Simon Konianski

Wes Anderson incontra Little Miss Sunshine, con un pizzico di irriverenza yiddish in stile Coen: da questo mix irresistibile esce fuori il gioiello belga di Micha Wald, presentato tra gli applausi della scorsa edizione del Festival di Roma (programmato in quello splendido spicchio di qualità che è la sezione Extra di Mario Sesti). Il regista riprende il personaggio del suo ottimo esordio “Alice et Moi” e lo porta in giro per l’Europa, da Bruxelles fino in Ucraina, con a carico un figlioletto adorabile e il cadavere del padre nel portabagagli.
Simon, padre del piccolo Hadrien, è stato lasciato dalla sua donna. Per questo motivo torna a vivere con suo padre, un reduce dei campi di sterminio nazisti, che passa le giornate a raccontare al figlio e al nipotino le sue storie di guerra. La comunità ebraica di Bruxelles per via del padre cerca di inglobare Simon nelle sue tradizioni, ma il buon Konianski non ne vuole sapere nulla (non intende circoncidere il figlio, ama una donna non ebrea e se c’è l’occasione prende addirittura le difese dei palestinesi). Ma alla morte del padre Simon decide di intraprendere un viaggio per realizzare l’ultimo desiderio del genitore: essere seppellito in Ucraina accanto al grande amore della sua vita. Inizia così un irresistibile viaggio in macchina con il piccolo Hadrien e i due zii petulanti e paranoici, dove scoprirà molte cose sulla sua famiglia e sul passato di suo padre.
Una tuta che ricorda in qualche modo i Tenenbaum, un volto comune che tanto somiglia al Greg Kinnear di “Little Miss Sunshine” e un pieno di ironia e sarcasmo che non dà scampo a nessuno, nemmeno a sé stesso: queste le credenziali di Jonathan Zaccai, il perfetto protagonista del film, che porta sullo schermo uno dei personaggi più divertenti e piacevoli di questa stagione cinematografica. E nel mezzo di tanto divertimento sgangherato, un playground intenso e pregno di significato, che trova il suo apice nella tappa al campo di concentramento di Majdanek, in Polonia. Un film che va visto, irresistibile e simpaticissimo.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Dal regista Micha Wald ‘Simon Konianski’, uno spassoso road movie tra il Belgio e la Polonia in compagnia di una sgangherata famiglia di ebrei. Recupero picaresco della memoria e divertente melò familiare.
Ebrei sull’orlo di una crisi di nervi
Protesi del suo divertente cortometraggio Alice et moi (2004), che ha fatto incetta di premi in giro per il mondo e per i festival, Micha Wald, lanciato al 60esimo Festival di Cannes, dirige un’opera che cattura subito l’attenzione: Simon Konianski è uno spassoso road movie tra il Belgio e la Polonia in compagnia di una sgangherata famiglia di ebrei. E come ogni viaggio, cinematografico e non solo, il trip si sdoppia presto in un’esperienza terapeutica, cura necessaria ma non sufficiente per certi tic e certe nevrosi messe in scena con moderna comicità slapstick.
Simon è poco più che trentenne, ma è un Peter Pan con gli occhialoni, la laurea in Filosofia e nemmeno l’ombra di un lavoro, con un figlio piccolino che gli somiglia incredibilmente e una moglie con la quale è a un passo dalla separazione. Per l’emergenza della propria precarietà decide di trasferirsi momentaneamente a casa di suo padre Ernest, attempato ebreo praticante con il quale non va decisamene d’accordo. La morte di Ernest rappresenterà per Simon e per il figlioletto un importante momento di conoscenza e di scoperte delle radici polacche, perché le ultime volontà del signor Konianski sono state ricevere la sepoltura nella tanto ricordata Yiddish Land.
Incipit in salsa cubana e sprazzo metropolitano: il film di Wald c’immette subito in un ritmo travolgente di musica e immagini per poi affievolirlo calandoci gradualmente in una piccola e pittoresca realtà domestica, quella della famiglia Konianski. Il ritratto di famiglia, che tanto ricorda quello di un’altra gang di scalmanati, i fratelli andersoniani de Il treno per il Darjeeling, ripercorre le disavventure di un piccolo nucleo familiare, che intanto implode dal baricentro padre-figlio, in un bellissimo rapporto di odio-amore, sulla strada verso la Polonia.
