Tra le nuvole

Jason Reitman torna a mettersi in proprio, dopo essersi prestato allo splendido script di Diablo Cody che gli aveva regalato “Juno” e la consacrazione internazionale.
Lo fa senza tradire le premesse di quello che è ormai il suo cinema, insolitamente maturo e pieno di personalità, per uno che è appena al terzo lungometraggio come regista, e al secondo come sceneggiatore: raccontare gli Stati Uniti e la loro storia recente con una leggerezza che entusiasma, che non può e non deve essere confusa con la superficialità.
Ryan Bingham fa una delle professioni più spregevoli che possano capitare: licenzia persone dopo una vita di lavoro, visto che i capi che le hanno sfruttate non hanno il coraggio di farlo.
Come dice il suo capo ha la dignità di pugnalarli al petto piuttosto che alle spalle, ed è l’unica virtù che gli si possa riconoscere, nello sbando della crisi economica.
Reitman decide di tornare alle sue origini, alla splendida caratterizzazione di Aaron Eckhart, che era il protagonista – l’avvocato senza scrupoli delle multinazionali del tabacco – del rivelatorio “Thank You For Smoking”.

Negli Stati Uniti di oggi, quella di Bingham è diventata una delle professioni più richieste: Reitman lo fa atterrare senza sosta nei cuori pulsanti della vecchia nazione prospera ed operosa che sta svanendo a poco a poco.
Sotto la pancia delle centinaia di aerei che scandiscono la sua vita sfilano i nomi di città che il mito industriale dell’America ha reso famose: Detroit, Wichita, Des Moines, o la gloriosa Saint Louis (Linderbergh è decollato su questa pista, prima di attraversare l’Atlantico…) ridotta ad edifici pieni di uffici vuoti e dismessi, in cui tutti ormai si aspettano la condanna a morte e il boia, cioè il suo arrivo.
Tuttavia, gli americani non amano parlare del loro paese e dei loro problemi in modo diretto: lo fanno sempre per mezzo di qualcosa o di qualcuno.
Bingham è costretto a condurre una vita spersonalizzante e priva di qualsiasi empatia, sentimento che gli impedirebbe di essere efficiente, che lo renderebbe in qualche modo vulnerabile, identico alle persone a cui deve dare il colpo di grazia.
Nella splendida sequenza iniziale, la metodicità con cui si muove in tutti gli aeroporti, lieto di non avere niente che non possa essere messo in un pratico trolley, identifica il suo bisogno di avere un alibi o una copertura, per difendersi dal disagio etico che il suo lavoro gli impone.
Si nasconde dietro lo scudo della disillusione del quarantenne, schifato dall’ipocrisia sottointesa all’idea di avere una casa, una moglie, dei figli e delle responsabilità, tutto quello che gli americani vorrebbero (è quello che ci hanno promesso!); quando una giovane studentessa studia un metodo per licenziare i dipendenti da una web-cam, lui può anche arrogarsi la dignità umana del suo modo di lavorare: la finzione nel compatirli, nel trovare per loro un’illusoria speranza di una seconda possibilità.
Sa bene che non deve fare entrare la vita dentro i suoi aerei, e crede di esserne sufficientemente lontano.
Eppure, non può farne a meno.
Proprio quando torna ad essere un individuo come gli altri, capace di affezionarsi e di avere dei sentimenti, anche lui deve subire l’onta del licenziamento, ancora più dolorosa perchè segna la sua dismissione affettiva.

Il personaggio centrale di “Tra Le Nuvole” – costruito ancora una volta sulla forza di una sceneggiatura impeccabile ed impietosa – diventa piuttosto Vera Farmiga, lo specchio della sua sconfitta e di quello che Reitman pensa siano diventati gli Stati Uniti: un posto in cui credere a qualcosa che non vada oltre la propria sopravvivenza è diventata la sfida più coraggiosa che si possa intraprendere (del resto, come quella di una ragazzina di sedici anni che decide di portare fino alla fine una gravidanza).
“Tra Le Nuvole” ha la forza di non far scendere il racconto lungo la strada della facile redenzione: anzi, riesce a ribaltare perfettamente l’attesa del finale scontato, del solito percorso di formazione catartico che ad un certo punto tutti si aspetterebbero.
E nello stesso tempo, riesce a non essere completamente arrabbiato, definitivamente amaro.
George Clooney ha carisma da vendere: la sua interpretazione – affettatamente cinica, ma allo stesso tempo completamente disorientata – è degna dell’Oscar.
Emanuele Di Porto, da “indieforbunnies.com”

Ryan Bingham è un “tagliatore di teste”, che viaggia da un’azienda all’altra con il solo compito di licenziare coloro il cui stipendio non rientra nel budget. Dopo anni passati più sugli aerei che a terra, gli viene offerto di lavorare nella sede centrale, ma lui non ne ha la minima intenzione…
Nelle premesse, questo terzo film di Jason Reitman ricorda molto la sua opera prima, Thank You for Smoking. Di nuovo ci troviamo di fronte alla storia di un uomo che fa un lavoro particolare ed estremamente detestabile, colto in un momento difficile per ciò che di più ama: la sua professione. Se nel film del 2006 la vicenda del protagonista era anche, e soprattutto, un modo per affrontare dei temi più ampi quali l’industria del tabacco e l’informazione, qui il quadro presentato è più ristretto, ma anche più intimo.
Il vero problema del protagonista non è il suo lavoro, presentato come sgradevole ma necessario, ma le scelte che esso lo ha portato a compiere nella sua inesistente vita privata. Quasi tutti i personaggi che girano intorno a Ryan Bingham sembrano messi dove sono solamente per spingerlo verso l’una o l’altra delle due alternative che gli si pongono: continuare la vita solitaria che ha condotto finora o mettere radici in un posto, magari con la donna che ama.
Dopo un inizio frenetico, in cui le battute divertenti non mancano e il film scorre piacevolissimo nonostante il tema delicato della perdita di numerosi posti di lavoro, il racconto rallenta progressivamente e riduce il numero di gag (anche di quelle riuscite) per arrivare a un completo cambiamento di tono nell’amara parte finale. Questo cambiamento è però abbastanza graduale da non essere molesto, e anche quando il racconto si fa più profondo, lo fa sempre con dei dialoghi più significativi che retorici, nonostante la prevedibilità di certi sviluppi.
Con una regia efficace, il già apprezzato Reitman realizza forse il suo film migliore, divertente e in grado di far riflettere indirettamente sulla crisi economica tuttora in atto e sul diverso significato che il lavoro ha o deve avere nella vita delle persone. Forse non sarà in grado di commuovere tutti quelli che lo vedranno e assisteranno al licenziamento di così tante persone, ma Tra le nuvole sa essere spiritoso e delicato al tempo stesso, ed è anche ottimamente interpretato dal terzetto di protagonisti, con un George Clooney a suo agio e due attrici perfettamente in sintonia con i loro personaggi.
Enrico Sacchi, da “cinefile.biz”

Valigie leggere, il più leggere possibile, dopo aver bruciato il passato per riaggiornare un presente che guardi a un futuro più lieve, senza vincoli strutturali e aperto alla spensieratezza e alla possibilità. È un inganno, palese quanto occultato prima di tutto a sé stesso che ai tanti volti tutti uguali a cui indorare la pillola di un infausto evento: il licenziamento. Questo il ruolo – l’unico, ancorché redditizio – che ricopre nella vita l’affascinante Ryan Bingham, un moderno “tagliatore di teste” che passa le giornate in volo, che vive senza legami e che trascorre in una casa dall’arredo quanto mai essenziale non più di 45 giorni l’anno. Bingham ha fatto della leggerezza e del disimpegno il suo stile di vita; par essere felice così, accumulando ore di volo e tessere onorarie, facendo conferenze motivazionali e licenziando persone con estrema disinvoltura, con un sorriso rassicurante sulle labbra. Di questa routine ha fatto la sua culla, la sua protezione, e tutto vorrebbe tranne che la consuetudine vissuta mutasse di una virgola. Sembra effettivamente inattaccabile nel suo rilassato disincanto. Eppure qualcosa muta, si insinua lieve come l’aria artificiale che respira tutti i giorni in aeroporto, sia nel campo del lavoro che in una vita sentimentale consacrata anch’essa a leggerezza e disimpegno e scandita da interazioni basate su un nulla confortante. Piano piano la corazza inscalfibile di Ryan Bingham mostra le sue crepe, fino a fargli abbassare le difese e mettersi in gioco. Ryan Bingham non è più tra le nuvole, è finalmente sceso a terra, con tutti i rischi che ciò comporta.
Jason Reitman, al suo terzo lungometraggio, dimostra ancora una volta di essere un’artista che sa districarsi degnamente tra i generi, di saper costruire commedie dal retrogusto amaro che toccano importanti temi sociali indagando la superficie – non oltre, ma in modo solido e realistico – delle angosce esistenziali di protagonisti brillanti e apparentemente spensierati. Così fu per Thank you for smoking e per Juno, e costante resta il marchio di fabbrica anche in Up in the air, opera che tocca apertamente un tema attuale, doloroso e senza dubbio tragico come quello del licenziamento senza giusta causa, problema ancor più esteso nei democraticissimi Stati Uniti che nella vecchia Europa. Molto più efficace, in questo, che i tanti documentari ideologici di Michael Moore e compagnia cantante, Up in the Air mescola volti tesi, scioccati, spaesati, depressi e disperati di attori e licenziati reali, in un turbinio di fotogrammi che ci accolgono sin dall’incipit come in chiusura, e che tornano a intervallarsi con i viaggi del protagonista per tutto l’arco della pellicola.

Reitman è abile a diluire l’angosciante tematica con la stranulata verve del protagonista, e a costruire una storia agrodolce che certo – come consuetudine della classica commedia americana – chiude su note edificanti e un pochino buoniste ma ha il pregio di metterci di fronte alla realtà dura e cruda, pur trasfigurata e metaforizzata attraverso il genere. Il punto di forza che genera questo piacevole equilibrio tra serio e faceto è certamente la sceneggiatura, firmata dal regista e da Sheldon Turner, nella quale spiccano dialoghi taglienti e divertenti che incontrano e si amalgamano perfettamente a tempi filmici la cui costante è sicuramente l’incedere brioso. Reitman, a questo proposito, col precedente Juno aveva già dimostrato di saperci fare, pur in quel caso affidando interamente la scrittura all’ex spogliarellista ora affermata sceneggiatrice Diablo Cody (vinse addirittura l’Oscar).

A supportare i brillanti dialoghi c’è l’indovinata scelta di un cast che affida finalmente a George Clooney un ruolo a lui del tutto congeniale (cosa che, al contrario, non sono mai riusciti a fare i fratelli Coen, ma non solo loro), in cui può sfoderare con la giusta misura il suo sorriso da novello Cary Grant, ma che soprattutto trova nelle due attrici co-protaganiste un ulteriore punto di forza della pellicola. Diversissime tra loro, Vera Farmiga e Anna Kendrick lasciano molto di sé nell’ottima resa del film, rubando spesso la scena alla popolarissima star hollywoodiana. Da Juno Reitman recupera anche Jason Bateman, e in un piccolo ma significativo cammeo il sempre bravo J.K. Simmons.

Pur nella sua palese riuscita, e nel suo incontrare il gusto della critica come del pubblico, Up in the Air è un film più costruito e meno spontaneo del precedente Juno, il cui pregio più evidente era una struttura sia visiva che narrativa più frizzante affidata all’estemporaneità e alla freschezza dei dialoghi. Qui è tutto più in stile perfetta confezione hollywoodiana, ancorché di pregevole fattura. Quello che resta è decisamente una bella commedia, e una tema estremamente attuale su cui è odiernamente costretto a confrontarsi il così detto “globo civilizzato”: fuori dalla leggerezza e dalle risate intelligenti rimane una realtà scottante, tanti volti sfuggenti che la memoria del potere costituito cancella in fretta nel nome dello sviluppo sostenibile, del progresso e del benessere, privando gli uomini di ogni dignità e lasciando le loro famiglie in situazioni che definire precarie è solo un feroce e sconcertante eufemismo. Un’ opera da vedere, dunque, per divertirsi e per meditare.
Leon, da “lankelot.eu”

