L’illusionista

Un illusionista nella seconda metà degli Anni Cinquanta vede progressivamente sfuggire il proprio pubblico. Il palco spetta ora alle star del rock’n’roll e non più a lui che è costretto ad esibirsi a feste, in teatri di terz’ordine o, peggio, in bar e caffè. Un giorno, però, costretto a esibirsi in un pub sulla costa occidentale della Scozia, incontra Alice, una ragazzina innocente che gli cambia la vita. Alice è un’entusiasta che crede che i suoi trucchi siano realtà e che decide di seguirlo ad Edimburgo. L’illusionista non ha il coraggio di toglierle le illusioni. Ma un giorno Alice crescerà.
Al Centre National de la Cinématographie di Parigi giaceva da mezzo secolo una sceneggiatura – mai divenuta film – classificata come “Film Tati nº 4”. La figlia di Jacques Tati, Sophie Tatischeff, ha preso a considerarla come una lettera d’amore inviatale da suo padre. Non voleva che restasse in un archivio ma non desiderava neppure (ovviamente) che finisse nella mani sbagliate. Ha ora trovato a chi affidarla con un esito soddisfacente.
Solo Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville, poteva pensare di affrontare l’impresa di far rivivere Tati senza Tati. Lo fa con grande rispetto e, al contempo, con il piacere della rivisitazione. Perchè in un’epoca in cui solo il 3D sembra poter avere un pubblico, proporre un’animazione in 2D senza essere la Disney de La Principessa e il Ranocchio può costituire un rischio. Che però vale la pena di affrontare se si vuole andare a ricreare il cuore di una poesia che seppe (e sa ancora) farsi cinema.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.com”

Genio e poesia
di Alberto Crespi L’Unità
Premessa: Sylvain Chomet è un genio. È un grande disegnatore, con un tratto amabilmente «rétro» che deve qualcosa anche a fonti extra-grafiche come il cinema di Jacques Tati. Ed è anche un grande narratore, con un respiro narrativo degno dei classici dell’animazione. Il pubblico italiano lo conosce per Le striplettes de Belleville, gioiello del 2003. L’illusionista, uscito in Francia nello scorso mese di giugno, è dello stesso livello e racconta una storia da cinema «vero». Siamo alla fine degli anni ’50 e il mondo del music-hall, con tutta la sua tradizione di musica da ballo e numeri circensi, è sconvolto dall’arrivo del rock’n’roll. L’illusionista del titolo capisce di essere fuori moda e tenta la fortuna nel posto sbagliato, Londra. Con i suoi affezionati complici – il coniglio, il cilindro, le colombe ammaestrate – finisce a esibirsi nei teatrini di provincia, finché l’incontro con la giovane Alice non cambia la sua vita… Distribuisce la Sacher di Nanni Moretti, una garanzia. Vederlo è un’immersione in un cinema poetico che, come l’arte dell’illusionista, si credeva scomparso.
Da L’Unità, 29 ottobre 2010

Jacques Tati commovente in cartoon
di Roberto Nepoti La Repubblica
L’ illusionista Regia di Sylvain Chomet Animazione Delizioso omaggio a Jacques Tati, tratto da una sua sceneggiatura. A portarla sullo schermo, poiché era impossibile trovare qualcuno in grado di interpretare il grande comico, ha provveduto il regista di film d’ animazione Sylvain Chomet: l’ illusionista del titolo, infatti, ha i tratti e le movenze di Tati, oltre a chiamarsi Tatischeff (il vero nome di Jacques). 1959. L’ illusionista fa i suoi numeri davanti a pubblici sempre più esigui e distratti, mentre salgono alla ribalta le rockstar. C’ è anche una storia d’ amore impossibile, di grande finezza, che evoca “Luci della ribalta”. Un film che pare la metafora di se stesso, in animazione tradizionale com’ è al tempo del trionfante 3D.
Da La Repubblica, 30 ottobre 2010

Illusioni e inganni, ma solo la magia riuscirà a salvarci
di Thomas Martinelli Il Manifesto
Ha quel certo fascino la vecchia Parigi dipinta nei film d’animazione, da quella classica d’inizio ‘900 degli Aristogatti al più recente affresco da guida gastronomica di Ratatouille. Quando poi ci mette mano un’artista sensibile francese come Sylvain Chomet si possono toccare corde più delicate per cogliere note poetiche inusitate. Le vedute della ville lumière risalgono al 1959: Montmartre, Pigalle, l’Olympiain caldo bianco e nero disegnati a mano. Gradualmente i colori trasformano le luci della città e si staglia una figura inconfondibile del cinema d’oltralpe. L’impacciato, longilineo signore in completo stretto, sembra proprio Monsieur Hulot.
Surrealmente spiazzato nella società moderna, la silenziosa maschera anni ’50-60 cli Jacques Tati (scomparso nel 1982) è riproposta qui in versione disegnata seguendo la sua sceneggiatura originale, riadattata e realizzata dal regista animatore Sylvain Chomet. Quale attore avrebbe potuto rivestire i panni del protagonista lunare di Play time? Infatti l’medita e atipica storia melanconica viene animata da Chomet con rispettoso amore, che cambia decisamente registro rispetto al ritmato umorismo del suo Appuntamento a Belleville.
L’illusionista è infatti più uno stato d’animo poetico di 90′ senza obbligo di lieto fine. E una tranche de vie collettiva con una spiccata attenzione e conoscenza per il mondo artistico umano che fu, osservato e rivissuto in un passaggio d’epoca clou. Un prestigiatore è sul viale del tramonto mentre avanzano juke box, gruppi rock, grandi magazzini e automobili. Le fragili illusioni del vecchio varietà di acrobati, ventriloqui e maghi cedono di fronte ai gusti di una gioventù ribelle. Così il protagonista gioca le sue ultime chances oltremanica. Da Parigi a Londra, con trucchi, colombe e un coniglio aggressivo, cerca invano di arginare una crisi irreversibile. Si spinge così fino alla piovosa ma ancora accogliente provincia scozzese, dove in un pub di paese incontra la giovane umile cameriera Alice. Qui con i suoi dolci inganni, l’illusionista riesce ancora a diffondere entusiasmo e speranza. La ragazza, pulita e ingenua, lo segue come una figlia fino ad Edinburgo. Ma un colpo di bacchetta non basta più e dopo i primi pasti assicurati, le scarpe nuove, un bel vestito, deve infine accettare la nuova dura realtà. Come scrive nel biglietto, «i maghi non esistono». Ma la magia sì, magari nell’amore vero con un ragazzo o nel far tornare il sorriso ad una bambina con la semplice riapparizione di una matita.
In ogni mago si cela un uomo e la magia di Chomet si esprime nei dettagli curati, nei fondali disegnati con linee chiare e colori caldi, nelle espressioni incisive dei personaggi tutti, anche quelli di secondo piano. Soprattutto in quella presenza popolare, con caratteristi inventati o riproposti da altri suoi film e una colonna sonora non industriale suonata con strumenti regionali. Morale della fiaba? Forse non c’è, come nemmeno un vero happy end. È una lettera d’amore, «non da intellettualizzare» – raccomanda Chomet «semmai è un modo di spiegare la vita in rapporto alle illusioni, ma non è in contrasto con la magia. Basta non essere vittime di moda e pubblicità».
Da Il Manifesto, 29 ottobre 2010

Animazione che incanta Tutti quanti a mento in su
di Davide Turrini Liberazione
Non fidatevi dell’unica didascalia/biglietto che vedrete ne L’illusionista. I maghi esistono, altroché. E il francese Sylvain Chomet è uno di loro. Regista di personalissimi film d’animazione (ricordate Appuntamento a Belleville?) nei quali si compie il miracolo della settima arte. Come per magia si rimane affascinati, bocca aperta, mento inclinato verso l’alto, a seguire le gesta di un protagonista alto e allampanato, regale e raffinato, come l’illusionista (da cui l’omonimo titolo). Uomo di mezza età, senza nome e senza parole (regola implicita per tutto il film e per tutti i personaggi) che con elegante abito di scena, basso treppiedi, cappello a cilindro e coniglio ben pigiato al suo interno, si accorge che il numero di scena da lui proposto ha fatto il suo tempo. Siamo nella Francia di fine anni ’50, nuove mode come il rock riempiranno i palchi dei teatri. All’illusionista tocca un volontario esilio londinese, ma le cose anche lì sembrano non andar bene. Il peregrinare lo porta in un paesello della Scozia tra pub, pecore, l’arrivo dell’elettricità e un mondo che sta cambiando. Qualche timido applauso, una ragazzina che gli si affeziona e che lo crede un vero mago, poi l’ultima tappa, Edimburgo. L’illusionista e la ragazzina in cerca di un lavoro, dimora in una pensioncina bizzarra con per vicini d’appartamento un trio d’acrobati, un pagliaccio suicida e uno sconclusionato ventriloquo.
Grammelot sonoro alla Jacques Tati, mosaico di trovate visive e tracce musicali (sempre ad opera di Chomet) per un film che si giova di sfondi sfumati come acquerelli di Cezanne e tratti intensificati, china nera nei contorni, per figure centrali fluide e dettagliate, anche solo per lo sventolare d’impermeabili, cinture e grembiuli. L’illusionista è, infine, cinema d’animazione che sfrutta appieno la possibilità di scomposizione e sconvolgimento del profilmico. Nella stessa scena, il quadro si separa sia tra profondità di campo e primo piano (ad esempio all’autolavaggio), tra lato destro e lato sinistro dell’inquadratura (all’entrata della pensione) in una giocosa e attenta ricomposizione continua dello spazio e del visibile. La citazione dentro al cinema con uno spezzone di Mon Oncle di Tati rimanda sia allo spirito di sperimentazione cinematografica, comicità e malinconia di cui L’illusionista è intriso; sia alla querelle sorta tra gli eredi di Tati e Chomet (il film è tratto da uno script mai girato dal regista francese). Distribuisce coraggiosamente la Sacher.
Da Liberazione, 29 ottobre 2010

Che tenera la favola biografica di Tati
di Maurizio Cabona Il Giornale
Il film con attori che Jacques Tati scrisse e non potè realizzare mezzo secolo fa è diventato il film d’animazione di Sylvain Chomet. Presentato fuori concorso a Berlino, s’ispira alla paternità negata da Tati alla figlia avuta da una ballerina tedesca durante l’occupazione della Francia. Negata nella realtà di allora, auspicata nel film, col senno di poi. Qui un illusionista francese esule in Scozia, che ha i tratti di Tati, incontra una ragazzina e l’accompagna per il breve periodo fra inizio d’adolescenza e scoperta dell’amore. Il disegno è quello classico, a matita; la bellezza è quella di una volta: la migliore.
Da Il Giornale, 29 ottobre 2010

Tati e un suo film rivivono per magia
di Francesco Alò Il Messaggero
E’ passato troppo tempo. Ma per fortuna Sylvain Chomet è tornato. Il genio dietro Appuntamento a Belleville (2003), uno dei migliori cartoni dell’ultimo decennio, torna a disegnare il suo mondo retrò fatto di cabaret, linguaggi ancestrali che sembrano il gramelot di Dario Fo, solitudini orgogliose e fotogrammi disegnati a mano lievi come acquerelli. Stavolta c’è di più. C’è Tati. Il grande cartoonist francese ha avuto infatti la fortuna di trasformare in film una sceneggiatura di Jacques Tati rimasta inedita per anni. E’ la storia di un prestigiatore ricalcato proprio sul maestro francese papà di Monsieur Hulot e Playtime che stringe un’amicizia filiale con una giovane scozzese negli anni ’50. Lei rimane abbagliata dai trucchi gentili del vecchio spilungone, lo segue ad Edimburgo ed è pronta a proteggerlo dall’invasione di rock’n’roll che rischia di spazzarlo via dai music hall. Fino a che non incontrerà un altro uomo. Malinconia, dignità e disillusione dell’illusionista. Geniale come il disegno di Chomet sia fedele allo spirito di Tati. Un grande comico astratto incontra il disegnatore più anacronistico del mondo. Se si fossero conosciuti sarebbero diventati amiconi. Magia per spiriti eletti.
Da Il Messaggero, 29 ottobre 2010

Un cartoon sulle tracce di Tati
di Valerio Caprara Il Mattino
Arriva dalla Francia un film d’animazione assai particolare, amorevolmente tratto da una sceneggiatura dimenticata nel cassetto dal mitico Jacques Tati. «L’illusionista» è firmato dal connazionale Sylvain Chomet di «Appuntamento a Belleville» (2003), pressoché ignorato in Italia nonostante la sua splendida grafica sospesa tra iperbole e humour: dopo aver ricevuto dalla figlia del poeta dell’assurdo il prezioso inedito, il regista e animatore ha realizzato un film raffinato e crepuscolare dedicato al vaudeville e ai suoi interpreti travolti dalla modernità. Il protagonista, disegnato con gli inconfondibili tratti allampanati e impacciati di Monsieur Hulot, è un prestigiatore sul viale del tramonto, messo bruscamente da parte dalle scatenate mode giovanili: tentando pateticamente di fuggire dai moderni show a base di rock band e juke box, il povero Tatischeff (il vero cognome di Tati) sbarca a Londra e prosegue verso la profonda e piovosa Scozia. Dove conquisterà l’umile ragazzina Alice, l’unica ancora disposta a estasiarsi di fronte ai suoi trucchi a base di conigli nel cappello e carte fuoriuscite dalla manica…
Da Il Mattino, 29 ottobre 2010

In un universo cinematografico popolato da cattivissime creature in 3D, animazioni spaziali, velocissime scene d’azione e strabilianti effetti speciali L’illusionista ha davvero il fascino di un film d’altri tempi. È infatti una pellicola che scorre lenta, con disegni tradizionali in due dimensioni, che racconta una storia ambientata negli anni ’50. Ma è soprattutto un film affascinante, bellissimo e malinconico. Un’animazione d’immagini che è pura poesia. Un racconto struggente su un mondo che sta per scomparire: quello dei prestigiatori e degli artisti di avanspettacolo, spazzati via dal rock’n’roll, dalla neonata televisione e dal consumismo.
La nascita stessa del film è molto affascinante. La figlia di Jacques Tati, maestro indiscusso del vaudeville e del cinema francese degli anni ’50-60, custodiva una sceneggiatura inedita del padre e, ovviamente, non voleva che quelle pagine rimanessero materiale d’archivio ma d’altro canto non voleva neppure che finissero nelle mani sbagliate. Ecco allora la scelta (azzeccata) di affidarle a Sylvain Chomet: affermato regista d’animazione che nel 2003 aveva conquistato pubblico e critica con l’originale ed esilarante Appuntamento a Belleville. È lo stesso Chomet, presentando L’illusionista all’ultimo Festival di Berlino, a raccontare: «Avevo incontrato Sophie Tatischeff (la figlia di Tati, nda) per chiederle i diritti di una sequenza di Giorno di festa che avevo inserito nel mio film precedente, proprio in omaggio a suo padre. In quella occasione lei menzionò questa sceneggiatura inedita: desiderava veder realizzata in immagini quella storia ma riteneva che il normale cinema di finzione, il cosiddetto live action, non potesse essere adatto perché nessun attore reale, in carne e ossa, avrebbe mai potuto interpretare i personaggi del film, renderne l’essenza. Solo l’animazione, secondo lei, avrebbe potuto dar vita a quella storia e materializzare lo spirito poetico del racconto. Mi ricordo di aver letto la sceneggiatura sul treno da Parigi a Cannes dove stavo andando a presentare al Festival del cinema Appuntamento a Belville. Tutto mi affascinò. Più che una vera e propria sceneggiatura si trattava di un piccolo romanzo scritto con un linguaggio molto poetico e visionario».
Continua il regista: «era la storia del legame speciale tra un uomo che sta diventando anziano e una ragazzina che sta diventando donna. La storia dei loro destini che s’incrociano ma che sono poi costretti a separarsi. Sono convinto che se Tati avesse potuto, avrebbe recitato nel ruolo principale. Lui era, nella vita reale, un uomo molto distinto, elegante, esattamente come il personaggio del mago nel film. Abbiamo voluto assolutamente mantenere queste caratteristiche. È stato come prendere l’anima di Tati, disegnarla, darle forma, darle una vita, animarla. È per questo che l’unico mezzo era, appunto, l’animazione».
Pur essendo un film di finzione e per di più un film di animazione, L’illusionista colpisce anche per un certo realismo dei luoghi, come se i disegni delle strade di Edimburgo, degli albergacci di periferia, del paesino scozzese affacciato sul mare avessero una natura documentaristica. Conferma lo stesso regista: «pur essendo un film di animazione c’è molto realismo nel ritrarre la città di Edimburgo. Non è assolutamente una cartolina. Anche il personaggio del film è molto vero e ricorda il vero Tati quando andava in giro facendo l’intrattenitore da palcoscenico. Questa sua esperienza reale, vissuta, si vede nella sceneggiatura, negli hotel che descrive, nei personaggi, nei clown, nella vita dei music hall».
Certo, Chomet si è preso qualche libertà rispetto alla storia originale: «ho cambiato l’ambientazione. Inizialmente la vicenda avrebbe dovuto svolgersi a Praga, ma io ho optato per la Scozia perché era il paese in cui abitavo all’epoca e mi sembrava che i cieli scozzesi, sempre in movimento, e la luce di quei luoghi rendessero bene l’atmosfera della storia».
Alla fine, al di là di qualche libertà artistica, una cosa è certa: lo spirito di Tati, la sua anima poetica e malinconica, non è assolutamente stata tradita. Vedere per credere.
Valentina Torlaschi, da “mentelocale.it”

Tratto da un soggetto che Jacques Tati non riuscì (o forse non volle) mai a trasformare in film, il nuovo lungometraggio di Sylvain Chomet più che nell’intento di riportare nelle sale lo spirito dell’autore francese (nonostante l’omaggio palese non finisca nell’adattamento ma arrivi addirittura a un paradossale, buffo “incontro” tra il protagonista e il Tati dello schermo) riesce in quello di riportare tra il pubblico un’idea di cinema (d’animazione, e non solo) che forse si è perduta – allo stesso modo in cui, raccontano con chiarezza le vicende di Tatischeff, è svanita tra le platee d’Europa la fascinazione per i trucchi e per i prestigi del mago. Una sensazione di rottura trasparente e immediata: non a caso pochissimi secondi dopo l’inizio del film, un bambino dietro di me ha chiesto ai suoi genitori a voce molto alta “ma non parlano?”. Con un tono tendenzialmente scocciato, anche se l’intuizione era corretta e lui se n’è accorto prima di voi: la differenza con il cinema d’animazione a cui sono/siamo abituati è evidente, e dopotutto lo scarto con la malinconia nei confronti del passato è al centro del film. La fortuna, in questo caso, è non aver sentito più quel bambino per tutto il resto del film: mi piace pensare che sia stato conquistato dalla capacità di Chomet di raccontare una storia di solitudine e affetto, pur così dolente nei suoi ultimi rintocchi, con un’ironia d’altri tempi, un gusto spiccato per la costruzione delle scene e per la caratterizzazione di contorno (i miei preferiti: i tre gemelli iperattivi) e un desiderio violento di raccontare per immagini che nel cinema europeo ha ormai pochissimi profeti. “I maghi non esistono”, sentenzia Tatischeff nello sconcertante e addolorato finale, ma Chomet la sua piccola magia se l’è portata a casa.
da “giovanecinefilo.com”

Un prestigiatore francese, che si sposta di teatro in teatro e di città in città in cerca di scritture, giunge fino in Scozia dove conosce una ragazzina che lo seguirà per qualche tempo, affascinata dalla sua capacità di trasformare la grigia realtà in qualcosa di sempre nuovo e sorprendente. Ma sullo sfondo c’è tutta la malinconia e la tristezza di un mondo che sta cambiando a grande velocità. Tratto da un soggetto e da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati, il secondo lungometraggio di Chomet (che già nel suo primo film, “Appuntamento a Belleville”, aveva reso omaggio all’arte del grande comico) sembra in molte cose un film di Monsieur Hulot, a partire dalla rinuncia al linguaggio parlato (il film non è propriamente muto, ma i dialoghi sono del tutto inessenziali). Il protagonista, modellato anche fisicamente su Tati (il cui vero nome è lo stesso del personaggio, Tatischeff), si muove con gentilezza ma fuori posto in un mondo in cui gli spettacoli di magia e di varietà non riscuotono più l’interesse del pubblico, contagiato da nuove mode (esilarante la parodia dei complessi rock che elettrizzano le folle di giovani a Londra), distratto dai venti di guerra, dal consumismo o dalle nuove tecnologie. Come l’illusionista, anche gli altri abitanti di questo microcosmo sono destinati al fallimento: si veda il clown che tenta il suicidio o il ventriloquo che, costretto a impegnare il suo pupazzo, finisce col chiedere l’elemosina (altri, come gli acrobati, si riciclano con più facilità lavorando nel campo del marketing). E anche il nostro mago, nel finale, sembra abbracciare la disillusione, rinunciando ai giochi di prestigio (esemplare quando non sostituisce la matita della bambina in treno con una più lunga) e facendo aprire gli occhi alla ragazzina con il suo ultimo messaggio: “I maghi non esistono”. Alla fine, rassegnato, stringe fra le mani la foto della figlia (Sophie Tatischeff, la vera figlia di Tati, alla quale Chomet dedica il film con gratitudine per avergli dato il permesso di realizzare quello che era un suo sogno da tempo: riportare sullo schermo lo spirito un artista unico e indimenticabile). Per un breve momento, nel buio di una sala che proietta “Mio zio”, il Tati disegnato e quello in carne e ossa hanno anche l’occasione di incontrarsi e di confrontarsi. Splendidi i disegni e soprattutto i fondali e le scenografie ad acquarello, che rendono giustizia agli scenari dell’Europa degli anni cinquanta (Parigi, Londra, le isole scozzesi e soprattutto Edimburgo).
da “tomobiki.blogspot.com”

Da circa 50 anni giaceva negli archivi del Centre National de la Cinématographie, catalogata sotto il nome di “Film Tati n°4”. Era la sceneggiatura de L’Illusionista, scritta tra il 1956 e il 1959,ovvero una sorta di lettera d’amore di un padre ad una figlia: da Jacquest Tati alla sua amata Sophie. Sylvain Chomet per il suo Appuntamento a Belleville (2003) contattò la Taticheff (vero cognome del regista) per utilizzare nel suo film un estratto di Giorno di Festa e fu proprio lei a parlargli del progetto paterno mai realizzato. Un incontro fortuito e fortunato che segnò la genesi de L’Illusionista, un’opera che Chomet ha voluto fortemente anche dopo la scomparsa della figlia del celeberrimo creatore di Monsieur Hulot, pochi mesi dopo il loro primo incontro.
Quasi a seguire un disegno arcano questa storia continuava, così, ad attraversare il tempo, perpetuando la sua favola: dalla straordinaria sensibilità di Tati al tocco delicato di Chomet che ha saputo raccontare, con la leggiadria di una fiaba, il toccante incontro tra l’anziano illusionista e la giovane Alice.
Entrambi abitanti di un universo personale, incomprensibile agli altri, i due si trovano l’un l’altra nel comune territorio della solitudine e della fantasia. Le “meraviglie” che lui estrae dal cilindro sono per lei la prova che i desideri possono realizzarsi e, come in un mutuo (e muto) accordo, questa bizzarra coppia decide di percorrere un pezzo di strada insieme verso un futuro che vedrà cambiare le sembianze del mondo.

Con il passare del tempo, sul palcoscenico l’illusionista resta sempre più fuori dal cerchio di luce di un sipario che si apre su musicisti scatenati e ballerine discinte e la sua arte magica pare, via via, spegnersi come un vecchio faro. Mentre Alice si avvia verso la sua vita di donna, il suo compagno d’avventure sembra rimanere un passo più indietro, con il fiato corto alle spalle di città e persone che si fanno sempre più sconosciute e lontane.
L’affetto tra i due, come quello che unisce un padre ed una figlia, non potrà impedire l’inevitabile distacco e Chomet, con il suo tratto lieve, ha saputo raccontare lo struggimento della perdita con la sensibilità di chi, raccontando una favola non sua, ne lascia intatto il nucleo emotivo. Le parole non sono che suoni pressochè indistinti ed è la musica a dare il ritmo alla narrazione, a scandirne i tempi, a misurarne i battiti.
Come di fronte ad una partitura, Chomet esegue e mette in scena una sinfonia di immagini che si fanno espressione di struggimento e di diletto, tra racconto fiabesco e cinema che si fa, qui, delizia.
di Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Da un progetto mai realizzato di Jacques Tati e dal regista di Appuntamento a Belleville, un grandioso saggio sull’arte e sulla fine irreversibile di un epoca. Il comico francese di Mon oncle è la presenza/ombra dell’illusionista versione cartoon, una provvisoria reincarnazione di Calvero di Luci della ribalta, protagonista di un gioco magico, ipnotico e funereo, di straziante bellezza e tristezza
the illusionistIn The Illusionist c’è quello sguardo nostalgico a un’animazione del passato proprio come il capolavoro Disney dello scorso anno, La principessa e il ranocchio. I colori pastellati, i tratti grafici che materializzano luogi e (in questo caso) ‘paesaggi perduti’, rimandano certamente all’ottimo precedente film di Sylvain Chomet, Appuntamento a Belleville. In questo film però c’è soprattutto la presenza/ombra di Jacques Tati. The Illusionist è infatti basato su una sceneggiatura del comico francese e lo stesso protagonista ha proprio le sue fattezze. Si tratta di una specie di Hulot invecchiato e più malinconico, che non è più il corpo estraneo che agisce nella società ipertecnologizzata di Playtime, ma che tende sempre di più ad agire in sottrazione, come se avesse l’intenzione di volersi dissolvere. La figura dell’illusionista appare quasi la versione cartoon del Tati degli esordi nel music-hall e del suo ultimo film, Parade, del 1974. Rappresenta l’esemplare di un mondo che sta per scomparire e si arrangia esibendosi in sordidi teatri davanti a un pubblico sempre meno numeroso. A volte fa i suoi numeri nel garden-party o nei bar. In un villaggio scozzese conosce Alice, ragazza giovane e innocente che si è subito entusiasmata per i suoi numeri di magia e lo segue anche ad Edimburgo quando decide di lavorare in un piccolo teatro locale. Lui gli fa dei regali (le scarpe, un vestito), facendoglieli apparire davanti come dei numeri di magia. Ma sa benissimo che questi effetti illusionistici sono destinati a finire presto.
The Illusionist è un grandioso saggio sull’arte e, al tempo stesso, sulla fine di un’epoca. La figura dell’illusionista è ormai marginale. C’è un momento in cui il protagonista si deve esibire sul palco dopo un celebrato gruppo rock dove il leader si scatena buttandosi per terra. Lui cerca di entrare più volte in scena ma è costretto a ritardare il suo ingresso perché il pubblico chiede il bis. Appare quasi la reincarnazione di Calvero di Luci della ribalta e si porta dietro anche quella coerenza nei movimenti del corpo, nel rapporto contrastato con gli oggetti, nell’utilizzo di brandelli di frasi proprio del cinema di Tati. C’è poi dentro anche la storia melodrammatica, straordinaria e straziante, tra il protagonista e Alice. Un gioco magico, ipnotico e funereo simile a quello tra Benigni e il figlio nel campo di concentramento di La vita è bella, in cui la realtà, ben visibile, viene continuamente mascherata. Anche davanti l’esibizione nella vetrina di un negozio, in cui l’illusionista è costretto a lavorare. Ad un certo punto Tati diventa in carne ed ossa quando il protagonista, per non farsi vedere da Alice, si nasconde dietro a un carrello di vestiti ed entra in un cinema dove proiettano Mon oncle. Lì forse prende forma in pieno questo progetto mai realizzato e quindi, questo film ‘perduto’, ambientato nel 1959 in cui Chomet sembra idealmente proseguire e terminare questo suo lavoro. Con un rispetto e una grazia assoluti. Con una nostalgia incontrollabile di un’opera immensa ed estremamente triste.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

Autore nel 2003 di quel piccolo gioiello che è Les Triplettes de Bellevile (Appuntamento a Belleville), Sylvan Chomet per la sua opera seconda non cambia la modalità espressiva, quella del cinema di animazione, e rende omaggio ad uno dei personaggi più originali del cinema francese, quel Jacques Tati autore di quella esilarante e malinconica maschera che era Monsieur Hulot, protagonista di pellicole come Mon Oncle (Mio Zio), premio Oscar per il miglior film straniero nel 1958. L’illusionista è infatti una sceneggiatura dello stesso Tati, scritta l’indomani di Mon Oncle e rimasta inedita fino ad oggi. Dopo aver visto la prima pellicola di Chomet (nella quale era presente più di un omaggio all’opera di Tati), la figlia di Jacques, Sophie Tatischeff, ha pensato di affidare la realizzazione di questo progetto allo stesso Chomet. In un periodo in cui l’entusiasmo degli spettatori per la settima arte è sempre più (definitivamente?) attratto dalla cultura hollywodiana dell’immagine spettacolarizzata rappresentata ora dal 3D ora dalle immagini digitali Disney-Pixar, non può non destare ammirazione e viva commozione il susseguirsi di ogni singolo fotogramma di quest’opera, in cui ai pixel si preferisce il tratto disegnato. Perché il cinema d’animazione non è un semplice genere cinematografico, ma un vero e proprio modo di vedere il mondo. È una visione, come Miyazaki da più di trent’anni ci insegna con i suoi film. Ed è la modalità espressiva che oggi, essendo diventata la più desueta, maggiormente è in grado di mostraci la magia – è il caso di dirlo – del cinema. Quella magia in grado di provocare entusiasmi e meraviglie così affini ai moti dell’animo propri dell’infanzia. E non è un caso che l’incipit del film inneschi un semplice ma ben marcato rapporto di metacinematografia, con lo schermo che mostra un cinema nel quale si sta per proiettare un film: L’illusionista.
Siamo a Parigi, nel 1959. I Music Hall sono per essere presi d’assalto dalle band e dal rock’n’roll e la televisione sta per sostituirsi al cinema. Un anziano prestigiatore vedendo a poco a poco diminuire il proprio pubblico e ridursi gli spazi dove esibirsi, viaggia verso la Gran Bretagna. A Londra si ripete lo stesso scenario della capitale francese, per cui prosegue il suo viaggio nella terra di Albione fino ad arrivare in una piccola cittadina della costa occidentale della Scozia. Qui si esibisce in uno sgangherato ma caloroso pub, riuscendo a destare la meraviglia del pubblico e di una ragazzina in particolare, Alice. Alice rappresenta l’anima candida, l’infanzia in un senso più generale, pronta a raccogliere le magie del mondo come vere, prima che l’età adulta le riveli poi come illusioni. Affascinata dalle sue magie, Alice si imbarca con il mago per la capitale, Edinburgo. Ed è proprio Alice, con la sua meraviglia, a far persistere nel vecchio prestigiatore la volontà di non gettare la spugna (destino diverso tocca ad altri personaggi-tipi come il clown o il ventriloquo presenti nel film…) e a inventarsi di volta in volta nuovi trucchi per accontentare i desideri della bambina. Desideri che in realtà non celano altro che il suo desiderio di veder sempre rinnovata la magia, la meraviglia. Fino a quando le sempre maggiori difficoltà economiche dell’anziano prestigiatore non lo porteranno alla dura scelta di lasciare la bambina – diventata ormai adulta – alla sua vita e all’amara rivelazione che «magicians do not exist». Ma a quella che sembra essere una amara presa di coscienza fanno da contrappunto due elementi: Alice è pronta a cimentarsi con tutt’altro che la semplice e cruda realtà; avendo incontrato un giovane ragazzo è pronta a tuffarsi in una nuova illusione, quell’amore che è la più potente delle magie e che come la più intricata delle illusioni trasfigura ogni cosa intorno. Il secondo elemento è squisitamente metacinematografico. Come credere alle parole «magicians do not exist» quando queste sono parole che appaiono su di uno schermo cinematografico – non solo quello che osserviamo noi dalla nostra poltroncina nella sala cinematografica, ma anche quella intradiegetico cui accennavo prima? Come Luci della Ribalta, come Effetto Notte, come Otto e Mezzo, o perché no, come il Tarantino di Inglorius Basterds, questo Illusionista di Chomet è un’opera che è prima di tutto un sentito e commovente omaggio a quella macchina generatrice di sogni che è il cinema. Diceva Andrè Bazin che «il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo». Perché se pure gli dei non esistessero, ci rimarrebbero le chiese. E se pure i maghi e le magie non esistessero, ci rimarrebbe di certo più di un film a farci credere il contrario.
Giovanni Di Benedetto, da “lankelot.eu”

Sylvain Chomet è un grande prestigiatore. E’ riuscito a partire dalla sceneggiatura originale del compianto Jacques Tati e farne rivivere l’anima nei tratti disegnati di un film che diventa tempio e simulacro di una delle maschere più famose del cinema francese. L’illusionista è un mago ormai prossimo al pensionamento forzato; è Tati in mimica, nome, aspetto. E’ Tati che si guarda allo specchio, nello specchio cinema, con il mago che entra in una sala in cui viene proiettato Mio Zio (1959).
Lo script originale – di una trentina di pagine – riguardava Tati, il suo cinema. L’illusionista sarebbe stato proprio lui, ultimo grande maestro di un cinema che – nonostante avesse cercato compromessi con la tecnologia con Play Time – stava scomparendo per lasciare spazio ad una nuova maschera, questa volta in botulino. E quando Tati si ferì a una mano il progetto venne dimenticato fino alla riscoperta.
La magia di Chomet sta nei dettagli curati, nei fondali caldi e infeltriti, nell’espressività umana dei suoi personaggi, nel riuscire a entrare in punta di piedi nelle stanze dell’ennesimo Calvero, per accompagnarlo fino ad un finale che non deve essere per forza di cose lieto fine.
La sua rispettosa devozione sta nel tratto, ispirato alla tradizione franco-belga, e nel maneggiare la storia, che sveste i ritmi e il ritmato umorismo del già ottimo Appuntamento a Belleville (2003), per adottare un registro malinconico, più poetico e nostalgico. Tranche de vie generazionale rivista lungo il viale del tramonto di un prestigiatore nell’epoca di juke box, gruppi rock e il mondo nuovo, in cui cilindri, bacchette e sogni non trovano più spazio se non nel wi-fi area di qualche centro commerciale.
Al nostro non resta che tentare il successo lontano da casa, prima in Inghilterra dove come un pifferaio magico incanta e viene seguito da una ragazza figlia, poi in Scozia, dove la sua magia viene superata da quella voltaica dell’elettricità, lasciando lui solo ad accettare la miseria e la nuova condizione – in vita così in morte – di un mondo dove «i maghi non esistono».
È il film di un Tati che aveva prima abbandonato il music hall per il cinema e che alla fine, ai tempi della stesura del soggetto, già avvertiva che qualcosa stava cambiando ancora. Chomet ne segue i passi con un animazione 2D meravigliosamente fuori moda, che ricrea l’illusione di un mondo ormai soltanto abbozzato: un mondo perduto, anche nei sogni di celluloide e cilindri.
da “sushiettibili.it”

Il cinema delle emozioni, il cinema che più amiamo è racchiuso in questi 80 minuti di soffusa dolcezza e silenziosa tenerezza. La magia di Jacques Tati, autore di questa sceneggiatura mai realizzata, torna dal passato per illudere e illuminare i nostri occhi, normalmente abituati ad un tipo di cinema massificato, corrotto da logiche commerciali e dalla legge del box-office. Sylvan Chomet, autore di “Appuntamento a Belleville”, raccoglie la proposta della figlia dello stesso Tati e realizza con una meravigliosa animazione in 2D l’opera del grande comico francese.
Verso la metà degli anni 50 un anziano illusionista, appesantito dal peso degli anni che passano e dal corso dei tempi, si sposta di città in città, di locale in locale, alla ricerca di un ingaggio per il suo spettacolo di magia. I tempi sono però cambiati, il pubblico è investito dall’ondata dirompente del rock ‘n roll, e per l’illusionista le luci della ribalta appartengono inesorabilmente al passato. In un paesino della Scozia incontra però la giovane Alice, che riesce ancora ad emozionarsi di fronte alle sue magie. Per i due inizierà una nuova vita, di magia, ma anche di stenti, di fatica, ma anche di emozioni.
Il soffice pastello di Chomet pennella le immagini di nostalgia e malinconia, lasciando emergere dai suoi silenzi e dalle tenere gag l’anima infantile e dolce della comicità di Jacques Tati, che sembra osservare i passi del suo illusionista con un sorriso ed una lacrima. Mentre le sale si riempiono con l’ultima moda del 3D, i cinema di nicchia regalano un sogno per pochi fortunati: “L’illusionista” riporta i nostri occhi nella magia di un passato che la società di oggi non ha più il tempo per apprezzare.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Sylvain Chomet, l’acclamato autore di Appuntamento a Belleville, nominato agli Oscar 2004, si è ritrovato ad affrontare una nuova ed entusiasmante sfida. Chomet ha voluto riportare in vita la magia dei film di Jacques Tati, realizzando una sceneggiatura originale dell’autore, rimasta negli archivi de Le Centre National de la Cinématographie per troppi anni. L’illusionista è stato scritto da Tati tra il 1956 e il 1959, poi decise di non farne un film, forse perché lo toccava troppo intimamente. Era un film che andava in un’altra direzione rispetto a quello che era solito fare e per cui la gente lo conosceva. La sceneggiatura ha in sé una miriade di sentimenti e tutti vanno in una specifica direzione: lo scorrere inesorabile del tempo e di come le cose che ci circondano possano cambiare e noi cerchiamo di rimanere il più a lungo possibile ancorati al passato.
Il film racconta la storia di due solitudini che si incontrano e trascorrono del tempo come fossero padre e figlia. Un anziano intrattenitore è costretto a vagare di città in città in cerca di un ingaggio, di un luogo dove poter fare i suoi numeri di magia. I tempi stanno cambiando e il pubblico cerca nuovi intrattenimenti. Tra le varie tappe si ferma in un paesino della Scozia in cui viene accolto con i migliori riguardi. Fa amicizia con Alice, una ragazzina del posto, che rimane estasiata dalle sue magie e decide di seguirlo nei suoi spostamenti. I due si trovano subito bene, lei è all’inizio del viaggio della vita, lui farà di tutto per accontentarla.
L’illusionista profuma di quella magia, grazia ed eleganza che sapeva infondere Tatì nel suo lavoro. Chomet ha enfatizzato attraverso i disegni l’essere sottile, divertente, fantasioso, che lascia allo spettatore un sapore agrodolce degno di lode. È un film straordinariamente penetrante, nel quale ci si immerge completamente, pur senza dialoghi, almeno non riconoscibili, utilizzati come ulteriori rumori di fondo. Colui che guarda riesce a comprendere più di quanto si possa dire con le parole. L’uso che si fa del suono caratterizza le immagini contribuendo a dare uno spessore che hanno già insite in loro. Chomet afferma che il fatto che non ci sia dialogo fa si che lo spettatore si soffermi di più a capire la personalità e la profondità del protagonista.
Sylvain Chomet (foto di Francesca Caruso)

Sylvain Chomet (foto di Francesca Caruso)

Un aspetto importante delineato nella storia è quello della fine di un’epoca, non solo la fine dei music hall, ma con essi la fine di un certo modo di intrattenere il pubblico, che va alla ricerca della novità, di qualcosa che li stravolga maggiormente rispetto a un coniglio che sbuca dal cilindro.
A proposito di conigli, Chomet ha inserito un coniglio con delle caratteristiche molto umane. È una creatura un po’ cattivella, morde, brontola, si mangia delle salcicce. L’affetto per l’illusionista è sincero, ma non ama molto essere infilato nel cappello.
Il tema portante sviluppato parallelamente al suddetto è il rapporto padre-figlia che si instaura tra l’anziano intrattenitore e Alice. Condividono insieme le piccole vicissitudini quotidiane, prendendosi cura l’uno dell’altro. In una sequenza, in particolare, si vede come Alice si dia da fare non solo per l’illusionista, ma prepara il pranzo anche per il clown e per il ventriloquo, mostrando una sorte comune. Sono tutti e tre personaggi fuori dal tempo, un gruppo di artisti alla disperata ricerca di una platea, se pur piccola. Nel momento in cui si vede in una vetrina il pupazzo del ventriloquo in vendita, si comprende che il cambiamento è avvenuto e non si può tornare indietro.
L’illusionista non è caduto così in basso come i suoi colleghi e questo grazie alla vicinanza di Alice, che lo osserva ancora, come il suo pubblico fino a poco tempo fa, con stupore. La sua più grande magia è la trasformazione di Alice, che da ragazzina trasandata sboccia lentamente in una signorina che si cura di sé. Una volta completata la trasformazione l’illusionista la lascia libera di seguire la propria strada, che deve scegliere da sola. Questo è il più grande dono che un individuo possa fare.
Molti sono i momenti dolceamari che Sylvain Chomet regala allo spettatore, pura poesia, che vola nell’aria.
La musica, scritta da Chomet, è evocativa, spesso ha un tocco circense, come nelle intenzioni dell’autore. L’epilogo è confezionato di sola musica, posta come conclusione emozionale. Nell’intento del regista la musica vuole essere la voce interiore del protagonista, sono le sue emozioni.
Per ciò che riguarda la tecnica d’animazione Sylvain Chomet ha preferito utilizzare il disegno a mano, in quanto secondo lui, e non solo, questa tecnica conferisce “un fascino eterno all’arte, la sua forza risiede nel fatto che vibra, cambia, non è mai uguale ne perfetta, esattamente come la realtà”. Queste immagini hanno uno straordinario potere visivo, sono morbide e hanno un no so ché di magico. Bisognerebbe riscoprire il piacere dell’animazione classica, che ha in sé eleganza e stile, lo stile unico del suo autore, di volta in volta. Ogni disegnatore apporta ai suoi disegni qualcosa di sé.
Illusionista1Per l’ambientazione Chomet ha scelto Edimburgo, ha voluto che fosse riconoscibile e autentica, così si è prodigato in una lunga e accurata ricerca per creare la città com’era negli anni ’50.
Inoltre Chomet ha voluto che la macchina da presa si soffermasse sulle varie situazioni che via via si susseguono, senza metterci troppi movimenti per dare allo spettatore la sensazione di trascorrere del tempo con l’illusionista e i posti che frequenta.
Per dare vita a L’illusionista ci sono voluti 5 anni e per il regista è stato un atto d’amore per chiunque sia stato coinvolto. È un film eccellente, che parla al cuore di ognuno, facendolo con grazia e dolcezza, non si può rimanere indifferenti di fronte a un’opera tanto bella.
Francesca Caruso, da “fuorilemura.com”

Il sipario che apre il film è arrugginito, fatica a spalancarsi. Non vuole farlo o forse ha soltanto un po’ di vergogna. E’ dura per quel sipario d’epoca aprirsi agli spettatori d’oggi che, logori del bombardamento massmediatico faticano a vedere, a sentire.
Come prevedibile: l’illusionista entra in scena, il teatro si svuota. Magari resta un vecchio, un bambino, qualche spettatore distratto, se va bene uno spettatore partecipe. Lo spettacolo è per felici pochi. Il teatro del film si riflette nelle poche sale cinematografiche che proiettano il secondo lungometraggio del francese Sylvain Chomet, a sette anni dal bellissimo “Appuntamento a Belleville” (in mezzo c’era stato un bel corto in live action, “Tour Eiffel”, del film collettivo “Paris, je t’aime”). La sala è semi-deserta, la pellicola può cominciare.

