Animal kingdom

La madre di J non apre più gli occhi. Muore dopo una fatale overdose. Il figlio disperato chiama la nonna che lo accoglie nella sua famiglia di criminali. Fratelli di sangue e tra il sangue, in lotta senza esclusione di colpi con la polizia a Melbourne. Tra strategie processuali manipolate e vendette servite su piatti gelidi, J perderà la sua innocenza di adolescente.
David Michôd, il regista di Animal Kingdom, è al suo primo lungometraggio ma non ha tradito il suo passato di reporter d’inchiesta sulla criminalità a Melbourne. Il suo è uno sguardo da etologo del crimine: filma il sistema malavitoso come se fosse un regno degli animali (animal kingdom in inglese) dove vincono i più forti, quelli che mangiano i più deboli, ma nasconde pure, nel suo impasto tra velato doc e fiction, un’idea di critica della delinquenza come reame di selvaggi che non sono uomini né animali sociali. La condanna morale si ferma però presto, lasciando spazio ad un universo intricato dove nessuno è davvero buono o totalmente cattivo, tranne il poliziotto interpretato da Guy Pearce. Prestazione titanica per l’attore di Memento così come superba la prova della nonna ‘smurf’ (Jacky Weawer), fantastica donna attempata dai sorrisi psicotici.
Tutto il cast gira bene negli ingranaggi maligni di Animal Kingdom, più che un semplice poliziesco un “crime drama” che rifiuta l’eccesso estetico della morte, gli inseguimenti roboanti ma preferisce personaggi solidi e un “oscuro scrutare” della macchina da presa: lenta, ansiogena, torbida che ricorda il miglior Polanski o Cronenberg e trova anche il bacio accademico del Sundance Festival 2010 che lo laurea miglior film straniero.
Dopo la crime series Underbelly, Animal Kingdom mostra al mondo un’altra faccia dell’audiovisivo made in Australia e Nuova Zelanda che non è l’autorialità di Jane Campion o i lussureggianti effetti speciali di Peter Jackson. Michôd fa un film tanto raro quanto innovativo, un lento declino in una scacchiera di colpi di scena disorientanti, in un racconto dove nemmeno l’amore e la morte sanno da che parte stare.
Luca Marra, da “mymovies.it”

L’australiano Animal Kingdom è stato uno dei film più acclamati all’ultimo Sundance, e all’accoglienza unanime della critica si è affiancato anche il Gran Premio della Giuria per i film internazionali. Ma l’opera prima di David Michôd è tutt’altro che un abbaglio da festival: anzi, è uno dei film più interessanti della stagione, tanto più perché si tratta di una sorprendente opera prima. Un gangster movie decisamente sui generis che riesce a raccontare una storia incredibilmente drammatica e tragica sulla potenza inesplicabile dei legami di sangue senza farsi tentare dai cliché sia del dramma famigliare che del gangster movie stesso.

La forza travolgente del film, oltre che dalla perfezione dell’articolata e precisa sceneggiatura, divisa quasi in atti ma caratterizzata da un’inarrestabile spirale di violenza, viene ovviamente dal cast di attori australiani, tra cui spicca la veterana Jacki Weaver (la sua “nonna Smurf” è una nuova “Bloody Mama” tagliente e indimenticabile) ma ciò che più colpisce è il talento di Michôd, che già dalle primissime sequenze impone al film un ritmo avvolgente e insieme inquietante, e un modo del tutto originale di guardare al mondo attraverso il filtro distorto del protagonista J (a cui affida uno straniante ed efficacissimo flusso di coscienza in voice over) che riesce a trasformare piccoli gesti in movimenti epici e minacciosi, lavorando contromano e in sottrazione nelle esplosioni di violenza. È lui la grande sorpresa del film: perché la sequenza iniziale con il protagonista che guarda Deal or No Deal mentre gli infermieri cercano di rianimare la madre in overdose e l’incredibile finale (che ovviamente non racconto) sono due autentici colpi di genio, ma in mezzo ci sono quasi due ore e sono intensamente nere, nerissime, e non lasciano scampo.
E c’è anche Guy Pearce. Con i baffi.
da “giovanecinefilo.kekkoz.com”