Clooney tra le nuvole
di Natalia Aspesi La Repubblica

In Italia 2.600mila, in Europa 4.600mila, negli Stati Uniti più di 15 milioni: individui diventati numeri, gente che lavorava e che è diventata un esubero, un sovrappiù; disoccupati, licenziati, anzi, da noi ‘ licenziati invisibili’ come li definisce Ilvo Diamanti, in quanto notizia irrilevante e antipatica per la nostra televisione obbligata all’ ottimismo ottuso. Uno dei tanti meriti di quel gran bel film, intelligente, divertente, amaro e massimamente attuale che è Tra le nuvole (Golden Globe per la sceneggiatura, troppo poco), del geniale regista Jason Reitman (quello del cinico Thank you for smoking e del dolcissimo Juno ), è di aver scelto un gruppo di licenziati veri di S. Louis e di Detroit nel momento in cui viene loro comunicato, ad uno ad uno, all’ improvviso, “Il suo posto non è più disponibile, raccolga le sue cose e se ne vada”. Facce di ogni età che trasecolano, sguardi che si perdono pensando ai figli, alle cambiali, all’ assicurazione sanitaria, alla fine di tutto; chi piange, chi ammutolisce, chi grida, chi si arrabbia, chi insulta, chi non ci crede, chi minaccia il suicidio: uomini e donne che non sono più nessuno, in America, dove per i licenziamenti vige la regola “at will”, a piacimento, gli ammortizzatori sociali sono inesistentie perdendo il lavoro si perde tutto, anche la dignità. George Clooney, mai così bravo e mai così irresistibile, è un tagliatore di teste di gran talento, un commesso viaggiatore della disperazione altrui, che gira l’ America per dedicarsi a quel lavoro sporco che le aziende si vergognano di fare: arriva elegante, veloce, bello, ed è come l’ angelo della morte. Si installa ogni v olta in una scrivania diversae sorridendo paterno, addirittura tenero, mai sbrigativo, accoglie apparentemente commosso la devastazione umana che si alterna davanti a lui, esercita con grande professionalità il suo mestiere di job-killer in affitto, tenendo poi corsi per spiegare a quei poveretti disperati e sfiniti quale grande opportunità sarà per loro essersi liberati dal giogo dello stipendio fisso. Il personaggio di George Clooney incarna i massimi guasti di un capitalismo senz’ anima, di una cultura contemporanea che privilegia l’ irresponsabilità e l’ egoismo. Ancora più impressionante della sua professione, è la vita che ha scelto e che gli piace: a 45 anni non ha famiglia, non ha legami, non ha una casa, il che gli fa credere di essere libero e senza problemi. Adora il suo stile di vita che consiste nel volare in business class 322 giorni l’ anno, nel cambiare ogni giorno orrendi executive hotel, nel non fare code negli aeroporti, nell’ accumulare carte privilegiate: il suo sogno, raggiungere i dieci milioni di punti come frequent flyer per entrare nel più esclusivo dei club assurdi. “Questo è il nostro momento!”, gli grida il capo, entusiasta dell’ approfondirsi della crisi economica che porterà altri proficui licenziamenti di massa. Ma i tempi sono grami per tutti e infatti negli uffici di Clooney arriva una neolaureanda severa (la deliziosa Anna Kendrick) che propone di ottimizzare il lavoro: basta viaggi, basta aerei, basta alberghi, sarà molto meno dispendioso di tempo e denaro licenziare ovunque, da Kansas City a San Francisco, direttamente dalla sede di Omaha in videoconferenza. La vita meravigliosa di Cloney è minacciata proprio nel momento in cui tra un aereo e l’ altro ha incontrato una bella signora sensuale e disponibile che fa la sua stessa vita vagabonda e accumula come lui tessere privilegiate. Il loro rapporto apparentemente casuale e disimpegnato dà luce a tutto il film (lei à la seducente Vera Farmiga), tra sesso e gioco, intelligenza ed eleganza: al telefono, per mail, con incontri reali molto soddisfacenti quando il lavoro li porta nella stessa città. Tra la ragazzina Kendrick e la donna Formiga, brilla quest’ ultima per sapienza femminile e inafferabilità misteriosa: è di quelle che non chiedono nulla, anzi quando lui starebbe per chiedere, lei si fa reticente. La vita non è un’ evasione, l’ amore non è una parentesi, almeno per uno dei due: o per tutti e due. Le scene degli aeroporti paiono fiabesche, in tempi in cui la paura del terrorismo ha reso faticosi, interminabili, insopportabili tutti gli inevitabili controlli e le interminabili code: si prova invidia per quel Clooney che solo mesi fa, con un solo gesto di una sola carta speciale, passa veloce dalle barriere vip salutato dalle hostess grate di un suo sorriso; e che conosce tutte le regole per evitare code sbagliate con la sua valigetta a mano che contiene tutto il suo mondo. Mai dove ci sono bambini, perché fanno casino, mai dove ci sono i vecchi, perché hanno ossa di metallo e chiodi e nel corpo, scegliere sempre gli asiatici, che portando i mocassini, non perdono un secondo a togliersi le scarpe.
Da La Repubblica, 20 gennaio 2010

La Realtà senza Prediche
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Jason Reitman porta il sorriso dentro il concorso di Roma sfruttando al meglio l’ alchimia perfetta tra un attore spontaneamente simpatico come Clooney, un’ ambientazione duramente realista (la crisi dell’ economia con i licenziamenti che comporta) e un tema per niente rassicurante come la solitudine delle persone. E così ho già detto una delle qualità del film, la sua capacità di parlare dell’ oggi senza edulcorare la realtà, riducendo tutto a commediola, ma anche senza dover fare prediche o fervorini. Specialista nel tagliare le teste di società in crisi, il protagonista Ryan Bingham teorizza la solitudine come condizione esistenziale e sembra felice raccogliendo miglia e bonus vari che ottiene dal suo essere eternamente in volo per gli Stati Uniti (ecco la ragione del titolo: Tra le nuvole). Almeno fino al giorno in cui deve affrontare una doppia sfida femminile: quella di Natalie (Anne Kendrick) che teorizza la possibilità di licenziare in videoconferenza (costringendo Ryan a eliminare i suoi amati viaggi) e quella di Alex (Vera Formiga) con cui inizia una relazione – quando gli impegni di entrambi lo permettono – che finisce per incrinare le scelte da scapolo del protagonista. Ci penserà poi la realtà a mettere in discussione quelle che ognuno considera le proprie certezze, compreso quell’ «elogio» del calore familiare che sembrava trionfare nel precedente film del regista (Juno, premiato proprio qui a Roma due anni fa) e che invece si rivela una specie di arma a doppio taglio. Ribaltando quell’ immagine di regista «pro-life» con cui qualcuno troppo affrettatamente aveva voluto incasellarlo in passato. Perché la vita è un po’ più complicata di quello che vorrebbe la troppo determinata Natalie ma non può nemmeno ridursi a una gara tra chi raccoglie più bonus per «frequent flyers».
Da Il Corriere della Sera, 18 ottobre 2009

Con George licenziare è un piacere
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Hai un protagonista quasi odioso? Fallo recitare dall’attore più affascinante, da quel nuovo Cary Grant che è l’adorato George Clooney. E Tra le nuvole (Up in the Air) diventa una commedia riuscita, intelligente, divertente, attuale, applauditissima al festival di Roma. E non è la sola vera idea del film diretto da Jason Reitman (Juno) e tratto dal romanzo di Walter Kirn, storia di un uomo che di mestiere licenzia gli altri e che pensa di non aver bisogno di nessuno e di nulla, neppure di affetti o d’una casa.
Il «tagliatore di teste» viaggia 300 giorni l’anno, licenziando in ogni città degli Stati Uniti. Ama viaggiare, ama gli aeroporti e tutto ciò che li popola (vetro, metallo, desk, edicole, ristoranti, alberghi globalizzati, ovunque sempre uguali), ne ama gli incontri fugaci e i benefit. Ama il suo straziante mestiere: le aziende preferiscono affidare il compito di licenziare (esercizio frequentissimo in tempo di crisi) a estranei che non conoscono nessuno, ma lui è fiero di farlo bene, con eloquenza e umanità. Finché anche il suo lavoro è insidiato per la proposta di una ragazza «ottimizzatrice»: licenziare in videoconferenza, per risparmiare spese di viaggio; e la sua solitudine privata vacilla nell’incontro con una giovane donna. I cambiamenti mutano i personaggi. Clooney è meraviglioso, Vera Farmiga e Anna Kendrick sono brave. Il regista Reitman è autore con Sheldon Turner di una sceneggiatura scritta benissimo, scintillante di battute non soltanto brillanti. Idee: trascendere i generi, realizzare una commedia seria che accosta fatti drammatici a situazioni comiche; le sequenze veloci e perfette di preparazione dell’unico bagaglio a mano e dei passaggi al metal detector, che restituiscono la familiarità e l’appagamento del viaggiatore. E aver fatto interpretare i licenziati non da attori ma da persone comuni che davvero hanno perduto il lavoro: «Autentici, realistici disoccupati di Detroite St. Louis», dice il regista: «Bravissimi». Sfido.
da La Stampa, 18 ottobre 2009

Straordinario Clooney
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Ci sono film che piacciono e si ammirano, ma di pochi ci si innamora a prima vista. Tra le nuvole (Up in the air) è uno di questi, una commedia soffice e cinica, divertente e malinconica, maschilista e femminista, finta e reale, dolce e amara, una di quelle magistrali commedie sofisticate che davano spiritosi schiaffoni con copyright americano nei 30-40. Jason Reitman, al terzo round vinto dopo Thank you for smoking e Juno, pare l’ erede di Sturges, La Cava, Capra e Leisen. Siamo ad oggi e il film racconta (come Volevo solo dormirle addosso), iniziando con un pezzo di Woody Guthrie, del «tagliatore di teste» Clooney che vola per il mondo 322 giorni all’ anno, col suo trolley dove non si sgualcisce mai una camicia (meglio del single di Tom Ford) e non dice «oh yeees!» come negli spot provinciali, ma spera nel premio dei 10 milioni di miglia. Cambia hostess, hotel a cinque stelle (ne vediamo sette, di eguale, freddo comfort), aeroporto, bar: viaggia molto, ma vede sempre lo stesso posto direbbe giustamente Eco. E poi va a domicilio a dare il benservito ai lavoratori in esubero col sorriso sulle labbra e la cravatta a pois. Ma una ragazza ancora più aziendalista propone di licenziare in sede con video conferenza senza viaggiare. E il nostro, convinto che anche la solitudine sia omaggio dei tempi, incontra una manager pure lei nelle nuvole: ci sarà un tentativo sentimentale, complici le convulse nozze country di una sorella di lui. Ogni scorciatoia romantica è rifiutata: il film finisce senza sconti, in un crescendo di humour e di amarezza, accostando un George Clooney mai così bravo, consapevole, simpatico (davvero il paragone con Cary Grant funziona), a 25 veri licenziati, confessi dal vero. Oltre a due presenze femminili che arricchiscono la sceneggiatura notevolissima scritta dal regista con Sheldon Turner (non a caso esperto di orrori), quasi la stessa donna in due età: la giovane carrierista e l’ esperta cercano negli uomini cose diverse (dialogo tra le due degno di Cukor), due bravissime i cui nomi vanno segnati subito, Vera Farmiga e Anna Kendrick. Reitman ha il gusto della battuta (papà creò Ghostbusters) come quando svela i segreti del check-in (prima del body scanner?) parlando di sentimenti autentici, dubbi reali, solitudini vissute in business class. Ha trovate narrative di prima qualità che alzano il film, diviso in capitoli e città, subito up in the air e non lo fanno più scendere fino alla fine, senza scosse né vuoti d’ aria. E Clooney è un prodigio espressivo: non sarà ora di dargli un premio?
Da Il Corriere della Sera, 22 gennaio 2010

Licenziare per vivere Forse non basta per vivere davvero
di Davide Turrini Liberazione

Poche storie. Up in the air è un film di sconcertante durezza e sofferenza. Per Jason Reitman, già autore di Juno , l’individuo contemporaneo, l’homo felix occidentalizzato, è un esserino fragile e disilluso. George Clooney, con la sua oramai proverbiale polentina brizzolata sul capo, interpreta il segaligno Ryan Bingham. Un raffinato, affabile, consolatorio ma infame tagliatore di teste. Un consulente esterno che piomba come la morte a falciare decine di esuberi in luoghi di lavoro impiegatizi e manageriali. Lavoro sporco svolto con classe. I mezzi busti che si susseguono davanti al viso marmoreo di Ryan sono i licenziati da un giorno all’altro, i senza futuro e con un presente totalmente incerto. C’è chi piange, chi si dispera, chi sbraita, chi minaccia a male parole, chi annuncia il suicidio (vero). Alcune facce prese dal gran calderone dei caratteristi Usa, altre quelle di veri licenziati nello sconvolgente tourbillon americano d’inizio secolo. A tutte, Ryan riserva una ramanzina sui possibili benefici del ricominciare (sussidi e rimborsi per alcuni mesi), delicati suggerimenti sui sogni da riprendere in mano (non a caso esiste l’american dream). Ma Up in the air non si ferma qui e la prende larga, anzi alta, altissima, virando fin sopra le nuvole del titolo. Ryan vive lì: 270 giorni di viaggio all’anno, prima classe aerea, hotel di discreto lusso, carte magnetiche a simboleggiare i vantaggi di superare una fila, far parte del club di questo e quell’altro. A casa, tanto, non lo aspettano né mogli né figli. E nemmeno una vera e propria dimora, tanto che è lui nei rari momenti in cui vi ritorna a riempire il bicchiere del lavandino con lo spazzolino, l’armadio vuoto con le camicie, il frigorifero con le bottigliette di liquori da minibar d’albergo. Un isolamento voluto e cercato che cela comunque smarrimento, perdita d’identità. Unico rimedio è reiterare le proprie vacue certezze: continuando a volare, salire e scendere da un aereo/città all’altro/a, senza voltarsi a guardare il baratro della propria solitudine. Saranno l’arrivo di Natalie (Anna Kendrick), la nuova giovanissima collega che vorrebbe sostituire l’esperienza “professionale” di Ryan con i licenziamenti via schermo web, della sorella in procinto di sposarsi e dell’amante Alex (una Vera Farmiga che dice «pensa a me, come fossi te con la vagina») a far scendere anche solo per un attimo Ryan a terra.
Jason Reitman lavora finemente sulla fitta tessitura di una narrazione da commedia romantica raggelata qua e là da innesti realistici (gli uffici in dismissione con le poltrone accatastate o i telefoni poggiati per terra). Il risultato è un film che scava dentro lo spirito del nostro tempo, che arriva alle traballanti radici del concetto di felicità, realizzazione e soddisfazione dell’esistenza contemporanea. Frame-stop: Clooney per un secondo barcollante, attonito, davanti a quelle foto di un America che forse non ha mai visto. Prima che qualcuno al lavoro vi licenzi, non perdetevelo.
Da Liberazione, 22 gennaio 2010

Il lavoro va all’aria con Clooney
di Roberto Nepoti La Repubblica

Uno dei tanti meriti di Tra le nuvole – film, intelligente, divertente, amaro del geniale regista Jason Reitman (Thank you for smoking e Juno) – è di aver scelto un gruppo di licenziati veri di S. Louis e di Detroit nel momento in cui viene loro comunicato il licenziamento. Il film ci mostra le loro facce, chi piange, chi ammutolisce, chi grida, chi si arrabbia, consapevoli che perdendo il lavoro si perde la dignità. George Clooney è il loro tagliatore di teste di gran talento, un commesso viaggiatore della disperazione altrui, che gira l’America in aereo per dedicarsi a quel lavoro sporco: arriva elegante, veloce, bello, ed è come l’angelo della morte. Ma poi c’è la vita, anche del job killer: a 45 anni non ha famiglia, non ha legami, non ha una casa, vive in hotel. Ma i tempi sono grami per tutti… Bravissimo Clooney, stupende Anna Kendrick e Vera Farmiga.
Da La Repubblica, 23 gennaio 2010