1959. Il vecchio illusionista francese viaggia in lungo e in largo, alla ricerca della sopravvivenza, che è anche la sopravvivenza della sua arte, dunque del proprio essere. Portatore ancor prima che di magia, del senso di meraviglia da donare a un’umanità, soprattutto fanciullesca, ancora in grado di lasciarsi incantare dalle piccole cose che la quotidianità può offrire, senza preamboli, ma con autentica sincerità.
La solitudine dell’uomo, sempre sospesa, tra il successo che negli anni gli ha donato calore e amore da parte del pubblico e il fallimento annunciato di un’attuale platea disinteressata, che lascia vuoto il cuore oltre ai teatri, incontra la solitudine di una giovane ragazza scozzese.
Il primo ha vissuto e ne ha viste tante, la seconda è ancora ben salda nel suo status di innocenza e purezza, di occhi pronti a scoprire il mondo. Una realtà dove l’illusione dipinge e abbellisce i ritratti di giornate altrimenti tristi e piovose. E un altro mondo resta possibile, almeno finchè dura. Ma, intanto, l’iniziazione alla vita della ragazza, passerà da una porta splendente, un ingresso che illumina la grandezza di una piccola umanità.
L’illusionista in questo modo dona il suo amore a una figlia incontrata per caso. L’illusionista è un cinema che per vivere richiede l’amore dei suoi spettatori, è Monsieur Hulot che si aggira impassibile in piccoli e grandi spazi, è Calvero che indossa i suoi panni e la sua maschera per un ultimo, memorabile spettacolo, è Walt Disney e Georges Méliès, che disegnano mondi provenienti dalla radice della meraviglia audiovisiva.

“L’illusionista” è tratto da una sceneggiatura scritta da Jacques Tati, dedicata alla figlia, tra il 1956 e il 1959. Il film non fu mai realizzato perché – pare – che Tati riteneva che il personaggio fosse troppo autobiografico, troppo serio. Poi tornò alla regia nel 1967 nel suo profetico capolavoro “Play Time”. Nel 2003 Sylvain Chomet propose alla figlia di Tati, Sophie Tatisheff, di trarre un film da quella sceneggiatura, ritrovata negli archivi del Centre National de la Cinèmatographie: l’illusionista doveva essere un personaggio animato, concordarono i due. Sophie mori’ qualche mese dopo: il film è dedicato a lei. Con qualche modifica apportata rispetto allo script riginale (la più significativa: Edimburgo sostituisce Praga), ma con uno spirito profondamente tatiano, “L’illusionista” è un film ricco di personaggi memorabili (deliziosi, variegati acquerelli), annotazioni geniali o almeno curiose, senza praticamente dialoghi, ma con qualche fonema e una struggente colonna sonora dello stesso Chomet. Inserita nel contesto attuale la mano di Tati, affievolisce il versante satirico e, per forza di cose, espande quello nostalgico. I tratti gentili di un’animazione espressiva nella sua quiete gentilezza sono fondamentali per la straordinaria riuscita.

Non è più tempo di music-hall (spazzato via dalla nascita del rock ‘n’ roll), non è più tempo di vecchi illusionisti.
Quando l’anziano illusionista Jacques Tatischeff (guarda caso: vero nome di Tati) capita suo malgrado in una sala che proietta “Mio zio”, il protagonista del film vede sé stesso sul grande schermo. Ha un sussulto, ma fatica a riconoscersi. E’ il cinema che riflette la sua essenza ma che fatica a riconoscerla, è l’arte che non riesce più ad appropriarsi della sua identità.
Le luci si spengono, il treno si allontana, dirigendosi verso epoche che gli appartengono.
Saranno realizzati altri film d’animazione a due dimensioni, se andrà bene qualcuno sarà all’altezza di questo. Ma “L’illusionista” resterà presumibilmente l’ultimo film d’animazione bidimensionale possibile, la fine di un’epoca, di un cinema, di un amore, di tutti gli amori, fuori e dentro lo schermo. Questo film, cosi’ poetico, onesto e delicato, lascia agli spettatori che sanno vederlo e sentirlo, una malinconia senza fine.
Lontano e vicino, ma forse semplicemente senza tempo, Chomet suggerisce che il cinema non è solo un’illusione.
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

In un’epoca tridimensionale come quella che cinematograficamente stiamo vivendo, dove la Pixar anno dopo anno macina vorticosamente innovazioni e l’industria di settore sforna pellicole 3D con sempre più frequenza, c’è qualcuno che va controcorrente: è il caso del francese Sylvain Chomet (nomination all’Oscar con “Appuntamento a Belleville”) che ha adattato, disegnato e diretto “L’illusionista”, da una sceneggiatura originale di Jacques Tati, scritta a fine anni 50 e recuperata a distanza di mezzo secolo negli archivi del Centre National de la Cinématographie. Per comprendere meglio questa pellicola d’animazione, bisogna entrare nel microcosmo di Tati: accenniamo alla sua figura cercando di non apparire eccessivamente semplicistici. Jacques Tati (1908-1982), mimo e attore di cabaret negli anni 30, è stato un regista d’indubbia grandezza e spiccata originalità nel panorama internazionale sul versante della commedia satirica; il suo umorismo sobrio e sottilissimo, pretesto dissacrante con cui tratteggiava le caratteristiche dell’uomo, ne fa un acuto e inimitabile osservatore della società moderna. “L’illusionista” dunque riprende la medesima poetica e introduce un tassello più malinconico e intimo: sembra che la storia fosse stata accantonata perché troppo vicina alle vicende personali di Tati, quasi un soggetto autobiografico. Non a caso il testo affronta principalmente due argomenti: la fine dell’epoca del music hall a scapito del vigoroso rock’n’roll e soprattutto il tema universale del rapporto tra padre e figlia (quello del regista con la sua Sophie Tatischeff?). Un attempato illusionista – ormai fuori moda – vaga tra una città e un’altra alla ricerca di un pubblico che resti stupefatto alla vista dei suoi trucchi. Non va troppo bene, ma un giorno, durante un’esibizione in un pub sulla costa scozzese, incontra una giovane ingenua e incantata di nome Alice che è disposta a credere alle sue “magie” e segue l’uomo che la guiderà delicatamente e amorevolmente all’età adulta. Il racconto, ambientato a Parigi e in prevalenza Edimburgo, sembra fuori dal tempo; a cominciare dalla pressoché totale assenza di dialoghi e passando per la ricostruzione artigianale (anche per questo è stato deciso di utilizzare il 2D) dei luoghi e dei personaggi che rende in qualche modo più umano e vivo l’ambiente. Le avventure dell’illusionista, musicate efficacemente dallo stesso Chomet, sono un condensato di arte mimica e – dietro una patina di apparente semplicità – riflessioni attente sulle piccole cose della vita e sulla relazione uomo/denaro/oggetti, in tutte le sue sfumature più ironiche, drammatiche, stravaganti, delicate. Un piccolo gioiello dell’animazione dedicato a tutti quelli che amano un cinema più classico e spartano vicino a interpreti come Charlie Chaplin e Buster Keaton, oltre che indicato per tutti coloro che in sala ricercano qualche appiglio che stimoli la propria sensibilità e le emozioni più autentiche.
Nicola Di Francesco, da “tiratesulpianista.blogspot.com”

È troppo creativo e intimamente umano per essere reale. E infatti l’Illusionista è un personaggio animato.
Eppure, quando nel 1956 Jacques Tati (abbreviazione di Tatischeff) aveva scritto la sceneggiatura di questo film, si era ispirato direttamente ai desideri sinceri di un individuo reale: se stesso. Con soli sei lungometraggi, Tati aveva lasciato un segno indelebile nella storia del cinema mondiale creando immagini uniche, quadri contenenti infiniti eventi, azioni, movimenti e comportamenti. Il regista aveva plasmato un personaggio indimenticabile, Monsieur Hulot, attraverso il quale non aveva mai rivelato troppo apertamente la propria personalità.
Nel 2001 si incontrano i percorsi artistici di Sylvain Chomet, già regista di Appuntamento a Belleville, e del defunto Tati. La figlia di quest’ultimo consegna a Chomet un progetto irrealizzato e personale di suo padre: la storia di un umile prestigiatore che trasforma l’arte in magia e la magia in arte. Nessun attore, che non fosse Jacques Tati, poteva interpretarlo e così l’Illusionista si è trasformato in un personaggio animato, allo stesso tempo reale e fantastico, mago e prestigiatore.
L’Illusionista di Chomet si chiama Tatischeff ed è la personificazione dell’arte, di quella forza creativa che sempre più nella frenesia della realtà urbana viene isolata e ignorata. Nessuno in città rimane incantato dal suo spettacolo: quando questi si esibisce nel Music Hall, la sala si svuota e l’attenzione del pubblico è catalizzata dalla Rockstar del momento che urla e si lancia per terra. Il protagonista si è allontanato da Parigi per andare in Scozia, ma si ritrova in una realtà a lui estranea. Tatischeff non trova il proprio posto in una società in continuo cambiamento: siede davanti ad un «fish and chips» ma non mangia patatine, consulta un vocabolario tascabile ma non riesce a parlare la lingua straniera. L’Illusionista è un disadattato, afflitto da problemi di comunicazione in un’epoca che non gli appartiene.
Il film racconta anche un incontro tra due visioni della vita. Tatischeff incontra infatti Alice, una giovane ragazza scozzese che sceglie di seguirlo nel suo viaggio alla ricerca di persone ancora in grado di stupirsi, individui capaci di immaginare, sorridere ancora. La fanciulla aiuta il suo compagno di vita, anche se non comprende la sua lingua. Alice si sta però affacciando all’età adulta e presto cresce: analizza i trucchi e non vede le magie, anche se rimane vivo in lei il ricordo di un’infanzia fantastica e luccicante. La ragazza continua il suo percorso di scoperta: il tempo scorre inevitabilmente, ma anche quel futuro di maturità sarà in grado di portare nuove felicità.
Dopo Appuntamento a Belleville, Chomet si distingue ancora per il tocco delicato e per la creatività visiva. Il film è pressoché privo di dialoghi e riporta in vita un cinema raro, oggigiorno quasi introvabile. Un cinema pregno di idee, che è innanzitutto immagine comunicativa ed esercizio del pensiero.
Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

“I maghi non esistono”, scrive su un foglietto l’illusionista Tatischeff alla fine del film, congedandosi in questo modo dagli ultimi residui del suo pubblico. Eppure, come descrivere il prodigio evocato dal prestigiatore dell’animazione Sylvain Chomet se non con il termine magia? La sua è un’arte magica, perché in grado di spezzare l’incantesimo del tempo e di resuscitare il passato. Grazie a L’illusionista rivive sullo schermo Jacques Tati (Tatischeff era il suo cognome originale), e attraverso il disegno animato prende forma una sua sceneggiatura originale scritta alla fine degli anni Cinquanta. Del resto cos’era Monsieur Hulot se non un cartone animato? Un essere puramente grafico, dalla dimensione essenzialmente visiva, ontologicamente alieno al mondo che lo circondava. Cosa potrebbe rappresentare la coriacea resistenza di Tati nei confronti del disumano progresso tecnologico meglio dell’ostinato e arcaico tratto d’animazione bidimensionale di Chomet? Proprio come il suo protagonista Tatischeff (che scaglia a terra gli oggetti di scena, si serve di un coniglio riottoso e carnivoro, e osa perfino indossare un completo viola sul palcoscenico), Chomet sembra violare deliberatamente tutte le regole e i canoni dello spettacolo, e in particolare del cinema d’animazione moderno: cinque anni di studi e di fatiche per realizzare un lungometraggio animato disegnato a mano e quasi interamente muto. La stolida resistenza di Tatischeff e dei suoi compari residuati del vaudeville, del music hall e dell’avanspettacolo (un clown depresso, un ventriloquo alienato, tre saltimbanchi isterici) assomiglia molto a quella del regista di Appuntamento a Belleville (2003), schierato in difesa di un’arte in via d’estinzione, riottoso alle compromissioni mercantili (al pari dell’illusionista che si rifiuta categoricamente di esibirsi nella vetrina del grande magazzino). E se pure si tratta di una lotta vana e donchisciottesca, tanto meglio. Come l’illusionismo e la clownerie sono soppiantati dai primi disarticolati vagiti del rock’n roll; così l’animazione bidimensionale ha ceduto il passo alla grafica computerizzate in 3D. Ma anche le forme d’arte più desuete non moriranno finché riusciranno a trovare un loro, seppur limitato, pubblico; un’Alice dagli occhi teneri disposta a credere ancora che “i maghi esistono”.