Quello di David Michod era uno dei titoli più attesi dal sottoscritto assieme ad American Life (ex Away we go) di Sam Mendes. È uno di quei film di cui si è sentito parlare, si è parlato e che finalmente sta per arrivare nei cinema italiani. Ma soprattutto quello di Michod è un esordio, un’opera prima che è riuscita da subito a catalizzare l’attenzione di critica e cinefili in rete e che non a caso è stata premiata subito con un riconoscimento al Sundance del 2010.
I nuovi Soprano se ne stanno a Melbourne, Australia. Il nuovissimo mondo. E anche lì, a quanto pare, le meraviglie del vecchio sono arrivate.
Il cinema criminale negli ultimi anni sta percorrendo con successo nuove strade. Non più quelle italiane, del New Jersey, quelle del Messico o di Shangai. Gli spietati se ne stanno in Danimarca come nella trilogia di Refn, se ne stanno in Australia. Mondi di cui sapevamo poco e che idealizzavamo, ma in cui le regole della tragedia, degli omicidi, degli incesti e dei parricidi sembrano essere state trasportate di peso dalla letteratura shakesperiana, radicandosi in un humus fertile.
Per tematiche e stile senza fronzoli la mano di Michod ricorda quella dei primi Coen. Il film è paragonabile ad un western cinico e violento, in cui però la legge è patriarcale solo in potenza, si pensi alla figura del detective Leckie (un Guy Pearce nella sua parte migliore dopo Memento). J (l’esordiente James Frecheville) è un diciassettenne che dopo la perdita della madre, stroncata da un’overdose, viene adottato dalla famiglia della nonna materna, un incubo che piacerebbe ad uno come Rob Zombie.
Inizia così un viaggio, anzi una vera e propria caduta in un mondo malavitoso, in un fottuto mondo pazzo, di cui gli zii Pope, Craig e Darren sono i pontefici, la bibbia e il ferro. La morte, ormai eloquentemente conosciuta dalla dipartita materna, diviene obbligata, violenta, fredda ed inevitabile. Michod descrive un’umanità senza punti di riferimento, in cui tutte le certezze vengono sgretolate: la famiglia allargata e schizofrenica sotto a un perverso giogo edipico, la legge corrotta e meccanicamente propensa a trovare un compromesso attuo all’equilibrio tra parti lese e parti criminali. Si deve giocare d’azzardo (si pensi all’apertura) non tanto per essere eroi, bensì per sopravvivere.
Del resto in questo mondo buio anche J è un clandestino privo di identità. E i primi sintomi sono la perdita della famiglia, del nome, della città e di tutto il resto.
da “sushiettibili.it”

Gli spietati vivono a Melbourne, Australia. David Michôd, originario di Sidney, ambienta nella sua città d’adozione un dramma criminale pregno di un cinismo esasperato. I precedenti cortometraggi dell’autore australiano, proiettati e premiati nei maggiori festival internazionali (compreso Venezia), hanno creato un’aspettativa tale da permettergli di giungere nel migliore dei modi al lungometraggio d’esordio. La storia, concepita da Michôd nove anni fa ma poi stravolta per la messa in scena, segue le disavventure di J (l’esordiente James Frecheville), diciassettenne che dopo la morte per overdose della madre si rivolge alla nonna materna, da cui era tenuto a debita distanza. Questa lo accoglie a braccia aperte in famiglia e quindi anche nel mondo malavitoso dei suoi figli Pope, Craig e Darren, che vivono di rapine e spaccio. J si troverà presto a dover fare i conti con una realtà che, oltre a un disagio già conosciuto (la scena iniziale è eloquente), lo mette di fronte alla morte. La vicenda infatti è scandita da una serie di omicidi tanto violenti (non nella messa scena ma nell’accadere) quanto freddi ed evitabili. “C’è un intero strato della società che opera al di sotto di quello che noi consideriamo morale e corretto” ha dichiarato Michôd. Una realtà, si può aggiungere, totalmente priva di punti di riferimento. La convivenza dei fratelli Cody con la mamma, Janine ‘Smurf’, li rende in privato dei bambini annoiati che giocano alla lotta, in pubblico dei criminali privi di qualsiasi strumento relazionale che non sia la violenza. Pope (Ben Mendelsohn), il fratello maggiore, sui quarant’anni, è il più perverso e pericoloso. A J, preso atto della complicità solo in apparenza distaccata della nonna, non resta che provare a fidarsi della polizia, rappresentata dal sergente Leckie (Guy Pearce), figura seria, rassicurante e con una vera famiglia che lo aspetta a casa. Ma J sa, sempre tramite i suoi zii, che parte della polizia è corrotta e flirta col crimine. “Questo fottuto mondo è pazzo” è la battuta finale di un film corale “ambientato in un mondo buio, brutto e pericoloso”, per usare le parole del regista. Un mondo filmato con rigore e realismo, senza autocompiacimento e voyeurismo, con una sicurezza narrativa che evita la giustificazione e si preoccupa di mostrare – si veda, in testa al film, come la macchina da presa scruta foto reali di atti criminali. Un esordio ambizioso che non a caso ha vinto il premio World Cinema nella sezione drammatica al Sundance Film Festival 2010.
da “baluca.wordpress.com”

