American life

In un momento in cui, cinematograficamente parlando, la famiglia sembra un territorio dove, sempre più, si consumano i drammi, Sam Mendes, stavolta, la racconta con un tocco di freschezza e di speranza. Proprio dopo lo struggente Revolutionary Road, in cui il desiderio di fuga di una coppia ne causava la rovina, il regista inglese torna a parlare di un uomo e di una donna e della loro chimera di un “altrove” ideale.
In American Life, però, la narrazione si fa leggera e l’ironia stempera il retrogusto amaro di un sogno infranto che conserva, tuttavia, la bellezza dell’averlo – almeno – inseguito.
Burt e Verona sono una coppia ingenuamente romantica ma talmente naif da non rientrare nel trito clichè del melenso “due cuori e una capanna”. Entrambi convivono con ambizioni frustrate, dolori familiari e speranze mai sopite e nel loro essere “all’arrembaggio” della vita, cercano, anche grazie alla nascita di un figlio, un approdo sicuro. Privati del sostegno dei genitori di lui, provano allora a rifugiarsi presso coloro che sembrano più affidabili e scoprono ben presto che quella stabilità che il senso comune sembra suggerire non è altro che una parvenza di normalità sotto la quale si cela, talvolta, una mesta inquietudine.

Mendes traccia abilmente ritratti impietosi di famiglie al “limite”, spesso ostaggi di clichè, ambizioni borghesi e velleità di trasgressione. Tutti, inevitabilmente, vittime di quell’ipocrisia endemica dalla quale Burt e Verona sembrano, straordinariamente, immuni. I due protagonisti intraprendono un viaggio, dal Colorado al Canada, disegnando così una variegata geografia umana che dietro la maschera della consuetudine nasconde la tristezza e la meschinità più profonde. Quel rassicurante “American Way of Life” non è altro che una patina di falsa fiducia nel nucleo familiare che dovrebbe fungere da tradizionale riparo ma, in luogo del tragico, Mendes sceglie, in questo film, il registro dell’umorismo sottile per mettere a nudo ogni conformismo.
John Krasinki e Maya Rudolph padroneggiano i loro ruoli e, in perfetta sintonia l’uno con l’altro, orchestrano una convincente commedia del vivere, seguendo il ritmo cadenzato dei dialoghi e delle situazioni mentre i cameos delle star (da Jeff Daniels a Maggie Gyllenhall) si inseriscono come accentri preziosi in una partitura che, nel variare delle note di ogni città e famiglia, risulta efficacemente armonica.
Il luogo che Burt e Verona cercano è ciò che ogni essere umano sembra voler raggiungere, quel punto di riferimento che, finalmente, ci faccia sentire al sicuro: come uomini, come coppie, come abitanti di un Paese – qualsiasi esso sia – che ci sembra ogni giorno meno riconoscibile, meno – appunto – familiare.
Mendes, in questo caso, sa anche sorriderci su pur non rinunciando al retrogusto amaro di un finale che, rifuggendo l’happy end consolatorio sceglie, sì, la speranza ma – realisticamente- ne conserva intatta l’incertezza.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

A un anno e mezzo dal suo debutto nelle sale americane, viene distribuito in Italia il miglior film mai diretto da Sam Mendes. Che continua ad occuparsi di un tema a lui evidentemente chiaro come la famiglia e le sue dinamiche; ma che dopo le urla, gli isterismi, i manierismi e gli anacronismi di Revolutionary Road trova finalmente una chiave e un tono tanto più efficace quanto più lieve e decisamente al passo con i tempi.
Certo, sostenere che American Life sia il miglior titolo di Mendes potrebbe non sembrare esattamente un complimento per lui: perché se questo è il film in cui ha avuto il coraggio di rendersi “invisibile” come mai prima, è anche uno di quelli che riaffermano la grande importanza, la centralità irrinunciabile della sceneggiatura. Che, in questo caso (e non a caso) è firmata da Dave Eggers e Vendela Vida: ovvero da uno dei nomi più importanti della letteratura americana contemporanea e la sua compagna, anch’essa celebrata scrittrice. E se American Life è davvero un film loro, perfetta conseguenza della loro attività letteraria, il mettersi del tutto al servizio di un copione di alto livello senza voler necessariamente farsi notare, e scegliere due protagonisti azzeccati e bravissimi come John Krasinski e Maya Rudolph, sono innegabili punti di merito per il regista.
E allora, dalla combinazione di questi elementi, ecco che American Life (pessimo titolo italiano per l’originale Away We Go) nasce e si forma, facendosi storia placidamente coinvolgente e sommessamente commovente, specchio delle ansie e delle speranze di tutta una generazione, riflessione esistenziale universale nel suo particolarismo.
Messi alle strette dalla nascita imminente di un figlio (“Are we fuck-ups?”: “siamo dei falliti?”, si chiedono), i protagonisti poco più che trentenni del film, Burt e Verona, partono per un’avventura on the road che travalica di molto la semplice richiesta di un luogo da chiamare “casa”. Per un viaggio alla scoperta di sé stessi e del mondo, che li porta a dolorosi confronti con le loro (vere o presunte) inadeguatezze e con quelle della gente che si presuppone adulta e matura; “normale”; a scontrarsi con una realtà nella quale il concetto di identità, di maturità, di famiglia, sono tutti da ridefinire, da rinegoziare giorno dopo giorno, dove i modelli sociali e culturali non sono (più) saldi punti di appoggio ma occasionali appigli in fluttuante movimento, in costante trasformazione.
In questo contesto – che è il nostro contesto -, il viaggio di Burt e Verona non può allora che concludersi in un unico modo. Con la scelta di un luogo che è assieme passato e futuro, ritorno alle radici e al tempo stesso loro superamento. Un luogo (mentale più che fisico) che si riconosce, familiare, ma che è – e deve essere – anche nuovo. Una (ri)scoperta: calda, commovente, nel carico di significati che si porta appresso come nell’apertura incerta e trepidante verso un futuro tutto da costruire.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph) sono una coppia affiatata di trentenni, di quelle destinate a passare il resto della vita semplicemente insieme. Da Chicago si sono trasferiti nella provincia del Colorado, per abitare vicino ai genitori di Burt. Ora sono in attesa del loro primo figlio, sereni, perché sanno che possono contare sui nonni. Ma la coppia riceve una notizia improvvisa e sconvolgente: i futuri nonni, Jerry e Gloria (Jeff Daniels e Catherine O’Hara), stanno preparando tutto per andare a vivere due anni in Belgio. Viene a cadere l’unica ragione per cui la giovane coppia aveva deciso di stabilirsi lì.
Assolutamente certi di non voler tornare a Chicago, Burt E Verona iniziano a pensare dove andare a mettere radici, cercando una specie di famiglia o un qualche amico, su cui poter contare. Inizia così il loro viaggio alla ricerca di un posto dove poter crescere il loro bambino (Away we go, è il titolo originale del film).
Da Phoenix a Tucson, da Madison a Montreal a Miami, la coppia di futuri genitori cerca un punto fermo dove piantare radici. La prima tappa dell’itinerario è Phoenix, dove i due trascorrono una giornata al ex-collega di Verona, Lily (Allison Janney), già madre di due bambini. Ma l’esuberanza incontenibile della donna fa desistere Burt e Verona, che si rimettono in viaggio. E’ la volta di Tucson, dove fanno visita a Grace (Carmen Ejogo), la bella sorella di Verona, sua unica parente in vita. Grace aiuta Verona a vedere le cose sotto una nuova luce. E così i due sono di nuovo in marcia verso il Winsconsin, dove vive una lontana cugina di Burt, che ora si fa chiamare LN (Maggie Gyllenhaal), anche lei madre di due bambini. Ma quando Verona e il suo compagno scoprono lo stile di vita hippie, dalla gestione della casa all’educazione dei figli, di questa donna e del suo compagno, capiscono che è arrivato il momento di passare alla tappa successiva. Burt e Verona scappano a Montreal, dove ricevono un’accoglienza più calorosa dai loro ex-compagni di college Tom (Chris Messina) e Munch (Melanie Lynskey), che vivono in una grande casa con molti bambini. Ma non tutto è come sempre, e la tristezza è dietro l’angolo. Quando un’improvvisa emergenza li costringe a fare una tappa imprevista a Miami dal fratello di Burt, Courtney (Paul Schneider), i due ragazzi capiscono che la scelta del posto dove metter su casa dovrà dipendere solo da loro.
American life è un film voluto dalla casa di produzione indipendente Big Beach, e diretto da un regista Premio Oscar, Sam Mendes. Sì, proprio lui, l’osannato Premio Oscar (ben cinque) per American Beauty, regista di Revolutionary Road e di Era mio padre, e visto che ci siamo mettiamo anche nel curriculum ex marito di Kate Winslet (che si è aggiunta alla lista “vinco un Oscar e ci lasciamo”), accantonati i fasti del red carpet e le girandole di budget da capogiro, Mendes si è messo dentro la macchina produttiva (è anche produttore) e dietro la macchina da presa per girare uno di questi film indipendenti, che vanno tanto di moda oggigiorno. E il ragazzo dimostra di essere in grado di saper girare una fine opera ironica e malinconica, senza essere circondato dagli sfarzi hollywoodiani.
Mendes, aiutato da una sceneggiatura originale, ma soprattutto ottimista, scritta da due affilati autori, Dave Eggers e Vendela Vida, racconta la storia di due innamorati, che sanno andare oltre le convenzioni e le nevrosi di cui sembra fatta la società. E il risultato è un piccolo film delicato, che affronta temi coraggiosi con uno sguardo sincero, ma non per questo dolce. Burt e Verona, finanziariamente precari, con lavori inventati, cercano il loro nido, il luogo dove piantare radici e poter crescere in modo felice i propri figli. Ma esiste un posto simile al riparo dalla durezza della vita?
American life, attraverso i suoi protagonisti e i loro incontri (fatti di personaggi caricaturali e strampalati, ma rappresentativi di una gran parte di quella società di cui si è accennato sopra) riflette, servendosi di un’ elegante leggerezza e di un’ intimità familiare, sulla paura dell’abbandono, sul bisogno di certezze, sul disagio per il futuro, sulla frustrazione dell’età adulta. La coppia di amici a Montreal rappresenta una delle tappe più emozionanti del viaggio di Burt e Verona. Mentre la cugina hippie, Maggie Gyllenhaal, ricopre un ruolo a dir poco esilarante.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Burt e Verona sono una coppia non sposata di trentenni in attesa di una bambina. Sono convinti che dopo la nascita i genitori di lui (quelli di lei sono morti) saranno lieti di partecipare alla loro felicità nel veder crescere la piccola giorno dopo giorno. Quando scoprono che invece i due hanno deciso di partire per il Belgio (meta che sognavano da anni) restano profondamente sconcertati. Con Verona ormai al sesto mese vanno in cerca di amicizie del passato o di parenti con cui poter condividere la gioia della nascita intraprendendo così un viaggio da Miami al Canada. Gli incontri che faranno saranno occasione di riflessione.
Frank e April Wheeler (i protagonisti del suo capolavoro Revolutionary Road) sono ancora vivi per Sam Mendes. Solo che questa volta non sono i protagonisti ma i comprimari di una storia che sembra girata da un regista indipendente e non dal regista di un film vincitore di cinque Oscar (American Beauty). Attenzione: quanto sopra è detto come constatazione di un pregio e non di un difetto. Mendes si rimette in gioco con una coppia positiva (e questo ha dato fastidio a più d’uno di quei critici che al cinema amano vedere solo storie in cui ‘tutto’ si rivela negativo). Burt e Verona si sentono fortemente legati. Sono una ‘coppia’ nel senso più positivo della parola (anche se lei non ritiene necessaria la formalizzazione del matrimonio) con gli slanci e le difficoltà di ogni coppia. Vorrebbero per chi sta per nascere l’ambiente migliore e lo vanno a cercare (Away We Go è il titolo originale da noi come al solito stravolto), convinti come sono che ci sia chi ha vissuto e vive la genitorialità in maniera positiva.
Purtroppo incontrano varie versioni attualizzate dei Wheeler. C’è chi ferisce in continuazione i propri figli nell’intimo pretendendo che non se ne accorgano. C’è chi è abbarbicato a teorie new age tanto superficiali quanto soddisfacenti per degli ego smisurati. C’è chi vive con estrema insicurezza la propria vita di madre. In questo on the road in cui per la prossima generazione sembra non esserci speranza i due protagonisti approderanno infine a un porto che non sappiamo quanto sarà sicuro.
A noi spettatori viene lasciata però la certezza che si possa cercare, nonostante tutto, di restare una coppia nel senso pieno del termine e di divenire, passo dopo passo, due esseri umani che apprendono il difficile mestiere di essere genitori. Sbagliando anche, ma con la consapevolezza che i figli non sono una proprietà ma un’opportunità. Da non perdere.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Due cuori vagabondi
di Silvia Bizio L’Espresso