Clooney, il tagliatore di teste ha un cuore
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Con tre soli film al suo attivo, il regista di Juno si è già ritagliato un posto fra i grandi della commedia americana. Tra le nuvole ricorda addirittura Harry, ti presento Sally. Anche se qui i rapporti amorosi vivono (o almeno ci provano) sullo sfondo di vite sempre più virtuali e di una crisi maledettamente reale. Senza dimenticare il nomadismo connaturato ormai a molti mestieri. Si può vivere un amore senza dormire mai nella stessa città? È dura, ma al serafico Ryan Bingham (superlativo George Clooney) va bene così. Il suo lavoro fa schifo, ma la sua vita gli piace. Ryan infatti fa il tagliatore di teste. Le aziende lo noleggiano per liberarsi del personale in esubero. Lui fa la valigia, sale in aereo (anche passare un metal detector è un’arte, vedere per credere), scende in uno dei tanti hotel uguali in tutto il mondo. E si presenta ai licenziandi armato di eufemismi e faccia tosta.
Un tipo così non ha casa né famiglia: praticamente vive in aereo e aspira a essere il settimo passeggero al mondo a superare i 10 milioni di miglia. Un sogno come un altro, che però maschera un vuoto esistenziale pauroso. Come capirà grazie a non una, ma a due donne. La prima (Vera Farmiga) è una viaggiatrice coatta, come lui, che lo spinge in un amore a intermittenza fatto di alberghi, appuntamenti volanti, sms erotici e confidenze da esperti di quella non-vita (memorabile il rimorchio improvvisato sui benefit delle varie tessere fedeltà). La compagna ideale ma per quanto? La seconda è la rampante giovanotta che ha inventato un metodo per licenziare in videoconferenza evitando lo stress del faccia a faccia (Anna Kendrick, una rivelazione). Un sistema inumano perfino per il corazzato Ryan, che se la porta in giro per insegnarle il mestiere. Senza sapere che sarà lui a imparare la lezione.
Scritto e girato con tagli e tempi impeccabili; incorniciato da metaforiche vedute dall’alto di grandi città (quelle in cui la crisi ha morso più forte: Phoenix, Detroit, Omaha, Wichita, St.Louis); impreziosito da anonimi e autentici impiegati che hanno rivissuto il loro licenziamento davanti alla macchina da presa, Tra le nuvole coglie con nitidezza l’intreccio pericoloso fra l’era del virtuale e la necessità reale di mettere radici, fermarsi, avere qualcuno accanto, anche nel nostro mondo (e nel nostro inconscio) sempre più delocalizzato. Amaro, intelligente, sferzante. E molto divertente. Una rarità.
Da Il Messaggero, 22 gennaio 2010

Clooney, un adorabile tagliateste
di Valerio Caprara Il Mattino

Non siamo iscritti al partito di George Clooney, perché il divo ci è sempre sembrato discreto più che ottimo e anche un po’ gigione. Bisogna dire, però, che in «Tra le nuvole» è davvero la reincarnazione dei grandi commedianti all’antica hollywoodiana, un Cary Grant ai tempi della crisi economica che si produce agli ordini del giovane Jason Reitman («Juno») in un show godibilissimo di situazioni stralunate, dialoghi millimetrici e profili umani di perfida credibilità. È dunque meglio non riportare per filo e per segno la trama, tratta da un romanzo di Walter Kirn, proprio perché il film funziona nell’alchimia che si crea tra la spumeggiante idea di regia e la morale della favola tutt’altro che indolore. L’ineffabile protagonista fa infatti di mestiere il tagliatore di teste, sinistro personaggio incaricato dalle aziende che non ne hanno il coraggio di licenziare i lavoratori («risorse umane in esubero»): mister Bingham vive pertanto in aereo, in un anno si concede una quarantina di giorni casalinghi e la sua «casa» si riproduce nelle identiche stanze degli identici hotel di lusso che ospitano i manager in ogni angolo abitato degli Stati Uniti. Reitman lavora su un copione liscio come l’olio, il suo sguardo è acre, ma non moralistico e la cura con la quale gestisce tempi e piani d’inquadratura è maniacale come quella applicata dal protagonista alla propria vita. La cui curiosa non-essenza – che vedrà spuntare come nei classici della commedia una donna come elemento prima perturbante e poi catartico – illumina agli occhi dello spettatore il dna di quella parte della società convinta di potere dominare l’intera gamma di sentimenti e sensazioni con l’efficienza professionale, il rispetto delle regole, la prontezza dell’osservazione. Decisivo è, in questo senso, lo standard d’attenzione che Clooney riserva tanto al proprio abbigliamento e al trolley da viaggio quanto alle relazioni con la famiglia o con l’amante: se le problematiche contemporanee non sono risolvibili con gli slogan, è altrettanto chiaro che non si dovrebbe mai prescindere dalla qualità dei rapporti istituiti con gli intimi od occasionali interlocutori. Si tratta, come si sarà capito, di una parabola pungente sui rapporti di forza tra individui e collettività, single e accoppiati, uomini e caporali; di una favola di Esopo adattata all’etica dei colletti bianchi; dove, per rendere il tutto mobile, fluido e letteralmente inarrestabile, lo scenario principale è costituito da quegli splendidi e ingannevoli non-luoghi che sono gli aeroporti. La brillantezza di «Tra le nuvole» è così assicurata dall’equilibrio tra meccanismo sarcastico e retrogusto malinconico, finezza di riproduzione e pudore di riflessione; oltre che, s’intende, dalla disinvoltura delle attrici che contornano il fascinoso Clooney, dall’insolita Vera Farmiga alla tosta Anna Kendrick. «Licenziate», in fondo, solo nel finale bonariamente anti-relativistico e pro-matrimonio.
Da Il Mattino, 22 gennaio 2010

Clooney fa il tagliateste durante la crisi americana
di Michele Anselmi Il Riformista

Si presenta all’incontro stampa vestito da motociclista: jeans sdruciti, scarponi, giubbotto di pelle e t-shirt. Gli manca solo il casco “a scodella”, quello vietato ai comuni mortali se guidi uno scooter o una moto di cilindrata superiore ai 50 cc, ma non a lui: il Divo Clooney. Esistono decine di foto che lo ritraggono così, a cavallo della sua gigantesca Harley Davidson, con o senza l’amata Elisabetta Canalis. Tuttavia non risulta sia mai stato fermato dalla polizia per via del casco non omologato. Sarà perché George Clooney, classe 1961, da Lexington (Kentucky), è l’attore americano più amato dagli italiani. Gioviale, maschio, gaglioffo, antidivo, impegnato, galante. Le voci sulla presunta omosessualità non ne hanno scalfito l’immagine, e del resto erano sciocchezze, forse uno scherzo combinatogli dall’amico Brad Pitt. Lui scherza pure sull’argomento, tanto sa – è successo anche ieri al Festival di Roma – che ci sarà sempre qualche gay militante pronto a tirar fuori un paio di mutande per provocarlo o costringerlo a un “coming out”. Reduce dalla prima londinese del cartoon Fantastic Mr. Fox, dove dà la voce all’oltraggiosa volpe, Clooney è passato per la capitale per promuovere all’Auditoriun il nuovo Up in the Air, che uscirà da noi col titolo Tra le nuvole. Un piccolo capolavoro firmato da quel Jason Reitman che proprio qui a Roma vinse la prima edizione della kermesse – allora era una Festa – col notevole Juno. Tre anni dopo il regista canadese, figlio d’arte, si candida a un altro premio: il giovanotto è bravo, sa scrivere, ha uno stile inconfondibile, capace di mischiare commedia umana e risvolti sociali, ma se il film è riuscito così bene è anche perché Clooney mette da parte tutti i vezzi da star per prodursi in un’interpretazione da applauso. Qui non fa facce e faccette, non ricorre al solito repertorio di sguardi malandrini, non pigia il pedale del buffo o del grottesco, insomma si contiene, si mette al servizio della storia, e torna a far vibrare corde sensibili.
I giornalisti, assiepati per l’occasione, come se l’attore non fosse ormai di casa in Italia, vorrebbero farlo parlare dell’Abruzzo, di Obama, di Berlusconi. Sull’Abruzzo, dove sta girando il thriller L’americano accanto alla nostra Violante Placido, dice che «bisogna mantenere sveglia l’attenzione anche mediatica, per non fare come a New Orleans». Su Obama ripete la litania di Richard Gere, e cioè che l’ha sostenuto sin dall’inizio, che è fiero di averlo come presidente e che il Nobel l’aiuterà «a portare avanti il suo programma di pace». Su Berlusconi invece, memore del clamore provocato da alcune sue dichiarazioni finite in prima pagina, si ferma in tempo: «Meglio che stia fuori dalla politica, ho imparato la lezione». Già.
In Up in the Air Clooney è Ryan Bingham, il manager di una multinazionale con sede a Omaha, Nebraska, il cui compito è “tagliare teste”, cioè licenziare. Uno specialista nel suo genere: single impenitente, teorico del bagaglio leggero, passa la maggior parte del suo tempo tra alberghi, aeroporti e automobili in affitto, perché le sedi dell’azienda sono tante e la crisi impone tagli devastanti al personale. «Siamo qui per rendere il limbo più tollerabile», sostiene Bingham a proposito del suo lavoro, svolto con lucida abilità, anche con un tocco di umana comprensione, in modo che i malcapitati non diano in escandescenze o addirittura si gettino da un ponte (poi accadrà). Intanto, volo dopo volo, il frequent-flyer si prepara a raggiungere l’ambita meta: dieci milioni di miglia, il record che gli varrà una tessera speciale.
Come in Juno, ma in una dimensione più hollywoodiana, Reitman inserisce una storia eccentrica dentro una riflessione più ampia sulla società americana. Un milione di disoccupati solo nell’ultimo anno: questo dicono i dati. E la situazione non sembra migliorare. Dando voce e volto a veri disoccupati nel ruolo di se stessi, Up in the Air ci fa capire meglio di Michael Moore quanto sia umiliante e angoscioso ritrovarsi di colpo senza lavoro, stritolati da un sistema che ragione solo in termini di esuberi. Insieme, ci racconta la storia di un uomo bizzarro, solo, senza amici, incapace di misurarsi pure con le persone che lo amano. Ci vorrà l’incontro cruciale con due donne per fargli cambiare idea sulla vita: l’una, Nathalie (Anna Kendrick), è una rampante “ottimizzatrice” aziendale che finirà col mollare quel lavoro, devastata dall’esperienza; l’altra, Alex (Vera Farmiga), è un’attraente omologa di Ryan, una viaggiatrice con la quale intrecciare un love-affair a distanza, fino a quando…
«Tutti hanno bisogno di un co-pilota», sentiamo dire. Insomma di un amore, una famiglia, un sostegno. Sembrerebbe una conclusione rassicurante, facile, da lieto fine. Invece il film, pur concedendosi situazioni spiritose e dialoghi sul filo del paradosso, non rinuncia a spiazzare lo spettatore, in una chiave amarognola, che arriva a segno.
da Il Riformista, 18 ottobre 2009

George Clooney, un cuore Tra le nuvole
di Boris Sollazzo Liberazione

Dieci milioni di miglia aeree, diventare il settimo uomo al mondo, il più giovane peraltro, a toccare il traguardo record di tutti i frequent-flyer (per conoscere l’uomo simbolo dell’American Airlines, avere una carta con linea telefonica dedicata e il proprio nome su un aereo di linea). Il tagliatore di teste George Clooney single, senza figli, in volo più di 320 giorni l’anno ha solo questo come unico obiettivo di vita. Ed è felice. Il suo lavoro, svolto con cinica umanità e brillante professionalità – e con un’onestà intellettuale e persino morale disarmante – e i suoi viaggi sono un idolatrato e sicuro “bozzolo di auto-esilio”. La bella definizione è della sua allieva, Anna Kendrick, ottimizzatrice di risorse umane e finanziarie tanto romantica quanto spietata: ha intenzione di licenziare tutti via web-cam con un programma chiamato Terminator, perfetta metafora della società schizofrenica, piena di speranze dichiarate e disumanizzazione tecnologica, per cui si conclude una relazione, sentimentale o lavorativa, via sms, e si evita l’incontro con disoccupati disperati grazie a uno schermo.
Ecco Up in the Air, nuova malin-commedia con cui Reitman jr torna in concorso al festival di Roma, dopo averlo vinto con Juno. Clooney, pur dietro le sue massime da filosofo da quattro soldi – «chiunque abbia creato un impero era seduto lì dove è lei ora, e lo ha fatto proprio perché stava su quella sedia» la migliore, pardon la peggiore – almeno ha l’etica necessaria, per quanto distorta, di pugnalare in pieno petto e non alle spalle questi lavoratori immolati sull’altare del profitto e dei grafici di rendita. Saliamo Tra le nuvole ( Up in the air è il titolo originale, Universal Pictures lo porterà in Italia il 15 gennaio 2010) per un tour nell’America dei licenziamenti di massa, da Omaha a Detroit, da Wichita a Tulsa, le nuove Flint, città natale di Michael Moore e primo esempio, made in General Motors, di questa strategia che ha ucciso città e generazioni.
Jason Reitman, col sorriso sulle labbra e una malinconia nichilista, dopo Thank You for smoking, si rimette dalla parte dei “cattivi”, allora erano i lobbyisti di armi, fumo e alcol, ora un eraser , uno che per mestiere licenzia migliaia di persone all’anno per industrie troppo codarde per farlo (un alter ego de Il grande capo di Von Trier). Ci mette una punta di romanticismo amaro con l’irresistibile Vera Farmiga e la famiglia di lui trascurata, una redenzione che non porta felicità e con tutti questi ingredienti – bravo regista, o meglio cuoco: un po’ di Soderbergh, un po’ di Demme, tanto Clooney e qualcosa di papà – porta a casa un film piacevole e intelligente. Che ci dice, volando nei cieli, quanto siamo caduti in basso, ora che la nostra fedeltà si misura solo nelle raccolte punti.
Da Liberazione, 18 ottobre 2009

Clooney come Cary Grant
di Paola Casella Europa

In America si dice che, alla recente consegna dei Golden Globes, Jeff Bridges abbia “scippato” George Clooney del premio come miglior attore in un film drammatico: non abbiamo visto il film di cui è protagonista Bridges, ma è certo che con Tra le nuvole Clooney ha potuto mostrare le molte facce del suo talento, recitando un personaggio assai simile all’immagine mediatica che abbiamo di lui, ma molto più amaro e introspettivo di quanto quell’immagine non faccia sospettare. Il film è diretto da Jason Reitman, già regista di Thank you for smoking e di Juno, un esperto nel parlare degli Stati Uniti in modo controverso e provocatorio. I suoi “eroi” sono persone che Hollywood non metterebbe mai al centro della storia, almeno non dalla parte dei buoni: un lobbista dell’industria del tabacco, un’adolescente incinta (e non vittimista), e adesso un tagliatore di teste. E i suoi film hanno la carica eversiva e i dialoghi intelligenti del cinema indipendente americano, nonostante la confezione e i mezzi siano hollywoodiani. Ricordiamo che Reitman è figlio d’arte: suo padre Ivan è il regista di Ghostbusters e del divino Stripes, e ha fatto parte di quel gruppo di registi americani (come John Landis, come Harold Ramis) che, all’interno del genere “commedia demenziale”, hanno saputo inserire una sottile satira politica e sociale. Jason è il degno erede del padre, e si spinge ancora più lontano. Tra le nuvole infatti spazia attraverso vari generi, dalla commedia romantica al dramma esistenziale, dalla parodia del mondo del business al trattato di psicologia maschile: ma soprattutto è un modo originalissimo di raccontare l’attuale crisi economica degli Stati Uniti, la crescita della disoccupazione e la disperazione dei neodisoccupati (importante anche il fatto che Reitman, a interpretare gli ex dipendenti fatti fuori da Ryan, il tagliatore di teste interpretato da Clooney, sono non attori che nella vita sono stati davvero licenziati in tronco). Per questo, nella colonna sonora, c’è This land is your land di Woody Guthrie (il bardo della Grande Depressione) come amaro commentario, a ricordarci che questo non è solo entertainment. Ma torniamo a Ryan, brillante single un po’ faccia da schiaffi con una filosofia di vita di un cinismo totale: niente legami, niente ideali e alcune manie, come quella di spostarsi continuamente di volo in volo (di qui il titolo) facendo degli aeroporti la sua casa e collezionando miglia frequent flyer. Una delle scene più divertenti lo vede fare “scambio di figurine” con una bella businesswoman, Alex (Vera Farmiga): entrambi sciorinano le loro carte di credito e le loro customer card più prestigiose, in una sorta di preliminari da alta quota (infatti subito dopo finiscono a letto). Ryan crede di aver trovato in Alex la sua anima gemella (del resto lei gli dice: «Sono la donna di cui non ti devi preoccupare », intendendo “non sono un’accollona”), ma scopre una persona ancora più sfuggente agli affetti e agli impegni di lui. Inizia dunque un inseguimento che avrà risvolti imprevedibili. La sceneggiatura di Tra le nuvole (che infatti il Golden Globe l’ha vinto) è stratificata, i dialoghi sono talvolta spassosi e talvolta profondi, la storia entra ed esce dagli stereotipi con grande agilità, e il montaggio è veloce come si conviene alla vicenda di un uomo che ha una gran paura di fermarsi («più lento ti muovi, più veloce cominci a morire»). Ma il film, lo ripetiamo, è George: non solo perché il personaggio di quasi cinquantenne che fatica a trovare una stabilità emotiva ricorda da vicino la biografia dell’attore, ma anche perché solo Cary Grant, ai suoi tempi, avrebbe potuto cogliere, come fa Clooney, l’eleganza malinconica e il glamour autoironico del personaggio di Ryan, il suo charme marpionesco e la sua cattiva coscienza. L’interpretazione di Clooney sta sempre in bilico (il titolo originale era Up in the air, che vuol dire anche “in sospeso”) fra commedia e dramma, fra sfacciataggine e pudore, fra ingenuità e sapienza. E grazie a George, alla sceneggiatura e alla regia fluida di Reitman, Tra le nuvole riesce ad essere un film da grande pubblico ma anche di qualità, di quelli che ti fanno divertire ma anche riflettere, e a lungo. Clooney si è messo a nudo in modo anche più interessante che se si fosse letteralmente spogliato (anche perché il tempo passa per tutti…) e si è donato a questo ruolo con un’assenza di vanità e una capacità di autocritica davvero rara, in un divo di Hollywood, benché sui generis.
Da Europa, 23 gennaio 2010

George il cinico gentile
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Commedia americana perfetta. Ritmi e battute irresistibili, George Cloonev bravissimo, “Tra le nuvole”, diretto dal regista di “Juno” Jason Reitman, tratto dal racconto di Walter Kirn, intelligente, divertente, attuale, è la storia di un uomo che per mestiere licenzia gli altri, che è soddisfatto della propria bravura tanto da non provare il bisogno di nessuno o di nulla, neppure d’una casa né di affetti. Si sa che specialmente negli Stati Uniti le aziende preferiscono affidare il compito di licenziare (frequentissimo in tempo di crisi) a specialisti esterni. George Clooney è uno di questi. Ama il mestiere inumano di “tagliatore di teste” e lo fa con l’orgoglio della propria eloquenza e comprensione: in realtà tanto garbo serve a nulla, non evita ai licenziati la disperazione, il suicidio, lo smarrimento, il sentimento di ingiustizia, il non sapere più come campare. Cloonev viaggia 300 giorni l’anno e ama viaggiare in aereo tra le nuvole, aeroporti e ciò che li popola (vetrometallo, desk, edicole, ristoranti, benefit, negozi e incontri fugaci, tutto globalizzato). Càpita però che il suo amato lavoro venga insidiato dalle proposte di una giovane “ottimizzatrice”: licenziare in videoconferenza, per risparmiare le spese di viaggio.
Tagliatore di teste cinico e gentile, padroneggiato dai meccanismi professionali, Clooney è magnifico. Il regista Reitman, d’origine russa, e autore insieme con Sheldon Turner d’una sceneggiatura scritta benissimo che trascende i generi mescolando situazioni drammatiche e fatti comico-brillanti. Le sequenze veloci di preparazione dell’unico bagaglio a mano e di viaggio restituiscono la familiarità e l’appagamento del viaggiatore, insieme con la sua meccanicità. I licenziati sono interpretati non da attori, ma da persone che davvero hanno perduto il lavoro a Detroit e Saint Louis: «Bravissime», dice il regista. Sfido.
Da L’Espresso, 28 gennaio 2010

Ultimo domicilio la business class
di Silvio Danese Quotidiano Nazionale

Gli effetti della crisi americana in compagnia di Ryan, «tagliatore di teste» in volo da un capo all’altro del Grande Paese a licenziare migliaia di persone, abiti Brioni, camicia bianca e cravatte d’aeroporto, suite in hotel, nessun legame, la vita in un trolley, decine di carte di credito e di club di volo, con un obiettivo: la carta di metallo 10 milioni di miglia. Poi… Un’avventura ironica lo mette in ginocchio, ma non spezza il destino amaro del killer solitario di un sistema ingiusto e perverso. Alla fine un paterno comandante del Boeing gli chiede di dov’è.
Dalla sua poltrona di prima classe risponde: «Di qui». Clooney veste e muove Ryan come un robot soddisfatto dell’automatismo. Il volto beffardo e scettico dell’attore risuona in quello del personaggio. Illuminante, a volte esilarante.
Da Quotidiano Nazionale, 22 gennaio 2010

Realismo e ironia «Tra le nuvole» con Clooney
di Dina D’Isa Il Tempo

Liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Walter Kirn, «Tra le nuvole» è una commedia agrodolce (già accolta con successo al festival del Film di Roma e vincitrice del Golden Globe come migliore sceneggiatura) che affronta temi di scottante attualità.
Ryan Bingham (uno straordinario George Clooney) ha 45 anni, è bello, allegro, ironico e ha una vita movimentata. Passando la maggior parte del suo tempo in aereo, tutto quello di cui ha bisogno entra comodamente in un piccolo trolley. Vive, così, sempre «tra le nuvole», come suggerisce il titolo. Ryan è un tagliatore di teste, il suo lavoro è licenziare la gente in giro per gli States per conto di una società di intermediazione usata dai manager di grandi aziende che vogliono ridurre il personale. L’incontro con due donne, la giovane ed efficientissima aziendalista (Kendrick), ed una viaggiatrice misteriosa e bellissima (Farmiga), sveglierà l’uomo dal suo torpore. Prima individualista ed egoista, poi innamorato e fedele all’amore, ai legami familiari, all’importanza degli impegni sentimentali è non solo lavorativi. Jason Reitman, con il bel «Juno» e l’accattivante «Thank You For Smoking», ci aveva già regalato due visioni cinematografiche (e di vita) assolutamente nuove e convincenti. La missione è riuscita anche stavolta, la storia estrema è ricca di sorprese. Il talento attoriale di George Clooney, in stato di grazia, è affiancato da due attrici di grande spessore. Vera Farmiga, nei panni di una donna che riuscirà a far innamorare il protagonista, e Anna Kendrick nel ruolo della giovane goffa e nevrotica, capace però di riscattarsi. Il finale, non proprio lieto, rafforza il significato dell’intera opera, moltiplicando le emozioni
Da Il Tempo, 22 gennaio 2010

Cinema, Clooney tagliatore di teste ritrova una moralità con la commedia
di Francesco Bolzoni Avvenire

Tra le nuvole (Up in the Air) (nelle sale in questo week end) è una felice fusione tra tenerezza e avversione. Lo ha diretto il molto dotato Jason Reitman , figlio del regista di origine cecoslovacca Ivan.A lui venuto da lontano, da una cultura europea così influenzata da un’idea di moralità, i costumi locali a volte devono sembrare per lo meno insoliti. C’è da parte sua meraviglia, in Juno che ce lo fece conoscere, nel constatare come una ragazzina americana accetti un bambino generato quasi per caso e conservi il piacere di una dirompente adolescenza. C’è una analoga curiosità nel considerare in Tra le nuvole un manager di successo piuttosto estroverso, Ryan Bingham. A trovartelo davanti lo diresti un disinibito il cui unico sogno consiste nel superare i dieci milioni di miglia viaggiando sempre con la stessa compagnia aerea per ottenere il ti- tolo di cliente ideale. All’inizio il regista sembra accontentarsi della trovata aiutato da un George Clooney sempre più disinvolto. Ryan non risponde mai al pudore e, tanto meno, alla vergogna. È pago di essere un ‘tagliatore di teste’ per una importante azienda, di annunciare a malcapitati il loro licenziamento, di spostarsi di città in città, di avere negli scali avventure amorose e di incontrarvi Alex (la brava Vera Fumiga), qualcuna con cui magari progettare un futuro. Un velo di malinconia si impadronisce di lui solo allorché fa ritorno alla sua casa deserta. Ma è un momento. Una nuova partenza è vicina. Ryan è bravo, soprattutto, a trattare con i dipendenti da licenziare. Qui si fa avanti un disagio: anche il nostro eroe scoprirà il senso di vuoto e avvertirà di aver vissuto nella menzogna. La moralità torna a imporsi e fa di Tra le nuvole la più graffiante commedia prodotta negli ultimi anni.
Da Avvenire, 24 gennaio 2010

Licenza di licenziare
di Alberto Crespi L’Unità

Ai recenti Golden Globe era candidato tra i film drammatici: curioso, avremmo giurato si trattasse Di una commedia. Ma certo Tra le nuvole (in originale Up in the Air, «lassù per aria») è una commedia sui generis, molto agrodolce – più agra che dolce – e imperniata su un tema che fa più piangere che ridere: la crisi economica. Ryan Bingham, il personaggio interpretato da George Clooney, è un «tagliatore di teste». Un tizio senza famiglia, senza radici, quasi senza fissa dimora (i pochi giorni che trascorre a casa durante l’anno sono, dice, «i più tristi della mia vita»). Il suo lavoro è volare da un angolo all’altro dell’America, dovunque un’azienda abbia voglia o necessità di mandare a casa qualcuno. Lui arriva, si accomoda in un ufficio, tira fuori il kit aziendale, fa entrare i morituri e li licenzia. Con robuste dosi di vaselina, ma senza nessuna pietà. Un uomo simile può innamorarsi solo di una donna uguale a lui: Alex (la splendida Vera Farmiga) è una yuppie feroce e una viaggiatrice incallita. Prima di finire a letto insieme, si mostrano a vicenda gli status-symbol: le carte di credito, le tessere delle varie compagnie aeree con tanto di bonus assortiti. È una scena molto divertente, simile a quella in cui gli ipocondriaci Carlo Verdone e Margherita Buy si innamorano a suon di prescrizioni mediche in Maledetto il giorno che ti ho incontrato. La vita di Ryan si complica a causa di due eventi, uno privato, l’altro professionale. Una sua sorella sta per sposarsi e la sola idea di rivedere tutti i familiari gli fa venire l’orticaria; e sul lavoro gli viene affiancata la giovane Natalie (Anna Kendrick,una delle fanciulle della saga di Twilight), che ha inventato un modo di licenziare via internet ma ha bisogno di un po’ di esperienza sul campo. I contatti umani sono tali anche quando sembrano disumani: pian piano Ryan si sgela, e ben presto capirà che non può andare avanti a vivere così… Tra le nuvole è il nuovo film di Jason Reitman (il figlio di Ivan, quello di Ghostbusters) dopo il grande successo di Juno. Il giovane regista non ha torto quando lo definisce un film sulla solitudine, piuttosto che sulla crisi economica. La crisi è lo sfondo sul quale ambientare le storie di alcuni solitari, tanto più paradossali in un mondo dove la comunicazione è tutto (il film è un trionfo di telefonini, e-mail, siti internet, video-conferenze e interconnessioni varie: bellissima l’idea di costruire i titoli di testa come un collage di carte stradali che ricorda l’estetica di google.maps). George Clooney dà vita a un anti-eroe gaglioffo e dolente, un ruolo tra i più azzeccati della sua carriera. Lo doppia, bene come sempre, Francesco Pannofino.
Da L’Unità, 22 gennaio 2010

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Per Juno l’Oscar se lo prese la sceneggiatrice Diablo Cody—vedere Jennifer’s Body per capire quanta (poca) farina fosse del suo sacco… –e Tra le nuvole ai Golden Globes è rimasto a secco: per fortuna, i premi passano, alcuni film restano. Come questo, che ha un titolo poco fedele a Jason Reitman: figlio del papà dei Ghostbusters, fa cinema con meticoloso pragmatismo e disinvolta sapienza, manco fosse il trolley portato in giro per il cielo dal suo adorabile bastardo George Clooney, tagliatore di teste a tempo pieno, amante occasionale e sporadico membro familiare. Fin qui, almeno per lui, tutto bene, ma la doppia crisi, economica e sentimentale (Vera Farrniga, come dargli torto. . .),gli farà scoprire non un altro, ma semplicemente il mondo, quello che non ha i passepartout per ogni porta, nè rincorre il primato da frequent flyer quale (unica) ragione di vita. Al Festival di Roma, Clooney ha gigioneggiato ”Anch’io sono stato licenziato un sacco di volte. .”), ma da persona intelligente qual è avrà baciato i piedi al buon Jason, che gli ha regalato il ruolo di una carriera, rivestito delle sue belle apparenze e abitato da deprimenti pochezze per incarnare il mix che ci ha mandato in crisi globale. Drammaturgicamente perfetto, Reitman non cede nemmeno all’happy ending e Tra le nuvole.., trova l’arcobaleno.
Da Il Fatto Quotidiano , 21 gennaio 2010

