Welcome

Noi non sappiamo dire welcome
di Dario Zonta L’Unità
Qual è l’accoglienza riservata agli immigrati in Europa? Qual è il senso e il valore della parola «welcome» in un paese come la Francia? E in Italia, in Ighilterra? Il regista francese Philippe Lioret se lo è chiesto per davvero e ne ha fatto un film con l’omonimo titolo, provocatoriamente lasciato in inglese. Philippe Lioret ha fatto un viaggio nella cosiddetta «giungla» di Calais, sulla costa nord della Francia, laddove si ammassano centinaia di immigrati in cerca di una via di fuga per l’Inghilterra, considerata a torto o a ragione, un Eldorado. È il «Messico francese», come lo ha definito il regista. Un non luogo, terra di confine e di sospensione. Dal porto Calais partono, una volta imbarcati, tutti i tir per la Gran Bretagna, e dentro di questi, ospiti indesiderati si schiacciano tra pile e pacchi, calandosi un sacco di plastica in testa quando è il momento del controllo. Il film inizia con una scena di questo tipo, seguendo quattro iracheni che si calano dentro un tir, rischiando l’asfissia al momento del controllo. È una «pratica », questa che Lioret ha appreso durante l’indagine svolta per le ricerche del film. La polizia inserisce delle sonde dentro il vano del camion che rivelano il respiro umano… Un inizio tragico, che ci immette subito dalla parte della cronaca e della verità. Non sono espedienti da sceneggiatori, la realtà non si inventa, perché quando è di questo tipo supera di gran lunga l’immaginazione e la fantasia. Anche l’escamotage narrativo che ha dato il via al film, si rifà a elementi di realtà, benché incredibili. Sempre a Calais, durante le ricerche, viene a sapere che alcuni immigrati hanno tentato di attraversare la Manica a nuoto. Dopo un tentativo andato a male, anche a Bilal, un sedicenne curdo-iracheno, viene questa idea, e si mette in contatto con un istruttore di nuoto (Vincent Lindon) per prepararsi atleticamente all’impresa. Lindon, un autoctono in crisi esistenziale, capisce gradualmente l’intenzione del giovane e rimane, anche emotivamente, invischiato nella vicenda.
DIECI MILIONI DI INCASSO
Dalla storia alla cronaca, il passo è breve. Con la legge 622/1 Sarkozy ha introdotto il reato di immigrazione illegale che punisce tra l’altro con cinque anni di reclusione i cittadini francesi che aiutano i clandestini. In ottemperanza a questo articolo, in Francia si è arrivati a mettere sotto inchiesta l’organizzazione umanitaria Emmause a interrogare per 9 ore una casalinga di 59 anni, colpevole di aver ricaricato il cellulare di 9 clandestini. Welcome mette il dito nella piaga raccontando, con picchi emozionali, questo inferno. La Francia ha risposto con oltre 10 milioni di incasso, e il governo ha dovuto render conto del suo operato e delle sue scelte. Una sorta di sollevazione popolare passata attraverso il cinema… sembra un sogno che solo in Francia si può avverare, laddove c’è un’opinione pubblica viva, vegeta e incazzata.
Da L’Unità, 11 dicembre 2009

Né buoni né cattivi ma gente molto sola
di Curzio Maltese La Repubblica
Benvenuto Welcome. Arriva in Italia un film terribilmente bello, vincitore a Berlino, campione d’incassi in Francia, dove ha influenzato il dibattito politico sull’immigrazione clandestina. E difficile che da noi provochi le stesse conseguenze. Non soltanto perché non si tratta di una nostra storia d’immigrazione. Magari. Chissà quando il cinema italiano riuscirà a produrre un’opera altrettanto matura sul più importante problema dell’epoca. Ma soprattutto perché la discussione sui clandestini da noi è precipitata in tali abissi di miseria morale, politica e giuridica che nulla sembra in grado di risollevarla a un grado di civiltà. Tantomeno un’opera d’arte, un film o un libro, insomma qualsiasi cosa non sia chiacchiera televisiva. La storia di Welcome nasce dall’amore di due adolescenti. Stavolta Romeo e Giulietta sono curdi, separati non soltanto dalle famiglie, ma anche da una guerra e da quattromila chilometri. Per amore di Mina, Imail, ragazzo curdo che sogna di diventare un calciatore del Manchester United, attraversa tutta l’Europa. Alla fine arriva a Calais. Gli resta soltanto la Manica per raggiungere il suo sogno. Senza permessi e senza soldi, Imail si mette in testa di attraversarla a nuoto. Trova l’aiuto, dapprima diffidente, poi sempre più appassionato, di un istruttore di mezza età, Simon, appena lasciato dalla moglie. E la storia diventa quella fra un vero padre e un vero figlio, che non sono padre e figlio. Non è un film di buoni e cattivi. E un film di uomini e donne soli, gente comune e migranti, poliziotti e vicini di casa, burocrati e commercianti, né buoni né cattivi, ma deboli e piccoli di fronte a un sistema che ha deciso di usare le paure e l’alibi della sicurezza come nuova forma di controllo autoritario della società e degli individui. Degli altri, di quelli che arrivano nelle stive delle navi, ma soprattutto dei propri cittadini. Un sistema forte, razionale, gelido, fondato sull’egoismo e in fondo condiviso da vittime e carnefici, entrambi occasionali. Un mondo in cui l’amore folle di due ragazzi e la complicità affettuosa di un uomo diventano atti eversivi, pericolosi. Sentimenti forti, roba da clandestini. Non è naturalmente soltanto il tema a fare di Welcome un bel film. Philipe Lioret è uno dei migliori registi francesi, già collaboratore di Robert Altman, ispiratore di The Terminal di Spielberg, ed è un maestro nelle scene sull’inferno del porto di Calais. La scrittura è perfetta ed è difficile trovare un aggettivo adeguato all’interpretazione di Simon da parte di Vincent Lindon, divenuto nel tempo una dei più straordinari attori europei. E quasi impossibile uscire dalla sala di Welcome con le stesse idee sull’immigrazione che si avevano prima. Gli elettori leghisti sono avvisati.
da La Repubblica, 12 dicembre 2009

L’ immigrato e il maestro francese Un incontro che cambia due vite
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera
Welcome, benvenuto, è la parola che Simon legge sullo zerbino del suo vicino di casa, subito dopo che quello stesso coinquilino lo ha minacciato perché ospita un immigrato curdo e gli ha sbattuto la porta in faccia prima di chiamare la polizia. Usato sarcasticamente per antifrasi, Welcome è stato scelto come titolo per il film che Philippe Lioret ha tratto da un fatto di cronaca e che racconta il respingente «benvenuto» che Francia e Gran Bretagna danno agli immigrati che fuggono dai loro martoriati Paesi. Ma in questo modo rischia di confondere lo spettatore superficiale e accentuare una lettura «sociale» e «politica» del film mentre la sua vera forza sta soprattutto da tutt’ altra parte, da quella di un uomo che di fronte all’ odissea di un diciassettenne curdo scopre dentro di sé un’ umanità e una moralità che fino ad allora aveva come cancellato. A far scattare questa metamorfosi è Bilal (Firat Ayverdi), fuggito da Mossul per raggiungere la ragazza che ama, Mina, già a Londra con la famiglia. Tre mesi di un viaggio a piedi che si ferma a Calais, quando il traguardo sembra a portata di mano ma diventa irraggiungibile per la severità e la durezza dei controlli polizieschi. È allora, dopo aver sperimentato l’ impossibilità di passare la Manica da clandestino su un camion o una nave, che Bilal pensa alla traversata a nuoto. E per imparare il crawl – lui, approssimativo nuotatore a rana – finisce nella piscina dove insegna Simon, uno straordinario Vincent Lindon. La testardaggine e l’ impegno del ragazzo, l’ intuizione del suo folle piano, ma anche la voglia di far colpo sull’ ex moglie, volontaria che ogni sera distribuisce pasti caldi ai clandestini, spingono Simon ad aiutare il ragazzo. Come può: rifocillandolo e invitandolo a dormire a casa (attirandosi così le reprimende della polizia e scatenando il razzismo del vicino) o cercando di spiegargli l’ impossibilità di realizzare la sua idea. Ma soprattutto scoprendo dentro di sé un sentimento che si avvicina sempre di più all’ amore filiale e che lo spinge, come fanno spesso i padri, a dimenticare rischi e pericoli (e le minacce sempre più concrete della polizia) per aiutare come può Bilal. Anche se ispirato a un libro-inchiesta di Olivier Adam sul sottobosco di racket, persecuzioni, rabbie, volontariato e azioni giudiziarie che hanno trasformato il volto di Calais («è la nostra frontiera messicana» ha detto il regista), il film finisce per lasciare più spazio al rapporto «privato» tra l’ uomo e il ragazzo (e tra l’ uomo e la sua ex moglie) che alla semplice descrizione dei meccanismi polizieschi o legali che si abbattono sui disperati in cerca di attraversare la Manica. Una scelta che si rivela vincente, perché in questo modo il film evita la facile predica moralistica sull’ inospitalità dei Paesi ricchi e chiede per prima cosa allo spettatore di appassionarsi ai percorsi umani di due individui soli di fronte al loro bisogno d’ amore: Bilal alla disperata ricerca di un mezzo per raggiungere la ragazza che lo ama (e che il padre vuole sposare a un ricco cugino), Simon alla scoperta di un’ umanità che forse non pensava di aver mai avuto («lui ha attraversato l’ Europa per inseguire l’ amore e io non ho saputo nemmeno attraversare una strada per fermare mia moglie che se ne andava»). Calais, il razzismo delle persone, l’ insensibilità delle istituzioni, la durezza della repressione, l’ inumanità della legge diventano così la cassa di risonanza dentro cui prende forza e si spiega il dramma privato. Una tela di fondo che Lioret filma in un CinemaScope freddo e incombente (firmato da Laurent Daillaud), che finisce per schiacciare ancora di più i personaggi dentro una natura sempre più inospitale, fatta a volte di acqua e di sabbia e a volte di moli e di case. Dove lo spazio incombe come il rumore (grazie anche a una colonna sonora di grande suggestione, dovuta a Philippe Mertens) e dove l’ abbandono può diventare ostilità e freddezza oppure riscoperta dei valori più veri e profondi dell’ umanità. Che il film di Lioret sa raccontare con passione e partecipazione, senza dimenticare le responsabilità politiche (la breve immagine televisiva di Sarkozy con le sue «rivendicazioni», quella grigia e per niente patriottica della bandiera inglese sulla motovedetta che dà la caccia a Bilal) ma anche senza nascondere che un futuro migliore può nascere solo dalla presa di responsabilità dei singoli.
Da Il Corriere della Sera, 10 dicembre 2009