L’illusionista non è di Tati più di quanto non sia di Chomet. L’autore di Appuntamento a Belleville si nutre dell’ispirazione del maestro per comporre in realtà un personalissimo manifesto poetico, che riprende dal suo precedente lungometraggio l’amore nei confronti dei personaggi reietti e fuori dal tempo. Pur rimanendo rispettoso e fedele alla cifra stilistica di Tati (scene costruite come lunghi quadri ricchi di dettagli, caratterizzate da una dilatazione dei tempi, un’articolata divisione dello spazio e un uso antifrastico del tappeto sonoro) Chomet crea un manifesto crepuscolare che ha più a che vedere con Luci della ribalta (1952) che non con il personaggio di Monsieur Hulot, soprattutto per quanto riguarda il rapporto che si instaura tra l’anziano uomo di spettacolo e la giovane trovatella irlandese. Come Charlie Chaplin si era spogliato al termine della sua carriera della maschera di Charlot, in questo film Tati si riappropria addirittura del suo cognome originario, abbandona i contorni astratti del comico puro e (quasi un paradosso) attraverso il disegno diventa un carattere vivente e sofferto. Alla fine è come se L’illusionista fosse davvero il frutto di un lavoro a quattro mani: quello di un maestro la cui genialità è eterna e immortale e quello di un talento dell’animazione che ha già realizzato piccoli classici. Entrambi dei maghi.
Roberto Castrogiovanni, da “frameonline.it”

Il grande mago dell’animazione d’Oltralpe è tornato: Sylvain Chomet, regista e disegnatore del celebre Appuntamento a Belleville (candidato all’Oscar nel 2003 e capostipite di una florida rinascita della produzione animata in Francia) ha sfornato quello che non esitiamo a definire un nuovo capolavoro: L’illusionista. Il film, che ha avuto una gestazione di cinque anni (ben trecento i disegnatori coinvolti) è tratto da un soggetto originale di Jacques Tati, a cui il grande regista e attore francese lavorò tra il 1956 e il 1959, senza però riuscire mai a realizzarlo. A cinquant’anni di distanza è stato proprio Chomet a recuperare questo vecchio progetto e a far rivivere in un cartoon il personaggio di monsieur Hulot (l’alter ego creato da Tati per i suoi film di maggiore successo), stavolta nei panni di un malinconico illusionista destinato a scomparire insieme al mondo del music-hall. Siamo nei primi anni Sessanta e l’arrivo del rock’n roll costringe Hulot ad accettare la triste reclusione in teatrini e caffè di periferia; una sera, mentre si esibisce in un piccolo pub scozzese, incontra Alice, una giovane ragazza che crede nella magia dei suoi trucchi e che deciderà di seguirlo nel suo viaggio verso Edimburgo, dove i due vivranno per qualche tempo una tenera convivenza all’insegna di una reciproca scoperta.
Quella orchestrata da Chomet è quindi una splendida parabola sull’irreparabile scorrere del tempo, sulla tragica scomparsa di un modo di fare spettacolo prezioso e miserevole al contempo, con tutto il suo tragico carico di vite che vengono portate via perché prive di una seria via d’uscita. Ma è anche la storia di un’educazione sentimentale: quella di Hulot alle prese con la figura di una “figlia” e quella di Alice, la ragazza ingenua che crede in un mondo ancora pieno di favole e di illusioni, magnificamente incarnate nella buffa e imbranata silhouette di un magicien che le si dimostra “padre” suo malgrado. Sarà proprio la difficoltà di tenere tutto insieme – la magia e la realtà, l’amore e il ricordo, il vecchio e il nuovo mondo – a separare per sempre le strade di queste due solitudini, nell’amara ammissione che «i maghi non esistono», mentre le luci, dei teatri e della città tutta, si spengono.
Chomet ha lavorato sul testo di Tati (una trentina di pagine manoscritte) mantenendo grossomodo intatto lo spirito del film, ma apportando alcune significative variazioni. Quella più vistosa riguarda i luoghi: se la storia inizialmente si svolgeva a Parigi e a Praga, Chomet ha sostituito la capitale ceca con Edimburgo, più adatta – stando a quanto dichiarato dal regista – all’atmosfera della storia, grazie ai continui cambiamenti climatici delle sue giornate. La seconda variante riguarda il personaggio di Alice, che sembra in tutto e per tutto riprendere la figura della donna/ragazzina, assai ricorrente nel cinema di Tati (il riferimento più immediato è a Mon oncle, in particolare al personaggio della piccola vicina, la figlia della portinaia che durante la storia si trasforma proprio da ragazzina in donna). Chomet ha fatto diventare Alice bella e attraente solo alla fine del film, quando inizia a fingersi donna senza rendersi conto che lo sta già velocemente diventando.
Ciò che si nota guardando L’illusionista è anche un decisivo cambiamento nello stile. Se Chomet ha deliziato i nostri occhi con cartoon come Appuntamento a Belleville, in cui l’atmosfera e il décor sono elementi essenziali per la definizione delle strategie narrative, ciò avviene in misura ancor maggior per questo ultimo film. Anche se è composto da soli 400 disegni animati (cioè un terzo di quelli preparati per Belleville), quelli de L’illusionista sono più complessi per una precisa scelta di regia: le inquadrature sono lunghe, fisse e con una grande profondità di campo, pensate come se lo spettatore si trovasse di fronte a uno spettacolo teatrale. Il pubblico così può gustare meglio i numerosi e curatissimi dettagli. Inutile aggiungere che usare questo tipo di inquadrature è una mirabile eccezione in un genere, come quello del cinema d’animazione, in cui di solito le sequenze hanno una breve durata.
Marco Luceri, da “drammaturgia.it”

Dopo aver raccontato personaggi in sella a una bicicletta nel suo sfavillante esordio, quello di Appuntamento a Belleville, ecco che Sylvain Chomet torna al cinema con un film a cavallo. Dove i protagonisti sono a cavallo tra due epoche e due fasi della vita, a cavallo tra passato e presente per la sua storia produttiva e narrativa e per la tecnica d’animazione che presenta, per il suo essere frutto dell’unione tra due sensibilità artistiche.

Partendo da una sceneggiatura mai realizzata da Jacques Tati, Chomet è riuscito prima di tutto nella non facile impresa di omaggiare la poetica e la figura del grande autore francese senza cadere nell’agiografia o nella macchietta, preservando al tempo stesso la sua identità artistica. L’illusionista del film, quindi, non è Tati, ma è la versione di Tati che un suo ammiratore e conoscitore ha filtrato attraverso le proprie convinzioni, sensibilità, sguardi.
Ma non è nell’omaggio, nostalgico, affettuoso e misurato, che L’illusionista trova il suo senso e il suo valore. Perché nostalgici, affettuosi e misurati sono soprattutto il tono generale di una storia e le sue modalità di declinazione. Una storia che parla di ruoli e di pertinenza temporale, di dignità e di coraggio: quella dignità e quel coraggio necessari per far fronte, appunto, al proprio ruolo e alla sua necessaria modificazione col passare del tempo.

E allora ecco che la vicenda di un uomo che vede la sua professione diventare obsoleta di fronte allo scalpitare caciarone del progresso, che trova un nuovo senso esistenziale nell’incontro con una giovane che diviene come una figlia, e il successivo rendersi conto della progressiva obsolescenza anche di questa nuova impresa, non è racconto di uno sterile rimpianto di ciò che è cambiato e inevitabilmente perduto, ma di serena accettazione del cambiamento.
Un’accettazione che non è mai rifiuto o diniego di ciò che era, né un aggrapparvisi passatista, né tantomeno un progressismo cieco e incontrollato. Perché solo dalla consapevolezza di ciò che è stato che si può guardare coscientemente a ciò che deve venire, come testimonia il percorso di una ragazza che impara sulla sua pelle che, se i maghi non esistono, una magia esiste e si deve cogliere: quella di una vita che a volte è amara, a volte dolce, ma che prosegue il suo cammino e non si può, né si deve, fermare. La magia insita nella capacità di guardare indietro con affetto e positiva nostalgia senza negare né agli altri né a se stessi le meravigliose incognite del futuro.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Dopo Appuntamento a Belleville, Sylvain Chomet si conferma con un film che vi si allontana per ritmo e ricchezza, ma che ne mantiene la stessa elevata qualità autoriale.
L’ultimo decennio ha visto l’esplosione di nuove tecnologie nell’ambito del cinema d’animazione, con l’invasione della computer graphic e l’affermazione della Pixar, nonchè i riconoscimenti ad un artista come Hayao Miyazaki, che hanno dato visibilità e credibilità al settore. Alle spalle di questi colossi si sono aggirate figure di indubbio valore che non sono riuscite ad andare oltre la visibilità negli ambienti più ristretti di appassionati e festival ed uno di questi è Sylvain Chomet, che nel 2003 si è imposto all’attenzione di questo pubblico più settoriale con quel gioiello che è Appuntamento a Belleville, dimostrando di essere una voce importante per il panorama dell’animazione occidentale ed in particolare europea.
A qualche anno di distanza, dopo una lavorazione di due anni e mezzo, il Festival di Berlino accoglie nella sua sezione Berlinale Special L’illusionista, un nuovo lavoro di questo artista, che oltre alla già citata bravura del regista offre anche un secondo motivo di grande interesse: l’essere tratto da una sceneggiatura mai realizzata del comico francese Jacques Tati.
Una sequenza del film The Illusionist La mano di Tati è evidente nel racconto di due vite che si incrociano, quella di un illusionista anziano in viaggio da un luogo all’altro alla ricerca di nuovi luoghi dove esibirsi e quella di una ragazza di provincia all’inizio del suo percorso di vita, carica di meraviglia per le novità della città in cui arriva per la prima volta. I due si muovono sullo sfondo di una Edimburgo in un’epoca di cambiamento che l’uomo stenta ad accettare, rappresentato dall’avvento del rock ‘n roll che modifica lo spirito delle rappresentazioni in cui si esibisce, e dal consumismo. Il viaggio dei due personaggi è intriso di malinconia e poesia, con uno stile narrativo e trovate comico/visive che richiamano il cinema classico, da Chaplin a, ovviamente, lo stesso Jacques Tati che è autore della storia.
Una sequenza del film d’animazione The Illusionist Chomet usa la tecnica d’animazione tradizionale in 2D (avvalendosi delle moderne tecnologie 3D solo per alcuni dettagli), dedicando grandissima cura ai dettagli secondari delle scene, fondamentali per il tipo di messa in scena che sceglie, più propriamente teatrale, con tanti campi lunghi ricchi di figure secondarie da animare e rifinire. Laddove Belleville era ricco ed esplosivo, The Illusionist è misurato e delicato; la stessa musica, firmata dal regista, mantiene qui uguale importanza rispetto al lavoro precedente, ma diverso stile, sottolineando la malinconia e la nostalgia verso un tempo che sta cambiando. Ugualmente curato il sonoro, che comunica più del parlato: i personaggi (non)comunicano, infatti, in un linguaggio non-lingua, un misto di suoni senza significato, parole inglesi e francesi, enfatizzando la difficoltà di comunicazione tra due.
The Illusionist è quindi un grande film di per sè e non solo un omaggio al popolare comico francese, omaggio che si fa concreto in una sequenza in cui l’illusionista entra in un cinema sul cui schermo viene proiettato un film del popolare comico francese. Chomet si conferma autore da tenere d’occhio nel panorama del cinema d’animazione europeo e non solo, una voce diversa, ma ugualmente valida dal punto di vista artistico, rispetto ai colossi del settore di questi anni.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

I protagonisti di questa storia di chiamano Sylvain Chomet e Jacques Tati. Il primo è un incredibile talento dell’animazione (tradizionale) moderna, che con la sua opera prima, Appuntamento a Belleville, si portò a casa decine di premi da tutto il mondo, comprese svariate nomination ai Cèsar francesi – sua patria – e due candidature all’Oscar. Il secondo, beh, è Jacques Tati: indimenticabile nei silenziosi ma irresistibili panni di Monsieur Hulot, maestro di ironia e mai urlata comicità ancor oggi attualissima, morto nel 1982 lasciando varie sceneggiature incompiute. Una di queste, per volere di sua figlia, è diventata oggi realtà proprio grazie a Chomet, ed è ambientata negli anni ’50, un’epoca di forte transizione anche nel mondo dello spettacolo dal vivo. Un anziano illusionista, di quelli veri, con cilindro e coniglio dispettoso, ormai non trova più spazio o interesse del pubblico nei grandi teatri (inizia l’epoca delle rock band per ragazzine) ed è costretto così ad accettare ingaggi in bettole di terz’ordine, in bar o caffé di paesini sperduti. In uno di questi locali, situato addirittura in Scozia sulle rive frastagliate del mare, incontra una ragazzina talmente affascinata dalla sua “magia” da decidere di seguirlo anche nei suoi spostamenti successivi.

Lo spirito di Tati è intatto nel film di Chomet: L’illusionista non è praticamente mai parlato (ogni tanto i personaggi si esprimono con delle parole che sembrano però più mugugni pronunciati ogni volta in una lingua diversa ma che non si faticano a comprendere) ed è di una semplicità efficacissima ed irresistibile. Il film parte con il botto: i primi 20 minuti sono un capolavoro fotogramma dopo fotogramma, mentre assistiamo agli ultimi spettacoli in un grande teatro del nostro mago e ai suoi primi spostamenti, con valigia di cartone e inseparabile manifesto promozionale, che non mancherà di recuperare a fine spettacolo per poterlo riciclare nella sua successiva location. In più, cosa più unica che rara, il film commuove fin da subito, non aspetta il finale: la prima parte è un continuo colpo al cuore, dolce e poetica, in un susseguirsi di trovate sensazionali, coniglietto rabbioso in primis. Tutto ottimo quindi, almeno fino alla comparsa della ragazzina. Da lì in poi il film cala, perde in appeal e in simpatia. Soprattutto non è mai chiarissimo il tipo di rapporto che si crea tra l’anziano e la bambina, un legame molto puro e semplice che però non decolla mai e si mantiene piatto, tanto che la presenza della giovane molto spesso diventa assai fastidiosa e a lei il pubblico difficilmente riuscirà ad affezionarsi. Le avventure dell’illusionista sul viale del tramonto intanto continuano, mentre è costretto a riciclarsi tentando altri lavori (ad esempio in una carrozzeria: straordinario il momento in cui un riccone americano gli porta la macchina perché venga lavata) fino al ritorno su un grande palco, che sancirà però la sua finale presa di coscienza, soprattutto di fronte ai quattro scatenati ragazzini della rock-band del momento (geniali, così come i ballerini che abitano nel suo stesso palazzo).
Insomma, il film di Chomet forse non riesce a mantenere tutte le aspettative, ma la sua animazione gloriosamente bidimensionale (anche se in un paio di sequenze di paesaggio aereo ha voluto inserire della grafica computerizzata che stride abbastanza) e quasi tutti i suoi personaggi sono da standing ovation. Per intenditori (i bambini rischiano di annoiarsi).
da “paolinoslife.com”

Jacques Tati (scheff) si accomiata dal cinema lasciando un’opera chiusa nel cassetto, una sceneggiatura scritta tra il 1956 e il 1959 e affidata dalla figlia Sophie al regista Sylvain Chomet, autore del pluripremiato e candidato a due premi Oscar Appuntamento a Belleville.
Siamo nei complicati anni ‘50, l’illusionista Tatischeff è un mago ormai senza pubblico, i suoi trucchi non stupiscono più nessuno e i raffinati palcoscenici su cui era solito esibirsi sono adesso occupati dai nascenti astri del rock. In questo delicato periodo di svolta, Tatischeff cede inesorabilmente il passo agli acclamati e ruggenti nuovi idoli, ritrovandosi relegato a esibizioni secondarie in luoghi di poco prestigio. Quando approda in un pub scozzese sollecitato da un vecchio e goliardico beone, contrariamente all’indifferente accoglienza degli ultimi periodi, incontra spettatori divertiti e affascinati dalla sua magia, prima fra tutti la piccola Alice. L’illusionista e la dolce bambina partono insieme alla volta di Edimburgo, in un viaggio alla scoperta della propria identità.
Con un’impronta melanconica e soave, Chomet cattura in un impeccabile – eppure diverso – ritratto in 2D le impacciate e inconfondibili movenze di Monsieur Hulot, il personaggio meticolosamente creato e interpretato da Jacques Tati.
Il tratto scelto da Chomet – come lo stesso regista ha dichiarato – richiama la produzione Disney degli anni’60, con particolare riferimento a La carica dei 101, dove confluisce il suo originale disegno imperfetto e intenso. Nell’animazione echeggia la pura immediatezza in stile slapstick, di cui Tati era fautore e ammiratore, combinata con la complessità concettuale e la ricercatezza visiva proprie di Chomet.
Non mancano, poi, alcuni elementi ricorrenti nella produzione di Chomet individuabili, ad esempio, nella compagnia di un animale scelta per il protagonista: un cane rabbioso e goffo disposto a tutto per il suo padrone nel primo film d’animazione, un coniglio isterico, adorabile e fedele compagno di viaggio nel secondo.
L’illusionista trasuda le emozioni personali di Tati, è un lungo e desolato addio alla settima arte, una faticosa separazione da un passato irrecuperabile e un saluto amaro rivolto al futuro imprevedibile.
La storia dell’illusionista racchiude in sé echi lontani e privati che affondano le radici nell’inviolabile legame tra padre e figlia e nel processo di maturazione in cui entrambi sono coinvolti. Quando Alice incontra (la magia di) Tatischeff è poco più di una tenera bambina, ignara del sentimento filiale per cui, senza remore, decide di unirsi a lui nel simbolico viaggio all’insegna della crescita e della trasformazione. E mentre Alice gioca a fare l’adulta passando dalle puerili scarpette rosse ai raffinati abiti femminili, Tatischeff scopre un affetto paterno, nuovo e gentile per la bambina incantata e affronta, per amore di lei, una serie di compromessi. Inconsapevolmente, l’illusionista modifica la sua vita e la sua essenza racchiusa nell’arte della magia in funzione di Alice, fino ad approdare al disilluso e necessario epilogo, accompagnato solo dal suono di un commovente pianoforte.
L’assenza di dialoghi, il corpo di Tatischeff, pensato e disegnato in un’indefinibile e costante esitazione del pensiero e del gesto, il contesto relazionale demodé identificato nella figura del clown e del ventriloquo (che insieme a Tatischeff sono testimonianza di uno spettacolo surclassato, espressione simbolica dell’ultimo barlume del cinema muto agli albori del sonoro), la cura della colonna sonora a cui è affidato il compito di evocare sensazioni e stati d’animo, le inquadrature fisse e interessate a coprire campi medi e lunghi, per trattenere la concentrazione sul dettaglio, sono espedienti linguistici efficaci che omaggiano in modo ineguagliabile tutta l’opera di Tati.
Francesca Vantaggiato, da “taxidrivers.it”

Il grande Tati(scheff)
Siamo nel 1959, e l’illusionista Tatischeff, consumato artista francese, cerca di sbarcare il lunario tra sale semivuote e palcoscenici improvvisati, sempre in compagnia del suo indisciplinato coniglio bianco. Dopo aver accettato l’ingaggio per una serata in un pub scozzese, conosce una ragazzina di nome Alice, non ancora donna e non più bambina, che si affeziona a lui e lo segue a Edimburgo. Ma l’affetto genitoriale che Tatischeff svilupperà per lei dovrà fare i conti con la crescita della ragazzina…

Solitudini che si sfiorano
Quando si parla di puro cinema, in genere non ci si riferisce solo a qualcosa di “semplicemente” bello, ma a un’opera interamente risolta nelle caratteristiche basilari del linguaggio cinematografico, quelle più elementari ed essenziali. In fondo il cinema è anzitutto un’arte visiva, che non ha mai avuto bisogno della parola per imporsi come linguaggio: lo dimostra la cinematografia delle origini, in grado di sviluppare una propria “grammatica” anni prima dell’introduzione del sonoro (ma, a dire il vero, anche anni prima che si diffondesse il Modo di Rappresentazione Istituzionale).
Già il film precedente di Sylvain Chomet, lo splendido Appuntamento a Belleville, era puro cinema, e lo stesso dicasi per L’illusionista: un’opera non dialogata che vive esclusivamente nel respiro delle sue immagini, peraltro senza nemmeno caricarle di quel dinamismo ipercinetico proprio di molta animazione contemporanea. Al contrario, L’illusionista ha tutto l’aspetto di una rigida successione di quadri in movimento, nei quali ancora si avverte il tratto della matita sulla carta e le piccole, deliziose imperfezioni che ne scaturiscono. Jacques Tati, in questo senso, non poteva trovare un araldo migliore di Chomet (anche autore della fascinosa colonna sonora): la sceneggiatura inedita del grande attore e regista francese, rimasta per mezzo secolo in un cassetto del Centre National de la Cinématographie, prende vita in un’arte, quella dell’animazione, che meglio di ogni altra sa rendere giustizia al clima di malinconica poesia che vi si respira. Perché L’illusionista, si badi bene, può essere soggetto a una doppia lettura, sia di carattere intimo sia di più largo respiro. Al livello dei personaggi, il film è focalizzato sul rapporto fra Tatischeff e la giovane Alice: ai suoi occhi, l’illusionista è un padre-mago che può tutto, e lei lo guarda con l’espressione ammirata che ogni bambino rivolge al proprio genitore, almeno fino a quando la crescita – il suo “diventare donna” – non cambia le sue priorità esistenziali, ormai diverse da quelle che un padre può soddisfare; sotto questo aspetto il film di Chomet è la storia di due solitudini che si incontrano, si amano, e poi si lasciano quando una delle due, quella inizialmente più debole, smette di dipendere dall’altra. Ma in una prospettiva più globale Tatischeff è il testimone del tramonto di un’era, l’era del vaudeville e del grande spettacolo dal vivo, che agonizza nelle figure stanche e disilluse dei pochi artisti superstiti (si pensi all’immagine emblematica della marionetta del ventriloquo, abbandonata per disperazione in un banco dei pegni che non osa nemmeno assegnarle un prezzo: un’immagine che non necessita di parole, come l’intero film). I vecchi intrattenitori, relegati a palcoscenici polverosi e show di provincia, perdono il loro ruolo nell’immaginario collettivo a vantaggio di canzonette e piccoli divi adolescenziali, mentre osservano l’alba di una nuova società dello spettacolo che, inevitabilmente, li stordisce e li acceca, senza essere disposta ad accoglierli.
E chissà che in questo ritratto lirico e dolente Chomet non veda qualche parallelo con la sorte dell’animazione tradizionale, sempre meno praticata in favore delle tecniche digitali; ma finché esisteranno artisti come lui, il rischio non sarà incombente.
Un gioiello, da vedere.
Lorenzo Pedrazzi, da “spaziofilm.it”

Un’arte al tramonto, un rapporto padre-figlia abbozzato. Il protagonista, un allampanato, dinoccolato signore avanti con gli anni, incontra una bambina in un villaggio sperduto della Scozia. Da qui parte il cortocircuito della storia. La bambina, di nome Alice, colpita dalla “magia” dei numeri sciorinati dal maldestro prestigiatore, gli si appiccica dietro seguendolo fino a Edimburgo, dove tra un teatro con pochi spettatori, una performance a una festa privata, fino all’imbarazzante prova in una vetrina di lingerie, il nostro antieroe inanella una serie di fiaschi. Dovuti non tanto alle sue abilità, ma ad altri e più moderni mezzi che si affacciano sul panorama dell’intrattenimento (concerti rock, cinema, televisione). Chi volete che stia a guardare in piena era industriale un povero prestigiatore alle prese con il suo coniglio ogni giorno più riottoso? L’improvvisata coppia, intanto, si è sistemata in un hotel popolato da saltimbanchi, reietti e qualche impresario senza scrupoli. Una città
con le sue insidie, un variegato repertorio di personaggi, un “padre” premuroso che asseconda ogni suo capriccio, e poi l’amore per un giovane studente, sono il teatro in cui Alice esordisce nel mondo degli adulti.
Storia semplice raccontata in modo un po’ complesso come lo stesso regista Chomet ha riconosciuto. L’esatto contrario del capolavoro Appuntamento a Belleville che gli valse una miriade di premi e due nomination agli Oscar. In quel caso il regista francese, al contrario, si trovò tra le mani una storia complessa narrata in modo lineare. Archiviato per anni nel Centre National de la Cinématographie, il soggetto de L’illusionista riposava sotto un’anonima dicitura “Film Tati N° 4”. Ma per Chomet non si è trattato affatto di una questione di valore filmico, il motivo dell’oblio di una storia così commovente è da rintracciare in ragioni sentimentali: Tati lo aveva scritto per la sua figlia legittima Sophie
Tatischeff, secondo la versione ufficiale. Oppure per l’altra figlia non riconosciuta, Helga Marie-Jeanne Schiel, avuta da un relazione con una ballerina austriaca fuggita in Francia durante l’annessione di Hitler.
Il finale è dominato dalla pioggia, quasi a simboleggiare un lavacro che spazza via la magia e fa riaffiorare la realtà in tutta sua crudezza. Qui però Chomet cede un po’ al didascalico con la scena della separazione dei due protagonisti (scena del biglietto sul tavolo). Lo spettatore non si troverà davanti a sé tutto ben imbandito, ma grazie al muto di animazione, dovrà colmare di senso le sequenze quasi prive di dialoghi. Spazio dunque all’immaginazione. Di bambini e adulti.
di Cristian D’Acunti, da “celluloidportraits.com”