Che vita, tagliare teste
di Lietta Tornabuoni La Stampa

La migliore commedia americana, scritta benissimo, benissimo interpretata da George Clooney, intelligente e divertente, comica e attuale, buffa e seria. Magnifica, per la direzione del regista di Juno Jason Reitman, giovane figlio del regista di Ghostbusters Ivan Reitman di origini cecoslovacche. In tutti i Paesi occidentali, ma soprattutto negli Stati Uniti, si preferisce affidare il compito di licenziare i dipendenti (in tempo di crisi, non è certo un’operazione rara) a specialisti estranei all’azienda, detti «tagliatori di teste». George Clooney è uno di questi. Viaggia per quasi tutto l’anno in aereo, lassù tra le nuvole, spostandosi da una città all’altra per licenziare. Ama il suo lavoro, è convinto di compierlo meglio di chiunque altro, con comprensione, delicatezza ed eloquenza: sbaglia, nessuna cortese bravura potrebbe addolcire ai licenziati dolore, smarrimento, senso di ingiustizia e di venir disprezzati, angoscia di non sapere adesso come campare, tentazione di morire.
Ma George Clooney è un cinico egocentrico. Le esigenze del suo inumano lavoro gli danno una libertà personale sconfinata, lo assolvono dal dovere di avere una famiglia, degli amici, neppure una casa o degli affetti. In perfetta solitudine (è la sensazione più contemporanea, più futura) ama viaggiare. Ama gli aeroporti: cattedrali di vetro e metallo con negozi, edicole, assistenti servizievoli, ristoranti, alberghi, bar, rapporti fugaci. Ama l’esattezza non variabile dei gesti per essere efficienti e precisi come robot. Può succedere però che il suo mondo venga insidiato: una ragazza «ottimizzatrice» fa una proposta alla ditta, licenziare in videoconferenza per risparmiare le spese di viaggio.
Clooney molto bravo e la sceneggiatura che trascende i generi scritta dal regista con Sheldon Turner sono i segreti di Tra le nuvole, cuore e alta professionalità, grande tecnica e sentimento sincero. La crudeltà del lavoro disumano di Clooney da lui vissuta con disinvolta indifferenza è testimoniata dai licenziati che non sono attori né comparse ma persone che a Detroit e a St. Louis hanno davvero perso il posto; l’avere affidato un personaggio odioso alla star più amata del momento è una prova dell’abilità e scaltrezza del regista.
Da La Stampa, 22 gennaio 2010

Al suo terzo lungometraggio Jason Reitman ha cominciato ad abbandonare quella vena aspramente polemica e fortemente indie che ha accompagnato i suoi due primi lavori, rispettivamente “Thank you for smoking” e “Juno”, per cadere qui e lì in una sorta di trappola mainstream che da lui mai ci saremmo aspettati. Per carità la tematica principale su cui si basa questo “Tra le nuvole” è sicuramente molto interessante e segue il percorso precedentemente affrontato nell’approfondire questioni sociali di grande rilievo, vissute e sviscerate da alcuni interessanti protagonisti.
Da Nick Naylor, strenuo sostenitore del fumo, a Juno ragazzina incinta che decide di dare in adozione il suo bambino, arriviamo a Ryan Bingham, che spaccia degli ingiusti e crudeli licenziamenti per delle imperdibili opportunità di riconquistare i propri sogni e rivoluzionare in positivo la propria vita. Va da sé che a rivoluzionarsi davvero sarà la sua di vita, grazie all’entrata in scena di due donne che assumono due ruoli diversi, ma complementari nell’agitare la schematica organizzazione dell’esistenza di Ryan. Una è la giovane collega che vuole introdurre il sistema della videoconferenza per i licenziamenti di modo che non sarà più necessario viaggiare in lungo e in largo per l’America (cosa che scombussola oltremodo l’equilibrio di Ryan che vive solo ed esclusivamente per stare “tra le nuvole”), e l’altra è la menager sensuale che instaura una relazione “casuale” con lui e che in qualche modo ne mina le certezze basilari sulla vita di coppia da Ryan considerata superflua, visto che è abituato a pilotare da solo senza il bisogno di alcun “co-pilota”. E’ sostanzialmente nell’evolversi di questi due personaggi e delle loro story-line che risiede la delusione dello spettatore abituato da Reitman a ben altre soluzioni narrative. Ecco che allora la spietata collega si rivela essere una ragazzina impaurita e indebolita da una delusione d’amore e la relazione con la graffiante menager si risolve in un risvolto stucchevolmente romantico che ha il suo apogeo nella sequenza fin troppo telefonata e smielata del matrimonio della sorella del protagonista.
Al di là di questo, comunque, si può godere di una serie di momenti decisamente ispirati accompagnati da dialoghi caustici, sarcastici e divertenti che ci fanno sorridere amaramente sulla realtà economica e sociale americana, ma non solo, e in sottofondo ci fanno anche commuovere di fronte alle differenti reazioni dei licenziati da Ryan e dalla sua nuova collega che alla fine si rivela inadeguata a sopportare il carico delle sofferenze altrui. Molto coinvolgente anche la metafora dello zainetto che Ryan utilizza nelle sue conferenze durante le quali paragona il carico del bagaglio con il carico umano e affettivo che ognuno di noi si porta dietro. E se all’inizio il suo stile di vita ordinato e “leggero” come le nuvole tra cui spesso passa il suo tempo viene sbandierato da lui con orgoglio e compiacimento, alla fine arriverà la consapevolezza che qualcosa gli manca, a partire da un inesistente legame con la sua famiglia, costituita da due sorelle, oltre ovviamente all’esistenza del “co-pilota” di cui sopra. Molto coinvolgente, ed emblematica circa la situazione eistenziale di Ryan, risulta la sequenza in cui finalmente riesce a raggiungere il record di miglia percorse in aereo e ad entrare nell’esclusivissimo club composto da sole sette persone: quando il pilota dell’aereo gli chiede da dove viene a Ryan non rimane che rispondere quasi tristemente “da qui”.
Grazie anche alla disinvolta e apprezzabilissima interpretazione di un sempre simpatico George Clooney (che riesce a trasmettere perfettamente anche i risvolti drammatici del suo personaggio), attorniato da un duo femminile molto scoppiettante composto da Vera Farmiga e Anna Kendrik, “Tra le nuvole” risulta un film molto gradevole che, trascurando le cadute di stile o più precisamente alcune debolezze narrative scadenti in alcuni evitabili clichè, ci regala più di un sorriso, ma contemporaneamente ci fa riflettere sulle lacrime altrui che, dato il clima economico in cui viviamo, potrebbero essere anche le nostre.
Cavisi Alessandra, da “livecity.it”

Anche questa volta punge e bacchetta Jason Reitman, il regista di Thank You For Smoking e Juno (vincitore di un Oscar per la Miglior Sceneggiatura) che con Tra le Nuvole affronta un tema estremamente attuale: è meglio vivere da single in libertà, sganciati da qualsiasi obbligo relazionale verso la famiglia e gli affetti o è meglio una vita in condivisione ma inevitabilmente fatta anche di rinunce? Il film che è stato presentato in Concorso al Festival Internazionale del Cinema di Roma porta sullo schermo un George Clooney pienamente maturo e capace di unire al piglio comico quel fascino hollywoodiano che pochi attori americani sanno attualmente gestire con intelligenza.
La grande metafora del volo e della civiltà occidentale globalizzata che si srotola tra le immagini composite delle vedute aeree dell’America del XXI secolo racchiude quell’illusione, fatale, che il post american dream della McSociety ha partorito quando l’idea del raggiungimento della felicità si è andata a intrecciare con la libertà incondizionata dell’individuo. Ryan Bingham (George Clooney) incarna l’affascinante middle man in carriera, un cinico individualista fiero della propria indipendenza.
Bingham vende la sua filosofia ai meeting esclusivi dell’élite americana dove propone al suo uditorio di mettere tutti gli affetti in uno zaino (oggetti, persone care) e bruciarlo. Ryan non crede nella famiglia, nel matrimonio, nelle relazioni, solo nella cura incondizionata di se stessi. Questo è il segreto della sua felicità. Viaggia continuamente e nel portafoglio ha una collezione di carte di credito, pass e convenzioni con i migliori hotel statunitensi. Il suo principale obiettivo è quello di raggiungere 10.000 miglia di volo ed entrare nel club dei migliori viaggiatori di tutti i tempi.
Ryan viaggia per lavoro, un lavoro insolito. Si tratta di licenziare le persone per conto di aziende che devono ridurre il personale, dando il ben servito, come dice lui, in modo da rendere il limbo più tollerabile. Anche Alex (Vera Farmiga) è un’incallita viaggiatrice e le loro strade s’intrecciano, irrimediabilmente. Ma la vita di Ryan sta per cambiare. Messo sotto pressione dalla giovane Anna Kendrick (Natalie Keener) che ha convinto il capo di entrambi a risparmiare sui viaggi per eseguire i licenziamenti online e dall’imminente matrimonio della sorella, Ryan si trova ben presto a mettere in discussione la sua scelta di vita.
Come sottolinea Reitman, Ryan è un tricky charachter, un personaggio fastidioso che si mette in opposizione alla società, un vero e proprio terminator. Convinto di poter essere ovunque – come del resto la globalizzazione ci ha abituato a pensare – Ryan finisce per perdere il senso del luogo, attitudine che i media ci hanno abituato a sperimentare come recita il mediologo Meyerowitz.
Tra le Nuvole mostra il suo valore nella sceneggiatura scritta dallo stesso Reitman che prende spunto dal romanzo di Walter Kirn e parla della vita di un tagliatore di teste aziendale, uno spaccato sul dramma del licenziamento che il regista ha voluto sottolineare nel film inserendo le testimonianze di una ventina di persone realmente licenziate. Reitman racconta: “Volevamo che le scene dei licenziamenti fossero il più possibile veritiere, perciò… ci siamo recati a Detroit e St. Louis, le due città più colpite dalla disoccupazione, lo scorso anno, e abbiamo pubblicato annunci diffondendo la notizia che stavamo facendo un film su questo argomento e stavamo cercando gente disposta a parlare della propria esperienza.”
Letizia Geron, da “nonsolocinema.com”

Mentre tutti parlano di Judd Apatow quale nuovo re della commedia americana, il figlio d’arte Jason Reitman piazza il terzo colpo in quattro anni (dopo “Thank You For Smoking” e “Juno”) e fa centro di nuovo, riuscendo ancora una volta ad integrare un tema scomodo e un tono, almeno apparentemente, leggero.
Ryan Bingham (Gorge Clooney) lavora per una società che si occupa di gestire i tagli al personale delle aziende americane, per lavoro è sempre in viaggio, per viaggiare vola. Tutti i riti che accompagnano un viaggio di lavoro, dalla preparazione dei bagagli alla cena solitaria in albergo, compongono il guscio di sicurezza che Ryan ha costruito per la propria vita, basata sulla filosofia dello “zaino vuoto”: se non hai legami, se non hai pesi, puoi viaggiare, puoi spostarti con leggerezza e senza problemi. Due donne intervengono a minare queste certezze: Natalie (Anna Kendrick), giovane collega di Ryan che riesce a far approvare un nuovo metodo di lavoro basato su video conferenza e che viene affidata ad un riluttante Ryan per un tirocinio itinerante, e Alex (Vera Farmiga), altra frequent flier, che lentamente fa breccia nel cuore di Ryan.
“Up In The Air” (“Tra Le Nuvole”), presentato allo scorso Festival del Cinema di Roma, è sicuramente una commedia più matura di “Juno”; lo script è più articolato e meno appoggiato sulla colonna sonora (comunque notevolissima) ed alcune sequenze sono davvero belle da vedere, come le riprese aeree, e superbamente curate e montate (come quando il protagonista prepara i bagagli).
D’altra parte, il ruolo di Ryan Bingham è ritagliato sulla sagoma e sulle smorfie di George Clooney (la battuta sull’età è da contratto?), che sa quali ruoli prendersi sia nelle commedie sia nei film impegnati, al contrario di molti suoi colleghi. Coadiuvato da un ottimo cast di supporto (Jason Bateman, la conturbante Vera Farmiga e Anna Kendrick, più piccoli quanto significativi ruoli di Danny McBride e J.K.Simmons), il vecchio (pardon!) George mette tutto il suo talento a disposizione di una commedia brillante ed originale, dagli esiti e i temi per nulla scontati.
Si potrebbe azzardare un paragone con “UP” della Pixar, in cui il protagonista si fa “fisicamente” carico dei suoi ricordi per prendere il volo, ma dovrà liberarsene, ad un certo punto, per continuare a volare: il suo aspetto fisico non a caso è tozzo, come se fosse appesantito da tutta una vita di ricordi. Ryan Bingham invece vive senza legami, senza un posto in cui tornare, si sente a suo agio nei non-luoghi come gli aeroporti e le hall degli alberghi, l’unica cosa che colleziona avidamente sono le miglia aeree percorse. La metafora ricorrente è quella dello zaino vuoto: riempire lo zaino di ricordi, affetti, legami, cose e poi provare a muoversi è impossibile. La vita è movimento, per muoversi bisogna essere leggeri, il più possibile.
Jason Reitman costruisce un meccanismo ad orologeria, che esplode quando meno te l’aspetti: da soli non si è felici del tutto, ma neanche si corre il rischio di restare delusi. Sembra piuttosto che l’importante sia non avere dubbi nella propria scelta di vita, altrimenti si rischia il collasso emotivo. Puoi restare in aria finché non senti qualcosa che ti tira a terra, ma se poi ti sei sbagliato, riprendere il volo o atterrare diventa difficilissimo.
In una congiuntura internazionale di profonda crisi, “Up In The Air” ha inoltre il merito di dare voce al mondo dei lavoratori che vengono licenziati in tronco dopo anni di onorata carriera (il lavoro di Ryan consiste proprio nel trattare la fine del rapporto dei dipendenti in esubero per conto delle varie compagnie).
Lo stesso Ryan è però costretto a misurarsi con un possibile stravolgimento e una minaccia alla sua stessa carriera quando la sua giovane collega Natalie (Anna Kendrick) propone una procedura per la dismissione del personale basata su videoconferenza che rende completamente inutili i costosi viaggi che scandiscono la vita di Ryan e costituiscono il suo bozzolo di sicurezza.
Il quadro complessivo è inquietante. Così come l’innata simpatia di Clooney maschera naturalmente (in maniera calcolatissima) la negatività del suo personaggio, il tono brillante dei dialoghi alleggerisce una serie di temi serissimi: l’importanza del lavoro, l’identificazione con la propria professione in un ambiente che generalmente non ha nessun riguardo per le persone, la solitudine come scelta consapevole di vita, il legame con le cose, la famiglia, l’illusorietà dell’amore.
Le vicende mettono Ryan a confronto con le proprie certezze: dagli incontri con Alex e Natalie alla partecipazione al matrimonio della sorella, in cui si trova costretto a sanare una crisi improvvisa dello sposo in una sorta di buffo contrappasso, ma tutto resta irrisolto, e giustamente: Reitman lascia la discussione al punto di domanda e lo spettatore si trova più nella sensazione di precipitare che in quella di volare.
Intelligente sotto tutti i punti di vista, artisticamente valido, “Up In The Air” sta avendo un gran successo nel mondo, ha vinto poco ai Golden Globe (ed è un merito) ma merita di essere visto con attenzione.
da “filmscoop.com”

Al suo terzo film il figlio d’arte Jason Reitman conferma quanto di buono si era già intravisto nei precedenti Thank you for smoking e Juno. Stavolta riesce a tratteggiare un credibile affresco della crisi finanziaria contemporanea con toni da commedia satirica e dall’originale prospettiva di un protagonista che, paradossalmente, appartiene all’unica categoria che prolifera e si arricchisce proprio in simili contesti storici, trattandosi di un cosiddetto “tagliatore di teste”, uno che di professione licenzia le risorse umane che non servono più per le grandi aziende. L’affabile Ryan Bingham però è il numero uno della sua compagnia, una vera leggenda nel suo campo: licenzia sempre e comunque, ovviamente, ma è simpatico, entra subito in empatia con chi ha davanti e riesce sempre a far intravedere un futuro possibile all’orizzonte alle sue “vittime” – tutte comparse che avevano davvero perso il lavoro per ottenere il massimo realismo –. Bingham di solito vola per trecentoventidue giorni all’anno da un capo all’altro degli States per licenziare gente al posto di capi aziendali che non hanno abbastanza stoffa per farlo da soli: la natura della sua professione ha reso il cielo la sua vera casa, ma il buon Ryan ha fatto di necessità virtù ed è felice di essere un membro privilegiato dei programmi “mille miglia” di ogni compagnia aerea esistente, di dormire in splendidi alberghi di passaggio da un aeroporto all’altro, di guidare impeccabili automobili a noleggio e di concedersi avventure sentimentali estemporanee e senza responsabilità. Tutto ciò che gli serve sta dentro al suo fidato trolley: Ryan non ha bisogno di legami affettivi né di certezze di sorta, il suo obiettivo è totalizzare 10 milioni di miglia e diventare un membro dell’élite più esclusiva dei viaggiatori aerei ma, proprio ad un passo dalla meta, una sua giovane rampante collega, Natalie, elabora un programma di licenziamento in videoconferenza che rischia di costringerlo alla terribile prospettiva di non viaggiare più e di stabilirsi nel suo odiato appartamento a Omaha. Per mettere a punto questa strategia il capo di Ryan gli chiede di insegnare a Natalie i segreti del mestiere: è proprio dal confronto con lei e dalla contemporanea relazione con la fascinosa Alex, quasi il suo corrispettivo in gonnella, che Ryan comincia a riflettere sulla possibilità di una vita diversa ed a un certo punto sarebbe anche tentato di saltare d’impulso verso uno zuccheroso happy ending (ma Jason Reitman ha troppo talento per sterzate esistenziali così prevedibili). Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Kirn, Tra le nuvole è un film che fotografa con brillante e disilluso umorismo lo sconfortante scenario di questi ultimi anni a base di crisi e licenziamenti, ma il dato più interessante ed incisivo è forse riposto nel protagonista, un vincente del sistema che però per il successo ha lasciato da parte tutto quello che in teoria dà un significato alla vita – ma il disilluso finale potrebbe anche lasciar intendere che averne preso coscienza forse è comunque un ottimo punto per ripartire –. Nel cast brilla letteralmente un irresistibile George Clooney , davvero a suo agio in un protagonista che sembra cucito su misura per lui. Da vedere.
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Tra le nuvole
di Jason Reitman

Tutti hanno bisogno di un co-pilota

Ryan, manager esperto in riorganizzazione del personale, è stressato dalla crisi che gli impone troppi licenziamenti e vive con una sola idea fissa: raccogliere punti millemiglia per raggiungere lo status di “one million frequent flyer”. Distaccato e cinico, finché non incontra la donna dei suoi sogni. [sinossi]

C’era una volta, in un paese lontano lontano, un giovane cecoslovacco emigrato dall’altra parte dell’oceano in cerca di gloria nel mondo dello spettacolo; nelle vesti di produttore, l’alacre giovanotto cura nell’arco di una manciata di anni le sorti di due suoi coetanei di sicuro avvenire, David Cronenberg e John Landis. Per il primo si arrabatta, dandogli la possibilità di dimostrare la sua verve orrorifica e destabilizzante ne Il demone sotto la pelle e Rabid, mentre al secondo viene concesso di portare in scena l’anarchia demenziale e deflagrante di Animal House. Successi di critica e – soprattutto nel caso di Landis – grande apprezzamento da parte del pubblico: così grande che il nostro giovane ex-cecoslovacco decide di dedicarsi anche alla regia, cercando di cavalcare l’onda anomala seguita proprio al maremoto provocato dallo tsunami-Landis. Nel 1981 è la volta di Meatballs, e le cose vanno così e così, ma Ivan (nato Ivanco) Reitman – questo il nome del nostro “eroe” – ha un asso nella manica e si intitola Ghostbusters, ancora oggi, a venticinque anni di distanza, uno dei maggiori incassi di Hollywood; questo il parto creativo a cui Reitman relegherà eternamente la sua fama, tanto più che le sue creature seguenti (I gemelli, Un poliziotto alle elementari, Dave, Junior) pur continuando a ottenere riscontri non indifferenti al botteghino, abbandonano ben presto la memoria di chi vi assiste. A proposito di parti e di creature, nel frattempo Ivan ha avuto tempo e modo di metter su famiglia, e con sua moglie Geneviève Robert – attrice di scarso valore che ha ben presto abbandonato il mestiere – ha generato Jason (1977), Catherine (1981) e Caroline (1988): delle due ragazze ci sarà forse modo di parlare in altre occasioni, ma oggi è invece il caso di soffermarsi su Jason, unico dei pargoli di casa Reitman ad aver seguito le registiche orme paterne. Ed ecco che il “c’era una volta” finisce e approdiamo ai nostri giorni…
Up in the Air rappresenta un punto di passaggio decisamente non trascurabile nel percorso artistico del giovane cineasta canadese: prima sua opera prodotta direttamente da una major, arriva dopo la sbornia collettiva procurata da Juno, senza dubbio il film indie che ha maggiormente segnato l’industria statunitense degli ultimissimi anni. Nei meritati peana che hanno accompagnato le vicissitudini dell’adolescente Ellen Page alle prese con un’inaspettata gravidanza, si è spesso e volentieri perso per strada Thank You for Smoking, opera d’esordio dell’allora ventottenne Jason: un errore non di poco conto, e non solo per i meriti artistici del film. Se diventasse necessario trovare una pietra di paragone per Up in the Air all’interno della scarna filmografia del suo autore, l’occhio si dovrebbe difatti muovere senza indugi proprio verso Thank You for Smoking; non si parla qui solo di pure e semplici “somiglianze” strutturali – che pure in parte vi sono, e anche decisamente presenti – ma anche e soprattutto di una modalità produttiva che presenta, e senza dover scrutare il fondo del pozzo con troppa attenzione, dei punti di contatto non indifferenti. Il più immediato riguarda ovviamente la scrittura dell’opera: laddove Juno era in tutto e per tutto il parto della fervida mente di Diablo Cody (ed è ora che anche nel nostro martoriato paese approdi il discusso Jennifer’s Body di Karyn Kusama, seconda sceneggiatura della trentenne di Chicago), sia Thank You for Smoking che Up in the Air portano in calce la firma dello stesso Reitman, anche se per il secondo deve dividere oneri e onori con Sheldon Turner. Ancora di più: entrambi sono tratti da romanzi, il primo di Christopher Buckley e il secondo di Walter Kirn. Perché sottolineare questo punto? Perché è proprio da un punto di vista puramente strutturale e narrativo che si possono trovare le maggiori divergenze tra Juno e gli altri due film: in Up in the Air si ride, in alcuni momenti anche di gusto, ma la pellicola non è attraversata da quel dirompente furore iconoclasta, punk e al contempo dolcissimo, che innervava e arricchiva Juno. Non che si annidi in questo la volontà di trovare un punto debole dell’ultima opera di Reitman, sia chiaro: Up in the Air è un diesel, parte lento e inizia a lavorare sottopelle con pervicacia e precisione. Non ce ne si rende neanche conto, forse, dispersi come siamo tra le nuvole insieme a Ryan Bingham, di professione “licenziatore”, mestiere decisamente indispensabile in un mondo occidentale sempre più in crisi, economica e morale. In pratica l’inappuntabile Ryan si occupa di sfoltire, per conto dei suoi capi, il personale di varie società che hanno “necessità” di diminuire gli stipendiati: l’unico modo per svolgere il suo compito è quello di volare qua e là per gli Stati Uniti d’America, passando giorno dopo giorno da Omaha a Miami, senza mai trovare una città in cui fermarsi.
Up in the Air palesa dunque fin dall’incipit la sua natura errabonda, instabile: gli USA raccontatici da Reitman sono solo aeroporti, uffici e alberghi, in cui un’umanità sradicata si affanna a trovare il senso della propria esistenza, finendo per auto convincersi del successo della cerca. Mai nessuno, finora, aveva avuto il coraggio di portare in scena la crisi economica per eleggerla a vero e proprio elemento cruciale della narrazione: seppur mascherato, con abile e accurato lavoro di make-up, da picaresco road-movie romantico, Up in the Air è un doloroso e pessimista scandaglio di un paese che ha svenduto l’anelito di libertà dal quale era sorto alle profumate offerte del profitto. È la menzogna a guidare le azioni dei protagonisti del film di Reitman, finzione all’apparenza salvifica, unico viatico per non smarrire la via: solo vivendo nell’ignoranza di questa bugia si può sperare di rimanere puri, come l’ingenua ragazzina fresca di laurea in psicologia che vorrebbe rivoluzionare il mondo dei licenziamenti senza sapere quali sommovimenti umorali e psicologici si possano nascondere dietro un gesto all’apparenza così semplice.
Se per la prima metà Up in the Air sembra istradato sui binari della commedia perfetta, con il protagonista destinato alla presa di coscienza e la storia d’amore a colorarsi di rosa confetto, va riconosciuto a Jason Reitman il grande coraggio di interrompere la marcia e cambiare direzione: il ché, alla prima vera esperienza con una major, non deve essere certo stata una scelta facile. Non vi sveleremo cosa accade, ovviamente, ma la commedia rosa confetto si trasforma, passo dopo passo, in una disillusa corsa verso l’accettazione della sconfitta. Una sconfitta ineluttabile, resa ancor più dolorosa dalla comprensione della stessa. È qui che Up in the Air si fa davvero potente, racchiudendo in una frase finale apodittica e dai significati sfaccettati il senso di una messa in scena che, come la progressione narrativa, parte scoppiettante e fantasiosa – i divertiti split screen dei titoli di testa – per terminare rigorosa, quasi esautorata della propria energia. Un film che inizia con gli splendidi panorami ammirabili dalle nuvole, e finisce con le nuvole. E un aereo, solitaria casa in cui non si è mai veramente a casa. La crisi economica non ha fine, ma per lo meno Hollywood ha la conferma di aver trovato un nuovo, grande regista.
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Il regista e sceneggiatore Jason Reitman fa tre centri consecutivi.
La sua prima regia di lungometraggi è con “Thank you for smoking” (2005), poi è la volta di “Juno” (2008), entrambi hanno ricevuto premi e interesse da parte di critica e pubblico per il particolare stile nel raccontare storie cariche di umanità e portando sullo schermo persone più che normali, che sfidano le convenzioni. Tra le nuvole mantiene questo stile e racconta una storia originale e interessante.

Ryan Bingham svolge un lavoro aziendale molto particolare, in quanto si occupa di licenziare gli impiegati di aziende che intendono ridurre il personale, licenziamenti che le aziende, per svariati motivi, non sono in grado o non vogliono attuare in prima persona.
Questo lavoro lo porta a viaggiare per 300 giorni l’anno, periodo che passa tra uffici aziendali, aeroporti e alberghi di varie città. Tra un volo e l’altro conosce Alex, una viaggiatrice d’affari con la quale condivide la stessa filosofia di vita: niente legami a lunga scadenza. Un giorno il suo capo convoca tutti i viaggiatori per annunciare un cambiamento radicale, l’esperta di numeri Natalie propone di licenziare il personale in video conferenza. Si ammortizzerebbero, così, i costi e non ci sarebbe più bisogno per gli impiegati di spostarsi da casa. Ryan mostra subito il suo disappunto, ama il suo stile di vita e inoltre sa che non è semplice licenziare una persona, che può avere le più disparate reazioni. Il capo affianca Natalie a Ryan affinchè gli mostri il tipo di lavoro che svolge e testare la video conferenza. Il tempo che trascorreranno insieme sarà utile a entrambi e Ryan inizierà anche a mettere in dubbio le sue convinzioni filosofiche, riguardo il suo rapporto con Alex.

Il film trae l’ispirazione dal romanzo omonimo di Walter Kirn, dal quale Reitman ha preso spunto per la figura di Ryan.
La sceneggiatura ha subito diverse modifiche dalla prima scrittura di Sheldon Turner, Reitman ci ha messo del suo, ampliando maggiormente il personaggio di Ryan e il contesto nel quale si muove. Ha messo in primo piano la difficoltà che gli individui possiedono nel comunicare e nello stringere legami concreti e duraturi nel mondo odierno.
Il paradosso risiede nel fatto che oggi c’è la tecnologia che elimina le distanze, si ha ogni sorta di strumento tecnologico all’avanguardia per comunicare da una parte all’altra del globo, ma i rapporti umani si vanno man mano esaurendo.
Nel comunicare utilizziamo sempre qualche filtro che invece di unirci ci allontana, così è più facile parlare di problemi personali o situazioni intime tramite i social network o una telecamera, piuttosto che dialogare a tu per tu, ascoltare cosa gli altri hanno da dire. Si è presi talmente da se stessi, da perdere il contatto umano, che è insostituibile. Si creano così individui soli, convinti che la propria solitudine sia per scelta.
Ryan è una persona in gamba, sa far bene il suo lavoro, abbracciando positivamente i benefici e le comodà che quest’era dà. Conduce una vita tranquilla e piacevole, il suo obiettivo è quello di raggiungere 10 milioni di miglia, per assaporare i benefici del vincitiore. Ryan, tuttavia, non ha amici, con le sue sorelle si sente di rado, quasi non le conosce più, non ha una donna, solo qualche fugace incontro in un albergo di una città qualsiasi, perché ciò che Ryan vede di ogni città si somiglia tutto, gli aereoporti e gli alberghi hanno la medesima estetica, si dà così l’impressione al viaggiatore di trovarsi nel familiare, ma non è casa.
Ryan gradualmente comprende quanto siano piacevoli i legami affettivi e quanto possano arricchire un individuo, renderlo appagato e felice. Questo cambiamento si attua grazie all’incontro con Alex, una donna attraente e intelligente e con la quale inizia a pensare a un futuro, e a Natalie, la giovane collega che crede profondamente nel matrimonio, nel condividere una vita con la persona che si ama. Entrambe con atteggiamenti diversi lo fanno crescere emotivamente, sgretolando poco a poco il suo individualismo.

Un elemento importante, che sta alla base del film, è l’esplorazione profonda, che Reitman fa, dei sentimenti più svariati che si provano per la perdita di un lavoro. Il regista ha voluto delle reazioni vere e dirette di americani comuni che hanno vissuto questa dolorosa esperienza in un momento in cui la situazione economica del paese non è delle migliori. Reitman e i suoi collaboratori si sono recati a Detroit e a St. Louis, le due città più colpite dalla disocupazione, e hanno pubblicato annunci in cui si dichiarava che stavano facendo un film sull’argomento e si cercava gente disposta a parlare del proprio vissuto, questo per dare voce alla dura realtà. Per Reitman non serviva inventare storie, quando si ha la realtà davanti agli occhi, più sconcertante e toccante di quanto si possa pensare. Spesso le persone licenziate sono solo dei numeri, si sente parlare di percentuali in cui non si ravvisa l’essere umano.
Tra le nuvole possiede una vena umoristica molto netta, George Clooney conferisce al suo personaggio Ryan un umorismo sottilmente dark mai eccessivo, incarnando in modo perfetto i lati del suo carattere.
Per ciò che riguarda l’ambientazione, le riprese sono state fatte in cinque città, che sono servite per mostrare tutte le altre presenti nel film. La base della produzione è stata St Louis. Inoltre Reitman ha voluto girare all’interno di aeroporti veri per catturarne la vera atmosfera.

La fotografia segue l’evoluzione del personaggio e la diversa ambientazione in cui ogni volta si trova. Le tonalità calde associate al Sud si contrappongono a quelle violacee di Wichita, per esempio.
Reitman voleva un’atmosfera romantica che accompagnasse Ryan nei suoi viaggi, per sottolineare l’amore per il suo stile di vita e come apprezzi il senso di precarietà nel quale vive.
Le luci sono costruite e artificiose, rispecchiando l’atteggiamento freddo e distaccato di Ryan, poi nel corso del racconto diventano morbide e calde, seguendone il cambiamento interiore.
Tra le nuvole mostra un uomo, come ce ne sono tanti, e il suo percorso di crescita emotiva, è una storia ricca d’umanità che dà voce a tematiche poco trattate e lo fa con delicatezza, nei momenti in cui il protagonista si ferma a riflettere coinvolge anche la riflessione dello spettatore.
È un film ricco sotto tanti punti di vista, senza dimenticare un umorismo fresco e leggero.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Prodotto dalla Montecito Picture Company (società fondata nel 1998 da Ivan Reitman, padre di Jason), Tra le nuvole è liberamente tratto dal romanzo del 2001 Up in the Air di Walter Kirn (già autore di Thumbsucker). Prendendo spunto dal libro di Kirn e da un primo adattamento di Sheldon Turner, Jason Reitman ha apportato numerose varianti al soggetto originale, sollecitato da due eventi non trascurabili: il suo matrimonio (con annessa paternità) e la recente crisi economica che investito gli Stati Uniti (e non solo), rendendo particolarmente incandescente la materia narrativa del romanzo. Iniziato nel 2002 e originariamente concepito in chiave satirica, il lavoro di sceneggiatura si è dunque trasformato nel corso degli anni, modificando sensibilmente il carattere del trattamento: da una parte addolcendo i toni sarcastici e dotando il tagliateste Ryan Bingham di un più consistente strato sentimentale (il rapporto con la novellina Natalie non è privo di implicazioni paterne, così come quello con la disinvolta Alex non è scevro di aspirazioni coniugali), dall’altra esacerbando gli aspetti cinici della Career Transition Corporation e dando maggior rilievo drammatico alle figure dei “congedati” (le scene dei licenziamenti sono interpretate quasi esclusivamente da persone che hanno davvero perso il lavoro e che hanno risposto a un annuncio pubblicato sul giornale da Reitman).
Tra le nuvole ma anche coi piedi per terra, dunque: tenendo a freno le provocatorie arguzie di Thank You For Smoking e sbarazzandosi dei vezzi indie che ammorbavano Juno, il terzo lungometraggio di Jason Reitman (classe 1977) non ha timore di scherzare coi luoghi comuni (“Sono come mia madre, uso gli stereotipi: si fa prima”, dice Ryan a Natalie che gli rimprovera di essere razzista) e di confrontarsi coi cliché della commedia sentimentale (l’improvvisata notturna a casa di Alex), riservando l’originalità al disegno dei personaggi e al paradosso delle situazioni. L’attitudine erotica risulta capovolta rispetto ai canoni sessuali (chi sgattaiola via la mattina dopo sono le donne e non gli uomini), l’efficienza professionale evidenzia una contraddittoria componente umana (l’opposizione di Ryan all’asettica procedura ideata da Natalie) e le circostanze più delicate si velano di assurdo (la vittima del primo licenziamento telematico seduta nella stanza accanto a quella occupata da Ryan e Natalie): tocchi di eccentricità che riscattano il consunto canovaccio dell’uomo arido da rieducare affettivamente e rendono meno indigesto il prevedibile percorso narrativo che porta da “Il movimento è vita” a “La vita è meglio in compagnia”, due frasi emblematiche pronunciate da Ryan verso l’inizio e la fine del film.
Certo, Reitman non possiede un fulgido estro visivo e spesso si adagia in una regia piuttosto schematica (campo/controcampo e via) quando non addirittura sciatta (il party organizzato per i congressisti nell’hotel), ma la messa in scena trae profitto da un cast di comprovata affidabilità (George Clooney e Vera Farmiga mettono un tantino in ombra la volitiva Anna Kendrick a dire il vero), da un montaggio scorrevole e vivace (le procedure d’imbarco, le visioni aeree sulle metropoli e sui paesaggi), da una fotografia che varia la temperatura cromatica a seconda delle città attraversate (dalle dominanti calde di Phoenix alle tonalità fredde di Detroit passando per le sfumature dorate di Wichita) e da un’attenzione agli spazi e ai dettagli tutt’altro che approssimativa (il film è stato girato in location prevalentemente reali e le distinte connotazioni geografiche si fanno sentire sia negli ambienti che nei costumi). Se alcune soluzioni sguazzano nel simbolismo di grana grossa (il bacio romantico tra Ryan e Alex sulla barca che provoca il blackout a bordo) e altre si crogiolano nella retorica cinematoriale (il matrimonio nel Wisconsin, girato in video a differenza del resto del film), il trentaduenne cineasta canadese ha le idee chiare nell’abbinamento immagini-soundtrack, indovinando una sequenza di tutto rispetto: il ritorno di Ryan nel vecchio college di Waupaca, sulle struggenti note di Angel in the Snow di Elliott Smith. Senza imporre pietismi o patetismi strappalacrime (le conseguenze suicide di un licenziamento sono riferite con incisiva asciuttezza) e assicurando saldamente l’identificazione dello spettatore al protagonista (le rabbiose reazioni dei licenziati collocate in apertura e rivolte verso Ryan non inquadrato), Reitman padroneggia infine il temibile espediente della voce over, dosandone equilibratamente le occorrenze tra la presentazione ufficiale dell’incipit e il volo pindarico del finale.
Alessandro Baratti, da “spietati.it”

La storia – Ryan ha uno strano lavoro che ama alla follia: girare per gli Stati Uniti e licenziare dei perfetti sconosciuti per conto di pavidi direttori. Ma le innovazioni tecnologiche turbano il suo inconsueto equilibro.

Reitman è il regista dei figli di puttana. Dopo il Nick di Thank you for smoking ecco un nuovo personaggio sui generis, questa volta interpretato da un Clooney enormemente a suo agio. Ryan Bingham è un “licenziatore”, un mercenario che fa il lavoro sporco al posto degli altri. Un uomo perennemente in viaggio e rigorosamente con un solo bagaglio a mano. Licenziare non lo eccita, lui ama ciò che circonda lo scopo finale per il quale è stato chiamato. Quando il suo lavoro rischia di perdere la componente del viaggio a causa di Internet, Ryan va in crisi, cerca stabilità, cerca di tornare con i piedi per terra dall’up in the air dove ha vissuto fino a quel momento. Ma, sotto sotto, è ancora lo stronzo di prima.
Tra le nuvole è una commedia scorretta, acida, pungente. Un film di cui l’America della Crisi ha viscerale bisogno. E, se non fosse chiaro, l’ennesima conferma di quanto Reitman sia capace di trasformare una figura odiosa in un vero figo.
Lorenzo Mosna, da “duellanti.com”

Ecco il cinema americano, quello di stampo hollywoodiano, il migliore, che è arrivato dirompente e in concorso, nella quarta edizione del Festival di Roma. Il regista Jason Reitman è tornato sotto i tetti di Renzo Piano dopo avervi trionfato due edizioni fa con il suo Juno, e vi è tornato con un’opera suadente, ma che desta qualche riflessione sull’allettante forma di questa tipologia di cinema oltreoceano.
Ryan (George Clooney) è un “tagliatore di teste”, percorre gli Stati Uniti in lungo e in largo tra aziende e multinazionali per licenziare dipendenti e adempie l’ingrato compito di dar loro il triste annuncio addolcendo la pillola in modo professionale, standardizzato, collaudato secondo le regole del “miglior modo possibile”, funzionale affinché il trauma sia vissuto con conseguenze che minimizzino implicazioni e ripercussioni spiacevoli per l’azienda (in primis) e per il dipendente: il classico weberiano “agire razionale rispetto allo scopo” dei nostri tempi. Ryan è un tipo cinico e dissacrante ma dal cuore tenero, ha coscienza del proprio mestiere ed è fortemente empatico nei riguardi delle sue “vittime”. Ha poche responsabilità che vanno oltre quelle riguardanti il suo lavoro, nessun legame, pochi amici, in viaggio per più di trecento giorni l’anno. Ha sposato pienamente il mondo della velocità e della tecnologia, dell’ambizione e dell’efficienza: vive tra aeroporti e catene alberghiere e la sua casa è un trolley maneggevolissimo con all’interno nulla più dell’indispensabile; è talmente a suo agio nella condizione di Business Man in eterno movimento da tenere corsi e conferenze su come disaffezionarsi al superfluo e all’ingombrante. Quando il suo eterno peregrinare viene minato dall’idea di una rampante giovane collega di licenziare i vari dipendenti via internet e non più spostandosi di sede in sede, Ryan si trova fortemente disorientato al pensiero di non poter più vivere la sua instabile stabilità e si accorge che qualcosa di essenziale e urgente manca nella sua vita.
Clooney è impeccabile e appropriato nella parte, divo erede dei migliori personaggi della commedia americana d’altri tempi. Eredità che raccoglie lo stesso film in un assetto strutturale che nulla fa rimpiangere di quella commedia classica di qualche decennio fa, gioiello della storia del cinema americano. Reitman cesella pregevolmente ogni elemento della storia sfociando in risultati ammalianti, pur se con un’ultima parte meno prestante. Una sceneggiatura che minimizza ogni sbavatura, accattivante, dai dialoghi serrati e brillanti, sagaci, effervescenti, fulminei che viaggiano sempre sospesi lì a metà strada, semanticamente polivalenti. Una su tutti: la scena in cui il protagonista “abborda” l’attraente e assidua viaggiatrice di cui s’invaghisce. Trascorrono ore nel parlare e confrontare le loro innumerevoli carte fedeltà che collezionano. Entrambi membri onorari di esclusivi club tra compagnie aeree, autonoleggi e catene alberghiere che li illudono di essere famigliari e distinti adepti tra orde di impersonali e anonimi clienti. Parlano in modo esilarante di tutto questo, ma tra le righe si comunicano un “mi piaci”, “ti piaccio”. Nulla di cinematograficamente colossale e grandioso, ma avercene da queste parti di sceneggiatori in grado di strutturare dialoghi così (in)calzanti ed evocativi in una commedia.
Con una regia classica e appropriata; un montaggio efficace nel dare man forte alla descrizione e caratterizzazione del personaggio, Tra Le Nuvole si concretizza in un ottimo compromesso tra squisita commedia dalle buone fattezze e riflessioni sulla società americana e occidentale capitalistica contemporanea. Il suo essere accattivante e di facile lettura per qualsiasi tipologia di spettatore è anche qui mirabile abilità tipica di ogni buon sceneggiatore nordamericano. E Reitman, all’interno dei suoi ben delineati personaggi, stereotipati in senso positivo nelle loro fattezze, nella loro godibilità e riconoscibilità, innesta riflessioni sui legami, la solitudine, il contemporaneo vivere e il way of life ai tempi della crisi economica.
Un solo appunto, forse neanche da poco, una considerazione legittima per un film che tra l’altro è anche passato in concorso ad un festival: Up In The Air è pur sempre frutto di una macchina cinema (industria) più grande e nel suo saper abilmente accontentare tutti, va da sé che sia un film che non disturba nessuno, che mette sul fuoco ardenti e pressanti temi in un’aura dolce e ammaliante, ridefinendoli in modo rassicurante. Quei primi piani e volti di freschi licenziati senza stipendi e assistenza sanitaria stazionano e passano con poca eloquenza, essenza, sostanza: restano lì, sospesi a metà, Tra Le Nuvole.
Giustino Finizio, da “schermaglie.it”

Una vita tra le nuvole
Ryan Bingham (George Clooney) è un uomo che ha del fegato. In tempi di crisi economico-finanziarie senza precedenti, lui fa niente meno che il tagliatore di teste. Con una disinvoltura che sa di bieca e cinica indifferenza più che di navigata professionalità, Ryan liquida il personale in esubero delle aziende in bancarotta. A dispetto di un lavoro tutt’altro che invidiabile, egli sembra pienamente soddisfatto della sua vita impeccabile di viaggiatore modello, la cui massima aspirazione è quella di maturare 10 milioni di miglia con la sua compagnia aerea preferita. Tutto sembra andare a meraviglia, ma il suo capo, sedotto dalla prospettiva di tagliare i costi del personale, decide di dare spago a una giovane e rampante “ottimizzatrice” aziendale, Natalie Keener (Anna Kendrick), la quale perora la causa del più “economico” licenziamento a distanza, sicché Ryan viene improvvisamente catapultato nell’angosciante prospettiva di dover rinunciare ai suoi amati viaggi…