Benvenuti all’inferno della mediocrità umana
di Fabio Ferzetti Il Messaggero
Per passare la frontiera ci vogliono polmoni d’acciaio. Letteralmente. Se ti nascondi in un Tir la polizia introduce sottili cannule sotto il tendone per captare il respiro. L’unica è infilare la testa in un sacchetto di plastica e trattenere il fiato. È un’immagine devastante e una metafora naturale di rara potenza. Tanti clandestini stipati in un Tir con la testa in una busta di quelle in cui mettiamo la spesa al supermercato. La loro testa contro le nostre merci. Miseria assoluta contro abbondanza malata. Sembra anche un’immagine di tortura. Roba da colonnelli, avremmo detto una volta, quando la tortura sembrava un’esclusiva del Sud del mondo. Invece è “solo” lotta per la sopravvivenza. Anche se non tutti ce la fanno.
Bilal per esempio non ce la fa. E sì che è un atleta, con un fisico da statua greca e un sogno impossibile. Vuole raggiungere la fidanzata a Londra, ma per ora è arrivato solo a Calais, sulla costa francese. Dal Kurdistan, dove è nato, sono migliaia di chilometri. Tutti via terra però, mentre fra Calais e Londra c’è la Manica. E un dispiegamento di forze anti-immigrati da paese in guerra. La storia di Bilal però non ci prenderebbe alla gola se non si intrecciasse a quella di un personaggio più vicino a noi: Simon. Un ex-campione di nuoto che campa facendo l’istruttore in piscina, ma compie un gesto imprevedibile. Si prende Bilal e un compagno di fuga in casa. Li aiuta, li sfama, si attira l’odio dei vicini e le minacce della polizia, perché in Francia chi aiuta un clandestino rischia fino a 5 anni di prigione. Quindi, come se non bastasse, inizia ad allenare Bilal, che vuole andare in Inghilterra a nuoto. A costo di restare ore e ore in un’acqua a 10 gradi.
Perché Simon, che ha la faccia di chi ha appena finito di piangere di uno straordinario Vincent Lindon, ma non piange mai, fa una cosa così pericolosa? Forse per far colpo sulla moglie che lo ha lasciato, attiva nel volontariato (ma molto più cauta di lui…). Perché si sente solo. Perché non ha figli e Bilal non ha neanche vent’anni. O perché è giusto, e non càpita ogni giorno di fare qualcosa di giusto. «Lui ha fatto 4000 km. a piedi per rivedere la sua ragazza», dice Simon alla moglie. «Tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti». In compenso sullo zerbino del vicino che denuncia Simon alla polizia c’è scritto Welcome, benvenuti…
Difficile trovare titolo più ironico e amaro per un film secco ed efficace come pochi, che concentra una tragedia dei nostri giorni in un pugno di figure e conflitti tanto essenziali da togliere davvero, rieccoci, il respiro. Che un film così incassi 20 milioni di euro in Francia è forse una magra consolazione. Ma è già qualcosa.
Da Il Messaggero, 11 dicembre 2009

Così reale da essere bello
di Davide Turrini Liberazione
Nubi, grigio, oceano. Il canale della Manica visto dalla Francia è una brutta bestia. Soprattutto quando la stagione si fa invernale. Bilal (Firat Ayverdi) ha 17 anni e la faccetta implume. Nel paese curdo-afgano da dove è partito lo chiamano Bazda, il corridore. Fiato e prestanza fisica non gli mancano. Di là dal canale c’è Cristiano Ronaldo (ancora al Manchester United), l’idolo calcistico da emulare; ma anche l’amata Mina, promessa sposa a chissà quale afgano londinese ben piazzato. Il gioco vale la candela. Non c’è vita senza il sognato amore. Per cui si diventa clandestini, si scappa e si corre verso l’Eden.
Calais è l’ultima tappa migrante prima della terra inglese. Qui si ferma Bilal, tra la spiaggia a la città, in mezzo alla celeberrima “giungla”. Spazio di nessuno zeppo di disperati immigrati che nella realtà, nel settembre scorso, è stato sgomberato dai violenti flic di monsieur Sarkozy. L’ossessione di Bilal è di imparare a nuotare, per poi attraversare la Manica a nuoto e sfidare le correnti dei mari. Simon (Vincent Lyndon) è un signore che viaggia sui cinquanta, fisico robusto e pancetta mascolina, t-shirt e ciabattine trascinate ai bordi della piscina comunale di Calais ad insegnare stile libero. Sulla scansia di casa una medaglia d’oro di vent’anni prima; nel petto il cuore frantumato dall’addio di Marion (Audrey Dana), bella insegnante delle medie, volontaria notturna a versare zuppa calda nelle ciotole dei migranti della “giungla”. Che Simon insegnerà a Bilal come stare a galla e nuotare è quasi superfluo aggiungerlo. Welcome di Philippe Lioret è un film che in Italia non saprebbe fare nessuno. E il paragone non vuole essere il solito cahiers de doleances dei difetti nostri e dei pregi altrui. Il punto è che di fronte al tema “immigrazione”, come per qualsiasi tema etico delicato, agli italiani, quelli bravi che hanno studiato storia, cinema e sociologia, mancano gli attributi. Lioret, invece, propone una versione di cinema contemporaneo militante che sa di autentica immersione nel reale.
Una documentazione altamente antispettacolare del vero (quindici i minuti iniziali completamente tra gli immigrati della “giungla”) per mostrare l’angoscia, la fuga, l’inferno dei migranti. La macchina da presa di Lioret non dà mai segni di cedimento: prende una giusta distanza dai soggetti, sembra non invadere e/o condizionare lo spazio dell’inquadratura, fino ad amalgamarsi coi corpi e i luoghi ripresi (si veda il ricorrente esterno spiaggia davvero ispirato). I tre sceneggiatori (lo stesso Lioret, Emmanuel Courcol e Olivier Adam) disegnano una robusta linea principale di dialogo tra Simon e Bilal: dapprima maestro con allievo, poi padre con figlio, infine mimesi tra adulti innamorati di due donne che paiono irraggiungibili. Quest’atmosfera malinconica che permea un presente amaro per Simon e disperato per Bilal, diventa naturale fronte comune davanti ai soprusi della polizia e alle delazioni dei vicini di casa. Perché il sadismo della nuova legge francese anti immigrazione prevede pene severe anche solo per chi rifocilla, senza permesso delle autorità, un clandestino. Welcome è così uno sfregio bello grosso alla gabbia dei pregiudizi sociali; cinema intenso, compatto, politico, mai rinunciatario. Tra guardie giurate di colore che spintonano “fratelli” clandestini di colore fuori da un supermercato e un presidente della repubblica francese che appare in tv dicendo: “mi assumo ogni responsabilità di ciò che ho detto e fatto”. Ad ogni paese la sua bella faccia di bronzo. E le sue intense, tragiche facce di abbronzati.
Da Liberazione, 11 dicembre 2009

Benvenuti tra gli ultimi
di Alessandra Levantesi La Stampa
Basato su un libro-inchiesta di Olivier Adam, Welcome (titolo di brechtiana ironia) potrebbe essere definito un film a tema e in certo modo lo è, tanto che in patria ha provocato un acceso dibattito. È accaduto infatti che il regista Philippe Lioret, presentando la pellicola, abbia definito degna di Vichy la legge promulgata dal ministro Eric Besson che affibbia cinque anni di galera a chiunque faciliti il soggiorno degli immigrati illegali. Reazione sdegnata di Besson, controreazione dell’opposizione, polemiche varie da destra e da sinistra. Morale, noi abbiamo la Lega, ma Sarkozy non scherza.
Tuttavia, il vero pregio di Welcome è nella capacità di Lioret di assorbire tali problematiche all’interno di una ben congegnata struttura drammaturgica, creando personaggi di sfumato spessore esistenziale con cui pian piano entriamo in un contatto di partecipazione umana, che va al di là di ogni discorso militante. Bilal (Firat Ayverdi) è un curdo 17enne che dall’Iraq ha fatto 4000 km, sperimentando chissà quali inferni, per poter raggiungere la Gran Bretagna dove vive la fanciulla che ama e dove gioca la sua squadra del cuore, il Manchester United. Invece è stato fermato a Calais, una frontiera portuale in stato di assedio, camionette blindate della polizia ed elicotteri che fanno la ronda in continuazione, filo spinato e cani ringhiosi. Che fare? Il ragazzo escogita l’assurdo piano di passare la Manica a nuoto, venti miglia di acqua gelida e correnti traditrici, battute da petroliere e moto vedette.
Simon, il maestro di nuoto che gli dà lezioni, è un divorziando ancora innamorato della moglie, impegnata in un’associazione umanitaria. Lo interpreta Vincent Lindon, uno di quegli attori carnali che portano in scena un’impressione di verità e di vita. Senza bisogno di grandi parole, fra il ragazzo e l’uomo si instaura uno speciale rapporto padre-figlio. Attraverso lo sguardo di Simon, che forse rivede in lui se stesso giovane, Bilal acquista la dimensione di un piccolo eroe romantico pronto a immolarsi per amore; mentre, pur di aiutarlo, l’adulto indurito arriva a sfidare la legge riscoprendo in sé un’affettività che credeva perduta. Finale triste, ma il sentimento della pietas illumina la Calais livida e invernale fotografata da Laurent Dillaud di una fiammella (non retorica) di speranza.
Da La Stampa, 11 dicembre 2009

