Popieluszko

Santi senza santini
di Luigi Paini Il Sole-24 Ore

Ritratto di un uomo buono. Gentile e fermo, generoso e inflessibile. Jerzy Popieluszko era il suo nome, e Popieluszko Ë il titolo del film di Rafal Wieczynski che ricostruisce la sua vita. Dall’inizio degli anni 50 al 1984, quando venne barbaramente ucciso dagli uomini della polizia segreta, seguiamo il cammino umano e spirituale di questo giovane destinato a vestire l’abito sacerdotale nella Polonia comunista. La visione, quand’è ancora bambino, di giovani combattenti per la libertà inseguiti dai russi; gli anni in seminario, seguiti da un lungo servizio militare. Ed è qui che cominciano le prime vessazioni, che servono però solo a rinforzarne la voglia di libertà e verità. La svolta decisiva, dopo l’ordinazione, è rappresentata dall’elezione a Papa del conterraneo Karol Wojtyla: per la Polonia si apre lo straordinario, drammatico decennio che porterà alla caduta del regime.
Popieluszko è in prima fila, sempre dalla parte dei poveri e dei perseguitati. E sempre, purtroppo, nel mirino degli sgherri, finchè non arriva la resa dei conti. Un uomo-simbolo, un santo, ma non un “santino”. Semplicemente, un uomo vero.
Da Il Sole-24 Ore, 22 novembre 2009

Popieluszko martirio annunciato
di Alessandra Levantesi La Stampa

Eletto papa nell’ottobre del 1978, nel giugno del 1979 Karol Wojtyla era già in visita nella natia Polonia ancora sotto il tallone dell’URSS a parlare di diritti umani di fronte a un’enorme folla. Grazie al suo carismatico sostegno nel 1980 nasceva il movimento sindacale di Solidarnosc, duramente osteggiato dal regime, di cui divenne leader spirituale un’ ispirata figura di sacerdote, Jerzy Popieluszko, che nelle sue prediche mescolava verbo di Dio e rivendicazioni libertarie; e che per questo finì nel mirino della polizia segreta. E’ storia di ieri, ma a detta del regista Rafat Wieczynski persino nella stessa Polonia i giovani ne sanno poco o niente. Da qui l’esigenza di risvegliarne la memoria, seguendo il percorso di Popieluszko dall’infanzia alla scelta consapevole del martirio, mentre il numero degli oppositori aumenta e il potere ha sempre più paura. Montato con materiali di repertorio, il film sta incollato al protagonista con un taglio agiografico di convinta matrice cattolica: ma è ben girato, ambientato in modo felice, servito da un esercito di bravi attori in cui spicca l’interiorizzata interpretazione di Adam Woronowicz che a Jerzy non si è accontentato di somigliare fisicamente.
da La Stampa, 6 novembre 2009

Il combattente senza armi e con la fede
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Uno di quei film che denunciano la sproporzione tra modeste qualità artistiche e valore enorme rivestito agli occhi della comunità di cui raccontano la storia. In Polonia lo hanno già visto quasi tutti. L’ epopea che attraverso la nascita di Solidarnosc ha fatto della Polonia ai tempi del papato Wojtyla il laboratorio dello storico crollo del sistema sovietico che poi ha coinvolto altri paesi dell’ est europeo. Il prete martire Jerzy Popieluszko – assassinato dai servizi segreti venticinque anni fa – è il simbolo del ruolo fondamentale assolto in quel paese dalla Chiesa cattolica. Punto di riferimento fondamentale nella storia di una nazione spesso negata dai prepotenti vicini, vera grande opposizione all’ odiata oppressione comunista.
Da La Repubblica, 14 novembre 2009

Ispirato alla storia vera del sacerdote polacco celebrato ancora oggi tra le pagine della storia per aver sostenuto la ribellione che negli anni ’80 fu soppressa nel sangue dal regime comunista, Popieluszko è un dramma umano collettivo prima ancora che individuale
La passione di Popieluszko
Biopic su una delle figure più leggendarie della storia polacca, il sacerdote che si fece martire per guidare la sanguinosa rivolta di Solidarnosc, Popieluszko è una grande produzione cinematografica che riesce a unire la narrazione storica da documentario e il ritratto commovente che ripercorre la storia di un uomo. Da una parte la lotta, dall’altra l’amore, puro e semplice. Nel mezzo il desiderio di giustizia, libertà e solidarietà.
Il film abbraccia oltre trent’anni di storia, sospesa, tra religione e patriottismo: incontriamo il protagonista Jerzy Popieluszko per la prima volta negli anni ’50, con l’ingenuità di un bambino tranquillo che fa parte di una famiglia molto religiosa, in cui la madre crede che la povertà e la guerra si risolveranno recitando il rosario. Nel 1967 Jerzy è in Cecoslovacchia e indossa la divisa, ma non partecipa alla guerra come gli altri: appartiene infatti al servizio speciale dei seminaristi e si distingue dai compagni per lo spirito ribelle e un cameratismo ecclesiastico esemplare. Lo ritroviamo più di 10 anni dopo a Varsavia, che appoggia alcuni lavoratori di fabbrica che hanno avviato uno sciopero per rincorrere i diritti civili. Il loro sciopero diventa però un vero e proprio movimento collettivo (quello di Solidarnosc) la cui forza e popolarità si estende a macchia d’olio finché non attira l’attenzione del governo, che non esita a reprimere le ribellioni dei suoi cittadini nel sangue e a emanare la terribile legge marziale. Popieluszko diventa per il suo popolo una guida non solo spirituale ma anche un leader politico, sebbene non nel senso wajdano, arrestato e sottoposto a un processo imparziale. Purtroppo pagherà il suo interventismo appassionato con la vita: il suo corpo verrà ritrovato senza vita il 10 ottobre 1984.
Un’immagine del film Popieluszko
Popieluszko è un film di guerra, la guerra che fu combattuta dai giovani e dagli operai per le strada di Varsavia, pacificamente, e che il regime comunista sedò duramente con lo scontro armato. Una guerra che coinvolse il giovane prete Popieluszko il quale predicava solo la speranza per la libertà nelle sue messe di piazza, i primi fulcri della democrazia assetata di verità.
Il regista sembra porre l’attenzione soprattutto sulla storia, al centro forse perfino in maniera più evidente del protagonista stesso, del quale comunque è calcata profondamente la psicologia. Le immagini che più catturano l’attenzione sono quelle affollate da più personaggi, quelle di azione, capaci di rendere marginali gli insistiti primi piani sulla vittima sacrificale: se a Rafal Wieczynski interessa mostrare il conflitto prima ancora che le persone che vi parteciparono, l’immagine del sacerdote emerge prepotentemente in superficie. Popieluszko appare una figura molto forte per i suoi seguaci, potente come un martire e ostinato come un cavaliere, eppure un essere umano eccessivamente flemmatico, complice anche il volto emaciato dell’attore Artur Balczynski. Il pathos che lo caratterizza gli attribuisce un valore mitologico che inevitabilmente lo avvicina al Cristo, eroe e uomo caritatevole e giusto, pugnalato alle spalle dal suo Pietro, “in ginocchio” sulla sua lunga via Crucis e flagellato dalle barbarie immorali e corporee mortali.
La durata non appesantisce il racconto perché necessaria a una narrazione degli eventi circolare e integrata da video e immagini di repertorio, che esibiscono più volte papa Wojtila, nel segno di una testimonianza e di un omaggio romantici e doverosi.
Malgrado l’enorme sforzo produttivo (settemila gli attori e le comparse ingaggiati, sette i mesi delle riprese, quattordici le città usate per le location), il film, che in patria ha riscosso enorme successo di pubblico, risulta pletorico e costretto nell’empasse di una qualità troppo vicina a quella televisiva, ma convince per l’equilibrio dei toni, che conciliano il dramma più struggente, in particolare nelle sequenze più insanguinate, con uno humour delicato.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

IL REGISTA DI «POPIELUSZKO»: Quel prete che diede voce a Solidarnosc
«Ero studente quando l’uccisero: sfidai le autorità e andai al suo funerale»
GRAZIA LISSI, VARSAVIA, La Stampa, 18/10/2009
È l’estate del 1980, i lavoratori polacchi cominciano gli scioperi contro il regime. A Danzica si costituisce il primo sindacato libero, Solidarnosc. Padre Jerzy Popieluszko decide di incontrare gli operai. Condivide le loro lotte, diventa la loro voce. Il film Popieluszko di Rafal Wieczynski, domani al Festival di Roma, racconta la vita del cappellano di Solidarnosc ucciso 25 anni fa. Girato in 14 città, con 7 mila comparse, fra cui i compagni e gli amici del sacerdote, come il cardinale Glemp nel ruolo di se stesso. In Polonia il film è stato visto da più di un milione e 300 mila spettatori. Wieczynski racconta come Popieluszko entrò nella sua vita: «Non l’ho conosciuto. Il giorno del suo funerale le autorità minacciarono gli studenti: chi non si fosse presentato in classe sarebbe stato espulso. Avevo 16 anni, decisi di partecipare al funerale. Tutte le scuole, comprese le elementari, rimasero vuote».
Come ricorda Solidarnosc? «Nell’82, quando fu introdotto lo stato di guerra, capii da che parte volevo stare. Ricordo quegli anni come una crescita civile. Solidarnosc fu un’esperienza pura, romantica, senza compromessi. La mia ribellione si identificò in valori come patria, libertà, resistenza».
Il film si concentra sulla figura del sacerdote e non sul suo ruolo politico. «Volevo analizzare le ragioni delle sue scelte, non giustificarle. È difficile raccontare quel periodo storico, è troppo vicino. La Polonia è divisa: da una parte i giovani che non sanno e devono sapere, dall’altra gli anziani che hanno vissuto quegli anni e ne portano i segni. Al cinema il pubblico vuole vedere un’auto che da noi non è ancora arrivata o un nuovo modello di cellulare, non le lotte di Solidarnosc».
Dalla caduta del Muro molti registi si sono interrogati su cosa sia stato realmente il comunismo. Perché ha voluto uscire da quel filone? «Come si racconta il comunismo non dipende da una scelta artistica, ma politica. La Polonia vista dall’esterno non è più un Paese comunista, ma il processo di decomunistizzazione è ancora in atto. Non c’è ancora la voglia di indagare e valutare quegli anni. Tutti vogliono dimenticare. Il comunismo per gli occidentali era un’idea, qui un fenomeno storico. È difficile trovare il giusto modo di spiegare a noi e a voi cos’è stato realmente».
Lo stato di guerra voluto dal generale Jaruzelski per fermare Solidarnosc salvò la Polonia dall’invasione sovietica? «Molti documenti dimostrano che il generale non è stato quel santo che si vorrebbe far credere. Si era formato nelle scuole staliniste, era il punto d’unione fra il Kgb e l’esercito polacco. Esistono documenti che attestano che non c’è mai stata la volontà dell’Urss di invadere la Polonia. E la corte marziale è stata voluta da Jaruzelski».
Verso la fine del film, padre Popieluszko si chiede: cos’è la verità? E per lei? «In quegli anni non era importante chiedersi cosa fosse la verità ma sapere con certezza che esisteva. Oggi tutto questo non è più così ovvio».
Chi sono i mandanti dell’omicidio di Popieluszko? Lei decide di non rivelarlo… «C’è una scena nel film in cui un ufficiale scrive un documento e lo porta a un generale, lo stesso documento passerà sulla scrivania di altre sette generali e avrà le loro firme. Sono loro i colpevoli».

Padre Jerzy Popieluszko, eroe polacco nel kolossal da settemila attori
Stefania Ulivi, Corriere della Sera, 19 ottobre 2009
Festival internazionale del film di Roma, SEZIONE EVENTI SPECIALI
Il premio Nobel Lech Walesa accompagna il film di Wieczynnski sul sacerdote ucciso nell’84
ROMA – Niente di paragonabile al bagno di folla di Hugo Chavez a Venezia. Per il premio Nobel Lech Walesa arrivato a Roma per accompagnare la proiezione ufficiale di Popieluszko di Radaf Wieczynski, sulla passerella sono arrivati il sindaco di Roma Alemanno (a sorpresa), gli ambasciatori presso la Santa Sede e molti religiosi, ma non l’annunciato cardinal Sodano. Intorno una piccola folla (numerosi i polacchi) con qualcuno che si lamenta: «Insomma, per George Clooney c’era mezzo mondo, per lui che è un eroe così poco».
EROE NAZIONALE – Un eroe nazionale in Polonia è Padre Jerzy Popieluszko, ucciso in circostanze mai chiarite proprio il 19 ottobre di 25 anni fa. «Con lui si è chiusa un’epoca ingiusta ed è cominciata un’epoca più vicina all’essere umano. Speriamo che il film ci aiuti a contribuire a diffondere il suo ricordo», ha detto Walesa. Un kolossal: con 7mila tra attori e comparse (molti chiamati a ricreare davanti alla cinepresa le scene delle manifestazioni a cui parteciparono all’inizio degli anni ‘80), 7 mesi di riprese, dopo anni di preparazione. Il giovane regista, che si rammarica dell’uscita dalla scena europea di Rocco Buttiglione di cui condivide la visione politica, si augura non solo che Benedetto XVI veda il film, ma che la pellicola acceleri il processo di beatificazione del sacerdote per cui si spese lo stesso Wojtyla. Un uomo già venerato in Polonia: 17 milioni di persone hanno visitato la sua tomba, ogni 19 ottobre si tiene una veglia di 24 ore per ricordarlo. «Il messaggio di Padre Jerzy è molto attuale nella Polonia moderna, riguarda il messaggio sacerdotale e la ricerca della verità, e il saper riconoscere il male dal bene», ha ricordato il regista Wieczynski.
IN POLONIA – La Chiesa oggi in Polonia non gioca più un ruolo così centrale, spiega Walesa, il padre di Solidarnosc. «Per la sua situazione geografica, la Polonia non ha potuto parlare con lingua propria. Ogni volta che questo è successo la Chiesa si sostituiva alla voce nazionale. Ma quando la nazione riprende parola, la Chiesa riprende il suo posto. Anche se, magari, qualche sacerdote si attarda… Adesso, anche se il momento è confuso, la nazione può esprimersi e molti sono tornati al loro posto. Ma senza simbiosi con la Chiesa la Polonia sarebbe sparita dalla scena mondiale». In quanto a lui, Walesa si dice convinto che il premio Nobel gli salvò la vita, evitando di finire come Padre Jerzy, al cui funerale il sindacalista prese la parola sfidando il regime. «Mi domando quando sapremo la verità sulla sua morte. Qui sulla terra o nell’aldilà. In quanto a me, ero un politico molto attivo, nel mirino. Se scompare un operaio o un uomo comune sotto una dittatura non fa molto scalpore, ma se un premio Nobel non c’è più il mondo non può stare zitto. Questo premio è stato il vento che ha soffiato nelle nostre vele. Non so se sarei sopravvissuto senza. Ringrazio il comitato che ha capitato l’urgenza di quel momento storico e chi ha aiutato a portare a compimento la nostra opera».
IL NOBEL PER LA PACE – Inevitabile la domanda sul Nobel a Obama. «Come molti altri sono rimasto sorpreso, è come un acconto, per invogliarlo, dargli una direzione. Probabilmente lui confermerà la fiducia, ma oggi è un gioco d’azzardo. Barack Obama è stato eletto perché servono riforme, non solo in America. Dobbiamo sostenerlo tutti, se no il mondo cadrà di crisi in crisi». Come dire, ci siamo dentro tutti. «C’è così tanto da fare nel mondo, guardiamo le nostre meravigliose città come Roma. Non si può circolare, troppo traffico, eppure voi avete architetti in grado di progettare città ecologiche. Inseguiamo le macchine e arriviamo tardi» ha aggiunto Walesa, che in effetti è arrivato tardi all’incontro con la stampa. «Ci dicono non ci sono soldi per migliorare il mondo, ma il 50% dei nostri soldi era impiegato per finanziare guerra e armamenti. Impegniamo questi soldi per rendere il mondo un posto adatto all’uomo. Popieluszko è morto per questo».

di CLAUDIA MORGOGLIONE, Repubblica 19 ottobre 2009
ROMA – “Sono passati vent’anni dalla conquista della nostra libertà, ma nessun film ha raccontato la nostra battaglia contro il regime. La generazione più giovane non la conosce, non immagina nemmeno cosa hanno significato per noi polacchi quei mutamenti radicali. E soprattutto mi dispiaceva che gli eroi di allora per i ragazzi siano solo una noiosa nozione scolastica”. A parlare è il regista Rafal Wieczynski, che oggi porta qui al Festival “Popieluszko”. Storia del sacerdote amico di Solidarnosc ucciso esattamente 25 anni fa: il 19 ottobre del 1984.
Ma qui a Roma, a presentare la pellicola e a rievocare quell’epoca cruciale per i destini d’Europa, c’è anche un uomo che del prete coraggio fu amico e collaboratore: il premio Nobel Lech Walesa, ex leader del sindacato cattolico ed ex presidente della Repubblica. E così, inevitabilmente, l’incontro stampa del film si trasforma in una sorta suo comizio. “Io e Popieluszko – racconta – eravamo convinti che, essendoci un papa polacco, c’era la possibilità di portare la Polonia (e non solo la Polonia) fuori dal comunismo: lui per questa idea, che poi si è realizzata, ha pagato un prezzo altissimo. Ora si tratta di realizzare il suo sogno: la società centrata sull’uomo, la sua umanità e coscienza”.
Walesa parla poi del Nobel per la pace ricevuto nel 1983: “Fu un grande incoraggiamento a proseguire la battaglia, in un momento di stanca”. Del Nobel a Barack Obama: “Una sorta di acconto, un azzardo visto che bisogna vedere se manterrà le aspettative”. Del ruolo della Chiesa nel suo Paese: “Senza saremmo spariti dalla carta geografica”. E del potente premier russo: “C’è un Putin numero uno che vuole fare le riforme, un Putin numero due che è l’ex Kgb vendicativo. Dobbiamo fare in modo che prevalga il primo”.
Di fronte alla forte personalità del leader, il film – presentato al Festival come evento speciale – rischia di passare in secondo piano. Permeato di un fortissimo spirito cattolico, il kolossal polacco ha al centro, ovviamente, la figura del sacerdote anti-regime, che pagò con la vita la sua solidarietà alla protesta degli operai. Il film parte della sua infanzia, ma si concentra sugli eventi dal 1980 in poi. Dopo il primo pellegrinaggio in patria di Giovanni Paolo II, i lavoratori cattolici cominciano gli scioperi contro il governo comunista. E padre Jerzy Popieluszko (interpretato da Adam Woironowicz) si fece subito avanti, celebrando messa per i lavoratori, pronunciando omelie chiaramente contro il potere costituito. Da qui la sua morte: fu rapito e ucciso, il suo corpo fu gettato in un lago. “Su quel delitto aspettiamo ancora di sapere tutta la verità”, commenta amaro Walesa. Ma all’epoca il suo assassinio provocò una forte ondata di commozione: 600 mila persone parteciparono alle esequie.
E, tra loro, anche il regista, allora sedicenne: “Non ho mai conosciuto direttamente il protagonista del film – conferma lui – ma a sedici anni andai ai suoi funerali, come boyscout ero tra gli addetti al servizio d’ordine: per me fu un’esperienza nuova di libertà e comunione”. Ecco perché, un quarto di secolo più tardi, ha deciso di realizzare questo film. Condito da molte scene di massa, e con un inevitabile tono agiografico, visto l’adesione completa alle ragioni della protesta di allora. E anche al cattolicesimo, visto non solo come fede ma anche come militanza politica: non a caso, Wieczynski sostiene che il suo idolo, in ambito europeo, è Rocco Buttiglione.
A proposito di politica e religione, la proiezione di “Popieluszko” porta al Festival sia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che esponenti vari del mondo cattolico. Tra cui diverse suore: una presenza davvero insolita, per il red carpet.
Ma il sogno del regista, come lui stesso rivela, è riuscire a far vedere “Popieluszko” al Papa: “Non ci siamo mossi in questo senso, ma è un desiderio che portiamo nel cuore”. Anche perché “speriamo che la pellicola possa dare un impulso al processo di beatificazione”.

di Boris Sollazzo

Meglio Solidarnosc che male accompagnati. Un prete che va con i sindacati e contro un regime, sceglie il sentiero impervio degli ultimi che non diverranno mai primi, contro le gerarchie laiche e cattoliche. Sceglie il sacrificio personale. Don Jerzy Popieluszko fu definito un novello Gesù Cristo sacrificatosi per il suo popolo – non crocifisso, ma incaprettato dopo un sequestro – ma ovviamente il riconoscimento della sua grandezza avvenne solo ai suoi funerali. In vita pavidità e opportunismi del potere lo isolarono tra minacce e menzogne, fuori e dentro la Chiesa. Lui che fu perno dell’asse Woityla-Walesa, prete operaio che sosteneva scioperi e gridava di libertà contro la legge marziale, come già fece da seminarista durante il servizio militare. L’opera seconda di Rafal Wieczynski, che bigiò la scuola a 16 anni per partecipare alle esequie del prelato, è un tributo kolossal (7 mila sul set, 7 mesi di lavorazione, 14 città e 150 minuti) a un eroe spirituale e politico a cui l’attore Adam Woronowicz regala talento, umanità e intensità. Biopic civile classico e a volte ingenuo, documento rigoroso e necessario. Perché la speranza non si può uccidere. Lo diceva lui, facciamo sempre più fatica a crederlo noi.
da “filmtv.it”

Popieluszko – Non si può uccidere la speranza
Padre Popieluszko è una figura di statura leggendaria in Polonia, famoso per essere stato il “Cappellano di Solidarnosc”. E’ infatti quasi per una coincidenza che nei primi anni ’80, durante la fase più dura degli scioperi nelle acciaierie, viene mandato nel “tempio operaio del comunismo” per celebrare una messa ed è da quel momento che il suo impegno civile diventa una missione, mai disgiunta dalla sua vocazione ecclesiastica. Il lungo film biografico di Rafal Wieczynski si concentra soprattutto sugli anni ’80, con pochi episodi isolati sull’infanzia e sulla giovinezza di Popieluszko che però riflettono in maniera efficace la situazione difficile in cui si trovava la chiesa cattolica polacca tra gli anni ’50 e ’60 (il cardinale Wyszynski viene arrestato nell’aprile del ’53).
L’impostazione del film si basa sul famoso discorso che papa Giovanni Paolo II dedicò a Popieluszko nel 1987 in occasione del pellegrinaggio alla sua tomba, in cui Wojtyla paragonò il sacrificio del sacerdote di Solidarnosc alla passione di Cristo. Gli ultimi giorni di padre Popieluszko sono in effetti una lunga analogia con il racconto evangelico, con i suoi momenti di dubbio, di speranza, di disperazione e persino con l’illusione che qualcuno allontani da lui quell’amaro calice, grazie a un provvidenziale trasferimento a Roma.
Popieluszko è stato però un martire nel senso più autentico della parola: un uomo pronto a sostenere la propria testimonianza di fede (e civile) al prezzo della vita. Uno dei meriti del film di Wieczynski (sostenuto peraltro da un ottimo lavoro attoriale da parte di Adam Woronowicz nel ruolo principale) consiste nel dare un impronta umana a Popieluszko, alludendo in maniera molto discreta a un lieve protagonismo del sacerdote in quegli anni difficili.
Indubbiamente Popieluszko era consapevole dell’importanza del proprio ruolo nell’incoraggiare i fedeli alla speranza e come ogni uomo non deve essere stato alieno da una sottile, perdonabilissima vanità.
Vengono peraltro usati diversi spezzoni dell’epoca, che conferiscono forza e verità al racconto (alla maniera di Milk di Van Sant).
L’unico problema del film, che può essere a seconda dei punti di vista un pregio o un difetto, è che si rivolge a un pubblico che ha già una conoscenza della storia polacca degli anni ’70-’80. L’unica speranza è che magari possa spingere chi non la conosce a informarsi e fare qualche piccola ricerca per conto proprio.
La frase: “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Mauro Corso, da “filmup.leonardo.it”

«Le vite degli uomini sono così simili tra loro: difficili, grigie, talvolta cupe. Sarebbero insopportabili senza dei barlumi di felicità, i segni della Tua presenza in mezzo a noi». In queste parole pronunciate da padre Popieluszko, la chiave di una storia di martirio che il regista polacco Rafal Wieczynski ha saputo restituirci senza retorica, con l’asciutta sobrietà di ciò che é vero. Abbiamo incontrato a Milano il regista di Non si può uccidere la speranza, in occasione della proiezione del film organizzata dall’Associazione Stalker – Mendicanti dello sguardo (che ha portato Wieczynski in tour in Italia di tre serate a Milano, Ferrara e Rimini) e da Sentieri del Cinema, che ha fatto registrare il sold out al cinema Palestrina di Milano. Ecco cosa ha raccontato il regista a ilsussidiario.net

Popieluszko racconta la storia di un martire che, mosso dalla fede, combatte contro la menzogna comunista per riaffermare la statura autentica dell’uomo. Quali sono a suo parere, nell’Europa odierna, le menzogne che minacciano libertà e felicità umana? E chi é il martire, oggi?

In ogni era è in atto la stessa lotta e il messaggio di Popieluszko è universale, poiché si tratta del Cristianesimo. E’ strano, sembra quasi che distinguere il bene dal male sia stato più facile al tempo di Popieluszko, nella mia giovinezza. Ora invece stabilire dove sia il male è una sfida, definire dove sia la menzogna ci richiede uno sforzo. Eppure la menzogna è intorno a noi: è riporre il significato della vita solo nel nostro piacere. E’ questa la menzogna più diffusa, perché non ci dà vera felicità e non ci fa crescere. Possiamo notare come molte persone, soprattutto nell’Occidente europeo, considerino pericoloso il messaggio di Cristo e reagiscano cercando di emarginare la cultura cristiana.

Ci faccia un esempio

Qui a Milano ho visto per la prima volta il meraviglioso Duomo, un monumento grandioso della cultura, della storia e dell’Europa cristiana, e mi sono chiesto come possiamo negare la cittadinanza a Cristo nella costituzione europea. E’ una grande menzogna che ci circonda e ci fa perdere la libertà. Popieluszko combatteva per la libertà interiore: ora, accettando queste regole conformiste del politically correct, stiamo perdendo la nostra libertà.

Nel suo film ha molta parte la millenaria religiosità tradizionale del popolo polacco. A suo parere, anche in relazione alla recente sentenza europea sui crocifissi, quale ruolo può avere oggi la fede degli avi? È un presidio di tradizione e cultura da preservare o qualcosa di più?

In Polonia, dopo il 1989, la fede delle persone é divenuta più profonda, ma una parte della società si é allontanata del tutto dalla Chiesa. Chi è rimasto frequenta però le funzioni regolarmente. E’ una scelta. Abbiamo anche molte vocazioni di giovani preti, il nostro paese esporta preti in tutto il mondo. Non vengono dai villaggi ma dalle grandi città, dai nuovi movimenti cattolici. La loro vocazione nasce perciò dal tentativo di capire cosa sia la fede.

Cosa significherebbe quindi, in tal senso, rimuovere i crocifissi?

Sono felice quando vedo una croce non solo perché fa parte della tradizione ma anche semplicemente perché c’è, perché è un segno, e un giorno potrà assumere un significato più profondo per qualcuno. Ma se viene proibita, allora torniamo ai tempi del paganesimo. Nello scorso secolo, e anche in questo, molte persone sono morte, e stanno morendo, per la croce. E’ una cosa che non dovremmo mai dimenticare.

Del suo film stupisce la coralità e il forte senso di comunità, degli operai di Solidarnosc ma anche di tutto un paese unito da qualcosa di più profondo degli interessi specifici. Nell’attuale società si può ancora dire questo “noi”? E come?

I polacchi hanno questa capacità di stringersi in comunità quando c’è un pericolo. Solidarnosc aveva questa capacità anche perché si fondava su valori evangelici, il primo uomo di Solidarnosc era, infatti, il Papa. Questa è la ragione. Credo che questa unità sia un’esperienza universale. In Polonia ora, a mio parere, si sarebbe di nuovo uniti di fronte al pericolo. Ma il pericolo, come dicevamo, è diverso da prima.

Cosa la spinge a credere questo?

Sempre più persone se ne accorgono. Per questo sono sicuro che un giorno arriverà una persona o un movimento grazie al quale l’unità farà ritorno. Ne sono convinto anche quando i giovani, soprattutto in Polonia, mi chiedono di quest’unità con una sorta d’invidia mista a desiderio. Mi chiedono “Come doveva essere meravigliosa quest’unità! E cosa ne avete fatto? Perché l’avete persa?”. E’ un desiderio forte e diffuso: credo perciò che quando ci renderemo conto che stiamo davvero perdendo la nostra anima, la nostra libertà, saremo di nuovo insieme.

Che cosa l’ha spinta a venire in Italia?

E’ molto interessante che io sia qui grazie all’incontro con giovani di Comunione e Liberazione avvenuto negli anni ’70/’80. E il fatto che noi siamo qui a discutere di Popieluszko è anche frutto di quell’incontro, di quella comunione. E’ per quell’incontro che il messaggio di Popieluszko arriva anche in Italia. Quei ragazzi mi hanno invitato in Italia perché, a loro volta, erano venuti in Polonia nel ’70, avendo modo di conoscere la cultura e la religione polacca. E sono venuti perché padre Ricci, il cardinal Wizynszki e Wojtyla hanno lavorato insieme per favorire l’incontro tra Italia e Polonia. E’ un processo fatto di incontri e volti che non si fermerà.

Un tema cruciale del suo film é quello dei rapporti tra religione e patriottismo, caratteristici della storia tormentata del suo paese. Come crede convivano e si rapportino queste due dimensioni?

Non vi é contraddizione. Popieluszko era sicuro di questo: se la gente non avesse permesso alla menzogna comunista di entrare nel suo cuore, il potere del partito non avrebbe avuto chance di sopravvivenza. E in effetti accadde così: il potere comunista cadde perché le persone smisero di avere paura di dire che era una menzogna. So che da voi in Italia è considerato strano che gli operai chiamino un prete a celebrare messa nella loro fabbrica, ma in Polonia é molto diverso.

A cosa sta lavorando adesso?

Sto lavorando a un documentario per cui ho raccolto materiali riguardo alle popolazioni dei villaggi polacchi tra ‘800 e ‘900, un periodo di grandi cambiamenti nel paese, di grande modernizzazione. Una modernizzazione che venne però dalla Chiesa, non dal socialismo. In questi scritti si parla sempre di un prete che inizia un movimento, un partito, un’azione di cambiamento.

Che consigli darebbe a un giovane regista italiano che volesse raccontare una di queste storie?

Non mi sento di dare consigli, specialmente ai registi italiani, che ammiro molto. E’ vero, nella vostra storia avete grandi figure di preti. L’unico problema che intravedo nei film sui preti è che sono spesso troppo sdolcinati, sembrano fatti per bambini. L’unico consiglio è di farli per persone pensanti. La cosa più importante è scoprire cosa Dio ci vuole dire tramite quella storia e mettere da parte se stessi. Dio non ha bisogno di essere migliorato dai registi.

Quali sono state le sfide più impegnative ed affascinanti, a livello tecnico, che ha incontrato nel corso della lavorazione del film?

Ci sono molti effetti speciali nel film. Abbiamo chiesto consiglio a professionisti che hanno lavorato a film di Hollywood, come Apocalypto. Le scene più difficili sono state sicuramente quelle che prevedevano la combinazione di materiale d’archivio e scene recitate, in particolare quando l’inquadratura doveva passare dalla folla alla figura di papa Wojtyla, presente nei documenti storici. Questo movimento panoramico, culminante nel montaggio di materiale d’archivio, ha richiesto particolare perizia. Gli americani ci hanno fatto i complimenti e ne siamo orgogliosi.

Ci dica un aspetto del suo film di cui va particolarmente fiero

Un altro aspetto interessante è la presenza di attori che sono stati testimoni di quei fatti storici e che ci hanno offerto, anche per questo, une recitazione molto naturale. Sono stati usati come comparse nelle manifestazioni anche giovani studenti che, lavorando a fianco dei più anziani, hanno assistito a una sorta di lezione di storia.
(Eleonora Recalcati, ilsussidiario.net)

(Popieluszko. Wolnosc jest w nas)Regia: Rafal Wieczynski – Cast: Adam Biedrzycki, Zbigniew Zamachowski, Marek Frackowiak, Joanna Szczepkowska, Radoslaw Pazura – Genere: Storico, colore 149 minuti – Produzione: Polonia, 2009 – Distribuzione: Rainieri Made – Data di uscita: 6 novembre 2009
“Popieluszko”, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma 2009, è uno spaccato di storia contemporanea. La vita di padre Jerzy Popieluszko è l’emblema delle vicende della Polonia negli anni Ottanta, che non cambiarono solo il destino di una nazione, ma modificarono il corso della storia mondiale. Come sempre succede alla fine di una guerra sono i vincitori a dettare le nuove leggi, a spostare i confini, cambiando tradizioni e culture sedimentate nei secoli. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la Polonia finì sotto il regime comunista della grande madre Russia, che impose ai polacchi uno stato di grande repressione, facendo mancare ogni libertà individuale e punendo severamente ogni tentativo di ribellione. Il film racconta la vita di Padre Jerzy Popieluszko, nato il 14 settembre 1947 nelle campagne di Okopy, in Polonia, la sua infanzia, il seminario a Varsavia, la sua ordinazione sacerdotale, le sue attività in diverse parrocchie dell’Arcidiocesi di Varsavia, la sua opera come guida spirituale dei lavoratori in sciopero nei primi anni Ottanta. L’ascesa al soglio pontificio di Giovanni Paolo II diede ai lavoratori polacchi maggior coraggio e determinazione nelle lotte per l’acquisizione dei propri legittimi diritti e fu di stimolo per l’attività di Solidarnosc. L’opera di Padre Jerzy è narrata in modo puntuale, dettagliato, il racconto risulta particolarmente incisivo: il montaggio unisce in maniera naturale, come fossero un’unica lunga sequenza, le scene girate con immagini di repertorio, che danno al prodotto ulteriore realismo. La vita di Padre Popieluszko mostra come la libertà sia un bene primario, per l’ottenimento del quale vale la pena lottare; egli ha sempre incoraggiato gli operai, gli studenti, i professori, gli artisti, tutti coloro che lo seguivano, a non mollare, ad avere fiducia nel fatto che inevitabilmente i polacchi sarebbero riusciti a riottenere la dignità di popolo che gli era stata sottratta. Il regime, che tentò di arginare gli scioperi anche con la legge marziale, riteneva che le sue omelie fossero pericolose per la stabilità del paese ed attentò alla vita del sacerdote. Gli amici affezionati chiesero alle autorità ecclesiastiche il trasferimento del Padre a Roma, ma lui interpellato non acconsentì ad abbandonare il suo paese, per il quale fu di stimolo ed esempio nella cura dei deboli, dei sofferenti, dei carcerati, nell’amore per la libertà. Fino al 19 ottobre del 1994, quando, al ritorno da un incontro con i fedeli, fu rapito da tre funzionari del Ministero degli Interni. Dopo alcuni giorni di ricerche il suo corpo fu ritrovato nelle acque di un lago vicino a Wloclawek. Bisogna riconoscere al regista, che ha scritto anche la sceneggiatura, di aver avuto la capacità di narrare gli accadimenti senza cadere nella tentazione di romanzarli o in facili sentimentalismi. Da evidenziare l’eccellente interpretazione del protagonista, calatosi in profondità nel personaggio, al quale ha dato un’intensità difficilmente presente sugli schermi. La Polonia odierna, la Polonia libera, combatte col consumismo, col basso potere d’acquisto dei salari, le tasse, gli scandali, la disoccupazione, i problemi di tutti i paesi industrializzati. Il film, frutto di anni di meticolose ricerche, è un’opportunità per tutti per riflettere sul valore della libertà, che diamo sempre per scontata, alla continua ricerca di trasgressioni e nuove emozioni, senza mai soffermarci sul fatto che in tanti hanno pagato con la vita per dare a noi il diritto di esprimerci liberamente, di votare, di partecipare alla vita pubblica del nostro paese, di poter entrare in un market e fare la spesa, senza far la fila con la tessera anche per ritirare la carta igienica, come in Polonia fino a vent’anni fa. La vita di Padre Jerzy Popieluszko è un grande esempio non solo per i cattolici, ma per tutti gli uomini che siano convinti che i valori di tolleranza, democrazia, convivenza civile, equità sociale, libertà di pensiero, diano un senso al nostro viaggio in questo mondo. Il 14 giugno 1987 Giovanni Paolo II pregò sulla tomba di Padre Jerzy, a Varsavia, tomba fino ad oggi visitata da diciotto milioni di persone. I fedeli attendono con ansia la beatificazione del Servo di Dio.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Ne abbiamo parlato già in sede di commento del recente Festival di Roma: presentato come evento speciale: Popieluszko – Non si può uccidere la speranza è un film da non perdere. Diretto dal giovane regista polacco Rafal Wieczynski, rievoca, a 25 anni esatti dalla violenta morte, l’uccisione di padre Jerzy Popieluszko, sacerdote nemmeno quarantenne che divenne a inizio anni 80 una spina nel fianco del regime comunista. Popieluszko divenne infatti in quegli anni la guida spirituale del sindacato libero Solidarnosc, inviso al Potere. In realtà cominciò tutto casualmente, quando un gruppo di operai impegnati in duri scioperi nelle acciaierie di Varsavia chiese alla Chiesa locale un sacerdote per poter seguire la Messa anche dentro l’“assedio” dell’occupazione. Il passo successivo fu la saldatura con le proteste che si sviluppavano a Danzica, il cui leader era un elettricista di nome Lech Walesa. Da lì nacque Solidarnosc, con le sue vittorie, le sconfitte, gli arresti, la repressione. Ma anche la tenacissima resistenza, impossibile senza il ruolo discreto della Chiesa polacca (rafforzato dalla vicinanza continua di papa Giovanni Paolo II).
Di questo ruolo, padre Popieluszko fu l’interprete più visibile. Ma il film, fedelissimo ai fatti, non ne fa un santino esangue né riproduce quegli stilemi da fiction televisiva dell’eroe solitario (in Italia l’avrebbero sicuramente, ovviamente per la finzione poetica, contrapposto a qualche superiore); anzi, la Chiesa è rappresentata con grande fedeltà, fino all’incredibile apparizione del primate Jozef Glemp nei panni di se stesso (con obbligatoria, e non frivola, tinta ai capelli ormai bianchi per renderli nuovamente neri come un tempo) in due colloqui che riproducono esattamente quelli avvenuti realmente.
Dopo un breve incipit dedicato a episodi dell’infanzia e della giovinezza che fecero parte della sua formazione umana (e che gli fecero conoscere la violenza e il sopruso), il film – lungo ma appassionante – racconta appunto i fatti così come avvennero, con un senso di verità enfatizzato dall’ottima interpretazione del protagonista Adam Biedrzycki (oltre tutto davvero somigliante al martire della Polonia cattolica) e dall’inserimento di numerosi spezzoni documentari, con le vere immagini del prete polacco, di Walesa e dei vari viaggi di papa Wojtyla nella sua terra. Che contribuivano a infiammare la coscienza del popolo e a rafforzarne l’attaccamento alla sua fede.
Così vediamo Popieluszko predicare tra la sua gente (in messe strapiene di fedeli, e seguite da numerose spie), parlare di libertà e verità ma sempre fedele al suo ministero sacerdotale, ovvero non dimenticandosi mai di essere un prete e non un agitatore (come si vede in varie scene, alcune ironiche, rispetto ai suoi fedeli semplici e spesso impetuosi ma anche verso i suoi nemici che non sono mai oggetto di odio), testimone appassionato di Cristo. Un prete comunque naturalmente scomodo, per un governo controllato dal Partito comunista polacco succube dell’Unione Sovietica. Un prete amico del popolo e della gente semplice, come gli operai e le loro famiglie, che certo trovavano nella Chiesa quella solidarietà e quel sostegno di fronte alle provocazioni e alle angherie del regime. Un uomo mite ma deciso, di cui non si nascondono sentimenti come la paura di fronte alla violenza che via via stringe il suo cerchio attorno a lui; anche se il popolo non gli farà mai mancare il suo sostegno. Ma dopo un’esperienza in prigione, continueranno ad arrivargli minacce e intimidazioni, fino a una barbara uccisione davvero annunciata.
Essendo stato prodotto con il contributo decisivo della televisione polacca, è facile che il film risenta di un’impostazione, appunto, televisiva e poco cinematografica. Come dicevamo, in realtà siamo ben lontani dagli standard delle opere biografiche cui ci ha abituati la televisione italiana: è vero, il film non ha invenzioni di regia o di sceneggiatura folgoranti (come poteva essere Katyn di un maestro come Andrzej Wajda, si pensi al suo potentissimo finale: ma pure in quel caso i detrattori parlarono di opere noiosa e semitelevisiva…). Ma è una precisa scelta, che punta su un realismo semidocumentaristico per raccontare una storia importante, vicina allo spettatore polacco non più giovane, che la ricorda e che avrebbe sussultato per un’eccessiva drammatizzazione; anche se poi il risultato è appassionante e quasi epico. Ma il taglio documentaristico e a tratti didascalico, senza essere mai noioso, diventa però molto utile anche ai giovani che non hanno mai sentito parlare di quei fatti. In Polonia come altrove. Nel nostro paese Solidarnosc e padre Popieluszko, 25 anni fa, erano nomi familiari e cari almeno ai cattolici. Oggi, ahinoi, se ne è persa la memoria. Questo film giunge dunque prezioso a rinnovarla. Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell’Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”. In un’Europa che invece oggi dimentica le sue radici, è quanto mai opportuno ricordare questo martire cristiano del nostro continente, la cui morte precedette di pochi anni il crollo del comunismo e del dominio sovietico sui paesi dell’Est.
Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

Il corpo di Padre Jerzy Popieluszko venne ritrovato il 30 ottobre 1984 nelle acque della Vistola. Aveva 37 anni ed era considerato da tutti il cappellano di Solidarnosc. Dimenticata per anni, la sua storia – che testimonia ad un tempo il sacrificio individuale per la verità, la dignitosa fermezza di un popolo vessato da anni di totalitarismo e il volto criminale del regime comunista polacco – riemerge precisa e tragica in Popieluszko, il film che sarà presentato come Evento Speciale al festival di Roma il prossimo 19 ottobre, esattamente 25 anni dopo il suo rapimento a Torun e la barbara uccisione per mano di tre funzionari dei servizi segreti (più un complice).

E’ allora che la vita di Padre Jerzy entra di diritto nella rosa delle biografie straordinarie del novecento, piccole onde che si allungano nelle paludi della storia come maremoti, travolgendo argini e regimi. La sua vicenda ricorda da vicino quella del nostro Padre Puglisi, l’uno e l’altro martiri della libertà contro la sopraffazione organizzata.

Il film di Rafal Wieczynski – che sul “Servo di Dio” (titolo che la Chiesa cattolica assegna dopo la morte a persone che si sono distinte per «santità di vita» o «eroicità delle virtù») aveva già realizzato il documentario I vincitori non muoiono. Documento su padre Popieluszko, inedito in Italia – ripercorre passo dopo passo la vita del cappellano, dall’infanzia nelle campagne di Okopy (dove Popieluszko, figlio di contadini, era nato nel 1947) al servizio militare obbligatorio presso l’unità di Bartoszyce, riservata ai seminaristi, dal trasferimento a Varsavia sotto le cure spirituali di Padre Teofil Bocucki all’attività pastorale in seno al neonato sindacato libero degli operai polacchi (Solidarnosc), con cui condivise speranze e scoramento, aneliti e lotte, divenendone alla fine simbolo di libertà e rettitudine. Troppo scomodo per il regime, che già nel 1981 aveva introdotto nel Paese la legge marziale e finito per praticare l’eliminazione sistematica di tutti gli avversari: padre Jerzy non fu né il primo né l’ultimo, ma era considerato tra i più pericolosi. “Senza per questo aver mai oltrepassato le sue competenze di sacerdote – sottolinea Padre Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia – o aver ridotto la Chiesa e il suo messaggio a strumento di lotta politica. Il suo era davvero il vangelo dell’amore, incentrato sulla salvaguardia della dignità umana. Infondeva coraggio ai fedeli, non sobillava rivoluzioni”. Quasi mezzo milione di persone parteciparono al funerale di padre Jerzy il 3 novembre 1984, presso la chiesa di San Stanislao Kostka di Varsavia, dove il cappellano aveva operato dal 1980. Tra questi c’era anche il regista del film, allora sedicenne: “A dispetto dei divieti – ricorda Rafal Wieczynski – mi assentai da scuola per partecipare alle esequie. Fu un’esperienza nuova, di libertà e comunione. Tornando a casa, attraversando le strade di Varsavia, ricordo che pensai molto a Padre Jerzy. Mi chiedevo se sarei stato capace come lui di sacrificare la mia vita per la Verità. Mi appariva come un grande eroe, un extraterrestre. Oggi invece, che ho quasi la stessa età che aveva lui quando venne ucciso, vedo in Padre Jerzy un uomo come noi che, messo alla prova, fece le sue scelte con grande fatica”. Il corpo di Popieluszko venne seppellito nel giardino della chiesa di San Stanislao. La sua tomba da allora è stata luogo di pellegrinaggio per 18 milioni di persone, ma qui a Varsavia ricordano soprattutto la visita di Giovanni Paolo II del 14 giugno 1987, e la commossa preghiera sulla sua lapide. Accanto alla Chiesa è nato una decina d’anni fa anche un museo dedicato a Padre Jerzy, messo su da una delle più strette collaboratrici, Caterina Sobora. Il percorso del Museo è una sorta di Via Crucis nella vita del sacerdote e della Nazione, uno scrigno aperto di foto, filmati e oggetti personali a restituirci la tragica normalità degli eroi dinnanzi alle sciagure della storia. “Eppure le generazioni più giovani – sottolinea Wieczynski – non conoscono quelle lotte, non immaginano nemmeno cosa hanno significato per noi polacchi quei mutamenti radicali. Perciò desideravo che l’avventura di questo testimone di Cristo, che combatteva senza violenza contro la falsità, diventasse anche per loro memoria condivisa: volevo che Popieluszko fosse la storia vera, e insieme romantica, delle radici di libertà di cui oggi gode tutta l’Europa Centrale”. Diversamente dal cinema politico di Wajda – che ha raccontato il regime e le lotte di Solidarnosc con L’uomo di marmo (1977) e L’uomo di ferro (Palma d’oro a Cannes nel 1981) – e di Agnieszka Holland (che aveva già affrontato la vicenda del cappellano di Solidarnosc nel malriuscito Un prete da uccidere, con Christopher Lambert), Popieluszko di Wieczynski privilegia un approccio intimista nel tentativo di svelare “come un cammino spirituale diventi anche un percorso di liberazione politico e civile”. La controparte comunista nel film non ha tentennamenti né dubbi, umanamente non esiste: “Nel mio Paese troppi film hanno speculato sui comunisti buoni e pentiti, elevandoli al rango di eroi. Io volevo fornire invece una rappresentazione astratta del regime, svelarne il meccanismo implacabile e oppressivo. Gli eroi erano altri. Erano i preti che sostenevano, sfamavano e curavano le sofferenze dei perseguitati, fino a morire per loro”. “La figura di Popieluszko – racconta Adam Woronowicz, l’attore che interpreta il cappellano nel film e che vanta con lui una somiglianza fisica impressionante – continua a interrogarmi e a mettere in discussione le mie qualità di padre, marito, amico. Spero che le domande che ancora oggi mi tormentano, nonostante abbia interpretato nel frattempo diversi altri ruoli, scuotano anche il pubblico in sala”. Un auspicio che ha trovato finora riscontri positivi in Polonia, dove più di un milione di persone ha già visto il film. Il battesimo internazionale, come detto, sarà invece in Italia, al Festiva di Roma, dove la pellicola sarà accompagnata da Lech Walesa, leader di Solidarnosc, e Jozef Glemp, Primate di Varsavia, amico di Padre Jerzy e interprete del film nel ruolo di se stesso. Sempre in Italia Popieluszko sarà distribuito a fine ottobre da Rainieri Made srl, mentre la RAI ha già acquistato i diritti dei futuri passaggi televisivi. L’attenzione del cinema e della cultura verso la figura di Padre Jerzy va di pari passo con il processo di beatificazione (per martirio) del presbitero, iniziato l’8 febbraio 1997 e non ancora concluso. Nonostante la comunità internazionale abbia riconosciuto a Popieluszko un ruolo decisivo nei cambiamenti politici che interessarono la Polonia nella seconda metà degli anni ’80, il suo sacrificio non ha ancora ottenuto la giustizia dei tribunali: Grzegor Piotrowski, Adam Pietruszka, Leszek Pekala e Waldemar Chmielewski, esecutori materiali del delitto, non si sono mai pentiti e hanno già lasciato il carcere. Hanno cambiato nome, residenza e aspetto fisico. I mandanti invece – tra i quali figurerebbero gli alti apparati dello Stato (Jaruzelski nega però ogni coinvolgimento) e alcune spie russe di stanza in Polonia – restano ancora nell’ombra.
di Gianluca Arnone, da “lucisullest.it”

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