Una coppia et Midwest in attesa di un figlio decide di cercare casa. Un viaggio iniziatico scritto da Dave Eggers e Vendela Vida. Firmato Sam Mendes.
Non aveva fatto in tempo a finire “Revolutionary Road”, il dramma coniugale ambientato negli anni ’50, interpretato da sua moglie, Irate Winslet, e da Leonardo DiCaprio, che il regista inglese Sam Mendes, 45 anni compiuti, era al lavoro su un altro film, “Away We Go” (andiamocene), commedia, sempre coniugale, ori the road, scritta da Dave Eggers e Vendela Vida, coppia di scrittori di cult di San Francisco. « Mi sono impegnato a realizzare “Away We Go” più velocemente di qualsiasi altra cosa abbia mai fatto», dice il regista, Oscar per “American Beauty” nel 2000. Quella pellicola, entrata ormai nella storia del cinema, è stata in realtà il primo film di Mendes, dopo una lunga, fertile e straordinariamente fortunata carriera teatrale con la Royal Shakespeare Company (aveva appena 25 anni quando diresse “Troilo e Cressida” con Ralph Fiennes), con la Donmar Warehouse di Londra (di cui è tuttora direttore artistico) e con musical a Broadway come “Cabaret”. Del nuovo film Mendes dice: «Per me è una sorta di sequel ideale di “Revolutionary Road”: sono entrambe storie che raccontano una giovane coppia che vuole fuggire e cercare se stessa. Solo che in “Away We Go” i due ci riescono. Nel film ci sono allegria e ottimismo che mancavano in “Revolutionary Road”».
La storia ha per protagonisti una coppia di trentenni, Burt e Verona (gli attori John Krasinski e Maya Rudolph), che stanno per avere un figlio. I due vivono in Colorado, ma decidono di cercare casa altrove. Vanno prima a Phoenix in Arizona, dove abita un’ex collega di Verona, l’indomita Lily (Allison Janney), poi provano Tucson, sempre in Arizona, dove vanno a visitare la sorella di Verona. Tentano la fortuna in Wisconsin, invitati da Ellen (Maggie Gyllenhaal), amica d’infanzia di Burt. Quindi si spostano a Montreal, accolti da un loro ex compagno di università. È siccome Verona è incinta di sei mesi, l’ansia di trovare il posto dove piantar radici si fa sempre più intensa. Una deviazione a Miami in Florida per soccorrere il fratello di Burt in crisi, fa capire alla coppia la necessità di definire una volta per tutte che cosa è una casa. Il film, insomma, è una specie di viaggio comico, ma iniziatico tra gli States e il Canada. Racconta Mendes: «Confesso che in realtà abbiamo girato quasi tutto nello Stato dei Connecticut, un luogo dotato di una versatilità direi “attoriale”, dalla dimensione urbana di città come New Haven a quella rurale intorno alla Litchfield County. Abbiamo trovato località perfette a far da controfigura a Phoenix, Denver, Montreal, Miami. Avevamo un budget limitato». E poi spiega perché ha deciso di fare questo film, nonostante le difficoltà a reperire i fondi. «Eggers e Vida, gli autori di questa storia, mi hanno dato la possibilità di raccontare, usando il registro comico, sentimenti come la speranza, l’attesa, la paura e l’emozione di un bimbo in arrivo. Burt e Verona si chiedono: cosa significa avere una famiglia in questi giorni? Sono domande che ci poniamo tutti».
Mendes è inglese, ma come pochi sa raccontare gli States. Dice di aver avuto da studente esperienze formative fortissime in America. Poi cita “Paris,Texas” di Wim Wenders: ,Un film che per me rimane un capolavoro assoluto. Un autore tedesco esplora la mitologia contemporanea americana, e trae incredibili suggestioni». Suggestioni che sembrano aver ispirato “Away We Go”. Le immagini del film ricordano infatti una serie di cartoline postali e fanno da sfondo sempre a personaggi che esplorano se stessi. Ogni luogo visitato è contraddistinto da una diversa tonalità cromatica. «Il Colorado è oscuro, l’Arizona assolata, Montreal ha il colore del mattone e dei college, e Miami è pastello. Ho giocato coi colori e gli stili, che parlavo dei nostri sentimenti esattamente come le battute del dialogo», spiega Mendes. E poi c’è l’ottima recitazione dei protagonisti, all’altezza delle immagini dei luoghi. Mendes è famoso per impone ai suoi attori degli intensi e lunghi periodi di prova prima di girare. Il regista applica al cinema lo stesso metodo imparato lavorando al teatro. «Mi piace fare pro ve e scoprire insieme agli attori tutto dei loro personaggi e della storia», conferma: « Spesso, quando giro, faccio dei ciak in cui lì lascio improvvisare. Poi ritorniamo alle parole del copione e quasi per magia vengono sempre recitate con magia vengono sempre recitate con maggiore spontaneità e naturalezza». E poi spiega la differenza tra cinema e teatro: Al teatro è come un bagno caldo, mentre il film è come una doccia fredda. Al cinema non puoi sbagliare, e ti provoca una tensione che ti fa diventare matto. Comunque, conclude, «dal cinema la gente vuole storie trasparenti, leggibili, non necessariamente facili, ma chiare. E poi il cinema si rafforza nei tempi di recessione. È un piccolo lusso che la gente si può permettere, qui in America paga 12 dollari e per due ore non pensa ad altro». Da L’Espresso, 18 giugno 2009

Genitori non si nasce, si diventa
di Roberto Nepoti La Repubblica

In “Revolutionary Road”, con DiCaprio e Kate Winslet, Sam Mendes ci aveva raccontato – alla grande – la via crucis di una giovane coppia americana. Ora torna per narrarci l’ odissea di un’ altra coppia, meno carismatica e più attuale, in un’ imperdibile commedia a retrosapore amarognolo. Burt e Verona, trentenni, cercano il posto giusto dove allevare il bimbo che sta per nascere. Così, ci guidano attraverso una galleria di umane stupidità: dai genitori baby-boomer edonisti agli integralisti new age e altro bestiario assortito della contemporaneità. Ottimi i protagonisti, provenienti dalla tv; davvero spassoso il “supportino cast”.
Da La Repubblica, 18 dicembre 2010

Una coppia perfetta in giro per l’America in cerca di identità
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Ancora una coppia per Sam Mendes, dopo “Revolutionary Road”. Quella però era drammatica, anzi tragica, questa del film di oggi (che nella versione originale si intitolava “Away We Go”, senza riferimenti facili ad “American Beauty”), è quasi sempre in cifre ottimistiche, fino ad una conclusione, dopo qualche inciampo, totalmente serena. Lei, Verona, pur non avendolo voluto sposare, aspetta una bambina, già al sesto mese, da Burt, un giovane che ama moltissimo, ricambiata con calore uguale. Hanno un unico problema: dove far nascere la bambina, dove prepararsi un nido? Vivono in Colorado, porta a porta con i genitori di lui (lei è orfana), ma ecco che quelli hanno deciso di trasferirsi all’estero, almeno per qualche anno. I due, così, si mettono in viaggio verso altre mete che ritengono più adatte. Per esempio a Phoenix, dove vive un ex collega di Verona, da lì, scontenti, a Tucson dove Verona ha una sorella. Però, poco convinti, vanno prima nel Wisconsin, dove Burt ha una quasi cugina, poi, sempre insoddisfatti, a Montreal, accolti con feste da una coppia di ex compagni di college un po’ troppo rumorosi, quindi a Miami dove Burt ha un fratello. È l’ultima tappa, comunque, quella che li indurrà a smettere di cercare aiuti al di fuori di loro stessi, così, concluso il viaggio, si sistemeranno in una casetta solitaria da ogni punto di vista adatta a diventare il loro nido. E quello della bambina tanto attesa. Sembra un film di viaggio. E in parte lo è secondo la nota tradizione di un certo cinema americano, ma la coppia che ha scritto il testo per Mendes, Dave Eggers e Vendela Vida, vi ha inserito con abilità uno studio di costume, una ricerca di temi noti ma vivaci fatti scaturire dalle pieghe di un certo tipo di società borghese, puntando molto sui sentimenti. Qui con ironia (certi spunti appartengono decisamente alla commedia), là con un accento forte, anche se sempre lontano dal patetismo, sui sentimenti che comunque e dovunque legano fra loro i due protagonisti. Con effetti plausibili. Li sostengono due interpreti senza veri carismi, John Krasinski e Maya Rudolph, spesso però convincenti.
Da Il Tempo, 18 dicembre 2010

Voglia di famiglia on the road
di Paola Casella Europa

Ogni tanto arriva sui grandi schermi un film che, in punta di piedi, affronta i temi dei quali dovremmo tutti parlare. È il caso di American Life, il nuovo lavoro di Sam Mendes (il regista di American Beauty e Revolutionary Road) che esce in Italia un anno dopo il debutto statunitense, ma è un bene che faccia la sua comparsa a Natale, perché è davvero il più genuinamente positivo e speranzoso dono sotto l’albero: altro che i cinepanettoni! La storia sembra cominciare dove finiva quella di Revolutionary Road, e prende la strada esattamente opposta: se nella tragedia anni ’50 la coppia Leonardo Di Caprio e Kate Winslet sognava di trasferirsi all’estero e non riusciva a spostarsi di un millimetro dalla propria casa e dalle convenzioni dell’America perbenista, in American Life la coppia John Krasinski e Maya Rudolph (lo so, non li conoscete, ma sentirete molto parlare di loro) va oggi in cerca di una casa dove crescere il proprio figlio non ancora nato, o meglio, va in cerca di una casa dell’anima.
Un’idea di per sé davvero rivoluzionaria, in un’epoca in cui ai giovani viene chiesto di accontentarsi della vita che tocca loro in sorte, con tutti i limiti preconfezionati che comporta. In American Life sono i genitori di Burt (Krasinski) a compiere il grande passo che non erano riusciti a fare Leo e Kate nel film precedente e a trasferirsi all’estero, con la leggerezza egoista che caratterizza la generazione dei cinquantenni, a quanto pare anche al di là dell’oceano. Ai due trentenni Burt e Verona (Rudolph) non restano che le briciole, ovvero una sistemazione precaria, un lavoro incerto e malpagato, e la totale assenza di aiuti familiari.
«Siamo due falliti?», chiede Burt a Maya, in uno dei dialoghi più intimi e sinceri del film. Maya lo rassicura, con un atteggiamento che è già materno. Ed è nella tenerezza e nella verità di dialoghi come questo, in cui la coppia si dà vicendevolmente coraggio, che risiede il messaggio di speranza di Mendes: fintanto che ci saranno un uomo e una donna (con magari un bambino in arrivo) disposti a parlarsi con il cuore e a pensare (e agire) positivo, dice Sam, il mondo è certo di non andare a rotoli.
E questo nonostante tutto remi contro la giovane coppia. Nel loro peregrinare per gli Stati Uniti in cerca di una dimora (atto di per sé coraggioso e ottimista), Brad e Verona incontreranno infatti numerosi esempi di infelicità domestica e di smarrimento esistenziale: dalla coppia disfunzionale che cresce i figli parlando malissimo di loro («tanto non ci sentono»), a quella new age convinta della propria infallibilità, a quella che compensa un’infertilità congenita con una sovrabbondanza di adozioni, alla sorella single di Verona che, pur bellissima e affermatissima nel lavoro, è incapace di costruirsi una vita affettiva. Non c’è condanna per nessuno di questi personaggi, tranne la coppia new age che in effetti è davvero irritante, ma è evidente che non sono questi gli esempi che Burt e Verona intendono seguire, né sono queste le persone che vogliono avere vicino. Intorno a loro c’è l’America spaventosa della crisi economica, con i suoi disoccupati, le sue case pignorate, le sue miserie esposte, ma ci sono anche i grandi spazi naturali, le strade che sembrano non avere fine, e quel monito implicito nell’ethos americano ad andarsene via da dove non si sta bene (Away we go è il titolo originale del film, che avrebbe potuto essere felicemente tradotto con Vieni via con me, invece che con un gioco di parole basato sul massimo successo del regista) per trovare il proprio posto nel mondo.
Con tenerezza commovente Mendes e i due attori protagonisti (bravissimo Krasinski) tracciano il ritratto di una coppia giovane che ce la farà perché si tiene stretti i valori autentici e non perde la speranza di costruire un futuro a sua misura, invece che entrare nel grande gioco della rottamazione collettiva e della sfiducia globale. Questi due giovani sono americani nel senso migliore del termine: ottimisti, creativi, disposti a mettersi in discussione e a cambiare ciò che non pare loro giusto o adeguato, in un momento in cui, invece di gettare la spugna, «devi essere molto più in gamba di quanto avevi mai immaginato».
La loro forza è la loro determinazione a non abbandonarsi l’un l’altro, a rimanere al di fuori delle convenzioni, e ad ammettere la propria fragilità senza delegittimare la propria forza come individui e come coppia. American Life è un film prezioso in un momento in cui niente sembra avere un senso e uno sbocco, soprattutto per i giovani, perché mantiene vivo il sogno, e mostra come farlo diventare realtà.
Da Europa, 18 dicembre 2010

