Perdona e dimentica

Dopo i fatti accaduti nel precedente Happiness, la famiglia Jordan tenta di reagire alla depressione e alle ultime rivelazioni. E così la vita prosegue per le tre sorelle Joy, Trish e Helen, e per tutti i nuovi e vecchi personaggi del film. È il momento della resa dei conti…
Todd Solondz si cimenta col sequel, ma ovviamente non si tratta di un seguito canonico. Partiamo da un fatto: guardare Perdona e dimentica senza aver visto Happiness farebbe perdere allo spettatore una buona parte del divertimento e dei rimandi, per forza di cose. Ma Perdona e dimentica si comporta meravigliosamente bene anche come film autonomo.
Il geniale regista americano realizza così un “sequel indipendente” in tutti i sensi, e nel quale il concetto di indipendenza continua ad essere la chiave di volta per esplorare e godere dei lavori di un regista che non si è mai piegato a nulla e a nessuno e che, tra una lezione all’università e l’altra, prosegue la sua analisi della società americana, scavando nelle zone d’ombra più inquietanti dell’animo umano.
Perdona e dimentica è il titolo italiano un po’ troppo “chiarificatore” di Life During Wartime, ovvero “La vita durante la guerra”. Come leggere un bellissimo titolo come questo? La risposta va almeno in due direzioni: la vita durante la guerra in Iraq, con una buona fetta di borghesia statunitense convinta che sarebbe stato meglio avesse vinto McCain le elezioni in Usa, e la vita dopo la tempesta, in un periodo di odio in cui si tenta di dimenticare portando rancore per chi ci ha fatto del male.
La solitudine è ancora il filo conduttore, ma la follia di una società appunto costantemente in guerra (contro il mondo, contro gli altri, contro se stessa) è la vera miccia che accende le interpretazioni sul film. In questa mostra di personaggi soli e schizzati, tra nerd e pedofili, ci stanno pure i fantasmi. Che ritornano a tormentare i poveri viventi: e non possono che essere anche loro tormentati, disillusi. Si parla di democrazia, di terrorismo, di perdono e non perdono, di Israele, di Bush e McCain, il tutto senza troppa cognizione di causa.
Cattivo, acido, perfido Solondz. Che scrive le sue sceneggiature senza mai autocensurarsi, con la consapevolezza di andare a mostrare al pubblico personaggi che si comportano come nella vita reale. Che è sporca, odiosa, spesso imbarazzante. Ma come sempre nei lavori del regista dietro l’acidità e i pugni sotto la cinta c’è un mondo per cui spendere più di una lacrima: e se Perdona e dimentica è meno scioccante di Happiness, è anche ancora più umano e aperto alla possibilità del perdono.
Parallelamente Solondz lavora sulla forma e ribadisce un concetto già aperto con l’inedito e sorprendente Storytelling: nel cinema conta in modo consistente la sperimentazione sul modo di raccontare una storia. L’idea concettuale l’aveva poi messa ben in pratica con il folle Palindromi, dove sette attrici (più un giovane attore) interpretavano uno stesso personaggio. La “teoria dei Palindromi” trova un corollario in quest’ultima pellicola, dove tutti i personaggi di Happiness vengono interpretati da attori diversi rispetto al film precedente.
Sono passati infatti dieci anni, ma i volti, le razze e le età di tutti quanti sono cambiati radicalmente. La sperimentazione dà nuova linfa alle cose per Solondz, e così i personaggi si delineano nelle nuove caratteristiche. E il pubblico, formato da aficionados o meno, si ritrova ancora una volta nella pazza girandola della vita, a ridere, rabbrividire e commuoversi di un mondo di personaggi che è fatto a nostra immagine e somiglianza. Un mondo dove l’odio pare regnare sovrano, ma dove alla fine quello conta di più è il sentire ancora il bisogno, dopotutto, di una persona accanto.
da “cineblog.it”

Amici, festeggiamo. Dopo ben 12 anni di assenza, con Life During Wartime – Perdona e Dimentica, domani torna nelle nostre sale cinematografiche un regista come Todd Solondz. Vi ricordate? Era il 1998 e in molti si compravano il poster di Happiness da appendere in camera di fianco a quello di Pulp Fiction o Trainspotting. Un certo cinema indipendente americano – quello che oggi è diventato “film con gente con della maglie a righe” – era pronto per esplodere e in quello strano calderone fatto di Terry Zwigoff come di Alexander Payne, fu inserito anche il film di Solondz. Una pellicola che, pur avendo caratteristiche di quel “genere”, era evidentemente diversissima rispetto a quelle che la circondavano. Il regista di Fuga dalla Scuola Media spingeva sull’acceleratore del taboo e del non raccontabile più di un qualsiasi Harmony Korine, più di tutti i Larry Clark di questo pianeta, ma in pochi l’avevano capito. Produttori e distributori ci sono arrivati poco dopo e i risultati non si sono fatti attendere: Storytelling in Italia l’ahnno visto in due (per la croanaca l’ho comprato in un autogrill austriaco per 7 euro. True story) e Palindromes è arrivato (forse… non sono neanche sicuro) solo in dvd dopo un passaggio festivaliero veneziano.
Censure, fondi che scompaiono all’ultimo momento, distribuzioni criminali. Todd Solondz sembrava essere destinato a scomparire. Punito ed osteggiato perché coraggioso e unico. Capace come nessuno di trattare certi argomenti (vedi Storytelling e le lunghe diatribe sulle scene di sesso eliminate) o di sperimentare formalmente (vedi la scelta di far interpretare la parte di Aviva – protagonista di Palindromes – a più attori) rischiava veramente di passare da promettente pupillo a Unforgiven. Fortunatamente Todd Solondz sembra avere mantenuto le sue idee chiarissime e, con il ridicolo budget di 4 milioni e mezzo di dollari, è riuscito a portare a termine Life During Wartime – Perdona e Dimentica, ovvero il seguito di Happiness.
Solondz – l’ha già dimostrato in Storytelling – ha una sua personalissima idea di fiction. Conseguenzialmente ha anche una concezione unica della continuity. Se Palindromes iniziava alla fine di Fuga dalla Scuola Media, in Perdona e Dimentica troviamo ancora la famiglia Jordan. Le donne sono cambiate, certo. Sono diverse perché nel frattempo, in questa decina di anni, sono successe tante cose. E sono cambiate perché sono interpretate da attrici differenti. Non c’è più Lara Flynn Boyle, non c’è più Jane Adams… ci sono delle attrici che le ricordano, simili ma diverse, e che portano avanti le loro storie. Pur non rinunciando a un’aria surreale e sognante, Life During Wartime (miglior sceneggiatura all’ultimo festival di venezia) è forse il film più scritto e difficile di tutta la produzione di Solondz. Una riflessione dolorosa e mortifera sulle colpe e sulla difficoltà (o l’inutilità, o l’impossibilità…) del perdono e della rimozione. Un film capace di far andare d’accordo esagerazioni e provocazioni a profonde riflessioni sui temi a lui cari.
Andate tutti in massa a vedere Perdona e Dimentica. È un dovere di tutti voi spettatori esigenti. È un obbligo che abbiamo tutti noi che ci lamentiamo delle carenze dei distributori italiani. Anzi, facciamo tutti insieme un applauso alla Archibald Film che per ora sono gli unici al mondo (!!!) ad aver avuto il coraggio di credere in questo film e di farlo uscire. La traduzione italiana – per una volta – è più che soddisfacente. Il merito è di Moni Ovadia che ha supervisionato il lavoro con passione e intelligenza. In conclusione una parola su un altro Unforgiven di cui vi abbiamo già parlato: Paul Rubens, il grande Pee Wee Herman, che Todd Solondz ha voluto utilizzare come fantasma. Piccola parte anche per una bravissima Charlotte Rampling.
da “secondavisione.wordpress.com”