Joshua Cody va a vivere con la nonna dopo la morte di sua madre. Nella casa abitano anche i suoi zii, Andrew detto Pope, Darren e Craig. Le attività della famiglia sono da tempo sotto osservazione da parte della polizia, la quale approfitta dell’uscita di scena di uno dei soci per tentare di incastrarli definitivamente. Mentre la tensione sale e da entrambe le parti cominciano a esserci vittime, Joshua si trova coinvolto suo malgrado nelle attività di famiglia. A questo punto il detective Leckie, che segue il caso, decide di tentare di usare il ragazzo per incriminare definitivamente i fratelli.
Animal Kingdom è il titolo più indovinato che si possa immaginare per una storia istintiva e piena di quesiti primordiali. Una storia che mira a mettere bene in chiaro che il destino e la vendetta sono concetti tutt’altro che secondari nella vita dei criminali.
Il giovane Joshua, che ha soltanto avuto la sfortuna di vedere sua madre morire di overdose, si trova di colpo catapultato in una realtà assai peggiore, per il semplice fatto di aver chiesto aiuto a sua nonna.
La donna vive con i suoi tre figli in una casa dove la legalità è solo un concetto astratto e in cui tutti hanno ben chiaro il valore del silenzio. Joshua viene così coinvolto nelle attività di famiglia, inevitabilmente viene da pensare a questo punto, visto che nessuno si è mai posto il problema di chiedere il suo parere. Il detective Leckie invece comincia a sospettare di potersi servire del ragazzo per chiudere i conti con la famiglia.
Il destino del giovane sembra segnato e infatti alla fine la strada che lui sceglierà di percorrere sarà la sola possibile, in un universo dove le faccende si sbrigano da soli, e possibilmente in silenzio.
Girato con mano ferma e intenti cristallini, questa opera prima, seppur leggermente didascalica, ha diversi aspetti interessanti. Primo fra tutti l’uso straniante di una colonna sonora che riempie tutti i vuoti creati dalle azioni più violente.
Nei momenti più neri della storia, in quelli dove spesso le parole non soltanto non bastano, ma a volte sono curiosamente di troppo, David Michôd sceglie di lasciare spazio al suono, la musica è il solo intermediario tra il dolore dei protagonisti e lo spettatore, il quale si sente a mano a mano più avvinto.
L’abbaiare di un cane in alcuni punti cruciali spesso indica il passaggio di qualcosa, e quel momento che intercorre tra il suono e l’apparire della causa che lo ha scatenato è quasi sempre accompagnato dal brivido lungo la schiena che silenziosamente annuncia l’arrivo di qualcosa di brutto.
La riflessione sul concetto di affiliazione, del valore delle regole e dei codici di comportamento all’interno di clan la cui sola forza è la coesione, lascia sospettare la presenza di un messaggio ulteriore, qualcosa che ha come ultimo tassello l’impossibilità di sfuggire al proprio destino. Joshua, come tutti i suoi familiari, imparerà presto che il solo linguaggio comprensibile in situazioni estreme è quello della vendetta. E che a nulla vale sperare di poter cambiare le regole della società in cui si vive. Sono regole antiche, e le cose sono andate così da sempre. Le sole autorità riconosciute all’interno di tali situazioni sono quelle che si sono fatte spazio da sole, affermando con la forza il loro pensiero e non chiedendo mai a niente a nessuno.
La buona prova di tutto il cast riesce con naturalezza nel compito di rendere avvincente una storia così dura da lasciare pochissimo spazio all’illusione di un lieto fine. La regia mostra un certo talento stilistico, che a volte si traduce solo in un’idea ma che, seppure immaturo, crea una buona coesione all’interno di un lavoro di sicura efficacia dal punto di vista delle immagini. La scelta di mostrare poco e quasi sempre di sbieco le azioni più truci, rende poetica la rappresentazione.
Ma trattandosi comunque di una storia violenta, la poesia avrà il sapore amaro di un bel documentario sulla natura, di quelli dove le tigri azzannano al collo le gazzelle, col dolce sottofondo di una buona musica da camera.
Anna Maria Pelella, da “cinemalia.it”