In viaggio per mettere radici
Burt e Verona, trentenni e innamorati, aspettano una bambina. Lei fa l’illustratrice medica e ha perso i genitori quando era al college, lui vende assicurazioni, è trasandato ma di carattere ottimista, e conta sul sostegno dei suoi genitori, che saranno gli unici nonni per la piccola in arrivo. Quando questi ultimi, tipi eccentrici, annunciano a sorpresa che lasceranno il Colorado per trasferirsi in Europa, Burt si sente mancare la terra sotto i piedi; non avendo più legami che li costringano in un luogo specifico, lui e la sua compagna si metteranno alla ricerca di un posto adatto per crescere la loro bambina, facendo visita ad amici e parenti da un capo all’altro del paese, e vedendo per la prima volta luoghi e persone sotto un’ottica diversa.
Arrivato in Italia con un anno e mezzo di ritardo, con un titolo italiano oltremodo banale (è chiaro l’intento di richiamare il precedente American Beauty dello stesso regista, ma il titolo originale Away We Go esplicitava molto meglio il senso della pellicola) questo film è un ulteriore tassello della riflessione portata avanti da Sam Mendes sulla famiglia borghese americana, sulle sue contraddizioni e sulla ricerca/necessità di radici. Dopo quel Revolutionary Road in cui il regista metteva in scena la tensione verso un luogo altro, la frustrazione e l’incapacità di accettare i compromessi della vita adulta, la rinuncia ai sogni che diventava nichilistica pulsione autodistruttiva, qui Mendes ci mostra un’altra coppia alla ricerca di una propria dimensione, alle prese con le stesse ansie e lo stesso senso di inadeguatezza, ma con un’evoluzione ben diversa della propria ricerca. Lo fa con l’arma del road movie declinato in chiave di commedia, mettendo in scena una serie di personaggi caricaturali, tipi umani virati al grottesco che aiuteranno i due protagonisti, attraverso lo stabilirsi delle rispettive distanze, a trovare una propria strada per il viaggio che stanno per intraprendere.
John Krasinski, Maya Rudolph e Carmen Ejogo in una scena del film Away We Go Basato su una sceneggiatura di Dave Eggers e Vendela Vida (coppia di scrittori molto noti negli Stati Uniti), American Life è in effetti, innanzitutto, un film che diverte. Per ammissione dello stesso Mendes, quest’opera doveva rappresentare una pausa, un modo per tirare il fiato dopo un’esperienza impegnativa tanto fisicamente quanto emotivamente come quella di Revolutionary Road. Il tono è leggero, scanzonato, spesso sopra le righe: i due protagonisti portano la consapevolezza di essere in un periodo cruciale della loro vita, quello in cui le responsabilità prevalgono su tutto il resto, e le loro ansie e paure sono ben descritte dalla sceneggiatura e dagli ottimi dialoghi scritti dai due autori; tuttavia, il tutto è filtrato attraverso uno sguardo divertito, una capacità sempre presente di prendere e prendersi in giro, un umorismo spesso caustico ma sempre ricco di umanità. La galleria di divertenti personaggi che i due incontrano durante il loro viaggio rappresentano in fondo un compendio dell’infelicità e del mal di vivere variamente mascherati: dalla cinica ex-collega di Verona alla sua malinconica sorella, dagli apparentemente felici ex-compagni di college al fratello di Burt appena abbandonato da sua moglie. Nonostante questo, lo sguardo del regista è sempre ricco di empatia per questi uomini e donne che si difendono come possono dai colpi che la vita ha inferto loro: l’unica eccezione è quella della coppia di hippy costituita dalla “cuginetta” di Burt e dal suo alienato compagno, personaggi volutamente sovraccarichi di cliché sotto cui intravediamo un desolante vuoto, e a cui la sceneggiatura dedica non a caso i momenti più acidi.
Maggie Gyllenhaal in una scena del film Away We Go Un’altra scelta azzeccata, anche se in fondo non originalissima, è quella della colonna sonora scritta (ed eseguita) dal cantautore Alexi Murdoch: composizioni folk che ben rappresentano il carattere on the road del film, sottolineando i diversi momenti del viaggio e i diversi luoghi che i protagonisti si trovano a visitare, con toni ora più ariosi, ora più cupi ed introspettivi. Da sottolineare anche l’ottima prova corale del cast, che oltre ai due protagonisti John Krasinski e Maya Rudolph (volti non troppo noti che ben esprimono quella “medietà” che caratterizza una qualsiasi giovane coppia americana) offre, tra le altre, le prove di Jeff Daniels nel ruolo del padre di Burt e di una divertente Maggie Gyllenhaal, attrice quanto mai versatile, nei panni della hippy LN: un cast ottimamente amalgamato da un regista che si conferma ad alti livelli anche nel più delicato e oscuro lavoro della direzione degli attori.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Mentre il cinema italiano arranca in un limbo di pellicole inconsistenti, dagli Usa arriva American Life, un ottimo, divertente affresco dei nostri tempi. Sam Mendes, premio Oscar per American Beauty, torna a ritrarre con graffiante cinismo il disagio esistenziale in cui si dibattono varie coppie di diverse estrazioni sociali, il loro bisogno di appartenenza, la ricerca del proprio posto nel mondo. Lo fa con ironica e spietata lucidità, attraverso una commedia che parla della condizione umana. Il film (nelle nostre sale dal 17 dicembre con Bim) sceneggiato da Dave Eggers e Vendela Vida che affrontano con leggerezza temi seri e delicati, racconta le vicissitudini comiche e affettive di una coppia di trentenni in viaggio attraverso l’America d’oggi. Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph) stanno per entrare in una nuova fase della loro vita, con tutte le speranze, le paure e l’eccitazione per l’arrivo del primo figlio. S’interrogano su cosa significhi mettere su famiglia di questi tempi.

Si chiedono come, quando e dove riusciranno a mettere radici, partono alla ricerca del posto più adatto a costruire il loro nido. Un viaggio interminabile, da Phoenix a Tucson, da Montreal a Miami, dove vivono parenti e amici con svariati (spesso comici) problemi esistenziali. «Burt è un sognatore, un ingenuo, ma quando vuole sa essere lucidissimo – spiega Krasinski -. Prende la vita come viene, non si fa troppe domande, è Verona che ogni tanto lo richiama alla realtà. Avere un figlio ti cambia la vita, non puoi più vivere da incosciente, devi dimostrarti responsabile, forte. Loro due sono elettrizzati e terrorizzati». «Lei e Burt condividono il loro piccolo mondo fin dai tempi del college, lavorano entrambi da casa – spiega la Rudolph -, ora che sta per arrivare un bambino devono cercarsi un nuovo nido e decidere dove. Lei è la forza propulsiva nel rapporto, ma senza di lui non sarebbe la stessa. Durante il viaggio cominciano a intravedere come potrebbe essere in futuro la loro vita». Il film sottolinea la differenza tra una casa e “la casa”, dove poter aprire tutte le tue porte interiori con amore, pazienza e generosità. Per Mendes è un film pieno di speranza, di vita.
Betty Giuliani, da “reflections.it”

Sorvolando sul titolo furbetto affibbiatogli in Italia (che ammicca al più grande successo del regista), il nuovo film di Sam Mendes è una brezza fresca e leggera che nel vento del cambiamento esprime tutte le sue emozioni. Era proprio dai tempi di “American Beauty” che Mendes non si trovava alle prese con una sceneggiatura originale: come nel bellissimo precedente “Revolutionary Road” il regista affronta un rapporto di coppia, ma in questo caso cambiando totalmente stile, modo, attori. Niente star, ma attori poco noti e totalmente in palla; niente esasperazioni e tradimenti, ma la dolcezza di un futuro da cullare, dopo un lungo percorso on the road.
Burt e Verona sono una coppia affiatata e stanno per avere una bambina: i genitori di lui però, a tre mesi dal parto, annunciano a sorpresa che si trasferiranno in Belgio. I due perdono così l’unica ragione che li legava al Colorado e cominciano a porsi delle domande: dove e vicino a chi stabilirsi per crescere in modo sano il figlio in arrivo? Decidono così di partire per ritrovare amici e parenti in giro per gli States (e non solo) e scoprire così i pro e i contro di ogni opzione: Phoenix, Tucson, Wisconsin, Montreal, Miami.
Un viaggio per cercare e scoprire se stessi e ciò che si vuole, un viaggio per capire il sentimento speciale che lega Burt e Verona. “Away we go”, dice il titolo originale, ben più calzante, ed è proprio qui che vagano i due: “lontano”, alla ricerca di nuove radici che inevitabilmente, nel gioco ciclico della vita, torneranno da un passato sepolto e infine ritrovato. Tanta ironia, dolci risate, ed un retrogusto dolce e delicato: talmente piacevole da sembrare un film indipendente fresco di Sundance, e forse è il complimento migliore che si possa fare a Mendes. Il regista ci fa percorrere una nuova Revolutionary Road, da seguire fino in fondo per trovare il proprio posto nel mondo, ed un futuro appropriato per il sangue del nostro sangue. Forse lontano, ma che comunque esiste, da qualche parte.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Il pubblico statunitense ha faticato a collocare in un angolo del proprio immaginario Away We Go di Sam Mendes, pronto dal 2009 e oggi nelle sale italiane col dubbio titolo American Life. Privo di star di riferimento come Di Caprio o Tom Hanks, gli incassi non sono stati eccelsi: tredici milioni di dollari a fronte di oltre diciassette spesi per la lavorazione. Ma è un film che merita attenzione, un film di Sam Mendes a tutti gli effetti. Che – va da sé – è sempre stato un regista di grande talento ma eccepibile sotto molti aspetti, a partire dal suo grande amore per il teatro che al cinema spesso si è tradotto in piéces dove l’assunto ha prevalso sul contesto, e situazioni e personaggi finivano asserviti all’intero teorema che il film doveva svolgere.
American Life, in questo, è puro (e non inedito) Mendes: il viaggio alla ricerca di “un posto dove crescere il loro bambino” da parte di Burt e Verona (John Krasinski e Maya Rudolph, belli e intensi come le vere coppie innamorate) è un’affermazione, reiterata e ossessiva, della fugacità di un sentimento come l’amore, destinato fatalmente a scomparire o – nella migliore delle ipotesi – a diventare comunque altro. Qualcosa di cui Burt e Verona diventano consapevoli, in un vagare verso il futuro che terminerà di fronte all’unico punto di riferimento rimasto: il passato. Non c’è cambiamento in due personaggi sempre migliori di chi hanno davanti, sempre di fronte al baratro di cosa potrebbero diventare, incapaci di sapere cosa ne sarà di loro, ma decisi ad andare avanti; ma libero dal dover menare fendenti a senso unico contro i protagonisti corrotti di Revolutionary Road, Mendes conquista con la semplicità e la purezza di un assunto tematico non ingombrante come in altre circostanze. Dosa il grottesco (i personaggi della Gyllenhaal e di Allison Janney, mogli e madri sui generis) e sa regalare un sorriso nei tempi giusti. Il risultato è un film semplice ma diretto, in grado di emozionare perché girato con gusto e sincerità.
Gianluigi Ceccarelli, da “cinematografo.it”

