Sunshine cleaning

Rose Lorkowski lavora come donna delle pulizie per mantenere il figlio Oscar che ha qualche problema di comportamento a scuola. La sua vita, per quanto lei cerchi di rassicurarsi dinanzi allo specchio di casa, sembra ormai giunta a un punto morto. Ha una relazione con un ex compagno di scuola che però è sposato al quale vuole bene ma da cui non può aspettarsi molto. Inoltre sua sorella Norah, dal carattere pronto ad accendersi, viene licenziata dal locale in cui fa la cameriera. Ad entrambe non resta che ‘mettersi in ditta’ per un lavoro piuttosto insolito per i più: andare a pulire, dopo i rilievi di legge, le scene del crimine.
Con una premessa del genere le strade che una sceneggiatura può seguire sono essenzialmente due. La prima prevede che, a un certo punto del loro nuovo lavoro, le due sorelle individuino degli indizi sfuggiti agli investigatori e li mettano sulle tracce dell’assassino il quale magari, nel frattempo, cerca di metterle a tacere per sempre. L’altra prevede invece, come in questo caso, Alan Arkin nel cast. In questo caso potete essere certi che il film si muoverà nell’ambito del cinema indipendente cercando soluzioni diverse. È quanto accade in Sunshine Cleaning in cui uno dei non numerosissimi grandi vecchi del cinema americano rimasti fedeli a scelte professionali al di fuori del mainstream si vede nuovamente assegnare il ruolo dell’anziano padre (ma soprattutto del nonno, ricordate Little Miss Sunshine?).
Perché il lavoro delle due sorelle è si fuori dal comune ma si inserisce in una quotidianità di provincia che solo certo cinema libero da imposizioni delle major può permettersi di raccontare con una simile dolente freschezza. Gli scarti che la vita impone tra le attese e gli accadimenti emergono nelle pieghe delle labbra o in certi accendersi o ritrarsi degli sguardi che Amy Adams (che si conferma dopo Il dubbio una delle certezze del cinema made in Usa) sa offrire a una macchina da presa capace di coglierli.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

“Sunshine Cleaning”, sapore di clone
di Francesco Alò Il Messaggero
Meglio tardi che mai. Presentato in Concorso al Sundance nel 2008 ecco l’ennesima prova che il cinema non è solo arte del prototipo: Sunshine Cleaning. Dai produttori di Little Miss Sunshine, un film su una famiglia disfunzionale vista con allegria come in Little Miss Sunshine, con Alan Arkin (che vinse un Oscar per Little Miss Sunshine), un manifesto simile a quel film e un furgone finale per trasportare la famiglia. Proprio come in Little Miss Sunshine. Poi c’è anche il titolo simile. Sorelle bizzarre (Amy Adams e Emily Blunt) si mettono a pulire le scene di crimini e suicidi per sbarcare il lunario. Traumatizzate dalla morte della madre, con un padre non troppo lucido (Arkin) e un figlio pestifero ma non troppo, cercheranno di trovare un equilibrio raccogliendo pezzetti di cervello e pulendo macchie di sangue. Si può fare. Anche se qui, l’allegria del grottesco è un po’ posticcia. Bravissime le due protagoniste (Adams geniale nella frustrazione combattuta dal senso di responsabilità) e intrigante il ferramenta senza un braccio di Clifton Collins Jr., cresciuto moltissimo dai tempi in cui Tomas Milian lo torturava in Traffic.
Da Il Messaggero, 9 aprile 2010

Paola Casella
Europa
Altro paese, altra storia di rapporti con la morte e i corpi dei defunti, questa volta in forma di commedia, e di commedia al femminile. Le sorelle Rose e Nora, che la morte della madre ha gettato lungo una traiettoria di sbandamento esistenziale, fanno fronte al fantasma della disoccupazione trasformando una certa abilità nel rassettare le case altrui in un new business molto remunerativo: un’impresa di pulizie post mortem, nei luoghi in cui la presenza di un cadavere ha creato disordine e putrefazione. La scoperta di questo talento per ricomporre scene di devastazione aiuterà Rose a trovare un suo baricentro e Nora ad uscire dal loop autodistruttivo che rischiava di farle seguire le sorti della madre. Accanto a loro alcuni personaggi minori ma efficaci: il figlio di Rose, un corteggiatore “imperfetto”, il padre delle due ragazze (Alan Arkin, che ci ricorda che il film è prodotto dal team di Little Miss Sunshine). Un piccolo film indipendente che sembra fatto su misura per il Sundance Festival.
Da Europa, 10 aprile 2010

Una ricetta che funziona è basata sulla giusta mescolanza di differenti elementi, il segreto del suo successo sta anche nel saperli dosare al punto giusto. Prendendo gli stessi ingredienti e rimpastandoli risulta facile ottenere un risultato che apprezzabile al palato ma che non può che avere un retrogusto già provato, un po’ come il polpettone fatto con gli avanzi del giorno prima. Certo che se si tratta di carne di prima scelta allora anche il polpettone sembrerà più invitante a un primo assaggio. Mi si conceda questa breve premessa culinaria per un film che nulla ha a che vedere con la cucina ma che non può non sembrare un boccone già masticato.
Il film si Christine Jeffs infatti si presenta in questo modo: prodotto dalla Big Beach Films (che ha prodotto Little Miss Sunshine), con Alan Arkin (che ha vinto un Oscar per Little Miss Sunshine), con un furgone sulla locandina (come in Little Miss Sunshine) con il titolo Sunshine Cleaning (che ovviamente rimanda al titolo di Little Miss Sunshine) e con numerosi elementi narrativi che, guarda caso, riportano alla memoria proprio Little Miss Sunshine sebbene impiantati su una struttura completamente differente.
L’incipit del film appare quanto di più didascalico si possa immaginare. Due sorelle, una perde il lavoro mentre l’altra è chiaramente insoddisfatta nel fare i mestieri nelle case dei ricchi di Albuquerque. L’amante della seconda lavora per la polizia locale e vedendola depressa per il lavoro le suggerisce di entrare nel giro delle imprese di pulizia per scene del crimine, un lavoro sporco ma molto ben pagato. Detto fatto, ecco che l’impresa familiare prende vita. Un lavoro fuori da comune è sempre un ottimo punto di partenza per costruire un film e di addetti alla pulizia di fluidi organici e brandelli umani dalle scene del crimine (al cinema) se ne sono già visti, basti pensare al thriller Cleaner con Samuel L. Jackson o alla commedia noir Curdled, con William Baldwin e promosso da Quentin Tarantino.
Non ci si aspetti una commedia dai risvolti gore e splatter da Sunshine Cleaning, il sangue c’è ma i veri protagonisti sono i sentimenti. La famiglia (ovviamente non quella tradizionale) è al centro di tutto ma in questo caso il motore della vicenda è la negazione dell’amore. Rose (Amy Adams dagli occhi sempre lucidi) è una ragazza madre che va a letto con un uomo spostato (tipico cliché di quello che “non la lascerà mai”), la sorella Norah (Emily Blunt) vive relazioni superficiali per poi scoprirsi attratta da una donna, il padre Joe (Alan Arkin splendido prigioniero del suo ruolo di candido idiota), ciascuno di loro vive della privazione della madre/moglie che si è suicidata anni prima. La spugna che deterge il sangue da un pavimento è una metafora (nemmeno troppo velata) del percorso che conduce all’elaborazione di un lutto che non è mai stato superato. Ciascun personaggio si troverà a doversi fronteggiare con un passato solo parzialmente rimosso e paradossalmente sarà un’immagine televisiva a diventare segno indelebile di una memoria imperitura e dell’accettazione del passato. La memoria collettiva diventa in questo caso un elemento del ricordo individuale, un pensiero straziante che meriterebbe una più approfondita analisi sociologica.
Sunshine Cleaning abbandona la vena politicamente scorretta e la risata cinica del precedente Little Miss Sunshine (con cui evidentemente non può prescindere un paragone) e punta maggiormente a costruire un cortocircuito tra un mondo fatto di sangue e resti umani e i sentimenti malinconici di chi si sente un fallito. Il mito dell’american dream però insegna che per tutti c’è una seconda possibilità e questa arriva nel più (in)aspettato dei modi.
Ma c’è un’altra protagonista inaspettata nel film di Christine Jeffs. La città di Albuquerque infatti non rappresenta solo uno scenario e un panorama di fondo, ma si trasforma in un personaggio che influisce sulla vicenda raccontata, raccontando per immagini la realtà di una città emblematica del sud degli States. Non è un caso che questa città si diventata una meta molto amata dal cinema, di recente l’abbiamo vista ne L’uomo che fissa le capre, Crazy Heart, 21 Grammi, Codice: Genesi, solo per citarne alcune. Albuquerque sembra segnare un luogo di confine tra la modernità degli Stati Uniti e il lato mitico degli States, almeno nell’accezione che Roland Barthes ci ha regalato del termine “mito”.
Carlo Prevosti, da “cineblog.it”

Rose Lorkowski (Amy Adams) al liceo era una cheerleader, ora ha trent’anni ed è una domestica. Ragazza madre di un figlio di otto anni di nome Oscar (Jason Spevack), ha una sorella più giovane, Norah (Emily Blunt), una donna sopra le righe che vive ancora a casa con il padre Joe (Alan Arkin), un uomo anziano alla ricerca di affari folli per guadagnare più denaro. Rose ha un amante, un poliziotto che ha fatto carriera e con il quale aveva avuto una relazione ai tempi del liceo; Norah invece, non riesce a mantenere un lavoro stabile per via del suo caratterino “eccentrico”, né ad avere una relazione duratura con qualche uomo.
La vita non è delle più semplici dunque per le due ragazze orfane di madre sin dall’infanzia. Un giorno però Rose, grazie alla relazione con il poliziotto, e ai problemi scolastici del figlioletto Oscar cacciato dall’ennesimo istituto, decide di trovare un lavoro più redditizio, e si mette in società con la sorella Norah. Le due ragazze mettono in piedi un’agenzia completamente improvvisata che ripulisce le scene dei crimini: la Sunshine Cleaning.
Rose e Norah, agevolate da Winston (Clifton Collins Jr.), commesso di un negozio di prodotti per pulizia, iniziano una nuova avventura con un lavoro che, nonostante sia nauseante e macabro, si rivela un successo.
Un giorno, nel ripulire la casa di una donna il cui cadavere era ormai decomposto, Norah trova le foto di Lynn (Mary Lynn Rajskub), figlia della vittima. Sentendosi in dovere di cercare la donna, Norah riesce a trovarla e a parlare della defunta madre, morta suicida (“fai da te”, come ricorda la ragazza). Attraverso questa conoscenza la ragazza si scopre coinvolta da Lynn, con la quale instaura un ambiguo rapporto di amicizia.
Ma la fortuna non sembra proprio essere dalla parte delle giovani sorelle, le quali, a causa di un incidente sul lavoro in cui prende fuoco la casa di un cliente, sono costrette a lasciare l’attività, ripagare i danni dell’abitazione, e a tornare nella routine di tutti i giorni con debiti, problemi familiari, e ipoteche. Il pubblico però non rimarrà a bocca asciutta, perché le due irrefrenabili ragazze, complici di un padre certamente non arrendevole, sapranno rialzare la testa per l’ennesima, e forse ultima volta.
Storie di amore dunque, di amicizia, di stenti, di affetti mancanti e di voglia di ricominciare una nuova vita: escludendo il macabro pretesto narrativo, Sunshine cleaning non è semplicemente una commedia nera, ma un profondo, delicato e ironico ritratto familiare.
Considerando poi il divertente cast, composto da due promettenti attrici di Hollywood, già viste impegnate in Come d’incanto e Il dubbio (Amy Adams), e Il diavolo veste Prada (Emily Blunt), e l’indimenticabile nonno cocainomane di Little Miss Sunshine (Alain Arkin), prodotto tra l’altro dagli stessi produttori di Sunshine cleaning, e le scelte professionali lontane dal cinema americano mainstream, il film ricorda un ottimo lavoro di cinema indipendente, non costretto a dover sottostare a leggi produttive ferree.
Ironico, riflessivo, bizzarro, Sunshine cleanig colpisce dunque grazie all’interpretazione degli attori, ma anche grazie ad una sceneggiatura che preferisce la via meno scontata e più irriverente a quella delle classiche commedie hollywoodiane.
Chiara Piccolantonio, da “close-up.it”

La differenza tra l’esser figli unici e l’avere un fratello o una sorella sta, nel primo caso, nella maggior facilità con cui si è capaci di sprofondare nel panico. Perché col trascorrere delle notti, è semplice non riuscire più ad evocare con precisione il volto di un familiare del quale avvertiamo la mancanza e, in preda ad un attacco d’ansia, appendere decine di fotografie di quello in tutto l’appartamento, ritrovandoci subito dopo, chissà come, a constatare con mano che ciò non serve che a peggiorare le cose. Che i ricordi autentici cominciano ad esser rimpiazzati dalle immagini stesse e che quel viso, il viso di un essere umano completo, si sta lentamente trasformando in una serie di tinte su piccoli rettangoli di carta. Anche le fotografie non hanno più i colori decisi e quasi violenti di una volta, si vede. Lavarle, peraltro, non serve a niente: quell’espressione un tempo ricca di particolari sta comunque svanendo, candeggiata, dalla nostra memoria. E più proviamo a trattenerla, più lei sembra affrettarsi a svanire.
È proprio per questo che ci vorrebbe sempre qualcuno che, restando accanto a noi, fosse pronto a ricordarci il com’era prima. In Sunshine Cleaning – Non c’è sporco che tenga, è Norah (Emily Blunt), una ragazza disastrata alla ricerca della propria identità in un mondo che l’ha rigettata senza pensarci troppo, ad essere insicura dei pochi e sfocati ricordi che le sono rimasti della madre. Dove quest’ultima è morta in un tragico episodio che, sfortunatamente, le tocca annettere nel proprio retroterra e condividere con l’ancora più miserabile sorella maggiore Rose (Amy Adams), partecipe del dramma familiare assieme al padre Joe (il Premio Oscar Alan Arkin), affetto dall’improbabile smania di fare affari che non portano mai in casa più di qualche dollaro.
Nel nuovo comedy-drama diretto da Christine Jeffs, che torna dietro la macchina da presa dopo una lunga pausa di cinque anni dal suo debutto cinematografico col biografico Sylvia, interpretato da Gwyneth Paltrow e Daniel Craig, le due sorelle Lorkowski sono l’una lo specchio al rovescio dell’altra e pur tuttavia, al contempo, la diversa faccia della medesima medaglia. Una medaglia fatta di solidarietà nello spartire due esistenze egualmente vincolate dallo stesso tipo di vittoriana malinconia, di appartata ed inconfessabile infelicità che rende cieco ed instabile qualsivoglia tentativo di aspettativa nei confronti della vita. Vita che, per di più, viene spesa e soffocata in/da una realtà primitiva ed arida come quella che può offrire il New Mexico, nel profondo Sud degli Stati Uniti, ben distante dal sogno americano illusoriamente venduto da città come New York e Los Angeles.
Non è sufficiente un colpo di spugna, difatti, per cancellare le proprie difficoltà. E così Rose, ex-cheerleader e ragazza più carina e popolare del liceo, è adesso l’amante del suo fidanzatino (Steve Zahn) di quei tempi, che ha scelto di sposare un’altra al posto di lei ma che continua, nonostante tutto, a vederla di nascosto in uno squallido motel di zona e ad alimentare le sue speranze che qualcosa, finalmente, possa cambiare. Madre di Oscar (Jason Spevack), un bambino di otto anni dall’intelligenza solitaria ed incompresa, che si ficca in ogni guaio immaginabile facendosi cacciare da tutte le scuole del posto, non ha i soldi necessari a pagar lui la retta per un collegio privato. Norah, d’altro canto, vive ancora con suo padre e non riesce a tenersi stretto nemmeno il più umile dei lavori, sprecando il proprio tempo libero a revisionare ogni serie televisiva in cui si intravede una cameriera dietro ad un bancone, con la segreta fantasia di ritrovarvi sua madre, che una volta le confidò di aver preso parte ad un set simile, per caso, durante una vacanza, e di aver recitato una singola, ma fatale battuta.
Insomma, ci vorrebbe un deus ex machina, e quando questo arriva prende le sembianze dell’amante di Rose, che, facendo il poliziotto, le rivela dell’enorme racket che si è venuto a creare dietro le imprese di pulizie delle scene del crimine. La giovane, già esperta (ed affannata) collaboratrice domestica, riesce allora a convincere una più timorosa Norah ad avviare con lei una piccola agenzia dal nome di “Sunshine Cleaning”, promotrice della pulizia di qualsiasi residuo organico, chiazza di liquido ematico ormai putrefatto che tenga. L’impresa, che riesce man mano ad esser gestita professionalmente, trova un prezioso aiuto in un bizzarro commerciante (Clifton Collins Jr.) di prodotti ed utensili specifici del caso, che fornisce loro litri e litri di detergente con cui lavar via anni di incertezze, delusioni e smarrimenti, materassi e poltrone impregnati di sangue. Con cui ripulire pareti e pavimenti imbrattati, svuotare stanze ingombre di sporcizia e cancellare qualsiasi traccia della tragedia di una famiglia colpita dal suicidio o dall’omicidio di un parente.
Il tocco registico d’impronta femminile è percepibile in ciascuna inquadratura che, dall’alto, cattura in maniera empatica l’espressione intimamente sconsolata di chi sta osservando dalla distanza la propria vita andare in frantumi, di chi grida a se stesso di esser potentissimo prima, e un fallito poi. Di chi ingiustamente si accontenta, di trascorrere la notte con l’uomo di un’altra donna così come di aggrapparsi ai binari di una ferrovia, urlando a perdifiato durante il passaggio dell’ultimo treno mancato per un soffio di pulce. Di chi spera che le cose si sistemino da sole, di chi lascia scivolar via la propria dignità non avendo il coraggio di chiedere aiuto a chi invece, purtroppo, non prenderebbe in considerazione neppure la richiesta.
La fotografia è al contrario dettata da un’impercettibile scelta stilistica che tende a mettere ogni ambiente sotto una diversa luce, tanto che se le abitazioni appena pulite appaiono nitide, alla medesima maniera del negozio del commerciante di detergenti, la casa di Norah e Joe, così come il motel dove s’incontrano Rose ed il suo ex-fidanzato, sono dominati da un tema spiacevolmente ocra, giallastro sino al punto da render reale il senso di polverosa oppressione e di voglia di fuga che sembra pervadere l’intero film.
Un film che, nella sua semplicità, ricorda per titolo, cast (vedi Alan Arkin) e produzione (Clean Sweep Productions) quel nostalgico Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris, un piccolo cult del cinema indipendente americano che persino nell’internet movie database ostenta le sue otto stelline su dieci di valutazione: anche qui compaiono un furgone, un padre rivenditore di sogni e false promesse ed una famiglia completamente disfunzionale per quanto unita dalle migliori intenzioni. Ciononostante, il secondo lungometraggio della Jeffs affronta entrambi i temi, quelli del dramma e della commedia, da un punto di vista prettamente inquieto e minormente ironico dell’altro “Sunshine”, restituendo ai suoi spettatori un immediato e sin troppo realistico senso di disagio esistenziale.
Inutile aggiungere una nota di merito per la perfezione della scelta di un cast tanto azzeccato; su tutte, la candidata all’Oscar Amy Adams (Il dubbio, Julie & Julia) e la talentuosa Emily Blunt di My Summer of Love e Il diavolo veste Prada, già complici sul grande schermo in La guerra di Charlie Wilson, accanto a Tom Hanks, Julia Roberts e Phillip Seymour Hoffman.
da “mondoraro.org”

Una ragazza madre, ormai stanca del suo lavoro di donna delle pulizie, e desiderosa di un’istruzione più elevata per suo figlio, decide di fondare insieme a sua sorella, una ragazza senza arte né parte, una ditta di pulizie di scene del crimine. Le cose andranno bene all’inizio, ma poi una serie di peripezie, compresa la stranezza del padre, metteranno a repentaglio la loro attività e il loro futuro.
Vi ricordate di “Little Miss Sunshine”, quel piccolo gioiellino indie che vinse il Sydney Film Festival del 2006, portando a casa l’apprezzamento del pubblico e della critica? E come dimenticarlo, vista la storia straordinaria, lo stile narrativo e formale particolarissimo, e i protagonisti altrettanto grandiosi? Ecco, questo “Sunshine cleaning”, che tra l’altro nel titolo riprende una parola dell’altro, vuole essere una sorta di riproposizione di quello stile, di quelle tematiche, di quella pellicola in parole povere. Il “vuole” è d’obbligo, perché, pur apprezzando molti degli aspetti di questo film, non si può sicuramente asserire che il risultato sia raggiunto. Quello che rende questo “Sunshine cleaning” decisamente meno godibile della pellicola a cui si vuole paragonare, è proprio l’insistenza nel volerle assomigliare (addirittura si ripropone Alan Arkin nel ruolo di un nonnino tutto pepe un po’ sopra le righe, in un personaggio che imita palesemente l’originale, con tanto di nipotino un po’ “strambo” a seguito che, nonostante un’intelligenza superiore alla norma, viene reputato un po’ “ritardato”), insistenza che a lungo andare diventa un po’ troppo forzata e visibile, cosa che suscita un certo fastidio nello spettatore. Al di là di questo, comunque, a frenare la possibilità di essere un grande film di “Sunshine cleaning” è lo scarso equilibrio esistente tra il dramma e la sdrammatizzazione del dramma (dato che questo genere di pellicole solitamente è contrassegnato da una quasi sempre perfetta commistione tra il drammatico e il comico-grottesco-surreale), dato che sul primo ricade un’eccessiva enfasi, mentre sul secondo pesano i difetti “imitativi” di cui sopra.
Certo che poi le straordinarie interpretazioni delle due attrici protagoniste (una perfetta Amy Adams nel ruolo della donna frustrata dal proprio lavoro e dalla propria vita che ha preso una piega diversa da quella prefissata, e un’intensa Emily Blunt sommersa dal ricordo svanito della madre defunta e dalla voglia di libertà da un’esistenza che le va stretta), oltre ad alcuni momenti davvero coinvolgenti, rendono comunque “Sunshine cleaning” una pellicola che vale la pena di essere vista. Tra i suddetti momenti c’è sicuramente la riunione della ragazza madre con le sue ex compagne di liceo tutte sposate o in qualche modo realizzate, riunione durante la quale la donna si rende conto che al di là del tipo di mestiere che si ritrova a fare, in qualche modo si sente realizzata per l’aiuto che dà alle persone; il “viaggio” sotto le rotaie di un treno della triste e “spenta” sorella; e lo stupendo finale in cui il cerchio si chiude e ognuno (compresi il nonno strampalato e il nipotino curioso e silenzioso) trova la sua “strada”, letteralmente e metaforicamente.
Così come spesso capita nel cinema di Anderson, e anche in “Little Miss Sunshine”, anche in questo caso sono alcuni oggetti a fare da viatico dell’espressione delle emozioni e delle intenzioni dei vari protagonisti. In questo caso abbiamo un tanto anelato binocolo, un furgone (anche questa sembra non essere affatto una coincidenza con la pellicola di quattro anni fa), delle casse di gamberetti o una scatola piena di ricordi o di oggetti che servono a mantenere vivi questi ricordi. Ma alla fine il messaggio sembra essere uno (al di là del retorico riferimento al fatto che “siamo chi siamo e non quello che facciamo”): ognuno deve compiere il proprio personale percorso, senza escludere ovviamente i legami affettivi e l’aiuto reciproco che da essi scaturisce, per giungere al superamento del dolore per i propri drammi e i propri fallimenti, ma soprattutto per il raggiungimento, o il tentativo dello stesso, della propria identità e della propria soddisfazione. Lo dimostrano, ad uno ad uno, tutti i protagonisti di “Sunshine cleaning” che, un po’ individualmente, un po’ coralmente, arrivano ad una svolta che gli permetterà di guardare ad un futuro, sicuramente imprevedibile e insicuro, ma senza ombra di dubbio migliore.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Le regine del pulito
Rose Lorkowski per sbarcare il lunario è costretta a svolgere le faccende domestiche nelle abitazioni più prestigiose. Chiamata a scuola per l’ennesimo comportamento eccentrico del figlioletto Oscar, la donna desidera a tutti i costi iscrivere il bambino a un istituto privato che possa seguirlo senza difficoltà. C’è un problema, però: mancano i soldi. Mac, ex fidanzato di Rose e ispettore di polizia, confida alla donna che esiste un modo per guadagnare molto di più: ripulire le scene dei crimini e dei suicidi. Rose, dopo le iniziali titubanze, decide di coinvolgere nella faccenda la sorella minore Norah, che trascorre le sue giornate fumando erba e facendo sesso con un tipo poco raccomandabile. Le due sorelle Lorkowski danno vita all’impresa di pulizie: Sunshine Cleaning. Tutto sembra procedere nel migliori dei modi fino a quando un incendio non manda tutto in fumo…
La bellezza dell’imperfezione
Come accade spesso negli ultimi tempi sono i piccoli film del cinema indipendente che riservano le migliori intuizioni. Sunshine Cleaning(dai produttori di Little Miss Sunshine) è una pellicola intelligente, garbata e ironica. Certo rispecchia una sensibilità estremamente femminile, sarà che la regista è una donna (Christine Jeff) e la sceneggiatrice pure (Megan Holly), ma in ogni caso resta indubbio che l’idea iniziale da cui prende avvio l’intreccio sia estremamente originale. Abbinare gli scenari truculenti e criminali della vita con gli aspetti sentimentali e affettivi dei protagonisti è una scelta insolita e piacevole. Sunshine Cleaning è scritto davvero bene e lascia spazio a un’interpretazione intima e mai autocompiaciuta. Pare che in pellicole di siffatto genere gli attori, anche quelli acclamati, si sentano liberi di esplorare e approfondire le sfumature emotive più sottili, allontanandosi da percorsi psicologici rigidi o stereotipati. In questo processo di scavo sono davvero brave Amy Adams (Rose) ed Emily Blunt (Norah), mentre ottimo come sempre è Alan Arkin (Joe).
Il film scorre e ha un buon ritmo, seppure non serrato, come in fondo quello dell’esistenza. Uno dei pregi maggiori di Sunshine Cleaning non è tanto la verisimiglianza della vicenda – se c’è poco di artefatto, c’è tutto sommato anche poco di realistico – quanto nell’autenticità dei moti dell’anima, quelli poco chiassosi, sotterranei e non plateali.
Tutti i membri della famiglia Lorkowski sono alla ricerca di se stessi, in un modo o nell’altro tutti cercano la chiave dell’esistere, inseguono soluzioni che consentano loro di essere finalmente ciò che sono. Il vincente nella pellicola di Christine Jeff è colui che crede in se stesso, nonostante gli ostacoli, le beffe del destino e le ferite mai rimarginate. Non c’è nulla di edulcorato. Anche la fotografia poco nitida, un po’ sgranata e polverosa, trova coincidenza con l’attenzione all’umanità non eroica e non perfetta che dà vita a Sunshine Cleaning. Rose deve fare i conti con un invalidante senso di inferiorità, Norah non riesce a sfuggire al dolore del lutto, Joe cerca il proprio valore in progetti insensati, anche il piccolo Oscar non è esente dalle difficoltà e si crede poco acuto. Una famiglia come ce ne sono sul serio, con questioni non risolte, problemi finanziari, incomprensioni e riappacificazioni. Sia chiaro, non si tratta di un film cupo; anzi, il finale è un’apertura ottimista alle possibilità della vita, quelle che con un po’ di coraggio sono afferrabili e raggiungibili.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

Che tu viva nella grande metropoli o nella piccola città suburbana, il crimine riesce sempre ad intrufolarsi nelle vie più affollate e a lasciare il proprio segno, spesso sotto forma di enormi macchie di sangue, fluidi corporei sparsi in ogni angolo o ex corpi viventi mancanti di qualche parte. Eppure dopo poche ore in quello stesso luogo non c’è più traccia del passato e tutto splende come se nulla fosse mai accaduto. Merito della Sunshine Cleaning il cui compito è bonificare tali luoghi e renderli di nuovo sereni ed abitabili.
Bonificare il passato
Rose Lorkowski (Amy Adams) è una ex cheerleader intrappolata in un presente mediocre: abbandonati i fasti della popolarità adolescenziale, chiusa in una relazione clandestina con il fidanzato del liceo nonché padre di Oscar, bambino di otto anni con apparenti problemi comportamentali, cerca di arrangiarsi economicamente lavorando come domestica. Un giorno scopre di poter sbancare il lunario ripulendo le scene del crimine. Approfittando della maturata esperienza nel campo delle pulizie, convince la sua problematica e nullafacente sorella Norah (Emily Blunt) a racimolare i propri risparmi e creare la Sunshine Cleaning. Aiutate da Winston, commesso di un negozio specializzato nel campo, le due sorelle si lanciano a capofitto nel nuovo lavoro che, dopo i primi problemi pratici e di adattamento, si rivela un vero e proprio successo. Ma la realizzazione professionale spinge Rose a cercare un proprio equilibrio personale e, spinta dalla voglia di partecipare ad una festa con tutte le sue ex compagne di scuola, manda Norah a svolgere da sola un incarico importante che si trasforma presto nella fine della loro carriera.
Minimalismo e sentimenti
Cosa succede quando le redini di una pellicola, regia, sceneggiatura e cast, vengono consegnate completamente in mano alla popolazione femminile? Ovviamente ogni caso è differente, ma se il film in questione è Sunshine Cleaning i risultati sono senza alcun dubbio positivi e piacevoli. Presentato al Sundance Film Festival del 2008, il progetto sembra il figlio brillante della casualità. “L’idea per Sunshine Cleaning mi è venuta da una storia che ho sentito su NPR: ascolto sempre NPR. Quel giorno parlavano proprio della pulizia delle scene dei crimini”, spiega la scrittrice Megan Holly. “Ho pensato che avrei potuto farne una nuova storia e ho iniziato a buttar giù la sceneggiatura, scrivevo per un paio d’ore al giorno tutti i giorni prima di andare a lavoro. Ci ho messo un po’ a finirlo. Poi l’ho presentato al concorso locale per sceneggiatori. Per caso Glenn Williamson, uno dei produttori faceva parte della giuria. Ho vinto il concorso, una cosa fantastica. E, cosa ancora migliore, ho conosciuto Glenn che mi ha detto di aver trovato la sceneggiatura meravigliosa e di volerla produrre”. Dietro il pretesto della pulizia delle scene del crimine si nasconde però una storia intima e profonda, toccata da quella sensibilità tutta al femminile capeggiata dalla regista Christine Jeffs, sui problemi familiari, l’evoluzione personale e le difficoltà relazionali. Rose e Norah sono entrambe bloccate all’interno di una realtà che non appartiene loro, incapaci spezzare quei legami (tra i quali la morte prematura di una madre suicidatasi quasi davanti ai loro occhi) che le tengono intrappolate nel presente. Sono donne sensibili, complesse, forti e fragili allo stesso tempo, il cui spessore viene reso maggiore dalle due attrici scelte ad interpretarle. Da un lato abbiamo una poliedrica Amy Adams, che con il suo viso pulito e gli occhi limpidi riesce a far trasparire le più svariate situazioni emotive della sua Rose, affiancata alla quale troviamo Emily Blunt, che con il suo sottile umorismo riesce a far apparire simpatico un personaggio che altrimenti sarebbe stato facile preda di antipatia ed insofferenza. Due bravissime attrici abbastanza simili da apparire credibili nel ruolo di sorelle che poggiano il proprio ruolo sulle spalle del gigante Alan Arkin, nei panni di un padre che cerca il successo attraverso le vie più bizzarre, ma senza mai superare la linea di demarcazione tra il mondo urbano ed il sogno americano. I protagonisti di Sunshine Cleaning, infatti, pur mirando alla piena realizzazione di se stessi, non oltrepassano mai il limite dell’irreale, non sognano mai cose più grandi di loro. Un tratto distintivo che accomuna molte delle pellicole indipendenti presentate alla famosa rassegna gestita da Robert Redford e che qui viene reso anche attraverso l’uso di una fotografia opaca e polverosa, perfetta per ritrarre le anonime strade di Albuquerque. Basso budget, star affermate e storie malinconiche: questa la ricetta, semplice e vincente, del piccolo film minimalista che nasconde i suoi punti forti nella caratterizzazione dei luoghi e dei personaggi. Se aggiungiamo al tutto la produzione affidata ai curatori di quel piccolo gioiello chiamato Little Miss Sunshine, il successo, seppur circoscritto da una limitata distribuzione, è assicurato.
Minimalista, essenziale, profondo ed emotivo: Sunshine Cleaning è una pellicola piacevole e ben confezionata che, pur rimanendo circoscritta nei limiti del piccolo film festivaliero, riesce ad appassionare lo spettatore ed accompagnarlo in un breve ed intenso viaggio tra le emozioni suburbane. Senza mirare mai ad sogno americano il film, così come i suoi protagonisti, si accontenta di affrontare gli ostacoli più reali e razionali, rimanendo nella dimensione privata e familiare dell’anonimato. Se vi state chiedendo se il richiamo del titolo al precedente lavoro dei produttori, Little Miss Sunshine, sia voluto o abbia qualche pertinena, lasciate perdere. “E’ una di quelle strane coincidenze. Peter (Saraf) ha due figli, Olive e Oscar, e Olive è il nome della ragazzina di Little Miss Sunshine, mentre Oscar è quello del ragazzo di Sunshine Cleaning, un’altra strana coincidenza che non ha niente a che vedere con nulla”.
VOTOGLOBALE7
Antonella Murolo, da “everyeye.it”

Ai tempi del liceo, Rose era la ragazza più popolare della scuola: cheerleader e fidanzata col ragazzo più ambito. Ora invece le cose non vanno molto bene: madre single, lavora in un’impresa di pulizie e ha una relazione con l’ex fidanzato che nel frattempo ha sposato un’altra donna. La svolta della sua vita può arrivare quando si mette in società con la sorella per occuparsi di un’attività poco nota ma molto redditizia: pulire le scene dei crimini. In questo modo, però, le due protagoniste, entrando in contatto con casi morte violenta, dovranno rifare i conti con la ferita non rimarginata del suicidio della madre.
Sunshine cleaning – con la sua simpatia per i personaggi sconfitti e marginali e con il suo interesse per la morte – è un lontano figlio dei toni e dei temi introdotti nel cinema americano da Harold & Maude. È un film che, affrontando fin dalle prime inquadrature il tema delle differenze sociali e della competizione, sta dalla parte dei perdenti – ironicamente potremmo dire che è un film all’insegna dello “sfigati di tutto il mondo unitevi” o dello “sfigato è bello” (il figlio di Rose alla fine esibisce orgoglioso il tatuaggio con la scritta “Piccolo bastardo”, ribaltando il senso dell’insulto ricevuto dai compagni di scuola). Invero, il film rimane un po’ in bilico fra l’attrazione per i perdenti, e quindi la volontà di mostrare l’altra faccia del sogno americano, e il bisogno di edulcorare (attraverso facili risoluzioni) le loro storie – un po’ troppo facile è il modo in cui le protagoniste si mettono in affari e un po’ troppo facile è il modo in cui il padre di Rose alla fine risolve le cose, consentendo alla figlia di riprendere l’attività.
La sceneggiatura di Sunshine cleaning ha alcune cadute in scene troppo dimostrative (come ad esempio quella in cui la moglie dell’amante di Rose sputa in faccia a quest’ultima il suo senso di superiorità) e in scene che non riescono ad essere profonde e poetiche come vorrebbero (le chiamate via radio al paradiso). E, furbescamente, utilizza ingredienti che sanno di cliché: i produttori del film sono gli stessi di Little Miss Sunshine e il nonno un po’ tocco e un po’ filosofo viene da quello stampo (anche l’interprete, Alan Arkin, è lo stesso), così come modellato sullo stesso stampo è il rapporto tra questo personaggio e il bambino.
D’altra parte, il film conta però su due attrici notevoli (Amy Adams e Emily Blunt) che sanno dare profondità e credibilità alle due protagoniste, anche laddove lo script traballa e ha una regia che riesce a trovare la misura giusta in scene non facili (il ricordo della madre morta, ad esempio). Il finale, poi, pur nella prevalenza di esiti ottimistici e consolatori, lascia comunque aperti e irrisolti alcuni nodi, così da conservare un po’ di gusto amarognolo.
Rinaldo Vignati, da “nonsolocinema.com”

Torna a splendere il sole per i produttori di Little Miss Sunshine che, in Sunshine Cleaning, presentano le vicende di un’altra sgangherata famiglia americana, questa volta non in viaggio ma al contrario vittima di una stagnante immobilità.
I Lorkowski vivono da tempo una vita statica, caratterizzata da precarie condizioni economiche. La figlia maggiore, Rose, è una madre single alla ricerca dei mezzi per mandare il figlio in una scuola privata; la bella Rose, al liceo una cheerleader, fa le pulizie nelle case delle sue imborghesite compagne di scuola ed è ormai da anni l’amante del suo ex fidanzato, ora sposato con un’altra donna e in attesa di un secondo figlio. La sorella minore, Norah, non ha un lavoro fisso, ha appena perso l’ennesimo impiego in un fast-food della zona e vive ancora a casa del padre. È una giovane fragile ed estrosa che ama i festini ma anche il nipote e sotto l’atteggiamento di sfaticata ribelle nasconde un’anima goffa e dal cuore tenero. Un giorno Rose scopre una nuova e redittizia attività: la ‘bonificazione’ delle scene del crimine; insieme alla sorella decide di intraprendere questa strana professione, con la quale cercherà di incrementare al contempo il suo stipendio e la sua fiducia in se stessa.
Amy Adams, reduce dalla duplice prova al fianco di Meryl Streep ne Il dubbio e in Julie e Julia, torna a interpretare il ruolo di una giovane le cui belle speranze vengono tristemente smentite dalla vita. In un paesino del New Mexico il sogno americano si traduce in un incubo per Rose, guardata dall’alto in basso delle sue ex compagne di scuola, tutte agenti immobiliari, benestanti e sposate. La famiglia Lorkowsi riuscirà a ridare autenticità a questo sogno, colorandolo di semplicità e di passione e riaffermando l’importanza del sentimento che anima l’impresa più che del denaro (pur fondamentale) che questa procura. L’alchimia tra gli attori è ottima e genera due coppie che funzionano alla perfezione. La prima è formata dalle sorelle Lorkowski, l’una responsabile e l’altra scapestrata. A quest’ultima presta il volto una Emily Blunt azzeccatissima nel ruolo, che dà al suo personaggio una personalità divertente, ironica e pungente ma anche dolce e indifesa. L’altra coppia è formata dal figlio di Rose e dal nonno Joe (Alan Arkin), sempre alla ricerca di improbabili metodi per fare soldi: il confronto tra infanzia e vecchiaia, come già accadeva in Little Miss Sunshine, genera episodi divertenti e fa sorridere. Gli elementi in comune con il film del 2006 non finiscono però qui: anche Sunshine Cleaning infatti è una piacevole commedia, diretta da Christine Jeffs con tocco fresco e leggero, il cui principale merito è quello di riuscire, con abilità e buon gusto, a raccontare episodi drammatici senza mai diventare un dramma.
Elisa Fontana, da “icine.it”

Ancora un furgone e una famiglia disfunzionale per i produttori di ‘Little Miss Sunshine’, ma stavolta toni più drammatici, anche se non privi di note di colore, sottolineature ironiche e trovate fantasiose.
Le sorelle che fecero l’impresa
Non basta un colpo di spugna, per cancellare il proprio passato, a volte bisognerebbe assoldare un’impresa di pulizie, o addirittura rimboccarsi le maniche e aprirne una. E’ quello che accade a Rose e Norah, le due sorelle protagoniste di Sunshine Cleaning – Non c’è sporco che tenga, dramedy diretto da Christine Jeffs, che torna dietro la macchina da presa cinque anni dopo il biografico Sylvia, interpretato da Gwyneth Paltrow. Le sorelle Lorkowski sono due facce della stessa medaglia: due giovani donne apparentemente diverse che tuttavia vivono un’esistenza simile, instabile e senza prospettive, profondamente segnata da un drammatico episodio del loro passato e soffocata da una realtà rozza e arida, come quella del New Mexico, nel profondo Sud degli States, ben lontana dall’American Dream di metropoli come New York o Los Angeles.
Amy Adams è Rose Lorkowski nel film Sunshine Cleaning
Rose era stata una delle ragazze più carine e popolari della sua scuola, e adesso si ritrova ad essere l’amante del suo ex-fidanzatino, che scelse di sposare un’altra compagna. Un’amante che continua a sperare che le cose cambino, e si accontenta di qualche fugace rapporto consumato in un solitario motel, dopo aver lasciato il figlio di otto anni a casa con sua sorella Norah, una bella ragazza talmente demotivata e disillusa che non riesce a tenersi stretta neppure il più umile dei lavori. Rose invece si affanna a lavorare come collaboratrice domestica, ma non ha neanche la possibilità di pagare la retta per una scuola privata che possa accogliere suo figlio, un ragazzino intelligente e fantasioso, ma problematico. Un giorno decide di accettare il suggerimento del suo amante e prova a mettere su una piccola impresa di pulizie post-mortem, che si occupa di cancellare tracce di eventi drammatici come suicidi e omicidi dai luoghi in cui sono avvenuti. Accanto a Norah, più timorosa di sua sorella nell’affrontare il nuovo lavoro, Rose getta via materassi e poltrone lordi di sangue, ripulisce pareti e pavimenti imbrattati e svuota stanze ingombre di sporcizia e tragedia.
Con l’aiuto di un commerciante di prodotti e utensili specifici per il loro lavoro, le sorelle Lorkowski pian piano riusciranno a trasformare il loro lavoro in una impresa gestita in maniera professionale. Ma litri e litri di detergente, anche il più efficace, non possono lavare via anni di insicurezze, dovute ad un trauma molto simile a quelli che vedono con i loro occhi ogni giorno.
Un’immagine divertente di Amy Adams ed Emily Blunt dal film Sunshine Cleaning Dai produttori di Little Miss Sunshine, arriva una nuova pellicola indie che racconta una storia di perdenti che riescono a trovare una direzione nella propria vita, e poco importa se non è conforme agli schemi imposti dalla società, l’importante è riuscire a ritrovarsi e ad essere sereni. Anche qui c’è un furgone, e una famiglia completamente disfunzionale, della quale fa parte un padre eternamente a caccia di promesse, ma il film della Jeffs non ha la scoppiettante carica politically incorrect del road movie di Jonathon Dayton e Valerie Faris, perchè si sviluppa su toni diversi, più virati al dramma che alla commedia, anche se non mancano certo le parentesi di colore, le sottolineature ironiche e le trovate fantasiose che contribuiscono ad alleggerire il tutto e ad aumentare l’empatia nei confronti dei protagonisti. E’ un film che spinge a più di una riflessione, Sunshine Cleaning, e racconta la storia di chi ha messo la propria vita in stand-by, sperando che si sistemi da sola, o per timore di ritrovarsi di fronte ad altri problemi. Mai accontentarsi di ciò che arriva – soprattutto degli avanzi delle vite altrui, come nel caso di Rose – mai lasciar scivolare via la propria dignità, ma cercare sempre di lasciarsi alle spalle il proprio passato in maniera costruttiva. A volte basta un passo in avanti, e poi arrivano gli altri: prima un nuovo impiego, la parola fine ad un rapporto inutile e poi nuovi errori, ma anche in quel caso, mai arrendersi.
Il film della Jeffs gioca a demolire personaggi “di facciata”, e dare vantaggio a quelli ai quali si concederebbero poche possibilità, a partire dalle due protagoniste – interpretate in maniera convincente da Amy Adams e Emily Blunt – ma anche dagli interpreti secondari, come Alan Arkin qui nei panni di un sognatore caparbio, che alla fine decide di fare una scelta concreta per aiutare le figlie, e Clifton Collins jr. nel ruolo di un commerciante disabile che si rivela una guida e un sostegno prezioso in più di un’occasione.
Fabio Fusco, da movieplayer.it”

Ad Albuquerque, New Mexico, come in ogni luogo dove convivono aspirazioni da liceali e finte maturità imposte dalle convenzioni, non è sufficiente un passato glorioso da cheerleader per vincere di nuovo. Occorrono determinazione e coraggio d’esporsi, ingredienti che Rose Lorkowski (Amy Adams) a trent’anni si ripete allo specchio poco prima di iniziare la giornata da addetta di un’impresa di pulizie.
Rose ha un figlio di otto anni, Oscar (Jason Spevack), nato da una relazione senza futuro con un ormai sposato poliziotto, Mac (Steve Zahn), che incontra di nascosto in un motel. Presto, le eccentricità di Oscar, continuamente espulso dalle scuole, la costringono ad accettare la proposta di Mac di entrare nel giro delle squadre di pulizia che bonificano scene del crimine. Rose coinvolge allora la sorella Norah (Emily Blunt) cui la legano la perdita della madre e un padre (Alan Arkin) intento a procurarsi denaro facile con affari fallimentari.
Norah trascorre perlopiù il tempo a perdere lavori e fumare erba, la sua passività ha per la sorella lo stesso peso degli incontri con compagne di scuola imborghesite dal matrimonio. Il buon inizio dell’impresa a due, denominata Sunshine cleaning, sembra invece rendere concreta per entrambe l’occasione di una svolta, ma è un incidente a impedirne la piena riuscita e a rimettere tutto in discussione. A sospendere i rapporti e risollevare vecchie ferite di famiglia, segreti e dolori che il sangue da lavare in casa di sconosciuti riesuma e getta in faccia.
Si rafforza così in crescendo l’intenzione di raccontare nelle vite di due sorelle opposte per attitudini lo sforzo di una risalita comune e insieme la desertificazione di principi etici che ha invaso non solo le famiglie, ma le abitudini sociali in genere. Ripulire una scena contaminata è un mezzo per uscire dal cerchio stretto e trovare la giusta terapia, direbbero i produttori del film, gli stessi di Little Miss Sunshine. Come allora, il concorso delle forze è goffo, ma deciso a scommettere su una via d’uscita che qui privilegia il confronto tra i primi piani degli occhi ed espressioni di Rose e Norah, le brevi catastrofi di Oscar e la pelle dura di un capofamiglia nel sempre impareggiabile Alan Arkin.
È un linguaggio non più in movimento per l’America, ma condiviso attorno a un tavolo con un unico amico rimasto senza un braccio e un contatto radio col Paradiso per confessare i propri silenzi e fare domande. Non ci sono guizzi potenti da commedia nera, ma il privilegio è dato alle relazioni e alle loro conseguenze che, anziché imbrigliare scrittura (Megan Holly) e regia (Christine Jeffs), sembrano trainarne il nucleo principale e coerente nel ribadire come proprio i rapporti dettino le leggi e non viceversa. E così si replicano odori pessimi e pessimi comportamenti, si descrivono dettagli d’ambientazione che servono la storia tanto quanto l’impronta di un sorriso amaro e un riscatto finale all’americana.
Giulia Valsecchi, da “doppioschermo.it”

