Uomini di Dio

“Gli uomini non fanno mai il male così completamente ed entusiasticamente come quando lo fanno per convinzione religiosa.” (Blaise Pascal, da Pensees, 1670) “Degli uomini e degli dei”, accolto con grande calore dal pubblico all’ultimo Festival di Cannes, dove è stato premiato con il Gran Premio della Giura e con il Premio della Giuria Ecumenica, è uno dei film in concorso che vengono proiettati nella rassegna Cannes e Dintorni.
Il regista Xavier Beauvois racconta, con potenza, una storia vera e dolorosa, dal punto di vista umano, tragica per l’umanità.
Nel mese di maggio del 1996 sette monaci trappisti, in circostanze ancora oggi poco chiare, furono rapiti e assassinati a Tibhirine (Algeria). Un fatto drammatico: all’inizio si ritenne che i responsabili fossero i membri del gruppo islamico armato (gia), poi si parlò di un errore dell’esercito algerino.
“È difficile trovare persone capaci di amare così tanto il prossimo – ha chiarito il regista Beauvois – ed è proprio questo che mi ha spinto a realizzare il film. Viviamo in una società fondata sulla velocità, ma io credo che la gente sia abbastanza intelligente per compiere uno sforzo e capire un mondo fatto di contemplazione e lentezza». E le due ore, di un film che sarà anche realizzato con riprese troppo documentaristiche, scivolano via senza che il pubblico, incollato alla poltroncina, se ne accorga. Allo scorrere dei titoli di coda restano due cose: la commozione e la convinzione che la convivenza pacifica tra religioni non sia un’utopia.
Degli uomini e degli dei parte tre anni prima la tragedia. Il film racconta la storia di questo gruppo di sette Monaci trappisti, che si è installato da decenni sui monti dell’Atlante algerino. Qui vivono pacificamente secondo le semplici e amorevoli regole dell’ “ora et labora”, della carità cristiana e “dell’ama il prossimo tuo come te stesso.” I monaci pregano, cantano inni, vivono di quello che coltivano e aiutano le gente del posto, indistintamente, stabilendo una convivenza fraterna tra musulmani e cristiani. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista, uomini che armano uomini, usando un dio solo loro, comincia a farsi pressante e massacrare le persone, di fronte all’incredulità cristiana e musulmana.
Xavier Beauvois, che già nel 1995, sempre a Cannes, ricevette il Premio della Giuria per Non dimenticarti che stai per morire, ha detto: “Ho voluto raccontare la storia di un gruppo di persone istruite e appassionate che, in una società egoista, hanno scelto di interessarsi agli altri e alla loro fede, oltre che alla propria”. Degli uomini e degli dei commuove per l’amore che narra. Il regista non ha voluto accusare né tantomeno stilare un trattato di religioni, il suo film racconta che la comunicazione tra essere umani è possibile. “Lo scopo di questo film è mostrare l’amore e la compassione che unisce tutte le persone e credo che la politica non debba mai entrare nella religione. Non uccidete in nome di Dio, questo è il messaggio che ci sta a cuore divulgare” ha sottolineato uno degli intensi interpreti, Lambert Wilson (padre Christian, priore del Monastero).
E come suo testamento spirituale, padre Christian, studioso di Dio, di Allah o di Jahvè (significativa la scena in cui studia i testi del Corano e del Cantico dei Cantici) scrisse: “Se un giorno mi capitasse, e potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita è stata donata a Dio e a questo Paese.”
Degli uomini degli dei, parla con intensità dell’uomo e del suo rapporto con Dio. Quando iniziano a giungere le prime minacce, l’idea del martirio non convince i monaci, che temono e non hanno paura di temere. La bravura di Beauvois, a coglierne la natura titubante, il dubbio: se rischiare, se scappare, se continuare la loro missione, è delicatamente sofisticata. Una delle scene finali, una sinfonica Ultima Cena, dove apprendono con dolore quale sarà il loro destino, è interpretata con una tale partecipazione, da far capire agli occhi di chi è in sala il significato della loro Fede vigorosa, della loro Missione. “Non c’è amore – spiega l’attore Michael Lonsdale (fratello Luc, persona splendida, medico meraviglioso)- più grande che dedicare la propria vita agli altri, e questo comporta un grande sacrificio. E il sacrificio è assai disturbante perché nessuno vuole mai rinunciare a qualcosa. Questi monaci hanno invece voluto testimoniare di credere in qualcosa di universale e lo hanno fatto sacrificando la propria vita”.
di Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Tratto da un drammatico avvenimento di cronaca, ovvero il rapimento e la conseguente uccisione di sette monaci trappisti avvenuta nel 1996 a Tibhirine in Algeria, Des Hommes et des Dieux, portato in concorso al 63esimo Festival di Cannes da Xavier Beavois, è una pellicola che offre molti punti di riflessione, oltreché aperta a diverse interpretazioni.
La prima parte del film è un affresco quasi documentaristico sulla vita di questo piccolo gruppo di religiosi che offre aiuto alla comunità musulmana locale, oltre a cercare una integrazione con le loro tradizioni e abitudini. Si vede per esempio frate Luc (Michael Lonsdale) che ogni giorno si occupa dell’assistenza medica dei malati del luogo, oltre a donare a donne e bambini scarpe e indumenti dismessi.
La vita dei monaci però ad un certo punto ha una svolta improvvisa quando la situazione politica del Paese si fa incandescente a causa dell’attrito sempre più aspro tra movimenti terroristici locali e le forze governative. Il gruppo di religiosi, considerato a torto o a ragione un obiettivo da colpire, viene posto di fronte alla drammatica scelta se restare in pace, ponendosi però di fronte ai rischi di incolumità fisica, oppure tornare in Francia. Sceglieranno all’unanimità, dopo numerosi ripensamenti e divisioni interne, di rimanere in Algeria e affrontare il loro destino.
Des Hommes et des Dieux, sopratutto nella seconda parte del film, è una riuscita riflessione sul rapporto tra rispetto dei propri compiti e ruoli, la dedizione dei confronti di Dio e il naturale senso di autoconservazione. Beavouis, nonostante utilizzi uno stile più televisivo che cinematografico, riesce perfettamente a trasmettere queste componenti che turbano gli animi dei monaci. Fino a che punto ci si deve spingere per rimanere fedeli ai propri principi e ideali? Il sacrificio della propria vita per essi ha un senso oppure è un atto di inutile eroismo? Domande complesse e di difficile risoluzione che però i poveri monaci hanno dato una risposta, seppur la loro scelta si è dimostrata quella dall’esito più drammatico.
di Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