Presentato alla 66. Mostra del Cinema di Venezia Life During Wartime di Todd Solondz, film che apre uno squarcio sul mondo patinato e iperrealistico che gli Stati Uniti post 11 settembre ancora cercano di tenere insieme. Ironia e cinismo in salsa jewish sono la materia che scorre attraverso i dialoghi, parente non lontana delle conversazioni alla Allen e vicina ai film di Wes Anderson per l’amarezza che traspare in sottofondo.
Trish e Joy sono due sorelle coraggiose. Mentre la prima combatte per mantenere la sua famiglia unita dopo che ha scoperto di avere un marito pedofilo, la seconda cerca di fuggire dai fantasmi del suo passato e da un marito che nonostante le cure continua a essere un pervertito. Gli psicofarmaci presi come fossero caramelle non attenuano il peso del dolore che i componenti della famiglia, nessuno escluso, devono sopportare. La realtà nella sua apparenza zuccherosa è insidiata dall’ombra del lato osceno dell’essere umano. È il grande male con cui l’America ha a che fare nella sua quotidianità, quello della pedofilia, delle perversioni sessuali, delle nevrosi, tematiche care al regista americano e già affrontate in Happiness.
Il filosofo slavo Slavoj Zizek ricorda nel suo libro dedicato all’11 settembre Benvenuti nel Deserto del Reale che il contrario del concetto di esistenza non è inesistenza ma insistenza. Quando viviamo un fatto traumatico siamo portati generalmente a eliminarlo dalla nostra mente per evitare di soffrire, ma più cerchiamo di allontanarcene più inevitabilmente questo cattivo pensiero finisce per riemergere. È meglio perdonare per dimenticare o dimenticare per non perdonare? Questo è il dilemma che affligge il giovane Tim, il secondogenito di Trish che a pochi giorni dal suo Bar Mitswah scopre di avere un padre rinchiuso in un carcere dopo la condanna per pedofilia.
La vita durante la guerra è quella che scorre mentre la nazione americana combatte il nemico invisibile terrorista, ma è anche quella dell’inconfessabile lato osceno del nostro essere umani che fatica a trovare il perdono. Si può soffocare il dolore sotto il peso della medicina e come Joy dialogare con i morti in una sorta di catarsi auto salvifica oppure affrontare di petto i problemi e traghettare la famiglia verso un futuro migliore, come cerca di fare Trish con il nuovo fidanzato, non il suo tipo d’uomo, ma comunque un essere “normale”.
Un tulipano rosso per l’amore, uno bianco per il perdono.
di Letizia Geron, da “nonsolocinema.com”

Prima di vedere “Perdona e Dimentica” di Todd Solondz, Premio Miglior Sceneggiatura a Cannes, sarebbe opportuno vedere l’altrettanto riuscitissimo film di Solondz “Happiness”. Il perché è semplice: in “Perdona e Dimentica”, Solondz continua il racconto iniziato con “Happiness” sulle amare e scottanti vicissitudini della famiglia Jordan. Tre donne, tre sorelle: Joy (Shirley Henderson), Trish (Allison Janney), Helen (Ally Sheedy), hanno tutte e tre cose terribili da perdonare e dimenticare. Ma, appunto, il dilemma è: perdonare e(o) dimenticare? Se perdoni riesci veramente a dimenticare, oppure, se dimentichi, è perché non hai veramente perdonato? Il cinismo e l’acutezza con cui Solondz osserva fatti e personaggi grotteschi della società americana, narrati anche in chiave umoristica, mettono a nudo miserie, contraddizioni e viltà così profonde e quasi “congenite”, che non può esistere perdono né si potrà mai dimenticare nulla di così sporco e perverso. Joy scopre che suo marito Allen (Michael Kenneth Williams) non è guarito da un suo serio e abominevole disturbo comportamentale. Trish, ha tre figli avuti da suo marito Bill (Ciaràn Hinds), psichiatra, e pedofilo. Helen, la terza sorella, si sente vittima di tutto e di tutti e vive una condizione di disagio esistenziale perenne. Il racconto ruota intorno alle vite di queste tre sorelle, diramandosi in addentellati con altri soggetti coinvolti, anch’essi oppressi da problemi e frustrazioni esistenziali. Solondz, come è stato per “Happiness”, compone un gioiello stilistico per forma e contenuto, dalla trama appassionante, fatta di storie di esistenze individuali che si incastrano in un puzzle ricco di emozioni, sensazioni laceranti, confronti e dialoghi spiazzanti. Un altro capitolo aperto, dunque, su quelle miserie che tante persone soffocano, sotterrano e nascondono soprattutto a coloro che sono più vicini e più cari, ma che non riescono a sconfiggere, perché la pulsione del perverso acceca le menti e la ragione, facendo prevalere quel micidiale desiderio compulsivo. Anche se Todd Solondz usa, se così possiamo dire, allacciarsi in maniera molto evidente ai personaggi dei suoi precedenti film, il suo modo di fare cinema, dai dialoghi emozionanti, intrisi di un particolare e suggestivo surrealismo, affascina e fa sempre molto riflettere. E’ proprio dalla continua contraddizione, di cui veste i personaggi dei suoi film, che Solondz costruisce queste personalità malate, che ricoprono ruoli sociali all’apparenza rispettabili ed onesti. Delicato nel suo insieme, una scenografia ed una fotografia magistrali, “Perdona e Dimentica” segna un altro punto a favore della personalissima e avvincente arte registica di Solondz.
di Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

Esiste un’America la cui mostruLife During Wartimeosità del quotidiano è assai lontana dall’immagine che il cinema main stream è solito proporci. È un paese che Todd Solondz ha già dimostrato di saper fotografare in maniera cinica e sarcastica – stiamo parlando del regista di Fuga dalla scuola media – senza accondiscendenze, con quel suo humour nero e quel suo stile personale fatto di dialoghi taglienti e di immagini perfette dietro le quali si cela tutt’altro che una realtà idilliaca.

Con Perdona e dimentica – la cui uscita nelle sale italiane è la prima mondiale – uno dei registi americani indipendenti più originali torna a raccontarci, a dieci anni di distanza da Happiness, le vite disastrate dei membri della famiglia Jordan. Gli attori, rispetto al film precedente, sono completamente differenti – tra gli altri, Shirley Henderson, Ciarán Hinds e una fantastica Charlotte Rampling che non ha paura di mostrare i segni dell’età – ma i personaggi sono sempre gli stessi e, nonostante sia passato tanto tempo, le tre sorelle Jordan sono ancora vittime delle loro insoddisfazioni e dei loro drammi personali, costrette a confrontarsi con un passato che non vuole dar loro tregua. Joy ha sposato Allen, il molestatore telefonico, convinta che fosse finalmente cambiato, ma continua ad essere tormentata dal fantasma di Andy, l’ex fidanzato morto suicida. Trish, dopo essere scappata dal marito pedofilo, è alla ricerca di un nuovo compagno che la soddisfi anche dal punto di vista sessuale, mentre deve spiegare al figlio Timmy che suo padre non è morto come gli era stato fatto credere. Helen, nonostante abbia raggiunto il successo come sceneggiatrice di Hollywood, soffre ancora di solitudine. Attorno a loro, infine, troviamo una serie di individui anch’essi intrappolati nelle proprie psicosi – esilarante il personaggio di Mark, ragazzo socialmente isolato e ossessionato dall’imminente dominio economico della Cina.

Ormai quella mera illusione di felicità, a cui i protagonisti del film precedente vivevano aggrappati, è del tutto scomparsa. Ciò che resta sono solo le macerie di una tragica realtà, proprio come in tempo di guerra – Life During Wartime è il titolo originale del film.

Ovviamente, trattandosi di un film di Solondz, tutto ciò diviene materia per una black comedy terribilmente divertente che suscita risate amare. Con il suo inconfondibile umorismo amaro e dissacrante, infatti, il regista americano torna a mettere in scena quel modello di società che sta andando in frantumi – a cominciare dalla famiglia come valore primario e inattaccabile – e lo fa in una maniera che il cinema raramente adotta. Quella che ne viene fuori è un’immagine grottesca e spietata della società americana ma anche, per riflesso, di tutti noi. Scene tragiche ma esilaranti, con dialoghi al limite dell’assurdo – come quello in cui Trish racconta al figlio di dodici anni come si sia «bagnata» per la sola carezza di un uomo e poi si sia «asciugata con un fazzoletto».

Se in un primo momento può sembrare di essere vittime di una sorta di déjà vu – formidabile la scena iniziale, “remake” di quella di Happines – come se ci si trovasse di fronte a qualcosa di già visto, ma anche di già vissuto, in realtà Perdona e dimentica prende avvio esattamente da dove Happiness era giunto – ma senza per questo impedirne la visione a chi non ha visto il film precedente. Se i personaggi sono gli stessi, con le loro psicologie devastate e devastanti, la realtà attorno a loro, dopo dieci anni, è ovviamente mutata. Dal verdissimo New Jersey all’assolatissima California, passando per la Florida, i protagonisti hanno tentato di cambiare vita, lasciandosi alle spalle i propri drammi familiari anche grazie al Prozac – che Trish somministra alla figlia piccola. Peccato però che il passato, che si presenta nelle vesti di un fantasma così come in quelle di un pedofilo uscito di prigione, continui a perseguitarci. Con esso, prima o poi, bisogna necessariamente confrontarsi. Decidere se riappacificarsi con gli altri e con se stessi, oppure cercare di cancellare tutto. Perdonare o dimenticare. Possibile fare entrambe le cose? Solondz, caustico come sempre, ci racconta ancora una volta il lato tragico delle nostre vite e ci pone interrogativi profondi.
Paolo Fragomeni, da “lalineadell’occhio.it”

A dieci anni di distanza da Happiness, il suo film più acclamato, Todd Solondz torna a parlare della famiglia Jordan, riprendendo in mano le fila di quel doloroso discorso di vite interrotte iniziato tempo fa. Capace di circuire lo spettatore grazie ad arabeschi intimi e scenici di una precisione geometrica, Solondz elabora dunque la nuova fase della sua famiglia ebrea allo sbaraglio, dilaniata da una guerra interiore cui fa da sfondo una guerra reale, quella in Iraq. Guerra – in senso lato – che oltre a essere il fil rouge di tutto il film (il titolo originale Life during wartime ovvero la vita ai tempi della guerra, fa riferimento a una battuta del film “Io ho fatto un errore grande come quello della guerra del Vietnam”), rappresenta anche la condizione psicologica di ciascun protagonista, perennemente in conflitto con il proprio io nonché avvolto da una profonda solitudine. “Il perdono è l’ornamento dei forti”, diceva Mahatma Gandhi. Ed è proprio sul concetto di perdono che Solondz costruisce la sua conturbante commedia, ponendo lo spettatore di fronte a un amletico quid: è meglio perdonare, pur ricordando, o dimenticare, pur senza aver perdonato?
C’è ancora aria di guerra in casa Jordan
Sono passati dieci anni da quando una tempesta emotiva ha smembrato la famiglia Jordan, e i suoi componenti sono ancora alle prese con un equilibrio difficile da ricostituire. L’etera Joy (la Shirley Henderson che in Harry Potter veste i panni di Mirtilla Malcontenta), la cui gioia del nome è in perenne conflitto con la sua inesauribile tristezza, è più che mai afflitta dalle psicosi del marito Allen: sessuomane, cocainomane e irrimediabilmente dedito a ogni tipo di vizio patologico. In fuga da questo secondo compagno (il primo si è suicidato e ora è un fantasma che la perseguita), Joy cercherà rifugio e consiglio nella sua famiglia. Ma anche lì la stabilità sembra una rara avis. La sorella Trish (Allison Janney di Juno), con i due figli Tim e Billy, ha cercato di ricostruirsi una vita – puntando tutto sugli psicofarmaci – dopo l’incarcerazione del marito pedofilo (Bill), e ora sembra rinata grazie all’incontro con il ‘normale’ Harvey. Ma Bill, che sta uscendo di prigione, continua a essere un fantasma di dolore che incombe su tutta la famiglia. Poi c’è Helen, la terza sorella di casa Jordan, scrittrice di successo che non riesce a stare in pace né con se stessa né con gli altri. In tutto questo viavai di esistenze turbate, il piccolo Tim, figlio minore di Trish, è in procinto di festeggiare il suo Bar mitzvah, visto che sta per compiere i fatidici tredici anni. L’avvento di una presunta età adulta lo pone di fronte agli spinosi interrogativi della vita, dalla pedofilia del padre al terrorismo passando per le fantasie sessuali della madre, ai quali Tim cercherà di dare una risposta con la trasparenza e il candore che solo i bambini possiedono. E se per il bambino i kamikaze che hanno polverizzato le torri gemelle (alle pareti di camera tiene appesi poster di caccia e bombardieri), non possono essere perdonati perché morti, più arduo è fare i conti con il ‘terrorismo’ del padre: capace di orrori inerarrabili (tanto che la madre glielo aveva fatto creder morto) ma pur sempre suo padre.
Voglio solo un padre
Controverso, politicamente scorretto, crudele e impietoso, il linguaggio di Solondz è ancora una volta mirato a smantellare ideali e ipocrisie di una famiglia ebrea che ne incarna molte altre. Nei dialoghi vibrano sentimenti come rabbia e stizza nei confronti di politici, istituzioni, società, mentre paure, ossessioni e frustrazioni vengono messe in piazza senza filtri di sorta. Come accadeva in Happiness, del quale questo Perdona e Dimentica più che un sequel è una rielaborazione a distanza di tempo (a confrontarsi con i vecchi personaggi intervengono nuovi attori), anche qui assistiamo alla decostruzione, subdula e spietata, di esistenze allo sbaraglio, vessate dalla sorte, in cui s’insinuano malesseri di ogni tipo. E ancora una volta tutto sembra concorrere allo smantellamento di quella felicità effimera che nel primo film veniva regolarmente messa alla berlina, la distruzione del sogno americano. L’atmosfera che Solondz crea è quella di un girone dell’inferno dai colori vivaci, inserito in una geometria poetica che si scontra con l’oscuro caos emozionale cui fa da sfondo. E l’abilità di Solondz sta nel riuscire a rendere comiche e grottesche delle situazioni decisamente tragiche, esasperandole al contrasto con la innaturale perfezione scenica, sputando fuori verità senza nascondere errori ed orrori: facendo del cinema un palcoscenico di vite che vanno in scena senza artifici. Niente e nessuno sopravvive alla falce impietosa di Solondz e tutto il marcio della società entra naturalmente a far parte del suo affresco: dalle perversioni sessuali al terrorismo, passando per Bush e la religione ebrea. Con l’amaro sarcasmo che lo contraddistingue, Solondz conduce lo spettatore attraverso le ombre della sua (e nostra) verità: controversa e forse difficile da accettare. E tramite Timmy, candido riflesso dei turbamenti che percorrono il film, ci fa sapere che certe volte perdonare è necessario, forse rimuovendo, forse dimenticando, perché tutti noi, in fondo, vogliamo “solo un padre”.
Ridere per non piangere
Difficile giudicare in maniera obiettiva un cinema rapsodico e articolato come può essere quello di Solondz, che senza dubbio viene decodificato secondo sensibilità e filtri molto più soggettivi. Nel raffronto con il primo film salta però all’occhio che questa variazione sul tema risulta meno incisiva, forse perché un po’ meno asciutta: moltissimi personaggi e questioni solo abbozzati che fanno fatica a dare all’opera una coerenza narrativa solida, come invece succedeva in Happiness. Ciò non si traduce in una minore immediatezza del film ma in una sua minore fruibilità e, se non aver visto Happiness non pregiudica la comprensione di questo non sequel, è pur vero che ci sono tantissimi riferimenti che lo spettatore medio farà fatica ad afferrare e a contestualizzare. Nondimeno il film è una nuova interessante incursione nella psiche umana, uno studio antropologico che ritrova intatto lo stile di Solondz, capace di sondare i recessi più oscuri dell’animo umano con apparente levità. Salace e farsesco il regista ci costringe a ridere per non piangere e a sentirci, volenti o nolenti, parte di quella sua umanità decadente.
Lucido e spietato come sempre, Todd Solondz riprende a distanza di dieci anni i personaggi (con nuovi volti) che aveva gettato nella disperazione con Happiness. E se in Happiness si cercava una felicità inesistente qui, in Perdona e Dimentica (un non sequel di quel primo film) il regista sonda l’impervio terreno del perdono: possibile o impossibile? Grazie a uno stile molto particolare, estremamente cinico e grottesco, e minuziosamente rifinito dal punto di vista scenografico, Perdona e Dimentica conferma il talento eversivo di Solondz pur uscendo (in parte) sconfitto dal confronto con il suo prologo. Infatti se Happiness era bilanciatissimo in ogni sua parte, Perdona e Dimentica lo è un po’ meno, risultando infine un policromatico arazzo un po’ più sfilacciato.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Dieci anni dopo essere andata in frantumi, la famiglia Jordan sta ancora riassemblando i pezzi. Joy, messa in crisi dai problemi del marito Allen, va in Florida a cercare il consiglio della madre e delle sorelle: Trish, alle prese con tre figli e un nuovo incontro e Helen, incapace di trovare agio nel successo raggiunto a Hollywood. Nel frattempo, Bill, il marito di Trish, condannato per abuso di minori, esce dal carcere e si mette alla ricerca del figlio maggiore, Billy, per assicurarsi che non sia come lui, mentre il minore, Timmy, cerca di capire cos’è un uomo e qual è il confine tra amore e violenza.
Cosa comincia quando finisce la felicità? Una vita in tempo di guerra, fatta di pericoli costanti e di caduti sul campo, di traumi incancellabili e salvataggi miracolosi o casuali. Una riflessione sul perdono e sui suoi limiti, dice Todd Solondz, ma si sa che delle parole fa un uso particolare, che la sua “happiness” è una tragedia, la sua “Joy” un battesimo al sarcasmo.
Qui, come nel film di un decennio fa, comicità e dolore non sono esperienze opposte ma accezioni dello stesso vocabolo, esperienze interne alla stessa sequenza, scena, battuta. Di certo l’una non è un diversivo per l’altra: tocca arrendersi alla compresenza, non c’è via di fuga. Lo dimostrano i fantasmi (Andy, Allen), lo dicono i ritorni del rimosso (Bill), lo afferma soprattutto il lavoro di sceneggiatura e di messa in scena di Solondz, che procede volontariamente per ripetizione.
Ed è quello il suo affondo. Perché, è vero, c’è più amore oggi per i personaggi, più empatia; sempre freaks sono, alla ricerca di una normalità che non viene loro concessa e che probabilmente non esiste proprio, ma il regista non infierisce, sembra allargare il sorriso. Illumina lo scenario con il sole della Florida, dipinge le pareti di giallo (aggressivo, artificiale giallo), allarga la visione dal privato (il nucleo famigliare) al politico (gli Stati Uniti della stretta attualità) ma il suo sguardo, in fondo, non cambia. La guerra che combattono i personaggi di Solondz è ancora quella per non morire schiacciati dalla vita.
Per restare dalle parti della contraddizione in termini: una piacevolissima e spietata conferma.
di Marianna Cappi, da “mymovies.it”

L’ America senza Sogni
di Natalia Aspesi La Repubblica

Puoi perdonare il padre affettuoso che pareva perfetto ed è finito in prigione per pedofilia? Puoi perdonare la ragazza timida e dolce che non ti ha voluto spingendoti al suicidio? Puoi perdonare il marito innamorato e pentito che però non riesce a smettere di essere: alcolizzato, ladro, informatore di gang, spacciatore di droga, drogato e violentatore di donne, compresa la cameriera che lo riconosce e gli sputa in faccia? Ce lo chiede l’ appassionante, crudele, intelligente film dell’ americano Todd Solondz, se lo chiedono nel film i personaggi, se lo chiede e lo chiede soprattutto il lentigginoso adolescente Timmy, che tiene in camera la fotografia dell’ aereo con cui i terroristi hanno fatto cadere le torri gemelle perché «se l’ han fatto avevano le loro ragioni». Perdonare e non dimenticare, oppure dimenticare e non perdonare, o non dimenticare, non perdonare? Life during wartime, la vita in tempo di guerra (girato in digitale, in concorso), è uno di quei film che trasformano il pozzo delle nostre silenziose disperazioni in commedia, che ci fanno ridere dello specchio in cui non vogliamo guardarci, perché riflette segrete inadeguatezze, sconfitte, sensi di colpa, ossessioni di tanti. La guerra di cui Solondz parla non è quella in Iraq, in Afghanistan che, dice, «non hanno scalfito la vita delle agiate comunità americane, tanto nessuno dei loro componenti, se non qualche fanatico, ci va». È la guerra dei sentimenti che si corrompono, dei rapporti che non si realizzano, del proprio senso di estraneitàe incompletezza. «Il cinema affronta certi temi sconvolgenti demonizzandoli, in modo consolatorio, perché alla fine lo spettatore si senta bene, dalla parte giusta, intaccabile dall’ errore e dal peccato. Io penso invece che il male, o l’ infelicità nascosta, ci riguardino tutti». Pubblicoe critica lo hanno attaccato per un suo film angoscioso e scandaloso che ci costringe a ridere, Happiness, in cui la pedofilia viene raccontata quietamente, addirittura da un padre pluriviolentatore di bambini al figlio dodicenne che lo ama e piange. «Anche il pedofilo è una persona, considerarlo un mostro serve solo a sentirsi in salvo, diversi. Invece si tratta di un essere umano, che conosce solitudine e desiderio, che vive la tragedia dell’ alienazione, della sconnessione tra la quotidianità, la normalità, gli affetti e la natura nemica, incontrollabile, che conoscerà la giusta punizione». Life during wartime è, dieci anni dopo, il seguito di Happiness, con gli stessi personaggi ma attori diversi. La sfigata, dimessa Joy lavora con gli ex carcerati, ama il marito nero, dolcissimo e criminale incallito; la sorella Trish, un tempo felice casalinga moglie di psichiatra, ha detto ai tre figli che il papà è morto ed invece, condannato per pedofilia, sta per uscire di galera. L’ altra sorella Helen è nevrotizzata dal successo di scrittrice e umilia Joy per le sue scelte sbagliate. Per tutti la vita, nella sua tranquillità, è insopportabile, e nel film ogni vicenda si snoda a dialoghi in cui le parole deviano impedendo comprensione e consolazione. Bill e una devastata signora incontrata al bar (Charlotte Rampling, l’ unica attrice nota) dialogano di solitudine, crudeltà e vecchiaia, finendo a letto, il ragazzino Timmy vuole sapere da sua madre Trish cosa fanno i pedofili ai bambini, Trish racconta a Timmy come si sia bagnata (e asciugata) al tocco sul gomito del brutto vecchio divorziato Harvey che ha votato McCain. Bill va a trovare il figlio grande Billy che lo credeva morto e che gli dice che era meglio se lo era. Nessuno ascolta Joy,e allora lei conversa coi fantasmi: quello del noioso giovanotto che non ha voluto e che la insulta, quello del marito che si è ammazzato, e che le chiede di dimostrare il suo amore sparandosi in bocca. Nulla cambia nella vita di ognuno, perché la vita cambia raramente, e tutti tornano a essere soli, come se ogni incontro e tutto quel fluire di parole fosse stato inutile. Non si può dimenticare, non si può perdonare. Ma Timmy, quello che crede che anche i terroristi abbiano un’ anima, invece vuole dimenticare e perdonare: «Mio papà non era un pedofilo», dice il giorno del suo Bar-mitzvah, «adesso sono grande, sono un vero uomo: e so che è mio padre che voglio». Dice Solondz: «Immagino che questo finale susciterà scandalo: mi piacerebbe invece che la gente lo accogliesse con turbamento e il bisogno di riflettere sulla natura dei sentimenti più profondi anche dove li si vuole negare».
Da La Repubblica, 4 settembre 2009

Paolo Mereghetti
Il Corriere della Sera

Di ben altra statura il «seguito» che Solondz ha tratto dal suo Happiness. Con «La vita ai tempi della guerra» (come canta una delle protagoniste) tornano le tre sorelle ebree del film del 1998, e torna lo stesso stile acido, dall’ umorismo sarcastico e dissacrante: Joy fatica ad ammettere il suo fallimento come moglie (il marito suicida la ossessiona ancora) e come assistente sociale (i suoi protetti non si redimono per niente), Trish finisce per ingigantire le paure del figlio tredicenne (ha scoperto che il padre non è morto ma in prigione per pedofilia) ed Helen è ancora schiacciata dal proprio successo come scrittrice. Ognuno dei tanti personaggi vorrebbe perdonare chi gli (o le) ha fatto del male e dimenticare il passato ma l’ amara lezione del film è che, nonostante i tanti discorsi, la realtà non va dimenticata ma piuttosto guardata coraggiosamente in faccia. Anche se è quella di un padre pedofilo.
Da Il Corriere della Sera, 4 settembre 2009

Lietta Tornabuoni
La Stampa

Pedofilia, sessuomania, la fine del mondo, misteri e risate nei film in concorso alla Mostra. Life During Wartime («Vita in tempo di guerra») è bellico soltanto nel senso della lotta per vivere. Il titolo nasce da una battuta del film: «Io ho fatto un errore grande come quello della guerra del Vietnam». Il regista americano Todd Solondz, 49 anni, premiato autore di Happiness-Felicità e di Palindromi, è bravissimo nel raccontare il nostro sforzo d’aggrapparci alle cose che in realtà abbiamo già perduto, alla vita che avevamo e che non esiste più, a identità dissolte, all’inestricabile insieme di falso e di vero, di tragico e di ridicolo.
Il suo film, che è un séguito o una variazione di Happiness con interpreti diversi (anche Charlotte Rampling, come non giovane donna da night club), torna tra Florida e New Jersey alle quattro donne della famiglia Jordan. La madre malata di solitudine. Le tre figlie, Joy delicata e terribile che si rifugia dalla mamma quando scopre che suo marito nero non riesce a correggersi da sessuomania e adulterio (e, rimasto solo, si uccide); Helen che si sente vittimizzata dal proprio successo a Hollywood. E Tris che ha narrato ai figli la morte del padre psicoanalista, invece incarcerato per pedofilia, tornato vicino a loro una volta scontata la pena, mentre la moglie vuol conquistare un uomo «normale».
Da La Stampa, 4 settembre 2009

Fabio Ferzetti
Il Messaggero

Come sopravvivere se papà è un pedofilo, se il primo amore si è ucciso e il secondo pure, se nella stanza del bambino ci sono solo foto di aerei da guerra (e un allegro festone che corre lungo le pareti con sagome di caccia e bombardieri)? Come tirare avanti se il più banale gesto d’amore può essere scambiato per un crimine, le madri mentono ai figli (“Volevo solo che crescessi felice pensando che papà era morto”), gli uomini non sanno più parlare alle donne e viceversa, mentre i piccoli post-11 settembre confondono pedofilia e terrorismo?
Stile minimal, problemi giganteschi, Todd Solondz è uno dei pochi grandi narratori dei nostri tempi feriti. Il primo a cogliere il mutare lento e inarrestabile di sensibilità e sessualità (in Fuga dalla scuola media, poi in Happiness e Storytelling) partendo da bambini e adolescenti per arrivare agli adulti. L’unico a saper coniugare il comico e il tragico con un tono distratto quanto implacabile che inchioda gli spettatori allo schermo e i personaggi alle loro responsabilità.
In Life During Wartime, “La vita in tempo di guerra”, nessuno è innocente, nessuno è solo e davvero colpevole, ma ognuno porta il peso di ciò che è e delle sue conseguenze. Immaginate lo humour di Woody Allen reso mille volte più tagliente e innestato su un mondo che una volta avrebbe avuto il volto mostruoso dei freaks di Diane Arbus mentre oggi si confonde con l’anonimato e l’insignificanza più assoluti. Nei film di Solondz niente è nessuno e bello o seducente eppure tutto è vero, sensibile, significativo, ogni personaggio ha diritto alla nostra pietà, ogni pietà ha per orizzonte non solo la vita del singolo ma il mondo, l’amore e la guerra, l’Occidente e il Medio Oriente, la religione e il desiderio, più vicini di quanto non sembri a prima vista. Difficile spingersi più lontano con meno mezzi. Ma l’economia, anche narrativa, è fondamentale in tempi come i nostri, e le vite variamente devastate delle tre sorelle di Solondz rimavano curiosamente con l’altro film in concorso della giornata: l’incubo post-apocalittico di The Road, diretto dall’australiano John Hillcoat sulla scorta del romanzo omonimo di Cormac McCarthy (Einaudi), infinitamente più orribile ma forse meno disperato di Solondz.
Da Il Messaggero, 4 settembre 2009

Francesco Bolzoni
Avvenire

Che cosa succede in una tranquilla provincia americana in tempo di guerra (il conflitto a cui allude il regista di origine ebraica Todd Solondz nell’interessante Life During Wartime è quello che da anni insanguina la Palestina)? Nessuno è veramente felice se appartiene a una delle due etnie in lotta. Tutti lasciano affiorare le personali nevrosi. Possono riconoscere la necessità del perdono ma non dimenticano. I traumi passati ritornano e, più ostinati di tutti, paiono coloro che se ne sono andati e si fanno di nuovo presenti per angustiare i viventi. La loro esistenza può essere benedetta dal benessere che Solondz con una scrittura quanto mai elegante descrive puntualmente. Ma tutti, compresi i fanciulli che pur cantano i rassicuranti componimenti biblici, si sentono feriti a morte. Colpiti all’interno della personalità, talvolta pronti a vedere nel prossimo un nemico, la persuasività di Solondz è tale che lo spettatore ne viene come investito, la condivide e si chiede se non stiamo vivendo anche noi sull’orlo dell’abisso e quanto la nostra anima sia stata inquinata dal benessere.
Questa capacità di coinvolgimento è una dote che Solondz attiva in modo persuasivo. Ci mette in guardia contro il pericolo della depressione, contro quella paura di non sapere perdonare— gli altri e anche noi stessi. Se non sapremo evitarlo aggiunge con un tono apocalittico il regista di The Road di John Ilillcoat tutto può succedere nel nostro inondo che si sforza, magari mentendo come certi personaggi di Life Durino Wartime, di essere felice e non si accorge di certi preannunci della catastrofe.
Da Avvenire, 4 settembre 2009

Alberto Crespi
L’Unità

Life During Wartime è il ritratto di una famiglia ebrea americana nei paradisi condominiali della Florida, con la guerra dell’Iraq sullo sfondo. Tre sorelle (come in Cechov). Trish ha 3 figli e ha fatto credere a tutti che il marito sia morto: in realtà è in prigione per pedofilia. Conosce Harvey, un ciccione buffo, e quando ci va a letto rimane estasiata per quanto è «normale». Pensa di risposarsi, ma Timmy – il figlio 13enne – metterà a dura prova il potenziale patrigno. Joy ha abbandonato il marito Allen, afro-americano, molestatore seriale di donne. È perseguitata dal fantasma di Andy, un ex spasimante che si è ucciso per lei. Ogni tanto lo vede, ci parla: non sono incontri piacevoli. Quando anche Allen si spara in testa, i fantasmi diventano decisamente troppi. Helen, la terza sorella, è una scrittrice di successo che vive a Hollywood. La vediamo solo quando Joy la va a trovare e le chiede se conosce Joni Mitchell, «l’unica che potrebbe capirmi». Anche Helen è disperata: inutile chiederle «di Keanu», frequentare i famosi non fa bene… Il cuore emotivo del film è il rapporto fra Timmy e il padre Bill, che a un certo punto ricompare. Timmy è piccolo, ma si pone interrogativi grandi. Può perdonare il padre? O deve dimenticarlo? Un pedofilo è come un terrorista? Timmy (un prodigioso Dylan Riley Snyder) gira queste domande agli adulti con il tono di chi chiede che c’è per pranzo. Nel frattempo la sorellina, che viaggia a psicofarmaci, non mangia perchè ha paura che le carote soffrano quando le infilzi con la forchetta. Solondz ha una cognizione del dolore e un modo di rappresentarla con toni da commedia dell’assurdo che vanno dritti al cervello e al cuore. Questo seguito ideale di Happiness è un grande film.
Da L’Unità, 4 settembre 2009

Dieci anni dopo «Happiness», nessuno è guarito
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto

La felicità o la vita nel tempo della guerra, Life during wartime (concorso), ovvero i pericoli di una memoria senza limiti che impedisce di andare oltre, in un altro futuro. Todd Solondz, regista indipendente, oltraggioso e malinconico columnist politico dell’America, torna sui luoghi di Happiness (1998) dieci anni dopo, lì dove aveva lasciato i suoi orrori quotidiani dietro «little box», le casette a schiera color pastello cantate da Pete Seeger, e dove si annidano padri modello con il virus di Humbert Humbert. Il pedofilo padre psichiatra ha scontato gli anni di carcere ma non è guarito, nessuno lo è. La normalità è così marcia dentro da generare mostri su mostri, tutti belli in superficie, tutti dentro un alone di luce radiante, magnifico mondo da «graphic novel» inventato da Ed Lachman, direttore della fotografia di Lontano dal paradiso di Todd Haynes (ha lavorato con Altman, Demme, Soderberg). È come se i personaggi fossero avvolti in una plastica lucida, tonalità iperrealiste, riflessi di un vero falsificato. E ancora la superficie interessa il cinema di oggi, la sua «pelle», l’alta definizione chiamata Redcam, opera d’arte in digital imaging, non lontana dall’effetto Up. Un mondo dove parole e ricordi «perversi» affiorano. Ma cos’è che l’America non riesce a dimenticare? La guerra come assoluto «presente». «Perdoneresti i terroristi dell’11 settembre?», chiede la madre al figlio dodicenne, desideroso di dimenticare la «malattia» del padre. «Ma se avessero torturato e ucciso i tuoi cari, non faresti anche tu qualcosa di orribile?», risposta. Insomma, l’America deve dimenticare le Twin Towers e lo stesso devono fare i «terroristi». Forse, non a caso, Barack Obama ha bandito quell’aggettivo dal vocabolario presidenziale. L’indicazione è l’oblio di «qualcosa che ti ha fatto troppo male».
Dal New Jersey alla Florida si dispiega, dieci anni dopo, la famiglia Jordan che non ha imparato nulla da Happiness e cerca una vita regolare dopo lo shock del genitore che ha infangato le gioie domestiche come se non fosse proprio il «riformismo» (non ce ne voglia Tornatore) e il «buon senso» all’origine di tutti i mali. Ecco dunque la madre Trish (Allison Janney) innamorata di un tipo qualsiasi, non giovane, non ricco, non bello, Harvey (Michael Lerner) ma che scopa in un modo così «normale» da risultare sublime. Le altre virtù basic dell’uomo sono: ha votato Bush e McCain, crede nella ritorsione bellica e nella politica di Israele, dove si farà seppellire. È il nuovo papà ideale, che non tocca i bambini, ma li fa fuori a distanza.
Todd Solondz scopre la componente ebraica del suo mondo, ed è ferocemente contro l’arma della memoria come mandante di stragi. Più tabù del sesso «contro-natura», è la vittima che si fa carnefice. Tutto in questo universo sospeso tra realtà e immaginazione, come accade alla sorella di Trish, Joy (Shirley Henderson) che in apertura di film ci regala un duetto esilarante con il marito black Allen (Michael Williams) affetto da moleste alterazioni sessuali, insultato dalla cameriera per un quiproquo al tavolo del ristorante. Joy vede il fantasma dell’ex corteggiatore Andy (Paul Reubens, alias Pee-wee Herman, interprete ideale vista la sua eclisse a sfondo pedo-porno) che, respinto, si sparò un colpo alla testa. E che disincarnato cerca ancora di riconquistarla, ma anche dopo morto è così banale… Intrecci di sensi di colpa, piccole grandi cattiverie familiari, ragazzini che temono di diventare gay come sinonimo di pedofili, fissazioni, autismi, il repertorio della gente perbene, Solondz è micidiale nella sua ricognizione delle gabbie emozionali, dei suoi crimini ordinari.
Apparizione di Charlotte Rampling nella parte della mangia-uomini che riesce a stendere perfino il mangia-bambini… Magnifica anche Ally Sheedy (Wargames) l’attrice tronfia del suo successo a Hollywood, capace di devastare in cinque minuti la psiche fragile della sorella Joy. Il velo alla comunicazione è strappato, tutti pensano a voce alta, è il miracolo Solondz, un campionario umano da brividi della porta accanto.
Da Il Manifesto, 4 settembre 2009

Davide Turrini
Liberazione

Todd Solondz, invece, ritorna sul terreno svuotato dei sentimenti della famiglia Jordan. Undici anni fa toccò ad Happiness mostrare la vana ricerca della felicità da parte delle tre sorelle Jordan, dei loro attempati genitori trasferiti in Florida e del marito di una delle sorelle, quel Bill (padre di tre figli, stimato psicoanalista, improvvisamente scopertosi pedofilo) da cui si riparte in Life during wartime . In quello che all’apparenza potrebbe risultare un sequel (i personaggi ritornano con i loro caratteri peculiari ma vengono interpretati da attori diversi rispetto ad Happiness ), Solondz vuole ricostruire i rapporti tra familiari concentrandosi sul concetto di “perdono”. Life during wartime è film sul senso di colpa, sulla difficoltà di elaborare il proprio dolore dopo aver fatto male al prossimo («le persone non possono farci niente se sono dei mostri» è la battuta emblematica del film). In questo svetta Bill, appena uscito di prigione, alla ricerca dei figli per sapere se crescendo sono diventati pedofili quanto lui. E nonostante il roteare delle facce dei Jordan, nonostante i continui cenni freddamente sarcastici all’attualità politica (il perdono per i terroristi dell’11 settembre come superficiale dilemma filosofico; il voto non convinto per Bush e McCain inframezzato a informazioni qualsiasi della giornata), Life during… pone al suo centro l’incerto materializzarsi della figura paterna di cui ci si vergogna, impossibile da perdonare e dimenticare come se non fosse mai esistita.
Solondz gode un mondo a sguazzare di continuo nel suo tipico registro tragicomico, quasi intimo, ma non più così ermetico come negli ultimi Storytelling o Palindromi : «i miei personaggi hanno assoluta libertà espressiva senza voler simboleggiare qualcosa di più in quello spazio di vita che è il film: sono affezionato ai loro fallimenti; il loro pathos e la loro comicità mi commuovono».
Da Liberazione, 4 settembre 2009

E’ giunta l’era del perdono
Undici anni fa il New Jersey testimoniò l’amara demolizione della famiglia Jordan, folto gruppo di anime in pena alla ricerca di una felicità impossibile, le cui vite finirono inevitabilmente corrose dallo squallore dell’età contemporanea e della sua quotidianità. Todd Haynes le ritrasse in un film intitolato beffardamente Happiness – Felicità, e da allora i personaggi hanno cominciato a vivere di vita propria: i volti sono cambiati, come in un disperato tentativo di rimuovere il passato fin dal proprio corpo, così come il New Jersey si è cercato tenacemente di confinarlo nell’oblio. La vergogna e la disperazione come macchie da lavar via. Oggi Solondz riprende in mano le redini di quelle storie e le trasferisce in un altro sobborgo, tra le palme della Florida, in un ambiente che risplende di un’intensa luminosità e di colori accesi che vanno ad infiammare la resa dei conti di quelle figure col proprio passato.
Insieme al suo predecessore, Life During Wartime è un’opera che si consegna al cinema come vero e proprio patrimonio, perché racconta i nostri tempi e lo fa nel solo stile possibile, quello di una brillante, intelligente black comedy che sostituisce alla cattiveria del passato un’inedita audacia che spinge i protagonisti verso il superamento di ciò che stato, verso un cambiamento che dopo il dolore è forse oggi divenuto possibile. E il punto di partenza non può che essere il confronto col padre: la distanza che si cerca di ricucire tra il pedofilo appena uscito di galera e i suoi figli, in quella disperata ricerca di un motivo che giustifichi il perdono, è senza dubbio l’intuizione più illuminante e commovente di un film che non perde mai mordente nei dialoghi, ancora significativi e ricchi di quell’umorismo nero proprio solo dei geni come Todd Solondz. Nel cinema corale artico del regista del New Jersey lo scontro tra diverse generazioni è una tappa obbligata e qui diventa il cuore dell’opera: il ragazzino vuole capire dove ha sbagliato il padre perché ha bisogno di perdonarlo; e questi ha bisogno di assicurarsi che il figlio più grande non sia diventato un mostro come lui, l’unica possibilità per perdonarsi.
Morte, oblio, perdono, questi i temi principali di Life During Wartime, ricamati sullo schermo in maniera elegante, apparentemente glaciale, mai urlata, riuscendo così ad annodare una smorfia di amarezza ad ogni sorriso strappato dall’originalità di dialoghi e situazioni. Grazie anche alle potenzialità di quel meraviglioso giocattolo che è la camera RED, Solondz può schiudere la sua regia, far parlare gli ambienti continuando ad avvolgere i personaggi, e può permettersi di aprire parentesi visionarie nelle quali si torna a fare i conti col dolore del passato: dimenticare, ricominciare a ricordare, perdonare. Le lacrime che continuano a scorrere sul volto di Joy hanno bisogno ora di trovare sollievo e l’unico modo per asciugarle è un confronto sempre aperto coi propri fantasmi. Solondz universalizza il suo discorso, superando i limiti identitari dei personaggi interpretati ora da attori diversi, perché ciò di cui parla sono quelle cose con le quali tutti noi siamo costretti a confrontarci. Ancora una potente riflessione sui nostri tempi da parte di Solondz, che resta spietato ma trasuda anche una necessaria dolcezza. E’ anche grazie a simili opere che siamo in grado di conoscere meglio noi stessi.
Massimo Borriello, da “movieplayer.it”

Applaudito dalla critica e vincitore del premio come Miglior Sceneggiatura alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia, “Perdona e Dimentica” (“Life During Wartime”), nuovo film del cineasta ebreo-americano Todd Solondz, si appresta al suo debutto internazionale tracciando un ritratto dissacrante della media-borghesia americana post-11 settembre. Dopo dodici anni da “Happiness”, suo precedente lavoro, il regista ci ripropone in una falsa sequel le stesse maschere umane, ma con volti e circostanze del tutto diverse. Sullo sfondo della luminosa e commerciale Florida tre sorelle ebree perseguono con dolore la loro battaglia di vita: Joy (Shirley Henderson), yuppie e vegetariana, è in crisi con suo marito, inguaribile pervertito, e fa i conti con il fantasma dell’ ex-fidanzato morto suicida; Trish (Allison Janney), moglie di Bill, in carcere per pedofilia, e madre di tre figli, tra cui il riflessivo Timmy, cerca di rifarsi una vita; Helen (Ally Sheedy), scrittrice nevrotica, è vittima del suo stesso successo. Lo stesso Bill, uscito di prigione, è costretto ad affrontare il suo passato in piena solitudine incontrando in un bar una bellissima donna di classe, cinica e sola, interpretata da una magnifica Charlotte Rampling. In una commedia black, dal crudele umorismo, le tematiche più angoscianti, che sconvolgono la nostra vita (pedofilia, terrorismo, sessuomania), sono trattate in modo penetrate ed intelligente tramite i concetti filosofici del dimenticare e perdonare, fili conduttori sui cui il piccolo Timmy, fin troppo saggio per la sua età, si trova spesso a riflettere: forse i terroristi dell’11 settembre avevano “le loro buone ragioni”; è meglio perdonare e dimenticare, o semplicemente dimenticare ed andare avanti, o perdonare ma non dimenticare mai? E ancora: opinioni su Israele, l’America pre-Obama, Bush, Mc Cain, il Vietnam, i rapporti familiari sono espresse a partire da toni ed atteggiamenti seriosi che inaspettatamente sfociano in dialoghi surreali ed assurdi. La mancata azione, la lentezza del ritmo e la piattezza delle inquadrature sono compensati dalla forza dei ragionamenti cinicamente ironici che suscitano un sorriso amaro su quella che è sfortunatamente la realtà. Una sapiente mescolanza tra tragicità spietata e comicità esilarante costituisce così la vera originalità di una sceneggiatura scritta dal già noto genio indipendente e controcorrente dello stesso regista, che con questa pellicola, matura nel suo personalissimo stile, giunge all’apoteosi del suo cinema.
Elisa Cuozzo, da “ecodelcinema.com”

A più di 10 anni dal sorprendente Happiness, che fece scalpore in tutti gli States e portò alla ribalta il regista indipendente Todd Solondz ( che comunque aveva vinto già nel 1996 il Sundance Film Festival con Fuga dalla scuola media ), ritorna con un film spiazzante, divertente ma spietato, artistico come pochi ormai sono in grado di realizzare.
Questo è Perdona e Dimentica – Life During Wartime, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura all’ultimo Festival di Venezia, dove Solondz racconta le vicende dei componenti di una famiglia americana, dietro cui si nascondono impensabili segreti e imbarazzanti perversioni come casi di pedofilia, depressione e solitudine. Il tutto condito da dialoghi brillanti ( tradotti egregiamente da Moni Ovadia ) e da scenografie ricercatissime ( alcune scene ricordano da vicino i quadri di Hopper con forme geometriche e architetture ben delineate ) dove i personaggi si muovono quasi sopraffatti dagli ambienti che li circondano.

Il fulcro del film ruota intorno alla domanda, semplice ma di impossibile risposta, se sia sempre giusto perdonare e dimenticare ( si possono perdonare i pedofili, i terroristi ecc? ), oppure è meglio non perdonare e non dimenticare.
Ed il perdono, inteso come liberazione dal passato, è il proposito di quasi tutti i personaggi della pellicola.
Le tre sorelle protagoniste hanno ognuna degli “scheletri” nell’armadio da cui vorrebbero fuggire o che vorrebbero dimenticare: Trish un marito pedofilo ( in cerca di redenzione dal figlio maggiore ), Joy un marito non proprio guarito da un perverso disturbo, Helen vittima di una vita di successo. Ed inoltre altri personaggi “disturbati” che completano il quadro di questa bizzarra commedia dai toni forti e dissacranti, con uno humor mai banale ma pungente ed intelligente.
Tutti alla caccia di un futuro lontano dal passato.
Una faticosa, ardua e gravosa ricerca del Perdono, anche da parte di sè stessi, una ricerca della convinzione che si può sempre essere in tempo per rimediare, anche se in parte, una ricerca di una qualche motivazione che possa comprovare la richiesta di perdono.
Solondz ci accompagna in questo viaggio con l’ausilio della tecnologia di ultima generazione della camera Red, una tecnica che permette di usufruire di un’altissima risoluzione delle immagini più di molte altre tecnologie sempre in HD.
E lo fa realizzando una serie di quadri, quasi come fossero scenografie teatrali, con colori lucenti e vivissimi, con linee nette, spezzate, come le vite dei protagonisti che si alternano perfettamente davanti agli occhi dello spettatore, ricordando una visione d’insieme ed una coralità marchio di fabbrica del maestro Altman.
Mauro Missimi, da “cinemalia.it”

Miglior sceneggiatura alla 66° Mostra del Cinema di Venezia, Perdona e Dimentica di Todd Solondz non delude affatto questo risultato. Proseguendo un discorso iniziato nel 1998 con Happiness tramite cui lanciava con una sconvolgente delicatezza, torbide provocazioni sulla natura umana, anche qui, già dalla prima scena veniamo catapultati in un grottesco, spiazzante universo in cui alla risata si unisce un sudore freddo. Sensazioni stridenti che pochi film riescono a provocare. Alla fine ci si chiede a quale riferimento possa far capo questa storia, quali analogie con altri autori, quale genere. Probabilmente American Beauty di Sam Mendes, oppure torna alla mente un certo gusto Coheniano alleggerito però, dell’elemento splutter di omicidi e sangue.
Siamo negli Stati Uniti: Florida, New Jersey, Los Angeles. Entriamo capillarmente, attraverso le vite di tre sorelle, nelle conseguenze devastanti di un’ umanità confusa e spietata, frughiamo tra gli “scarichi” della società contemporanea occidentale dominante. Joy (Shirley Henderson) lavora come educatrice in carcere. E’ sposata con Allen (Michael Kenneth Williams), un ex detenuto che nonostante un grande sforzo per redimersi, non ha però superato un “problemino”: è in maniera incorreggibile un pervertito! Allora Joy decide di partire, di far visita alle sue sorelle, per riflettere, evadere. Ritroviamo Trish (Allison Janney), una donna alle prese con tre figli e un passato da dimenticare: l’ex marito Bill (Ciaràn Hinds) è in carcere per il reato di pedofilia, ma la versione ufficiale, soprattutto per i suoi due figli più piccoli, è che sia morto. Sembra però che frequentando Harvey(Michael Lerner), la vita per Trish possa tornare ad essere normale, si possa ricominciare. Tuttavia il passato riaffiorerà, perché l’operazione del dimenticare può perdona-e-dimenticaavvenire solo dopo un lungo processo di elaborazione e consapevolezza di ciò che è accaduto. Infatti confrontarsi con Trish, per Joy non sarà soddisfacente, troppo sbrigativo e inverosimile quell’entusiasmo di una rinascita. Helen (Ally Sheedy) invece è ad Hollywood, scrittrice di successo, si crogiola nell’idea di essere diversa, incompresa, tutta racchiusa in un talento che è infondo affascinante ritenere una condanna e che la lascia in fine, nella solitudine. Dunque, nessuna suggestione che possa sul serio spingere Joy a cambiare la sua vecchia vita, perseguitata da sensi di colpa materializzati in allucinazioni, arriverà troppo tardi a capire di non voler mutare il suo modo di essere.
Rispettando il principio secondo cui il comico è interamente retto dalla tragedia, come teorizzava Bergson, Solondz riesce a rappresentare tematiche serissime e delicate unite in una ironia nera, coinvolgendo in maniera geniale l’aspetto dell’infanzia ed il passaggio all’età adulta e l’età adulta stessa come un continuo processo di cicatrizzazione della ferita di se stessi. Cicatrizzazione tutta incentrata sui processi cruciali di perdono e dimenticanza.
Giulia Di Stefano, da “doppioschermo.it”

A undici anni da Happiness, Todd Solondz torna a raccontarci i personaggi di quel film e ci mostra come in questo periodo siano cambiati, cresciuti, invecchiati, maturati eppure siano anche rimasti sostanzialmente uguali a loro stessi. Un discorso simile lo si potrebbe fare anche relativamente allo stesso regista: che era e rimane uno spietato narratore delle umane meschinità e dei dolori, un cinico e tagliente dissezionatore della nostra società, che agisce con precisione ed asetticità chirurgiche mentre utilizza il suo affilatissimo bisturi con l’accenno di un ghigno sulle labbra. Ma che rispetto ad un decennio fa ha anche modificato il suo rapporto con Joy, Trish, Ellen, Allen, Bill e tutti gli altri protagonisti di Happiness allora e di Perdona e dimentica oggi.

Pur non risparmiandogli (e risparmiandosi, e risparmiandoci) un grammo della sua vitale cattiveria, Solondz tradisce in questo film affetto e partecipazione per le loro vicende e le loro sofferenze, in maniera ben più evidente che nel suo passato. Un atteggiamento, questo, che è direttamente e al tempo stesso causa e conseguenza del differente approccio alla materia raccontata: se Happiness era tutto teso ad un ritratto spietato della middle-class, delle sue deviazioni e perversioni, dell’oscuro che si annida sotto la patina edulcorata della superficie e ne esaminava le dinamiche di espressione e repressione nel “qui e ora”, Perdona e dimentica racconta di crisi ancor più profonde e spaventose, quelle relative alla mancanza di veri e forti punti di riferimento in un mondo caotico ed imprevedibile ed ancora di più quelle riguardanti il rapporto del singolo con i traumi e le ombre nel passato, delle modalità di metabolizzazione e superamento della memoria.

Non nasconde a nessuno, Solondz, che sia questo il vero tema del suo film, raccontato soprattutto attraverso il dilemma etico e umano rappresentato dal perdono: un perdono (im)possibile e necessario, un perdono che è costretto, obbligato, a superare i confini della morale comune perché indispensabile alla (ri)costruzione dell’affetto e dell’amore per sé stessi, per gli altri. Per il mondo. Con Perdona e dimentica, quindi, non solo Todd Solondz si conferma regista di classe, sceneggiatore e autore di dialoghi intelligenti e taglienti, ma soprattutto mostra ancora una volta come sia una sorta di entomologo della società e dell’umana natura cinico e distaccato quanto serve, ma in realtà sensibile, attento e positivamente problematico.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

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