Spira e ammira
Fenomeno prettamente statunitense, le pulizie sulla scena del crimine – simbolo dell’efficienza di una nazione – avevano già ispirato nel 2007 il film Cleaner di Renny Harlin e con Samuel L. Jackson, uscito da noi direttamente in DVD. Se la storia lì prendeva una piega gialla, questo Sunshine cleaning è invece lo spunto per raccontare le vicende delle due sorelle Lorkowski, Rose (Amy Adams) e Norah (Emily Blunt), che, alla ricerca di un posto di lavoro migliore, quasi per caso iniziano ad occuparsi di questo tipo di sanificazione molto particolare. Le due donne, con un padre un po’ svampito (un irresistibile Alan Arkin) e un figlio (di Rose), si portano come trauma fin dall’infanzia il suicidio della madre. In particolare Norah, la più piccola, non è mai riuscita a fare pace col tragico evento. Sarà il costante contatto con la morte, per quanto indiretto, dovendo rimuovere sangue e fluidi corporei una volta che il cadavere sia stato portato via, a riaprire il dialogo col passato e a dare nuova spinta alle loro esistenze.
Progetto indipendente e prettamente al femminile, scritto, diretto ed interpretato da donne, il film si pone come “animale da festival” sulla scia di opere come Little miss Sunshine (da cui eredita il nonno Alan Arkin e la Rajskub), ma l’insolito e lugubre tema gli conferisce un aspetto più riflessivo ed intimistico. Le due sorelle, avendo perso la madre da piccole, non riescono a tenere in piedi una famiglia (anzi, Rose cerca addirittura di sfasciare quella del poliziotto Mac), né ce la fanno a mantenere un lavoro. Insomma, sono due disadattate, come loro padre e come il figlio di Rose. Soltanto un lavoro sui generis potrà dare loro riscatto, e riaprire quel dialogo col passato che si era bruscamente interrotto. Come un viatico temporaneo, tant’è che riusciranno a rivedere la madre in TV in quel piccolo ruolo che aveva interpretato e per la quale ancora la ricordavano, solo dopo che gli affari siano andati letteralmente in fumo, prima però di riavviarli alla grande, con qualche modifica al personale. Certo, le esigenze narrative semplificano molti degli eventi: il rapporto col padre non è affatto approfondito, le relazioni tra le due sorelle ed altri personaggi come Winston (Clifton Collins Jr.) e Lynn (Mary Lynn Rajskub) restano in sospeso ed il lieto fine (parziale) arriva immancabile e ruffiano. L’ennesima commedia indipendente americana, ma anche una delle più gradevoli e profonde degli ultimi tempi.
Paolo Dallimonti, da “centraldocinema.it”

Alla regia di questo film delizioso c’è Christine Jeffs, che nel 2003 ha diretto Sylvia, il racconto biografico della poetessa americana, Sylvia Plat e il marito Ted Hughes. Sunshine Cleaning è l’esempio di come una sceneggiatura forte sia potenziata maggiormente da interpreti eccellenti.
“L’idea per Sunshine Cleaning mi è venuta da una storia che ho sentito su NPR (National Public Radio): ascolto sempre NPR. Quel giorno parlavano proprio della pulizia delle scene dei crimini”, racconta la sceneggiatrice Megan Holly. “Ho pensato che avrei potuto farne una nuova storia e ho iniziato a buttar giù la sceneggiatura, scrivevo per un paio d’ore al giorno tutti i giorni prima di andare a lavoro. Ci ho messo un po’ a finirlo. Poi l’ho presentato al concorso locale per sceneggiatori. Per caso Glenn Williamson, uno dei produttori faceva parte della giuria. Ho vinto il concorso, una cosa fantastica. E, cosa ancora migliore, ho conosciuto Glenn che mi ha detto di aver trovato la sceneggiatura meravigliosa e di volerla produrre”.
La bravissima e dolcissima Amy Adams interpreta Rose, che al liceo faceva la cheerleader, e ora a trent’anni, fa la domestica, per sbarcare il lunario e pagare gli studi all’eccentrico figlio di otto anni, Oscar. Rose ha una relazione con l’ex fidanzato del liceo che ora è un uomo sposato, Mac (Steve Zahn).
La sorella più piccola di Rose, Norah, è interpretata dalla meravigliosa Emily Blunt, la cui espressività apporta un qualcosa che diventa efficace e necessario al film. Norah è inesorabilmente bloccata in una routine senza via d’uscita. Vive ancora a casa con il padre e ha appena perso l’ennesimo lavoro nel ristorante di zona. Il padre Joe (Alan Arkin) è preso dall’ultimo dei suoi tanti progetti per fare soldi facili: vendere popcorn multi gusto dal bagagliaio dell’auto.
Rose scopre, per caso, che esiste un modo di fare pulizie con maggior introiti: ripulire le scene dei crimini” può diventare un vero e proprio business! Così, con l’aiuto di Norah, si mette in proprio con la Sunshine Cleaning!
La bellezza di quest’opera è, si vuole ripeterlo, nella sceneggiatura e nell’interpretazione. La scrittura sa essere trascinante, emotiva e senza sbilanciamenti, brillante nel suo comporsi su toni coerenti di ilarità e tenerezza, travagli e delusioni, passato e presente. L’essenzialità di questa trama è trasmessa dalla Adams e dalla Blunt, che hanno saputo interagire con i loro personaggi, grammaticalmente ben costruiti, conferendo quel realismo naturale e spontaneo, ideale per questo tipo di commedie.
Sunshine Cleaning potrà non essere innovativa come trama, ci sono stati già due film, con soggetto il “dopo csi”: The Cleaner, film del 2008 con Samuel L Jackson, che interpreta un ex poliziotto che avvia una ditta di pulizie specializzata per bonificare la zona dopo il dramma; ma ancora prima, nel 1996, Curdled, una commedia pulp, prodotta da Tarantino, vede la protagonista farsi assumere da una ditta di pulizie, specializzate nel ripulire la scena della crimine, per indagare su un serial killer.
Ma se proprio la sceneggiatura non è originale, la storia in sé è creativa, non racconta solo di detersivi e scene del crimine; approfondisce con credibilità le personalità di questa famiglia, che si riscopre e impara a conoscersi. La delicatezza di Sunshine Cleaning è nel sapere dipingere la trama con toni di profondità. In termini di stile, l’analisi attenta del carattere e delle interazioni tra i personaggi si traduce in un’influenza positiva su tutta l’opera.
da “cineocchio,altervista.com”

Un film schietto e sincero con un cast eccezionale. Amy Adams e soprattutto Emily Blunt si confermano tra le migliori attrici in circolazione
Sul concetto che “lo sporco lavoro qualcuno deve pur farlo” potrebbero girare centiania di film. Sono altrettanti i mestieri a cui solitamente l’uomo comune non pensa, e che non crede di poter fare mai nella vita, a volte perché ne ignora persino l’esistenza. Eppure tante cose che noi diamo per scontate non avvengono da sole: ad esempio vi siete mai chiesti cosa succede a un appartamento dove è stato commesso un omicidio dopo che la polizia scientifica ha terminato le sue indagini? Vi è mai passato per la testa di domandarvi chi pulisce tutto il sangue o gli altri resti, non necessariamente umani? Proprio perché è un lavoro sporco e anche disgustoso (immaginate un monolocale dopo un suicidio, con pile di piatti sporchi e scarafaggi oltre al sangue nella vasca, per esempio), chi lo fa viene pagato piuttosto bene, ed è la soffiata che la ragazza-madre Rose Lorkowski, povera in canna e disperata perché il figlio è stato mandato via dalla scuola, riceve dal suo amante che tutto promette e niente mantiene. Rose mette in piedi così un’impresa di pulizie insieme a sua sorella Norah, con tanto di certificazioni richieste, e si dedica anima e corpo a questa scalcinata attività.
Pian piano però Rose si rende conto che, a parte i drammi personali da superare, pulire le case dopo determinati drammi ha un suo valore. Rose e Norah non si limitano a tirare a lucido, ma entrano nelle vite degli altri, rimettono in qualche modo insieme i pezzi, danno una dignità a chi resta, dopo la morte che già è una sofferenza e se è stata violenta lo è ancora di più, perché ci sono tanti modi per svolgere un compito, ma farlo tenendo bene a mente che siamo esseri umani è certamente il migliore. Ed è così che Rose si rende conto anche che la vita che ha sempre desiderato, da ex cheerleader che usciva con il quarteback e che adesso dovrebbe stare in una bella villa con piscina a dare party per i bambini, magari non è quella che fa per lei, e che la soddisfazione di essere diventata un’imprenditrice dal niente e di restituire in qualche modo alle persone ferite la forza di tirare avanti, vale molto più di quei desideri da principessina viziata.
C’è poi il contraltare, sua sorella Norah che deve ancora elaborare un terribile lutto, che avendo perso sua madre non si rende conto di cosa voglia dire avere un genitore talmente orribile da non volerlo vedere mai più, che si prende il peso immenso del Dolore sul suo fragile corpo. Emily Blunt è un’attrice straordinaria, e lo conferma una volta di più nei panni ribelli e disagiati di Norah. “Era capace di sollevare tutto il dolore del mondo con la sua voce”, dice Lenny Nero della sua Faith in Strange Days. Ebbene, in Sunshine Cleaning Emily Blunt grida, e in quell’istante tutto il dolore del mondo è nel suo grido che resterà inascoltato.
Sunshine Cleaning è un film ironico e profondo, con un cast eccezionale e che vi consigliamo di certo in lingua originale, un film sincero che non racconta la menzogna che “prima o poi andrà tutto bene”. Il dolore vero, quello profondo, è indelebile, e solo accettando che il tarlo continuerà a rodere i propri pensieri si potrà vivere una vera vita.
Federica Aliano, da “alphabetcity.it”

