Soul kitchen

Con Akin, l’identità si forma al ristorante
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

La prima grande commedia romantica del nuovo millennio l’ha diretta un turco di Amburgo, è ambientata in un ristorante di quelli che servono robaccia a clienti affezionati (alla robaccia, non al locale), ha un protagonista sovrappeso con l’ernia del disco e una colonna sonora meravigliosa che mescola funky e rythm & blues con hip hop, “rebetiko” greco e naturalmente una canzone di Hans Albers, «uno dei più grandi e popolari attori-cantanti tedeschi degli anni ’30 e ’40» giurano le note stampa, e se lo dicono loro dev’essere vero. Anche se in quegli anni la vita non era facile in Germania, ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca, ovvero non priviamoci di un grande cantante solo perché è vissuto nel momento sbagliato…
Come avrete capito è anche una commedia svitata perché oggi bisogna essere un po’ tocchi per essere romantici e in Soul Kitchen di Fatih Akin, l’applauso più lungo e più caloroso della Mostra, ognuno è così matto da voler fare solo quel che gli piace. Così alla fine vincono i buoni, i cattivi vengono puniti e questi losers degni di un film di Kaurismaki hanno finalmente diritto alla leggerezza e al buonumore di un musical con Fred Astaire. Non avete afferrato la storia? Meglio così, ve la godrete al cinema. Diciamo solo che il protagonista sovrappeso, il greco Zinos (l’adorabile Adam Bousdukos, il candore fatto persona), ha una fidanzata upper class che se ne va a lavorare in Cina lasciandogli come unico ricordo un videotelefono Skype, un fratello avanzo di galera ma dal cuore grande così (Moritz Bleibtreu), un ex-compagno di scuola deciso a soffiargli il locale per farne un lucroso investimento immobiliare. E che fra un contrattempo e l’altro, ce ne sono moltissimi, nel locale di Zinos si mangia, prima malissimo e poi divinamente, si canta, si suona, si fa l’amore anche in piedi, il tutto mentre l’ernia avanzia, il fisco incalza e il nuovo cuoco dà il meglio di sé.
Autore e produttori dicono che Soul Kitchen è un moderno “Heimat film”, ovvero un film sull’idea di patria, dunque, modernamente, di comunità, di famiglia, di appartenenza. Che è veramente il massimo per un film girato e diretto da figli e nipoti di immigrati. Se non gli danno un premio vero ci incateniamo davanti al vecchio Palazzo del Cinema finché non sarà finito quello nuovo (scherziamo: sarebbe morte certa). Comunque se hanno finito i Leoni c’è sempre il Nobel per la pace. Sul serio.
da Il Messaggero, 11 settembre 2009

Film con sapori etnici tutto da gustare
di Alberto Crespi L’Unità

L’unico rischio, con Soul Kitchen, è di rivederlo fra qualche mese e non divertirsi più. Ci spieghiamo: una commedia, soprattutto quando arriva dopo 9 giorni di sangue sudore & lacrime, ha un effetto liberatorio all’interno di un festival. Inoltre, all’uscita in Italia (distribuisce la Bim), il film sarà doppiato, e qualcosa perderà. Ma siamo fiduciosi: bello è, Soul Kitchen, e bello dovrebbe rimanere. Soprattutto perché non è un film di battute, ma è costruito su una prodigiosa sceneggiatura ad orologeria dove ogni dettaglio è buffo e indispensabile. Turco di Amburgo, classe 1973, Fatih Akin è un bravo regista, ma soprattutto è uno dei migliori sceneggiatori del mondo. L’aveva dimostrato con La sposa turca (Orso d’oro a Berlino) e Ai confini del paradiso. Lo conferma con Soul Kitchen, la prova più ardua: perché scrivere bene una commedia è arte sopraffina, nella quale persino i massimi maestri spesso falliscono. Va subito detto che il merito di Soul Kitchen va ripartito al 50% con Adam Bousdoukos, co-sceneggiatore e attore protagonista: greco di Amburgo, classe 1974, è lui a dare il film il sapore etnico, e usiamo la parola «sapore » perché la cucina e la ristorazione giocano un ruolo decisivo. Per inciso: ci sembra stupendo che un turco e un greco facciano comunella in Germania per regalarci un film così bello: ad Atene e ad Ankara qualcuno dovrebbe prender nota. Nel film, Adam è Zinos Kazantsakis, gestore di una bettola a Amburgo. Abituato a cavarsela con i surgelati, Zinos cambia vita quando conosce Shayn, chef raffinatissimo licenziato da un ristorante di lusso perché si è rifiutato (e meno male!) di scaldare un gazpacho per un cliente bifolco. Grazie a lui, il Soul Kitchen di Adam diventa alla moda, e intorno ad esso si snodano le vite di svariati casi umani. C’è Ilias, il fratello di Zinos che entra ed esce di galera; c’è Neumann, un agente immobiliare senza scrupoli; c’è Lucia, la cameriera sexy di cui Ilias si innamora; e NON c’è Nadine, la fidanzata di Zinos partita per Shanghai. Fra amori che nascono e finiscono, soldi che non bastano mai, imbrogli e pignoramenti, Zinos e Ilias si battono come leoni per far funzionare il Soul Kitchen e tener vivi i propri sogni. Aiutateli anche voi, quando il film uscirà.
da L’Unità, 11 settembre 2009