Il cinema di Xavier Beauvois è un oggetto pressoché sconosciuto in Italia, nonostante l’elevata qualità dei risultati ottenuti dal regista nel corso degli anni. Dal lontano 1991, anno in cui Beauvois si fa notare con l’ottimo Nord, la sua progressione è costante al punto che si trova coinvolto in prima persona nel complesso processo del costante rinnovamento del cinema francese.
Uomo di cinema in grado di passare con grande facilità davanti alla macchina da presa, Beauvois è anche un ottimo attore cosa evidenziata da una filmografia che comprende titoli del valore di Le ciel de Paris di Michel Bena, Ponette di Jacques Doillon, Le vent de la nuit di Philippe Garrel e Villa Amalia di Benoit Jacquot. Ed è in veste di regista e interprete che dirige quattro anni N’oublie pas que tu vas mourir, potente apologo intrecciato alla vita e alla morte che osa unire in un unico arco narrativo la guerra nei balcani e il dramma di un uomo che scopre d’essere sieropositivo. Presentato a Cannes, il film suscita grande scalpore sia a causa della franchezza con cui Beauvois mette in scena la sessualità che per la visione particolarmente cruda, scevra di qualunque concessione al politicamente corretto, che fornisce della guerra nell’ex Jugoslavia.
Anche i successivi Selon Mathieu (2000) e Le petit Lieutenant (2005) evidenziano la bontà e, soprattutto, l’irrequietezza dello sguardo di Beauvois, confermandone inoltre quale tratto dominante un’asperità che sembrerebbe avvicinarlo al magistero di Maurice Pialat. Ciò che dai detrattori del regista viene definita come “rozzezza” è in realtà la caratteristica distintiva di un approccio alla materia filmica potentemente ancorata ai corpi e agli ambienti naturali.
Ed è esattamente questa caratteristica a fare la forza di Des hommes et des dieux, il nuovo film di Beauvois, presentato quest’anno in concorso a Cannes che la distribuzione italiana ha intitolato in maniera riduttiva Uomini di Dio.
Il film rievoca la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996. La Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mira a rovesciare il governo, rivendicò la responsabilità dell’eccidio, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino nel quadro o di una strategia della tensione o di un banale “errore”.
Il progetto, nato per volontà del produttore cattolico Etienne Comar, è affidato a Beauvois che nel corso di un dettagliato lavoro di ricerca, durante il quale si confronta con teologi e religiosi, sceglie di trascorrere un periodo nel convento cistercense di Notre-Dame de Tamié fondato nel 1132 da Pietro di Tarentaise.
Evidentemente una materia simile, in altre mani, sarebbe stata lo spunto privilegiato per una qualunque agiografica fiction religiosa prodotta da Mediaset o dalla Rai. Cosa in sé abbastanza curiosa, considerata che pur essendo un paese profondamente cattolico, e tranne qualche eccezione del valore di Giovanni Testori, l’Italia non è mai stata in grado di produrre un discorso sulla fede che non fosse inevitabilmente confessionale e normativo. In Francia, invece, esiste una tradizione di spiritualità potente e se si vuole anche violentemente conservatrice – si pensa per esempio a Leon Bloy, oppure, sull’altro estremo dello spettro politico, a Jean Genet – che nel cinema ha dato vita al magistero del cinema di Robert Bresson influenzando profondamente il pensiero stesso della nouvelle vague attraverso gli insegnamenti di André Bazin. Una corrente di pensiero che ha prodotto risultati altissimi come Sotto il sole di Satana di Maurice Pialat tratto dall’omonimo romanzo di Bernanos.
Inevitabilmente il film di Xavier Beauvois s’innesta quindi in una tradizione di religiosità critica o comunque problematica in grado di dialogare anche con il versante laico della società. Infatti, pur essendo nato chiaramente per celebrare il sacrificio dei monaci, il film di Beauvois s’afferma prima di tutto come opera determinata da uno specifico cinematografico che se da un lato sviluppa e amplia il cinema precedente del regista, dall’altro si confronta con una serie di modelli estremamente impegnativi che vanno da John Ford (Missione in Manciuria) a Dreyer e Bresson.
A Beauvois dunque riesce l’impresa di realizzare un film profondamente religioso, onorare la morte dei monaci e al tempo stesso di metterne in luce umanità e debolezze, anche ideologiche, senza per questo cadere nel tranello, tipicamente parrocchiale, dei difetti umani che inevitabilmente esaltano la forza della fede o del fedele. No. Beauvois coglie con grande fermezza degli uomini nell’agone della storia. Evidenzia i mezzi che questi hanno a disposizione per contrastare la violenza, il tentativo di porsi in comunicazione con i portatori di altre divinità per poi non potere fare altro che seguire le tracce del martirio.
Beauvois però non esalta il martirio e non cede alla tentazione della mistica della morte bella. I monaci accettano la morte muovendo da convinzioni che per quanto nobili, sia sul piano individuale e collettivo, sono comunque il frutto di un pensiero che contempla la morte come parte integrante del proprio discorso. In questo senso vittime e carnefici si riconoscono potenzialmente simili nel loro essere per la morte. La politica, in parte accennata dalle aperture dello sguardo di padre Luc, non partecipa di questa dialettica. Il conflitto del film, squisitamente politico, è combattuto con le armi inadeguate della fede. Resta quindi solo una testimonianza di morte. E i sacrificati riconoscono le armi di coloro che uccidono. Un conflitto dell’identico.
La straordinaria capacità di Beauvois di calarsi nella vicenda è data dalla commozione con la quale il regista filma ciò che il protagonista Lambert Wilson ha definito “l’elemento federativo del canto” e la forza di un territorio inospitale. Beauvois coglie il momento dell’angoscia dei suoi protagonisti e nel farlo riesce a dare una risposta cinematografica alla domanda di Gesù che chiedeva ai suoi discepoli se non fossero in grado di vegliare con lui neanche un’ora. Beauvois sta al fianco degli uomini che ha scelto di filmare. Lo fa con un cinema eticamente motivato e filmicamente evoca il magistero di Dreyer nell’ultima cena dei monaci regalandoci uno dei pochi attimi di cinema trascendentale degli ultimi anni.
Non c’è bisogno d’essere credenti per apprezzare il film di Beauvois anche se è prevedibile la corsa all’appropriazione del martirio che purtroppo pare sia già iniziata con la scelta infelice del titolo italiano. Uomini di Dio significa infatti esattamente il contrario di Des hommes et des dieux. Non solo l’originale francese antepone gli uomini alle divinità, ma nella scelta del plurale accoglie anche il resto dell’umanità. Invece il subdolo Uomini di Dio ribadisce l’idea di un dio unico eliminando la dialettica di una possibilità alterità. Ed è proprio quando gli uomini di Dio affrontano altri uomini di Dio che sorgono le guerre e gli uomini iniziano di nuovo a pensare di poter imporre ad altri uomini il presunto volere del loro Dio.
La vicenda dei monaci di Tibhirine è raccontata nel libro PIU’ FORTI DELL’ODIO di Frère Christian de Chergé.
di Giona A. Nazzaro, da “temi.repubblica.it”

Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, e il candidato francese da mandare alla selezione per i prossimi premi Oscar. Il film di Beauvois arriva in Italia con queste ottime credenziali, e nonostante l’ambientazione (un monastero di monaci cistercensi) non si tratta di un film religioso, ed è probabilmente il motivo per cui riesce a cogliere nel segno. Il regista scandisce l’opera di silenzi e canti, riempie la storia con le abitudini dei monaci, definendo al meglio il lavoro di quest’abbazia cristiana in terra musulmana, e insinua sottilmente la minaccia dei terroristi fino al tragico finale, tratto da un episodio realmente accaduto: la tragedia di Tibhirine del 1996, in cui sette monaci furono rapiti e uccisi da un gruppo terroristico musulmano.
In un monastero tra le cime delle montagne dell’Algeria, un gruppo di monaci cistercensi francesi vive perfettamente integrato con la popolazione musulmana del luogo. I frati partecipano alle attività lavorative dei vicini e offrono assistenza medica gratuita a chiunque ne abbia bisogno, di qualsiasi religione. Nel frattempo un gruppo di lavoratori stranieri viene assassinato da una frangia terroristica, e la paura e la minaccia cominciano a bussare alle porte del monastero. L’esercito tenta invano di convincere i monaci ad accettare protezione, ma Christian, il Priore, rifiuta. Una prima visita dei terroristi, la vigilia di Natale, mette i monaci di fronte ad una scelta: restare al monastero o andare via?
Non un film religioso dunque, o non soltanto, poiché il vero filo che lega le scene è la convivenza tra popoli di religioni differenti, la capacità di adattarsi e di vivere in pace nel pieno rispetto della fede altrui (ed è magnifica in tal senso la scena in cui avviene il primo contatto tra Christian e Ali Fayatta, il leader dei terroristi, il quale si scusa per aver fatto irruzione la notte di Natale, dietro ad un sincero «Non lo sapevo»). Beauvois è un occhio che documenta, racconta, e non prende posizione, lasciando ai suoi monaci la possibilità di offrirci differenti punti di vista sulla storia: le riunioni, le decisioni da prendere, le lacrime (emblematica la scena accompagnata da “Il Lago dei Cigni”). Ma in fondo ce l’aveva già detto Fabrizio De Andrè: “Non avrai altro Dio all’infuori di me: spesso mi ha fatto pensare. Genti diverse venute dall’Est dicevan che in fondo era uguale…”.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Dopo l’ottima accoglienza da parte della stampa per Uomini di dio, presentato in concorso al 63mo Festival di Cannes, il regista francese Xavier Beauvois ha risposto alle domande dei giornalisti. Di seguito, alcuni passaggi.

Come mai si è interessato a questo dramma storico, così distante dai suoi film precedenti?
Xavier Beauvois: Tutto è cominciato con una telefonata in cui Etienne Comar mi chiedeva un parere su una sceneggiatura che aveva appena ricevuto. Ho letto una prima versione e l’ho trovata molto bella, al di là della religione, e allora mi ha confessato che l’aveva scritta lui. Abbiamo rielaborato il testo per adattarlo al mio stile. Mi sono immerso nella vita di questi frati e sono rimasto subito affascinato, stupito, sono diventati parte di me. E’ raro, in questo momento e in una società così egoista, trovare persone che si interessano agli altri, alla religione degli altri, persone intelligenti, appassionate, centrate sull'”essere” più che sul “fare”. E questo riguarda anche la Francia, dove si cerca di mettere gli uni contro gli altri concentrandosi su false questioni come il burqa per evitare di parlare dei veri problemi. Vedere gente curiosa della bellezza degli altri, della loro religione, mi ha fatto bene. Ovviamente, mi sono ritirato in un monastero e lì le cose si sono imposte da sole. Al momento di girare una scena, mi sono reso conto che non c’era bisogno di muovere la cinepresa: erano tutte inquadrature fisse. Ho fatto miei alcuni principi morali e mi ci sono attenuto per tutto il film.

Si dice che sia meglio evitare di affrontare tematiche religiose al cinema. Era consapevole di correre un rischio?
Non ho avuto questa impressione. Ci siamo protetti a vicenda, stavamo sempre insieme. In ogni caso, qui, più che di religione, si parla di uomini. Quanto alla fede, ho metà cervello che non crede in niente e l’altra che crede in tutto, perciò cerco di adattarmi.

In che misura ha collaborato con la Chiesa e con le famiglie dei monaci per preparare il film?
Non collaboro con la Chiesa. All’inizio, le famiglie erano piuttosto contrarie ed erano angosciate, ma tranne che con alcune, le cose si sono poi sistemate. Spero che i familiari siano contenti del film.

Le circostanze della morte dei monaci sono molto controverse. Perché ne è rimasto fuori e non le ha filmate?
Non è un fatto di cronaca, ma una tragedia. Ciò che mi interessava era la storia di questi uomini, chi fossero. Non si sa bene che cosa sia successo, è complicato, anche se personalmente pendo per la versione dell’abuso militare. Avevo fatto preparare dei calchi di teste mozzate, ma durante le riprese ho pensato che fosse ridicolo, ho pensato alle famiglie. Ho preferito approfittare di questo tempo folle e della neve, un miracolo capitato al momento giusto delle riprese. Ho letto peraltro che avrei girato in Marocco per ragioni di sicurezza, ma non è così. Amo questo paese e sognavo di lavorarci da tanto tempo. E’ un miliardo di volte più facile girare qui che per le strade di Parigi.
di Fabien Lemercier, da “cineuropa.org”

La scelta narrativa di Beuvois non gli lascia molto spazio per quanto riguarda la messa in scena, necessariamente sobria e rigorosa, e molto del film è affidato alla misurata interpretazione dei protagonisti e alla loro capacità di rendere lo spirito delle loro vite ed il coraggio della loro scelta.
La consapevolezza di una scelta
E’ un episodio drammatico degli anni ’90 ad essere messo in scena da Xavier Beauvois nel film francese Des hommes et des dieux (in italiano divenuto Uomini di Dio), in concorso all’edizione 2010 del Festival di Cannes: il rapimento e omicidio di sette monaci cristiani nell’ambito del conflitto tra governo e gruppi terroristi in Algeria. Si tratta di uno dei momenti più drammatici del conflitto, ma anche uno dei più discussi, di quelli che hanno suscitato più scalpore sia presso l’opinione pubblica che tra le comunità politiche e religiose; un atto di violenza di cui ancora oggi non si conoscono nè i responsabili nè i dettagli.
Il set principale del film è il monastero sulle montagne del Tibhirine in cui gli otto monaci protagonisti vivono in armonia con la popolazione mussulmana locale, un luogo che i frati decidono di non abbandonare anche quando il terrore si diffonde nella regione in seguito al massacro di un gruppo di stranieri da parte di un gruppo fondamentalista islamico, rifiutando persino la protezione offerta loro dall’esercito.
Il regista Beauvois, autore anche della sceneggiatura con la collaborazione di Etienne Comar, decide di raccontare liberamente i fatti del 1996, concentrandosi sull’atmosfera all’interno del monastero, sulle abitudini, l’attività e lo spirito che animava gli otto monaci, mostrandoci uno spaccato della loro vita, fatta di preghiera, silenzi e sessioni di canto fatte all’unisono, ma anche delle interazioni con la popolazione locale, povera e sofferente.
Così facendo, iniziando il suo racconto diverse settimane prima dell’ultimatum dei terroristi che intimava agli stranieri di abbandonare l’Algeria, il regista fornisce allo spettatore gli strumenti necessari per comprendere le motivazioni che hanno spinto i monaci a non assecondare la richiesta, la loro dedizione al messaggio di pace che hanno intenzione di trasmettere.
Des hommes ed des dieux adotta il punto di vista dei monaci, affida il ritmo della sua narrazione a quello dilatato della vita nel monastero, e ci fa respirare la consapevolezza con cui i frati hanno affrontato il loro destino, la consapevolezza di camminare su un filo sottile tra due parti in conflitto, facendoci percepire la paura che ha contraddistinto i loro ultimi giorni, mostrandoci quindi il loro lato più umano e fragile.
La scelta narrativa di Beuvois non gli lascia molto spazio per quanto riguarda la messa in scena, necessariamente sobria e rigorosa, nel rispetto del dramma che racconta, e molto del film è affidato alla misurata interpretazione dei protagonisti, dal Lambert Wilson a Michael Lonsdale, alla loro capacità di rendere lo spirito delle loro vite ed il coraggio della loro scelta.
Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

Siamo in Algeria, nel 1996, in un monastero di monaci cristiani dediti alle antiche regole del loro ordine e guidati dal saggio abate Christian (Lambert Wilson – Il tempo delle mele 2, Il sangue degli altri, Rendez-vous, Il ventre dell’architetto, Matrix Reloaded, Matrix Revolutions, Cuori). I loro rapporti con la comunità musulmana sono sempre stati improntati al rispetto reciproco: la gente del luogo li aiuta nei loro lavori quotidiani nei campi e i monaci offrono adeguate cure mediche, soprattutto per l’abilità di Fratello Luc (Michael Londsale – Il Processo, La sposa in nero, Baci rubati, Parigi brucia?, Soffio al cuore, Il fantasma della libertà, Munich). Ma questo fruttuoso equilibrio inizia ad essere minato dalle minacce e dalle brutali incursioni del terrorismo fondamentalista che si susseguono nel Paese. Quando i monaci si rifiutano di cedere le loro medicine (perché scarse e destinate solo alla cura dei più poveri) richieste da un gruppo terroristico, la loro posizione si fa molto più delicata. Devono decidere se lasciare il Paese o restare per portar soccorso agli abitanti del luogo.
Presentato in concorso al 63° Festival di Cannes, Uomini di Dio è il sesto film da regista dell’attore e sceneggiatore francese Xavier Beauvois (Nord, Non dimenticare che stai per morire, Le petit liutanent, Selon Matthieu). La sceneggiatura dello stesso Beauvios, scritta insieme al produttore Etienne Comar, si basa su una storia realmente accaduta in Algeria: nel maggio del 1996 sette monaci trappisti furono rapiti ed assassinati a Tibhirine, episodio che ebbe un’enorme eco nell’opinione pubblica internazionale e francese in particolare. Il film ha vinto il Gran Premio della giuria e il premio della Giuria Ecumenica nell’ultima edizione del Festival di Cannes.
da “sentieriselvaggi.it”

Il pensiero che muove
Anni ’90: una missione di otto monaci francesi vive sulle alture del Maghreb, in Nord Africa, una pacifica quotidianità scandita dalla preghiera e dal lavoro. Tuttavia, quando un attentato terroristico sconvolge la regione, la serenità dei religiosi sarà definitivamente segnata dalla tensione che si respira nell’aria, ma anche dalla visita del capo dei terroristi, Ali Fayattia. (sinossi)
Un fatto reale, un massacro accaduto nel 1996 nel pieno delle tensioni integraliste islamiche in Algeria, è alla base di Des hommes et des dieux, ritorno dietro la macchina da presa del regista francese Xavier Beauvois a cinque anni di distanza da Le petit lieutenant. Ma è solo una didascalia posta alla fine del film a spiegare quel che accadde ai sette monaci francesi del monastero algerino di Tibhirine, prelevati e uccisi da un’organizzazione terroristica islamica. Un pre-testo fondamentale, certo, ma che non invade mai il testo, non lo rende dipendente da quel fatto storico, non per nulla citato dal cineasta dopo l’ultima inquadratura.
Fin da subito, Des hommes et des dieux fa entrare lo spettatore in un tempo che ha durate, gesti, comportamenti del tutto differenti da quelle di una qualsiasi quotidianità urbana. Quelle di un monastero, che il cinema ci ha da sempre insegnato ad amare come luogo dove imparare a respirare e a sentire con una tensione, non una rilassatezza, non riproducibile altrove. Luoghi di cinema sublimi, i monasteri. E Des hommes et des dieux ne è conferma perfetta. Cui si aggiunge, qui, la valenza politica di una convivenza fra cristiani e musulmani infranta da quelle frange estremiste che in nome della religione infrangono le parole stesse del loro testo religioso di riferimento.
Des hommes et des dieux è un film filosofico e carnale, di silenzi – con i quali si prende immediatamente confidenza, abitati, riempiti dai canti dei monaci e dalle loro parole, una piccola congregazione dalle facce da “commedia” che non possono, in particolare il più vecchio, non rimandare ai fraticelli del Rossellini di Francesco, giullare di Dio – e di improvvise esplosioni di rumori violenti, generati dal rombo dei camion dei militari, da una ruspa, da un elicottero che, invadendo lo spazio del monastero, vorrebbe annullare, silenziare le voci dei frati riuniti nel canto. È quella una delle scene memorabili del film di Beauvois, costruita nel montaggio parallelo tra il rombo dell’elicottero e le soggettive dall’interno del veicolo e il canto dei religiosi abbracciati come in unico corpo resistente (ma non per sempre) all’aggressione di una forma esterna violenta (e l’esercito algerino lo è ancor più dei militanti integralisti). Da quel momento – ma tutto fino ad allora è stato una lenta, indelebile composizione d’inquadrature e di scene per la definizione di una dialettica filosofica e spirituale concepita spesso in una stanza alla cui parete c’è, bene inquadrata, la carta geografica del mondo – Beauvois prepara una serie di scene d’alta intensità emozionale e figurativa, ben sapendo disporre elementi sia per la rarefazione dei quadri, in assenza totale di colonna sonora, sia per una improvvisa elaborazione di una commozione irripetibile (i frati che bevono il vino seduti al tavolo, che ridono, piangono, con la macchina da presa che li segue in panoramiche o piani fissi sui loro volti e occhi, sulla musica del Lagno dei cigni).
Preparazione a ulteriori, definitive sottrazioni. Alla relazione tra parola e immagine, tra la voce off di frate Christian (il capo dei monaci, un immenso Lambert Wilson, a Cannes magnifico anche nel ruolo di Chabannes nel bellissimo film di Bertrand Tavernier La princesse de Montpensier; un attore dalla filmografia sterminata e variabile, se si pensa che negli anni Ottanta è stato, anche, corpo erotico indimenticabile per Andrzeij Zulawski in La femme publique e per André Téchiné in Rendez-vous) e le immagini del monastero coperto di neve, senza i frati, ormai abbandonato. Frati che nell’ultima inquadratura s’incamminano, insieme ai loro rapitori e assassini, nella neve e nella nebbia, sparendo lentamente dal campo. Gli uni e gli altri, per sempre. In un’opera d’enorme umanità che consegna il presente e il futuro dell’uomo al pensiero che deve muovere ogni gesto.
Giuseppe Gariazzo, da “cineclandestino.it”

Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all’antica regola dell'”Ora et Labora”. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista comincia a farsi pressante. Christian, l’abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell’esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Una notte un gruppo armato fa irruzione nel convento chiedendo che si vada ad assistere due terroristi feriti. Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l’assistenza ai più deboli. Il gruppo abbandona il convento ma da quel momento il rischio per i monaci si fa evidente. Xavier Beauvois porta sullo schermo il sacrificio di sette monaci francesi che nel marzo 1996 vennero sequestrati da un gruppo armato della Jihad islamica e le cui teste vennero ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. Documenti ritrovati di recente coinvolgono le forze armate algerine nel tragico esito finale del sequestro. Non era facile trovare la cifra stilistica giusta per raccontare la vita e il progressivo avvicinarsi alla morte di questi religiosi facendoli restare degli uomini e non trasformandoli agiograficamente in martiri quali poi sarebbero divenuti. Beauvois, pur con una certa piattezza per quanto attiene al linguaggio cinematografico, ci è riuscito sul piano della sceneggiatura che ritma lo scorrere del tempo grazie al succedersi delle celebrazioni e delle preghiere e canti comunitari. A questi si alternano le vicende esterne e interne al luogo sacro con la messa in luce di tutte le convinzioni ma anche di tutte le incertezze e debolezze dei monaci. Il film riesce a far emergere al contempo le singole individualità così come la tenuta complessiva di un gruppo animato da una fede che non si trasforma in esclusione ma che vuole, fino all’ultimo, tradursi in atti di condivisione sia all’interno che all’esterno. In un mondo distratto dal succedersi di eccidi e manipolato da una propaganda che vuole assimilare Islam e terrorismo fondamentalista, ricordare questo sacrificio non significa riaccendere la polemica ma piuttosto il contrario. Uomini e dei possono incontrarsi, conoscersi e rispettarsi a vicenda. Nonostante tutto.
È davvero un piccolo miracolo quello che padre Christian de Chergé e i suoi monaci cistercensi stanno facendo in questi giorni in Francia. Des Hommes et des Dieux, il film di Xavier Beauvois sta sbancando il box office. Des Hommes et des Dieux (dal 22 ottobre in Italia con il titolo Uomini di Dio) ha brillantemente superato quota un milione di spettatori, surclassando Ben Affleck e Angelina Jolie. A funzionare è stato il boucheà- oreille, il passaparola. Chi l’ha visto non ha potuto evitare di sollecitare amici e parenti. Nel film c’è tutto quello che non c’è nella nostra vita quotidiana, o almeno nella vita quotidiana di molti di noi. Una storia vera, una storia semplice, una storia umile, una storia coraggiosa. Una storia di rinunce volontarie e felici, di sottrazione, di dedizione, di valori veri. Di sette uomini che vanno serenamente verso il sacrificio. Una fantastica storia d’amore. Non c’è violenza, nel film. Il rapimento di padre Christian, il priore, 59 anni (un eccezionale Lambert Wilson), di padre Luc, 82 anni, di padre Bruno, 66, di padre Céléstin, 62, di padre Paul, 57, di padre Michel, 52, e di padre Christophe, il più giovane, con i suoi 45 anni, non viene raccontato. Come non c’è il ritrovamento delle loro teste (i corpi, quelli, sono svaniti nel nulla del deserto algerino). E non c’è neppure la guerra civile, tra i militari e gli estremisti islamici del Gia. Che si immagina soltanto, con la tensione che sale, intorno al monastero. E loro, uomini e santi, che decidono di non partire, di non fuggire, di rimanere vicini ai loro fratelli musulmani. E di non difendersi. Il film non prende neppure posizione sulle diverse tesi che si sono via via aggiunte a quella ufficiale secondo cui un gruppo di terroristi del Gruppo islamico armato ha rapito i monaci nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 per poi decapitarli alcune settimane più tardi. C’è infatti chi sostiene che si sia trattato di una montatura organizzata ad arte dai servizi algerini per screditare il Gia, alimentare il clima di terrore e di adesione alla politica di repressione dei militari. Ed è giusto così. Politicizzato, il film avrebbe perso la sua straordinaria dimensione spirituale.
da “cinemazero.org”, tratto da Il Sole-24 Ore, ottobre 2010