C’era una volta American Beauty e un esordio. C’era una volta un premio Oscar e un inglese che sapeva parlare d’America. C’era una volta il dramma. Poi il cambio d’abito e la conferma di un autore. Presentato all’Edinburgh International Film Festival, American Life (Away We Go – Andiamocene via) è l’ultima fatica di Sam Mendes. Una commedia attuale e romantica. Giovane e piena di speranza. Un road movie inconsueto ad esplorare il presente in un forte desiderio di pace e stabilità. Oltre che di famiglia.
Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph) sono una coppia di trentenni in attesa del primo figlio. Da sempre innamorati, vivono felicemente nella loro vecchia casa da studenti, finchè ricevono una notizia improvvisa e sconvolgente: gli eccentrici genitori di Burt, Jerry e Gloria (Jeff Daniels e Catherine O’Hara) annunciano che lasceranno il Colorado per trasferirsi in Europa. A questo punto viene a cadere l’unico motivo per cui i giovani avevano deciso di stabilirsi lì. Intraprendono così un avventuroso viaggio attraverso Stati Uniti e Canada visitando amici e parenti, in cerca del luogo migliore dove far nascere e crescere la figlia. Uno spazio identitario in cui la piccola possa sentirsi circondata dall’affetto della sua famiglia. Somigliano tanto a due simpatici eroi dickensiani sulla strada, in un percorso ambizioso nel somewhere che li condurrà, volando di casa in casa, ad osservare gli altri, spiando vite ed insuccessi e guadagnando nuove consapevolezze. In American Life, Burt e Verona si confrontano con diverse mutazioni dei rapporti affettivi. Scoprono realtà bizzarre e patologiche, famiglie tristi e comiche, unioni grottesche e soffocanti. E alla pazzia dilagante contrappongono l’ironia. La prima tappa dell’itinerario è Phoenix, dove i due trascorrono una giornata al cinodromo con l’indomita ex-collega di Verona, Lily (Allison Janney, direttamente da American Beauty), e i membri della sua famiglia, tra cui il marito Lowell (Jim Gaffigan). Una coppia logorata dall’unione. Folle e rassegnata. Poi è la volta di Tucson, dove fanno visita a Grace (Carmen Ejogo), la bella e infelice sorella di Verona.
 Una conversazione molto intima con lei, che è la sua unica parente in vita, aiuta Verona a vedere le cose sotto una nuova luce, che le tornerà utile nel Winsconsin, dove sono stati invitati a casa della “cuginetta” di Burt, che ora si fa chiamare LN (Maggie Gyllenhaal), e del suo compagno Roderick (Josh Hamilton). Dopo aver preso atto di come LN e Roderick intendono l’educazione dei figli e la gestione della casa, Burt e Verona scappano a Montreal, dove ricevono un’accoglienza più calorosa dai loro ex-compagni di college Tom (Chris Messina) e Munch (Melanie Lynskey). Anche se la casa è piena di bambini, comodità e allegria, dopo una serata a quattro, Burt e Verona si rendono conto di quante siano le frustrazioni malcelate e di come sia difficile tenere in piedi un rapporto d’amore e una famiglia. Dopo una sosta a Miami Beach da Courtney (Paul Schneider), fratello di Burt abbandonato con prole dalla moglie, il viaggio si conclude nel South Carolina. Qui il legame tra Burt e Verona può finalmente ridefinirsi e consolidarsi. In fondo la forza di Burt e Verona sta nell’imperfezione, nella defaiance. Per niente sposati, la precarietà nel lavoro, un’esistenza simpaticamente nomade e disordinata. Lei, meticcia, con la pancia troppo grossa per essere solo al sesto mese. Lui, uno scapigliato ottimista dai piedi oversize e dal pelo incolto. Sarà l’incompletezza a renderli speciali e diversi dagli altri. Il difetto a (ri)portarli verso casa. Come e dove decideranno di costruirla. Dritto al cuore dei ricordi di Verona. Tra gli alberi di frutti di gomma dell’infanzia.
American life è un film delicato e convincente, che fa poco rumore. Vivace nella giusta misura, ma mai sopra le righe. L’eco di Revolutionary Road è vivo e la linea si fa parallela e gemella. Ancora una volta una fuga dall’America con il trasferimento tanto atteso dai genitori; di nuovo rotta verso il Vecchio Continente. Il sogno infranto contro il dramma coniugale degli anni ’50, trova in American Life un’appendice naturale, cambiata di segno. Al vuoto disperato e all’inquietudine vissuta alla periferia del Connecticut con tutto il suo male di vivere, sopravvive il pieno esistenziale, l’affollamento multicolore, il disimpegno e il lieto fine dopo una serie di film drammatici (Jarhead, Era mio padre). Una giovane coppia vuole fuggire e cercare se stessa. In “Away We Go” ci riesce. Verona e Burt sono i soli a percorrere fino in fondo la Revolutionary Road mancata dalla coppia DiCaprio-Winslet. Mai vagabondaggio fu più dolce ed atteso. Un film discreto, garbato ed esibito ai minimi termini. Una creatura indipendente e selvaggia. Ben diretto e ben recitato, con dialoghi veloci e battute divertenti, la sua intensità sta proprio nell’antidivismo e nel brio del registro. Scritto da Dave Eggers e Vendela Vida, coppia di romanzieri cult di San Francisco, American Life è il primo film tratto da una sceneggiatura originale che Sam Mendes dirige dopo American Beauty. Lui che, in barba allo star system, sceglie di affidare i ruoli principali di questo suo prezioso poetico e sincero a due attori davvero convincenti, con qualche esperienza nella commedia leggera Americana, ma noti soprattutto per le fatiche sul piccolo schermo. John Krasinski, (che aveva già lavorato col regista nel film Jarhead ma che in realtà trova la sua consacrazione con The Office) e l’istrionica Maya Rudolph, (interprete brillante in diversi episodi del Saturday Night Live e in alcune commedie di successo: Idiocracy, Duplex, 50 volte il primo bacio e Un Weekend da Bamboccioni). Tutto si alleggerisce. Troupe, cast di attori creativi, budget piccolo piccolo, ritmo e velocità che impennano e permettono al regista di raggiungere la freschezza che anima il film. Una colonna sonora davvero di livello curata a sorpresa non più da Thomas Newman (che ha firmato tutti i film di Mendes da American Beauty, 1999), ma dal cantautore britannico Alexi Murdoch e costituita in gran parte da sue canzoni. E poi Velvet Underground, George Harrison e Bob Dylan.
Cantando il trionfo leggero di sentimenti positivi come la speranza, l’attesa, la paura e l’emozione di un bimbo in arrivo, American Life è un film piccolo e semplice. Alla ricerca della felicità e del luogo ideale sulle strade d’America. Dal Colorado all’Arizona, dal Canada fino a Miami. Girato quasi tutto nello Stato del Connecticut, un luogo a detta del regista dotato di una versatilità attoriale. Suggestioni wendersiane da Paris, Texas ed è quasi come se la storia si sviluppasse in una serie di cartoline. L’appiattimento dell’immagine consente una fusione più intensa dei personaggi che muovendosi, tirano a sè uno sfondo sempre rinnovato, mentre splendidi paesaggi deliziano la vista. Ogni luogo visitato è contraddistinto da una diversa tonalità cromatica. La desolazione del Colorado lascia spazio al pieno sole dell’Arizona; Montreal ha il colore del mattone e dei college, il Wisconsin è del tutto impersonale e Miami ha i toni vaporosi del pastello (una grande prova per Ellen Kuras direttore della fotografia, alla prima collaborazione con Mendes dopo Roger Deakins e il compianto Conrad Hall). Mendes continua ad esplorare la mitologia contemporanea statunitense, mischiando luci, colori e stili e accettando la sfida di un film girato in tre stati americani, con due sole sequenze in un teatro di posa. Da guardare e ascoltare.
Erika Di Giulio, da “silenzio-in-sala.com”

Burt e Verona un bel giorno scoprono di aspettare una bambina. Tutto fila liscio fino al sesto mese, quando i due scoprono che i genitori di Burt decidono di trasferirsi in Belgio per i prossimi due anni. Decade così l’unica ragione per cui Burt e Verona si erano trasferiti lì. Così i due fidanzati decidono di partire per un viaggio che gli farà attraversare l’America per decidere quale potrebbe essere il posto migliore dove far nascere la bambina e dove potranno trovare le persone migliori (amici, parenti…) che possono aiutarli a crescerla.
Subito dopo “Revolutionary road”, melodramma sulla morte del sogno americano, Sam Mendes torna dietro la macchina da presa con un film dai toni completamente opposti al precedente, ma che continua a fotografare la realtà americana, questa volta focalizzandosi sul tema della genitorialità. L’aria che si respira è quella del film indipendente, cucito addosso allo stile registico di Mendes, che lo spoglia della consueta ruvidezza stilistica mantenendo però quello spirito di libertà espressiva che solitamente si respira nel cinema indie.
Come sempre, il pregio maggiore di Mendes è la straordinaria capacità di tirare fuori il meglio dagli attori: anche in questo caso, messo al lavoro su Maya Rudolph (“Radio America”, “50 volte il primo bacio”) e John Krasinski (“In amore niente regole”, “Dreamgirls”), Sam Mendes estrae dal cilindro due belle prove attoriali, calibrate sui toni della commedia ma capaci di mostrare improvvisi lampi di serietà (tutti alla loro maniera, naturalmente). L’altro pregio del film è la descrizione di un’America reale, senza i tipici sbilanciamenti del cinema americano, incapace di descrivere il proprio Paese se non attraverso le cupe atmosfere dei bassifondi o le luci scintillanti dei quartieri alti.
Il resto del lavoro lo fa in maniera eccellente la sceneggiatura che porta le firme di Vendela Vida e dello scrittore Dave Eggers (che nello stesso anno ha anche scritto “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze). A partire da un incipit fulminante nel suo umorismo dolce e simpatico, il film si dipana in una serie di personaggi secondari ben scritti, sino ad approdare ad una dichiarazione d’amore davvero originale e commovente.
E’ strano vedere il cinema di Sam Mendes sotto un’ottica così rilassata, calma, tranquilla, con una storia piccola piccola, semplice, una storia di persone normali (cosa che i protagonisti dei film di Mendes non sono mai), da cui emergono però riflessioni importanti. Ma questa volta sottovoce e con un velo di malinconico umorismo.
Matteo Contin, da “pellicolascaduta.it”

Nel 1999 Sam Mendes approdava nel mondo di Hollywood con un esordio decisamente notevole, aggiudicandosi ben cinque premi Oscar per il suo “American Beauty“, rimasto intatto nell’immaginario collettivo per la celebre scena dei petali di rosa che ricoprono una giovanissima Mena Suvari.
Da allora il regista britannico ha continuato la sua critica alla società americana, passando per “Jarhead” e “Revolutionary Road” ed ora torna in sala con “American Life“, titolo che rimanda al primo film di Mendes, ma che in realtà se ne discosta notevolmente, perché questa volta il nostro regista, pur criticando la società, ce ne mostra anche un lato meno amaro, seppur non privo di problemi.
Il titolo originale del film è “Away we go“, che rende molto bene l’idea della storia trattata: una sorta di road-movie, un’avventura dei due protagonisti attraverso l’America a pochi mesi dalla nascita della loro bambina. Il titolo italiano è stato impropriamente tradotto, tanto per cambiare, ed il riferimento ad “American Beauty” è più che palese.
Verona De Tessant (Maya Rudolph) e Burt Farlander (John Krasinski) hanno superato la soglia dei trent’anni, ma non sono pienamente soddisfatti e anche se non l’avevano previsto, i due sono in attesa di un terzo membro della famiglia. Verona non vuole sentir parlare di matrimonio, ciò che preoccupa maggiormente la coppia adesso è come far crescere la nuova creatura. Verona e Burt cercano il posto più adatto ed iniziano ad esternare i loro desideri sul futuro di quella che sarà una bambina. Entrambi pensano sia una buona idea rimanere vicini ai genitori di Burt (quelli di Verona sono morti) per poter offrire maggiori attenzioni al nascituro, ma quando vanno a trovarli scoprono che Gloria e Jerry (Catherine O’Hara e Jeff Daniels) stanno per partire e trascorreranno due anni in Belgio, per cui non potranno fare affidamento su di loro.
Da qui inizia un vero e proprio viaggio attraverso l’America arrivando fino a Montreal, alla ricerca del posto più adatto per far crescere un bambino. Verona è al sesto mese di gravidanza ed è già enorme, non è soddisfatta di sé stessa né della sua vita, lei e Burt continuano a ripetersi di essere dei falliti, ma sanno che per il bene della loro futura figlia dovranno rimboccarsi le maniche e darsi da fare per regalarle il migliore futuro possibile.
Phoenix, Tucson, Madison, Montreal, Miami: queste le tappe percorse dai nostri insicuri protagonisti, alla disperata ricerca del modo migliore di essere genitori. Ma presto scopriranno che in tutte le famiglie ci sono problemi, anche se in apparenza possono sembrare perfette. Verona e Burt si rendono conto, ad ogni tappa del loro viaggio, di amarsi sempre più e, anche se si considerano dei falliti, di non avere niente di meno rispetto agli amici e ai parenti a cui hanno fatto visita. La loro ultima tappa è proprio la casa in cui Verona è cresciuta, che sembra il posto migliore per la bambina in arrivo ed anche per la loro vita insieme.
Non scorgere un futuro e aver paura di essere inadatti: questo è il problema dei due protagonisti. Con una carrellata di personaggi, tra cui Carmeon Ejogo, Maggie Gyllenhaal, Chris Messina, Paul Schneider, Sam Mendes ci porta all’interno di svariate famiglie e ci mostra tutti i loro problemi e le loro incertezze, che nella sostanza non sono poi diverse da quelle di Verona e Burt.
Ancora una volta, anche se in maniera più lieve, Mendes scatta una fotografia alla società americana che in questo caso però è conforme alla società occidentale nel suo complesso. Trentenni insicuri che hanno paura di sbagliare e di non costruire il giusto futuro per il bebè in arrivo; trentenni che fingono di essere sicuri, che sbagliano (errare è umano, dopotutto) ma che vanno avanti; trentenni che danno vita a teorie new age su come crescere i loro figli. Ognuno ha bisogno di uno schema da seguire, e in tutto questo cercare e costruirsi certezze, sembra che solo Verona e Burt non riescano a trovarne nemmeno una.
Se vi aspettate un lavoro degno di cinque Oscar come “American Beauty“, non fatevi troppe illusioni. In compenso il lavoro di Sam Mendes non è per nulla da buttare: il suo occhio critico e sempre attento non fallisce nemmeno questa volta, senza tralasciare battute efficaci e momenti davvero grotteschi che danno vita a questa commedia drammatica dalla piacevole visione e che offre anche un ottimo spunto di riflessione. Il futuro ci ha sempre fatto paura, ma ognuno di noi deve trovare il giusto modo di affrontarlo. Come sciroppo d’acero sul pancake (per capirlo bisogna vedere il film) è l’amore che fa da collante a tutto questo: è la base di ogni cosa ed è l’unico ingrediente che possa tenere tutto unito. Passato, presente, ma soprattutto il futuro. Esprimere e realizzare desideri grandiosi, senza lasciarsi prendere dalle regole: non c’è regola che tenga, ognuno ha il suo metodo, che sia fare l’amore davanti ai bambini per non nascondere la sessualità, o che sia inventare bugie su una mamma che ha lasciato papà da solo e di lui non ne vuole più sapere.
Essere genitori è crescere insieme ai figli con la consapevolezza che si sbaglierà sempre, ma in qualche modo si dovrà pur imparare. Nel loro bizzarro viaggio, partito dalla scelta egoistica dei futuri nonni, Verona e Burt riusciranno a capire cosa vogliono davvero e cosa sia realmente “essere dei falliti”. La bravura di Mendes è proprio quella di mostrare la psiche dei personaggi che intende rappresentare, li mette a nudo con poche battute, ne sottolinea i gesti, le problematiche, le ansie, i dubbi. Anche l’essere più perfetto viene mostrato in ogni sua sfaccettatura, e ne esce debole. Forse non sconfitto, ma di sicuro ulteriormente “umanizzato”.
“American Life” è un viaggio nella vita, quella di tutti noi. Un coast to coast tra felicità e timori che ci fa sentire ancor più vicini agli interpreti, chi più, chi meno.
da “cinezapping.com”

Davvero bello il nuovo film di Sam Mendes: un’opera autentica e genuina, con personaggi realistici, che forse tutti noi abbiamo incontrato nel corso della nostra vita. A differenza dei precedenti lavori, dalle tinte fosche, torbidi e angoscianti, questa volta Mendes ci regala un’opera attuale e nostalgica al tempo stesso che alterna scene esilaranti a momenti di riflessione.
Una coppia in procinto di avere una bambina, dopo aver saputo che i futuri nonni paterni, gli unici in vita, andranno a vivere in Belgio, cerca il posto ideale in cui trasferirsi: un posto in cui, principalmente, ci sia qualche vecchio amico o parente su cui fare affidamento in caso di bisogno e che rispecchi il loro modo di intendere la crescita della figlia. Dopo American Beauty, il regista mostra uno spaccato meno drammatico e meno cinico di un’America che potrebbe essere una qualsiasi altra nazione, in cui una coppia di futuri genitori affronta i dubbi e le insicurezze dovute alla nascita di un piccolo essere umano di cui prendersi cura nel miglior modo possibile.
Un road movie in cui i protagonisti viaggiano da Phoenix a Tucson, da Madison a Montreal per ritrovarsi nella grande casa dei genitori di Verona, morti quando lei era appena ventiduenne, dove la giovane non si recava da lungo tempo.
Dalle montagne del Colorado, Burt e Verona si ritrovano tra i cactus baciati dal sole dell’Arizona dove incontrano una vecchia datrice di lavoro di Verona, Lily, fanatica ed esuberante donna fissata con l’aspetto fisico, che insulta ripetutamente i suoi figli, usa un linguaggio volgare e colorito e ci prova con il malcapitato Burt. E’ poi la volta di Tucson – dove vive la sorella di Verona – che Burt definisce un forno: “E’ come se Dio stesse cercando di squagliarci per farci migliori”.
Certo non il clima ideale per un neonato. A Madison, nel Wisconsin, Burt ha un colloquio di lavoro e con la scusa incontra sua cugina, una giovane hippy completamente sballata che segue la filosofia del Continuum: allatta ancora i figli ormai grandicelli e possiede un enorme letto matrimoniale affinché ci possano dormire lei, il marito e i due bambini.
LN (non si chiama più Helen) fa indossare ai suoi ospiti delle pantofole e non usa il passeggino: “perché mai dovrei spingere mio figlio lontano da me? Noi i nostri bambini li teniamo in braccio”.
La scena di Burt che esplode di fronte alle eccentricità della famiglia è davvero esilarante. E soprattutto chi ha figli, si troverà a sghignazzare di fronte a certe manie da cui realmente alcuni genitori sono affetti. Il viaggio li porta poi a Montreal, dove rivedono una coppia di amici del college, sposati e con una ciurma di bimbi adottati: è così che Verona vuole che sia la sua famiglia. Numerosa, disordinata, gioiosa. Ultima tappa, del tutto improvvisata, è Miami, dove i due giovani vanno a far visita al fratello di Burt che è appena stato abbandonato dalla moglie e si trova, da solo, alle prese con la figlia.
C’è chi non riesce ad avere figli, chi lascia barbaramente marito e figlia piccola, chi è totalmente insoddisfatto della propria vita e Burt di questo non si capacita. “Non abbiamo il controllo su molto altro, possiamo solo fare del nostro meglio per la bambina” gli dice allora Verona. Una verità banale forse, ma sacrosanta. Ed un film concreto e poetico, profondo e spassoso.
Un film che esula dalle precedenti produzioni del regista britannico e che regala un’ora e mezzo di puro piacere.
Daria Castefrachi, da “cinemalia.it”

Amore errante
Verona e Burt sono una coppia di trentenni che si prepara all’arrivo di una bambina. Si sono trasferiti in Colorado per avere i genitori di Burt al proprio fianco, ma quando questi ultimi decidono di trasferirsi ad Antwerp, in Belgio, i due giovani innamorati capiscono di non avere più nessuna ragione per restare; così, decidono d’intraprendere un viaggio da un capo all’altro degli Stati Uniti, per fare visita a diversi loro conoscenti e scegliere in quale città porre le basi per una famiglia…

Sam Mendes e l’autarchia dei sentimenti
Un anno e mezzo di attesa perché arrivasse sugli schermi italiani, e per di più con un titolo francamente ingiustificato (che senso ha rimpiazzare l’originale Away We Go, se poi lo si sostituisce con un altro titolo in inglese, American Life?). Il quinto film di Sam Mendes, uscito negli Stati Uniti pochi mesi dopo Revolutionary Road, è senza dubbio il prodotto meno altisonante nella carriera del regista inglese, molto più vicino alla recente tradizione del cinema indipendente americano piuttosto che alle fanfare di Hollywood; e non è solo una questione di budget o di politiche ambientali (Away We Go è stato infatti il primo film di uno studio ad adottare sistemi produttivi volti a limitare le emissioni di CO2): sono le tematiche ricorrenti a stabilire un gioco di analogie con il cinema indie, su tutte le virtù esperienziali del viaggio e la (ri)scoperta del valore umano nelle famiglie disfunzionali. Verona e Burt – con gli adorabili volti di John Krasinski e Maya Rudolph – si sentono inadatti a costruire un nucleo familiare solido, ma attraverso il viaggio capiscono che la parola “normalità” non possiede alcun significato, e di certo non ha bisogno di trovarne uno nel modello (fallace) delle istituzioni tradizionali. È il loro sguardo, quello dei due amanti, che Mendes adotta per raccontare la storia, ed è nel loro sguardo che scivoliamo noi spettatori: ogni assurdità che scorre davanti ai loro occhi (comportamenti stralunati, situazioni bizzarre, nevrosi familiari) sorprende anche noi, mentre la macchina da presa osserva impotente, spesso con inquadrature lunghe e statiche, all’insegna di un evidente minimalismo della messa in scena. Away We Go è effettivamente un passo ulteriore, per Mendes, verso quell’asciuttezza e quel rigore narrativo che già Revolutionary Road aveva dimostrato, senza la frenesia di cercare l’immagine iconica a tutti i costi. Si tratta di una commedia semplice e schietta, nel quale persino l’apparente frammentarietà del racconto è giustificata: gli “episodi” – introdotti dal cartello “Away to…”, seguito dalla destinazione – permettono un’efficace scansione del viaggio in tappe progressive, fino alla rivelazione finale di quello che sarà il luogo prescelto dalla coppia per edificare la propria vita insieme, e che segna un fondamentale ritorno alle radici (non solo inteso come ritorno al passato, ma anche come ritorno alla terra).
Molto si deve alla sceneggiatura degli scrittori Dave Eggers e Vendela Vida, coniugi nella quotidianità, e qui alla prima esperienza con un copione originale (Eggers aveva adattato Nel paese delle creature selvagge insieme a Spike Jonze): il loro talento letterario genera un umorismo delizioso e ottime caratterizzazioni, con personaggi sui generis – impagabile la mamma hippie ritratta da Maggie Gyllenhaal – e circostanze surreali che gli attori sanno sostenere abilmente. Ma è forse l’approccio sincero e antiretorico ai sentimenti il maggior pregio della sceneggiatura; un approccio che culmina nella sequenza in cui i due protagonisti, decisi a non sposarsi perché Verona “non ne vede la ragione”, celebrano il proprio legame in una sorta di rito autarchico, intimo, personale, che non necessita di essere legittimato da un’istituzione per affermarsi come reale. Né tantomeno di una liturgia predefinita per impegnare i due amanti a sostenersi l’un l’altro.
Da vedere, anche per la seducente colonna sonora del cantautore britannico Alexi Murdoch.
Lorenzo Pedrazzi, da “spaziofilm.it”

Dove sono finiti Frank e April Wheeler di Revolutionary road? I loro litigi, il dramma di vivere una vita che non riuscivano a sentire propria fino in fondo e il vano tentativo di cambiarla che li portava solo al fallimento e alla tragedia? I toni drammatici del capolavoro diretto da Sam Mandes, uscito nelle sale lo scorso anno e magistralmente interpretato dall’ex coppia di naufraghi del Titanic DiCaprio-Winslet, appaiono assenti del tutto o quasi in American life – ultima fatica del regista inglese premio Oscar per American beauty – che da noi esce con circa un anno di ritardo.
Away we go (Andiamocene), questo il titolo originale della pellicola, che in realtà, a ben vedere, ha più di un’affinità con il bellissimo film tratto dal romanzo di Richard Yates, ma, in questo caso, la coppia protagonista sembra riuscire a dare una svolta alla propria vita, e l’amore che la tiene insieme pare proprio di quelli destinati a non scalfirsi.
Ancora una volta Mendes ricorre alla migliore letteratura americana contemporanea e sceglie la sceneggiatura realizzata a quattro mani dagli scrittori cult di San Francisco Dave Eggers e Vendela Vida, coppia anche nella vita, per trascinarci nel mondo e nell’infinito peregrinare di Burt e Verona (John Krasinski e Maya Rudolph), trentenni innamorati e in attesa di una bambina; improvvisamente si rendono conto di dover ancora trovare il posto giusto dove installarsi per offrire alla propria figlia le opportunità migliori e, possibilmente, un solido contorno di amici sui quali poter sempre contare.
Alla notizia che i genitori di lui non hanno nessuna intenzione di fare i nonni e non vedono l’ora di trasferirsi in Belgio, meta sognata da tempo, Burt e Verona iniziano, come novelli Giuseppe e Maria, a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti alla ricerca del luogo che più potrebbe loro somigliare, un altrove accogliente dove finalmente sentirsi a casa e far nascere la piccola. Così, dal Colorado si recano prima nell’assolata Phoenix (Arizona), dove abita un’ex collega di Verona, l’indomita Lily (Allison Janney), madre di due figli e piuttosto fuori di testa: non esita infatti a mortificarli e umiliarli davanti agli altri nell’illusione che loro non se ne accorgano; no, decisamente la famiglia di Lily non è il meglio che si possa offrire a una nascitura! Il viaggio prosegue e fa tappa a Tucson, dalla sorella di Verona. Veniamo così a sapere che i genitori delle due donne sono morti quando quest’ultime erano ancora molto giovani, tragedia che le ha profondamente unite, e forse unica concessione che lo scrittore-sceneggiatore Eggers fa all’autobiografismo, lui che si è ritrovato orfano molto giovane e ha mirabilmente raccontato la sua esperienza nel capolavoro “L’opera struggente di un formidabile genio”, edito in Italia nel 2000.
Tentano quindi la fortuna nel Wisconsin, invitati da Ellen (Maggie Gyllenhaal), amica d’infanzia di Burt, nonché neo-hippy ancor più svampita di Lily, a casa della quale ne succedono delle belle, forse le scene più divertenti e riuscite del film. Quindi si spostano a Montreal, accolti da un loro ex compagno di università, dove la musica non cambia: Verona è incinta di sei mesi, e l’ansia di trovare il posto dove piantar radici ormai si fa sempre più intensa. Una deviazione a Miami, in Florida, per soccorrere il fratello di Burt in crisi, fa capire infine alla coppia la necessità di definire una volta per tutte il loro futuro.
Mentre stava ancora finendo la post-produzione di Revolutionary Road, e affrontava la personale crisi coniugale che di lì a poco l’avrebbe portato alla separazione dalla moglie Kate Winslet, Mendes girava questo film in cui una coppia riesce, ‘senza se e senza ma’, a scegliere di affrontare le sfide e le avversità della vita. Il loro viaggio è una sorta di Odissea fra le ansie, i tic, le nevrosi e le inadeguatezze dell’America di oggi, nella quale incontrano uomini e donne senza speranza, individui sui generis che però hanno senz’altro il merito di dar loro una scossa, aiutandoli a crescere e a diventare genitori. Infatti i soliti personaggi tormentati ed essenzialmente cupi ai quali ci ha abituato Mendes negli ultimi dieci anni qui non sono i protagonisti, ma restano comunque presenti nei ruoli comprimari, benché edulcorati dai toni della commedia.
Una storia ottimamente diretta e interpretata, che ha il sapore del miglior cinema indipendente americano, solare ma non ingenua, lucida e sarcastica, impreziosita da splendidi paesaggi, spesso ricreati a causa del budget limitato, ma sempre credibili, e punteggiata da una colonna sonora emozionante, tutta da ascoltare, firmata da Alexi Murdoch.
Valeria Natalizia, da “taxidrivers.it”

Vieni via con me
Burt e Verona sono una coppia di trentenni in attesa un bambino. La gravidanza procede bene fino a quando i due ricevono una notizia improvvisa e sconvolgente: gli eccentrici genitori di Burt annunciano che lasceranno il Colorado per trasferirsi in Europa. A questo punto, viene a cadere l’unica ragione per la quale avevano deciso di stabilirsi lì. Dove e vicino a chi dovranno mettere su casa per crescere il bambino in arrivo? I due ragazzi partono così per un viaggio che li porterà a far visita ad amici e familiari, in città diverse, per valutare tutte le possibili opzioni. (sinossi)
Il titolo (ritoccato all’italiana, in originale era il ben più ”cattivo” Away We Go) rende comunque bene l’idea di quanto la pellicola possa essere affine al percorso registico di Sam Mendes: l’oggetto delle indagini dell’ex autore teatrale è sempre il cosiddetto “American Dream”, quel sogno americano venduto e spacciato da Hollywood in larga parte del mondo. Un sogno che se nel precedente Revolutionary Road sembrava essersi rifugiato in un vicolo cieco, ed eravamo negli anni Cinquanta, oggi non può che essere altrove (ecco il senso di quel andiamocene via del titolo originale). A ben vedere Revolutionary Road era un film che connotava temporalmente in maniera molto vivida la “fine delle illusioni” dell’America: le casette a schiera, i giardini curati, le oldsmobile parcheggiate nel vialetto davanti casa, il lavoro fisso sacro e inviolabile, il treno dei pendolari che Di Caprio prendeva tutti i giorni, erano insomma tutti tasselli di inattaccabili e inappuntabili di un raggiunto status sociale. eppure, almeno secondo Mendes, è lì che si sono formate le prime crepe all’interno di questo sistema. Crepe che hanno incominciato a investire il privato, la coppia, le aspirazioni di un universo (quello femminile) fino ad allora messa letteralmente in disparte e che cominciava a pretendere qualcosa. Oggi, e arriviamo ad American Life, la situazione è nettamente cambiata. Attenzione, Sam Mendes non sembra dire migliorata, ma semplicemente cambiata. La società, in sintesi, non è decisamente quella degli anni Cinquanta: Verona, la protagonista di American Life, non è April (la bellissima “triste” Kate Winslet) e sa benissimo che solo reagendo potrà riuscire a non fallire, come tutto ciò che la riguarda sembra presagire. In questo c’è una convinzione del tutto diversa tra i due ritratti femminili: April non vede realizzarsi un futuro davanti a lei se non come ombra silenziosa del marito, anche Verona non lo vede ma fa di tutto per vederlo, non si chiude dentro casa a subire le violenze (psicologiche e non) del marito ma esce alla ricerca (appunto) del proprio futuro. Continuando a giocare e a ricercare i fili (critici) forse inesistenti tra i due film è interessante notare come Verona non abbia i genitori, persi entrambi quando era giovane: non ci sembra folle pensare che i suoi genitori siano quelli della generazione Revolutionary Road, entrambi morti come morto è quel Amercan Dream che (forse) inseguivano vanamente o da cui altrettanto vanamente fuggivano. Solo così, sciolta da ogni legami, da ogni vincolo di una generazione senza passato, per Verona ci sarà la possibilità di salvarsi, di trovare altre basi sopra le quali costruire il proprio futuro. Un futuro che passa necessariamente un “luogo” che, oggi come ieri, riveste una fondamentale importanza sociale, la famiglia. Il “luogo”, appunto, dove i sentimenti di una nazione si fanno sempre più radicali ed estremi: e se negli anni Cinquanta a spingere sentimenti eversivi nella mente di April/Kate Winslet erano il dilagante conformismo e la caccia alle streghe di McCarthy, oggi a far muovere Verona/Maya Rudolph, protagonista di American Life, è forse la crisi unita ad una sfiducia ormai sempre più evidente nel “We Can” di Obama. Eppure, oggi, la speranza di un futuro c’è ed è nel ventre di una donna. Mentre per la protagonista di Revolutionary Road quel bambino che portava in grembo era il simbolo della frustrazione di ogni ambizione personale, e l’aborto era l’unica strada percorribile per fuggire da tutto ciò, per Verona al contrario quel bimbo che si porta appresso in giro per gli States non è altro che la speranza di una base per il (proprio) futuro. Un futuro che, tra l’altro, non ha neanche tanto senso andare a cercare altrove perché spesso è lì, sotto i nostri occhi.
Lorenzo Leone, da “cineclandestino.it”

“American Life” è una piccola gemma preziosa, che emana una luce intensa, capace di scaldare il cuore e l’anima. Partendo dalla sceneggiatura originale di Dave Eggers e Vendela Vida, due noti scrittori all’esordio cinematografico, Mendes confeziona un racconto on the road che racchiude temi complessi, trattati però con estrema leggerezza e grande eleganza. Burt e Verona sono una coppia solida, stanno insieme da sempre e, oramai trentenni, attendono, con un misto di gioia e paura, l’arrivo del primogenito. Avendo la fortuna di poter lavorare dove vogliono, il loro mondo è racchiuso nella propria casa, vicino ai genitori di Burt, ma adesso che la famiglia si allarga si chiedono se quello è il posto giusto per fermarsi, soprattutto in virtù del fatto che detti genitori decidono di trasferirsi in Europa. Alla coppia vengono a mancare i punti di riferimento, così si mettono in viaggio, per visitare le persone con le quali sentono di avere un legame, e vedere se le loro scelte logistiche possono essere condivise. Inizia così un viaggio nell’America di oggi, con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi sogni, le sue speranze. Tutto questo per i due protagonisti è anche un cammino interiore, durante il quale conoscono se stessi, prendono coscienza delle loro intime esigenze, della loro ‘unicità’ come persone, del loro desiderio di mettere radici, ma in posto che sentano veramente loro. Mendes mostra con grande raffinatezza la difficoltà del vivere nell’America contemporanea, lontano dai drammi borghesi di “American Beauty”, con movimenti di macchina da presa poco invasivi, in un racconto completamente dominato dalle emozioni dei due protagonisti. John Krasinski, che ha raggiunto la popolarità internazionale con la pluripremiata serie comica NBC “The Office”, attore, sceneggiatore e regista, ad ogni prova recitativa, dimostra d’essere interprete completo, buono per tutte le stagioni. Non solo veste i panni del protagonista, ma ne coglie l’essenza più intima: nel suo sorriso, nei suoi occhi, si evincono i pensieri e i sentimenti di Burt. Assieme a Maya Rudolph, formano una coppia in perfetta sintonia, con la quale è proprio difficile non solidarizzare. Le loro insicurezze, l’incertezza sul futuro, sono preoccupazioni attualissime, e alla stessa maniera fuori dal tempo, universalmente condivisibili. A Mendes va il merito d’aver proposto, col piglio proprio del cinema indipendente, una storia di difficoltà, che sfiora situazioni drammatiche senza ripiegarcisi, mostrando, tramite dialoghi brillanti, il grande ottimismo che pervade l’intero film, a riprova che ci si può divertire anche riflettendo. A completare il tutto l’eccellente fotografia di Ellen Kuras e le musiche del cantautore Alexi Murdoch, che con il loro sapore retrò, quasi anni Settanta, riportano alla mente la voglia di libertà, di spontaneità, e di un maggiore contatto con la natura proprio di quel periodo.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph) sono una coppia che ha appena superato i trenta. La loro routine quotidiana viene interrotta dall’arrivo del loro primo figlio: finalmente potranno essere una vera famiglia. Anche perché si sono stabiliti in Colorado per stare vicino ai futuri nonni (Catherine O’Hara e Jeff Daniels). Ma proprio questi nonni (i genitori di Burt), decidono inaspettatamente di trasferirsi due anni in Belgio. A questo punto Burt e Verona si trovano di fronte ad un interrogativo: dove e vicino a chi dovranno stabilirsi per crescere il loro figlio? Inizia per loro un viaggio attraverso gli Stati Uniti alla ricerca del luogo ideale.
Da Phoenix, a Tucson, passando per Madison nel Wisconsin, fino a Montreal, per poi scendere a Miami. Burt e Verona incontreranno amici e parenti, situazioni familiari eccentriche, folli e drammatiche, che saranno fondamentali per la loro decisione.
“American Life” è la prima pellicola in cui il regista Sam Mendes (American Beauty, Revolutionary Road) si confronta con una commedia. Sceglie di farlo con una sceneggiatura originale scritta da una coppia (gli autori Dave Eggers e Vendela Vida) che parla di una coppia. Road movie ironico, pungente e riflessivo, composto da episodi, una serie di “cartoline” che hanno per sfondo le diverse tappe del viaggio. Ogni tappa è l’incontro con una particolare rappresentazione della famiglia: da quella grottesca di Lily, l’ex collega di Verona, a quella stile New Age di LN, la pseudo cugina di Burt, fino alle situazioni più drammatiche, come quella di Courtney, il fratello di Burt. Sam Mendes mescola sapientemente personaggi e situazioni, si va dal caricaturale (anche troppo) al sincero. Si ride e ci si commuovere senza perdere il filo conduttore della storia.
John Krasinski e Maya Rudolph sono il collante di tutti questi disparati episodi, incarnano perfettamente Burt e Verona, trentenni della “middle class” americana: una generazione con un futuro tutt’altro che certo. Se il bisogno di appartenenza li spinge a partire, per la ricerca di un posto fisico, una società di cui far parte, alla fine è loro parabola interiore che conta: dalla paura e l’insicurezza per questa nuova vita che li attende, alla consapevolezza di quanto la loro normalità, il loro amore reciproco, sia più “famiglia” di quanto credono.
L’unico rimprovero che si può fare al film è quello di concentrare i momenti drammatici nell’ultima parte, con un brusco cambio di ritmo. Un particolare trascurabile, per una storia raccontata con una tale naturalezza e freschezza, da lasciare una piacevole sensazione di ottimismo. La colonna sonora è ad opera del cantautore Alexi Murdoch, che sembra un clone di Nick Drake.
Marco Aresu, da “cinemalia.it”

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