Soul Kitchen, sorrisi per l’integrazione
di Francesco Bolzoni Avvenire

Un sorriso può aiutare l’integrazione. Tanto più se veicolato da una commedia un po’ folle ma divertente come Soul Kitchen , diretta dal giovane regista turco-tedesco Fatih Akin, già vincitore di un Orso d’oro e di un Leone d’argento.
La storia è ambientata ad Amburgo, in un quartiere situato in un’isola del fiume Elba; una zona dissestata ma in via di sviluppo. Qui il giovane Zinos (Adam Bousdoukos, bravissimo) gestisce una trattoria a basso prezzo. Un giorno si fa vivo il fratello del proprietario, un poco di buono reduce dal carcere che in vita sua non ha fatto altro che giocare a carte. Zinos gli regala del denaro e spera di vederlo il meno possibile. In proprio ha già dei guai. La sua ragazza, Nadine, si trasferisce a Shanghai, un conoscente riccone vorrebbe rilevare il locale e lui, ahimè, ha un forte mal di schiena che i medici non riescono a curare. È costretto ad assumere un cuoco stravagante che, intestardito a cucinare cibi raffinati, gli fa perdere i non numerosi clienti. Zinos, disperato, è tentato di trasferirsi in Cina. Ma, poiché i guai ogni tanto diminuiscono, ha la fortuna di affittare il locale a una band e, attirati dalla musica (la quale è un fattore essenziale nella colonna sonora del film ), accorrono fans in gran quantità. Esperti di ritmi indiavolati ma anche di buona cucina. Le ricette del cuoco sono un portento e nel locale ne avvengono di tutti i colori soprattutto quando prende a circolare un afrodisiaco mescolato tra i cibi. Tutti ne sentono le conseguenze compresa una visitatrice temperata. Il regista turco-tedesco colorisce la situazione con soluzioni divertentissime ma mai volgari. Fatih Akin è autore di qualità. Soul Kitchen è prima di tutto un omaggio sentito alla città dove egli è nato nel 1973, una sorta di ‘heimat film’, in cui si rivolge un affettuoso saluto alla casa, agli amici, alla famiglia, un luogo che deve essere protetto. Dice il regista: «La rapida urbanizzazione è una metafora che richiama allo sviluppo della personalità. Nel mio racconto parlo di fiducia, amore e lealtà.
Le mutazioni sociali presentate in questa storia, come la trasformazione di interi quartieri in zone residenziali, possono avvenire dovunque. Essenziale è che un luogo non perda l’anima». In questo senso al sua commedia è un esempio di come si possa promuovere il tema dell’integrazione col sorriso lieve. «È una storia un po’ folle – dice lui – sul valore delle persone e dell’amicizia senza barriere».
Soul Kitcken è infatti un film quanto mai originale: le figure narrative appaiono disegnate con cura, le numerose gags sono impaginate con ritmo mozzafiato. La cosa è singolare se si pensa che fin qui l’autore ha diretto tre film ‘seri’, tutti assai ben sceneggiati, che si sono imposti in diversi festival. Soul Kitchen ha figurato degnamente nella premiazione dell’ultima Mostra veneziana e meriterebbe di incontrare il favore del pubblico giovanile per il brio di un racconto che vede Zinos subire la cura energica di un aggiustaossa che lo libera dal mal di schiena, innamorarsi dell’assistente del dottore e fare i conti con la catastrofe provocatagli dal fratello, che per liberarsi da debiti di gioco non ha trovato di meglio che cedere il locale a un affarista più svelto di lui. Il regista turco: «Parlo di famiglia e amici, di amore e lealtà e di come proteggerli in un mondo sempre più complicato»
Da Avvenire, 7 gennaio 2010

Una lettera d’amore ad Amburgo, città speciale
di Roberto Silvestri Il Manifesto

Il regista, attore, produttore, scrittore, documentarista e anche operatore turco tedesco Fatih Akin, cultore da sempre delle colonne sonore cool (ricordate il doc sulla nuova musica turca, Crossing the bridge) e titoli di coda mai banali, dopo La sposa turca che lo ha lancianto nell’aristocrazia dei festival d’arte cinematografica, presenta la sua nuova (e premiata), dignitosa e aritmica, commedia interetnica dedicata alla sua Amburgo («una città aperta 24 ore su 24, non come Manhattan che alle 4 di mattina è un mortorio») che alla Mostra di Venezia 2009 ha conquistato il prestigioso premio speciale della giuria.
Soul Kitchen ci coinvolge nella vita, nell’anima e nella cucina di Zinos Kazantsakis (l’attore greco tedesco Adam Bousdoukos cosceneggiatore del film), piccolo imprenditore di origine greca, proprietario di un ristorantino nel quartiere proletario di Wilhelmsburg e collezionista di sfortune. Ha un forte mal di schiena che rasenta l’ernia del disco; ha un inquilino, il vecchio Sokrates costruttore di barche, che non gli pagherà mai l’affitto; ha una fidanzata, Nadine, sassone, bionda e dei quartieri altissimi che si trasferisce per lavoro a Shanghai e lì lo pianta per una bellezza locale; ha un fratello, Illias (Moritz Bleibtreu), in semilibertà, bandito inveterato, rapinatore discreto, ma ossessivamente attratto dalle grosse perdite al gioco d’azzardo; ha un agente immobiliare che vuole speculare sul suo locale; ha gli ispettori del fisco e della sanità alle calcagna; ha assunto uno chef raffinatissimo, Shayn (Birol Unel), e così perde improvvisamente anche tutti i suoi rozzissimi clienti, abituati a pizze surgelate, patatine, insalate, hamburger di pesce e crauti dall’identico sapore, e a puzzare perennemente di fritto rancido…
Eppure le cose possono anche cambiare. Al cinema. Se no perché pagare pure un biglietto per compiacersi della propria miserabile esistenza? Solo per ammirare la fotografia, grunge abbastanza, e anche nerastra, di Rainer Klausmann? Basta avere un piano magistrale e qualche sano principio controcorrente nella zucca, come: «non puoi vendere l’amore, né il sesso né l’anima!»; una passione irrefrenabile per il rock, il soul e la danza posteuclidea, un impianto da dj nuovo di zecca che Illias ruba per far colpo sulla sensuale cameriera; il manuale in tasca su come trasformare l’avvelenatoio patentato in un posticino di tendenza e la fortuna di incrociare sulla tua strada non la costosa chirurgia tedesca, ma un turco spaccaossa che usa i metodi dell’antica Troia… Ciliegina sulla torta transculturale, pensando a Cipro (che ha un sindaco comunista, e i turchi dall’altra parte del confine): un amore che può sbocciare tra Romeo e Giulietta, tra un greco tedesco e una turca tedesca…Akin è un cineasta che alterna finzione e documentario e sta montando Garbage in the Garden of Eden, su Cambumu, villaggio sul mar Nero, che lotta contro la costruzione di una discarica. L’attenzione per vitalità e la verve dei tempi morti che il documentario trasforma in azione è la qualità maggiore di questa opera, anche troppo scritta e matura, perfino di genere heimat e stipata di parenti: il fratello di Fatih, Cem (l’amico di Illias), la mamma di Bleibtreu, Monica (la comica nonna di Nadine), e Monique Akin, al casting.
Da Il Manifesto, 8 gennaio 2010

Akin, «cucina» d’ autore
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Bilingue, biculturale, con due nazionalità due, turca per gli avi e tedesca per i figli, Fatih Akin è oggi anche un regista bi-genere: dopo averci conquistato col melò della Sposa turca di fassbinderiana memoria, ci dimostra che sa fare anche la commedia, che è ben più difficile. Ci riesce e fa ridere assai, non negandosi nulla e prendendo alcune scorciatoie di sicuro effetto comico, dall’ identikit socio geografico del quartiere industriale della «sua» Amburgo a gag di indicazioni contro il fisco e il mal di schiena; un capitolo, i guaritori di discopatia, vissuto dall’ autore, è neo realismo puro. Il film è stato scritto con l’ amico sceneggiatore e attore capellone Adam Bousdoukos, nei panni del greco Zinos, che gestisce un ristorante in zona da riconversione modaiola, preso di mira da un furbetto del quartierino che è anche un ex compagno di scuola. Mentre la fidanzata parte per Shanghai e il fratellino malvivente (magnifico Moritz Bleibtreu) va in libertà vigilata volendo risistemarsi in famiglia e in società, l’ affare s’ ingrossa. Il ristorante gestito da un nuovo chef diventa di tendenza, nouvelle cuisine. Molti nemici all’ orizzonte: tasse e gioco d’ azzardo, ernia del disco e speculazione edilizia, ci vorrà l’ exploit del cuoco geniale. Un lieto fine grosso come una casa risolve tutto, come Commedia vuole, vedi l’ esempio di Ken Loach. Il film di Akin ha un ritmo da caterpillar della risata con trovate raffinate e/o dozzinali a incastro, doppio binario sul ritmo del famoso pezzo dei Doors che sta nel titolo, ma non nella colonna sonora per elevato costo dei diritti. I diritti umani, filosofici, culturali di un’ epoca, quelli però sono gratis e Akin mostra di saperli sfruttare, equiparando l’ anima della cucina a quella della musica soul, patrimonio dell’ Amburgo post hamburger, metropoli mista in evoluzione, dove Akin è cresciuto, un colpo al palato e uno all’ udito. Un messaggino facile di speranza (da non cancellare) è chiuso in ostaggio nel finale della commedia da gag iper calcolati ottenendo così con ritmo da ottovolante premi e plausi alla Mostra di Venezia, dove ridere è quasi vietato. Accomodandosi nel film, anzi stravaccandosi senza bon ton, si mangia bene e con molto colesterolo e si ride uguale. Si spera che tutto ciò, parte di memorie goliardiche ritrovate dell’ autore, serva a caricare le batterie pure sul versante drammatico, dato che la bellissima Anna Bederke, cameriera, fa Faust di cognome e difficile credere che sia un caso.
Da Il Corriere della Sera, 8 gennaio 2010

Storia corale sull’amore e l’amicizia
di Roberto Nepoti La Repubblica

Fa piacere registrare dal bollettino dell’ uscita tedesca, che ha preceduto di poco quella italiana, il boom di Soul Kitchen. Già oltre i tre milioni di incasso. Ma l’ esito non modifica quanto da noi già detto del film del turco-tedesco Fatih Akin. Questo suo titolo intriso di ammiccamenti allusivi e metaforici – la musica, il mangiare “dell’ anima” – dà luogo a uno svelto e brillante contenitore, a una commedia vispa e intelligente dove si incrociano i motivi dell’ amore, dell’ amicizia, del sentimento fraterno, del conquistarsi il proprio posto e la propria armonia interiore nel mondo, faticosa se si è stranieri e figli di immigrati (i due fratelli con il loro ristorante giovanilistico amburghese, crocevia di emozioni e destini, sono di origine greca). Una narrazione corale: e scorre che è un piacere.
Da La Repubblica, 9 gennaio 2010

Per Akin una cucina dell’anima
di Valerio Caprara Il Mattino

Contraddicendo le tendenze del cinema tedesco nonché il proprio curriculum, Fatih Akin si concede una sarabanda d’amicizia, mascalzonaggine e follia che restituisce con affetto, ma senza indulgenza le atmosfere borderline della multietnica Amburgo. La trama di «Soul Kitchen», basata sulle vicissitudini di un ristorante prima infimo e sottoproletario, poi rinnovato e travisato, quindi brutalmente dismesso e infine risorto sulle ali del riscatto popolare, è un po’ ruffiana e molto prevedibile; ma il mix di recitazioni e musiche rende la commedia intelligente e irridente e l’acclusa protesta contro lo smantellamento dei vecchi quartieri industriali tutt’altro che lagnosa. Il protagonista ha sufficiente faccia tosta, del resto, per guidare un drappello di tipi irresistibili.
Da Il Mattino, 8 gennaio 2010

Una risata vi cucinerà
di Dario Zonta L’Unità

Quando abbiamo visto Soul Kitchen la prima volta, era il 10 settembre dello scorso anno, sul declino del Festival di Venezia, la chiosa di un’edizione felice. Il ricordo è chiaro e netto: un film musicale e culinario, etnico e comico dirompente, liberatorio e a suo modo perfetto. Già allora, il nostro Crespi scriveva nel suo report quotidiano: «L’unico rischio, con Soul Kitchen, è di rivederlo fra qualche mese e non divertirsi più». Il rischio adombrato si riferiva al fatto che un film visto in un Festival ha una capacità non sempre ripetibile al di fuori dei quel contesto, anche per i risaputi limiti del doppiaggio. Bene, oggi possiamo dire che a distanza di qualche mese e in versione nostrana, questo miracolo produttivo e cinematografico ha mantenuto tutta la sua potenza e freschezza, e viene ad allietare con il carico di una storia vera e reale, la coda di questo nostro natale. Se è vero, come è vero, che l’anno appena passato ha visto il boom del cinema fantastico (dalle varie animazioni, alla fantascienza, dal fantasy puro ai vampiri e maghetti), è anche vero che un manipolo di pellicole ha difeso alla grande la semplicità di storie vere e reali, ambientate in questa nostra Europa e intrise dei suoi umori e problemi, personaggi e destini. Basti pensare all’ultimo e fortunato Welcome di Philipe Lioret (storia di ungiovane immigrato curdo che vuole attraversare la manica a nuoto dalla Francia di Calais per raggiungere la fidanzata a Londra), e ora a questa commedia musicale con venature culinarie, appunto Soul Kitchen.
L’ERNIA GALEOTTA
Qui siamo ad Amburgo nei pressi di un ristorante malconcio a due passi dalla linea ferroviaria. Uno di quei posti «esclusivi» che accetta naturalmente solo il profilo ideale di una popolazione viva e vissuta. Il gestore è greco e ha una fidanzata autoctona, bionda e ricca il cui destino borghese l’ha condotta dalle parti di un lavoro prestigioso a Shangai. Il nostro cuoco greco con una ernia del disco devastante, che gli blocca la schiena a ogni piè sospinto, decide, malauguratamente, di cedere l’attività al fratello ex galeotto per raggiungere la bella fidanzata, e comporsi in una vita più degna, senza più mal di schiena. Scelta sbagliata. Il ristorante, grazie alle cure di un cuoco pazzo e meraviglioso, riprende a lavorare, diventando un locale alla moda, e le vite dei suoi astanti casuali e necessari, prende tutta un’altra piega, come se la nuova fortuna di un luogo condannato s’irradiasse ai suoi abitanti. Musica e cibo, canzoni funky e rythm&blues, hip hop e «rebetiko» greco mischiate a piatti ultra-raffinati, degni di un ristorante a cinque stelle. Un mix pazzesco e felice, al servizio di una sceneggiatura perfetta, una commedia che funziona a orologeria, con degli attori straordinari e credibili. Dopo averlo visto, questo Soul, viene voglia di fare un bel viaggio ad Amburgo e trasfervisi, vivendo a pieno questo strano ed efficace connubio tra greci (l’attore e la storia) e turchi (il regista Akin, autore de La sposa turca). Magia del cinema.
Da L’Unità, 8 gennaio 2010

Zinos è il giovane proprietario del “Soul Kitchen”, un ristorante del quartiere Wilhelmsburg di Amburgo che abbina musica soul, funk e rebetiko a piatti non certo raffinati ma adorati dagli avventori della zona. Attorno a Zinos e al suo locale ruota un universo di personaggi bizzarri e problematici: lo squinternato fratello Ilias, ex detenuto in libertà vigilata che fa finta di lavorare nel ristorante, la glaciale fidanzata Nadine che si sta trasferendo a Shanghai, l’affascinante cameriera Lucia e l’anziano costruttore di barche Sokrates accampato nel magazzino del locale.
Uno strappo muscolare alla schiena costringe Zinos ad assumere un nuovo chef, l’intransigente Shayn Weiss: cultore della buona cucina, Shayn bandisce dal menu gli hamburger di pesce, la pizza surgelata e l’insalata di patate per introdurre pietanze nuove e sofisticate. I clienti abituali però sembrano non gradire la novità, e il ristorante finisce per svuotarsi. Nonostante le difficoltà economiche Zinos rifiuta l’offerta di Neumann, un agente immobiliare senza scrupoli che vorrebbe comprare il locale per rilevare il terreno. La pazienza di Zinos viene premiata: il Soul Kitchen si riempie di nuovi avventori che apprezzano le prelibatezze di Shayn e i concerti rock del cameriere Lutz, e in breve tempo il vecchio ristorante del sobborgo diventa uno dei locali più alla moda di Amburgo .
Ma la fortuna non è destinata a durare: nel momento in cui Zinos cede il locale all’inaffidabile fratello Ilias per raggiungere Nadine a Shanghai, gli eventi sembrano precipitare su tutti i fronti… E solo mettendo da parte i contrasti e unendo le forze Zinos e i suoi amici potranno salvare il loro ristorante e continuare a offrire buona musica e buona cucina .
La musica, infatti, è il «cibo dell’anima», come grida Zinos quando l’ispettrice delle imposte gli confisca l’impianto stereo. E come rivela anche il titolo, ispirato a una vecchia canzone dei Doors, la musica è un’importante protagonista della storia e il sottofondo costante delle avventure e disavventure dei personaggi: il film alterna i brani strumentali funky di Kool & The Gang e Quincy Jones alle sonorità R&B di Sam Cooke e Ruth Brown, passando per il rock, l’hip-hop e la musica greca, senza trascurare l’elettronica, le canzoni popolari di Hans Albers e la calda voce di Louis Armstrong .
Le tracce che ascoltiamo nel film sono state un accompagnamento continuo anche durante la sua realizzazione: «Volevamo che la macchina da presa fosse musicale», spiega il regista. «Sul set ascoltavamo sempre le canzoni della colonna sonora, in modo da sentire l’atmosfera giusta per i movimenti di macchina e da sperimentare con essa ».
L’idea del ristorante soul, invece, deriva da un’esperienza e un ricordo reali di Fatih Akin. «Era da un po’ di tempo che avevo in mente di fare un film come Soul Kitchen», racconta. «Pensavo spesso al mio vecchio amico Adam Bousdoukos e alla sua “Taverna greca” nel rione Ottensen di Amburgo. Per noi era più di un ristorante: era un luogo di avventura, un serbatoio di raccolta, un posto dove festeggiare, una casa. Volevo catturare l’atmosfera e lo stile di vita che ho sempre strettamente associato alla “Taverna”». E proprio Adam Bousdoukos, l’attore greco-tedesco che interpreta Zinos, è considerato la “musa ispiratrice” del film.
Mescolando sapientemente note musicali e condimenti afrodisiaci, dolci al cucchiaio e concerti live, Fatih Akin realizza un film per il palato e per l’orecchio, e dà vita a un posto che non è più solo un ristorante ma diventa il fulcro intorno a cui ruotano le disordinate esistenze dei protagonisti: un rifugio accogliente da cui non si vorrebbe mai andare via, e a cui non si è disposti a rinunciare neanche nei momenti più difficili. Come cantavano i Doors, Let me sleep all night in your soul kitchen…
da “wuz.it”

Soul Kitchen (Soul Kitchen, Germania, 2009) di Fatih Akin; con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Wotan Wilke Möhring, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Dorka Gryllus, Lukas Gregorowicz, Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann.
ll giovane Zinos, proprietario di un ristorante, non naviga in buone acque. La fidanzata Nadine si è trasferita a Shanghai, i clienti del suo “Soul Kitchen” stanno boicottando la cucina del nuovo cuoco e Zinos soffre anche di mal di schiena. Per il locale, le cose iniziano a girare nel verso giusto quando l’innovativo stile culinario comincia a venire apprezzato da un pubblico alla moda. Zinos, invece, continua a soffrire per amore. Decide quindi di andare a trovare Nadine in Cina, lasciando il ristorante in mano all’inaffidabile fratello Illias, ex-detenuto…
Non è la prima volta che Fatih Akin dimostra di saperci fare con la commedia. Certo, Soul Kitchen a suo modo è una rivelazione, un film che è una commedia tout court, ma basta vedere il film per cui il regista di origini turche è diventato famoso nel mondo cinefilo per rendersi conto che l’energia e il controllo del genere appartengono già al dna del regista. Si tratta de La sposa turca, Orso d’Oro a Berlino, bel melò che però ha una prima parte divertente, travolgente ed energica. Proprio come tutto Soul Kitchen.
Certo, poi c’è stata la conferma di talento con un’altra storia drammatica, l’altrettanto bello e forte Ai confini del paradiso, premio per la sceneggiatura a Cannes. Il tutto per dire che, qualunque storia racconti e qualunque stile narrativo decida di adottare per raccontare le storie dei suoi personaggi, Fatih Akin resta una forza della natura, a tratti esagerata, e per questo davvero godibile e a tratti liberatorio.
Scritto assieme all’attore feticcio Adam Bousdoukos, che qui interpreta Zinos, Soul Kitchen ripropone altri attori feticcio che hanno già lavorato con Akin, come Moritz Bleibtreu, già in Im Juli. e Solino, e qui fratello di Zinos (”sembrano davvero fratelli!”, ha dichiarato lo stesso Akin), e Birol Ünel, anche lui in Im Juli. e soprattutto indimenticabile protagonista de La sposa turca. E’ un fatto non di poco conto, perché indica il motivo di particolare affiatamento che c’è fra tutto il cast, che si comporta come una grande e collaudata compagnia di teatro che non sbaglia un colpo e vince con spontanea naturalezza.
Il nuovo lavoro di Fatih Akin in fondo sembra viaggiare col pilota automatico, ma non nel senso negativo di quelle regie piatte e senza guizzi, ma con il pilota automatico di chi ha la sicurezza di poter contare sulle proprie capacità e su quelle di un team affiatato, che vuole divertirsi ma soprattutto divertire. Il risultato è una commedia vivace, brillante, che misura i tempi col cronometro e crea un contesto che viaggia tra il leggero e il grottesco in cui ci si può permettere di usare anche alcune gag volgari, senza mai infastidire.
Akin con Soul Kitchen ci parla di cucina, di affetti e di amicizia, di musica e sesso, con un film vitale sulla vita. Partendo da una semplice idea: per tenere in piedi un progetto, per portarlo in porto e per far sì che funzioni, bisogna fare fatica e bisogna essere uniti. Anche nelle difficoltà, che siano economiche o d’amore. E per raccontarci tutto ciò, il regista tedesco usa tutta la sua energia e tutta la sua capacità tecnica, come dimostra il montaggio soprattutto nelle sequenze “coreografiche” delle ricette culinarie.
Fra macchiette varie (proprio il cuoco interpretato da Ünel risulta forse quella più folle e divertente), sequenze stralunate (cibo afrodisiaco per tutti…) e idee registiche che assicurano divertimento, Soul Kitchen si è guadagnato il Premio della Giuria, aiutato forse dal fatto che nel concorso era una delle poche commedie, assieme a Solondz, per giunta arrivata quasi a fine corsa dopo giorni di drammi e film impegnati: per questo c’è chi ha storto il naso. Sinceramente, noi avremmo gradito comunque.
da “cineblog.it”

Zinos, sosia greco-tedesco di Luciano Ligabue, è il propietario, nonchè chef, nonchè maitre di un ristorante chiamato Soul Kitchen. Il locale è situato in una terribile zona di Amburgo e ospitato in una specie di capannone condiviso con un vecchio marinaio greco, barbuto e malmostoso, di nome Socrates.

Al Soul Kitchen si cucina solo junk food: patatine surgelate, pizze surgelate, pesce surgelato. E tutto della più infima qualità. Ma ai pochi clienti, fedeli fino in fondo, la cucina va più che bene. Zinos ha un fratello che gira per Amburgo in semi libertà vigilata, Ilias, una fidanzata di buona famiglia in procinto di trasferirsi a Shanghai per lavoro, Nadine, e un nuovo cuoco, una sottospecie di maestro mistico della nouvelle cousine, intransigente, ieratico e violento quanto basta. Zinos, nell’ordine, si vede capitare le seguenti disgrazie: è vittima di uno strappo alla schiena, decide di seguire a Shanghai la fidanzata, lascia il ristorante nella mani di Ilias, quest’ultimo fa quello che tutti, pessimisticamente, si aspettano che faccia. L’unica domanda da porsi a questo punto è: riuscirà il buon Zinos a risollevarsi?

Il trentaseienne tedesco di origini turche Fatih Akin, torna all’assalto di un grande Festival del cinema internazionale dopo la vittoria, nel 2004, dell’Orso d’Oro alla Berlinale con La Sposa Turca. E si presenta nel Concorso ufficiale di questa Mostra del Cinema di Venezia con la più inaspettata delle pellicole, una divertente commedia scandita dai ritmi di una colonna sonora funky/soul. Ragionando per stereotipi si può dire che dal regista de La Sposa Turca e di Ai Confini del Paradiso non ci si aspettava una virata così improvvisa e radicale. D’altra parte la versione fornita da Akin stesso sembra più che convincente. Dice, infatti, l’autore tedesco, di aver voluto fare un film del genere, in cui tra le altre cose vengono mostrati ruspanti trentenni che festeggiano fino all’alba e si preoccupano relativamente delle loro responsabilità, adesso che è ancora abbastaza giovane da non sentirsi eccessivamente ridicolo nello scrivere e girare storie di questo genere. A questo si aggiunga che il soggetto del film è ispirato alla vera esperienza dell’attore protagonista, Adam Bousdoukos, propietario di un ristorante ad Amburgo e titolare di alcune delle esperienze rivissute vestendo i panni del suo personaggio, Zinos.

Accolto dalla critica con entusiasmo, questa commedia seria dimostra ancora una volta il talento di Fatih Akin. Si ride, certamente. A volte in maniera più contenuta, altre volte molto più apertamente. Ma, in buona sostanza, non si smette nemmeno per un secondo di prendere sul serio le vicende dei personaggi. Ilias alle due di notte deve tornare a dormire in carcere; Lucia, la cameriera, vive in un appartamento che ha occupato e si fa la doccia nella piscina pubblica; per non parlare di Zinos, poi, che è quello più sommerso dalle seriosità della vita, ma che paradossalmente è quello che ne esce meglio. L’unico personaggio che sembra uscito da un fumetto è quello del cuoco. A detta di Akin questa simpatica macchietta, che si fa notare immediatamente rifiutando a un arrogante cliente un gazpacho caldo, ricorda i sifu di kung fu nei film di arti marziali. I toni della commedia, inoltre, contrastano con la fotografia tutt’altro che accesa, mentre combaciano splendidamente con l’azzecata colonna sonora che crea un tappeto costante lungo tutta la durata del film. La macchina da presa, stabile ma mai statica, avvolge i protagonisti; la sceneggiatura, non priva di qualche difetto, è in ogni caso originale e per certi versi sorprendente.
di Nicola Cupperi, da “nonsolocinema.com”

Cucino per te quindi ti amo
Esordisco facendo i complimenti alla Bim e alla produzione tedesca per il corposo materiale fornito all’anteprima di Soul Kitchen. Raramente ho visto metterci una cura simile, ci sono tutte le informazioni riguardanti i pezzi “suonati” nel corso del film e persino alcune delle ricette eseguite. Bravi, questo è quel che si dice amare il proprio lavoro! Un’altra doverosa premessa: sono un’estimatrice di Fatih Akin, da La sposa turca al documentario sui fermenti musicali turchi, girato in una splendida Istanbul (Crossing the bridge). Non sono certo l’unica (a Venezia il suo ultimo film ha spopolato), trovo che questo regista sappia lasciare in ogni suo lavoro un’impronta personale, di volta in volta un po’ diversa ma con una spiccata coerenza di fondo. E con moltà autenticità.
Lui stesso non ha reticenze a dichiarare le influenze da cui si è lasciato suggestionare in ciascuno dei suoi film, per quanto riguarda Soul Kitchen dice: “Abbiamo deciso di raccontare la storia accelerando un po’ il ritmo della narrazione e del linguaggio visivo rispetto ai miei precedenti lavori. La macchina da presa è costantemente impegnata ad avvicinarsi ai personaggi, ad allontanarsi da loro e a seguirli. Ci siamo fatti guidare da film come Boogie nights – L’altra Hollywood e Quei bravi ragazzi”.
Un’altra novità rispetto alla produzione precedente è che Soul Kitchen è una pellicola molto divertente. Ha dei tratti malinconici, c’è un’ombra di amarezza ma l’approccio alla vita dei personaggi è fondamentalmente positivo. Gagliardo. C’è istinto, voglia di mettersi alla prova, sentimenti di pancia come quelli che la musica accentua, libera, porta in superficie. Akin sottolinea come avesse bisogno di una commedia, di un’atmosfera più leggera prima di affrontare l’ultimo film della sua trilogia su “amore, morte e diavolo”, lavori piuttosto drammatici e complessi.
La storia di Zinos, ristoratore di origini greche che gestisce un locale ricavato da un vecchio capannone industriale ad Amburgo, è largamente autobiografica. La sceneggiatura l’hanno scritta a quattro mani Akin e Adam Bousdoukos che interpreta anche il protagonista del film (una copia di se stesso). L’attore, uno dei fedelissimi di Akin, ha infatti gestito per anni una taverna greca che era diventata il ritrovo abituale della cerchia di amici del regista. Una “heimat” a tutti gli effetti, che vedeva intrecciarsi avventura e affettività. Dalla realtà Akin ha tratto ispirazione: “Avevo voglia di realizzare un film sul concetto di casa, non come luogo definito da una nazionalità, tedesca o turca che sia, non come luogo geografico, ma come condizione esistenziale e come stato mentale”.
Il “Soul Kitchen” è un posto accogliente anche se alla buona, i clienti si nutrono di hamburger, patatine, birra e musica sino a quando Zinos non decide di assumere un vero cuoco. Shayn, che è una specie di santone della buona cucina, si rifiuta da subito di preparare i piatti rozzi e grondanti grasso che stanno sulla lista del Soul Kitchen e rivoluziona completamente il menù del ristorante. La reazione dei frequentatori abituali è drastica: disertano il locale disgustati da un tipo di cucina, a loro dire, troppo raffinata. Le cose per Zinos sembrano mettersi male, soprattutto dopo che ha subodorato che la sua fidanzata Nadine, altissima e slavata (l’opposto di lui!), sta combinando qualcosa di strano a Shangai. Come se non bastasse si fa venire un’ernia sollevando un peso e ricompare suo fratello, un poco di buono in semilibertà che cerca un lavoro fasullo per poter star fuori dal carcere l’intera giornata. L’accumularsi di guai non toglie all’ultimo film di Akin il taglio ironico, lo spirito rock/soul, il ritmo sincopato e divertente. I problemi di schiena di Zinos danno lo spunto per scene irresistibili, i personaggi sono tutti a loro modo accattivanti, grazie anche alle ottime interpretazioni.
Akin dichiara di amare moltissimo Amburgo però non perde i contatti con le sue origini turche. “Abbiamo scelto come location il quartiere di Wilhelmsburg – spiega – anche perché il protagonista deve attraversare il ponte per recarsi al lavoro. Proprio come il Bosforo a Istanbul…”.
Roberta Folatti, da “cineboom.it”