L’umorismo che fa il verso a Woody Allen, specie se si considerano i doppi sensi e i rimandi continui alla relazione di fede, conoscenza e pregiudizi, inanellati intorno alla causa della comunità ebraica e al conflitto israelo-palestinese, è perfettamente funzionale alla struttura narrativa e le permette di evitare la caduta nel pathos stilistico e nel tono drammatico che il tema dell’Olocausto spesso ha attirato al cinema. L’omaggio al regista torna anche in una citazione, intenzionale o casuale che sia, nella sequenza in cui il nostro scettico e ateo protagonista si ritrova di fronte al rabbino “di sfiducia”, comparso con il suo faccione da oratore nel bel mezzo del cielo azzurro, quasi identica all’episodio Edipo relitto del film collettivo New York Stories (Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, WoodyAllen, 1989) in cui il povero Sheldon-Allen era perseguitato dalla madre.
Anche la comparazione visiva, ma non cromatica, con Little Miss Sunshine, già abusata dalla critica estera, sembrerebbe idonea al film, ma Simon Konianski vira verso alt(r)i orizzonti: se il tragitto a cui i Nazisti condannarono gli ebrei fu architettato secondo la frammentazione e la sospensione, quello del nostro protagonista può essere visto come una metafora all’inverso di quella diaspora. Simon, che ha a che fare con un padre insistente e invadente anche da morto, come le surreali presenze spiritiche di Volver, percorre una strada che, seppure interrotta dai cronici siparietti dei suoi compagni di viaggio (gli zii paterni freakettoni), dal campo di sterminio di Majdanek proverà a congiungerlo alle sue radici, con la figura paterna – il bravissimo Popeck (Il pianista) , e, probabilmente, con la madre di suo figlio.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Simon Konianski ha trentacinque anni, un bambino e poca voglia di impegnarsi nella vita. Ipocondriaco e separato dalla moglie, una danzatrice goy, Simon è costretto a ripiegare sulla casa del padre con cui vive un rapporto conflittuale. Ernest, ex deportato, abita nella provincia belga e in un passato doloroso che espone come una favola al nipotino. Alla morte del padre, Simon scoprirà che l’uomo nascondeva un segreto, una prima moglie morta giovane, accanto alla quale desidera essere seppellito. Escluso il dispendioso viaggio in aereo, Simon partirà alla volta di Lublino a bordo del suo fuoristrada e in compagnia del figlio e di una coppia di zii. La visita al campo di concentramento di Majdanek e l’incontro con la comunità ebraica locale, muoveranno Simon alla commozione e alla maturità.
Simon Konianski è un ebreo che non vuole avere niente a che fare con gli ebrei, che aspira alla “normalità” e per questo sente il bisogno di “rinnegare” il padre, o almeno di disubbidirgli. Spettinato e incerottato, Simon preferisce indossare una felpa filo-araba con la scritta “Baghdad” nel tentativo di fugare ogni possibile fraintendimento circa le sue origini e le sue posizioni. Il sipario si alza allora su un doloroso (e necessario) strappo di natura generazionale. La morte annunciata del genitore lascia tuttavia Simon con la responsabilità di doversi riappropriare di un’identità perduta. Micha Wald, regista belga al suo secondo lungometraggio, getta le premesse per un’esilarante commedia familiare, che attraverso il filtro cattivante dell’ironia, esplora temi e nodi fondamentali della cultura ebraica. Il racconto si svolge on the road, dividendo senza possibilità di riconciliazione due generazioni: quella del “giovane” Konianski, ebreo secolarizzato che rifugge la tradizione ebraica e l’ebraismo e quella degli anziani, religiosi ferventi attraversati dal fantasma della Shoah. I vecchi traumi della deportazione nazista e degli arresti della Stasi emergono dalla convivenza forzata in auto tra zii e nipote.
Gli ambienti in cui si muove il protagonista, la camera “in subaffitto” e l’automobile in panne, ne accentuano il senso di precarietà, facendone un eroe perdente e infantile, respinto dalla moglie e compatito dai parenti. Simon Konianski svolge con grazia e leggerezza argomenti lontani da ogni leggerezza. Il magnifico protagonista di Jonathan Zaccaï è posseduto da un dybbuk, lo spirito di un morto che chiede di non essere dimenticato. Quell’anima è Ernest, che dopo la dipartita riappare fantasmatizzato al figliolo prodigo, “perseguitandolo” con i suoi consigli e riconducendolo verso un’identità negata. Il risultato che conseguirà il viaggio non sarà il recupero dei valori religiosi o la riconquista di una dignità sociale, Simon è e resterà disoccupato, ma l’unità della famiglia Konianski, vero premio dell’eredità paterna. Davanti alla dimora estrema del padre, Simon scoprirà la sua vera identità, che adesso vibra di un dolore antico che ha già imparato a tramandare.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Bruxelles. Ernest Konianski è un ebreo ortodosso – ai limiti della superstizione – in una società sempre più secolarizzata. Ma è anche un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti in una società che ha voglia di voltare pagina e lasciarsi quell’abominio alle spalle. Chi è dunque Ernest? L’ultimo sopravvissuto di un mondo che non c’è più, un religioso dalle bizzarre credenze, o parte fondamentale della nostra memoria storica?
Ernest è tutte queste cose messe insieme. Di più: Ernest è tutto ciò ma con un figlio, Simon, filosofo, profondamente laico, che non sopporta le storie del padre sull’olocausto e che parteggia per la causa palestinese. Lo scontro generazionale è profondissimo.
Ma quando si parla di ebraismo e di olocausto occorre avvicinarcisi con i piedi di piombo vista la delicatezza dei temi. E quale modo migliore per farlo se non con la più assoluta irriverenza, autoironia e sarcasmo? Quello che può sembrare un paradosso è invece la carta vincente di Simon Konianski.
In uno scontro generazionale sublimato (Ernest infatti muore in seguito ad una grave malattia), Simon si trova a confrontarsi con l’eredità culturale e religiosa del padre in maniera indiretta. L’uomo voleva essere sepolto in Polonia, vicino alla sua prima moglie. Il viaggio della salma sarebbe troppo lungo e costoso: meglio organizzarsi autonomamente con la famiglia e portare (illegalmente) le spoglie di Ernest in Polonia da soli. Ne nasce così un road movie surreale che da Bruxelles ci porta nell’est Europa, con un cadavere nel portabagagli e tre generazioni a bordo: Simon, suo figlio, il fratello di Ernest e la zia, costretti a convivere tutti e quattro in una station wagon.
Il viaggio è irreale, rocambolesco ed esilarante, ma anche molto lirico. In ballo c’è la sopravvivenza della cultura ebraica. Morirà sotto le pressioni secolarizzatrici di Simon o sopravvivrà nelle credenze ortodosse e conservatrici della generazione passata? Spettatore non pagante di questo duello è il piccolo figlio di Simon, futura espressione e sintesi delle due culture che si stanno scontrando.
Il regista Micha Wald ci mostra così una singolare lettura della cultura ebraica, fatta di memoria storica, conservatorismo religioso, desiderio di “normalità” e sete di emancipazione. In un percorso analitico onesto e senza pregiudiziale, tutto viene messo in discussione dell’ebraismo: religione, valori, tradizione. Non viene risparmiata neppure la memoria storica legata all’olocausto. Cosa conservare e cosa lasciarsi alle spalle? C’è anche spazio per i nuovi (vecchi?) temi, come il controverso operato israeliano nelle terre palestinesi, pagina spinosa e terribile che una nuova generazione di intellettuali di provenienza ebraico – israeliana sta sentendo il desiderio di ridiscutere.
Simon Konianski è una divertente e acuta analisi dell’ebraismo contemporaneo, oggi in bilico fra il debito che tutta l’umanità gli deve in ragione dell’olocausto e la necessità di confrontarsi con i tempi moderni, fatti di laicità, di evoluzione e di desiderio di svecchiamento. Tagliente come un rasoio e antireverenziale fino all’esagerazione Simon Konianski, più che un film, è un pozzo inesauribile di tematiche, che fa del sarcasmo la sua arma decostruttiva e analitica. L’opera riesce così ad esaminare serenamente tematiche che altrimenti le sarebbero state di difficile accesso e di ardua resa filmica e teorica. Saggiamente non vengono avanzate risposte, perché di risposte non ce ne sono da dare. Si offrono solo spunti, chiavi interpretative.
L’operazione è davvero complessa, e forse non riesce ad approfondire tutte le questioni che si era incaricata di analizzare, ma le intenzioni e gli esiti restano largamente apprezzabili. Resta però un film che pretende troppo, ma è così mirabile nella sua spensierata profondità che non si riesce a fargliene una colpa. L’opera di Wald resta un pregevole passo avanti intellettuale di una delle più importanti espressioni culturali e religiose dei nostri tempi. Ammirevole.
Emanuele Protano, da “zabriskiepoint.net”

Era il 2006 quando esplose il fenomeno “Little Miss Sunshine” diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris. Questa quasi misconosciuta pellicola, prodotta con un budget decisamente inferiore rispetto a quelli stratosferici di Hollywood, riuscì a conquistare il cuore del pubblico e della critica vincendo tantissimi premi in festival popolari, come ad esempio il “Sydney Film Festival”. Da allora sono state prodotte diverse pellicole simili, dei road-movies leggeri ma con elementi drammatici, incentrati sulle vicende personali di una famiglia. Ora il regista trentacinquenne Micha Wald rischia di ripetere lo stesso successo grazie a “Simon Konianski”. Dopo il cortometraggio “Alice et moi” del 2004, che ha vinto diversi riconoscimenti internazionali, ecco che il regista torna ai toni della commedia con un tocco diverso, originale, con una vena leggera, ma carica di contenuti. Il film è un divertente road-movie, con un umorismo che si avvicina a quello di Woody Allen, una satira della società moderna, in particolare di quella ebraica. Sono messi a nudo i difetti, le manie, le abitudini di una famiglia ebraica, tutti elementi che fanno ridere il pubblico, ma che a ben guardare sottolineano il divario generazionale fra un padre ed un figlio, fra amore ed odio, fra gli anziani legati alle tradizioni, alla religione ed un giovane che ha capito che il mondo è cambiato e rifiuta la tradizione. Il protagonista è Simon, interpretato da Jonathan Zaccaï, un laureato in Filosofia ormai trentenne che per vivere si offre come cavia per gli esperimenti su nuovi medicinali, non è sposato, ma è follemente innamorato di Corazon (Marta Domingo), ballerina spagnola da cui ha avuto un figlio. Per qualche motivo però la relazione sentimentale creata con questa donna non ebrea si è interrotta e ora Simon è costretto a tornare a vivere con il padre, il vecchio Ernest, interpretato da uno straordinario Popeck, che per nulla felice della cosa, tentando anche di aiutare il figlio, si rivolge al suo rabbino di fiducia per chiedere aiuto alle Scritture. Sembra una tipica famiglia, a parte alcune stranezze o manie dei personaggi, che regalano momenti allegri e divertenti. Ernest, infatti, non fa che parlare continuamente della sua esperienza nei campi di concentramento della Polonia, nel tentativo di debellare il fantasma dalla sua mente e al tempo stesso cercare di educare il figlio e il nipotino, oppure lo zio Maurice (Abraham Leber), scampato anche lui alla Shoah e convinto di essere pedinato dalle SS. Improvvisamente però tutto cambia, la morte di Ernest e il suo ultimo desiderio, quello di essere sepolto in Polonia accanto alla sua prima moglie, porta a galla sensazioni, ricordi e sentimenti perduti nell’animo di Simon. Desiderando rispettare le ultime volontà del padre, Simon si mette al volante e comincia un lungo viaggio verso la Polonia accompagnato dal figlio, dallo zio Maurice e dalla vorace zia Mala (Irène Herz). Mano a mano che passa il tempo, per Simon il viaggio diventa sempre più un viaggio educativo e di formazione, che lo spinge suo malgrado, attraverso una rocambolesca e surreale avventura, a scoprire le sue vere origini ed infine accettarle, a ritrovare se stesso e la storia della sua famiglia, a capire cosa significhi per lui essere ebreo. Quanto più lo scenario e gli eventi diventano surreali tanto più sembrano realistici e capaci di minare il già precario equilibrio mentale di Simon, messo alla prova dal dispiacere per la perdita della sua compagna Corazon. E’ un ripercorrere le tappe della propria storia, aprendo uno spaccato drammatico sui campi di sterminio, riuscendo a toccare lo spettatore senza però mostrare nulla delle atrocità di allora. Il vecchio campo di concentramento è intatto, vuoto sotto un cielo plumbeo e uggioso, tuttavia ancora aleggia attraverso il silenzio e la musica la disperazione, l’atmosfera carica di dolore, rotta però dall’umorismo leggero del regista. E’ l’umorismo la nota caratteristica del regista, non un umorismo sguaiato o pesante, ma capace di ridere bonariamente di se stessi e accettare ciò che è accaduto senza però oltraggiarlo o fargli perdere dignità. L’ultima cosa interessante da sottolineare è la scelta di utilizzare il nome del protagonista come titolo del film, cosa che ricorda i nostri romanzi di formazione dell’epoca dell’Unità d’Italia, anche allora i titoli erano nomi propri di persona, chissà se è un caso o se…
forse…
La frase:
– “Dovresti andare da uno psicologo”
– “Io dovrei andare da un ciarlatano che ha studiato 4 anni e costa più di uno specialista?”.

Federica Di Bartolo, da “filmup.leonardo.it”

Si può ridere di una cosa seria come l’olocausto? Si può tradurre in commedia semplice e leggiadra tutta la complessità e la pesantezza di una ferita storica così profonda? Si può tentare una via del ricordo che non sia sempre quelle delle lacrime e dello strazio? Sono domande che forse qualcuno si era già posto dopo aver visto La vita è bella di Roberto Benigni che aveva suscitato senza mezze misure indignazione o esaltazione, rifiuto netto o appoggio entusiasta. Ma in quel caso si trattava di un film “grande”, una produzione in pompa magna destinato alla candidatura e, poi, alla vittoria all’Oscar, un grande polverone mediatico che trascinò fiumi di parole e interventi, un capolavoro, insomma, con tutte le responsabilità, gli onori e gli oneri che ciò comporta.
Nel caso di un film come Simon Konianski le cose cambiano, perché si tratta di un piccolo, silenzioso, garbato tentativo di far parlare la Storia attraverso la semplicità, la modestia; un tentativo, riuscito, di riaprire certe ferite senza fare squarci e strappi netti, ma con la pacatezza e l’umana banalità di una tragicomica storia familiare, una delle tante, in cui chiunque può rispecchiarsi.
Diretto dal giovane regista belga Micha Wald al suo secondo lungometraggio, e presentato al Festival Internazionale del film di Roma del 2009 nella sezione Extra (che si conferma la più interessante della rassegna), il film si intromette, divertito e irriverente, nelle vicende strampalate e chiassose della famiglia Konianski con il suo bagaglio originario di ebraismo rivendicato o detestato, esaltato o beffato. Simon (Jonathan Zaccaï), il nevrotico e adorabile protagonista del film è un 35enne separato dalla moglie (Marta Domingo), una ballerina goy che l’ha rimpiazzato con un aitante artista di colore; ha un figlio, Hadrien (Nassim Ben Abdelmoumen), che adora (splendida la scena del loro incontro con rincorsa e lungo abbraccio all’uscita da scuola con musica melò in sottofondo!) , vive a casa del padre Ernest (Popeck), ex deportato e fervente israelita, che lo assilla per la ricerca di una sistemazione, di un lavoro, di responsabilità. Tra padre e figlio, costretti ad una convivenza e ad un confronto generazionale forzato, si instaurano tensioni e scontri esilaranti: da una parte il tradizionalismo ebraico con il culto della famiglia e del rito celebrativo, il ricordo ingombrante dell’olocausto, il bisogno di raccontare e di difendere certe posizioni; dall’altra la razionalità, la prospettiva atea e moderna di Simon, il suo malcelato fastidio per i monotoni racconti del padre che non risparmia nemmeno al nipotino le sue avventure di sopravvivenza al campo di concentramento. Anche visivamente si crea uno scontro oppositivo tra i due: Ernest è il classico vecchietto ben vestito, ordinato, responsabile economicamente ai limiti della tirchieria (offre tè in cui la bustina è sempre la stessa mai gettata via!); Simon è un disordinato, immaturo 35enne scansafatiche che ha cultura ma non senso pratico, che veste con felpe adidas da eterno adolescente e indossa occhialoni da nerd attaccati con il nastro adesivo che lo rendono buffo e simpaticamente “sfigato”.
I loro due mondi ruotano in direzione opposta e contraria finché una rottura imprevista, un distacco improvviso non si frappone fra i due e diventa occasione di avvicinamento postumo: Simon scoprirà una parte nascosta e romantica del passato del padre che lo porterà a intraprendere un viaggio sghangherato ma formativo verso la Polonia.
Simon Konianski è un rocambolesco road movie, un viaggio precario e teso lungo strade non asfaltate e lungo sentieri mai battuti, che fa sosta in luoghi fantasma del cuore del protagonista e della Storia, che si trova faccia a faccia con il campo di concentramento e il suo silenzio spettrale, il suo vuoto carico di memoria.
Il film di Micha Wald è originale e imperdibile e dimostra che dopo l’angoscia e il disagio, dopo l’incomprensione e la paura per una realtà così vera e nera, (quella che oltre a Simon tutti noi proviamo) si può tentare di capire, si può entrare in comunione con il dolore e provare ad elaborarlo fino a trovare un sollievo, un sorriso.
La tragedia diventa commedia e ciò non vuol dire che c’è da ridere, perché mai si potrà ridere sull’orrore, ma che c’è uno scorcio piccolo, nascosto ma reale in cui la vita ha avuto la meglio sull’orrore, in cui il piano diabolico si è infranto contro la vittoria dell’innocenza. E se viene da ridere è per la soddisfazione.
Margherita Ciacera, da “cineclick.wordpress.com”

A metà tra romanzo di formazione e road movie, “Simon Konianski” è una gradevolissima commedia agrodolce (o ‘dramedy’, per dirla all’americana).
Attraverso questo stratagemma, Micha Wald si confronta con diversi temi: quello della crescita personale di un eterno bambino, e il delicato problema dell’elaborazione del lutto.
La vera sorpresa è però la leggerezza e l’ironia con la quale si destreggia con un argomento fin troppo inflazionato, quello dell’Olocausto, impresa riuscita fino ad oggi soltanto al nostro Benigni.
Punto di forza è anche e soprattutto il cast, nel quale non troviamo un solo attore che non sia perfettamente a suo agio nel personaggio che interpreta: gli applausi a scena aperta li riserviamo però per Popeck, davvero convincente nei panni del sopravvissuto Ernest, tanto burbero e granitico con il figlio, quanto dolce e condiscendente con il nipotino, e soprattutto per Abraham Leber, lo zio Maurice, anche lui scampato alla Shoah, ma convinto di essere ancora pedinato dalle SS, ci regala momenti di autentica ilarità, rubando molto spesso la scena al protagonista Jonathan Zaccai.
Una commedia capace di scherzare con i luoghi comuni tipici della cultura ebraica, l’umorismo caustico, l’avarizia, lo spirito conservatore: un capolavoro bonsai capace di far riflettere divertendo, qualità data fin troppo per scontata al giorno d’oggi.
Manuela blonna, da “film.35mm.it”

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