Un road movie di gusto euroferoce da Calais a Dover
di Roberto Silvestri Il Manifesto
Un road movie eccellente, e ancora più ostinato e tragico, nonostante una intrecciata storia d’amore quasi a happy end, Welcome, del francese Philippe Lioret (nelle sale distribuito da Teodora). Un diciassettenne curdo, già torturato dai turchi, si fa 4000 km a piedi per sposare la donna che ama, esule a Londra con la famiglia (patriarcale). Ma tra Calais e Dover il viaggio si interrompe. Un tempo quel piccolo tragitto sbeffeggiava gli immigrati (Traversée del tunisino Mahmoud Ben Mahmoud) per kafkiane difficoltà burocratiche che oggi appaiono reperti di una grande civiltà sepolta, rispetto alle svariate leggi Bossi Fini disseminate con euroferocia seminazista. E che, nella Francia di Sarkozy, vengono tradotte così: si manda in galera chiunque accolga in casa un «clandestino» (e la nostra fondativa carità cristiana?). All’extracomunitario è vietato come all’ebreo o al «negro» entrare nei supermarket o nelle piscine pubbliche per far acquisti o la doccia. A Calais la clandestinità è reato. Così il nostro eroe (che sogna di giocare da tornante nel Manchester United), scoperto in un camion dai cani, non ha che una possibilità. Attraversare a nuoto la manica. Va in piscina, a lezione di crowl. L’insegnante, appena divorziato da una moglie militante, ne resta affascinato. E attraverso quella sua romantica, pazza, storia d’amore, forse riconquisterà l’amore della sua vita, che non ha avuto in coraggio di trattenere …Il genere «dramma dell’immigrazione» dominante in Europa da qualche anno è spesso l’occasione per nascondere, dietro un plot edificante, ipocrisie e razzismi camuffati e riscodellati furbescamente. Ma questa volta il sistema di attese e stereotipi è fatto esplodere dalle passioni vere.
Inoltre i due veri elementi che si scontrano nel film sono l’energia vitale delle popolazioni che cercano una nuova terra per vivere, contro la mortifera, stagnante autoconservazione del continente, a dispetto dei tappetini che pongono davanti alle porte dei loro appartamenti (con su scritto appunto, «Welcome»). Una gabbia in cui sono costretti non solo i clandestini a cui sono dedicate apposite leggi (e in questo almeno in Italia la legge prevede che i minorenni siano accolti, nutriti e fatti studiare) ma una serie di lacci costringe anche gli abitanti del luogo, sottoposti alla vigile attenzione dei vicini, alla sorveglianza poliziesca, alle regole matrimoniali e del lavoro. E le famiglie emigrate, che portano dietro come un fardello usi e costumi da cui è impossibile derogare.
Vincent Lindon appare nella parte di Simon come qualcuno che ne ha prese tante dalla vita, ma ne ha date altrettante, chiuso in se stesso proprio come un Jean Gabin dei nostri tempi. In qualche scena addirittura gli somiglia e il confronto con il giovane Firat Ayverdi pone in una giusta dimensione il vecchio e il nuovo mondo.
Da Il Manifesto, 11 dicembre 2009

Denuncia (d’ autore) contro il razzismo
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Non solo un film contro il razzismo, utilissimo nell’ Italia dei «white Christmas», Welcome (ha reso furioso Sarkozy per come descrive il regime poliziesco di Calais), analizza un’ umana metamorfosi. Quella di un istruttore di nuoto, neo-diviso, che scopre la sepolta paternità aiutando un ragazzo clandestino che vuol traversare la Manica a nuoto. E Lioret utilizza al meglio Lindon, mai così bravo. «Welcome» per ora è una scritta da zerbino, ma riacquista senso col volontariato morale dei film. Voto 8
Da Il Corriere della Sera, 18 dicembre 2009

A nuoto contro la clandestinità
di Alberto Castellano Il Mattino
Presentato con successo al Festival di Berlino, «Welcome» del francese Philippe Lioret in patria ha incassato dieci milioni di euro e ha scatenato roventi polemiche. Il film è un atto d’accusa contro le leggi che colpiscono non solo i «sans papier», ma anche quei cittadini che aiutano un clandestino con pene fino a cinque anni di galera. Argomento di drammatica attualità dunque, affrontato con un film di impegno civile duro e diretto alla Loach, che è anche una storia di sentimenti e di tolleranza. Un ragazzo curdo in fuga dall’Iraq in guerra non riesce a raggiungere la sua fidanzata emigrata a Londra perché non può attraversare la Manica. A Calais conosce Simon un istruttore di nuoto spigoloso e arrabbiato. Dal difficile rapporto iniziale tra i due e dal sogno paradossale di Bilal di attraversare la Manica a nuoto, nasce un intenso viaggio fisico e interiore fatto di paure, desideri e sguardi comuni, di sintonie psicologiche, di sfumature sonore.
Da Il Mattino, 11 dicembre 2009

Il welcome che ti cambia la vita
di Paola Casella Europa
Ogni tanto arriva sui nostri grandi schermi un film che intercetta un’aberrazione del nostro tempo e riesce a raccontarla in modo non retorico e non stereotipato. È il caso di Welcome del regista francese Philippe Lioret, che narra le vicende di un immigrato clandestino curdo in attesa di attraversare la Manica per raggiungere la sua fidanzatina, già legalmente inserita con tutta la sua famiglia nella società londinese (benché ai margini: il fratello fa il lavapiatti, il padre l’uomo di fatica). La storia è ambientata a Calais, cittadina di frontiera dove il “problema immigrazione” condiziona la vita quotidiana di tutti gli abitanti, da quelli che detestano la vista delle file di questuanti davanti ai traghetti che dovrebbero portarli in Inghilterra a quelli che invece, in forma del tutto volontaria, prestano assistenza ai tanti che restano sulla banchina. Fra loro c’è appunto Bilal (Firat Ayverdi), che oltre alla sua fidanzata curda sogna una carriera nel mondo del calcio, e che nelle prime scene si nasconde (previo pagamento di un congruo “pizzo”) a bordo di un camion che dovrebbe imbarcarsi sul traghetto. Bilal si fa scoprire dai frontalieri perché non riesce a trattenere il respiro all’interno del camion, dove le esalazioni dei gas tossici rischiano di ucciderlo. Per far fronte alla propria incapacità di restare in apnea, il ragazzo decide di trovare un lavoretto che gli consenta di prendere lezioni di nuoto presso una piscina locale. L’istruttore della piscina, Simon (un sorprendente Vincent Lindon), è l’uomo comune per eccellenza: non cattivo, ma pavido e qualunquista, al punto che la moglie, che fa la volontaria al porto aiutando gli immigrati clandestini, l’ha lasciato perché stanca della sua inerzia di fronte alla vita. E invece è proprio quest’uomo qualunque a dimostrare il più grande coraggio, ospitando Bilal a casa propria e infrangendo così una delle più crudeli leggi passate recentemente dal governo francese in materia di lotta all’immigrazione clandestina: la proibizione di dare alloggio ai sans papier, punibile con parecchi anni di galera per il cittadino caritatevole e con l’espulsione per il clandestino che accetta il suo aiuto. È una trovata del ministero dell’identità nazionale voluto dal governo Sarkozy, molto criticata dalla sinistra francese, ed è anche il centro etico del film di Lioret. Perché la domanda principale di Welcome (un titolo ironico se mai ce ne fu uno) è: come si comporta il singolo individuo quando lo stato gli chiede di chiudere il proprio cuore? C’è chi applaude, chi si volta dall’altra parte e chi, come Simon, una volta chiamato in causa, decide di agire seguendo la propria coscienza fino alle estreme conseguenze. La storia è raccontata in modo asciutto e non lagnoso, tagliando attraverso i luoghi comuni – gli immigrati tutti buoni e onesti, o tutti ignoranti e disposti ad umiliarsi, ma anche i cittadini francesi tutti evoluti e di mente aperta, o i volontari tutti intrisi di santità. E la conclusione, che non anticipiamo, non è affatto compiacente. Ciò che rende il film valido, però, al di là della capacità di portare all’attenzione del pubblico in una forma narrativa convincente un problema sociale assai attuale e finora male affrontato dal cinema, è il taglio estremamente personale del racconto, che è la testimonianza universale di come un incontro possa cambiarci la vita, possa avviare ognuno di noi lungo il cammino verso una maggiore consapevolezza, verso un impegno più profondo, e anche verso una maggiore cura della nostra anima, per usare una parola grossa. Simon, che mette in gioco se stesso e le sue sicurezze, ritrova a poco a poco la dignità di essere umano, e a ben guardare anche quella di maschio, annichilita da una pressione sociale che spinge al conformismo e all’appiattimento degli impulsi vitali, compresa la (sana) aggressività maschile. La sua graduale uscita dall’isolamento non è solo una scelta caratteriale ma la ribellione a quella involuzione culturale che spinge tutti verso l’individualismo più meschino e costituisce un piccolo trionfo della parte migliore della natura umana, quella che tende alla solidarietà e non all’homo homini lupus. A poco a poco, nella trasformazione anche fisica di questo ex atleta vincitore di premi e medaglie che all’inizio del film cammina curvo su se stesso, come un pugile suonato dalla vita, appare evidente che certe scelte rischiose e costose fanno bene al corpo e allo spirito, e forse potrebbero raddrizzare anche certe nazioni ripiegate sul proprio egoismo.
Da Europa, 12 dicembre 2009

Benvenuta l’ora della redenzione
di Michele Anselmi Il Riformista
Certo il regista, Philippe Lioret, non va giù leggero. Azzarda che nella Calais odierna «aiutare un clandestino è come nascondere un ebreo nel 1943». Sarà anche per questo che Welcome, titolo ironico-brechtiano da prendere per antifrasi, è diventato un caso politico e commerciale in Francia, incassando 10 milioni di euro. Certo ciò che si vede fa impressione. Preso d’assalto dagli immigrati in transito verso la Gran Bretagna, Calais è diventato un banco di prova per Sarkozy, pure citato in tv. “Tolleranza zero”, quindi: sicché finisce in carcere chi facilita il soggiorno a quei poveracci. Uno di questi è Bilal, un curdoiracheno di diciassette anni. Ha impiegato tre mesi per arrivare fin lì, nella speranza di varcare la Manica e ritrovare l’amata Mina. Bilal le prova tutte, anche rischiando di soffocare nel camion, ma lo beccano. Disperato, decide di attraversare a nuoto quel tratto di mare gelido, infestato di correnti. Ma lui sa giocare a pallone, sogna il Manchester United, nell’acqua sta appena a galla. Così trova un maestro di nuoto nello scorticato Simon, ex campione alle prese con un divorzio doloroso dalla moglie engagé, una vita indurita dall’indifferenza. Il film racconta l’incontro di queste due solitudini nell’ostile Calais: non finirà bene, però il francese, ormai legato al ragazzo da un sentimento quasi paterno, saprà uscirne migliore. Toccante ma non piagnone, recitato con ruvida intensità da FiratAyverdi e Vincent Lindon, Welcome è una storia di redenzione. Ma ci dice anche quanto sia pericoloso ridurre gli uomini a numeri.
da Il Riformista, 12 dicembre 2009

La vita degli extracomunitari nel film intimista con Lindon
di Gian Luigi Rondi Il Tempo
Due autori, due solitudini. Da una parte c’è Simon, insegnante di nuoto a Calais, affranto all’idea che la moglie, cui è molto legato, voglia divorziare. Dall’altra, Bilal, curdo di diciassette anni che, in fuga dall’Irak, ci ha messo tre mesi per arrivare a Calais da cui spera di raggiungere in Inghilterra la ragazza di cui è innamorato, là emigrata con tutti i suoi. Però non ha documenti e nell’accogliente Francia – quasi come in Italia – le leggi contro i clandestini sono così severe da comminare cinque anni di carcere anche solo a chi li soccorre.
Bilal conosce Simon perché, visti falliti tutti i suoi tentativi di arrivare in Inghilterra, ha deciso di raggiungerla a nuoto, attraverso la manica. Prima Simon, preso solo dai propri problemi, non lo prende sul serio poi, anche un po’ perché la moglie fa volontariato e si batte contro quelle leggi inique sull’immigrazione, gli presta ascolto, gli si affeziona e, pur duramente richiamato dalla polizia, cerca in tutti i modi di aiutarlo a ottenere il suo scopo. Ma la meta di Bilal è di quelle che non si raggiungono.
Cifre quiete. Ai limiti del non detto. Ce le propone un regista francese, Philippe Lioret, con una dignitosa carriera alle spalle, qui molto attento, anche quando il dramma si fa avanti, a privilegiare i toni semplici, senza mai forzature, nemmeno quando, con deciso impegno civile, affronta il tema dell’immigrazione clandestina e della durezza con cui la si combatte (il titolo, ironicamente allusivo, cita il «welcome» di benvenuto che campeggia su uno stuoino di fronte all’appartamento di uno sfegatato razzista).
Predominano i sentimenti. L’amore deluso di Simon per la moglie, l’amore ardente di Bilal per la ragazzina che lo aspetterà invano, già separata da lui non solo dalla lontananza ma da una famiglia intenta ad imporle un destino diverso. I modi sono quasi intimisti, i caratteri sono disegnati privilegiandovi in mezzo sfumature sottili. Ci vien detto tutto, ma sempre quasi di riflesso. Commuovendo in modo asciutto. Come Simon c’è Vincent Lindon. Gli anni l’hanno dotato di una fisionomia forte e segnata. Con intensità.
da Il Tempo, 8 dicembre 2009

Ma perché noi non riusciamo a fare film così?
Nella Francia di Sarkozy, aiutare persone irregolari ora è reato, e il cinema francese risponde con prontezza e connette tutti gli elementi di denuncia che, cuciti in un film come Welcome, non possono che far vacillare anche i più convinti.
Philippe Lioret costruisce una storia che affonda le radici nel reale: con la macchina da presa descrive cosa sono disposti a fare i giovani immigrati irregolari di Calais per oltrepassare la Manica; quanto sono disposti a pagare per rischiare di morire soffocati da un sacchetto che loro stessi si sono calati sulla testa. Ma accanto alla realtà del contesto, accanto alla fotografia dell’infernale “giungla” di Calais, il cinquantaquattrenne regista di Mademoiselle e L’Equipier fa quello che deve fare il cinema: racconta una storia, e la racconta con sentimento e autenticità, rendendo il suo messaggio di denuncia assolutamente efficace.
Bilal, curdo d’Iraq, ha sedici anni e ha camminato per tre mesi perché a Londra Mina lo aspetta; Simon (meravigliosamente interpretato da un intensissimo Vincent Lindon) ha superato i cinquanta, fa l’istruttore di nuoto nella piscina comunale di Calais e non è riuscito neanche ad attraversare la strada per fermare Marion, la donna che ama, che lo ha lasciato. Dopo un tentativo fallito di varcare la frontiera, Bilal chiede aiuto a Simon per tentare l’attraversamento della Manica a nuoto, ultima chance per avvicinarsi a Mina. Dieci gradi per dieci ore e il rischio di morire, ma per amore. L’incontro con Bilal riscalda il cuore indurito di Simon che decide di sfidare le regole, alla ricerca di una nuova possibilità anche per sé.
Un progetto che nasce dalla frequentazione sul campo, dall’incontro a Calais con i volontari, dalle testimonianze dei clandestini (tutti molto giovani), disposti a tutto pur di raggiungere l’Inghilterra. In una Calais umida e morsa dal gelo d’inverno, dove di notte i tir brulicano lungo un intricato sistema vascolare, Lioret racconta la discriminazione e le conseguenze dell’applicazione dell’articolo 1 della legge 622 sull’immigrazione, voluta da Sarkozy, in cui riecheggiano antiche eco: la denuncia per chi aiuta i perseguitati. “…Quel che accade oggi, mi ricorda quel che è accaduto durante l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino oggi è come aver nascosto un ebreo nel ’43…”; ed è subito indignazione e polemica, e per il Ministro dell’Immigrazione è un paragone inaccettabile.
Nel film di Lioret non sono necessari proclami o denunce dirette né serve tirare in causa chi ha voluto questa legge (Sarkozy compare per qualche secondo in uno zapping) perché ben più forte é il racconto delle sue conseguenze. La macchina da presa di Laurent Dailland (Il gusto degli altri, L’enfer) stringe, con raffinata ma mai ricercata maestria, sul racconto d’amore e d’amicizia di Bilal e Simon e allarga sui varchi del porto dove la polizia controlla con i cani e apparecchi rivelatori la presenza dei clandestini nei rimorchi, mentre la musica di Nicola Piovani fa da punteggiatura.
Una storia che fonde visivamente realtà e poesia, che commuove profondamente e che scalfisce anche lo spettatore più resistente. Da non perdere.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Bilal è un ragazzo curdo che deve andare in Inghilterra per lavoro e per amore, ma al porto di Calais si scontra con le dure leggi francesi contro la migrazione clandestina. Un insegnante di nuoto gli dà una mano, logisticamente e insegnandogli a nuotare per attraversare la Manica…

Come sembra chiaro, aprendo un po’ gli occhi e leggendo i giornali, l’Europa veleggia all’apparenza indolente verso una sorta di neo-razzismo e xenofobia che striscia dai suoi abitanti ed esplode fino ai suoi governanti. Così, dai regolamenti sull’immigrazione al blocco dei minareti si passa per una legge francese secondo la quale chi aiuta, in ogni modo, un clandestino, è passibile di carcere fino a cinque anni. Da qui, da questo rigurgito di collaborazionismo, parte Philippe Lioret per il suo settimo film, tutto ambientato su quel crogiolo e passaggio per l’Inghilterra che è il porto di Calais.
Un dramma civile e umano, ma anche storia d’amore e d’amicizia, che la sceneggiatura del regista con Emmanuel Courcol e Olivier Adam rende un prodotto a metà strada tra il cinema post-coloniale e il racconto impegnato.
Riflettendo sui concetti di solidarietà e ospitalità (l’ironica inquadratura dello zerbino del vicino di casa), il film si centra su alcuni motivi e concetti cardine dei quali indaga le diversità in senso etnico e culturale: il valore dell’acqua, il contatto della pelle, il respiro – quello per nuotare e quello attraverso una busta per non farsi scoprire – e soprattutto la metafora della testa abbassata, per l’insegnante di nuoto il suo punto debole, sintomo di una personalità debole, ma per Bilal l’unico modo per poter scappare dai persecutori e arrivare alla sua metà. Opposizioni che trovano sbocco anche cinematografico nel bel montaggio alternato tra i protagonisti mentre il ragazzino cerca di realizzare la sua impresa.
Unico neo di un film solido, necessario, intelligentemente concepito è la scelta di rendere protagonista – nonostante il nucleo drammaturgico – il personaggio occidentale, mossa utile per l’identificazione dello spettatore ma che limita le capacità di analisi anche filmica dei temi scelti. Per contro, proprio la costruzione di Simon è degna di menzione, essendo un personaggio forte, intenso, convincente, che sa tenere il polso della vicenda anche al di là delle capacità di Lioret, onesto fautore di un cinema d’impatto sociale (e infatti le polemiche in patria non sono mancate), abbastanza intelligente da plasmare un personaggio così sulle fattezze quotidiane e vivide di un ottimo Vincent Lindon. Qualcuno ha azzardato il paragone con Jean Gabin: troppa grazia, forse, ma rende l’idea.
di Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

Welcome si muove all’interno del cinema d’impegno sociale e di denuncia, un cinema che – Ken Loach insegna – può conoscere talora approssimazioni e forzature manichee, laddove a imporsi è soprattutto l’urgenza del messaggio politico ed etico che si intende far passare tra le maglie del racconto.
Autore sin qui di cinque pellicole di taglio intimista (Mademoiselle, l’unico dei suoi film giunto sugli schermi italiani, era illuminato dalla presenza di Sandrine Bonnaire e Jacques Gamblin), Philippe Lioret ha avuto l’accortezza di eludere le tentazioni dell’enfasi tribunizia, e non ha rinunciato affatto al coté spettacolare e romanzesco, garantendo in tal modo alla pellicola una sicura forza espressiva.
Incanalando il tema dell’immigrazione clandestina all’interno dei codici del dramma passionale, il regista francese ha saputo tener desti l’interesse e la commozione nello spettatore sì da consentirgli di scoprire e comprendere una realtà sconvolgente, profondamente ancorata all’attualità.
Si delinea così l’affresco di un contesto ambientale devastato, una città di frontiera (Calais) dove i quartieri del centro, abitati dalla gente perbene che ha deciso di non vedere e non sapere, confinano con il desolato squallore della “giungla”, la zona prossima al porto, una terra di nessuno in cui si ammassano centinaia di immigrati irregolari, una massa di disperati che trascinano per settimane e mesi un’esistenza grama nell’attesa incerta di raggiungere come che sia la costa inglese.
La scoperta di questo scenario intristito avviene, si diceva, attraverso l’elemento romanzesco. Il film descrive allora la storia di un incontro “impossibile”, il rapporto d’amicizia tra due uomini diversissimi per età, cultura, condizione sociale, carattere, ma che si scopriranno accomunati dalla medesima dolorosa solitudine.
Simon, il personaggio dinamico del racconto (un eccellente Vincent Lindon), compie, nel film, un percorso di maturazione, un itinerario di riscatto che, da una condizione iniziale di passiva indifferenza, di inerzia, di abulia esistenziale, lo condurrà al rifiuto del pregiudizio e all’accettazione del rischio: alla risoluzione di aiutare sino in fondo il giovane curdo, anche a costo di varcare i limiti della legge. Una scelta, la sua, dettata in parte da ragioni egoistiche (la speranza di riconquistare la stima della donna amata), ma su cui agiscono altre esigenze, e più profonde: la compassione verso il povero Bilal, innanzi tutto. Ovvero la compassione istintiva di un uomo smarrito, confuso, lacerato dal dolore, che nella sofferenza dell’altro, del diverso, sa riconoscere la propria stessa sofferenza.
Ed è proprio a partire da questo riconoscimento che Simon decide di schierarsi dalla parte dell’umano, manifestando, nell’opporsi all’ingiustizia del sistema, la stessa ostinazione e la stessa “irragionevolezza” del suo giovane protetto.
Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

Non un manifesto politico, non una denuncia, ma una ricerca sulle possibili motivazioni di un’ipocrisia dilagata tra i cittadini dell’Europa Occidentale, tanto moralisti sulla solidarietà, quanto poi insensibili ai fatti. Il francese Philippe Lioret non la manda certo a dire con il suo Welcome, ironico titolo per un film che mostra uno spaccato reale di un paese dove è stato istituito il reato di solidarietà e dove l’amicizia tra un ex-nuotatore divorziato e un clandestino iracheno è costretta a svilupparsi nell’illegalità.
“Non voglio generalizzare”, ha dichiarato il regista presentando a Roma il suo film, “ma c’è davvero un populismo dilagante che mi interessava indagare. Un film non deve avere una funzione specifica, né mandare dei messaggi. Per quelli esiste la posta. Nelle proiezioni cui sono stato presente, tutti condividevano gli argomenti di cui parlavo, ma almeno la metà avevano probabilmente votato questo governo, altrimenti non si spiegherebbe la sua vittoria alle elezioni. La verità è che abbiamo tutti istinti bassi e oscuri, ma al giorno d’oggi i media sembrano mirare a tirare fuori proprio quel peggio che è in ognuno di noi. Fanno venire fuori la nostra parte più populista, ecco perché il mio film non è un atto di ribellione, ma un atto civile e di coscienza”.
Welcome in Francia ha avuto molto successo e ha scatenato un acceso dibattito che ha portato un ministro a criticare duramente le parole di Lioret, che a suo tempo aveva paragonato le leggi sull’immigrazione in Francia a quelle che negli anni del Nazismo obbligavano a non prestare assistenza agli ebrei. “Sì, si trattava del Ministro dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale. È stato istituito da Sarkozy, prima non c’era. Ci tengo a sottolineare che abbiamo questo Ministero, è servito a conquistare molti voti. Pensate che il signore in questione prima era un socialista e poi ha cambiato schieramento appena ha visto da che parte tirava il vento. Per screditare il film ha usato quella mia frase facendomi passare da antisemita, ma io volevo solo dire: attenzione, tutto cominciò così”.
Quello che comunque il regista cercava era una storia che non solo fosse socialmente impegnata, ma che avesse anche un “grande impatto drammaturgico”. L’ha trovata nel rapporto tra due uomini che “si scontrano contro l’ordine assurdo di questo mondo”. “L’argomento che ho voluto trattare”, spiega meglio Lioret, “è l’incontro tra un uomo di 50 anni e un ragazzo di 17 anni, accomunati dal fatto che per entrambi la preoccupazione principale era la stessa: ritrovare la donna amata. In effetti gli argomenti fondamentali del film sono l’amore e se si ama per noi stessi o per gli altri”.
Lioret racconta anche un ulteriore aneddoto sulla superficialità di una politica che, per propria fortuna, non ha ostacolato la lavorazione del film: “Se arriva una troupe televisiva si spaventano tutti, ma una troupe cinematografica è più simile ad un circo, quindi abbiamo subito simpatizzato sia col sindaco che col prefetto. Al prefetto piaceva quello che facevamo, ha letto il copione ma credo pensasse fosse una storia d’amore. Non deve averne colto bene il senso perché poi quando venne alla proiezione e vide tutto il film, scorgendo il suo nome tra i ringraziamenti nei titoli di coda, divenne bianco cadaverico e fuggì subito via”.
Infine il regista si lancia anche in un’accusa contro l’industria cinematografica europea, sempre più incapace di esportare i propri prodotti e chiusa nei propri confini nazionali: “Nei festival non mi interessano i premi o il concorso, quanto che i distributori vedano il film. Questo perché oggi i distributori non vanno più a vedere i film, non li scoprono, ma si affidano ai selezionatori dei festival, che quindi decidono ormai il destino di molte pellicole. Il cinema è sempre più chiuso in se stesso e questa è una situazione drammatica. I francesi hanno a lungo conosciuto la quotidianità degli italiani attraverso i grandi film degli anni ’70 e ’80. Oggi non ci conosciamo più così bene tra di noi ed è un gran peccato”.
di Diego Scerrati, da “moviesushi.it”

La forza sovrumana dei più deboli
Si muovono intorno a noi, la maggior parte cercando di non infastidirci, di rimanere presenze invisibili, camminando in punta di piedi su una terra per molti versi inospitale. Si muovono intorno a noi e noi preferiamo ignorarli o li guardiamo senza vederli. Evitiamo i loro sguardi perchè potrebbero indurci a riflettere, instillarci un fugace senso di colpa. Sono i clandestini, queste ombre che vengono da paesi lontani dopo aver attraversato mari, deserti ed esperienze di ogni tipo, trattati come pacchi da chi si arricchisce sulla loro pelle. Di uno di loro racconta Philippe Lioret, ma la storia di Bilal è la stessa di centinaia, di migliaia di persone come lui che, arrivate a Calais, in Francia, cercano in ogni modo di raggiungere il loro Eldorado, la vicina Inghilterra. Li separa “solo” il canale della Manica, un tratto di mare che, volendo osare, potrebbe essere affrontato anche a nuoto.
Qualcuno nella realtà ci ha provato, e ci prova il protagonista di Welcome. In questo disperato tentativo il ragazzo ripone tutte le speranze di raggiungere Mina, di cui è innamorato, prima che la giovane venga data in sposa a un altro, secondo le tradizioni del suo paese d’origine. Ma non sta nell’avventura il senso di questo film coraggioso, intenso, coinvolgente che in Francia è diventato un caso, perchè con scarsi mezzi pubblicitari ha già incassato 10 milioni di euro. Il tema è di un’attualità scottante, la legge voluta da Sarkozy contro i clandestini costringe i francesi, soprattutto quelli che abitano nei pressi del punto nevralgico di Calais, a non avere alcun rapporto con loro, pena il carcere fino a cinque anni. Le ombre di cui parlavo prima vengono dichiarate invisibili, intoccabili, inavvicinabili per legge, da uno Stato che chiude vigliaccamente gli occhi sul problema e pretende che anche i suoi cittadini facciano lo stesso.
Ma nel film (come nella realtà) non tutti accettano di essere così crudamente ipocriti. Come si fa a riconoscere a queste persone lo status di rifugiati, ammettendo quindi che fuggono da situazioni di guerra e carestia e poi isolarli come appestati? Il regista Loiret non le manda a dire: . Queste dichiarazioni hanno suscitato molte polemiche tanto che è intervenuto il ministro dell’Immigrazione in persona, ma il regista di Welcome ha ribadito che i meccanismi repressivi messi in atto dal governo francese assomigliano a quelli del periodo nazista.
Nel film Simon è un uomo chiuso in se stesso, scontento della propria vita personale e professionale che, per dimostrare alla ex moglie di non essere insensibile come pensa lei, cerca di aiutare il giovane Bilal, a cui sta dando lezioni di nuoto. Lo consiglia, lo sostiene, lo ospita in casa sua per qualche tempo, finendo per venir denunciato dal vicino, quello più intollerante e cattivo, che però sullo zerbino del suo appartamento ha scritto “Welcome”. Con la pessima legge Sarkozy, la delazione funziona come ai tempi della caccia agli ebrei… Simon viene portato al posto di polizia, interrogato, controllato e diffidato dal continuare a frequentare il profugo curdo ma tra lui e Bilal è nata un’amicizia, un rapporto di fiducia che non arretra di fronte alle minacce di uno Stato dalla faccia dichiaratamente xenofoba. L’uomo sente di dover proteggere il ragazzo dalla sua stessa irruenza, la voglia di arrivare a quella meta rincorsa, desiderata, sognata, soprattutto dopo che la sua giovane fidanzata gli ha chiesto aiuto, rischia di metterlo in serio pericolo.
Welcome è un film duro e al tempo stesso delicato che conquista per la paradigmaticità della storia ma anche per la forza delle emozioni messe in circolo. I protagonisti si delineano in modo semplice, lineare, onesto, e così il loro legame. Bilal risveglia in Simon l’istinto paterno e trova in quel burbero istruttore di nuoto una figura protettiva, una mano tesa nel vuoto di affetti della sua vita da profugo.
di Roberta Folatti, da “cineboom.it”

Libertà, uguaglianza e fratellanza violate
Welcome, ultimo lungometraggio di Philippe Lioret è stato presentato all’ultimo Festival di Berlino nella sezione Panorama. Accolto con ben quindici minuti di applausi, ha ottenuto il Premio del Pubblico, il Premio Label Europa Cinemas e il Premio della giuria Ecumenica. Per la scottante attualità dei temi che vengono affrontati con grande sensibilità dal suo regista, la pellicola promette davvero molto bene anche qui in Italia, visto lo straordinario successo già ottenuto in Francia con un incasso di oltre dieci milioni di euro.
Il film nasce come conseguenza della forte polemica scaturita dopo la promulgazione in Francia della legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, il cui articolo L622/1 stabilisce che tutti i cittadini francesi che prestino il proprio aiuto a dei clandestini, vengano puniti con cinque anni di reclusione.
A pochi giorni dall’uscita di Welcome in Francia, il regista Philippe Lioret ha dichiarato che ciò che sta accadendo nell’attualità dei nostri tempi (ogni giorno a Calais migliaia di clandestini tentano di imbarcarsi su navi mercantili per dirigersi in Inghilterra) ricorda i tristi eventi della Seconda Guerra Mondiale in Francia, durante l’occupazione tedesca, quando era assolutamente vietato nascondere o aiutare un ebreo. E così Lioret, in risposta al Ministro dell’Immigrazione Eric Besson, la cui replica definiva inaccettabile il paragone con la Shoah, ha confermato la sua posizione chiarendo il punto della sua provocazione. L’intenzione infatti non era quella di mettere in parallelo le due situazioni, piuttosto di far notare che i rispettivi meccanismi repressivi stranamente si assomigliano.
La trama che Lioret ha messo in scena racconta proprio una storia simbolo di questa attualità così grave, quella di un giovane curdo, Bilal, che attraversa l’intera Europa per raggiungere la sua ragazza che vive in Inghilterra e che vuole sposare. Dopo aver fallito nel vano tentativo di passare il confine, il ragazzo comprende che l’unico modo per riuscire nel suo intento è di attraversare la Manica a nuoto e per questa ragione chiede l’aiuto di Simon ( Vincent Lindon), istruttore in una piscina comunale a Calais, il solo in grado di poterlo allenare per questa impresa tanto ardua. E sono proprio il sogno impossibile di Bilal e il sentimento d’amore che egli prova nei confronti della sua fidanzata, ad accendere in Simon (all’inizio un po’ schivo) la voglia di aiutare questo ragazzo, arrivando a violare la legge ed a correre il rischio di essere arrestato.
Una trama commovente per raccontare un fatto di cronaca molto imbarazzante per la Francia , il cui motto di bandiera (libertà, uguaglianza e fratellanza), è in questo momento costantemente violato a causa del vergognoso atteggiamento che lo Stato sta adoperando nei confronti degli emigrati. Philippe Lioret ha lasciato una dichiarazione affermando: “ Non ho mai fatto un film per ragioni politiche ma se questa legge cambiasse anche grazie a Welcome, sarebbe davvero un motivo d’orgoglio”. Non resta altro che legarci spiritualmente a questo accorato appello.
di Lavinia Bassani, da “nonsolocinema.com”

“Io penso che per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”.
Si sarebbe propensi a credere che nessun essere umano dotato di un minimo di raziocinio possa mai fare una dichiarazione del genere; poi ci si sveglia una mattina e si apprende che tali parole sono state pronunciate da un esimio Ministro della nostra Repubblica, nel 2009.
E allora la tua mente corre veloce, e ricordi che c’è il sindaco di una nobile città del NordEst (che in tempi appena trascorsi tante braccia ha fornito all’immigrazione italiana) che ha fatto rimuovere le panchine dai parchi pubblici, per impedire agli immigrati senza tetto di sedersi ad “oziare tutto il giorno”.
E poi rammenti che una distinta signora che amministra una grande città del Nord, invocando emergenze inesistenti, si è molto adoperata per far sgomberare un campo abitato da circa 200 rom (in maggioranza donne, vecchi e bambini) di nazionalità rumena, mandando le ruspe del Comune a radere al suolo l’accampamento, per continuare l’opera, il giorno dopo, facendo sgomberare con la forza la ex caserma dove alcuni di loro si erano rifugiati.
E poi ti sovviene che gli abitanti di un ridente paesino “padano” hanno deciso di trascorrere un “White Christmas”. No! non un Natale nella più classica delle tradizioni nordiche, con tanto di neve, slitte e Babbi Natale. No! proprio un “Natale di razza bianca”, nel senso che cacceranno via tutti i neri (e gli irregolari) che risiedono nel loro paese, per trascorrere le festività all’insegna dell’incontaminata cultura lombarda, e al riparo dall’inquietante presenza di miscredenti che possano turbare il mistico taglio del panettone.
E allora rifletti che, se ancora non è stato colmato il divario Nord-Sud, che, se si guarda ancora con disprezzo ad una parte del nostro paese (salvo poi andarci a passare le vacanze estive), che, se il termine “terrone” viene ancora usato con intenti dispregiativi, forse il razzismo che ha attecchito nel nostro paese ha radici più profonde di quello che vogliamo credere, forse ce lo portiamo dentro come eredità del regime autoritario che figura nel nostro passato, o forse è l’idea che abbiamo di essere il centro del mondo, che si accompagna all’idea di essere superiori agli altri, senza immaginare che invece sono proprio le persone più fragili che hanno bisogno di attaccarsi all’identità personale.
Come se il vivere fosse difendersi dagli altri.
Poi arriva un film e scopri un quadro inquietante (se questa può essere una consolazione): scopri che non siamo da soli, che c’è chi ci fa ottima compagnia, che non ci fa vergognare fin dentro il profondo e non ci fa sentire gli unici in preda della barbarie.
Guardi i telegiornali e scopri che oltralpe non si permette la costruzione di qualche minareto (decisione che fa indignare perfino il Vaticano), e apprendi che anche nella Francia di Sarkozy la clandestinità è un reato, e che coloro che aiutano un extracomunitario irregolare rischiano pesanti sanzioni penali.
Se tutto tace, se le coscienze si sono assopite riguardo un problema che riguarda da vicino la nostra umanità, tocca ancora una volta alla cinematografia farsi carico di un messaggio di solidarietà e accoglienza, che diventa un messaggio di armonia verso noi stessi.
Philippe Lioret, autore del film-caso “Welcome”, si è assunto questo compito, perché, dice: “Non c’è tempo da perdere, è importante fare oltre che pensare, e ognuno può dare il suo contributo, da politico, da uomo della strada, da artista, perchè nei prossimi anni una miriade di emigranti sarà sulle strade del mondo. La gente è poco informata, e in Francia (come del resto in Italia – ndr) l’unica legge che abbiamo contribuisce a peggiorare la situazione”.
Ed è ciò che succede in questo film, in cui un istruttore di nuoto decide di aiutare un giovane sans-papier, e la polizia interviene per punire l’uno e l’altro.
Il film è ambientato a Calais, un luogo dove la speranza diventa disperazione per i tanti clandestini che fuggono dal sud del mondo. Un luogo dove si raccolgono i diseredati della terra, che hanno attraversato fortuitamente mezza Europa e ora sono in attesa che qualcuno o qualcosa li aiuti a superare la Manica per raggiungere l’Inghilterra, la nuova terra promessa, il nuovo Eldorado, ignorando, evidentemente, che lì c’è stata la Thatcher (un po’ come coloro che vengono in Italia e ignorano che qui ci sono la Lega e Berlusconi).
Il film di Lioret denuncia non chi ha voluto questo stato di cose, ma le sue devastanti conseguenze, e per questo focalizza il suo racconto su una emozionante storia d’amore e di amicizia, di dolore e di tenerezza, di pregiudizi e di coscienze.
“Welcome” racconta la storia di due solitudini dolenti: quella di Simon, un maturo istruttore di nuoto, incasinato nei sentimenti e disilluso dalla vita, e il giovanissimo Bilal, un diciassettenne immigrato iracheno di etnia curda.
Il ragazzo ha lasciato il proprio Paese, in fuga dalla guerra e dalla paura, ma principalmente per raggiungere la sua fidanzatina emigrata con la famiglia in Inghilterra, prima di essere costretta a sposare il fidanzato-cugino impostole dal padre.
Per far questo intraprende un lungo viaggio attraverso l’Europa, per arrivare in Francia, dove la vita degli immigrati irregolari è stata resa veramente dura dalla politica di Sarkozy, nell’inferno di Calais, dove altri disperati come lui aspettano l’occasione propizia per riuscire ad attraversare la Manica e raggiungere quelle che una volta erano “le bianche scogliere di Dover”.
Un primo tentativo di varcare il confine, insieme ad altri clandestini, nascosto sul retro di un camion, rischiando il soffocamento con il sacchetto di plastica che lui stesso si è calato in testa per proteggersi dai gas di scarico e per eludere i rivelatori di presenze dei poliziotti, fallisce a causa dell’intervento dei cani della polizia di frontiera, perchè non è riuscito a sopportare il sacchetto di plastica che per lui rappresenta il ricordo dei giorni di detenzione e torture passati in un carcere turco, Spedito davanti ad un giudice, non può essere rimpatrito a cusa della minore età, ma si busca una severa diffida dal tentare di ripetere l’impresa.
Fallita la traversata su ruote Bilal si convince che l’unica possibilità concreta per tentare di raggiungere la Gran Bretagna, e la ragione del suo desiderio, è quello di attraversare a nuoto il canale.
Per riuscire nell’impresa, però, ha bisogno di imparare a nuotare e di un duro allenamento per essere in grado di affrontare 10 ore di traversata e il freddo delle acque della Manica. Si presenta allora alla piscina comunale di Calais, dove conosce Simon, l’istruttore di nuoto.
L’uomo ha abbondantemente superato la quarantina ed è stato campione francese di nuoto, ma le delusioni della vita, che gli si leggono in ogni piega del suo viso, lo hanno infiacchito al punto che non è riuscito neppure a trattenere, Marion, la donna cha ama e che lo sta lasciando.
L’incontro con Bilal, il suo coraggio, la sua determinazione nel tentare il tutto per tutto pur di riuscire a raggiungere il suo obiettivo, poco alla volta convinceranno Simon ad esporsi oltre ogni prudenza, cominciando a prendersi cura di lui, ospitandolo in casa come un figlio e facendosi denunciare alla polizia, ma riconquistando il rispetto della moglie, che lavora per un’organizzazione umanitaria a favore dei rifugiati, allorquando si accorge che l’ex marito sta aiutando un clandestino.
Il finale, forse un po’ troppo drammatico, lascia l’amaro in bocca e un groppo nella gola, ma tocca la corda dei sentimenti.
Diventato un caso in Francia, dove ha scatenato un fiume di polemiche e ha fatto infuriare il Ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale (ministero creato ad hoc da Sarkozy), “Welcome” (titolo chiaramente ironico e provocatorio, che riprende la scritta sullo zerbino posto sull’ingresso dell’appartameto del vicino di Simon, un individuo odioso e canagliesco che non si fa scrupoli di denunciare alla polizia il suo dirimpettaio) è un film vibrante e pieno di umanità, ma anche un documento di grosso impatto sociale.
Scelto per la serata inaugurale della sezione “Panorama” del Festival di Berlino 2009, il lungometraggio di Lioret riesce a coniugare brillantemente il politico e il sentimentale, mettendo in scena le forme di razzismo, che, neanche tanto sotterraneamente, serpeggiano in Francia (oltre al citato episodio del vicino di casa c’è la scena cruenta dello sgombero forzato degli immigrati nei pressi del porto e poi quella dell’addetto al supermercato che impedisce a due immigrati di entrare nel negozio), che si contrappongono alle struggenti storie d’amori impossibili dei due protagonisti (l’amore sofferto e tenace di Bilal per la sua Mina e quello dolente e sfiorito di Simon per la moglie ormai distante).
Simon e Bilal sono speculari l’uno a l’altro, due esseri umani l’uno di fronte all’altro, nudi nell’anima naufraghi dei sentimenti, ma uniti dallo stesso rimpianto per l’amore perduto o per l’amore lontano, che è poi la stessa cosa: il fallimento sentimentale dell’uno, “che non ha saputo attraversare la strada per fermare sua moglie”, amplifica e riflette la forza interiore dell’altro, deciso a tutto pur di salvare il suo amore; il dramma del ragazzo in fuga dalla guerra e da una vita senza futuro, si rispecchia nel naufragio della vita di Simon, che ha perso radici e senso etico.
A dominare la scena però è la bruciante attualità del tema che fa da sfondo alla vicenda: la discriminazione razziale e le conseguenze della legge francese sull’immigrazione con i suoi meccanismi repressivi, che il regista, con un paradosso (come lui stesso ha tenuto a precisare) ha paragonato alle persecuzioni ebraiche del ’43. Una realtà poco conosciuta o addirittura ignorata, fatta di disperazione e ingiustizia, di lotte contro le paure più profonde, di sfida contro una legge ignobile e assurda, di ribellione contro la fame, le persecuzioni e le guerre.
“Welcome” racconta veramente una storia difficile, alla quale le scelte stilistiche del regista conferiscono un forte accento di verità, grazie anche ad una fotografia che, prediligendo i colori blu- azzurrini, sospesi tra il malinconico e lo spettrale, riesce ad imprimere un costante senso di disagio e accentua la sensazione di sentirsi immersi con Bilal nel freddo gelido delle acque della Manica.
Il rapporto che si instaura tra Simon e Bilal è caratterizzato da dialoghi brevi, spesso bruschi. Poi man mano che il progressivo interessamento alle sfortune del ragazzo si fa più intenso, anche il dialogo cresce d’intensità e si fa più pacato sia negli sguardi che nei gesti, forse per quella voglia di paternità negata, forse per il coraggio ritrovato di avere rispetto per un altro essere umano, o forse per la volontà di aiutare Bilal che è anche la volontà di ritrovare se stesso, la sua umanità, i suoi sentimenti.
Simon è affidato al talento artistico di Vincent Lindon (in forma smagliante e probabilmente nella sua migliore interpretazione) che, con quei suoi occhi allargati dalla tristezza, riesce ad imprimere al suo personaggio tutta la forza e la sensibilità che il coinvolgimento emotivo ad un tema e ad una giurisdizione giudicata insopportabile, richiedono. Il successo dell’opera in Francia, secondo l’attore, è da attribuire alla cattiva coscienza degli spettatori, che “accorrono a vedere il film per consolarsi di aver votato male alle elezioni presidenziali del 2007”.
Bilal ha il volto pulito, fresco ed espressivo del giovanissimo curdo Firat Ayverdi, scoperto proprio in Francia da Lioret, dopo lunghe ricerche in varie parti d’Europa dove vivono grandi comunità di curdi. Ovviamente il giovane Ayverdi non era un professionista e le prime prove sono state quantomeno inusuali, ma “la sua intensità ed autenticità hanno fatto la differenza”, come ci tiene a precisare il regista.
“Vuole attraversare la Manica per rivederla e io non riesco ad attraversare la strada per fermarti”.
di Mimmot, da “filmscoop.it”

La denuncia è tanto intensa quanto taciuta.
Welcome vive di respiri trattenuti, telefonate segrete, emozioni costrette. E’ la clandestinità della sofferenza, relegata nel più intimo silenzio, la chiave con cui Lioret affronta il tema dell’immigrazione.
In una Calais tetra e tremendamente gelida, un mare d’acqua domina la profondità di campo, si affianca al sogno di Bilal, ne predispone la sfida, ma il tutto rimane così illusorio, una via di fuga che già dal principio presagisce il fallimento. Se ci rivolgiamo al nostro entroterra invece, trionfa la costrizione, ideologica, sociopatica, spaziale. Gli interni si sorreggono su una messa in scena rigida e chiusa, l’antitesi, purtroppo veritiera, allo sconfinato grigiore dell’acqua che si estende verso quella tanto amata terra promessa. Non avendo più sogni sui quali aggrapparsi, l’Occidente, quello che ha ancora qualcosa di umano dentro, quello di Simon, vive dei rimpianti, degli effetti della propria espiazione. Riaprirsi all’altro, soffermarsi sulle colpe nella speranza di una redenzione, è l’unica chiave per cercare un riscatto. Da una parte l’incoscienza di un amore desiderato, dall’altra la lenta presa di coscienza che questo amore ormai se n’è andato.
Se Simon si avvicina dapprima a Bilal per far bella figura nei confronti dell’ex-moglie (una volontaria nel campo), la sua intenzione piano piano acquisisce una connotazione più profonda. Attraverso il giovane si riaccende anche la speranza di fare pace con se stessi, perché sebbene Simon sappia di non poter cancellare il passato (emergono lentamente i tratti di un uomo irascibile e violento), vede in Mina un modo per darsi pace.
Lioret impagina un dramma con una forte identità. Certo, le digressioni divulgative, che sembrano scemare in situazioni tipiche, ci sono, come a voler ricordare la denuncia di fondo. L’autorità indifferente e spietata, il vicino di casa inacidito e pregiudizievole, il direttore del supermarket intollerante e razzista, e giù di lì, tutte “macchiette” che manifestano d’improvviso, ciò che è reso latente in tutto il resto del discorso. Quello che conta però è la trasparenza e solidità con la quale il regista tiene in considerazione il suo spettatore. Il messaggio arriva, è reso limpido, fruibile, non facendosi mancare allo stesso tempo delle rime interne poetiche: l’intima e silenziosa solitudine della realtà in opposizione all’assordante ribalta del sogno (guardate la funzione disturbante della televisione), il rovesciamento simbolico del valore dell’acqua, la sottrazione negli affetti (in un clima di profonda sofferenza, l’unico a piangere è il personaggio più indifeso, Mina) .
E’ un cinema che sa il suo perché, corretto ed educativo, in cui persino qualche enfasi “di troppo” (Cristiano Ronaldo, ancora giocatore del Man Utd e idolo di Bilal, punta il dito al cielo dopo una rete) trova una sua legittima collocazione.
Noi, pensando ad opere simili nel nostro panorama filmico, ci guardiamo intorno…
Marco Compiani, da “spietati.it”

Bilal, giovane curdo, ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l’Inghilterra. Dall’altra parte della Manica lo attende un’adolescente che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Fallito il tentativo di salire clandestinamente su un traghetto, Bilal è deciso ad attraversare la Manica a nuoto. Recatosi presso una piscina comunale incontra Simon, un istruttore di nuoto di mezza età prossimo alla separazione dalla moglie, amata ancora enormemente e in segreto. Colpito dall’ostinazione e dal sentimento del ragazzo, Simon lo allenerà e lo incoraggerà a non cedere mai ai marosi della vita. A sua volta Bilal aprirà nel cuore infranto di Simon una breccia in cui accoglierlo. Ma il mondo fuori è avverso e inospitale e l’uomo dovrà sfidare le delazioni dei vicini di casa e la legge sull’immigrazione che condanna i cittadini troppo umani e “intraprendenti” col prossimo.
Premiato dal pubblico a Berlino e campione di incassi in Francia, Welcome è un racconto morale che si interroga sul concetto di alterità e in cui è facile riconoscere i canoni dell’attualità. Polemizzando con la legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge sanzioni severe ai residenti colpevoli di cuore con la straniero, Philippe Lioret mette al centro del suo film l’Altro, un corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza una vera possibilità di integrazione. Come aveva già fatto con Tombés du ciel, film d’esordio del 1994, il regista francese riconferma la sua attenzione per la mercificazione delle vite nel complessivo processo di disumanizzazione dell’Europa contemporanea. Welcome, storia d’amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo, affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili. La sopraffazione del più debole è analoga a tutte le latitudini, compresa la democratica e “rivoluzionaria” Francia che “ospita” una teoria di convivenze rese difficili dai codici sociali e da paure ingiustificate. La coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, che sono l’humus in cui cresce e prospera l’intolleranza di una comunità verso una minoranza. Il coraggio del singolo, incarnato e interpretato da un intenso e dolente Vincent Lindon, sembra allora essere l’unica speranza contro la violenza delle istituzioni, raccontata non come attrito deflagrante ma come forza di inerzia, attraverso un logorio costante tra i personaggi.
Nella livida immobilità di fondo entrano in contatto e dialogano un uomo e un ragazzo, suggerendo un movimento paterno dell’uno verso l’altro e diminuendo “a bracciate” le distanze tra le parti. Il punto di incontro tra Simon e Bilal è rappresentato dall’acqua, elemento primitivo che innesca autentiche dinamiche relazionali e allo stesso tempo attende e accoglie la risoluzione del dramma. Il giovane curdo, in cerca di una patria e di un amore, è per il francese l’annuncio di una possibilità, la possibilità di ogni essere umano di ritrovare se stesso e l’altro.
di Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

NOTE DI REGIA di Philippe Lioret

Il Messico francese…
Il progetto di Welcome nasce dalla forte attrazione che ho provato da subito verso questo particolare soggetto, dedicato a uomini in fuga dai propri paesi d’origine e determinati a raggiungere quell’Eldorado che l’Inghilterra rappresenta ai loro occhi. Dopo un viaggio improbabile, essi si trovano bloccati a Calais – frustrati, maltrattati e umiliati – a pochi chilometri dalla costa inglese, che riescono persino a vedere in lontananza. Parlandone una sera con lo sceneggiatore Olivier Adam, ho capito come quel posto fosse la nostra “frontiera messicana” e che sarebbe bastato scavare un po’ per ricavarne una storia di grande impatto drammatico.

Ricerche sul campo
Insieme a Emmanuel Courcol ho contattato le organizzazioni non profit che fanno il possibile per aiutare queste persone, quindi siamo partiti per Calais. Per parecchi giorni, durante un inverno ghiacciato, abbiamo seguito i volontari di queste organizzazioni, venendo a contatto con la vita infernale dei rifugiati: la “giungla” dove trovano riparo, il racket delle estorsioni dei contrabbandieri, le infinite persecuzioni da parte della polizia, i centri di detenzione, i continui controlli dei camion dove stanno ammucchiati per riuscire a imbarcarsi sul traghetto e dove rischiano la vita per sfuggire alle ispezioni… Quello che ci ha sorpreso di più è stato l’età dei rifugiati: il più vecchio non aveva 25 anni. Quando abbiamo parlato con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti di loro, come tentativo estremo, hanno provato ad attraversare la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese da quanto avevamo visto che in macchina non abbiamo scambiato neanche una parola…

Io e Vincent
Quando ho parlato a Vincent Lindon del soggetto, mi ha detto che avrebbe fatto il film anche senza leggere la sceneggiatura. Vincent è un uomo dal cuore d’oro e credo che, al di là del personaggio di Simon, gli piacesse l’idea in sé di imbarcarsi in questo progetto. Certo, le persone che ci conoscono entrambi temevano che ci sarebbero stati attriti sul set. Tuttavia, lavorando con lo stesso obiettivo, si è creata una chimica eccezionale tra di noi, che ha influenzato positivamente il risultato finale. Vincent è un attore capace di comunicare delle emozioni con un semplice movimento o una postura: spesso, grazie a lui, si può fare a meno di una frase intera. È un perfezionista ed è sempre disposto ad ascoltare. So che a film concluso è buona educazione parlar bene di tutti, ma lo dico sinceramente: con Vincent è stato uno splendido incontro, sia sotto il profilo umano che artistico. Faremo altri film insieme.

Trovare Bilal
Trovare un attore per Bilal è stato come trovare un ago in un pagliaio. Mentre scrivevamo il suo personaggio, un diciassettenne che parla solo curdo e inglese e che dovrebbe reggere il film sulle spalle insieme a Vincent, ci sono venuti i sudori freddi: neanche sapevo se un tipo del genere esistesse da qualche parte nel mondo. Con Tatiana Vialle, responsabile del casting, abbiamo viaggiato per settimane da Berlino a Istambul, da Londra alla Svezia, dove vivono grandi comunità di curdi. Alla fine, abbiamo scoperto Firat proprio in Francia. Ovviamente non era un professionista e le prime prove erano… qualcosa di inusuale. Ma aveva un’intensità e un’autenticità che hanno fatto la differenza.

La ragazza della porta accanto
Audrey Dana è quella che si dice una “ragazza della porta accanto”, ossia l’esatto opposto della “starlet”. Mi ci è voluto un po’ per trovarla. Avevo bisogno di una donna credibile come insegnante di scuola media che andasse a servire alla mensa dei rifugiati per un semplice spirito umanitario. Non volevo tuttavia che apparisse come una “suffragetta” militante, quanto piuttosto come una donna che sta bene con se stessa e che possiede un’innata e sincera generosità. Audrey ha questa generosità.

Luoghi reali
La piscina pubblica è quasi un personaggio essa stessa e agisce da catalizzatore della storia: non solo evoca il fallimento della carriera di Simon come nuotatore, ma è anche dove Bilal impara a nuotare con la speranza di attraversare la Manica. È molto importante per me filmare nei posti dove l’azione ha luogo davvero. Quando giri in posti reali, racconti meglio qualsiasi vicenda: le strade di Calais, il porto gigantesco, la spiaggia di Blériot, il continuo andirivieni dei traghetti… tutte queste atmosfere conferiscono autenticità al film. Proprio per far risaltare l’aspetto realistico, il produttore Cristophe Rossignon e io abbiamo deciso di non andare a girare in Repubblica Ceca o in Romania, come spesso succede per questioni di budget. E il film ne ha risentito molto positivamente.

Il cartellino del prezzo
Non ci sono moltissime opzioni nella scelta dell’inquadratura più adatta a una scena e bisogna prendere la decisione giusta. Passo il mio tempo chiedendo agli attori di essere autentici, ma, a suo modo, anche la cinepresa può rischiare di essere “falsa”. Se in una scena si nota troppo e i suoi movimenti sono accessori, uno pensa: “Ok, questa è finzione”, e io credo che invece di guadagnare, si perda qualcosa. Come spettatore, quando mi piace un film è come se ricevessi un regalo. Ma se il lavoro che c’è dietro è troppo evidente, mi sembra quasi che ci abbiano lasciato sopra il cartellino del prezzo.
da “wuz.it”

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