconica dolcezza che sconfina nel terrore.
Un uomo, lo zio Boonmee del titolo, aspetta la morte condannato da una malattia renale. Piano piano nella sua casa cominciano a apparire i fantasmi delle persone amate e perdute, la moglie morta, il figlio scomparso a cui si intrecciano leggende, miti, personaggi fantastici. «Contrariamente a quanto dicono non c’è nulla nel paradiso» dice all’uomo la moglie, a tenerci in vita sono i vivi, coloro che ci hanno voluto bene. I morti arrivano quando in vivi stanno per andarsene anche loro: è forse l’ultima occasione che hanno di esistere ancora? Possiamo dire che Lo zio Boonmee appartiene alla tradizione sublime del cinema di fantasmi, alla Cocteau, ma è anche qualcos’altro, contiene cioè l’idea di un’immagine capace di catturare nella sua grana la morte e di accompagnare i vivi – come fa De Oliveira soprattutto nei suoi film più recenti.
«Sono andato nella foresta, mi sono unito a una scimmia selvaggia, i miei peli hanno cominciato a allungarsi…» dice il figlio dello zio Boonmee, e intanto i piani della narrazione si sovrappongono, appaiono personaggi fiabeschi come la principessa sfigurata che forse sono anche le identità dell’uomo, buddista, nelle sue vite precedenti. Seduti intorno a un tavolo, davanti alla vecchia casa mentre cala il crepuscolo, o errando tra gli umori vivi della giungla, i luoghi a nord della Thailandia, dove il mito diventa memoria, il vissuto dello zio soldato dalla parte del governo nella repressione contro i comunisti – «Ne ho uccisi troppi per questo sono malato» dice il vecchio. E i villaggi distrutti, thailandesi contro thailandesi, il Vietnam al confine oggi dei lavoratori stagionali e ieri del nemico, fantasmi anche questi di una Storia che diviene Mito o viceversa … Fino alla corsa nella notte, quasi sonnambula, con lo zio Boonmee, ora contadino, che si immerge nella grotta-utero per morire e rinascere, gli spettri lo hanno accompagnato fino alla sentimento primordiale della vita, nell’acqua e in quell’angolo remoto della sua terra…
Il cinema si diceva. Nel film di Weerasethakul se ne ritrova il gusto per uno stupore anch’esso delle origini (la caverna!), quello che poteva essere l’incanto di un Méliès, metafore e suggestioni poetiche, come lo strano pesce che fa godere sotto la cascata la principessa. E il suono, il respiro ininterrotto della natura, la giungla di notte coi suoi fremiti, la città che contrasta stridente, del resto «Joe» non ama la «guerrilla» urbana, i suoi personaggi e le sue storie vivono nella giungla, nella natura, è lì che si esprimono violenza, conflitto, passioni.
Lo zio Boonmee, film imperdibile, era prima un cortometraggio, Lettera allo zio Boonmee, e poi un’installazione, entrambi parte di un progetto su quella regione al nord della Thailandia, in particolare il villaggio di Nabua, e sulla sua storia. La dove il fantastico diviene realtà e viceversa, perché le immagini di questo cineasta si muovono, e vivono, dentro e anche oltre il cinema, cercano altri spazi, nella metafora si confrontano con la realtà, quel giovane soldato, i mitra, le divise, il monaco solitario, e quello strano bar dove tutto finisce e sembra, come nella grotta, poter ricominciare. La Thailandia della violenza politica, delle camicie rosse, che si massacravano in strada mentre il regista girava. E la potenza che tiene insieme tutto questo, cioè il cinema, è lo sguardo di Apichatpong, lì nel suo universo interiore tutte queste dimensioni possono convivere e esistere ancora proprio come accade ai «fantasmi» dello zio.