Grazie alla Sacher, questo bellissimo film di Sylvain Chomet arriva anche in Italia. Un lavoro a cartoni animati profondamente immerso nel passato artistico del genere con il 2-D che ritorna in maniera splendida e pittorica davanti ai nostri occhi, solo parzialmente e brevemente armonizzato alla perfezione con il 3-D (per far risaltare maggiormente i particolari degli oggetti e per il cielo e gli edifici).
La genesi di questo film, dedicato a Sophie Tatischeff, figlia del grande Tati, è molto particolare: lo script è dello stesso maestro francese deceduto nel 1982, che non lo sviluppò mai in quanto pensava di non essere adatto a recitare quella parte (rifiutando che fosse un altro ad essere protagonista dei suoi film) con le sue mani gigantesche e la poca propensione a maneggaire oggetti. La figlia sopracitata Sophie, vedendo l’omaggio fatto al padre da Chomet nel suo film precedente risalente al 2003 Appuntamento a Belleville (riprendetelo perché è stupendo), ha pensato che una storia disegnata in stile classico potesse ridare nuova vita all’impolverato soggetto, e ha convinto il regista francese a iniziare a sviluppare il progetto. Purtroppo la lungimirante Sophie non ha potuto vedere il compimento d’opera, in quanto deceduta subito dopo aver preso gli accordi produttivi.
La storia narra di un mago (quello che estrae il coniglio dal cilindro, per capirci) che oramai non riesce più a fare uno spettacolo decente; con il suo mordace roditore bianco (un personaggio azzeccatissimo: per tutto il film lo adoriamo e temiamo per la sua sorte) vaga per locali sempre più infimi alla ricerca di qualcosa per sbarcare il lunario. Siamo nel 1959. Un giorno il mago incontra Alice, una domestica povera e semplice d’animo, che crede che i suoi trucchi siano pura magia. Il prestigiatore Tatischeff (il nome non è assolutamente un caso) cerca di renderla felice come può, con qualche regalo e molta tenerezza. Fino al punto che capisce di dover dire la verità sui suoi trucchi alla ragazza.
Film a cartoni animati che diventa subito poesia, questo di Chomet è un lavoro adulto a tutti i livelli: non portateci i vostri piccoli figli perché si annoieranno a morte. Questo è un omaggio sentito e amorevole verso il grande Tati (quando l’illusionista entra nel cinema e vediamo una sequenza di Mon oncle ci vengono i brividi sulla pelle), verso i mestieri nascosti ed ormai desueti (contando anche quello del clown triste e i tre acrobati, simpaticissimi) che devono svolgersi on the road in continuazione per scoprire le nicchie più nascoste di pubblico che possano ancora apprezzarli, vecchi astanti di osteria e bambini che non ancora in preda al fascino dell’elettronica (devono passare ancora minimo 35 anni) vanno con la nonna allo spettacolo, mentre i ragazzi cedono a quello del rock and roll.
Si diceva del coniglio, un personaggio che è nel cuore dell’illusionista, che lo vede come un amico e non come un attrezzo di scena; infatti in una delle scene più belle – e ce ne sono tante – c’è il sentore che il bianco roditore possa essere finito in padella, e Tatischeff, per non offendere Alice che ha preparato lo stufato, si guarda circospetto intorno senza smettere di mangiare ma molto preoccupato di ritrovare il suo pelosone, che tra l’altro è anche carnivoro dato che non disdegna i salsicciotti. L’amicizia speciale tra uomo e animale avrà il suo giusto corollario di chiusura nel finale, un incontro delicato con la natura e il senso della filosofia della vera amicizia. In Bellevue il centro era un cane, qui il coniglio: Chomet sa davvero come trattare il mondo animale con dolcezza e delicatezza da poeta raffinato.
Siamo in zona Chaplin con questo film (Luci della città in primis, ma con il declino dell’intrattenitore possiamo anche citare Luci della ribalta), la cura con cui il protagonista si prende cura della giovane ragazza ingenua che veste come in un musical degli anni d’oro e gioisce per delle scarpette nuove non può non ricordare uno dei capolavori del grande regista. Un film imperdibile, una perla rara che va visto come recitazione sopraffina disegnata più che come una serie di fogli dipinti, sublime nella malinconia, nel tratteggiare i personaggi ma soprattutto nella poesia, una parola densa e intelligente del vivere insieme i valori umani. Il grande Tatì da lassù sta sicuramente gioendo per come è stata ripresa dal cassetto in cui era finita la sua opera mai realizzata, che aveva titolo provvisorio «Film Tati n°4». Resterà nelle sale pochissimo, dato che è un prodotto per nulla appetibile al grande pubblico: ma se amate il cinema non dimenticatevi di onorare e assaporare questa vera opera piena.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

L’illusionistaCome in Appuntamento a Belleville del 2003, Chomet tratteggia l’Odissea picaresca di stralunati avventurieri senza risorse per sottrarsi a una civiltà meccanizzata, persino nella musica, che restringe spirito d’iniziativa, fantasia e poesia negli angusti e dimenticati palcoscenici di periferia. L’illusionista è in realtà una stampa animata da patetici fantasmi: il mago prestigiatore e la sguattera sognatrice, dolenti vestigia di un passato lontano, ombre silenziose su fotogrammi di vecchie pellicole mute che nessuna sala proietta più, cristallizzate nel momento dell’agonia, quando cioè l’avanzare dei tempi le condannava alla morte per anacronismo.
Recuperare una vecchia sceneggiatura di Jacques Tati, il geniale comico padre di Monsieur Hulot, farne risorgere corpo e anima in una figura animata, immergerla in una situazione alla Luci della città, farne scendere nell’Edimburgo degli anni ’50 gli abissi della miseria significa credere o illudersi che i messaggi in bottiglia gettati dai naufraghi nell’oceano prima o poi arrivino a riva e qualcuno li legga. Non si tratta pertanto del consueto omaggio ai grandi classici fine a sé stesso, né di esprimere tout court il rimpianto per ciò che è andato definitivamente perduto: tutto il lungometraggio del resto è dominato da una malinconica rassegnazione all’inevitabile e dalla consapevolezza che, spente le luci, rimangono, abbandonati alle correnti e destinati all’oblio, solamente esili frammenti di un mosaico da ricostruire affidati all’umile pazienza dell’artigiano.
L’illusionista non è pertanto un artificioso esercizio di riscrittura, in quanto a renderne emozionante ogni momento è la palpabile e struggente empatia fra Chomet e le sue creature, mai minacciate dall’ironico distacco dei contemporanei Maestri del postmoderno. Non sono certo scoperte l’emarginazione degli artisti e la prevalenza di mode stravaganti ed omologanti sull’originalità dei talenti, eppure lo spettatore si commuove ancora per le traversie del prestigiatore e dell’ingenua ragazza che lo ha seguito in una squallida stanza d’albergo, persuasa dalle doti di lui di far comparire dal nulla scarpette rosse e cappottini eleganti: il loro è un romanzo di formazione speculare che porterà entrambi a una avvilente capitolazione alla crudeltà del «vero». Tuttavia nei balbettii confusi del grammelot sbalza una frase scritta in grande su un foglio di carta, «I maghi non esistono», che tradotta forse significa: i maghi non possono morire e le loro strade si incrociano sempre al di là e al di qua dello schermo.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

Nel 2003 Sylvain Chomet, regista francese con un solido curriculum nel mondo dell’animazione, veniva nominato all’Oscar (con ben due nomination) per il suo primo lungometraggio, Appuntamento a Belleville, un’opera d’animazione colta e raffinata, ma capace di ritrarre con estrema ferocia modelli e vizi dell’epoca moderna. A sette anni di distanza, Chomet torna sul grande schermo con un progetto ardito, scritto a suo tempo dall’indimenticato regista Jacques Tati (Mio zio) e mai affacciatosi sulla strada della produzione. Il film in questione è L’illusionista, storia che Tati scrisse tra il 1956 e il 1959 per sua figlia Sophie Tatischeff (o per la figlia illegittima) e che non riuscì mai realizzare per via dei numerosi vincoli affettivi che lo legavano a quel progetto, rendendolo troppo ‘serio’ (e forse doloroso) perché il regista affrontasse il turbamento di una sua realizzazione. Dopo circa mezzo secolo di stand by, Sophie conosce Chomet grazie al successo della sua pluripremiata opera prima e decide di affidare al suo stile raffinato e provocatorio un progetto per lei tanto importante, che si sarebbe caricato dell’onere e dell’onore di riportare in vita Tati attraverso il bizzarro e toccante personaggio de L’illusionista, alter ego animato dello stesso regista francese.
Parigi, fine anni ’50. Mentre ancora risuona nell’aria l’eco del vaudeville, un anziano intrattenitore, l’illusionista del titolo, si sente strappare via dal suo mondo, soppiantato dall’avvento di gelatinati animali da palcoscenico, ovvero disinibite Rock Star moderne che stanno di fatto prendendo nel cuore del pubblico pagante il posto dei vecchi e romantici numeri con cilindro e coniglio. Sfrattato dal teatro parigino, cercherà lavoro accontentandosi di animare goliardiche notti nei pub al suono di cornamusa o disinibite feste di qualche buontempone. Così di treno in treno, di carrozza in carrozza, giungerà prima a Londra e poi nella suggestiva e incontaminata cornice scozzese delle Ebridi, dove incontrerà Alice, una ragazzina timida e curiosa che rimarrà incantata dai suoi giochi di prestigio e lo seguirà fino ad Edimburgo (Praga nella sceneggiatura originale). Lì, in una capitale scozzese multicolore e cangiante, tra uno spettacolo in seconda serata e qualche lavoretto alternativo, i due impareranno a contare l’uno sull’altra, come un padre e una figlia. Ma le stagioni passano, la piccola Alice, orfana dei suoi vecchi vestiti che hanno lasciato il passo ad abiti sempre più raffinati, sta diventando una donna, e per l’illusionista è tempo di cambiare aria. Infine un nuovo treno e una malinconica pioggia giungeranno a inaugurare una nuova stagione di vita che richiama alla mente l’assenzio nostalgico de Il vecchio frack, simbolo del ripetersi di un’eterna mezzanotte della vita…
Nostalgic feelings
Sorprendente scoprire come, in un tempo in cui siamo bombardati da suoni, colori e mirabolanti tecnologie 3D, un cartone realizzato rigorosamente a mano, in 2D (che s’ispira alla grafica stupendamente imperfetta dai colori caldi e opachi di cartoni disneyani anni ’60 come La carica dei 101 o Gli aristogatti), e praticamente muto (solo qualche battuta in francese e in uno strano ibrido anglo-gaelico), riesca a mantenere incollati gli occhi dello spettatore sullo schermo con molta più seduzione di opere coeve in linea con l’altisonante trend attuale. C’è qualcosa di realmente magico, da vero illusionista, nel modo in cui questi personaggi animati, espressione di desideri e nostalgie profonde, monopolizzano la scena con i loro semplici gesti, le loro ingenue caratterizzazioni o le loro familiari estraniazioni (il coniglio rabbioso, il clown depresso, il ventriloquo spaesato). Chomet dichiara di aver costruito il personaggio dell’illusionista cercando di riportare in vita la mimica corporale e lo straordinario tempo comico di Tati, riuscendo peraltro molto bene nel suo intento: l’illusionista sembra (ed è) una persona reale, che si muove timidamente in un mondo che sembra rinnegarlo, per poi trovare conforto negli occhi incantati di una ragazzina che diventerà il suo pubblico e per la quale lui diventerà padre, amico e mentore.
Da Appuntamento a Belleville a L’Illusionista
Se nel primo, premiatissimo, lungometraggio (Appuntamento a Belleville) Chomet utilizzava i suoi personaggi come simboli di una società stralunata, maligna, e per molti aspetti sfatta, in questo secondo film, che sembra incanalare tutta l’atmosfera comico-espressiva di Jacques Tati nelle movenze a un tempo impacciate e strabilianti dell’illusionista, è la gioiosa malinconia di un’amicizia (trovata e poi persa) tra un giovane vecchio e una matura bambina a farsi l’anima della narrazione. L’alternanza emotiva di un’esistenza che attraversa abbacinanti soli e lugubri piogge, grigie metropoli europee e crepuscolari isole scozzesi, poi accarezzata dallo sguardo puro e gioioso di una ragazzina smarrita, ma capace di illuminarsi davanti a un capotto e un paio di scarpe bianchi come la neve, segno di una nuova, improvvisa sofisticazione femminea. Sfatando il cliché secondo cui un’opera d’animazione è necessariamente dedicata a un pubblico bambino, questo film, sincero e maturo, si rivolge a un pubblico attento e sensibile, disposto a cogliere le raffinatezze stilistiche di un ritorno all’imperfezione audiovisiva che rispecchia molto più verosimilmente l’espressione multitonale della vita. Un simbolismo che si fa concreto sul fare della sera, quando immersi in un mare di ombrelli sotto una pioggia battente, ci si lascia andare ai riflessi e ai ricordi di una stagione che se ne va, percorrendo il tortuoso binario della vita…
Attingendo e restituendo linfa, dopo quasi mezzo secolo, a una sceneggiatura dell’indimenticato Jacques Tati, Sylvain Chomet (regista ampiamente affermato nel campo dell’animazione grazie al suo magnifico Appuntamento a Belleville), confeziona un piccolo gioiello d’animazione 2D come non se ne vedevano da tempo, e come forse se ne vedranno sempre meno. Fotografia imperfetta, assenza di dialoghi, e l’atmosfera candida di cartoni disneyani anni ’60, L’Illusionista (il film alla stregua del suo protagonista) riporta in vita non solo la comicità sgraziata di Jacques Tati, ma anche un’intera epoca di animazione che sembra esser stata sbrigativamente soppiantata dall’invasione di roboanti e multiformi produzioni, tracciando un mesto parallelo con l’illusionista e il suo cilindro magico.
VOTOGLOBALE8.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Non sono magico, sono un illusionista

La scena è la stessa, ma qualcosa è cambiato: Tatischeff vive il suo Luci della Ribalta, Chomet, rispetto a Appuntamento a Belleville, è meno farsesco, eccentrico, barocco e feroce, ma ripropone il suo meraviglioso, démodé cinema animato in bianco e nero (l’inizio), acquarelli e matita (parco il digitale), poeticamente ambientato in anni cinquanta da La Carica dei 101, con un’impagabile galleria di caricature douboutiane, omaggi al music hall e in quasi totale assenza di dialoghi (ci sono, borbottati, e l’Italia non traduce: si perde quello in cui Tatischeff dice ad Alice “Non sono magico, sono un illusionista”). Anche Tati (alias Tatischeff) è un fil rouge fra le due opere, ma in questo caso s’impadronisce del film con la sua sceneggiatura inedita: la malinconia, la tenerezza, l’eleganza (mimica e di carattere), la comicità lunare e sentimentale, l’attonita, imperturbabile maschera di Monsieur Hulot di fronte alle diavolerie del moderno che avanza (effeminati rockettari compresi) rivivono in una dimensione parallela (di cartone, fuori dal Tempo) ben esemplificata nella geniale scena in cui Tatischeff incontra se stesso nel cinema in cui è proiettato (il suo) Mio Zio. Chomet fa Tati (anche nel modo di riprendere, privilegiando campi lunghi e medi) e fa suo Tati, fra variazioni rispetto allo script originale (il coniglio carnivoro, per altro spassosissimo, al posto della gallina; una Edimburgo che ben conosce al posto di Praga, ed è un tripudio di dettagli e fondali meravigliosi; il personaggio del clown) e l’adozione empatica della prima istanza che spinse un padre a raccontare, sulle ali della fantasia, il proprio rapporto con una figlia trascurata: da un lato il declino amaro di “mestieri” senza più appeal sulle masse, dall’altro la perdita dell’Innocenza con contestuale ridimensionamento della figura (magica) paterna. La Vita, la Storia fanno il loro corso e accantonano chi ha fatto il suo Tempo, è un dolore necessario: il messaggio finale nel biglietto lasciato ad Alice contiene questa grande Verità, e fa male.
Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8
da “spietati.it”

Scozia, seconda metà anni Cinquanta. Un anziano illusionista è costretto a lasciare le luci della ribalta a causa dell’ascesa delle rock star. È costretto ad accettare la triste reclusione in teatrini di periferia, bar, caffè e festicciole all’aperto; una sera, mentre si esibisce in un piccolo pub sulla costa scozzese, incontra Alice, una giovane ragazza che cambierà la sua vita per sempre.

Un amico dopo la visione questo film mi ha inviato un sms critico che cito tale e quale: «L’illusionista è un film per palati fini». Non aveva torto. E non si può omettere un dato così sensibile che forse rappresenta il suo unico limite (se così si può dire), e in questa direzione il rischio è che lo vedano in pochi. Il secondo lungometraggio di Sylvain Chomet, il papà di Appuntamento a Belleville, una produzione incredibile in tutti i sensi, è un film che richiede pazienza, un cuore aperto a sentimenti non commerciabili/commerciali e uno sguardo maturo. Non serve essere adulti per possedere uno sguardo maturo, certo. E non è da escludere che anche un bambino possa emozionarsi durante questa visione. Anzi, è molto probabile che un bambino di fronte alle magie create dall’anziano illusionista si diverta, partecipando attivamente al doppio spettacolo. Ma non si può nascondere la complessità dell’operazione, nonostante la semplicità della sua trama. E non si può non considerare il lato più profondo della vicenda, quello più umano, quello in cui lo spettatore si trova a fare i conti con sentimenti ed esperienze talvolta incomunicabili e irrappresentabili anche nella vita reale. Ad ogni modo, bambino o adulto che sia, lo spettatore si trova di fronte a un cartoon magnifico dove, ancora una volta, a prevalere sono le immagini, i disegni, i rumori e i suoni. Non le parole o i dialoghi. Come in un film di Tati, come durante una storia di Mr. Hulot, vero idolo del regista, che coraggiosamente è riuscito a dare vita (in tutti i sensi) ad una vicenda impolverata e tenuta nascosta per quasi mezzo secolo, catalogata presso gli archivi del CNC (il Centre National de la Cinématographie) sotto l’anonimo nome di Film Tati N°4. La vicenda dell’anziano e stanco illusionista, ultimo sopravvissuto di un certo spettacolo di varietà, intrattenitore romantico e precario alle prese con i tempi che cambiano e con l’avvento del rock e delle rockstar s’intreccia amorevolmente con le attese della giovane Alice, giovane affascinata dalle prodezze e dalle novità della magia. Il film racconta con poesia, intelligenza e sensibilità, il doppio strato della realtà, fatto di alterazioni surreali, improvvisazioni magiche, sguardi feriti e sofferenti, risate appassionate.

Certamente Chomet è un regista appassionato che ha voluto portare in scena e mettere di fronte le sue passioni (straordinaria e significativa la sequenza in cui l’anziano illusionista entra in un cinema dove si proietta Mon oncle e si trova a guardare in faccia, separato da uno schermo, se stesso. Mon oncle, Oscar per il miglior film straniero, racconta l’amicizia di un adulto e di un bambino, della loro spontaneità come risposta all’omologazione disumanizzante), senza sottovalutare l’intero contesto socioculturale in cui si svolge la vicenda, dove la vita degli artisti fa i conti quotidianamente con la solitudine,
la povertà e i rischi e le fragilità di una vita vissuta sopravvivendo. Come afferma nella sue riflessioni lo stesso Chomet: «Ho letto tutto quello che c’era da leggere e ho scoperto cose che non sapevo, che ho inserito come un tessuto, una trama, nell’adattamento definitivo. Per esempio quando un caro amico di Tati, clown, si era trovato in difficoltà economiche, Tati l’aveva sostenuto. Così ho aggiunto questo personaggio del clown alla bizzarra moltitudine di caratteristi che popolano il film, per dare il mio contributo e rendere ancora più emozionante la storia di sottofondo del film, che è quella della fine di un’epoca – quella del music hall – e dell’inizio di una nuova era – quella del rock‘n’roll. Parallelamente a questo si trova il tema universale della relazione genitore/figlio e di quanto spesso questa sia dolce e amara al tempo stesso. Nell’illusionista c’era tutto quello che amo di Tati e tutta la sua sensibilità per le umane debolezze, ma mai avrei pensato di sentirmi così vicino a lui nel mettere in scena una sua sceneggiatura. Adesso mi sembra una cosa così naturale… Tutto quello che ho dovuto fare è stato aggiungere la mia personale visione poetica alla sua e, in cuor mio, sapevo che la combinazione avrebbe potuto funzionare».

Lo stile del film è caratterizzato dal 2D (Chomet, come anche in Belleville, ha come riferimento artistico alcuni film della Disney degli anni Sessanta come La carica dei 101 o Gli aristogatti) che permette, ai creatori e allo spettatore, di avvicinarsi sempre di più all’umanità dei personaggi, al realismo della vicenda: «Il mio insistere sul disegno a mano in 2D viene dalla convinzione che questa tecnica dia un fascino eterno all’arte, garantendo alla storia il piacere di essere guardata in ogni momento, anche in quelli in cui c’è poca azione. La forza del 2D risiede, secondo me, nel fatto che vibra, cambia, non è mai uguale né perfetta, esattamente come la realtà. Le imperfezioni sono importanti quando ti stai misurando con una storia che racconta di esseri umani. Aggiungono verità al realismo e lo rendono più potente. E il 2D è tutto lavoro fatto da esseri umani. La computer grafica è giusta per i robot e per i giocattoli più che per gli esseri umani. Io voglio vedere il lavoro di un artista sullo schermo non quello di una macchina le cui visioni sono ordinate, brillanti, nitide. Preferisco immaginarmi con la mia matita che con un computer. Si perde qualcosa di indefinibile lavorando col computer. Quando disegno, nascono delle immagini esteticamente piacevoli con un potere magico ed un potere visivo». Ecco perché L’illusionista è un film che ipnotizza. Rivolto a chi vuole sognare con la magia del cinema. Anche se alla fine ci viene detto che la magia non esiste. Senza il cinema, di sicuro.

Curiosità
L’illusionista era stato scritto da Tati tra il 1956 e il 1959.
Ha dichiarato Chomet: «La storia era tutta incentrata sull’irrevocabile passare del tempo e, leggendola, capii perché non ne avesse mai fatto un film: era troppo vicina a lui, trattava argomenti che conosceva fin troppo bene, aveva preferito continuare a nascondersi dietro alla maschera di Monsieur Hulot. Si capiva fin dall’inizio che non si trattava di un’altra disavventura di Hulot. Tutte quelle riflessioni, così apertamente sentimentali, me lo resero immediatamente chiaro. Se avesse fatto il film – e sono sicuro che avesse già in mente ogni singola prospettiva e inquadratura – avrebbe portato la sua carriera su un binario completamente nuovo. Pare abbia detto che L’illusionista fosse per lui un soggetto troppo serio, al suo posto scelse di fare Playtime».
Matteo Mazza, da “hideout.it”

Jacques Tati incontra Jacques Tati. Letteralmente, i due si guardano e sobbalzano e corrono in direzioni opposte, uno dei due è il protagonista di Mon Oncle, proiettato sullo schermo di un cinema, l’altro è il suo doppio senza nome entratovi per caso, protagonista di The Illusionist che il geniale regista e disegnatore Sylvain Chomet (Les triplettes des Belleville) ha tratto da una sceneggiatura scritta da Tati tra il 1956 e il 1959 e mai realizzata.
Lunga è stata la gestazione di questo film, non solo per gli inevitabili tempi dell’animazione (un 2D che si rifà esplicitamente ai lungometraggi della Disney degli anni ’60) ma anche per la necessità di adattare la sceneggiatura e soprattutto studiare una enorme mole di materiale e vedere e rivedere le immagini di Tati. Per coglierne al meglio il personaggio senza scontentare i suoi ammiratori e soprattutto la famiglia, che mai aveva voluto cederne i diritti, incapace di vedere qualsiasi attore interpretarne il personaggio. Davanti alla prospettiva della sua trasfomazione in un cartone animato, e anche considerando impliciti ed espliciti omaggi presenti in Les triplettes, le resistenze sono cadute, anche se la figlia Sophie Tatichescheff è morta qualche mese prima della fine del film.
Proprio a lei il film è dedicato, sia da Chomet nei titoli di coda, che dallo stesso Tati, la cui sceneggiatura è in parte il commiato per la scomparsa del mondo ingenuo e magico del Music Hall, con le loro poltrone di velluto e l’aria un po’ fumosa, ma soprattutto una “lunga lettera d’amore da un padre a una figlia” (così Chomet). L’anonimo illusionista del titolo è infatti un anziano prestigiatore alla fine della carriera, messo ormai da parte dalla televisione, dal nascente rock’n roll, dalla modernità postbellica. Con l’eleganza impassibile di Monsieur Hulot, si esibisce davanti a platee un attimo prima piene di ragazzine adoranti per un nuovo gruppo musicale e poi improvvisamente vuote, se non per una vecchietta e un bambino. Solo in uno sperduto villaggio scozzese, dove è appena arrivata l’elettricità, i suoi trucchi sono apprezzati come una volta, soprattutto da una ragazzina che li reputa veramente opera di magia e decide di seguire il prestigiatore nel suo cammino. Inconsapevolmente crudele la ragazzina chiede in continuazione regali perchè crede davvero che i soldi spuntino nelle mani dal nulla, costringendo il vecchio illusionista a lavorare di nascosto, combattendo contro la miseria che colpisce lui come altri personaggi di un circo triste, vecchi clowns, acrobati, ventriloqui. Non siamo molto lontani dal Calvero di Luci della ribalta, tuttavia a scongiurare il rischio di patetismo è in parte il fatto che al centro della vicenda ci sia un gioco implicito e non un transfert post-traumatico, e soprattutto la leggerezza propria di Tati, che Chomet (ri)mette in scena alla perfezione. Le trovate si susseguono straordinariamente, fondali quasi impressionistici si alternano all’accuratezza degli interni, un soundrack da pianola meccanica fa da sottofondo, eppure nel film si sorride sempre ma non si ride veramente quasi mai. Forse non è un caso che Tati non abbia mai voluto realizzare questo film, preferendo nascondersi dietro la maschera di Monsieur Hulot.
La ragazzina sta crescendo, si innamora, si prepara a lasciare il suo vecchio amico, ma l’illusionista scompare prima di lei, lasciando dietro di sè un semplice biglietto: “magicians don’t exist”. Davanti a questo film, è difficile esserne proprio sicuri.
Giovanella Rendi, da “close-up.it”

Chomet aveva già incantato le platee con il suo primo lungometraggio, Appuntamento a Belleville, e con L’illusionista torna nuovamente a segno, girando un film estremamente maliconico, impietoso, ma aperto alla speranza, che al contempo è anche uno straordinario omaggio ad uno dei personaggi e registi più importanti della cinematografia mondiale, ovvero Jacques Tati.

Ispirato proprio ad una sceneggiatura inedita (messa nel cassetto per lavorare al capolavoro Playtime) del maestro francese, il film di Chomet brilla proprio nel perseguimento della non facile strada del confronto con Tati e la sua poetica così frammentata e complessa, cogliendo al contempo il nocciolo dell’immaginario di Tati e non essendone però asservito e assoggettato, ma trovando invece la sua via che scorcia sull’omaggio e focalizza fino nell’intimo dell’esistenza umana, attraverso una narrazione frammentata, un continuo incontrasi e reincontrarsi casuale di vite sullo sfondo della città di Edimburgo; protagonisti sono gli illusionisti, i ventriloqui, i clown: costruttori di sogni, alla ricerca dell’impossibile, utopisti che dietro la maschera sorridente costretti ad indossare davanti al pubblico, più di tutti soffrono la tragicità quotidiana dell’esistenza, più di ogni altro sensibili al cinismo del mondo e della società, proprio perchè come quest’ultimo portatori di una maschera: essi sanno che l’apparente perfezione che il mondo vorrebbe trasmettere ogni giorno attraverso le pubblicità, la tecnologia, i governi nient’altro è che l’illusione, e chi meglio dei creatori di illusioni può saperlo. Eppure si affannano a combattere, per portare un po’ di magia del mondo, fino a quando questi, o la sua immagine artificiale, non prendono il sopravvento. “La magia non esiste”, lascerà scritto il protagonista Taticheff (personaggio ricalcato su Tati) alla sua giovane compagna di viaggio e come spesso cercava invano di ripeterle, lost in translation di una lingua incomprensibile (che in realtà è gaelico): i loro giochi, i loro pupazzi, il loro cappelli magici verranno messi nella vetrina di un robivecchi, venduti a gratis e i loro conigli liberati. Come dice lo stesso Chomet: “La magia non esiste, ma esistono i momenti magici”.
Così la stanza buia, illuminata dalle luci delle macchine che passano veloci sulle strade, animano le ombre, gli oggetti appaiono diversi e le pagine dei un libro mosse dal vento sembrano librarsi nell’aria. Fa breccia la speranza, il nuovo cominciamento dell’esistenza: essa vive in una figlia (per l’appunto Taticheff, la figlia di Tati a cui è dedicato il film), nell’ennesimo viaggio in treno verso nuove terre, nell’avviarsi d’una giovane coppia appena formata verso la loro nuova vita, in senso contrario ai grigi ombrelli della folla (come in un celebra dipinto di Munch), infine una lucciola attraverso lo schermo, ultima luce rimasta dopo che una ad una le luci delle case e dei negozi, degli oggetti di una esistenza illusoria, si spengono, come in un cinema a fine spettacolo.
La magia non esiste, ma esiste il cinema, esiste l’animazione: il cinema è magia, illusione magica, attraverso il cinema può perfino prendere vita un incontro impossibile (quello tra Taticheff e Tati: nel cinema dove viene proiettato Mon Oncle): e se il cinema è magia, allora il cinema è vita. In fondo non è forse questo che il maliconico vagare di Tati in un mondo tecnologico che non gli apparteneva e che non capiva, che trovava disumanizzante voleva dirci?
Lorenzo Conte, da “zabriskiepoint.net”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog