Niente paura

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La Costituzione, gli immigrati, i temi etici, il terrorismo, la Stazione di Bologna, la mafia, l’irruzione alla scuola Diaz, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la nazionale di calcio, l’importanza della cultura, la necessità di partecipare… Ah, e le canzoni di Luciano Ligabue…
Meglio partire da una premessa: Niente paura non è un vero e proprio documentario, sebbene vada iscritto in questa categoria. Il materiale trattato o anche solo citato nel film di Piergiorgio Gay basterebbe a riempire decine di film diversi di durata anche superiore, ma nessuno di essi viene sviscerato fino in fondo come meriterebbe. Qui siamo piuttosto dalle parti del film a tesi, quasi propagandistico, che cerca più di far riflettere sulla realtà da un certo punto di vista, prima ancora di raccontare la realtà stessa. Forse la lettura che più di tutte può dominare il calderone di eventi, fatti, cose, persone è quella della memoria, intesa non in senso tradizionalmente cinematografico, quanto della sua mancanza nelle generazioni più recenti, a cui il film sembra indirizzato. Memoria che deve lottare contro l’indifferenza, l’individualismo sfrenato a danno del prossimo e in generale tutti i problemi che affliggono l’Italia contemporanea e senza una significativa reazione popolare continueranno a farlo.
Questo il messaggio di fondo, che torna a galla incessantemente attraverso le numerose dichiarazioni di personaggi storici, intellettuali, persone qualsiasi ed artisti, fra cui ovviamente Luciano Ligabue assume un peso superiore agli altri, assurgendo al ruolo di autentica voce narrante del viaggio avanti e indietro fra gli eventi. Se le interviste sono per la maggior parte interessanti ma non fondamentali (emozionante quella a Beppino Englaro, dimenticabili quelle ad alcuni ragazzi e a Fabio Volo, ma non è l’unico), è innegabile che la successione degli eventi selezionati abbia una buona forza emotiva e intellettuale. Per quel che riguarda l’inserimento di quella decina di canzoni di Ligabue, le versioni acustiche e gli spezzoni dei concerti non aggiungono molto che possa interessare i fan.
In definitiva, un film non troppo brillante ma necessario nel periodo storico che stiamo attraversando, che risulterà appetibile per le giovani generazioni grazie alla presenza di un cantautore nazionalpopolare. Chissà che forse gli spettatori non imparino qualcosa anche su di una Storia che sta andando dimenticata, quella di Pertini, della lotta alla mafia, dell’irruzione alla Diaz, di tantissime cose, ma soprattutto della Costituzione.
Enrico Sacchi, da “cinefile.biz”

“Niente Paura”. Tutti, in tempo di crisi, sia essa personale, sociale o economica, abbiamo sperato di sentircelo dire. Come tutte le frasi, tuttavia, assume una diversa colorazione se a pronunciarla è la voce un po’ ruvida, graffiata e sicuramente non intonata di uno dei cantanti più famosi d’Italia. Magicamente le parole che erano state ignorate dalla gente, quella che è convinta che “i politici si faccian solo i fatti loro”, assumono un valore nuovo, inaspettatamente autorevole. Nel documentario di Piergiorgio Gay, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia lo scorso 5 settembre, viene riportata senza mezzi termini la domanda. “Ma non è assurdo che sia un cantante a dirci che non dobbiamo aver paura?”.
Mentre guardavo il film, un documentario che raccoglie le testimonianze di innumerevoli volti noti e diversi sconosciuti, di ogni età ma di un simile stampo, la domanda ha contagiato anche me. Sì, lo è, mi sono risposta. E’ assurdo che serva un lavoro di questo tipo per spiegare ad una generazione, la mia, eventi come la strage di Bologna del 1980, l’importanza di un testamento biologico, chi fossero Falcone e Borsellino. E’ assurdo che non si conosca la costituzione ma si sappiano a memoria i vincitori delle ultime sei edizioni di “Amici”, è drammaticamente, dolorosamente reale che non esista un senso di appartenenza all’Italia. Mondiali esclusi, ovviamente.
Mentre le interviste di Margherita Hack si mescolavano a quelle di Paolo Rossi, passando per Don Ciotti e Umberto Veronesi, fino ad arrivare a Javier Zanetti e alle voci di ragazzi della mia età, ho avuto tuttavia la sensazione che l’obiettivo del regista fosse stato perfettamente centrato. Cullata dalle canzoni del Liga, tutte uguali tra loro ma con spunti di riflessione a volte inaspettati, ho capito che la musica pop, che così si chiama perché è popolare, aveva saputo trasformarsi in un potentissimo mezzo di comunicazione, capace di arrivare alle orecchie di quello che Paolo Rossi ha definito “pubblico”, nel vago tentativo di trasmettere un messaggio. Di farlo ritornare “popolo”.
“Niente paura” sembra quindi la risposta a tutto quel che si vede nel documentario. Ai dubbi sul futuro, alla presenza della mafia, alla sensazione di malessere e di sconforto che assale chi è giovane tanto quanto chi è in crisi. Indipendentemente dai gusti musicali, una valida indagine storica sull’Italia degli ultimi trent’anni, comprensibile e adatta soprattutto ai più giovani, a cui il messaggio principale è diretto. Niente paura.
Stefania Cava per PaperStreet.it

Luciano Ligabue. La sua musica, le sue canzoni, i suoi concerti e le sue riflessioni utilizzati come tela su cui tessere l’ordito di una riflessione sull’Italia in un documentario tanto inusuale quanto efficace. A partire dall’entusiasmo che le sue canzoni suscitano in un pubblico fondamentalmente giovane, Ligabue e Gay compiono un percorso che si fa didattico nel senso più nobile del termine. “Auguro la buonanotte”, dice il cantante alla fine di un concerto, “a tutti quelli che vivono in questo Paese ma che non si sentono in affitto, perché questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa”. Questo è l’unico riferimento diretto al clima politico attuale perché Gay riesce a sfuggire alla trappola della polemica contemporanea e nessuno di quanti intervengono nomina mai un politico in servizio, né di destra di sinistra.
Perché Niente paura non vuole essere un pamphlet usa e getta ma qualcosa di più e di meglio. Vuole provocare una riflessione sui principi fondamentali del nostro vivere civile, sul perché alcuni di essi si siano dissolti e sul perché comunque non debbano prevalere né lo scoramento né, ancor peggio, l’indifferenza. Rivedere Falcone, sentire Pertini oppure, nel presente, ascoltare la figlia di Guido Rossa che ha chiesto (dopo 30 anni di detenzione) che venisse concessa la libertà vigilata all’assassino di suo padre perché lo riteneva un dovere civile nei confronti di un uomo veramente cambiato è importante. Lo è ancor di più perché ci vengono anche ricordati gli articoli di una Costituzione che qualcuno vorrebbe non tanto ‘riformare’ quanto piuttosto cancellare e riscrivere a proprio piacimento.
Ligabue è consapevole del suo ruolo e non ha alcuna tentazione ‘grillesca’ (anzi, a un certo punto, una delle intervistate afferma che se deve essere un cantante a ricordarci certi elementi basilari allora l’Italia non è messa bene). Ma le sue canzoni, che si rivelano ‘politiche’ proprio perché parlano d’amore, di quotidianità, di vita insomma si fondono bene con le dichiarazioni di Beppino Englaro, di Margherita Hack, di Fabio Volo, di Don Luigi Ciotti e di moltissimi altri, famosi o no. Come la diciottenne di origine albanese che, in un perfetto italiano, esprime il suo amore ma anche le sue perplessità nei confronti di un’Italia sempre più difficile da comprendere. Un’Italia perfettamente sintetizzata da Paolo Rossi che vorrebbe istituire una sorta di Polizia che oltre ai documenti dovrebbe chiederti se conosci una poesia di Leopardi o se hai letto (e fino a che punto) “I promessi sposi”. Perché in un Paese in cui “tutti vogliono viaggiare in prima, tutti quanti con il drink in mano” chiedendosi, ma senza troppo impegno, “fuori come va” è ora di tornare a guardare quel ‘fuori’ non dimenticando il passato e la cultura che sta alla base di questa società. Soprattutto se si è giovani.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Non è tempo per noi?

Niente paura è un film documentario sull’identità nazionale non razzista, non regionalista, nell’epoca delle “passioni spente”, nell’epoca della crisi radicale della politica, in senso lato. Il film racconta – in modo non ideologico, non didascalico, non “a riassunto”, ma attraverso le storie personali (ma che assumono significato e valore collettivo) di uomini e donne comuni, di persone conosciute e dello stesso Ligabue – colonna sonora del film e “narratore per eccellenza” – come siamo e come eravamo, in realtà da dove veniamo (fine anni Settanta, primi anni Ottanta, quando si opera una svolta sia nelle istituzioni che nel costume) e quale Paese siamo diventati oggi. (sinossi)

Onde evitare equivoci c’è subito da precisare che non è Ligabue il protagonista assoluto – come una lettura distratta del titolo completo potrebbe far credere – del documentario che porta il nome di una delle recenti hit del rocker di Correggio, ovvero Niente paura. In realtà al centro del bel lavoro diretto da Piergiorgio Gay c’è una serie di istanze un tantino più vaste, cioè una riproposizione analitica di fatti di cronaca e personaggi che hanno contribuito a scrivere gli ultimi trent’anni di Storia del nostro paese. Mentre le canzoni più significative del Liga fanno ottimamente, non solo da ovvia colonna sonora, ma pure da ideale collegamento tra eventi cronologicamente mescolati dagli sceneggiatori (lo stesso Gay assieme a Piergiorgio Peterlini) in modo solo apparentemente casuale.
Tuttavia l’idea vincente di Niente paura riguarda soprattutto la scelta di prendere, come testimoni sui generis di un racconto che ci tocca tutti molto da vicino, non solo personaggio noti come tra gli altri Carlo Verdone, Fabio Volo, Margherita Hack, Giovanni Soldini o Umberto Veronesi, ma pure giovani che raccontano a cuore aperto le rispettive aspettative, commentando sotto una luce del tutto nuova per chi li ha vissuti episodi storici di cui loro hanno solo sentito parlare causa banalissimi motivi di “anagrafe”. In questo modo Niente paura evita brillantemente le trappole del film a tesi, magari proteso a dimostrare quanto nel nostro amato Belpaese tutto scorra per non cambiare mai. Anzi al contrario illustra al meglio, seguendo un percorso autenticamente conoscitivo, come il processo degenerativo del nostro tessuto connetivo sociale sia arrivato ormai ad un punto limite, essendosi trasformato – secondo la felicissima definizione operata da Paolo Rossi (non l’ex calciatore, ovviamente) – con lo scorrere del tempo politico e televisivo da “popolo a audience”, con tutte le Niente_paura_testoconseguenze negative del caso immaginabili. Ed è anche per tale motivo che il documentario si apre, dopo qualche nota introduttiva da un concerto live del Liga, con la lettura da parte dello stesso dei primi articoli della nostra Costituzione, da ultimo soggetta ad attacchi sempre più invasivi da parte di coloro che la leggono come un residuo di antiquariato di un’epoca da cancellare al più presto per mere questioni di interesse.
Niente paura diviene così spontaneamente anche un prezioso documento visivo sulla determinante importanza della memoria, strumento indispensabile alla crescita di una coscienza civile costantemente in declino poiché manipolata da innumerevoli messaggi centrifughi. Impossibile non sentirsi profondamente coinvolti da questo blob non privo di una visibile “colonna vertebrale” che ci riporta con le immagini alle stragi di Capaci e via D’Amelio, alla comparazione delle due vittorie della nazionale di calcio ai Campionati del Mondo (1982 e 2006) e sulla chiave di lettura che è possibile dare all’unico evento, oggigiorno, capace di far rinascere una parvenza di sentimento patriottico in un paese dove si è troppo a lungo soffiato sul fuoco del razzismo e dell’intolleranza (sullo schermo scorrono le immagini dei disordini di Rosarno) per facili motivi di opportunismo politico. Grazie a Niente paura ci si emoziona non tanto nel rivivere immagini ben cristallizzate nel ricordo di chi c’era, ma principalmente nel rileggerle alla luce di una contemporaneità in cui il senso di assuefazione ha di fatto eliminato qualsiasi possibilità di indignarsi di fronte a problemi di estrema gravità. Tutto perduto, allora? No, almeno finché ci saranno nuove generazioni in grado di ascoltare cosa c’è oltre la “musica” suonata e amplificata ogni giorno dalla grancassa massmediologica di chi preme per la classica soluzione finale della cosiddetta “tabula rasa”.
Nonostante una certa tendenza, relativamente alla parte prefinale, al sermone da parte di qualche intervistato illustre, un elogio incondizionato alla regia appassionata e partecipe di Piergiorgio Gay e, a maggior ragione, a Luciano Ligabue, uno che – piacciano o meno le sue canzoni – non ha mai esitato a mettere volto e musica per cercare di dire ad alta voce le cose in cui fermamente crede.
Certo è che se fossimo un altro paese un’opera come Niente paura sarebbe immediatamente fatta propria dallo Stato (inteso come entità deputata all’interesse di ogni cittadino), che dovrebbe organizzare continue proiezioni gratuite nelle scuole e non solo proprio allo scopo di tenere in vita la fiammella di un passato che si sta sempre più inevitabilmente allontanando spinto via da un presente anonimo e senza stimoli. Scommettiamo che non accadrà?
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

E’ possibile raccontare un musicista italiano, le sue canzoni, il suo pubblico e nello stesso tempo ripercorrere gli ultimi trent’anni della storia d’Italia? Non serve pensare a nomi come quelli di Fabrizio de André o di altri cantautori esplicitamente votati alla politica, anche un rocker nazionale popolare come Luciano Ligabue può diventare un metro per poter raccontare la società del nostro paese. Come è e come vorrebbe o dovrebbe essere.
Probabilmente è questa la domanda da cui è nata l’idea di Piergiorgio Gay di analizzare la musica popolare di Ligabue per dare uno spaccato della realtà italiana. Chi frequenta gli stadi e i teatri dove ha suonato il Liga sa bene che i riferimenti alla vita politica del nostro paese nelle sue performance sono evidenti e sottolineate, non solo dai testi delle sue canzoni, ma anche dalle proiezioni che le accompagnano. Quando iniziano le note della canzone Non è tempo per noi, sullo schermo alle spalle della band inizia a scorrere il testo della Costituzione Italiana. Eccola, la vera protagonista del film, quella carta che qualcuno vorrebbe modificare ma che in tanti farebbero di tutto per mantenere così come è stata scritta.
Presto il volto di Luciano Ligabue lascia spazio a tanti visi noti del mondo della cultura, dello sport, della politica e dell’arte in Italia, da Margherita Hack a Fabio Volo, da Javier Zanetti a Umberto Veronesi, da Beppino Englaro a Carlo Verdone, ma anche tante facce di persone qualsiasi, studenti, commesse, ricercatori universitari che hanno anche loro qualcosa da dire con pari dignità dei loro illustri colleghi.
Ogni voce legge e spiega un punto della Costituzione Italiana, con modi pacati e mai urlati vengono prese posizioni politiche evidenti ma che non possono certo essere accusare di violenza verbale come spesso accade nel panorama italiano. Nessuna accusa di fare male il proprio lavoro, nessuno appella il proprio rivale politico con epiteti da talk show televisivo. Il punto di vista espresso è evidentemente riconducibile ad un’idea di “sinistra” ma difficilmente non può essere condiviso da chi si schiera sull’altro fronte. Il concetto di base è legato all’utopica (purtroppo) società che si potrebbe creare applicando alla regola i punti della Costituzione, un miraggio di una società come chiunque dovrebbe volerla.
La frase di John F. Kennedy “Non chiedere cosa poi fare per e, chiedi cosa puoi fare per il tuo paese” sembra diventare un mantra che risuona continuo nel sottofondo del film. Gay e Ligabue sono alla ricerca di quell’identità nazionale che si dimostri non razzista, non regionalista e spinta da un sano ideologismo.
Niente paura è un documentario atipico, non vuole dimostrare nulla ma spinge a pensare a confrontarsi con la società, anche attraverso la musica di Luciano Ligabue, che non a caso chiude i suoi concerti con la canzone Buonanotte all’Italia con un video che mostra i volti delle grandi persone che hanno fatto molto per il nostro paese, ricordando che l’Italia è di chi la abita e non di chi lo governa.
Carlo Prevosti, da “cineblog.it”

“Leggere semplicemente i principi fondamentali della Costituzione, oggi come oggi, crea imbarazzo, perché hai la sensazione che quegli articoli, che sono pieni di buon senso, adesso invece che essere una carta dei diritti e dei doveri, sono una specie di manifesto dell’utopia.”
Questo il pensiero di Luciano Ligabue, celebre rocker italiano sulle cui note hanno ballato, cantato e sognato milioni di italiani. I suoi testi, spesso intrisi di malinconia e saggezza pratica da vita vissuta, hanno affrontato anche temi sociali, e durante le sue performance è noto per i messaggi che porta avanti e che vuole condividere col suo variegato pubblico. Nel corso dei suoi concerti, quando canta Buonanotte all’Italia, vengono proiettati alle sue spalle i visi delle persone che si sono impegnate per il nostro Paese; mentre sulle note de Non è tempo per noi scorrono sugli schermi gli articoli della Costituzione Italiana.
E proprio di Italia e di Costituzione si parla in Niente paura, originale docu-film del regista Piergiorgio Gay, attivo fra cinema, tv, teatro e pubblicità che con questa pellicola intenta la difficile impresa di scuotere e far pensare il pubblico italiano, anche grazie all’apporto musicale del cantante emiliano e alle testimonianze di personaggi noti e gente della strada, ugualmente importanti nell’ottica del regista.

La canzone come urlo liberatorio opposto al silenzio di chi dorme in piedi

“Con l’avvento della tv in Italia c’è stata la trasformazione del popolo in pubblico, e il pubblico è un tifoso. Non è molto preparato, soprattutto sui problemi che poi lo riguardano, e semplicemente il popolo-pubblico ormai vota da casa, applaude, si indigna e poi va a dormire.” (Paolo Rossi)
“In questo momento credo che non sia stonato dire, anche se a qualcuno può disturbare, che bisogna parlare di resistenza, perché la resistenza ha la stessa radice latina di ‘esistere’, vuol dire esserci, vuol dire fare, vuol dire mettersi in gioco.” (Don Luigi Ciotti)
“’L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro’…e cos’è il lavoro? Il lavoro è il contrario del privilegio.” (Stefano Rodotà)
“Mi indigna molto l’assenza di dignità. Mio padre, sul letto di morte, disse «Io ti chiedo di diventare un uomo onesto, non ricco o famoso, ma un uomo ricco di dignità».” (Carlo Verdone)
“Quella di oggi è un’Italia particolarmente incivile, in cui non c’è più una discussione razionale fra chi la pensa in maniera diversa. Bisognerebbe ribellarsi allo stato di degrado della società italiana, ma come fare a portare avanti una rivoluzione, ma chi la fa se tutti sono addormentati, se tutti vivono nel loro piccolo benessere?” (Margherita Hack)

Il film, partendo dalle esperienze, umane e professionali, di Ligabue, ripercorre alcune delle vicende che più hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi trent’anni. Lo fa attraverso la musica del rocker di Correggio, colonna sonora “celebrativa” di tanti momenti dell’italiano comune (nel cui immaginario sono ormai entrate a forza le note di Certe notti e tanti altri suoi successi), al quale solo la dimensione della festa collettiva -musicale o sportiva che sia- da’ oramai il senso di patriottismo e comunanza. Ma il film si muove agile anche fra i tanti materiali d’archivio proposti (si va dai vecchi telegiornali fino ai video caricati su Youtube) e le tante testimonianze a corredo, in egual misura ripartita fra personalità dello sport, dello spettacolo e dell’intelligenzia italiana, e “semplici” lavoratori e studenti italiani di nascita o d’adozione. Tra una canzone, un filmato di repertorio e molte opinioni interessanti, vediamo scorrere, per tutti i suoi ottantacinque minuti di durata, pezzetti di storia della recente Italia, paese da amare per le sue ricchezze ma soprattutto per i suoi mille difetti che andrebbero, per l’appunto, messi a posto con tanto amore e voglia di fare.
Dall’ecologia all’integrazione sociale e razziale, dai diritti civili a quelli sul lavoro, dal terrorismo allo strapotere dei moderni mezzi di comunicazione: il film è una sorta di lente magica intenta a far ricordare, reagire, pensare, il suo pubblico.
Disilluso e speranzoso come le canzoni del Liga
Niente paura – recensione – Cinema L’intento di Gay, da questo punto di vista, è mirabile. Così come tutto il lavoro di stesura del progetto, di ricerca delle fonti, di effettivo collage dell’opera.
In un periodo in cui cinema e musica sono visti dal pubblico soprattutto in funzione dell’intrattenimento, e chi dovrebbe fornire contenuti educativi e formativi langue, tra l’obsoleto e il finto autoriale, opere che sfruttano veicoli sociali di sicuro impatto come la musica popolare per smuovere le coscienze sono assolutamente da promuovere.
Il problema, però, è che in questo caso il risultato non è pienamente convincente, nonostante le premesse. Mentre il ritmo del documentario è piacevole, non altrettanto può dirsi l’alternarsi frequente di voci, suoni e immagini spesso così diversi da loro. Alcuni documenti sono poco fruibili e/o comprendibili, per qualità intrinseca o per scelta di montaggio, rendendo quasi fastidiosi alcuni momenti. Il passare senza soluzione di continuità da un argomento all’altro, poi, genera confusione senza che si sia raggiunto contributo didascalico sufficiente a ritenere “immagazzinato” l’argomento, spesso trattato con argomentazioni interessanti ma incomplete e palesemente di parte. Anche se ben mascherato, il punto di vista secondo cui vengono presentati i vari argomenti infatti è raramente obiettivo, presentando (e facendosene quasi vanto) il punto di vista degli intervistati come qualcosa di più che degno di nota, soprattutto se a parlare sono personaggi di un certo livello sociale o popolare. Oltretutto, Gay parte dal presupposto che chi guarda già conosca quello di cui si parla, non fornendo spiegazioni o “riassunti” di sorta. Scelta personale e cosciente per essere più sciolti e veloci, che tuttavia si paga: se gli eventi del G8 di Genova sono ancora abbastanza vicini nella memoria collettiva, fatti avvenuti venti, trent’anni fa che non sempre sono ricordati o conosciuti neanche dai trentenni di oggi possono apparire alle nuove generazioni, a cui dovrebbe essere rivolta maggiormente l’opera, come astrusi e lontani, e il film perde di mordente lasciando lo spettatore crogiolarsi nei suoi punti interrogativi, in cerca di un appiglio. E, purtroppo, già sappiamo che molti ragazzi, usciti dalla sala e tornati a casa, non cercheranno maggiori informazioni sulla tragica strage di Bologna ma andranno su youtube alla ricerca dei video e della musica di Ligabue, che in un certo qual modo non è protagonista come ci si potrebbe aspettare. Durante tutto il film, infatti, appena una decina sono le canzoni in qualche modo accennate, ma in realtà appena tre/quattro hanno un reale significato nell’economia del film, essendo spesso reiterate senza poi troppo nesso logico col contesto.
Ottima l’idea, un po’ meno la realizzazione. Niente paura si rivela invero un’opera parzialmente inconcludente, nonostante non manchi di spunti di grande interesse civico e storico.
Tecnicamente il prodotto è figlio di uno stile frammentario e televisivo che male si sposa col grande schermo, in virtù poi di un montaggio non all’altezza della situazione e dei contributi da mixare.
L’intento formativo/informativo non è quindi pienamente riuscito, ma l’operazione di scuotimento delle coscienze è comunque lodevole. E sicuramente è un’ottima base para-scolastica di riscoperta, discussione e confronto sui temi più caldi del vivere civile delle ultime decadi del “Belpaese”.
Marco Lucio Papaleo, da “everyeye.it”

“Niente paura: Come eravamo, come siamo e le canzoni di Ligabue” è un film documentario di Piergiorgio Gay.
Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, il film ha riscosso molti pareri favorevoli. Va a ripercorrere, attraverso le canzoni del cantautore emiliano Luciano Ligabue, gli ultimi 30 anni del nostro Paese, mostrando come sia cambiato tramite la ricostruzione dei grandi eventi storici come la strage della stazione di Bologna e l’attentato a Falcone e Borsellino.
Attraverso la testimonianza di personaggi dello spettacolo come l’attore romano Carlo Verdone o il comico Paolo Rossi, personaggi della cultura come la scienziata Margherita Hack, il costituzionalista Stefano Rodotà, lo scrittore Roberto Saviano, gli sportivi come Giovanni Soldini, viene raccontata la storia degli italiani, i loro sogni e le loro aspettative attraverso la lettura della costituzione italiana.
Durante i suoi concerti, infatti, Ligabue proietta i primi 12 articoli della nostra costituzione e si auspica che la gente possa rifletterci sopra. Come dice il comico Paolo Rossi:

Gli italiani non sono più un popolo ma solo un pubblico di tifosi, che si arrabbia, discute ma poi va a dormire.

Infatti, tutto il film documentario gira attorno al fatto che gli italiani, da quando la TV è entrata nelle case, sembrano addormentati perché non partecipano più alla vita politica del proprio Paese, non gli interessa più riconoscere il proprio passato e credere nel futuro. Così il tricolore sventola per i mondiali, ma non durante la settimana lavorativa. La costituzione, che dovrebbe essere la nostra bibbia, in pochi la conoscono e soprattutto pochi la rispettano.
Molti temi importanti poi vengono affrontati come il testamento biologico, la laicità dello stato, il razzismo. Nonostante il film documentario di Gay raggiunga il suo scopo didattico e sociale, risulta riduttivo e in qualche passaggio forzato.
Ligabue è un cantautore nazional popolare, però è emiliano, cioè racconta del vissuto in una regione, qual è l’Emilia Romagna che eccelle per la sanità e i servizi al cittadino. Forse allora sarebbe stato più esauriente collezionare più cantautori di diverse aree geografiche, da nord a sud, per raccontare meglio l’Italia degli ultimi anni.

“Niente paura” è un film documentario che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per insegnare, attraverso la musica e le parole, e spiegare la nostra costituzione alle nuove generazioni, futuri cittadini di una democrazia. Come conclude Ligabue i suoi concerti:

Buona notte a tutti quelli che vivono in questo Paese ma che non si sentono in affitto, perché questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa.