Sin dalla prima scena Animal Kingdom tira con forza verso di sè lo spettatore e gli sussurra piano, con una vocetta ambigua e sarcastica, che niente è come dovrebbe essere nei sobborghi di Melbourne. Un ragazzo e una donna addormentata sono seduti sul divano davanti al televisore acceso, nessuno dei due si muove. Sembra una scena quotidiana, invece arrivano l’ambulanza e la polizia e portano via la donna. Ed è lì che capiamo che lei è la madre del ragazzo e che ha appena avuto un’overdose. Il tutto avviene senza urla e senza disperazione, con i dialoghi e la gestualità corporea asciugati fino all’osso.
Comunque sia, la mamma muore e Joshua, detto J, (James Frencheville) resta solo nella sua casa vuota; la prima persona a cui pensa di rivolgersi è sua nonna, Janine “Smurf” Cody, che lo invita a stare con lei e il resto della famiglia. Si trova così immerso da un giorno all’altro in un mondo al quale è estraneo e che anche noi vediamo e conosciamo attraverso i suoi occhi. Come lui restiamo senza parole e incapaci di orientare la nostra bussola valoriale, davanti a una affiatata famigliola criminale che si stringe intorno alla figura materana di Janine – la quale, per inciso, è interpretata da Jacki Weaver, che ne fa personaggio ambiguo in maniera agghiacciante, con uno sguardo e che può tranquillamente fare il paio con quello del Jack Torrance in Shining.
Il regno animale cui fa riferimento il titiolo del film è composto da spacciatori che sembrano bambini con il corpo muscoloso troppo sviluppato e donne dall’ambiguo carisma edipico, fidanzatine che non disdegnano uno spruzzo di eroina in vena e poliziotti che sono alleati dei criminali, rapinatori di banche che all’occasione diventano assassini e avvocati senza scrupoli che superano di gran lunga i limiti dettati dal proprio mestiere. In questo marasma suburbano il protagonista si lascia invischiare per debolezza e ingenuità o forse per solitudine e quando diventa consapevole di avere una scelta è già troppo cresciuto per potersi veramente salvare. Un film dall’impatto violento, la cui forza si poggia sul capovolgimento dei valori familiari stereotipizzati e sui chiaroscuri nei quali sfumano le differenze tra bene e male, tra affetto e morbosità, tra protezione e violenza.
Il regista e sceneggiatore David Michôd prima di scrivere questo film aveva firmato molti reportage giornalistici sul mondo del crimine di Melbourne, dunque quello che vediamo sullo schermo è ispirato alla realtà, anche se è una storia di finzione. Ed è forse questa profonda conoscenza dell’argomento che gli permette di presentarci la complessità umana della Melbourne più oscura, rendendola estremamente autentica attraverso un film corale. Un esordio cinematografico molto ambizioso, caratterizzato da una sconvolgente freddezza scientifica, inquietante come uno colpo di pistola con il silenziatore.
Maria Silvia Sanna, da “cineclick.wordpress.com”

Dopo la morte della madre il giovane Joshua ‘J’ Cody (James Frecheville) viene accolto a casa della nonna Janine (Jacki Weaver), mamma amorevole e capoclan di una famiglia composta da criminali che si guadagnano da vivere con rapine, spaccio di droga e ogni tipo di traffico illecito. All’interno di questo mondo, l’unico che questa gente conosce, J cerca di muoversi come meglio può, cercando di inserirsi e di diventare parte di un nucleo familiare marcio e al tempo stesso accogliente. Ma quando le tensioni tra la polizia e la famiglia Cody raggiungono il culmine, il ragazzo si trova coinvolto in un gioco troppo grande per lui. In questo “regno animale” J dovrà scegliere da che parte stare.
Arriva anche in Italia Animal Kingdom, uno dei film più applauditi al Sundance Film Festival 2010. Il perché di questi consensi è chiaro sin dalla prima inquadratura, da un incipit che potrebbe benissimo riassumere l’essenza di una pellicola che gioca non sull’azione, ma sulla tensione latente che pervade ogni momento della narrazione.
Quello raffigurato dall’esordiente (avercene di esordi così) David Michôd è, come suggerisce benissimo il titolo, un regno animale e selvaggio, all’interno del quale non esistono momenti di calma, ma solo attimi di apparente normalità. Ed è sicuramente questa una delle carte vincenti di questo film, che ha il pregio di affrontare gli argomenti tipici delle crime story e di osservarli attraverso un’ottica distorta e sicuramente atipica.
Animal Kingdom è un film che non lascia indifferenti e che, allo stesso modo di Requiem for a Dream di Darren Aronofsky (un titolo tirato in ballo non per la sua estetica, ma per la sua essenza e per quel senso di disagio che trasmette), sconvolge proprio perché rappresenta un mondo apparentemente senza via di uscita, dove la distinzione tra giusto e sbagliato è solo una questione di punti di vista.
A dar vita a tutto questo ci pensa un cast praticamente in stato di grazia, tra cui spicca la bravissima Jacki Weaver. È lei la vera protagonista, madre “padrina” di un mucchio selvaggio ma al tempo stesso più unito di una qualsiasi “happy family” da primo pomeriggio televisivo. Ogni suo sguardo, perennemente in bilico tra amore e follia, lascia il segno.
da “cinedelia.blogspot.com”