C’era una volta una taverna greca
Soul Kitchen è il nome del ristorante di Zinos, un ragazzo greco perdutamente innamorato di Nadine, l’algida fidanzata che ha deciso di trasferirsi in Cina per proseguire la sua carriera giornalistica. Attanagliato da un feroce mal di schiena, Zinos decide di assumere un nuovo cuoco, le cui ricette non trovano riscontro favorevole presso gli abituali clienti. Ma i guai non terminano qui. L’ufficio delle imposte e l’ispettore sanitario gli stanno con il fiato sul collo, e Zinos si trova inoltre a fare i conti con il fratello Illias, in libertà vigilata. Nel frattempo, il ragazzo incontra una sua vecchia conoscenza: Newmann, un agente immobiliare senza scrupoli che vuole acquistare a tutti i costi il ristorante. Le cose poi si complicano ulteriormente quando Zinos, deciso a raggiungere Nadine, cede al fratello il Soul Kitchen…

La musica è cibo per l’anima
Soul Kitchen giunge sui grandi schermi italiani, dopo essere stato presentato alla 66ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Contaminazione è il vocabolo esatto per esprimere la molteplicità di toni, culture, cibi, musica e ricette della nuova pellicola del regista turco-tedesco Faih Akin: tutto ha un suo ruolo preciso, tutto combacia perfettamente e l’abbondanza e la sovrabbondanza non ledono l’essenza, anzi ne garantiscono la rivelazione. Gli agenti che intervengono sono molti, ma tutto si risolve, tutto procede verso una conclusione non forzata, ma morbida e fiduciosa.
Si tratta di una commedia che si richiama, come afferma il cineasta stesso, allo “heimat film, un genere cinematografico tedesco degli anni ’50. E’ una storia che parla di casa, intesa come luogo della famiglia e degli amici…avevo voglia di realizzare un film sul concetto di casa, non come luogo definito da una nazionalità tedesca o turca che sia, non come un luogo geografico, ma come condizione esistenziale e come stato mentale”. In effetti, l’intera vicenda ruota intorno al ristorante che dà il titolo al film e ai personaggi che bene o male ci hanno a che fare. Le scelte di Akin sono decisioni di stile, perché l’originalità è il tratto distintivo di Soul Kitchen, che, anche quando sfocia nel surreale e nel grottesco, non perde la propria radicazione nella realtà.
Gli affetti, l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il riscatto sociale, il mantenimento delle proprie tradizioni, l’integrazione: tutto si mescola in una Amburgo vivace e affascinante che non è solamente ambientazione, ma elemento fondante del film.
L’estro della sceneggiatura, che mette in campo anche alcuni elementi autobiografici (l’ernia del disco e il singolare osteopata turco che risolve in modo brutale ed efficace il problema), si sposa con un ritmo veloce e un montaggio serrato, con una macchina da presa che non molla mai i personaggi, ma li insegue ovunque, e con un impiego “drammaturgico” della luce. La colonna sonora è essenziale al film di Akin, che utilizza una regia davvero musicale e soul. In ultimo, vale soffermarsi sulla incredibile galleria di personaggi, fra i quali spiccano il comico ristoratore Zinos, l’astorico costruttore di barche Sokrates e lo chef mentore Shayn.
Adatto a chi crede che il cinema non sia solamente quello hollywoodiano.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog