The Road

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In concorso alla 66 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia spicca un’opera sorprendente (che è stata presentata anche al Toronto Film Festival). Sorprendente: prima di tutto per la sua ottima trasposizione dal libro da cui è tratta: il romanzo premio Pulitzer di Corman McCarthy. Il regista ha mantenuto con costante e vibrante freddezza e lucidità la storia di due anime, che vogliono sopravvivere, al centro del nulla.
John Hillicoat è riuscito a mantenere viva l’opera originaria, creando un film sobrio, riuscendo a non esasperare la trama, rimpinzandola mielosamente o estremizzandone i contenuti;
E sorprendente perché per tutte le due ore riesce a mantenere un’attenzione viva e empatica, commovente, da parte dello spettatore.
The Road è la storia di un padre (Viggo Mortensen) e di un figlio (un bravissimo Kodi Smit-McPhee), che dopo una devastazione ambientale apocalittica (nemmeno il libro spiega la causa di questo cataclisma), fatta di incendi e terremoti, non si arrendono, ma tengono acceso il fuoco dentro di loro e si mettono in cammino verso una speranza.
Tutto davanti a loro è desolazione, morte, paura. La scenografia cupa, ombrosa, distraccata dall’uomo, e un’ambientazione che specchia una natura che si è arresa, nessun animale è sopravvissuto, fanno da cornice alla spaventosa tensione postapocalittica narrata. Questo padre e questo figlio camminano su disagi, fame, disperazione, mentre cercano di salvarsi da situazioni estreme: gruppi di uomini armati si sono uniti convertiti al cannibalismo.
Ma questo padre e questo figlio non hanno convertito i loro principi, la loro fiamma non si spegne di fronte alla paura, continuano imperterriti la loro ricerca di cibo e umanità. Scelta che ha rifiutato, invece sua moglie, interpretata da Charlize Theron, che si è arresa, non è riuscita a lottare.
«Quando ho letto la sceneggiatura – ha detto Mortensen in conferenza stampa – è stato certo importante il fatto che io sia davvero un padre. Ma il film per me è soprattutto una grande storia d’amore tra due persone. Credo che il libro di McCarthy abbia avuto tanto successo e appeal tra gli altri suoi lavori perché racconta una storia universale. Ogni padre pensa subito che questa storia potrebbe capitare a lui».
L’amore sconfinato, che cresce di giorno in giorno, di questo padre per suo figlio lo porta a scelte difficili, enormi, lo costringe a pronunciare discorsi terribili, dettati dalla paura per quel che possa succedere.
The Road è un bellissimo film, di una rarità visionaria, recitato magistralmente. I due attori, Mortensen e il piccolo Smit-McPhee, hanno trovato un’intesa emotiva perfetta, la loro sintonia si incastra perfettamente all’interno del film.
da “cineocchio.altervista.org”

Prima di tutto, The Road, opera seconda del regista dell’ottimo The Proposition, inaugura una nuova meravigliosa era nei rapporti fra gli Italiani e i distributori di cinema, improntata ad una sana forma di paternalismo: The Road non si può vedere perché è troppo triste. Nonostante la presenza di Viggo Mortensen e Charlize Theron, gli omini del cinema preferiscono non rischiare che possa prenderci la malinconia, magari anche nel vedere Aragorn ridotto a uno straccione. Io l’ho visto lo stesso, in Australia due giorni fa; lì adesso c’è caldo.
E qui finisce la simpatia, perché, nonostante si possa comunque avere voglia di vederlo, The Road è pur sempre tratto dall’omonima opera di McCarthy, definita da Nick Hornby “il libro più deprimente che sia mai stato scritto”, e Nick Hornby di libri ne ha letti un bel po’.
L’umanità è necessariamente divisibile in due parti: quella formata da chi ha letto The Road, e quella di chi non lo ha fatto. Per i membri della seconda categoria, il film di Hillcoat è lì, pronto ad annientarvi. Per chi, invece, ha già letto il romanzo di McCarthy, l’impatto del film è decisamente minore. Se, da una parte, lo stile del regista e i colori e gli spazi scelti per la messa in scena sono perfettamente aderenti alla suggestioni che si trovano su carta, è anche vero che non c’è scena che si discosti dalla rappresentazione più diretta e immediata, più logica e intuitiva.
Nella definizione di un mondo post apocalittico, segnato da incendi e cataclismi, ricoperto di cenere e scheletri d’alberi, i pochi sopravvissuti si sono adattati ad una realtà dai colori esangui. Un uomo segue la strada col suo figlio piccolo e, mentre il più vecchio si stringe ai ricordi luminosi della sua passata vita “normale”, il bambino è un figlio del mondo nuovo, non ha niente a cui tornare, eppure accetta la propria esistenza e sopravvivenza; questo, forse, l’unico concetto che si distacca dall’orrore globale. Perché, per il resto, The Road rappresenta i sopravvissuti come padroni di una ferocia così radicale da lasciar intendere che ogni sentimento o emozione sia in realtà frutto di convenzioni sociali e di finzione. E l’unica scelta che ciascuno può porsi, rispetto all’opportunità d’essere vivo, è quella che contrappone l’istinto di sopravvivenza alla paura.
Nel seguire il viaggio senza meta del bambino e di suo padre, il film ripercorre fedelmente le tappe descritte da McCarthy (con l’eccezione dell’episodio più efferato), ma in qualche modo decide di edulcorare le vicende, risolvendo velocemente le situazioni in cui la tensione è maggiore (ma sfuggendo, così, anche ad una possibile deriva horror, che nel raccontare del cinema avrebbe potuto facilmente prendere la mano), e in generale rendendo meno dolenti alcuni confronti fra i personaggi. Rimane la desolazione di una storia che, scegliendo di non indicare una causa per quel che mostra, getta su ogni cosa il peso del castigo.
da “slowfilm.splinder.com”

di Giona A. Nazzaro
Cosa resta quando tutto scompare? Come resistere quando la resistenza non ha più senso e il tempo infinito resta il solo spazio da abitare?
Tratto dal omonimo romanzo di Cormac McCarthy, The Road di John Hillcoat è un film impressionante. Che fa paura e che s’insinua sotto la pelle.
Rispetto alla scansione ritmica della pagina, impossibile da tradurre filmicamente, il regista compie un incredibile tour de force formale e stilistico nel mettere in scena un mondo giunto al capolinea senza indebitarsi con il filone distopico o postcatastrofico.
Il mondo della fine di Hillcoat è una bolla beige sporca percorsa da feroci assassini cannibali che per fortuna restano sempre fuori campo.
Quando il mondo è finito, al limite basta evitare i sentieri battuti dagli altri per evitare un conflitto frontale. Anche se le guerre continuano a esistere persino dopo la fine.
Hillcoat filma con estrema precisione il venire meno dei corpi. La loro fame perenne, la loro paura, la loro sporcizia. E soprattutto riesce a rendere con lancinante dolore il grumo biblico che sta al centro del libro di McCarthy.
Un uomo e un bambino “portano il fuoco” in un mondo nel quale piove sempre. E quando non piove, piove cenere.
Con una secchezza priva di orpelli, il regista mette in scena la possibilità di un altro inizio. Un inizio che annega nel dolore e nella paura come un parto le cui doglie si protraggono per notti intere.
E soprattutto filma spietato i mille e oltre modi con cui un nascente nucleo sociale può essere annientato in un attimo.
Come un requiem nel segno di una disperata pietas, The Road è il lamento di un mondo finito che prova a rinascere ancora.
Se Cormac McCarthy riscrive con The Road la sua personale visione del mito della frontiera, Hillcoat, rischiando di bruciarsi a contatto con uno dei libri più intensi e motivati dello scrittore statunitense, riesce a rispettarne lo spirito tradendone (necessariamente) a tratti la lettera.
Probabilmente sono pochi i film che tentano in maniera così radicale di toccare lo spettatore. Hillcoat, già fattosi notare con The Proposition, è un cineasta che conserva negli occhi la memoria visiva della grande frontiera ma non è così ingenuo da fingere che nulla sia cambiato.
The Road non è solo il racconto di una fine che non è mai spiegata. È soprattutto il ritratto necessariamente spietato di come sia arduo ricominciare a vivere quando tutto intorno muore. Senza aggiungere una parola di spiegazione di troppo rispetto al romanzo, il film ne abbraccia la tesi mettendola in immagini. Immagini di una potenza visiva mai artefatta. Come la musica di Warren Ellis e Nick Cave, vuota e piena di echi.
Non è un film piacevole, The Road. Non blandisce i sensi dello spettatore. Vuole far male e ci riesce benissimo.
Il mondo, ancora una volta, non finisce con un boato, ma con un lamento. Lo sapeva T. S. Eliot. Lo sa McCarthty. Hillcoat, dal canto suo, mette in gioco tutto il suo talento, per conferire un’immagine credibile a questo lamento insostenibile.
Tu porti il fuoco?
da “temi.repubblica.it”

Rivederlo è stato un piacere, anche perché si era vociferato a lungo che in Italia, forse, non sarebbe mai uscito. Qualcuno diceva che questo film fosse troppo angusto e scuro, eccessivamente desolante e poco speranzoso. Che il nome di Cormac McCarty non fosse sufficientemente spendibile come selling element. Per questo la distribuzione del film è stata rallentata e quasi fermata fino al 28 maggio scorso.
Arriva quindi finalmente nelle sale italiane The Road, di John Hillcoat, basato sul romanzo premio Pulitzer (The Road, 2007) di Cormac McCarthy, dopo essere passato per Venezia a settembre scorso.
Viggo Mortensen è un padre che attraversa a piedi gli Stati Uniti in cerca di cibo e riparo, di calore e ristoro in compagnia di suo figlio piccolo. Sono entrambi senza nome e a lungo sembrano gli unici due esseri umani rimasti sulla Terra. In realtà, ben presto incrociano altre smunte figure ma la condizione non è più umana bensì animale. Il mondo è finito e il cannibalismo è una via per la sopravvivenza diffusa per quelle lande. Al padre il compito più duro: nutrire il figlio e la sua anima curiosa e delicata, in modo che non perda mai la distinzione tra buoni e cattivi, tra bene e male.
Il film ha un ritmo eccelso e un’ambientazione perfetta dall’inizio alla fine. Le musiche dolorose ed elegiache di Nick Cave arricchiscono il tragitto dei due viandanti. Tutto si svolge nel loop di un terribile day after misterioso e privo di risposte come il motivo del day before e gli eventi del day itself. Nulla è lasciato intendere da McCarty, dal quale John Hillcoat trae la voce narrante dell’innominato padre, nulla sa di quanto è accaduto l’uomo che, giorno dopo giorno, cammina per le strade cogliendo i particolari nuovi e dolorosi della catastrofe abbattutasi sulla Terra.
Hillcoat prende il romanzo di McCarty e gli rende un tributo di fedele omaggio, sfruttando anche un ottimo e ispirato Mortensen, sempre più spesso calato in ruoli accuratamente scelti e poco commerciali. Qui l’attore è anche produttore, con Charlize Theron che interpreta sua moglie. La diva hollywoodiana recita senza trucco e il suo cammeo brilla per impegno tanto da suggerire il ricordo di Ingrid Bergman antidiva per eccellenza in quei film interpretati per Roberto Rossellini. Il bambino è il tredicenne Kodi Smith-McPhee sul quale non si può che dire bene.
I am Legend (id., 1954) di Richard Matheson ispira la vicenda e molto delle vicissitudini dell’ultimo uomo sulla Terra e qui è attualizzato al tempo delle tematiche ambientali e della lotta per il cibo e per il petrolio. Straordinaria metafora dell’oggi, il film racconta il grigio cinereo del piombo verso il quale stiamo correndo ciecamente, la caduta degli alberi suicidi e le scosse che sconvolgono la Terra stuprata e deturpata che si vergogna di essere calpestata da noi colpevoli di matricidio. La lotta di un uomo senza nome per salvare l’anima di suo figlio è il tentativo di chiudere, nelle profondità delle acque della Louisiana, la falla dalla quale il petrolio si sta riversando, uccidendo tutto ciò che incontra, in quei luoghi di paradiso tra Florida e Messico, oggi.
Forse più dei documentari di Al Gore e dell’impegno di Leonardo Di Caprio, più della favola della Pandora di Avatar(id., 2009) di James Cameron e delle parole di Barack Obama, il film di Hillcoat può muovere l’attenzione al tema dell’ambiente e del futuro del pianeta in un modo più diretto, più doloroso ma, si spera, per questo privo di ogni possibile ridondanza che porti a un ascolto superficiale o a un disinteresse totale per questo tema fondamentale.
Aldo Romanelli, da “sentireascoltare.com”

Sulla strada, un uomo e un bambino sospingono nelle tenebre un carrello. Le poche cose del passato, l’essenziale per il presente. Anni prima, un’apocalisse d’origine incerta ha oscurato il sole e sterilizzato il mondo. Non un animale, non un filo d’erba. Un mondo ormai morto; freddo e silenzioso, umido di acque scure senza vita e carico di terrore. Resta solo il presente, breve, minacciato dalla ferocia dei sopravvissuti: lupi affamati, padroni di schiavi, falangi armate; e del passato, i ponti, le case, i tralicci, le carcasse delle automobili, e le strade. Spazi appoggiati su un paesaggio senza vita, ma ancora capaci di contenere tesori di sopravvivenza: qualche scatoletta di cibo, una coperta sottratta a un cadavere mummificato o un temporaneo ricovero in un’auto arrugginita. Senzatetto e affamati, l’uomo e suo figlio, hanno come unica protezione gli strati sporchi e consunti dei vestiti e una pistola con due colpi in canna. Sono diretti a sud: una meta incerta ma che dà uno scopo e una speranza.
Cormac McCharthy compone una favola nera (premio Pulizer 2007), profonda e rivelatrice. Distilla con una prosa asciutta e cupa un legame d’amore totale che trae forza dall’esistenza dell’altro. Racconta un dopo, lontano dalle spettacolarità della catastrofe. Fonda la speranza, sull’assenza di speranza, e pervade di poesia la realtà estrema di un mondo senza luce. Riflette sul futuro di un’umanità ormai ridotta a due semplici categorie: i buoni e i cattivi; e dà forma al dopo.
…Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.
E ancora…
…Si diceva che i sogni giusti per un uomo in pericolo erano sogni di pericolo, e tutto il resto era il richiamo languido della morte.
Aspra e ansiogena, la trasposizione cinematografica di John Hillcoat (La proposta), si avvicina con forza alle immagini evocate da McCarthy. Viggo Mortersen è il padre, Kodi Smit-McPhee il figlio e Charlize Therton la madre, la donna amata che popola i sogni di un uomo che non si arrende. Un’ottima prova d’attori. L’amore prende forma con uguale dignità: la scelta di morire della madre e la scelta di vivere del padre. Il film trae la sua forza da una regia che traduce in immagini l’essenziale e l’elegiaco del romanzo. Rende con evidenza la distruzione e restituisce allo spettatore un’insopportabile fragilità.
Il territorio della post-apocalisse è un puzzle di territori reali, estratti dal disastro di New Orleans, da zone colpite dal fuoco, dal degrado e dall’abbandono di un’economia in crisi. Piccole apocalissi, cucite per raccontare il viaggio, gli incontri (lo splendido cameo di Robert Duvall), la fuga e la speranza che conduce fino al mare. The Road abrade le nostre certezze e stilla con un impatto, a tratti insopportabile, l’inquietudine che abbiamo per il nostro futuro e per quello dei nostri figli.
Ma non solo: anima sequenze inquietanti e famigliari, che fanno parte del nostro presente e che sono appartenute al nostro passato. Padre e figlio sono due senzatetto, privi di tutto, erranti, che cercano cibo tra i rifiuti; la differenza è solo che il loro sguardo non può posarsi su uno spazio adiacente in cui è possibile cibarsi, riscaldarsi e sentirsi sicuri; e tra i corpi di quel che resta di uomini e donne chiusi nel sotterraneo di una villa, per saziare gli uomini lupo, ritroviamo le Notti e nebbie dei campi di sterminio.
Una profonda inquietudine si insinua sottopelle: dalle pagine del libro di Corman McCarthy al film di John Hillcoat.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Mentre il mondo sfuma a poco a poco nel nulla, resta la luce tenue del ricordo, della speranza folle, dell’amore. Il fuoco che ci tiene. E’ tutto qui, non c’è null’altro da dire. Non si può parlare neanche più di metafora. Fedele allo spirito del romanzo di McCarthy, Hillcoat si spoglia di tutto, per tornare all’uomo, al cuore e all’essenza. In concorso a Venezia 66

The RoadNoi portiamo il fuoco? E’ l’unica domanda a cui varrebbe la pena rispondere, lungo la strada. Un domanda tagliente e lucida come la lama di un coltello, talmente chiara e implacabile da trovar senso in sé, senza più pretendere o limitarsi ad essere metafora d’altro. Eppure, nonostante tutto, una domanda che suona ‘strana’ come una dissonanza in un mondo abituato a vivere nascostamente. Forse, il segreto miracoloso di Cormac McCarthy sta proprio nel suo percorrere sentieri che sembrano portare alla parabola, all’astrazione del mondo iperuranio, eppure grondano a ogni passo di sangue caldo e vivo. Il fuoco sotto la neve. Le faville delle passioni che scintillano nella gelida e cristallina perfezione del creato. L’arte sembra tutto, ma non è niente. E’ solo la preghiera che fa riaffiorare dal profondo le divinità ctonie che custodiscono il mistero dell’esistenza e parlano la lingua del mito. Tutta la grande letteratura americana si colloca in questa quarta dimensione in cui la natura non cessa mai di trasfigurarsi nel simbolo, per poi ridiventare subito materia e carne. Il canto di una frontiera, linea di confine tra il divino e l’umano. E, John Hillcoat, già regista di The Proposition, nell’adattare per il grande schermo La strada, l’ultimo romanzo di McCarthy, sembra coglierne il valore: quel suo essere punto di non ritorno di una tradizione al tempo stesso mistica e materica, viaggio allucinato in quel nostro limbo quotidiano in cui siamo costretti a vagare, alla ricerca di quel senso ultimo, in cui risposa la salvezza.
Ci muoviamo ‘lungo trame dantesche’, come una volta diceva qualcuno. Un tempo imprecisato, un mondo devastato da una catastrofe sconosciuta. Un uomo e un ragazzo camminano per lande grigie e desolate, oppresse dal gelo e dalla pioggia. Si dirigono verso sud, in cerca di cibo, calore e vita. Ma è una lotta disperata contro la fame, al riparo dalle bande armate di profughi condannati ormai al cannibalismo. A tenerli in vita c’è solo il fuoco, quella cosa indefinibile che cova nell’anima, tra le ceneri del dolore, e ci rende uomini. Mentre il mondo sfuma a poco a poco nel nulla, resta la luce tenue del ricordo, della speranza folle, dell’amore. E’ tutto qui, non c’è null’altro da dire. Non si può parlare neanche più di metafora. Semmai è questione di fisica, biologia, chimica. La ricerca del nucleo. Fedele allo spirito del romanziere (molto più dei fratelli Coen e della loro esibita intelligenza), Hillcoat si spoglia di tutto. Rinuncia alla psicologia, alla tentazione del catastrofismo, alla denuncia millenaristica della miseria di un’umanità votata all’apocalisse, nella convinzione che il male e la tragedia siano naturali come l’aria. Rinuncia al suono fastidioso di troppe parole e ai colori, desaturandoli in un grigiore uniforme, un universo plumbeo dove un semplice scarabeo verde diventa il segno di un’utopia. E a poco a poco sembra rinunciare anche allo spazio, restringendo il campo dell’inquadratura, fino a concentrarsi sul profilo tenero e severo del piccolo Kodi Smith-McPhee, sul volto perfetto e dolente della Theron, su quelli incredibili e meravigliosi di Viggo Mortensen, Robert Duvall e Guy Pearce, percorsi da rughe che sembrano sentieri di guerra, cicatrici di dolore e tempo. Ecco: The Road è un ritorno all’uomo, un viaggio d’amore verso il cuore e l’essenza, punteggiato dalla partitura magica di Nick Cave. Un padre e un figlio in cammino. A mantenere acceso il fuoco.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

Un caso già prima della sua uscita effettiva, questo “The road”, non solo perché ispirato al romanzo dell’ormai acclamatissimo McCarthy, ma anche perché la nostra distribuzione non voleva acquistarlo considerandolo troppo triste e deprimente da proporre agli spettatori italiani. In effetti la pellicola è sia molto triste, che molto deprimente, ma al tempo stesso è anche un’opportunità per riflettere, perché ce n’è e ce ne sarà bisogno ancora, sullo stato della nostra civiltà, e soprattutto della nostra umanità.
Il genere post-apocalittico poi si è sempre prestato a questo tipo di considerazioni, mescolando sapientemente la degradazione umana con quella ambientale, naturale e animale, mostrando degli scenari da “fine del mondo” che ben rappresentano la distruzione non solo materiale, ma anche metaforica, sociale, civile degli esseri viventi. “The road” però è un post-apocalittico un po’ anomalo, perché concettualmente si attiene al genere di appartenenza volendo mostrare proprio il disfacimento degli uomini e delle convenzioni da loro create e poi distrutte, ma formalmente e stilisticamente se ne allontana in maniera pesante. Se da un lato c’è da apprezzare il riuscire a sconvolgere lo spettatore senza far ricorso agli effetti speciali, al ritmo incalzante, alle venature horror, alla suspense, servendosi solo ed esclusivamente del concetto, appunto, che tutti i suddetti espedienti dovrebbero trasmettere e comunicare; dall’altro ci si rende conto che, sempre formalmente parlando, al di là della fotografia cupa e grigia che ben si confà a ciò che viene narrato e delle carrellate orizzontali che mostrano una desolazione perenne e irreversibile, non c’è molto per cui gridare al miracolo o comunque entusiasmarsi eccessivamente, tenendo conto anche del fatto che molto spesso si rischia di annoiarsi per la ripetitività e la ridondanza di alcune situazioni narrate.
Esulando dal giudizio puramente tecnico sulla qualità stilistica della pellicola, però, non si può negare che “The road” ci pone di fronte a molti quesiti di carattere sociale, politico e persino antropologico, oltre al fatto che ci tiene imprigionati in una stretta emotiva non indifferente, come in una sorta di sospensione che cattura la nostra totale attenzione, facendoci dimenticare di tutto il resto, almeno per la durata del film. Non è facile non lasciarsi trasportare dalle riflessioni su ciò che i due protagonisti stanno a rappresentare, oltre al contesto nel quale sono inseriti, ed è un’arma a doppio taglio il non rivelare cosa sia effettivamente successo per ridurre il mondo in questo stato. Il non sapere quale sia la causa naturale o meno del disfacimento della Terra contribuisce a rendere il tutto più misterioso e al tempo stesso ineluttabile, ma lascia spazio ad interpretazioni mistico-religiose che fanno pensare ad una sorta di punizione divina. Il carattere ambivalente dei due protagonisti, però, è il fulcro della pellicola dato che uno, l’uomo adulto e concreto, ha completamente perso la speranza nel genere umano e sta abbandonando quel “fuoco” che rendeva umano anche lui, lasciandosi ingabbiare dalla legge del più forte, della sopravvivenza; l’altro, il bambino figlio della “nuova era”, possiede ancora quel briciolo di speranza e di candore non solo nell’esistenza di un futuro migliore, ma soprattutto nella “bontà” del genere umano. L’uno, magistralmente interpretato da un Viggo Mortensen intenso e comunicativo, l’altro, impersonato dal commovente Kodi Smit-McPhee. Al centro dei ricordi e del dolore di entrambi una moglie-madre, la splendida Charlize Theron, vagheggiata e lontana. Ad arricchire le due facce della stessa medaglia, una serie di personaggi che si pongono ognuno al di là della barricata che separa la speranza dal pessimismo più assoluto. Ed ecco che i camei di Robert Duvall, irriconoscibilissimo nel ruolo di un anziano solitario, e di Guy Pierce nei panni di uno degli ultimi sopravvissuti con famiglia a seguito, assumono un significato particolare. Così come i ladri, predatori, cannibali da cui i due protagonisti scappano e si difendono nel corso della pellicola, che sono l’emblema dell’istintualità e del carattere naturalmente malvagio del genere umano. Se cadono tutte le convenzioni sociali (la famiglia, il lavoro, il commercio, ecc…), cadono anche le regole imposte del vivere civile e gli stessi sentimenti si spogliano della loro apparente genuinità finendo appunto tra le suddette convenzioni sociali (si mettono al mondo figli solo per poi potersene nutrire). Sembrerebbe una visione eccessivamente dura e catastrofica del genere umano, ma per fortuna uno spiraglio di luce si apre sul primo piano del bambino fiducioso. E’ proprio la speranza, infatti, il vero e proprio perno del film, quello che ci farà comprendere che solo una delle due visioni potrà avere la meglio (o quella del “padre” o quella del “figlio”), metaforicamente e letteralmente, così come ci dimostra il potente ed emotivamente deflagrante fotogramma finale.
Alessandra Cavisi , da “livecity.it”

In un mondo in cui l’ennesimo film “di paura” provoca nelle sale cinematografiche attacchi di panico fra masse di adolescenti sconvolti (la notizia è di pochi giorni fa e riguarda il film Paranormal Activity) fa riflettere il fatto che vi sia anche un film osteggiato dalla censura e snobbato dai produttori italiani, in quanto etichettato come “troppo deprimente”.
Questo sembra essere il destino del film The Road, tratto dall’opera omonima di uno dei più grandi scrittori contemporanei, Cormac Mc Carthy.
Il regista Hillcoat, come prima i fratelli Cohen con il più fortunato Non è un paese per vecchi, rende omaggio a Mc Carthy con un film che rispecchia e rispetta la sua opera. In La Strada ritorna il tema della lotta dell’essere umano per la sopravvivenza, e in questo caso lo scenario è una sorta di apocalisse che ha compromesso l’equilibrio del pianeta. La Terra è divenuta un luogo inospitale su cui non splende mai il sole, in cui non germogliano più alberi e non esistono più animali. Unica sopravvissuta è la razza umana e, fra i tanti, i protagonisti della storia: un padre e suo figlio.
Hillcoat muove dunque Viggo Mortensen e il bambino Kodi Smit-McPhee in uno scenario da nuovo Medioevo. Esseri umani ridotti dalla barbarie, dalla mancanza di cibo, acqua e luce a uno stadio primitivo in cui affiorano soltanto le passioni più radicali: soprattutto la rabbia e l’aggressività, emozioni che portano al furto, al cannibalismo, all’omicidio, al suicidio. Nel mondo di Hillcoat/Mc Carthy tutto è ridotto all’osso, all’essenziale, tanto il paesaggio e la fisionomia dei protagonisti quanto le loro passioni, che non hanno più niente di sofisticato ma oscillano fra un amore animalesco e un altrettanto animalesco odio. Inoltre, come spesso capita nell’opera di Mc Carthy, i “cattivi” sembrano aver preso il sopravvento mentre i “buoni”, coloro che “portano il fuoco”, rappresentano una spaesata minoranza.
Eppure non a caso i protagonisti sono un padre e un figlio che decidono di non arrendersi, contro ogni previsione. Pur muovendosi sullo sfondo della post-Apocalisse, i due decidono di continuare a viaggiare verso sud, verso un meridiano reale o immaginato come luogo di riposo e redenzione, sorta di impossibile Eden.
Quindi non un film, e prima un libro, che porta solo disperazione. Un film che invece vuole accompagnare lo spettatore nel buio più completo (il buio dei sentimenti, dell’amore, della grazia) per poi fargli intravedere con occhi nuovi l’unica, superstite fiammella di umanità. Come per far apprezzare maggiormente il valore di quel poco rimasto. Viene in mente, con un paragone senz’altro azzardato, il libro Inferno del fotografo James Nachtwey, pubblicato qualche anno fa da Phaidon: nient’altro che una raccolta illustrata delle peggiori scene di soprusi e violenze commesse al mondo. Con lo scopo dichiarato di redimere, dantescamente, il lettore attraverso la visione di quante e quali atrocità sia capace l’essere umano. Perché se l’uomo ha la ventura di tornare dall’inferno, non potrà che cercare, desiderare, volere con tutto sé stesso il paradiso. Il viaggio attraverso l’inferno obbliga alla fine di qualsiasi ipocrisia. Come per i mistici che abitarono il deserto in cerca di Dio e di se stessi, la permanenza nel mondo post-apocalittico obbliga l’anima a morire o a rinascere alla luce, senza più possibilità di compromessi. Così il mondo devastato dall’apocalisse e il viaggio di un padre e di un figlio si evolvono anche in una sottile metafora, molto meno lontana di quanto potevamo pensare dal nostro mondo fatto di elettricità, cibo, acqua e sole.
Così Mc Carthy e così, fedelmente, Hillcoat. Questa coppia di alchimisti pronta a dimostrarci che un grammo di speranza può trovarsi sepolta anche sotto la terra più arida, anche quando la speranza sembra essere persa del tutto, anche quando coloro che “portano il fuoco” sembrano vacillare. Che lo stesso soffrire, finché si soffre e non si perde del tutto la speranza, rappresenta una seppur debole e controversa dichiarazione d’amore, l’unica possibile, prima verso se stessi e poi verso chi abbiamo al nostro fianco. Una frase su tutte, da padre a figlio: «Gli ho detto che quando sogna brutte situazioni nelle quali comunque sta combattendo, significa che è ancora vivo. È quando cominci a fare bei sogni, che devi iniziare a preoccuparti».
Un film che mescola violenza e tenerezza, maledizioni e benedizioni, profonde miserie e inossidabili nobiltà, smisurati atti di altruismo e di debolezza, forza e sconforto. Se l’incantesimo riesce lo lasceremo giudicare poi agli spettatori, almeno a quei pochi che avranno la fortuna o la volontà di aggirare la censura e la miopia del mercato cinematografico italiano. Oggi, grazie a Internet, si può fare anche questo.
Peccato soltanto che l’Italia, e gli italiani, sembrano non meritarsi questo splendido film, bocciato su tutti i fronti dall’industria cinematografica. Da parte nostra, in accordo con i tanti appelli di riviste e quotidiani nazionali, non possiamo che provare imbarazzo per l’ottusità di molti dei nostri compatrioti. Nel frattempo il Times dichiara che La Strada “è un film che colpirà nel profondo i padri”, e per il Mirror potrebbe trattarsi del “film del 2010”.
Nel cast, in stato di grazia, Viggo Mortensen, Charlize Theron e Robert Duvall (quasi irriconoscibile in un breve cameo).
La colonna sonora di Nick Cave e Warren Ellis, fatta di silenzi e suggestioni finissime come carta velina, impreziosisce un’opera già di per sé memorabile.
Armando Minuz, da “lalunaditraverso.com”

L’apocalisse sarà l’apocalisse, ma “The road” di John Hillcoat non è “Io sono leggenda” di Francis Lawrence e quindi tutti quelli che escono dalla sala lamentandosi dell’«Eh, troppo lento…», «Eh, poca azione…» o «Eh, poco sangue…», significa che né sanno niente, né hanno capito nulla del film. D’altronde basterebbe essere un pochino informati per sapere che la pellicola di Hillcoat non è un action-movie per tamarri, ma è invece tratta da La strada di Cormac McCarthy, autore premio Pulitzer già portato al cinema nel 2007 dai fratelli Coen con il buon “Non è un paese per vecchi” e nel 2000 da Billy Bob Thornton col non esaltante “Passione ribelle”.
“The road” è un film straordinariamente maturo, che non punta a scioccare gratuitamente lo spettatore, ma che fa invece forza su drammaticità, psicologia ed orrore per affrontare importanti tematiche sociali. Le suddette caratteristiche sono espresse in maniera incredibile attraverso le eccezionali interpretazioni dei due protagonisti – Viggo Mortensen (che da estremista del Metodo Stanislavskij ha passato mesi cibandosi solo di grilli e cavallette) e il giovane Kodi Smit-McPhee – ed una regia ottima, molto personale, capace di impiegare solamente cinque minuti per tratteggiare in modo efficacissimo l’ambientazione della pellicola. Le atmosfere, congelate dalla grandiosa fotografia di Javier Aguirresarobe (dop di Amenabar che recentemente è stato cinematographer di “The Twilight saga – New moon” e “The Twilight saga – Eclipse”), sono intense, angoscianti, perfettamente allineate col ritmo, un ritmo lento ma per nulla noioso. Difatti, al di là del semplice senso di ansia, la tensione è spesso protagonista della scena, e chi guarda si trova ad essere in piena sintonia con i sentimenti e le reazioni dei protagonisti, impauriti ed armati del solo istinto di sopravvivenza per potersela cavare.
E proprio la sopravvivenza è il centro dei temi trattati dal film, che attorno a lei ruotano coinvolgendo discorsi sull’amore e sull’odio, sulla vita e sulla morte, sulla giustizia e sulla vendetta, sul rapporto fra padre e figlio. “The road” è poi un racconto di formazione: i due protagonisti, passo dopo passo, avanzano, il padre verso la morte e il figlio verso la vita. Il primo è mentore per il secondo, gli vuole insegnare tutti i princìpi da rispettare per sopravvivere, ed in effetti il ragazzo passa dall’essere semplice soggetto indifeso a persona cosciente, emancipata. Ad ogni modo però è pure interessante notare la non ignorabile differenza che nasce dall’aspetto generazionale e che è identificabile nell’antitesi del pragmatismo del padre e dell’idealismo del figlio (che porterà quest’ultimo a fare una scelta nella scena finale che forse suo padre non avrebbe fatto). Questo per mettere in evidenza come da sempre il vecchio insegna al giovane, ma sono fondamentali anche le differenziazioni di pensiero che intercorrono fra una generazione e quella successiva.
“The road”, inoltre, è un film che, oltre a tirare in ballo questi temi sociali, si trova a scavare ulteriormente in profondità, andando a sondare aspetti anche più celati dell’essere umano. I comportamenti che assumono i personaggi del film, calati in una situazione catastrofica fuori da ogni ordinarietà, sono infatti molto significativi, dato che fanno emergere fortemente aspetti come l’egoismo o la discordante contrapposizione fra solipsistico istinto di sopravvivenza ed altruistico sentimento nei confronti del prossimo (si pensi all’incontro col vecchio interpretato da un irriconoscibile Robert Duvall e a quello col ladro di colore interpretato da Michael K. Williams). Proprio la fusione di questi due estremi tenta di soddisfare la reiterata domanda del ragazzo: «Noi siamo i buoni? Ci si può accorgere di essere diventati cattivi? Se sì, quando?». La risposta non è semplice, ma di sicuro si trova a metà fra i due sopracitati estremi. Come si trova a metà anche fra il cinico nichilismo del film e l’inatteso lampo di speranza finale.
Maurizio Macchi, da “pellicolascaduta.it”