Anastasia Mazzia, da “onecinema.it”

Chi di noi non ha una o più canzoni preferite, che conserva nel cuore perchè hanno segnato un particolare momento della vita, ci hanno aiutato a superare una situazione difficile o, più semplicemente, ci identifichiamo con esse perchè nelle parole riconosciamo qualcosa che sembra indirizzato proprio a noi?
Per Piergiorgio Gay, invece, quasi tutte le canzoni di Ligabue hanno un valore ‘nazionale’ e sono perfette per inquadrare un periodo della storia italiana che va dagli anni ’80 fino ai giorni nostri. Il cantautore emiliano si ritrova, così, a raccontarsi davanti alle telecamere e le sue canzoni (che parlano di “un amore pieno di contraddizioni” dichiara il cantante) ad essere il filo conduttore del documentario “Niente paura”. Il titolo non è stato scelto a caso perchè ciò che Gay racconta, attraverso le testimonianze di gente comune e di personaggi del mondo dello spettacolo, della medicina, della scienza e dello sport, è di non arrendersi dinanzi alle difficoltà, di lottare sempre e comunque, di constatare con un filo di amarezza e di ironia quanto siano cambiate le cose nel nostro paese, di andare avanti anche quando tutto sembra perduto. Significative in questo senso le testimonianze di Beppino Englaro, papà di Eluana, Sabina Rossa, figlia di Guido ucciso dai brigatisti nel 1979, Annalisa Casartelli, vedova di Fabio, il ciclista morto nel 1995 durante una tappa del Tour de France e Mattia che, nonostante sia su una sedia a rotelle, gioca nella nazionale wheelchair hockey, dimostrando che l’handicap non è un ostacolo.
Alternando immagini della storia recente (strage di Bologna, funerali di Guido Rossa, stragi di Capaci e via D’Amelio, Pantani, i Mondiali del 1982 e quelli del 2006) agli interventi di Ligabue e degli altri protagonisti, Gay fa venir fuori il desiderio di un’Italia diversa, che sembra aver perso le proprie radici e non ha più memoria, che deve diventare nuovamente popolo e non pubblico, come constata tristemente Paolo Rossi e che, addirittura, vede nella Costituzione una minaccia e non più una carta dei diritti e dei doveri.
Sono soprattutto i giovani che, molta della storia recente non l’hanno vissuta, ma solo letta (e forse neanche) sui libri di scuola o vista al cinema, ad esprimere rabbia nei confronti di un paese e di una politica che non li tutela e che, nei testi delle canzoni di Ligabue, trovano quel ‘quid’ che li fa sperare in un futuro diverso e, perchè no, migliore.
Più che mai, quindi, risultano attuali le parole di Sandro Pertini che, in tempi non sospetti, auspicava una “politica con le mani pulite”. E quelle di Ligabue, che fa scorrere sul maxi schermo i primi 12 articoli della Costituzione, e chiude i suoi concerti cantando “Buonanotte all’Italia” mentre alle sue spalle passano le foto degli uomini e delle donne che hanno fatto grande la nostra patria, augurando “la buonanotte a tutti quelli che vivono in questo paese ma che non si sentono in affitto, perchè questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa”.
E allora sì…”niente paura, la luna si vede perfino da qui”!
Teresa d’Ambrosio, da “film.35mm.it”

“Raccontare un musicista italiano e il suo pubblico per ripercorrere gli ultimi trent’anni del nostro Paese. Ma possono le canzoni raccontare la società? E può il percorso artistico di un musicista – nel nostro caso Luciano Ligabue raccontare come eravamo e come siamo adesso? La musica popolare parla di noi, e spesso ci ritrae meglio di tanti saggi o studi sociologici. Parte da un’emozione, dal ritmo, in maniera viscerale. Una canzone può semplicemente rimanere legata a un momento particolare della nostra vita, darci felicità, amarezza o nostalgia nel ricordo. Addirittura ‘celebrare’ un evento cruciale, diventare ‘rito’, nel senso più laico e bello del termine (‘Ehi, senti senti… questa è la nostra canzone!’). Canzoni ed emozioni. Canzoni nello scorrere della vita personale ma anche sociale e politica. Canzoni e memoria. Memoria personale e memoria collettiva, nel duplice senso di memoria di un Paese e memoria di tante persone insieme. Perché Luciano Ligabue? Perché è un musicista italiano popolare; perché nei suoi concerti quando canta ‘Non è tempo per noi’, vengono proiettati sul maxischermo gli articoli della Costituzione italiana; perché quando canta ‘Buonanotte all’Italia’ scorrono alle sue spalle i visi delle persone che hanno fatto qualcosa per questo paese; perché quando finisce i concerti si rivolge al pubblico dicendo: ‘Vorrei augurare la buona notte a tutti quelli che vivono in questo Paese ma che non si sentono in affitto, perché questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa”.
Il regista Piergiorgio Gay

“‘Niente Paura’ è un film sull’identità nazionale nell’epoca delle passioni spente. Questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa… Le canzoni possono essere utili e io sono contento di sentire che ogni tanto le mie sono state utili per qualcuno”.
Il cantautore Luciano Ligabue

Sinossi:

Il film racconta – in modo non ideologico, ma attraverso le storie personali di uomini e donne comuni, di persone conosciute e dello stesso Ligabue – colonna sonora del film e “narratore per eccellenza” – come siamo e come eravamo, in realtà da dove veniamo (fine anni Settanta, primi anni Ottanta, quando si opera una svolta sia nelle istituzioni che nel costume) e quale Paese siamo diventati oggi.
Il cambiamento socio-culturale subito da quegli anni ad oggi è raccontato in prima persona da Luciano Ligabue che interpreta e analizza la sua storia e quella di tante altre persone attraverso le canzoni da lui cantate.

Commenti del regista

il regista PIERGIORGIO GAY e lo sceneggiatore PIERGIORGIO PATERLINI:

“Niente paura è un film documentario sull’identità nazionale non razzista, non regionalista, nell’epoca delle ‘passioni spente’, nell’epoca della crisi radicale della politica, in senso lato.
Il film racconta – in modo non ideologico, non didascalico, non ‘a riassunto’, ma attraverso le storie personali (ma che assumono significato e valore collettivo) di uomini e donne comuni, di persone conosciute e dello stesso Ligabue – colonna sonora del film e ‘narratore per eccellenza’ – come siamo e come eravamo, in realtà da dove veniamo (fine anni Settanta, primi anni Ottanta, quando si opera una svolta sia nelle istituzioni che nel costume) e quale Paese siamo diventati oggi. Un Paese, ad esempio, dove la dimensione collettiva della festa (la festa popolare è sempre anche una grande forgiatrice di identità) si esprime ormai solo ai concerti e alle partite di calcio della Nazionale, un Paese in cui perfino difendere il tricolore o l’inno di Mameli è motivo di scontro politico. La lontananza dei partiti dalla gente – non il contrario – e l’urgere oggettivo di temi nuovi fa sì che chi si riconosce in un Paese non rassegnato combatta per la difesa della Costituzione (diventata non la base minima della convivenza civile, ma una specie di ‘libro dei sogni’, come dice Ligabue, qualcosa che ci sta davanti, un obiettivo da raggiungere) e per i temi cosiddetti etici: i diritti. Non solo e non tanto il classico diritto al lavoro – mai come oggi messo comunque radicalmente in discussione – ma il diritto a decidere sul proprio percorso di fine vita, pari diritti elementari fra persone di appartenenza etnica diversa, di diverso orientamento sessuale, eccetera. Questa difesa-proposta salda alcuni ‘nuovi’ diritti individuali (il testamento biologico, ad esempio) con un impegno anche duro, rischioso, su terreni che stanno al confine fra etica, società, politica: contro la mafia, contro la camorra, contro l’impunità delle stragi, contro il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati, contro l’omertà che attraversa la coscienza delle persone… Se – come ricorda Luciana Castellina – l’impegno politico che aveva assunto le dimensioni di una partecipazione impetuosa e di massa negli anni Sessanta e Settanta era la traduzione laica del ‘cristiano’ amore per il prossimo con orizzonti di cambiamenti radicali di giustizia sociale, dagli anni Ottanta a oggi questa ‘passione’ ha assunto sempre più la forma ‘resistenziale’ bene riassunta da Don Luigi Ciotti, quando ci ricorda che ‘resistere’ ha la stessa radice latina di ‘esistere'”.

Commenti dei protagonisti:

Altre voci dal set:

Il produttore LIONELLO CERRI:

“‘Niente paura’ è sicuramente un documentario atipico: raccontare la società in cui viviamo attraverso un musicista italiano e il suo pubblico, e attraverso l’intervento di personaggi famosi, rappresentativi ognuno nel proprio ambito, è stato un lavoro affascinante ma molto complesso in termini produttivi.
Appena ho letto il progetto di Piergiorgio Gay ho capito immediatamente l’importanza di realizzare un film di questo tipo, un film che attraverso la coralità, attraverso le storie personali che assumono valore collettivo, parla del paese in cui viviamo e delle trasformazioni che ha vissuto negli ultimi decenni. Discutendo insieme a lui e suggerendo alcune tematiche che nel racconto dovevano in qualche modo essere trattate, abbiamo definito, anche grazie alla collaborazione di Piergiorgio Paterlini, lo sviluppo dell’idea. Abbiamo quindi immediatamente coinvolto Luciano Ligabue, senza il cui contributo non avremmo potuto sviluppare il progetto: la presenza di Luciano e delle sue canzoni rappresentano infatti il fondamentale filo conduttore che lega gli interventi che costituiscono il racconto.
Abbiamo poi iniziato un difficile lavoro per contattare e coinvolgere i personaggi famosi che a nostro avviso potevano sostenere l’idea su cui il documentario si fonda, facendo comprendere loro la necessità di realizzare questo film e l’importanza del loro contributo. Ma il documentario non si compone solo di interventi di personaggi noti: a questi si intrecciano storie di persone comuni, fans di Luciano Ligabue, che attraverso la sua musica riflettono sulla società in cui viviamo, su come siamo e su come eravamo. A questo si è aggiunto un complesso lavoro di ricerca, perché le immagini di repertorio sono, insieme a Luciano Ligabue, alla sua musica e ai personaggi intervistati, vere protagoniste del racconto: Nadia Boriotti e Piergiorgio Gay sono riusciti, dopo aver visionato attentamente il materiale proveniente dalle diverse fonti, ad individuare quei contributi che, in maniera più efficace, potessero sostenere l’idea del documentario, segnando i momenti fondamentali della ‘vita’ recente del nostro paese. Infine, come spiega Piergiorgio, non è stata scelta, per la realizzazione di questo documentario, una strada antologica, non si è voluto raccontare le storie in maniera diaristica: per fare ciò è stato fondamentale il lavoro di montaggio, frutto della perfetta collaborazione tra il regista e la montatrice Carlotta Cristiani che seguendo i racconti delle persone intervistate, le loro emozioni e la musica di Luciano Ligabue, sono riusciti a dare al documentario un’identità narrativa forte che, proprio grazie all’assenza di un percorso cronologico, riesce in maniera ‘prepotente’ a far entrare lo spettatore, a coinvolgerlo emotivamente e a farlo riflettere”.

da “celluloidportraits.com”

Non è impresa semplice restituire visivamente uno spaccato degli ultimi trent’anni della storia d’Italia, specialmente se il linguaggio utilizzato è quello del documentario e soprattutto se si vuole mettere a paragone le diverse generazioni o, nello specifico, se si vuol far capire cosa è cambiato e cosa no, cosa è migliorato e, soprattutto, cosa va peggiorando di giorno in giorno. Piergiorgio Gay, con il suo film Niente paura, sembra invece riuscire nel migliore dei modi a offrire allo spettatore italiano la visione della storia del suo Paese, grazie anche a un narratore di eccezione, quel Luciano Ligabue dalla cui canzone prende spunto il titolo.
Nel cercare di tracciare le linee di una popolazione “che è stata” e di una popolazione “che è”, l’atipico documentario di Gay risponde ad un interrogativo molto importante: cosa siamo diventati e cosa stiamo continuando a diventare?

Il popolo, quello che secondo la Costituzione detiene la sovranità, ormai è diventato semplicemente “il pubblico” che, ritenendo vere le parole di Paolo Rossi, “è un tifoso, non molto preparato come tutti i tifosi, soprattutto sui problemi che lo riguardano; un tifoso che ormai vota da causa, applaude, si indigna e va a dormire”. Un popolo quindi che, dato l’allontanamento dei partiti politici e della verità giornalistica, non può fare altro che divenire tale e ricercare questa verità ad un concerto rock; un concerto, magari, dello stesso Ligabue, cantautore che, durante le sue esibizioni, lascia scorrere sui maxischermi i primi 12 diritti costituzionali, così da far reagire la gente, allontanando l’apatia.
Tramite nuove interviste (da Paolo Rossi a Fabio Volo, da Margherita Hack a Beppino Englaro, fino a Don Luigi Ciotti), spezzoni di vecchie interviste (da Enzo Biagi a Roberto Saviano) e con Ligabue a narrare l’Italia che era e l’Italia che è, Piergiorgio Gay pone l’accento sul principale problema esistente oggi: l’allontanamento dalla presa di coscienza del proprio Paese; un allontanamento dato, appunto, dall’apatia dei partiti politici, dai paradossi della Chiesa, dalla violenza perpetuata verso gli stranieri – in un’ipotetica lista i cui punti negativi sembrano essere davvero molti, troppi!
Poche cose sembrano essere cambiate da allora e, nemmeno a dirlo, solo le positive; l’appartenenza politica, ad esempio, molto più forte 30 anni fa, e quasi del tutto inesistente oggi. Mentre invece, le negative, sembrano resistere e rafforzarsi: se, come dice il costituzionalista Stefano Rodotà, durante gli anni ’70, molti locali del Nord Italia vietavano l’ingresso “ai cani e ai calabresi”, oggi, in egual misura, la maggior parte del nostro Bel Paese sembra attualizzare la medesima “regola”, semplicemente cambiando i destinatari, ovvero gli immigrati. Il fatto poi che l’informazione non aiuta a dirigere la verità dei fatti, degli accadimenti, verso il popolo/pubblico, sicuramente non aiuta.
Per fortuna resistono ancora documentari del genere, come questo di Piergiorgio Gay, che aiuta il pubblico (che, per poco più di 80 minuti, sembra ridiventare popolo) a “vederci chiaro”, non disdegnando lunghe sequenze commoventi per quel che riguarda eventi passati che rivivono nelle immagini di repertorio e nelle parole dei intervistati.
E allora il titolo è un vero e proprio invito a tutti: niente paura perché nulla è concluso finché si continua a lottare, a ritrovare un’unità nazionale (poco importa se solamente per la vittoria di un mondiale di calcio), e finché ci si mette in moto per la ricerca della “verità vera”, quella che esce fuori dal coro – e, ancora una volta, poco importa se ad informarci non è più il giornalista, ma un rocker emiliano.
Donato Guida, da “close-up.it”

«Non so cosa voglia dire vivere in Svizzera, o vivere in Danimarca. So cosa vuol dire vivere qua, e tra l’altro in uno specifico molto chiaro. Quello che ho visto, quello che in qualche modo mi ha formato, quello che mi ha straziato, per certi aspetti […] tutto questo, ovviamente, finisce spesso in quello che io voglio raccontare. Un amore pieno di contraddizioni». Inizia così.
Ero all’anteprima. Premetto: non sono un’appassionata di Ligabue, e neppure una critica cinematografica. Per questo posso affermare con certezza che il film mi è piaciuto. Tanto.
Mentre lo guardavo mi è sembrato un atto doveroso da parte di un musicista pop, da parte di chi può veicolare un messaggio a migliaia di ragazzi, in un momento storico addormentato come questo. Attraverso la musica, attraverso le interviste, si ripassa la tremenda storia (e la condizione) italiana degli ultimi anni.
Beppino Englaro, Giovanni Falcone, Margherita Hack, Enzo Biagi, Paolo Rossi, Giovanni Soldini, Luciana Castellina, Don Luigi Ciotti, Stefano Rodotà, Sabina Rossa, Carlo Verdone, Umberto Veronesi, Fabio Volo, Javier Zanetti. Ci penso: bastano cento fan di Luciano, che entrino in sala per vedere lui, e si fermino poi ad ascoltare questa gente che ci ha messo la faccia… questo film è un’azione politica. Importante.
Dunque, chi se ne frega se – critiche sentite all’uscita della sala – pare che tutto ruoti intorno a Ligabue (d’altronde il film è il suo!), e chi se ne frega se con una rappresentazione di questo tipo, schifezze-italiane-in-musica, il discorso sembra diventare retorico (e perfino populista, ha azzardato qualcuno!). Qui, non è questione di retorica. La passione e la partecipazione, negli interventi e nelle parole, semplicemente, scalda il cuore. La costituzione, se letta con accompagnamento musicale, potrebbe rimanere più impressa nelle menti degli italiani? E allora, musica e costituzione sia!
Niente Paura, ecco perché mi è piaciuto.
di Alessia Gemma, da “smemoranda.it”

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