Quando la madre del non ancora maggiorenne Joshua muore per overdose, lui resta senza famiglia. Non gli resta quindi che telefonare a sua nonna Janine (Jacki Weaver), madre della donna defunta, che non vede da anni. Da quel colloquio telefonico, durante il quale lui annuncia sbrigativamente alla nonna del triste decesso appena occorso, capiamo subito che la famiglia Cody non è certo come tutte le altre: la reazione di Janine alla notizia è fredda, distaccata, quasi disinteressata. Come se non fosse sua figlia ad essere appena morta. Joshua si trasferisce quindi dalla nonna, ed entrerà a far parte di un mondo di criminalità e affari illegali che i suoi zii portano avanti con sprezzo di ogni regola morale. “Pope” Cody, il primogenito, è un rapinatore braccato da un gruppo di detective fuorilegge che lo vogliono ammazzare. Il suo migliore amico e “socio” Barry Brown lo vorrebbe vedere fuori dal giro, mentre il fratello minore Craig si sta facendo un nome come spacciatore di droga e il più piccolo della famiglia, Darren (Luke Ford), praticamente coetaneo di Joshua, è costretto controvoglia ad assecondare i voleri di una famiglia alla quale vorrebbe non appartenere. Joshua entrerà a far parte del giro.
Viene dall’Australia uno dei gangster-movie più riusciti degli ultimi anni. Ma costringerlo in un unico genere equivale a sminuirlo: Animal Kingdom è un dramma umano ancor prima che un violento ritratto della peggiore criminalità moderna dal grilletto facile. E basta pochissimo tempo per rendersi conto che ciò che più ci infastidisce durante la sua visione non sono certo gli omicidi o gli altri orrendi crimini di cui sono capaci i protagonisti, quanto il rapporto “malsano” che si respira tra le mura di quella casa/rifugio. Una mamma “chioccia” che stravede per i propri cuccioli, costretti ancora – anche se ultratrentenni – a salutarla stampandole un bacio sulle labbra. Una presenza ingombrante che però rimane in disparte, lasciando i suoi figli compiere i propri errori: almeno fino a quando, nel finale, sarà costretta ad intervenire in prima persona, con decisioni drastiche ed impensabili, per salvaguardare ciò che di più caro ha al mondo. Un mondo in cui ognuno detta la propria legge, quello di Animal Kingdom, e per entrarne a far parte basta seguire poche semplici regole alle quali anche Joshua, dopo una specie di cerimonia di iniziazione per strada con la sua prima pistola in mano, dovrà sottostare.
Il regista e sceneggiatore David Michod offre uno sguardo impietoso ma al contempo estremamente lucido e razionale dello sporco ambiente che circonda la famiglia Cody. Non condanna e non assolve nessuno, neppure i poliziotti, spesso corrotti (capitanati dal Guy Pearce di Memento) che si rendono loro stessi partecipi di azioni discutibili nel nome della legge. Non pensate assolutamente di trovarvi di fronte ad un thriller d’azione in stile The Town. Qui niente è spettacolarizzato, non si vedono praticamente mai gli atti criminosi di cui la famiglia si macchia, possiamo solo immaginarli, e le atmosfere che il direttore della fotografia Adam Arkapaw crea su schermo sono tutt’altro che repellenti: colori caldi, sensazione di calorosità e accoglienza. Le interpretazioni sono tutte eccellenti e brillantemente “low profile”. Su tutti spicca la figura di “Pope”, a cui Ben Mendelsohn (Australia, Segnali dal futuro) regala un aspetto da uomo solo apparentemente tranquillo, una minaccia silenziosa, un folle capace di tutto ma la cui ira sa restare sepolta sotto cumuli di rabbia, fino a quando un minimo guizzo, un lampo, non tirerà fuori tutto il peggio di lui.
Animal Kingdom sa spiazzare ed incantare. Consigliatissimo.
Paolo Bassani, da “trailersland.com”

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