Cos’è la felicità
Jason Reitman è sicuramente un regista dotato di grande talento. Con Tra le nuvole firma la sua terza regia, imponendosi con un’incontestabile capacità: quella di saper raccontare sapientemente storie che fanno molto riflettere, e che non si dimenticano facilmente. È difficile negare che Tra le nuvole sia soprattutto un film drammatico, eppure non mancano i momenti di sincera ilarità tipici della commedia più classica. Ma le scene che rimangono più impresse sono quelle in cui non si ride affatto. Si vedano le sequenze dei licenziamenti. Per renderle il più veritiere possibile, Reiman e la sua troupe si sono recati per il casting nelle città più colpite dalla crisi, Detroit e St Luis, “reclutando” veri neo-disoccupati. In questo modo hanno raccolto le testimonianze commoventi di chi veramente ha perduto il lavoro; così, il ricordarci che i disoccupati non sono soltanto numeri, statistiche, o peggio ancora lo spauracchio di politici incompetenti, ma anche e soprattutto dei volti, delle vite spezzate, costituisce già di per sé un grande merito. Ma non finisce qui. Il film vuole anche far riflettere sulla natura dei rapporti interpersonali e sentimentali, in un epoca in cui i mezzi a disposizione – chat, sms, ecc. – sembrerebbero aver moltiplicato le occasioni di scambio e comunicazione tra le persone. E invece quel che capita è esattamente il contrario: interrompere una relazione tramite un sms, è forse la maniera più cinica e vigliacca di farlo. Eppure è quello che capita a Natalie il cui ragazzo la liquida con un messaggio lapidario:”Forse dovrei frequentare altre persone”. È come se Reitman volesse dirci che la diffusa incapacità tra le persone di assumersi le proprie responsabilità di fronte all’altro, abbia una diretta conseguenza sul modo in cui queste comunicano tra di loro. Il linguaggio sembra essersi fatto sempre più ellittico, indiretto, evasivo, e gli sms e le chat che ci privano di quell’umanità che solo lo scambio diretto con l’altro può darci, non sono che la punta dell’iceberg di questo problema.
Ma veniamo alla nostra storia: Ryan è, per rimanere in tema, l’incarnazione di quel genere di uomo che ha scelto deliberatamente e con una punta di orgoglio di non prendersi impegni con nessuno. Non ha legami, è un estraneo persino per la sua famiglia. L’unica relazione instabile e precaria cui si concede è con una donna, Alex (Vera Farmiga), che è il suo doppio al femminile. Anche lei è una viaggiatrice incallita, sicché la loro relazione finisce per essere relegata a fugaci incontri occasionali tra un volo e l’altro. Ma le domande provocatorie e insistenti di Natalie, sorta di grillo parlante in versione moderna, nonché la prospettiva di rivedere i suoi, incrinano le false certezze di Ryan.
La domanda che sembra serpeggiare per tutto il film è: dove sta la felicità? Nello stare soli o in compagnia? È amare o comunque provare a farlo con onestà, senza difese, o convincersi di non aver bisogno di nessuno, assecondando solo relazioni effimere e inconsistenti, come fa il nostro eroe? Il regista risponde a questo dilemma con un messaggio inequivocabile che resta da scoprire andando a vedere il film. Possiamo in conclusione augurarci che Reitman continui in futuro a essere ispirato come lo è stato in questo e nei suoi due precedenti film, Juno e Thank You for Smoking, entrambi assolutamente da recuperare.
Annarita Curcio, da “spaziofilm.it”

Ryan Bingham licenzia persone. Passa la vita in cielo, tra le nuvole, volando da uno stato all’altro per lavoro. Lui è un professionista del volo, del bagaglio a mano, del check-in ed è felice. La nuova collega Natalie, l’incontro con Alex e il matrimonio di sua sorella, gli cambieranno la vita.

Miglia e miglia di solitudine, per non dover tornare mai di Daniela Scotto

Nell’arte del raccontare, soltanto una graffiante ironia, sapientemente dosata, può permettersi di parlare del dramma con il massimo distacco. Non si tratta di eventi storici particolari o di cronache straordinarie: la serpeggiante tragedia narrata in Tra le nuvole è quella di tanti americani che hanno perso il lavoro di punto in bianco a causa della crisi, forse oggi già dimenticata a causa di più gravi ed impellenti preoccupazioni. Eppure, in quegli ambienti desolati dall’improvvisa inutilità di chi non ha più uno scopo nella vita, c’è chi è in grado di eseguire freddamente il proprio lavoro, in mezzo a quelle sedie rimaste vuote, tra quei volti in lacrime, come riescono a fare i protagonisti del film, il navigato Ryan (George Clooney) e la rampante Natalie (Anna Kendrick).

Crudele? Sarcastico? No. Jason Reitman, come già accadeva in Juno (2007) e Thank You for Smoking (2005), sa descrivere con garbo e arguzia anche il contesto più imbarazzante senza ombra di compiacimento. Lo fa affidando tutto alle parole: la sceneggiatura si regge su scambi di battute fenomenali, rapidi ma densi, degni di un serial tv americano. Racconta la più basilare delle storie, ma la condisce con quell’humour freudiano, il classico motto di spirito rivelatore di tante verità, sul quale gli autori americani restano imbattibili, ad esclusione di qualche valida commedia inglese.

Reitman ha inoltre dalla sua anche un occhio affettuoso, cedevole e mai pietoso di guardare alla provincia, che dipinge rendendo vive, reali e sorprendentemente nuove certe situazioni archetipiche che in mani meno estrose non resterebbero altro che clichè. L’atteggiamento ironico, che è la massima forma di lucidità con cui osservare il mondo intorno, non lascia quasi mai spazio al lieto fine. Ogni cosa ritorna al suo posto, l’ordine iniziale si ricostituisce, lasciando sulla pelle quella sensazione, sottile, di non avere speranza.

Viaggi e miraggi nella filosofia Reitman di Matteo Mazza

Il giovane Jason Reitman (non più “solo” figlio d’arte) e il suo pensiero giovane rappresentano una delle novità più brillanti del cinema contemporaneo. Oltre alle idee giovanili, alla musica ricercata (qui il film inizia con una cover funky e contemporanea del classico di Woody Guthrie This Land Is Your Land, cantata da Sharon Jones and the Dap-Kings), alla fotografia realista e agli scenari sempre più accattivanti e dimenticati (qui si balza da una città all’altra degli States) il cinema di Reitman sembra porsi come fresco interlocutore dell’oggi capace di instaurare un rapporto diretto con lo spettatore, in grado di dialogare e di condurre a una visione della realtà più ottimista e, forse, più giusta. Certamente meno contagiata perché si tratta di una realtà nella quale l’essere umano conosce, capisce, cambia anche senza il bisogno di compiacenti pacche sulle spalle.

Dopo la battaglia alle sigarette (quelle che ci sono ma che non si vedono mai di Thank You for Smoking) e dopo l’aborto evitato (tra vomitini nei vasi e coppie solide ma in crisi o viceversa, in Juno) il regista installa un meccanismo simpatico e irriverente che indaga, sotto nuovi punti di vista, le dinamiche delle relazioni senza spostare troppo l’attenzione dello spettatore, senza mai appesantire il discorso con un atteggiamento predicatorio o virtualmente addolcito. Protagonista di un cambiamento semantico (prima è sinonimo di tempo che sta per scadere, poi si trasforma in tempo da vivere), il viaggio in Up in the Air è rappresentato come esperienza della conoscenza che rende l’uomo libero ma pure come forma di solitudine e precarietà. Queste sono le corde toccate da Reitman, che arricchisce tutto con ritmo, ironia e una giusta dose di amarezza che non stona mai con i colori dell’intero film.

Up in the air è un film che non ha paura di nascondersi dietro la precarietà delle relazioni, del mondo del lavoro e degli affetti, perché non cerca banali rassicurazioni. Piuttosto sembra suggerire, talvolta quasi con rabbia, un atteggiamento, uno stile, una ricerca di ciò che può fare la differenza nell’esistenza dell’uomo. Reitman non ha paura a raccontare storie che possono anche apparire scomode, inconsuete, strane.
Soprattutto non teme di mostrare personaggi con una vivida capacità di pensare, conoscere, scoprire. Non racconta di un’umanità che si accontenta. Non è il padre di un cinema generazionalista, pessimista e rassegnato. Non si ferma a raccontare stereotipi depressi e sconclusionati. Anzi. Il suo cinema è carico di speranza, anche davanti al fallimento. Un cinema in grado di esaltare il cambiamento, la valorizzazione dell’incontro, lo scambio, l’alterità (Non è, forse, imprevedibile il suo Nick? e non è, forse, un po’ aliena la sua Juno? e non appartiene, forse, a un altro mondo il suo Ryan?).

Curiosità
Presentato alla quarta Festa del Cinema di Roma, il film ha vinto un Golden Globe (su sei nomination) per la miglior sceneggiatura.
Daniela Scotto e Matteo Mazza, da “hideout.it”

Ha detto bene il regista Jason Reitman, quello di Thank You For Smoking e Juno, a proposito del suo ultimo lavoro: Up in the Air (dalle nostre parti, Tra le nuvole) è un film sulla solitudine piuttosto che sulla crisi economica. Certo, l’attuale e tremenda questione della disoccupazione galoppante si configura come pretesto tematico e collante dell’intero tessuto narrativo. Non un semplice “McGuffin”, per intenderci. Tuttavia, se si compie lo sforzo di ascoltare la pancia, la nostra pancia di spettatori, al termine della proiezione ci si renderà conto di quanta profonda amarezza permanga anche dopo aver lucidamente relativizzato il problema socio-economico emergente dalla storia. Ciò appare valido in maniera trasversale per una semplice ragione: la moderna civiltà occidentale, nella sua interezza, è contaminata dal germe della solitudine, che contagia pure chi non ha difficoltà sul lavoro.

Quella con cui abbiamo la malasorte di confrontarci è una solitudine del tutto particolare, tipica dei nostri tempi. È la medesima solitudine che assale, in maniera più o meno latente, il protagonista del film, quel Ryan Bingham gigionescamente interpretato dal sempre convincente George Clooney. Ryan è un “tagliatore di teste”, un tizio che se ne va in giro per gli Stati Uniti, quasi trecento giorni all’anno, a licenziare la gente. Il suo lavoro, togliere il lavoro, è spietato, cinico, inumano. Talmente inumano che si presterebbe a essere svolto anche a migliaia di chilometri di distanza dal licenziato, tramite un’asettica seduta di videoconferenza. Manco a dirlo: è proprio ciò che accade. Su suggerimento di una brillante neo-laureata (la divertente Anna Kendrick), l’azienda di Ryan decide di sperimentare il “congedo” telematico (per indorare la pillola al poveretto di turno, viene così definito il licenziamento), economizzando sulle trasferte degli aguzzini come lui. Alla fine, però, non se ne farà nulla e il protagonista potrà continuare a svolgere la sua vecchia attività. Tutto bene? Macchè. Il Ryan che abbiamo di fronte nel finale è un individuo diverso rispetto a quello della prima mezz’ora: è un uomo che ha conosciuto l’amore – lo ha stregato Alex, sua omologa al femminile (un “lui stesso con la vagina”, come si autodefinisce la fascinosa Vera Farmiga) – come un estemporaneo arcobaleno tra le sue nuvole; ed è soprattutto un uomo più umano, che ha preso coscienza della necessità di relazioni interpersonali più solide, anche attraverso il riavvicinamento alla propria famiglia (l’occasione gli è stata fornita dalla partecipazione alle nozze della sorella).

Dunque, il percorso formativo del protagonista conosce un andamento circolare. Da brillante e cinico yuppie, con in mente solo lavoro-donne occasionali-denaro, a yuppie, sempre brillante, ma sofferente per la propria condizione di instabilità, di solitudine. Insomma, è un precario nella vita, tanto quanto gli impiegati da lui licenziati lo sono nel lavoro. Si trova nel medesimo limbo. Nell’uomo Ryan, dunque, si esplicita al meglio il tratto dominante di quel mondo occidentale prima citato. Il “taglia-teste” Clooney, cioè, favorisce una trasversale identificazione spettatoriale proprio perché è solo in un mondo che sembra aver smarrito l’umanità, che tende ad assumere gli stessi atteggiamenti e gli stessi comportamenti sia sul piano privato che su quello pubblico. E dietro a questa perdita di “calore interpersonale”, Reitman lo suggerisce esplicitamente, c’è soprattutto l’algidità dei moderni sistemi comunicativi. Si può togliere l’occupazione a un uomo, senza troppi rimorsi, dallo schermo di un computer. Con un semplice sms si può essere lasciati dal fidanzato e si può lasciare il lavoro (riecco la confusione, l’indifferenziazione pubblico-privato): entrambe le cose accadono alla giovane Kendrick. Ecco dunque il motivo principale per cui questo Tra le nuvole funziona: riesce a divertire facendo riflettere e lasciando un non so che di irrisolto nello stomaco di chi esce dalla sala. Come nella migliore tradizione della commedia brillante americana. Certo, non siamo dalle parti di Capra o di Wilder: qualche difettuccio c’è (la parte centrale del film, quella del “ritorno alla purezza delle origini” di Ryan corre il rischio di cadere nello scontato e nello schematico. Rischio fortunatamente evitato da un’impennata nel finale). Tuttavia, la semplicità della scrittura, le prove confortanti di tutti gli attori e l’efficacia di alcune trovate – Alex e Ryan che competono in varietà e prestigio di carte di credito; le testimonianze quasi documentaristiche di veri impiegati licenziati; la voce off sui titoli di coda di Rolfe Kent, musicista del film, che simula una telefonata al regista Reitman, chiedendogli di utilizzare la sua colonna sonora per la pellicola, visto che anche lui ha perso il lavoro – valgono abbondantemente il prezzo del biglietto.

Un plauso particolare, infine, lo merita lo stesso Reitman, capace di tirare le fila di tutto con una regia accattivante. La sua cinepresa riesce a descrivere perfettamente il mondo di Ryan, stabilendo una felice corrispondenza tra il carattere del personaggio e l’ambiente che lo circonda. Le camicie meticolosamente ordinate, i collaudati movimenti del trolley, i rituali di corteggiamento: la metodicità della sua vita e il suo carattere omologato si riflettono felicemente nell’occhio geometrico del regista, che propone un parallelismo formale con l’occhio del protagonista stesso. Nella prospettiva di Ryan, il mondo (la sua America) appare tutto uguale, omologato come lui, appunto: dal suo oblò si scorgono campi coltivati con schematica precisione e città del tutto simili tra loro, riconosciute dallo spettatore solo grazie al nome posto in sovrimpressione. Un mondo indefinito, reso tale dalla carenza di riferimenti distintivi. Un mondo insicuro e, dunque, precario.
Marco Doddis, da “effettonotteonline.com”

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