Con Alan Arkin di nuovo nei panni del nonno e gli stessi produttori di Little Miss Sunshine, Christine Jeffs si addentra nel dramma, tinto di humor nero, di una famiglia disfunzionale alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Sono le due protagoniste, Amy Adams ed Emily Blunt, a salvare il film dalla banalità di una formula che ha smarrito la sua sincerità e la sua forza corrosiva
Presentato nel 2008 al Sundance Festival, Sunshine Cleaning strizza l’occhio, non solo nel titolo, alla commedia firmata da Jonathan Dayton e Valerie Faris. Con Alan Arkin di nuovo nei panni del nonno e gli stessi produttori di Little Miss Sunshine, Christine Jeffs (regista neozelandese al suo terzo lungometraggio, dopo Rain e il ritratto della poetessa Sylvia Plath, interpretata da Gwyneth Paltrow) si addentra nel dramma, sapientemente stemperato nelle accattivanti tinte della commedia nera, di una famiglia disfunzionale alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Una lotta combattuta tra le strade assolate ed anonime di un’Albuquerque fatta di squallidi motel e desolati diner e dove le immense ville di un abbagliante rosa pastello continuano a rimarcare l’incolmabile distanza che separa chi è riuscito ad affermarsi e trovare la propria strada da chi è rimasto indietro e si è perso in un pantano di sogni mai realizzati. E’ proprio il tentativo di avanzare nella scala sociale e rincorrere il successo economico, grazie all’impresa che ripulisce resti umani dalle scene dei crimini messa in piedi dalla caparbia Rosa con l’aiuto della cupissima Norah, le due sorelle interpretate da Amy Adams e Emily Blunt, l’espediente narrativo usato da Megan Holley, la sceneggiatrice di Sunshine Cleaning, per penetrare nel precario equilibrio emotivo di Rose e nel malessere esistenziale di Norah. La prima è un’ex stella del liceo, ora amante di un uomo sposato e madre single, che porta sulle spalle tutto il peso del suo fallimento, e Norah, la più piccola, con il suo sorriso sghembo e il suo sguardo sempre rivolto verso un imperscrutabile altrove, è immobilizzata dalla paura, incapace di superare il suicidio della madre. Pur trovando un invidiabile equilibrio tra i toni più lievi e la tragicità del racconto, la scrittura della Holley non riesce ad andare oltre i cliché di una formula che è diventata un vero e proprio marchio di fabbrica apposto su prodotti sfornati in serie, e con il suo campionario di personaggi tipicamente indie, eccentrici, maledetti, ma sempre amabili, finisce per apparire stereotipata e mai veramente graffiante. Solo la geografia in continuo movimento dei corpi delle due straordinarie protagoniste, Amy Adams ed Emily Blunt, riesce a dar calore ad un’umanità pericolosamente in bilico che, nel caos emotivo che si agita sotto la pelle, continua a leccarsi le sue ferite senza sapere bene come andare avanti. E se ad un primo sguardo Sunshine Cleaning sembra voler addentrarsi nelle contraddizioni che fanno della famiglia un territorio tanto impervio, brutale e dolcissimo, con il suo finale aperto, ma comunque pacificatorio, abbandona la vischiosità iniziale per riaffermare, nonostante tutto, la bontà di fondo del nucleo famigliare, centro nevralgico dell’esistenza capace di risanare le fratture e di offrire una sorta di redenzione ad ogni personaggio. A salvare, in parte, Sunshine Cleaning dalla banalità di un cinema che è andato sempre più smarrendo la sua sincerità e la sua forza corrosiva è il dolente ed emozionante senso d’attesa che Christine Jeffs lascia affiorare durante tutto il film, disseminandolo di inaspettate deviazioni – come la televisione accesa in cerca della rivelazione di un volto smarrito nel passato – che aprono un varco segreto all’interno di quella materia magmatica che è il cuore umano.
Francesca Bea, da “sentieriselvaggi.it”

Che fine ha fatto il sogno americano?
Rose, stanca di fare pulizie nelle case degli altri, cerca una soluzione alternativa che le consenta di guadagnare abbastanza per garantire gli studi al figlio. Insieme all’eccentrica sorella Norah intraprende un’ inusuale attività lavorativa: un’ impresa specializzata nella pulizia delle scene del crimine. (sinossi)
Figlio problematico, padre stralunato, sorella sconclusionata, marito scappato via, amante sposato. Quadretto familiare niente male quello di Rose ex cheerleader al liceo, la ragazza più carina della scuola, finita a trent’anni a fare le pulizie nelle case delle sue vecchie e invidiose compagne di classe ormai donne in carriera. Nulla di splendente, nulla di scintillante. Tutto molto grigio tendente al nero. Black come questa comedy firmata Christine Jeffs, che ci porta direttamente nel sud degli Stati Uniti per provare a farci entrare nella realtà di una comunità in declino, colpita da una crisi economica profonda che è causa di disagio evidente e che conduce a due soluzioni: inventarsi qualcosa per sopravvivere o non sopravvivere.
La periferia di Albuquerque nel New Mexico, è un posto perfetto per ambientare questa storia. Una città come tante, dove le ville monofamiliari si dipanano lungo gli ampi viali per un po’, ma dopo scompaiono dietro l’angolo lasciando spazio a molto meno affascinanti casette tirate su alla bell’e meglio, con il giardino incolto e il mobilio fuori moda, specchio deformante del sogno americano che viene proposto quotidianamente. È american indie, una sorta di marchio di fabbrica ormai, Jeb Brody e Marc Turtletaub produttori di Little Miss Sunshine oltre che di questo film, hanno imparato benissimo come promuoverlo.
Non servono storie emblematiche, servono storie pure e semplici. Non servono eroi perfetti, bastano gli uomini (e le donne) comuni. È dagli anni ’70 cheSunshine_cleaning_Christine_Jeffs_foto_testo parallelamente al mainstream, da oltreoceano arrivano questi racconti quasi silenziosi, senza rumori assordanti, con la giusta ironia e un velo di tristezza. Storie dove non vince nessuno, ma dove si combatte sempre, ogni giorno. Banale dirlo, ma storie che raccontano la vita. Eppure è così verissimo come il quotidiano di ciascuno di noi. Perché in periodo di recessione anche andare a ripulire le scene del crimine diventa un lavoro come un altro, perché dopo che sono passati i poliziotti super glamour dei vari CSI, deve esserci qualche persona normale che toglie i rimasugli, che raccoglie i resti, che porta via ciò che resta fuoricampo.
In queste storie i protagonisti sono i caduti, i disadattati, gli eroi a cui manca un pezzo per essere tali, sia esso un metaforico pezzo di cuore (un uomo accanto a Rose), di affetto (la madre scomparsa delle due sorelle), o di un reale pezzo di corpo (il braccio mancante a Winston, unico nel film a sembrare totalmente sincero con le due sorelle). Eroi monchi, che quindi non possono esprimere la loro eroicità, eroi caduti che si ritrovano al suolo, sempre a dover ripartire da zero.
Personaggi scivolati a terra senza veemenza, in un lento inesorabile declino, che cercano di non affogare e che in un lavoro onesto vedono l’occasione del riscatto, nel tenere uniti i pezzi sbilenchi del loro puzzle, vedono crearsi una figura che nonostante tutto dà loro sicurezza. Gente comune, valorizzata da un fortunato filone che ha terreno fertile tra i giovani filmmakers statunitensi.
In linea con la sobrietà, il leggero cinismo e la costante ironia, nemmeno il finale splende per davvero. La Jeffs ci suggerisce che non è possibile cambiare la propria vita da un momento all’altro; e sebbene tutto sembri portare verso il temuto lieto fine, esso resta sempre dietro l’angolo, un angolo dove i personaggi di Sunshine Cleaning non svolteranno mai.
Gaetano Maiorino, da “cineclandestino.it”

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