Da Il Manifesto, 15 ottobre 2010

Viaggio nei nuovi (e più lontani) confini espressivi
di Davide Turrini Liberazione
“Di fronte alla giungla, alle colline e alle valli, le mie vite passate, come animale o altro essere, emergono prima di me”. Lo zio Boonmee che si ricorda delle vite precedenti, palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, potrebbe riassumersi in questa sorta di introduzione/esergo che apre il film. La nervatura filosofica, le linee di pensiero che si espongono nell’opera diretta dal thailandese Apichatpong Weerasethakul, si condensano in questa dichiarazione soggettiva di un antiprotagonista, zio Boonmee, nulla di eroico, semplice vettore di un percorso di passaggio tra vita materiale, abbandono della carne e riemersione dello spirito. Boonmee, infatti, soffre di una grave insufficienza renale che lo sta conducendo alla morte. Così si ritira definitivamente in campagna, nel nord est della Thailandia, luogo di contatto spirituale e naturale trapasso con l’aldilà. Giunto con alcuni familiari nella sua casa, tra alberi di tamarindo e favi, riceve la visita del fantasma della moglie defunta e del figlio scomparso ora ricomparso in forma animale. Lo attende l’ultima tappa del viaggio terreno, in mezzo alla giungla, fino ad una caverna. Sereno, ed in un penombra fuori vista di encomiabile, semplicissimo contrasto, Boonmee cessa di vivere. Lo zio Boonmee è film di siderale importanza, oggi, 2010. Perché non assomiglia a nulla che abbiamo visto fino a ieri (forse Tropical Malady del 2004 sempre di Weerasethakul), non cita alcunché, e perché apre comunque le porte ad un cinema di domani diverso da codici e stilemi occidentali, in questo caso non più solo estetici e culturali, ma finanche religioso-spirituali. Nelle terre thai di Boonmee, alla vista dei fantasmi non si sobbalza, non si urla, ma si dialoga e si sorride. Un naturale rispetto per l’irrazionale, che poi in quell’area geografica è vulgata comune da secoli. Non c’è quindi da ridacchiare di fronte alle creature che silenziosamente occupano spazi di selvatico profilmico. Lo zio Boonmee parla di spiritualità più di una qualsiasi reiterata preghiera istituzionalizzata. La fissità e l’immobilità dell’inquadratura celano i misteri di un’oscurità infinita, trasformazione, compenetrazione e reincarnazione dell’umano in animale o vegetale e viceversa. Niente domande, nessuna risposta, solo lo scorrere della vita nelle differenti fasi terrene e ultraterrene. La resa visiva è di straordinario fascino, il rallentamento di ritmo e dialoghi non è nemmeno così tarkosvkiano come molti detrattori ululano. Vederlo significa aprirsi nuove prospettive espressive e linguistiche. Capolavoro.
Da Liberazione, 15 ottobre 2010

Tratto da un libro scritto nel 1983 da un monaco del nordest della Thailandia, il film narra di Boonmee, malato di insufficienza renale cronica, che decide di trascorrere i suoi ultimi giorni in campagna. Qui Boonme é in solitudine. Ci sono a prestargli cure la sorella, il nipote e l’infermiere. Ben presto, però, a loro si affiancano un bue e un pesce gatto e poi le presenze soprannaturali della moglie e di uno scimmione nero con gli occhi rossi (il figlio scomparso). Boonmee prende a ricordare la sua vita e rifletterci.
Il film premiato da Tim Burton con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes tratta un tema caro al regista Apichatpong Weerasethakul che é quello della trasmigrazione delle anime. Nella pellicola, regno animale e regno dell’aldilà si fondono magicamente (“I fantasmi non sono legati ai luoghi ma alle persone”): rumori, grotte, umidità, ruscelli, alberi, pupazzi, spiriti buffi che ci portano attraverso la giungla nel luogo dove il protagonista é nato la prima volta.
Sì, c’é molto mistica e molto animismo in questa pellicola, e ad alcuni questo potrà non piacere, ma c’é anche molta concretezza. Oggetti e animali parlano a Zio Boonme delle sue vite precendenti, e lui riesce a ricordarle una per una: in fondo in questo non c’é niente di meno realista di quello che accade a ciascuno di noi quando osservando un oggetto ci ricordiamo di un passato lontano che non ci appartiene più, che é come se fosse un’altra vita. Ecco forse é di questo che il film di Apichatpong Weerasethakul (unico film al Festival di Cannes con elementi surreali di un cartellone orientato più al realismo) ci parla davvero, é a questo che vuole alludere, di questo vuole darci una rappresentazione.
In fondo Zio Boonme ha avuto molte vite ma é nel mezzo della giungla e in una caverna che vuole ritornare: la dove e’ nato per la prima volta, forse per la sola volta. Proprio come tutti quanti noi.
di Marco Candida, da “delcinema.it”

Dopo averlo visto al Festival di Cannes in una splendida mattina di maggio, mai ci saremmo aspettati che un film così particolare, riuscisse a trovare la strada della distribuzione nelle sale italiane.
Il merito certamente va attribuito alla giuria di Tim Burton, che in un concorso modesto, nel quale sarebbe stato facile premiare il bellissimo Another Year di Mike Leigh, ha preferito rischiare, segnalando al mondo il talento di questo artista thailandese, a cui ha assegnato una meritata Palma d’Oro.
Lo Zio Boonmee è un racconto che affonda le sue radici nella cultura più antica di quel popolo, nelle sue tradizioni secolari, contadine, nelle leggende dei boschi.
Apichatpong ci guida in un percorso di accettazione della morte, nella quale quest’ultima è solo un passaggio inevitabile ad una nuova forma di vita.
Il protagonista, lo Zio Boonmee del titolo, è un agricoltore e apicoltore, che sta per morire ed è costretto a letto dalla dialisi quotidiana.
Decide di ritirarsi nella foresta, per affrontare con serenità i suoi ultimi momenti di vita, assieme alla sorella della moglie e ad un nipote, che si prendono cura di lui.
Come in un racconto fantastico, il fantasma di un figlio perduto gli appare improvvisamente, una sera, presentandosi come una sorta di uomo-scimmia, dopo essersi unito ad una sorta di tribù che popola la foresta.
Lo stesso fa la moglie, morta molti anni prima. Insieme lo aiuteranno ad affrontare più serenamente il passaggio, che troverà in una grotta ancestrale il suo momento culmine.
Nel frattempo Apichatpong si perde nel bosco e divaga raccontando la leggenda di una principessa sfigurata, sedotta da un soldato, tramutatosi in un pescegatto, nei pressi di una cascata. Quindi riprende a raccontare la lenta agonia di Boonmee e la sua serena accettazione della morte. Rientrati in città per il funerale, i parenti rimarranno stregati dai poteri acquisiti nella foresta.
Chi conosce il cinema del thailandese (Tropical Malady, Syndromes and a Century), sa che leggende misteriose e miti locali sono spesso al centro dei suoi racconti.
Il film ha ritmi dilatati: ad una prima parte più dialogata e realistica, segue, come sempre nei film del regista thailandese, una seconda in cui prevalgono il mistero, la contemplazione, la rappresentazione della notte infinita nella foresta, con tutte le sue creature sovrannaturali.
Ma anche qui il suo stile rimane mimetico, senza eccessi o forzature stilistiche: anche le apparizioni dei fantasmi sono presentate in un quadro di serena semplicità.
Lo Zio Boonmee è da prendere o lasciare: o si entra in sintonia con i suoi ritmi lenti ed il suo realismo magico ed animista, oppure lo si rifiuta in un confortevole sonno sulle poltrone della sala.
I risvolti politici e i riferimenti più controversi, che appaiono alla fine del viaggio, quando il nipote e la cognata di Zio Boonmee ritornano in città, magari sfuggono a chi non conosca a fondo la storia del paese asiatico, ma non importa: si riesce a godere la bellezza del cinema di Apichatpong, anche senza comprenderli.
Le sue notti illuminate dal mistero e le sue estatiche contemplazioni della natura sono uniche, per chi ha la pazienza di seguire il flusso della narrazione.
Il finale in cui i due personaggi si sdoppiano, annoiati dalla televisione ed assordati da un inutile karaoke, è il segno più evidente di una civiltà che ha perso completamente il senso delle proprie radici e della propria cultura: è un dolore che resta dentro e che parla anche a noi.
da “stanzedicinema.wordpress.com”

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti disarma. Come ogni singolo tassello della filmografia di Apichatpong Weerasethakul. Disarma perché spoglia l’occhio di chi guarda, sequestra convinzioni e automatismi, si offre a una semplicità elementare. E tangibile, nella grana di immagini girate in 16mm. E’ questa concretezza la cifra fondante (scardinante, finanche imbarazzante) dell’opera vincitrice allo scorso Festival di Cannes: definito un film sulla reincarnazione, lo è nel senso letterale. Perché Weerasethakul dà corpo ai fantasmi. Non li evoca, li convoca, stampandoli nella materia di cui sono composti, la pellicola. Figure del passato trovano spazio cinematografico, si manifestano nella propria materica consistenza intorno a Boonmee, assumono forme che riproducono memorie cinefile del passato del regista. Reperti, residui, ricordi. Ciò che nell’ora non esiste, nel cinema insiste: ciò che era riaffiora, la narrazione si scioglie in un presente sospeso, la discontinuità dei frammenti è un’apparenza, simula il dilungarsi di un attimo, quello che si vorrebbe infinito. Quello che anticipa la Fine [1].
Lo spazio, in Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha coordinate precise: villaggio di Nabua, provincia di Isan, nordest della Thailandia. Il luogo è un territorio dove il tempo collassa: mentre Boonme si appresta seraficamente a morire, appare la moglie defunta; il figlio scomparso compare tramutato in uomo-scimmia; la mdp si sofferma su un bisonte in cerca di libertà; indaga poi il rapporto tra una principessa sfigurata, il suo servo e uno spirito marino in forma di pesce-gatto [2]; ai nostri occhi mostra infine fotografie di soldati uccisi. Il tempo è contraddittorio, avvicina il protagonista alla morte, mentre pare bloccarsi, astrarsi, farsi luogo d’osmosi, magma di dimensioni parallele che convergono. E’ una scelta intimamente politica. Weerasethakul descrive Nabua come “un luogo dal passato violento dove i ricordi sono stati repressi”[3]: per questo, per spirito di conservazione, il cineasta thailandese induce il passato (personale, folclorico, cinematografico e storico) a germogliare; per questo popola il paesaggio di fantasmi in carne, ossa e pellicola: perché Lo zio Boonme che si ricorda le vite precedenti si contrappone perfettamente alla mano astratta ed impietosa di una censura che, per definizione, agisce subdolamente sull’immaginario. Per spirito di contraddizione velatamente rivoluzionario il cinema si fa meccanismo trasparente, trucco non dissimulato, fiero della propria ingenua naiveté. A cuore aperto e incredulità sospesa, come il ricorso a una goffa assolvenza per presentare un fantasma. O come un irsuto costume da B-movie (reincarnato). Weerasethakul, con questa opera, teorizza candidamente un cinema idilliaco, abitato da una sincerità pura, solo sottilmente ironica e autoconsapevole: un cinema a cui si possa e si debba donare fede, anche quando non se ne riconoscono le forme. Così come Boonme non riconosce moglie e figlio. Ma crede in loro [4].
Weerasethakul ambisce a (ri)creare, dunque, un immaginario, inscrivendolo (al solito) nel rapporto erotico tra uomo e natura, ancorando paradossalmente il mentale al reale. La sua prassi cinematografica usa in apparenza la retorica del cinema della realtà: non arranca alla ricerca di cause ed effetti, ma meditando descrive, coglie notazioni sociali presenti (la dimensione della clandestinità, già presente in Blissfully yours, la riduzione dei sentimenti a burocrazia che segue la morte), disegna l’iter di malattia e cura nella sua dimensione quotidiana, impone al rumore della natura di dominare la colonna sonora, ricorre alla recitazione piana di attori non-professionisti e, soprattutto, compone inquadrature che sdegnano gentilmente le convenzioni di messa in quadro, annullando la sintassi cinematografica canonica, abbattendo le abitudini dei raccordi, in nome di un linguaggio che non prevarichi la materia, filtrandola e strutturandola, ma ne rispetti, creandolo, il respiro. E che, infine, illumini. E’ un’immediatezza di sguardo, quella di Weerasethakul, che acuisce il senso di realtà, sabotando al contempo le assuefatte consuetudini percettive dello spettatore. Segue l’afflato del reale per mezzo del long take, lo squarcia con olimpica tranquillità tramite associazioni al montaggio. Lo fa con la compostezza permessa a chi possiede una ferma visione del mondo e della vita. E con il tremore di chi, comunque sia, è uomo, umano troppo umano, individuo di carne pulsante [5].
Parte di Primitive, progetto dedicato a Nabua e composto inoltre da due cortometraggi (A letter to Uncle Boonmee e Phantoms of Nabua, visibile on-line), un’installazione (Primitive) e un libro contenente documentazione del progetto, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è opera perfettamene coerente al percorso di Weerasethakul: ne conferma temi (il passaggio tra dimensioni, la trasmigrazione sotterranea di figure ed eventi, il rapporto tra uomo e natura, jungla e civiltà) e stilemi (la struttura binaria della narrazione, la concretizzazione delle astrazioni, il naturalismo warholiano dello sguardo, i compiti shock a cui ricorre chi conosce Ėjzenštejn e sa, con Godard, che il cinema è montaggio), comprovando il valore assoluto di un’idea di cinema cristallizzata in film che si sedimentano nella memoria. Indimenticabili non per bassa retorica critica, ma perché in grado di scalfire in profondità la prassi della visione. Esemplari di un cinema che, placidamente, libera la mente.

[1] Come, in un parallelo nemmeno eccessivamente azzardato, nel Resnais de Gli amori folli.
[2] I frammenti dedicati al bisonte e alla principessa sono riconducibili al calderone delle vite precedenti di Boonmee unicamente per inferenza dello spettatore: nulla certifica il dato, se non la presenza delle vicende all’interno del film e, questione da non sottovalutare quando ci si occupa di un regista che è, innanzitutto, un video-artista, dal titolo, con cui le immagini entrano in rapporto.
[3] “La mattina del 7 agosto 1965, Nabua conquista la sua reputazione internazionale quando scoppia il primo conflitto armato tra gli agricoltori e il governo totalitario. Come risultato, Nabua viene occupata e posta sotto un duro controllo militare. Il terrore intensificato. La paura dilaga. Molti sono fuggiti nella giungla. La notte viene illuminata da lampi militari. Nel villaggio restano soprattutto donne e bambini”, Apichatpong Weerasethakul. Coerentemente con le premesse, la storia stessa del film annuncia la ciclicità della Storia: Bonmee dice di avere sognato, suo malgrado. un futuro in cui “l’autorità faceva sparire chiunque”.
[4] Con immacolata semplicità Weerasethakul riporta nel film diverse considerazioni sul ruolo delle immagini: oltre al cinema (e alla fotografia, di cui coglie il solo aspetto documentale), tratta la Tv, facendone demonizzabile forma di alienazione (cfr. finale)
[5] Si veda, a riguardo, il raro andamento fremente a cui la mdp sottosta nel seguire Boonmee nel suo ansimante cammino – finale e regressivo – verso la caverna/utero dove – non a caso – troverà la morte.
Giulio Sangiorgio, da “spietati.it” Voto: 9

L’ultimo viaggio di zio Boonmee
Se lo spettatore ha la caparbietà di entrare nel mondo surreale di Apichatpong, può restarne insieme affascinato, divertito e stimolato, ma non è un’impresa facile.
L’ultimo viaggio di zio Boonmee
Dopo sei anni dal premio speciale della giuria per Tropical Malady, Apichatpong Weerasethakul torna al Festival di Cannes con Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives (in Italiano tradotto fedelmente Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti), unico film con elementi surreali di un cartellone orientato più al realismo, caratteristica che con Tim Burton presidente di giuria potrebbe valere al regista thailandese un riconoscimento.
Ne è protagonista lo zio Boonmee del titolo, un uomo affetto da insufficienza renale che decide di passare gli ultimi giorni di vita in campagna, circondato dalla natura e dai suoi cari: oltre alla sorella è il nipote, infatti, solo l’infermiere è al suo fianco per prestargli le cure necessarie. Ma la tranquillità di Boonmee si arricchisce poco a poco di altre figure, naturali e soprannaturali, tra le quali figurano un bue ed un pesce gatto, ma soprattutto il fantasma di sua moglie, morta da diciannove anni, ed il figlio, anch’egli deceduto, che ha assunto le sembianze di uno scimmione nero con gli occhi che brillano di rosso. Un flusso di personaggi che guida il protagonista nella riflessione sulla sua esistenza, presente e passata.
Una misteriosa sequenza del film Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives
Vagamente tratto da una serie di racconti di un abate buddista, Uncle Boonme è un viaggio al confine tra uomo ed animale, tra naturale e soprannaturale, un percorso che continuamente valica questo sottile margine tra i diversi ambiti, mettendo in scena, senza soluzione di continuità, le diverse incarnazioni di Boonmee e rappresentando la fede del regista nella trasmigrazione dell’anima. Un viaggio che si fa anche materiale, che porta Boonmee nel cuore della giungla e verso la cava in cui la sua prima vita è nata.
Quella del film è una storia semplice che si fa complessa, arricchita anche da accenni politici e filosofici, da immagini poetiche ed humour surreale che sfocia nel grottesco; un film ricco nel quale la semplicità dell’interpretazione di Thanapat Salsaymar finisce per non stonare, bilanciando quanto lo circonda.
Ma Uncle Boonmee, così come tutta l’opera di Apichatpong Weerasethakul, non è un film per grande pubblico e non concede appigli allo spettatore dal punto di vista narrativo: il regista thailandese pretende che ci si lasci andare e ci si lasci trasportare completamente dalla sua visione, fatta sì di simboli e scelte visionarie, ma anche di ironia ed immagini suggestive, con inquadrature ampie dal gusto pittorico. Se ha la caparbietà di entrare nel suo mondo, lo spettatore può restarne insieme affascinato, divertito e stimolato, ma non è da tutti avere la forza, o la voglia, di farlo.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

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