Un gruppo di monaci si ritrova nell’Algeria colpita dal fondamentalismo islamico e deve prendere decisioni difficili. Il film di Beauvois, vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes, stupisce per la tensione pacata e per dei personaggi magnifici…
Lo ammetto, non avevo enormi aspettative per questo titolo. Il premio ottenuto a Cannes e l’ottimo riscontro conquistato in patria, più che rassicurarmi, mi facevano temere un film piuttosto didascalico e freddo, perfetto per essere incoronato in un Festival dalle scelte discutibili.
Invece, con mia sorpresa e soddisfazione, Uomini di Dio risulta una di quelle pellicole (sempre meno purtroppo) che crescono piano piano, sia durante la proiezione che successivamente. Si inizia con una citazione inquietante e premonitrice, che mostra fin da subito uno dei pregi della pellicola, ossia quello di creare una forte tensione con scene di vita quotidiana e momenti molto trattenuti. Sarebbe stato semplice puntare sull’enfasi e magari sul manicheismo, trovando parallelismi con i conflitti moderni a cui assistiamo da quasi un decennio. Ma il regista Xavier Beauvois tratta questa materia incandescente con un rigore e un’intelligenza ammirevoli.
E’ così che si riesce a descrivere bene la situazione che vede protagonisti questi semplici monaci, che si ritrovano in mezzo a una guerra che certo non hanno contribuito a creare, considerando quanto invece siano stati artefici di un clima di integrazione e pace tra varie realtà religiose. E’ così che una decisione (quella di restare nonostante i pericoli) che potrebbe sembrare folle viene analizzata in modo efficace e alla fine risulta quasi naturale. E nonostante non si punti certo sulla spettacolarizzazione, alcune scene (quella con l’elicottero, una con il protagonista da solo nel paesaggio e quella con Il lago dei cigni in sottofondo) sono difficili da dimenticare, così come la sequenza finale, assolutamente perfetta.
Inoltre, sarebbe semplice sottovalutare il lavoro di sceneggiatura, ma nel suo piccolo è un saggio di come descrivere i protagonisti sfruttando la loro vita quotidiana, senza scene didascaliche ed espositive. Magari, anche le semplici preghiere servono per scoprire i personaggi poco a poco e in maniera estremamente naturale, facendo capire cosa hanno abbandonato (tanto o poco che sia) in patria e quali sono le loro motivazioni. In tutto questo, non ci sono discorsi ampollosi che ci spiegano cosa pensare, ma questo non significa che il film non presenti un punto di vista forte. D’altronde, già il fatto che la violenza arrivi sempre all’improvviso e in maniera vigliacca chiarisce la posizione dei realizzatori più di 1.000 parole.
L’unica cosa che non mi convince è la versione italiana. Non si tratta di un brutto lavoro, ma semplicemente fa un effetto straniante questo continuo passaggio tra versione originale (quando i monaci pregano o i personaggi parlano arabo non vengono doppiati nella nostra lingua) e versione italiana. Il consiglio è, se possibile, di vedersi il film in originale. Peraltro, strano che la conclusione del film sia meno ambigua di quello che indica la didascalia sui titoli di coda. Comunque, film notevole e pellicola d’autore che merita i suoi successi…
Colin MacKenzie, da “badtaste.it”

Non stupisce che Uomini di Dio del regista Xavier Beauvois abbia suscitato un enorme successo di critica e di pubblico in Francia, tanto da essere candidato all’oscar per il miglior film straniero. Delicato e lucido, capace di sollevare dubbi e interrogativi profondi sul valore della vita e sul significato della vocazione monastica, Uomini di Dio è un’opera densa e significativa. Protagonisti del film sono un gruppo di monaci trappisti che abitano un monastero in Algeria, vivendo in armonia con la popolazione locale. Tutto precipita quando lo spettro del terrorismo islamico comincia a scuotere la regione, mietendo vittime soprattutto fra la popolazione straniera. La piccola comunità dei monaci si trasforma allora in un possibile, e quanto mai probabile, bersaglio di un’azione terroristica. Dalla Francia e dallo stesso governo di Algeri si moltiplicano le sollecitazioni per spingere padre Christian (Lambert Wilson) e i suoi confratelli ad abbandonare il monastero e far ritorno in patria. Cosa fare? Restare o lasciare tutto e partire?
Questo è l’interrogativo che anima Uomini di Dio e che spinge i monaci a riflessioni e votazioni per decidere del loro destino. Interrogativo non da poco e che solleva numerose questioni: la fede, prima di tutto, ma anche la fiducia che la popolazione del villaggio ripone nei monaci. “Noi siamo gli uccelli, ma voi siete il ramo su cui gli uccelli si posano” così una delle donne algerine sintetizza il ruolo che la comunità dei monaci ha ormai assunto per loro: non solo un sostegno, ma il vero perno della vita intorno al monastero. Se la tentazione di abbandonare l’Algeria è forte, è egualmente grande nei monaci la consapevolezza di aver lasciato la vita come la conoscevano in Francia, in seno alle rispettive famiglie e di aver intrapreso un cammino che sentono di dover proseguire. Ciascuno dei monaci ha però le sue paure, non sono infatti degli eroi ma degli uomini che temono per la loro vita e che, come tutti gli uomini, non vogliono morire. Persino padre Christian, dapprima determinato a rifiutare la protezione dell’esercito, è scosso da dubbi. La bellezza di Uomini di Dio è proprio in questo continuo rapportarsi dell’individuo con i proprio timori personali, ma anche con il senso che ogni individuo ha all’interno di una comunità e del mondo. Le riflessioni vengono allora sviluppate tanto in un contesto sociale, in una sorta di consiglio dei monaci, che nella solitudine del proprio intimo. Ma anche in questa solitudine c’è sempre un interlocutore che si tratti della natura, dei bellissimi paesaggi dell’Atlante nei quali l’anima può ritrovare la calma e ascoltare sé stessa, o del divino.
La fede è l’altra questione dibattuta dal film. Il sostegno della fede è sufficiente a far sopportare non tanto la morte, quanto l’angoscia di questa? La fede chiede veramente di offrirsi alla “grazia del martirio”? La risposta dei monaci è sottile; no, la fede, Dio non desiderano la morte dell’uomo e l’uomo, anche il monaco che ha donato la vita al Signore e all’assistenza del più debole, non deve cercare la morte perché sarebbe una bestemmia nei confronti della bellezza della vita. Ecco che qualsiasi rischio di fare di padre Christian e dei suoi compagni degli eroi si sgretola. Bisogna invece accettare l’idea della morte, senza però cercarla, sapendo che quello che si lascia sono le dolcezze della vita. Questo a mio avviso è il senso di una delle ultime scene di Uomini di Dio quando, in una specie di ultima cena, i monaci festeggiano bevendo del vino e ascoltando della musica. La scelta della musica, il famoso brano La morte del Cigno sembra dapprima strano, perchè evoca immancabilmente l’immagine di una ballerina che poco ha a che fare con un ambito monacale, ma poi chiarisce la sua funzione: rappresenta la bellezza nella sua drammaticità, la sensazione struggente che si prova nel dire addio alla bellezza della vita, nell’accettare la possibilità di morire.
da “filmzone.it”

1996. Algeria. Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all’antica regola dell'”Ora et Labora”. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista comincia a farsi pressante. Christian, l’abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell’esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Una notte un gruppo armato fa irruzione nel convento chiedendo che si vada ad assistere due terroristi feriti. Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l’assistenza ai più deboli. Il gruppo abbandona il convento ma da quel momento il rischio per i monaci si fa evidente.
Xavier Beauvois porta sullo schermo il sacrificio di sette monaci francesi che nel marzo 1996 vennero sequestrati da un gruppo armato della Jihad islamica e le cui teste vennero ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. Documenti ritrovati di recente coinvolgono le forze armate algerine nel tragico esito finale del sequestro.
Non era facile trovare la cifra stilistica giusta per raccontare la vita e il progressivo avvicinarsi alla morte di questi religiosi facendoli restare degli uomini e non trasformandoli agiograficamente in martiri quali poi sarebbero divenuti. Beauvois, pur con una certa piattezza per quanto attiene al linguaggio cinematografico, ci è riuscito sul piano della sceneggiatura che ritma lo scorrere del tempo grazie al succedersi delle celebrazioni e delle preghiere e canti comunitari. A questi si alternano le vicende esterne e interne al luogo sacro con la messa in luce di tutte le convinzioni ma anche di tutte le incertezze e debolezze dei monaci. Il film riesce a far emergere al contempo le singole individualità così come la tenuta complessiva di un gruppo animato da una fede che non si trasforma in esclusione ma che vuole, fino all’ultimo, tradursi in atti di condivisione sia all’interno che all’esterno. In un mondo distratto dal succedersi di eccidi e manipolato da una propaganda che vuole assimilare Islam e terrorismo fondamentalista, ricordare questo sacrificio non significa riaccendere la polemica ma piuttosto il contrario. Uomini e dei possono incontrarsi, conoscersi e rispettarsi a vicenda. Nonostante tutto.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

L’ Ultima Cena dei monaci di Tibhirine prima del martirio
di Natalia Aspesi La Repubblica
In settembre, nei cinema parigini, sette monaci trappisti circencensi, votati al silenzio e alla preghiera, hanno sbaragliato i sontuosi incubi di DiCaprio ( Inception ), e i misteri seduttivi della Jolie ( Salt ). Nelle prime tre settimane Uomini di Dio di Xavier Beauvois, ha più che triplicato il pubblico dei due filmoni americani, sfiorando i due milioni di spettatori. È vero che per i francesi la storia, vera, è tuttora una ferita oscura e tragica, ma ad assegnare al film a Cannes il Gran Premio è stata una giuria internazionale presieduta dal pur bizzarro Tim Burton: e del resto al festival i monaci in saio bianco avevano già trafitto il cuore di signore ingioiellatee critici burberi, di credenti, di agnostici e persino di atei. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, un drappello del Gruppo Islamico Armato rapisce sette (su nove, due erano riusciti a nascondersi) monaci del monastero di Tibhirine, sui monti dell’ Atlante,e due mesi dopo ne annuncia l’ assassinio. Il 30 maggio vengono ritrovate le loro teste, mai più i corpi. Il film racconta gli ultimi mesi di vita di questa comunità religiosa, e proprio perché il regista si definisce miscredente, riesce a comunicare, anche, o soprattutto a chi non crede, il mistero insondabile della fede. L’ Algeria è in piena guerra civile, eppure i monaci vivono in tranquillità e autosufficienza la giornata di preghiera, di canti, di lettura, di lavori agricoli e domestici: il loro ordine non prevede il proselitismo, quindi c’ è armonia, rispetto e fratellanza con gli abitanti del piccolo villaggio musulmano. Il vecchio padre Luc (Michael Lonsdale) è medico e riceve gratis anche 150 pazienti al giorno, il priore padre Christian (Lambert Wilson) che conosce a memoria il Corano e legge I fioretti di San Francesco, porta il miele del convento al mercato, tutti insieme assistono alla festa per la circoncisione di un piccino e ascoltano le parole dell’ Imam, che paiono tanto simili a quelle del Vangelo. Il paesaggio che circonda il monastero è paradisiaco, immenso, intatto, e inducea provare quel sentimento inquieto d’ incanto che oscuramente avvicina a un mistero, forse proprio quello della fede. Dopo il massacro di un gruppo di lavoratori croati da parte dei terroristi, ai monaci viene imposto o di accettare la protezione dell’ esercito, o di tornare in Francia. «È stato il colonialismo francese la radice di questa guerra civile», dice un militare al priore, che rifiuta «la protezione di un governo corrotto» (un governo militare imposto da un colpo di stato per non riconoscere la vittoria elettorale del Fronte Islamico), mentre il dubbio sull’ opportunità di restare cominciaa inquinare la serenità e la compattezza della comunità. Forse un quasi certo suicidio collettivoè insensato, la fede non pretende il martirio: eppure alla fine, i monaci decidono che vale la pena di restare, sapendo che non ci sarà futuro per loro. Ci sono scene indimenticabili: il terrorista ferito viene medicato nel convento, e pare il Cristo del Mantegna, però con la faccia di Che Guevara; nella notte di addio alla vita, i monaci si riuniscono attorno alla tavola come nell’ Ultima Cena di Leonardo da Vinci, contro la regola si stappano due bottiglie di vino, e il disco scelto è quello fragoroso del Lago dei cigni di Ciaikovskij. I visi s’ illuminano nel sorriso, si spengono davanti all’ angoscia che li attende. In primo piano, ad uno ad uno, solo quei volti, quelle teste, che due mesi dopo si troveranno mozzate ai bordi di una strada. È un’ efferatezza che Beauvois ci risparmia: rapiti e spinti su un sentiero di montagna i monaci a poco a poco svaniscono nel chiarore notturno e funebre della neve. Nel suo testamento spirituale (pubblicato in Più forti dell’ odio, editore la Comunità di Bose) padre Christian scrive (e dice dallo schermo): «L’ Algeria e l’ Islam per me sono un corpo e un’ anima… Anche a te, amico dell’ ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi, dico grazie… e che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due». Quasi quindici anni dopo quella strage non si sa ancora chi furono i veri responsabili. Solo l’ anno scorso è stato tolto il segreto di Stato, e l’ inchiesta giudiziaria è in corso. La tesi ufficiale del governo algerino è che colpevole fu la GIA di Djamel Zitouni; altri che lo stesso Zitouni fu manipolato dai servizi algerini per screditare i ribelli, mentre un generale francese sostiene che fu l’ esercito algerino a bombardare il campo dove erano prigionieri i monaci, e a ucciderli. Il presidente Sarkozy ha chiesto la verità.
Da La Repubblica, 19 ottobre 2010

Il regista sembra alla ricerca di un cambio di registro. Eppure anche questo film la declinazione di uno sguardo che sceglie di sottrarsi, per restare comunque accanto, nei limiti di una misura. La regia silenziosa è tutt’altro che assente. Anche se non convince quando tenta di ‘contemplare’, trova la sua identità, affidandosi, con fede profonda, a un cast eccezionale
des hommes et des dieuxXavier Beauvois, attore, sceneggiatore e regista, noto per N’oublie pas que tu vas morir (1995) e Le petit lieutenant (2005), stavolta decide di confrontarsi con una vicenda realmente accaduta agli inizi degli anni ‘90. In un monastero nascosto tra le montagne algerine, alcuni monaci benedettini francesi vivono secondo la regola dell’ordine e sotto la guida spirituale di frère Christian (Lambert Wilson). Le loro giornate sono scandite da preghiera e lavoro. Nel corso degli anni, hanno imparato a stabilire un legame profondo con la piccola comunità musulmana che si è sviluppata ai piedi del monastero. La gente li aiuta nei lavori nei campi e loro, in cambio, assicurano protezione e cure mediche, grazie all’abilità di frère Luc (il grande Michel Londsale). Ma il Paese è attraversato da gruppi terroristici, che in nome dell’Islam, uccidono ‘gli infedeli’ e seminano terrore tra la popolazione. I monaci devono decidere: o restare accanto agli abitanti del villaggio oppure partire per tenersi al riparo dai pericoli.
Non è certo un caso che il titolo sia declinato al plurale. Non più un dio, ma tanti dei per quanti sono gli uomini. L’utopia ecumenica sembra finalmente realizzata. Al punto che i monaci, accanto alle sacre scritture, leggono e studiano il Corano. Ma la piena della storia finisce per abbattersi anche sul punto più remoto della Terra. E la scelta personale della fede è costretta a fare i conti con la dimensione politica della religione.
Beauvois sembra alla ricerca di un cambio di registro rispetto ai film precedenti, al cui centro vi erano corpi inquieti e desideranti. Eppure Des hommes et des dieux appare una delle prosecuzioni possibili de Le petit lieutenant, l’altra declinazione di uno sguardo che sceglie di sottrarsi per restare comunque accanto, nei limiti di una misura. Addentrarsi nella monotonia della vita monastica vuol dire accettare la sfida di sottoporre il cinema stesso a una ‘regola’ di rinuncia, a un progressivo azzeramento dei toni e dei ritmi. Le inquadrature fisse seguono il rigore di una simmetria che congela tempo e spazio, incorniciando i personaggi in quadri immobili. E i primi piani sono il segno di una volontà di nascondersi nei volti. Anche quando la vicenda precipita, Beauvois rinuncia alla tensione. Come se anche lui si adeguasse a un piano superiore. Ma la sua regia silenziosa è tutt’altro che assente. Anche se non convince quando tenta di ‘contemplare’, trova la sua identità, affidandosi, con fede profonda, a un cast eccezionale: Wilson, Londsale, Philippe Ladenbach (Muriel, Finalmente domenica!). E se da un lato incontra quel senso d’intimità che è del sacro, dall’altro scopre la complessità di uomini chiamati alla rinuncia, ma non ancora al sacrificio estremo. Come già in passato, il suo cinema racconta la tensione dei corpi, come quello di Christophe, che nella solitudine della propria cella, chiede un aiuto al dio che ha sempre servito. E lo sconforto delle anime, come in quell’ultima cena in cui lo sguardo (per la prima volta quasi febbrile) si muove, in una panoramica mai lineare, per scoprire la coscienza di un destino ineluttabile.
da “sentieriselvaggi.it”

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