Appena finiti i titoli di coda il ricordo che prevale è quello della visione di “Into The Wild”: il film di Sean Penn di due anni or sono. Le somiglianze tra i due lavori sono inesistenti, tranne forse per la qualità superiore della fotografia. Quello che li accomuna è che sono tratti da due dei libri che più ho apprezzato ultimamente. In entrambi i casi sono entrato al cinema un po’ titubante. Perché quando leggi un bel libro, quasi sempre il film è una mezza delusione, un surrogato: è raro, infatti, che una trasposizione cinematografica riesca ad andare in sintonia con la tua immaginazione.

“The Road” è stato finito di girare oltre un anno fa: quando la crisi finanziaria ha colpito gli U.S.A. In un contesto di disoccupazione crescente e di timori per milioni di famiglie tale pellicola non è stata considerata idonea. Meglio qualche insulso spara e ammazza, fantasy e commediola da 4 soldi e 2 risate; deve avere pensato qualcosa del genere Hollywood. E così, “The Road”, per mesi ha aspettato di poter diventare finalmente idoneo/congruo con la congiuntura economica e psicologica dei vari paesi.
Nebbia densa, alberi storti e claudicanti. La trasposizione in natura della vita che lascia spazio alla morte. Senza sole, senza rumori, senza movimenti di contorno in un silenzio irreale ed agghiacciante un carrello della spesa, armato di uno specchio retrovisore, viene faticosamente spinto su una strada. Una dissestata striscia di asfalto, che si inerpica per un passo di montagna, viene percorsa faticosamente da un uomo e un bambino. Padre e figlio. Un interminabile cammino periglioso che porta a sud. La salvezza: o meglio, la speranza.
Il regista John Hillcoat e la produzione potevano distruggere il romanzo: aggiustarlo e banalizzarlo creando un horror anonimo sfruttando il contesto, forse post-nucleare, nel quale vige e domina il cannibalismo. Mi viene in mente quello che è stato fatto con “Io sono leggenda”: lontanissimo parente dell’ottimo libro. Potevano concentrare la trama sulle peripezie del mini nucleo famigliare in fuga esaltandone le gesta, trasformandoli in eroi e trovando magari spunto per un finale con tanto di archi pomposi.
Rimane invece fortunatamente intatto il cuore del libro. L’amore totale di un padre per un figlio anche in una situazione disperata. Amore che si palesa in gesti dolci e tremendi: il regalo di una lattina di preziosissima Coca-Cola, l’ultima pallottola pronta per essere generosamente e ripetutamente offerta sulla testa del figlio per non farlo soffrire. Amore che si manifesta con la condanna a morte per freddo di un ladro: una lezione necessaria per farlo crescere in fretta ed abituarlo, così, all’ambiente disperato nel quale dovrà vivere senza le sue spalle come protezione. Amore nelle semplici e profonde domande e nelle altrettanto rassicuranti e dure risposte.
E’ una prova maiuscola quella offerta da Viggo Mortensen (la sua migliore a mio parere), un po’ meno quelle di Kodi Smit-McPhee e Charlize Theron. Con brevi, rapidi ed intensi flashback ci viene raccontata una storia terribile. Il film, come per “The Day After”, risulta essere angosciante. Non tanto per le rare ma forti scene di tensione presenti, ma perché racconta un mondo da incubo vicino temporalmente: un futuro possibile non frutto della fantascienza. Un futuro nel quale, di fronte ad alla mancanza di una speranza, prende inesorabilmente il sopravvento la disperazione e ritorna in auge l’istinto animalesco. Padre e figlio sono “eroi”, la cui storia merita di essere raccontata, perché rimangono umani nel loro cammino verso sud.
La fotografia è superlativa. Riesce, come detto nell’incipit, a raffigurare l’ambientazione che mi ero immaginato grazie all’assenza di colori caldi, alla contestuale presenza di una bruma asfissiante ed una natura ostile nella quale comunque viene cercato un riparo. Un bel film che spero riesca a spingere molti a leggere un libro di rara bellezza. Un capolavoro.
da “debaser.it”

Un uomo e un bambino. Un mondo devastato, senza colore. Cenere che cade incessante come neve calda. Alberi bruciati, animali estinti, umanità cannibale. Un padre e un figlio. Un indistinto cielo grigio. Una sconfinata terra brulla e ruggente. Un mare antracite. Cenere, cenere. Ancora, sempre e solo cenere.
La scommessa di adattare per il grande schermo il profondo e commovente romanzo omonimo – vincitore del Premio Pulizer – di Cormac McCarthy sarà suonata azzardata per molti. Una narrazione con poche e ripetitive azioni, una trama scarna e un’incredibile ricchezza di sfumature emotive e tensioni filosofiche e morali. Una storia cupa, difficile da affrontare senza il coraggio di aprire il proprio animo alla materializzazione degli istinti più bassi e dei legami più forti di cui genere umano sia capace. La descrizione realistica della fine del mondo per come lo conosciamo e l’incarnazione dei peggiori incubi e dei più difficili dilemmi che un uomo possa immaginare.
Ad affrontare la temeraria sfida della trasposizione dalle pagine letterarie al cinema ci ha pensato l’australiano Hillcoat, realizzando una pellicola fortemente legata al romanzo, figlia della stessa poetica, materia plasmata e calibrata sulla ricerca emozionale di McCarthy. Una sfida vinta attraverso l’austerità della sceneggiatura che non indugia mai morbosamente sui protagonisti ma sa cogliere senza imposizioni posticce il nucleo centrale della storia, quel rapporto straordinario tra un padre e un figlio, due entità in lotta contro tutto e tutti per mantenere acceso in loro – e nel mondo – il fuoco della rettitudine e dell’amore.
Ma la sobrietà della messa in scena – insieme alle spettrali e immensamente desolanti scenografie naturali – non basterebbero a sviscerare il dramma interiore di questo duo alle prese con un terribile scenario post apocalittico. La perfetta sintonia raggiunta tra i due protagonisti, il credibilissimo padre Viggo Mortensen (sempre più ex-Signore degli Anelli) e il tenero e spaurito figlio Kodi Smit-McPhee, dona a ogni fotogramma la carica necessaria a stringere i cuori degli spettatori e mettere in moto le loro coscienze, restituendo in modo naturale, quasi necessario, la purezza di un sentimento indissolubile e immortale.
Un libro che tutti dovrebbero leggere, un film che tutti dovrebbero vedere. Chissà che la strada indicata da McCarthy e Hillcoat non porti veramente verso un mondo migliore.
Giacomo Sebastiano Pistolato, da “nonsolocinema.com”

Il cinema americano da qualche anno si confronta con l’idea di un mondo senza più persone. Dallo splendido “I figli degli uomini” a “Io sono leggenda”, passando per “The Mist”, “E venne il giorno”, “Wall-E”, nonché con quel “Segnali dal futuro” attualmente nelle sale: il tema è caldo e il cinema, purtroppo, spesso con le predizioni sul futuro ci prende. L’11 Settembre, il surriscaldamento globale, la recente crisi economica hanno paventato l’incubo di una Terra non più abitata. Sono queste le premesse da cui è partito Cormac McCarthy per scrivere nel 2006 l’apocalisse narrata in “La strada”: nel suo libro non c’è nessun accenno palese alla politica di Bush o dalle colpe degli uomini, incapaci di preservare il proprio habitat, ma la non spiegazione significa sottintenderle tutte.
La versione cinematografica del premio Pulitzer 2007, è tanto fedele quanto lancinante. Un padre, un figlio e un mondo di cui già sono stati scritti nove decimi dell’epitaffio. Grigio è il cielo, grigi sono gli alberi che cadono secchi a terra come foglie d’autunno, grigio è il mare non più simbolo di viaggio, ma quieto e austero cimitero di sogni. Niente più cibo: gli uomini mangiano gli uomini e quando non c’è scampo, meglio uccidersi che rischiare di diventare carne da macello tenuta in vita perché ingrassi (senza però, all’occorrenza, un arto o una parte di petto). Tutti contro tutti, mors tua vita mea. Si corre verso sud: l’inverno al nord è gelido, l’unico mezzo per muoversi sono le proprie gambe e continuare a vagare è il solo modo per mantenere viva la speranza di rimanere in vita. In condizioni del genere, è possibile dare ancora un significato alla parola “umanità”? Si può riuscire a mantenere accesso “il fuoco”?
John Hillcoat, il regista di “The Road”, segue fedelmente il libro, riuscendo a ritrarre con la giusta desolazione un pianeta alla deriva. Nessuna spettacolarizzazione: le vaste e articolate scenografie sono tanto presenti quanto necessarie, la suspanse della caccia all’uomo (di cui i due protagonisti sono la preda) è tanto ricca di adrenalina, quanto drammatica e lancinante. Si può dire che “The Road” è un film bellissimo perché fa stare male? No, lo è perché all’interno di una situazione non immaginabile (ma non impossibile) riesce a descrivere e a far vivere emozioni più che mai umane. Scava dentro l’uomo rendendolo nudo di fronte alle sue vere priorità, e questo senza ricorrere a scene emblematiche, evitando dialoghi troppo esplicativi, ma ricorrendo solo alle immagini e al semplice racconto.
La bravura di Hillcoat e di chi lo ha affiancato nel casting è anche nella scelta dei suoi attori: serviva la bellezza angelica di Charlize Theron per riuscire, in poche scene, a ricordare quanto fosse bello il passato; era necessaria la fisicità di Viggo Mortensen per interpretare un padre tanto solo e disperato, quanto felice di avere ancora uno scopo nella propria vita: essere genitore. Grande cinema.
Andrea D’Addio, da “film.it”

La vita dopo la catastrofe. Un cataclisma si abbatte sulla terra, sconvolgendo l’esistenza dell’intero pianeta. Violente scosse, il suolo che si apre, tutte le creature, dal cielo al mare alla vegetazione, svaniscono senza lasciare traccia. Incendi e bagliori improvvisi, polvere e buio, cenere che si alterna a piogge estenuanti, la mancanza di cibo e risorse, il freddo. Un uomo (Viggo Mortensen) è in rotta verso Sud con suo figlio (Kodi Smith Mc Phee), nella speranza di trovare una piccola comunità a cui affidare l’unica cosa che gli è rimasta al mondo. Sua moglie (Charlize Theron), come tanti sopravvissuti, ha scelto la morte piuttosto che una vita senza colore nell’attesa di sparire lentamente e dolorosamente. I pochi reduci, in cammino come fantasmi, si dividono in una minoranza che vuole mantenere il “fuoco” della civiltà, dell’amore e dei valori, e una maggioranza di cannibali senza scrupoli che, guidati dagli istinti, saccheggiano i resti del mondo e uccidono, per la conserva, prodotti umani.
Può esserci amore senza bellezza? Dal romanzo di Cormac McCarthy, una pellicola intensa, malinconica e crudele. Un incredibile scenario post-apocalittico contrasta lo smisurato amore di un padre che vuole insegnare al figlio ciò che è stato, come stare al mondo (o quantomeno quel che ne rimane), senza passare per il lato oscuro dell’uomo, portando verso un utopico domani il seme dell’umanità. Amore e miseria, i “buoni” da una parte e i “cattivi” dall’altra. Ma anche spirito di sopravvivenza che contrasta una pulsione di morte sempre presente, palpabile e comprensibile. È giusto continuare a sopravvivere aspettando la fine, in un mondo che muore lentamente? Il regista John Hillcoat può contare su un romanzo ricco di tematiche, pieno di riflessioni e quesiti, dal destino dell’uomo dopo il mondo al valore della vita, dall’amore che lega un padre a suo figlio all’arduo passaggio generazionale in una realtà che non lascia presagire altre generazioni. Hillcoat gestisce al meglio le possibilità offerte dal genio di McCarthy, lasciando spazio alla forza delle immagini, alla suggestività delle location e della fotografia, e lavorando molto sulle espressioni di un Mortensen in parte, impeccabile nella recitazione, una Theron accennata nei flashback ma determinante, che stoica (e bellissima) affronta la fine, e sulla purezza del viso del piccolo Kodi coperta dalla cenere di ciò che fu.
In una dualità tipicamente occidentale, The Road, atipico ed epico road-movie, ci chiede da che parte stare, presentando, privo di retorica, la vita e l’amore senza la bellezza di un mare che non è più blu.
di Emidio De Berardinis, da “silenzio-in-sala.com”

Sulla strada un uomo e un bambino procedono dietro a un carrello e dentro “una notte più buia del buio e un giorno più grigio di quello passato”. Una pioggia radioattiva ha spento i colori del mondo, una guerra o forse un’apocalisse nucleare ha terminato la natura e le sue creature: gli alberi cadono, gli uccelli hanno perso l’intenzione del volo, il mare ha esaurito il blu, gli uomini non sognano più e si nutrono di uomini e crudeltà. Dal passato verso un futuro che non si vede si muovono un padre e un figlio, resistendo alle intemperie e agli assalti dei disperati con due colpi in canna e il fuoco dell’amore. In viaggio verso sud, il genitore racconta al bambino la sua vita a colori, piena di musica e della dolcezza bionda di sua madre, inghiottita dalla notte e dalla paura di sopravvivere. Lungo la strada il ragazzo esplorerà la propria umanità, imparando la conoscenza del bene e del male.
Bastano pochi minuti e una manciata di inquadrature a consegnare allo spettatore il senso di un’opera che si incammina su una strada chiusa dentro l’ossessione di un padre concentrato e accanito nella cura genitoriale. Trasponendo le visioni disperate di Cormac McCarthy, il regista John Hillcoat, colloca la relazione padre-figlio dentro un mondo estremo, un ambiente post- apocalittico di cui non si saprà mai niente, se non le informazioni contenute nello sguardo, nel pensiero o nel sogno dei protagonisti. Se con Non è un paese per vecchi, i Coen hanno dimostrato che il cinema può lavorare sull’universo letterario di McCarthy, l’autore australiano sottoscrive questo impegno e si confronta opportunamente con l’arte, la trama compatta e le parole solenni dello scrittore di Rhode Island.
Accomunati dalla matrice letteraria Non è un paese per vecchi e La strada sono film intimamente legati, con l’inaridimento morale del primo come logica causa (e premessa) del secondo. La tempesta di violenza, denaro, edonismo e droga che si abbatteva sull’orizzontalità delle grandi pianure texane, l’ineluttabile decadenza del Paese per cui smetteva di battersi lo sceriffo Bell di Tommy Lee Jones, si accumulano e deflagrano lasciando vuoto, cenere e silenzio ferale. Ma se il road movie dei Coen veniva desaturato di sentimenti e di pathos, se nel loro Texas senza più regole chiare i padri si potevano soltanto evocare in sogno, nell’America smantellata e spogliata di Hillcoat avanza irresistibile l’amore incondizionato che investe i due protagonisti, che resistono ai guasti della solitudine e ai morsi della fame.
Alla base del loro sentimento c’è la capacità di condividere, il coraggio di affrontare le avversità attivando le proprie umane risorse. Viggo Mortensen, ancora una volta emotivamente aderente alla situazione drammaturgica, è un padre “sempre in campo” scandito da urgenza e dolcezza, è un genitore che si racconta, evocando nei flashback “a colori” momenti intensi di vita “navigata”, è ancora fonte di (in)formazione e conoscenza per quel figlio che trasforma nell’epilogo da oggetto passivo di “cure” a soggetto emancipato, avanzato, civilizzato.
Un figlio che si ingigantisce nella sua presenza e dentro l’ultimo primo piano che lascia fuori campo l’America, un mondo dove gli spietati sopravvivono ma dove si può (ancora) scegliere di abbandonare la vita o di restare in vita.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Fabio Ferzetti
Il Messaggero
Anche qui infatti l’umanità è ridotta ai minimi termini: un padre (Viggo Mortensen), un figlio (Kodi Smit McPhee), il ricordo della madre suicidatasi anni prima per non finire anche peggio (Charlize Theron), un pugno di sopravvissuti a qualche misteriosa Apocalisse che ha desertificato l’America e imbarbarito i rari superstiti fino al cannibalismo.
Un mondo di puro orrore in cui ogni sconosciuto può farti a pezzi e mangiarti, ma se hai ancora una pallottola e abbastanza sangue freddo puoi sparare in testa a tuo figlio prima che sia troppo tardi. Anche se proprio il ragazzino si ostina a sperare, non si rassegna alla sopraffazione reciproca, ogni incontro è il terreno su cui si gioca una partita fra il Bene e il Male, dal sapore metafisico. Cupissimo, rigoroso, molto fedele al romanzo, quasi insostenibile per lo spoglio realismo. Una metafora universale in tempi di guerra come questi, che però evita con classe le trappole e i ricatti del genere. Tutto sommato, una sorpresa.
Da Il Messaggero, 4 settembre 2009

Davide Turrini
Liberazione
Curioso che appena dopo il paternalistico Baaria di Tornatore, i programmatori del concorso di Venezia 66 abbiamo proposto il filotto The road , per la regia dell’australiano John Hillcoat, e Life during wartime , del genietto statunitense Todd Solondz. Film che mettono al centro della loro storia il rapporto, problematico, tra padri e figli.
Hillcoat trae spunto totalizzante dal libro di Cormac McCarthy e ricrea un’America settentrionale postapocalittica sventrata esteriormente da indefiniti eventi naturali, lasciando sul terreno della sopravvivenza papà senza nome Viggo Mortensen e figlioletto (lo straordinario Kodi Smith-McPhee). I due, intabarrati in quadrupli strati di abiti pesanti, vagano impauriti, tirando un carrello da supermercato, sotto un cielo ingrigito all’inverosimile, alla ricerca di cibo e scarpe. Attorno a loro solo macerie, strade divelte, case distrutte e rarissime forme di vita. Difficile mangiare quindi, come difficile è condividere un sentimento di collettività con occasionali incontri in strada: dai pericolosissimi sciacalli usciti da qualche saga zombie di Romero a singoli disperati sopravvissuti (tra cui l’apparizione di un incredibile Robert Duvall). Nessuno si fida di nessuno e ci sono perfino sistematici atti di cannibalismo, minuziosamente documentati. Uno scenario fantascientifico da fine del mondo, o quasi, che Hillcoat e lo sceneggiatore Joe Penhall arricchiscono con uno dei più toccanti rapporti tra padre e figlio che il cinema abbia prodotto negli ultimi anni. Hillcoat non ricorre ad archi e percussioni morriconiane per invadere le orecchie e invitare alla lacrima (Nick Cave cura l’aspetto musicale). Semmai lavora sulla recitazione dei due protagonisti, sugli scatti e il cinismo di Mortensen, sulla tenerezza mai fine a se stessa del bambino e si scopre cantore di un sacrificio paterno, come evoluzione della specie vuole, che arriva improvviso e silenzioso senza troppa retorica. The road è film modulato su un’impressionante tonalità dominante in grigio che aggiorna anche sull’irriducibile diffidenza dell’essere umano nei suoi simili: una slabbrata fattoria degli animali con in aggiunta la ben più tragica distruzione ambientale che oggi va molto di moda ipotizzare («c’erano stati dei segnali, ma tutti dicevano che era una truffa», dice il vecchietto interpretato da Duvall).
Da Liberazione, 4 settembre 2009

Ci sono i cannibali sulla Strada della sopravvivenza
di Luca Mastrantonio Il Riformista
Un incubo ad occhi aperti. Per svegliare le nostre coscienze. The Road, il film che John Hillcoat ha tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, è la cosa più preziosa finora passata al Lido. Preziosa come un diamante, se devi tagliare il vetro, come un paio di scarpe, se devi camminare per cercare cibo nella terra desolata.
Il film mette crudamente in scena la lotta per la sopravvivenza di un padre e di suo figlio, the man and the boy, in un mondo, l’America, che non è più America, che si avvia, pare, verso la fine del mondo. Prendete Ladri di biciclette, le pene del dopoguerra anche se non c’è stata una guerra. E infatti non si rubano biciclette, ma cibo, e si arriva persino al cannibalismo, che divide i buoni dai cattivi. C’è un padre, interpretato da un carismatico Viggo Mortensen, che vive per il figlio, per insegnarlo a sopravvivere, per avere un motivo di speranza. La madre, la bella e algida Charlize Theron, ha fatto un’altra scelta. Una scelta che hanno fatto molte famiglie, chiudere le palpebre prima che sia tutto buio, o lasciasi inghiottire dal bosco. Sparire là fuori, in un punto indistinto. Ma là dove? Fuori dall’auto dove dormire per una notte, fuori la tenda che altri provano a rubarti.
La terra sembra in coma. Non ci sono più animali, o quasi, gli alberi sono come pali del telefono carbonizzati, che trasmettono le urla della terra.
Quando cadono, si sente il tonfo terribile, uno ad uno, perché non c’è più nessuna foresta a insonorizzare. Si scatenano incendi per autocombustione, i terremoti aprono ferite nella terra, il mare si sta prosciugando, il genere umano sembra spacciato. O, comunque, non più umano. Ma animale, cannibale, humo homini lupus.
“The Road”, in realtà è una storia d’amore, una teologia della paternità ottimamente interpretata da Mortensen. Ricorda, per certi versi, Children of Men, anche se lì la figura della madre era indispensabile. The Road è un film per uomini, duri senza perdere la tenerezza, e ovviamente anche per tutte le donne che pensano si debba e si possa dare vita, anche se il mondo fa schifo. Riflessione vale sia per il film che per il mondo in qualsiasi sua fase precedente.
Una scarna e scarnificata folla di esseri umani si affaccia sullo schermo. Dalle forme larvali delle prede dei cannibali, a quelle ancora sociali, umane, di un ladro o di un vecchio. Ce ne è uno, quasi cieco, che non desidera morire, perché è uno di quei favori che non c’è bisogno di chiedere di questi tempi, È l’unico che accenni a quello che è successo, il cataclisma, ricordando tutti gli allarmi ignorati dagli uomini. Ma non c’è nessuna causa diretta, nel film viene persino dimostrata la bontà naturale, più che culturale, della Coca Cola. Quello che importa è che l’uomo anche se si aspetta qualcosa non sa esattamente cosa aspettarsi. Dunque non può prevederla, perché non la vede, prima che accade. E quando accade, cambia tutto. Essere e sapere. Due cose diverse. Si può essere l’ultimo uomo sulla terra. Senza saperlo. È una condizione, non una cognizione.
Ci sono molte case, nel film. Sono come mine dove si può scoppiare sopra o che possono aprirti un varco nel terreno, svelando effimeri Eldorado. C’è una pistola, quasi un testimone, tra padre e figlio. Preziosa non per uccidere, ma per suicidarsi o, eventualmente, cacciare una preda. Scacciare il proprio predatore. Guardate i denti di questi uomini, vengono digrignati involontariamente, per minacciare, come fanno i cani, o per riflesso della fame che tutti patiscono.
C’è una scena incredibile: il regista ci fa sentire la puzza della carne umana, frollata e lavorata dai cacciatori; poi, davanti a un fuoco, padre e figlio mangiano due cavallette. Sembra un dolce, sembra ambrosia. Il sapore è buono, perché è il cibo dei buoni, quelli che non mangiano altri uomini. Nessun messaggio vegetariano, è in gioco il tabù, centrale, dell’ incesto alimentare.
I dialoghi sono scarni, filosofici senza retorica, pragmatici. Siamo in un racconto di Jack London, alla ricerca di quanto si è perduto del mondo. Il sud, in realtà, è la salvezza, perché può garantire inverni meno rigidi. Ma non ci sono certezze, solo che se si vuole stare nascosti, bisogna abbandonare la strada. Che, invece, serve, per non perdere la bussola, una destinazione, una speranza.
Da Il Riformista, 4 settembre 2009

Valerio Caprara
Il Mattino
America amara. Due film fuori dal giro dei blockbuster esplorano le depressioni striscianti nella comunità statunitense: diversissimi tra loro per approccio, gusto e stile, «The road» e «Life during wartime» sviluppano infatti le rispettive storie su uno sfondo gremito di segnali negativi e cupe prospettive. Più completo e ambizioso, il film che l’australiano John Hillcoat ha tratto da uno dei bestseller del premio Pulitzer Cormac McCarthy riprende le atmosfere della fantascienza apocalittica ravvivandole, però, con le tonalità epico-horror tipiche di uno scrittore tanto schivo, ringhioso e scorretto da essere considerato «di destra». Rischiando l’overdose di campi lunghi grigi e diroccati, «The road» mette in scena due sopravvissuti alla prossima e inevitabile catastrofe finale: The Man (il sempre straordinario Viggo Mortensen) vaga con il figlioletto tra i detriti di un’America-mondo ormai raggelata, silenziosa e desertica, dove ogni barlume di vita e calore è soffocato, mancano cibo e acqua e bisogna difendersi dalle improvvise scorrerie di cannibali spietati. Il ricordo della perduta moglie e madre (Charlize Theron) li conforta mentre affrontano un’insidia dopo l’altra, ma è chiaro che il viaggio verso la costa e il mare è solo un’illusione e il loro destino sarà probabilmente quello meritato dalle ultime generazioni umane. Se la metafora è minacciosa ma per nulla clamorosa, anche per colpa di una conclusione assai banale, Hillcoat tiene serrato il ritmo e sceglie con profitto di scolpire l’angoscia soprattutto sul volto di Mortensen, classico attore-icona sul quale è possibile modulare i riflessi più aspri e profondi del nostro pane quotidiano, la violenza.
Da Il Mattino, 4 settembre 2009

Viggo padre perfetto nel nulla di McCarthy
di Alessandra Levantesi La Stampa
Una civiltà, la nostra, distrutta da una qualche misteriosa catastrofe: in un paesaggio di straziante desolazione, perennemente grigio sotto i raggi di un pallido sole, un uomo e il suo bambino viaggiano verso il Sud nel tentativo di sopravvivere. Macilenti, sporchi e impauriti si nascondono alla vista di altri esseri umani, i pochi rimasti, perché sono molti quelli che la fame ha trasformato in cannibali. Loro no, sono «i buoni», portano il fuoco dentro: «Non dimenticarlo», dice l’adulto al ragazzino che nulla conosce perché è nato quando tutto era finito.
Ispirandosi al romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarthy, l’australiano John Hillcoat ha lavorato in spirito di fedeltà, attento a non forzare in senso spettacolare i toni di una pagina che deve la sua biblica pregnanza a un asciutto distillato di stile; e confidando nell’intensità di interprete di Viggo Mortensen e nello sguardo puro del piccolo Kodi Smit-McPhee per sottolineare la forza profonda di un rapporto padre-figlio, in virtù del quale persino nello scenario di un nulla beckettiano può balenare una vaga speranza di futuro.
Da La Stampa, 28 maggio 2010

La strada che sfida la fine del mondo
di Silvio Danese Quotidiano Nazionale
Verso ovest, dove c’è il mare, in un paese indefinito, in una post catastrofe globale di macerie e campi bruciati, padre e figlio resistono alla fine del mondo che, forse, non è ancora finito. La vita in un carrello. Contiene la prova della perdita materiale di tutto. È la luce cinerea, invischiata di polvere, oppressa dall’oscurità diffusa, che ci porta dalla pagina al film, per prima cosa. Dal romanzo premio Pulitzer di McCarthy La strada, arriva oggi nei nostri cinema The Road. Meno potente, ma preciso nell’immaginazione terminale delle sue parole, la trasposizione dell’australiano John Hillcoat fa perno sul corpo di Mortensen, volto stremato che invoca per il figlio al seguito la forza del «fuoco dentro» per la vita, mentre cercano di raggiungere la costa dove, forse, c’è del cibo. LA SUSPENSE, bilanciata su questo «forse», non priva di momenti di thrilling, restituisce senza tregua l’angoscia del libro, l’attacco dei cannibali, la ricerca del cibo, quel bunker della felicità pieno di scatolette di fianco alla villetta dei moribondi, carne da macello, la memoria ricorrente della moglie, madre (Charlize Theron), nella perenne sfiducia nell’altro, anzi nella fine di ogni dimensione possibile dell’Altro. È la questione sconvolgente del libro riversata nel film con estrema, forse troppa fiducia nella fedeltà alla pagina. Si apre lievemente al futuro il finale della pellicola rispetto alle pagine. Anche qui, la fine della speranza è in realtà capace di accendere la più reattiva delle speranze. Tra i film dell’apocalisse, da Testament (1983) di Littman a E venne il giorno (2008) di Shyamalan, è il più «fotogenico». Ogni spettacolarità è bandita, se non la naturale meraviglia del nulla. Per mesi la distribuzione del film è stata in bilico. Potrebbe impressionare, questa palpabile caduta di ogni orizzonte dell’uomo…Vero come un pensiero onesto e ossessivo. Per questo fa paura.
Da Quotidiano Nazionale, 28 maggio 2010

Paola Casella
Europa
Congelato dalla distribuzione per mesi, si dice perché considerato troppo deprimente, The road è invece un interessante excursus nella fragilità del maschile abbandonato a se stesso da quel femminile che sarebbe l’unica sua difesa contro un mondo insensato e crudele. Viggo Mortensen, sempre convincente, è un padre che si ritrova a dover mettere in salvo il proprio figlio (maschio) in un’America post apocalittica in cui, cane mangia cane, anzi, uomo mangia uomo, e deve affrontare l’impresa da solo perché la moglie ha gettato la spugna prima di lui. Non è un paese per uomini quello raccontato da The road, basato sul romanzo di Cormac McCarthy (già autore appunto di Non è un paese per vecchi), la cui visione nera della vita e del destino dei maschi contemporanei è diventata una cifra distintiva. Ma il film, al contrario del libro, offre un barlume di speranza non tanto nella generazione dannata del 50enne Viggo (e di tutti coloro che sono inadeguati nel ruolo di adulto e di padre) ma in quella del figlio 14enne, uomo nuovo per un futuro (forse) migliore.
Da Europa, 28 maggio 2010

Lietta Tornabuoni
La Stampa
Dolore, morte e umorismo dominano le avventure esistenziali dei personaggi, alla disperata ricerca d’amore, emozionanti e tristi: i modi del raccontare e l’analisi dei protagonisti sono originalissimi e perfetti. Solondz è uno dei pochi registi che, oltre a dirigere magnificamente gli attori, riesca a riprodurre il caos contemporaneo di ciascuno e del mondo, ricavandone un film molto bello.
Il mondo è già finito in The Road di John Hillcoat con Viggo Mortensen (e, in piccole parti, Robert Duvall e Charlize Theron). Dopo un’apocalissi senza nome l’America è una pianura piatta e scheletrita, senza una foglia né un frutto, con alberi che crollano repentinamente al suolo, senza altra luce che una nebbia grigia. Strade e case sono in rovina, le auto si sono fermate per mancanza di benzina, la fame divorante e il gelo terribile uccidono i superstiti, banditi armati cannibali cercano di saziarsi con carne umana. Un giovane padre e un figlio ragazzino (la madre si è uccisa) camminano lentamente a piedi verso il Sud meno freddo: l’amore tra loro è così forte e impavido che il bambino sopravvive per trovare un’altra famiglia.
Da La Stampa, 4 settembre 2009

Viggo e suo figlio nella terra desolata di McCarthy
di Paolo D’Agostini La Repubblica
Continua la fortuna cinematografica del romanziere Cormac McCarthy. Dopo la trasposizione di Non è un paese per vecchi, ecco The Road. A impegnarsi è il regista John Hillcoat, e a dominare la scena è Viggo Mortensen, che aggiunge un nuovo tassello alla conquista di una sorprendente autorevolezza. Difficile immaginare che si possa aver voglia di vedere un film tanto aspro e cupo. Tuttavia è giusto segnalarne le motivazioni. In uno scenario postapocalittico senza spiegazioni né antefatti – appena qualche enigmatico flashback – seguiamo il disperato peregrinare di un padre e del suo bambino in fuga da altri pochi sopravvissuti in cerca della sopravvivenza momento per momento. Sullo sfondo del disperato distacco dalla donna, moglie e madre – è quanto mostrano i flashback: la donna, interpretata da Charlize Theron, ha preferito togliersi la vita – la marcia dei due contiene l’ essenza estrema della natura umana. In un panorama senza speranza il padre tenta di mantenere ferma la barra della distinzione tra bene e male e compie sforzi sovrumani per trasmettere al piccolo la convinzione che tenere acceso il fuoco dentro di sé servirà a trovare la salvezza. Sforzi vani perché egli stesso compie gesti disumani in nome della protezione del figlio. Ma l’ immagine finale ci permette di sperare che per il piccolo un futuro sia ancora possibile.
Da La Repubblica, 4 settembre 2009

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