L’uomo che verrà

Lo sguardo puro sulla strage
Le parole lasciano il posto alle immagini e alle sensazioni, sviando la ricerca di enfasi, andando invece a scavare con grande discrezione nell’umanità di coloro che in una guerra non hanno voce.
Lo sguardo puro sulla strage
Sceglie lo sguardo puro di una bambina di otto anni Giorgio Diritti per raccontare ne L’uomo che verrà la sua versione della strage di Marzabotto, l’eccidio di 770 civili perpetrato dalle truppe naziste tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 ai danni degli abitanti di Monte Sole e dintorni, a pochi chilometri a sud di Bologna. I bombardamenti ancora interessano le grandi cittá, ma la guerra arriva anche in quelle zone più impervie, nella feroce contrapposizione tra gli avanzi nazisti del dopoguerra e i partigiani. La piccola Martina assiste con stupore a ciò che le accade intorno, acquistando via via una consapevolezza sempre maggiore dell’orrore della guerra. La capacità di Diritti di seguire il suo percorso di scoperta è davvero stupefacente, capace di donarle quella voce che ha perso, dopo lo choc di un fratellino di pochi mesi morto tra le braccia, attraverso la ricerca continua del suo sguardo, facendo delle espressioni del suo viso, delle sue reazioni e delle sue iniziative una mappa precisa dello smarrimento dell’essere umano ancora incontaminato di fronte al delirio di quello che ha già smesso di essere uomo per diventare bestia. Le parole lasciano il posto alle immagini e alle sensazioni, sviando la ricerca di enfasi, andando invece a scavare con grande discrezione nell’umanità di coloro che in una guerra non hanno voce. Oltre ai primi piani che raccontano un lamento sommesso che conserva sempre dignità, il regista privilegia il campo lungo che incornicia uomini e natura per dar conto di uno sguardo acerbo che si posa su un mondo da sogno caduto in un incubo.
Un’immagine del film L’uomo che verràIn una guerra a rimetterci sono sempre i poveracci, ricorda il film, e per questo Diritti va a dipingere il conflitto dal punto di vista dei contadini, scovando la realtà a partire dal contesto. La lingua è perciò il dialetto bolognese di quelle zone, i lavori che riempiono la giornata e di cui l’opera ben da conto sono gli stessi che caratterizzano la quotidianità di questa gente e che provvedono a nobilitarli. Diritti fonde la sua predisposizione documentaristica al tema in un’idea forte di cinema, che è quella che si apre uno spazio nella coscienza attraverso il ricamo di una realtà autentica che s’avvinghia all’intero schermo e si allarga in un racconto che rifugge la struttura classica, per esplicitarsi in una collezione di episodi di vita quotidiana legati l’uno all’altro dallo sguardo curioso di un cucciolo d’uomo. Il film copre i nove mesi che precedono l’infame rastrellamento, l’arco di tempo di una gravidanza che interessa la madre della piccola Martina e che porta con sé un alito di speranza in una vicenda così dolorosa. Morte e vita si intrecciano così ancora una volta, confermando la ciclicità della storia, mentre Diritti cerca di evitare la trappola del posizionamento ideologico, guardando a distanza soldati e partigiani, ognuno con colpe che non sta certo al film spiegare o condannare.
Perché Diritti si mantiene sempre dalla parte dei più deboli, di donne, vecchi e bambini, che non possono far altro che subire, affidandosi a una fede che non ha mai salvato nessuno. Anche il rifugio della Chiesa perde la sua intoccabilità, Cristo viene seppellito insieme alla speranza e alle preghiere, e la fragilità degli stessi pastori finisce con l’assumere pose ridicole. Il lavoro di fino di Diritti gonfia di intensità ogni sequenza, compresi quei dettagli e quelle pause che all’occhio disattento potrebbero apparire meramente accessorie, senza scadere mai nel patetico, senza montare un’emozione chirurgica che vada a mendicare la lacrima nell’esplosione della barbarie. Il tocco discreto di Diritti si mantiene anche in questa occasione, lasciando scorrere il sangue sempre fuori campo, per restare attaccato alla piccola Greta Zuccheri Montanari, costretta ad aprirsi la strada tra i cadaveri per resuscitare. E l’immagine più toccante del film diventa quella dell’incipit riproposta dopo il massacro: la consapevolezza acquisita dona tutto un altro valore a quella casa deserta, e il nostro cuore si svuota con essa. Peccato solo che Diritti scelga di chiudere la storia della sua baby eroina nel modo più scontato possibile, superflua sottolineatura di una speranza che già trionfa nella vita ancora tutta da scrivere di quell’uomo che dal piccolo appena nato verrà. La morale non offre nessuna inedita intuizione, ma si limita a riaffermare una sacrosanta verità, valida per ognuna delle parti in causa: ‘tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere, é una questione di educazione.’
Massimo Borriello, da “movieplayer.it”

Conversando con Giorgio Diritti, regista dalla forte impronta etica

Sulla scia della forte impressione che Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà hanno saputo destare in noi, ci siamo messi in contatto con il cordialissimo Giorgio Diritti, cineasta di spessore umano ed artistico davvero notevole.
Conversando con Giorgio Diritti, regista dalla forte impronta etica
Ricordiamo ancora con un brivido quella grande ed intensa emozione, da noi provata quando al Festival del Cinema di Roma è stato presentato L’uomo che verrà. Il film di Giorgio Diritti, cineasta che si era già imposto all’attenzione dei cinefili più attenti con Il vento fa il suo giro, ha confermato una sensibilità registica fuori dal comune, tale da consentirgli l’approccio giusto a un tema delicatissimo: la strage di Marzabotto. Non era certo facile portare sul grande schermo questo crudele esempio della barbarie nazista, noto anche come l’eccidio di Monte Sole. Diritti ci è riuscito senza mai forzare la mano in direzione della retorica, ma proponendo al contrario un’umanità di fondo capace di conquistare lo spettatore sin dalle prime inquadrature.
La commozione dell’autore e del cast poteva essere colta a distanza, sia prima della proiezione, che al riaccendersi delle luci in sala, quando il pubblico ha manifestato le proprie emozioni con diversi minuti di applausi. A coronamento di questa fortunata partecipazione al festival romano sono arrivati il Premio del Pubblico (non a caso) e il Gran Premio della Giuria. Ma ora che L’uomo che verrà sta finalmente per approdare in sala, ci siamo decisi a contattare il regista, per investigare un po’ più a fondo sul suo modo di fare e di intendere il cinema.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a girare un film come L’uomo che verrà, e in quale misura hai avvertito la responsabilità di portare al cinema una vicenda tanto tragica, la strage di Marzabotto?
La piccola Greta Zuccheri Montanari protagonista del film L’uomo che verrà
Giorgio Diritti: Le motivazioni sono legate alla voglia di fare cinema facendo al contempo qualcosa che sia utile. Il film è una riflessione sulla società che diventa poi analisi del presente, perché anche se la storia in questione risale a sessant’anni fa vi è sempre la possibilità di tracciare un parallelo con la realtà che viviamo oggi. Si tratta di lasciare un esempio affinché episodi del genere non accadano più.
Anni fa ho potuto approfondire la mia conoscenza di quanto accadde a Monte Sole, ed è da qui che è nato un impegno morale: sul martirio di questa gente non deve cadere il silenzio. Più in particolare mi è stato regalato un libro, Le querce di Monte Sole di monsignor Luciano Gherardi, che attraverso il ricordo dei compagni di Seminario trucidati dai nazisti aiuta a ricostruire ciò che accadde agli altri, lo sterminio di tante persone indifese. Anche il mio, insomma, può essere considerato un impegno di testimonianza.

Allargando il discorso al tuo primo film, Il vento fa il suo giro, si coglie un possibile “trait d’union” tra come viene lì rappresentata la vita in una comunità montana delle Alpi piemontesi, ed il mondo rurale da te descritto in L’uomo che verrà. Questa attenzione all’elemento antropologico, al realismo delle situazioni, avvicina forse il tuo cinema a quello di Ermanno Olmi, Franco Piavoli e Mario Brenta?
Giorgio Diritti: I nomi che hai citato corrispondono a persone con cui sento di avere diverse affinità e che stimo profondamente. Per quanto riguarda poi le due pellicole da me realizzate, il senso di realismo è importantissimo. Bisogna aver cura di una ricostruzione che renda il racconto universale, popolare, perché queste sono le storie della gente. Ed il fatto che la gente si immedesimi nei personaggi è strettamente legato alla componente realistica e al senso di verità.

Sempre a proposito di questi due film, ci sembra che in entrambi i casi il realismo si leghi a scelte fotografiche molto coerenti e appropriate, oltre che suggestive. Il direttore della fotografia Roberto Cimatti rientra quindi tra i tuoi collaboratori di fiducia?
Il regista Giorgio Diritti con la piccola Greta Zuccheri Montanari sul set de L’uomo che verrà
Giorgio Diritti: Sì, dopo Il vento fa il suo giro ho continuato a lavorare con Roberto Cimatti, che all’aspetto del realismo presta grande attenzione, sebbene un film come L’uomo che verrà abbia rappresentato per noi un’ulteriore sfida. Ci siamo soffermati infatti sul punto di vista della bimba, Martina. Questo ci ha portato a lavorare di nuovo su una dimensione realistica, che però in qualche scena potesse avvicinarsi, senza tradire l’impostazione di fondo, all’ottica della fiaba.
Essenziali sono state poi le ricerche che abbiamo svolto nella Cineteca di Bologna. Abbiamo visionato tantissimo materiale d’archivio, così da poter dare indicazioni anche agli altri comparti, in particolare a chi ha curato la scenografia, i costumi. Ci hanno poi aiutato le foto fatte nell’Appennino, che del periodo in questione testimoniano la povertà, i vestiti logori. Durante la lavorazione del film non abbiamo sentito il bisogno di vedere o rivedere altri film del filone resistenziale. Abbiamo preferito realizzare interviste con chi ha vissuto direttamente quell’epoca, magari semplici contadini che fossero in grado di parlarci delle azioni dei partigiani ma anche e soprattutto di elementi della vita quotidiana; ad esempio chi aveva diritto di parlare a tavola e chi no, insieme ad altri aspetti inerenti al tempo di guerra o alle più consolidate abitudini famigliari. Tutto facente parte di un patrimonio emotivo, anche doloroso, con cui sentivo il bisogno di confrontarmi.

Parlaci un po’ del casting, operazione che qui ci pare particolarmente interessante e significativa, considerando che L’uomo che verrà vede recitare insieme attrici già affermate come Maya Sansa e Alba Rohrwacher, soggetti di formazione teatrale come il bravissimo Claudio Casadio, attori emergenti come Diego Pagotto, insieme a svariati interpreti non professionisti.
Orfeo Orlando in una pausa sul set de L’uomo che verrà di Giorgio Diritti
Giorgio Diritti: Guarda, si tratta sempre di una scommessa. Io sono solito dire che fare un film è come preparare una cena. Nel senso che si tratta di fare attenzione agli elementi che metti insieme, selezionare bene gli ingredienti, badare alla cottura. Non vi è una ricetta che vale in assoluto, conta piuttosto ciò che è giusto per quella particolare situazione.
Quando per esempio ho incontrato Diego Pagotto, ho subito pensato che avesse una faccia interessantissima, giusta per quella parte. Lo stesso potrei dire per Orfeo Orlando, nel ruolo del mercante che viene da Bologna. Per questo motivo lavoro senza un “casting director”, mi piace trovare direttamente le persone. Una cosa, questa, che i registi fanno sempre di meno. Ricordo invece come un’esperienza bellissima il casting di Federico Fellini per La voce della luna, da parte sua c’era sempre una grande curiosità!
Riguardo ai nomi più importanti del cast, posso dire che si sono integrati benissimo con gli attori non professionisti, anche perché i paesani che ho scelto per L’uomo che verrà potevano dar loro una mano ad imparare il dialetto, col quale era necessario che prendessero confidenza al più presto. Tutto ciò ha contribuito al fatto che sul set si respirasse un’atmosfera di collaborazione.

Ci sembra che tra i pregi indiscutibili del film vi siano la sensibilità, il rispetto, con cui sono state trattate a livello registico le parti più dolorose, quelle relative al massacro. In certi momenti lo scenario ci ha fatto pensare addirittura a Terrence Malick…
Giorgio Diritti: Ho sentito anche da altri critici questo accostamento. In realtà ho seguito il mio istinto, di sicuro non volevo cadere nello splatter, né fare qualcosa di volgare o di offensivo; ma al tempo stesso volevo che fosse forte l’impatto, nell’esprimere il dolore.
L’impressione che volevo dare agli spettatori è di osservare la tragedia da dietro un albero, da dietro un riparo, come se fossero costretti a guardare tutto l’orrore, pur non essendo stati presi dai tedeschi. Molto importanti, anche qui, sono state le interviste con i sopravvissuti, i racconti di chi ha vissuto quel periodo, da cui traspare grande pudore nel rievocare i fatti più dolorosi, almeno nei casi in cui non è subentrata col tempo la rimozione.
In più mi sono adoperato affinché da questo viaggio nel passato emergesse la speranza in un futuro differente, che poi mi sembra il significato più profondo della Resistenza.

Cosa è cambiato invece tra un film e l’altro, a livello produttivo?
Giorgio Diritti: Ovviamente rispetto a Il vento fa il suo giro l’impegno produttivo è stato molto maggiore, il che ha implicato una diversa responsabilità, per esempio nel rapportarsi con la RAI e con gli altri enti che hanno sostenuto la realizzazione del nuovo lungometraggio.
Però il fatto di essermi potuto dedicare con estrema libertà al precedente lavoro ha fatto sì che, anche in seguito, potessi pormi quella libertà come obiettivo. Oggigiorno non è certo facile poter lavorare con tale serenità, riducendo al minimo le pressioni.

Con Il vento fa il suo giro è la lingua d’oc ad approdare sul grande schermo, mentre L’uomo che verrà propone dialoghi in dialetto. Da cosa deriva questo interesse di natura linguistica?
Laura Pizzirani, Maya Sansa e Alba Rohrwacher in un’immagine del film L’uomo che verrà
Giorgio Diritti: Nell’ambito del primo film la lingua si presentava anche come elemento caratterizzante del racconto. A confrontarsi erano personaggi con percorsi ed origini differenti, ma l’elemento di scontro non era rappresentato certo dall’identità linguistica, o culturale, quanto piuttosto dalle invidie, dall’ostilità racchiusa in certi comportamenti arcaici.
Per L’uomo che verrà penso che a prevalere sia il desiderio di calarsi nella realtà dell’epoca, come se si avesse a disposizione la macchina del tempo. Anche per questo i contadini parlano tra loro in dialetto e si esprimono in italiano solo con quelli che vengono dalla città, il che rende già l’idea delle differenze sociali, accentuando poi l’impressione di isolamento umano.

Come ha reagito la comunità occitana alla realizzazione del tuo primo film? Può essere che la chiusura mentale attribuita a certi personaggi abbia infastidito qualcuno?
Giorgio Diritti: In generale Il vento fa il suo giro ha ricevuto un’accoglienza favorevole, positiva, lì sono in tanti ad averci sostenuto prima e dopo le riprese. Poi ci sono quelli simili ai personaggi più chiusi, egoisti, che ho voluto rappresentare nel film, con loro il discorso inevitabilmente cambia perché pensano in termini in propaganda: sono convinti che abbia fatto loro una cattiva pubblicità.
Ma per fortuna la maggioranza delle persone è accogliente, ci ha aiutato sin dall’inizio, continuando a credere che la montagna abbia un futuro. Inoltre è piacevole sapere che in Val Maira il dibattito intorno al film prosegue, difatti mi giunge notizia ogni tanto di qualche bollettino parrocchiale o di altre iniziative orientate in tal senso.

Che prospettive vedi per il cinema indipendente in Italia, nonché per la cultura in genere, visto anche l’attuale quadro politico?
Giorgio Diritti: Continuo a sentire dichiarazioni di ministri, di soggetti a loro vicini, che ostinatamente prendono di mira la cultura, il mondo della scuola, perché così si sentono importanti o comunque nella condizione di ignorare l’evidenza; e cioè che anche attraverso gli studi, attraverso esperienze che loro rendono difficili agli altri, sono arrivati ad occupare determinate posizioni. Ma questo non vogliono ammetterlo, preferiscono ridurre ogni discorso all’aspetto economico, con quegli effetti negativi sulla società che è fin troppo facile prevedere.

a cura di Stefano Coccia, da “movieplayer.it”

Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento e Premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film. Voluto fortissimamente da Piera Detassis, L’uomo che Verrà di Giorgio Diritti ha conquistato la 4° edizione del Festival del Cinema di Roma, commuovendo il pubblico e convincendo i critici. Chiamato a ripetersi dopo l’exploit, inatteso e per certi versi clamoroso, de Il vento fa il suo giro, Diritti si è affidato alla storia, ad una strage ancora oggi indimenticata, ovvero all’eccidio di Monte Sole, per ripetere l’impresa, riuscendoci appieno.
L’uomo che Verrà, c0mpletamente recitato nell’incomprensibile dialetto antico del luogo, è una rara pagina di ottimo cinema italiano, con i suoi attori non prefessionisti e la sua struttura secca, ferma, intensa e cruda, capace di emozionare e coinvolgere, grazie ad una storia tanto drammatica, potente e commovente quanto realmente accaduta. Diritti, qui anche sceneggiatore e montatore, conferma le proprie indubbie qualità d’autore, portando in sala, attraverso gli intensi occhi di una bimba incapace di parlare, la paura e le angosce di un’Italia in guerra.
Siamo nell’inverno del 1943, alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna. Qui, una delle tante famiglie di contadini del posto tira a campare, con l’incubo dei tedeschi e delle bombe che piovono sulla città, al di là delle montagne. La piccola Martina ha solo 8 anni. Da quando il fratellino gli è morto tra le braccia ha smesso di parlare, fino a quando la madre non resta nuovamente incinta, facendole ritrovare il sorriso. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre il piccolo viene finalmente alla luce, con le SS che quasi contemporaneamente scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, uccidento oltre 770 persone e facendo passare alla storia quel tragico evento come la “strage di Marzabotto”.
Come raccontare la Storia, attraverso una storia, tanto semplice quanto coinvolgente. Costruendo l’evolversi degli eventi lentamente, tra brevi piani sequenza, macchine da presa immobili, scene d’azione ’statiche’ e mai caotiche, dialoghi recitati in un incomprensibile dialetto, una splendida fotografia, dai toni grigi e quasi color cenere, un toccante tema musicale ed un’impronta registica talmente sorprendente, nella sua lucida semplicità, da colpire profondamente, Giorgio Diritti, alla tenera età di 50 anni, si conferma una splendida e ‘giovane’ conferma per il cinema italiano.
Coraggioso fino in fondo, Diritti ha voluto ripetere la ‘follia commerciale’ del dialetto antico, incomprensibile e per questo obbligato ad un accompagnamento costante ad opera di onnipresenti sottotitoli in italiano, marchiando probabilmente il film stesso, difficilmente vendibile in sala. L’uomo che Verrà, infatti, è una pellicola lenta e difficile, da digerire e da sopportare, per la crudezza della storia, per gli occhi profondi dell’incredibile Greta Zuccheri Montanari, piccola fenomenale protagonista, per la scelta stilistica intrapresa e per quel ‘marchio d’autore’, che paradossalmente ‘limita’ i film made in Italy al botteghino, neanche fosse una “corona” da augurare a qualcun’altro.
Limiti teorici iniziali che crollano però dinanzi all’opera del regista, struggente e commovente dal primo agli ultimi minuti, in un crescendo di emozioni costanti e continue, raccontando alcuni tragici momenti che fanno parte della nostra memoria storica, troppo spesso dimenticata. Le campagne bolognesi prese d’assalto dalle truppe naziste tornano così a vivere con drammatica forza sullo schermo, attraverso una delle tante famiglie di contadini del posto, che nulla ha da raccontare se non una storia semplice, fatta di lavoro, disgrazie, fatica e speranze.
L’Uomo che Verrà del titolo non è altro che il fratellino tanto atteso dalla piccola Martina, capace di dire mille parole con quegli occhi sognanti, impauriti ed adulti, anche se appartenenti ad una bambina di 8 anni, costretta a crescere alla svelta sotto gli spari della guerra, incapace di provare pietà e compassione per nessuno, bimbi compresi. Pellicola fulminante, tra i sicuri ‘acchiappa nomination’ ai prossimi Nastri d’Argento/David di Donatello. Da vedere.
da “cineblog.it”

Alle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell’attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona.
L’eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull’identità culturale. Rispetto al lungometraggio d’esordio, L’uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell’esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi-soggettive a lunga e media distanza dall’evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con-divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c’è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l’idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall’inizio pone l’antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c’è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti.
Edoardo Beccatini, da “mymovies.it”

Il Diario della Strage e gli Umili: Capolavoro
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Inondati da rievocazioni scolastiche o ricostruzioni troppo schematiche della Seconda guerra mondiale e dei suoi episodi, dove il cinema viene piegato alle ambizioni propagandistiche di questo o di quello, la visione di L’ uomo che verrà offre lo stesso sollievo di una boccata di aria fresca a chi si sente soffocare. Rigoroso, emozionante, onesto, appassionato, il film di Diritti sa coniugare lucidità morale e lettura storica con uno stile insolito per il cinema italiano, di elegante e non ostentata classicità. Da vero (e grande) regista. A l Festival di Roma aveva vinto il Gran premio della Giuria e quello del Pubblico (con qualche scorno per chi non l’ aveva selezionato a Venezia) e oggi inaugura – speriamo beneaugurante – la distribuzione della rinnovata Mikado, passata di mano (da DeAgostini a Tatò) nell’ autunno scorso. Il film, ambientato nelle colline bolognesi vicino a Marzabotto, racconta la dura vita quotidiana della famiglia contadina Palmieri, dall’ inverno 1943 all’ autunno 1944: i nazisti presidiano con determinazione la Linea gotica, i partigiani si impegnano nell’ infastidire e sabotare le azioni degli occupanti e i civili cercano di campare alla meno peggio, subendo le intimidazioni degli uni e le richieste degli altri, mentre la vita non può che continuare il suo percorso: Lena (Sansa) porta in grembo l’ «uomo che verrà» a cui fa riferimento il titolo, la cognata Beniamina (Rohrwacher) spera di migliorare la sua condizione andando a servire a Bologna, il marito Armando (Casadio) si dibatte tra i vincoli della mezzadria e le imposizione fasciste, tutti, insieme ai contadini che abitano nella stessa cascina, condividendo la dura vita quotidiana e quel che resta della voglia di trovarsi insieme a ballare o chiacchierare. A guidare lo spettatore c’ è lo sguardo curioso di Martina (Zuccheri Montanari), la figlia di Lena e Armando, diventata muta dopo la morte di un precedente fratellino e trepidante custode di quello in arrivo: grazie a lei conosciamo i comportamenti delle truppe naziste, le fughe precipitose nei nascondigli tra i boschi, le azioni dei partigiani, le morti e le sconfitte, ma soprattutto l’ inevitabile intrusione della guerra, e della sua violenza, nella vita di tutti i giorni. Il fratellino nascerà nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 e la Storia ci ha già detto che cosa succederà negli stessi giorni: in nome di un’ agghiacciante esigenza di «bonifica territoriale», i nazisti rastrellano più di ottocento persone, soprattutto donne, bambini e anziani, che uccidono senza nemmeno la giustificazione di una rappresaglia. Non anticipiano il destino dei personaggi che abbiamo conosciuto e che il film mostra con documentata partecipazione ma sarebbe ingiusto ridurre L’ uomo che verrà a una, pur corretta, ricostruzione della strage di Monte Sole (Marzabotto è solo uno dei comuni della zona, quello più conosciuto). Diritti guarda oltre, alla sofferenza e alla disperazione di tutti coloro che il cinismo del linguaggio definisce come «danni collaterali», al dolore e alla tragedia di quegli inermi che pagano sulla propria pelle la follia della guerra. Per farlo non amplifica le occasioni di spettacolo o di suspense. Non gli interessa – giustamente – farci palpitare per chi si salva perché dietro a ogni vita risparmiata ce ne sono troppe distrutte. Piuttosto vuole farci riflettere sulle assurdità delle guerre e delle violenze. E non tanto in nome di un pacifismo razionale ma per un’ umanissima empatia con le vittime. A quegli uomini, quelle donne e quei bambini che vanno incontro alla morte ci siamo affezionati vedendo la grama vita quotidiana, sentendo il loro odore di terra o di stalla e soffrendo la loro stessa povertà, ascoltando la durezza di una lingua che ha le stesse asprezze dei volti (per questo era necessario far parlare tutti in dialetto; per questo non disturbano i necessari sottotitoli). Diritti filma tutto con uno stile che sarebbe piaciuto a Bazin e a chi come lui rivendicava al cinema la capacità di restituire sullo schermo la forza della realtà: gira dal vero, mescola volti di professionisti (Sansa, Rohrwacher, Casadio: tutti eccellenti) a altri presi sul posto (la piccola Greta Zuccheri Montanari ma anche i tanti vecchi dei luoghi, alcuni, da giovani, testimoni del vero eccidio nazista), evita luoghi comuni e cadute retoriche. E riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro.
Da Il Corriere della Sera, 20 gennaio 2010

La vita quotidiana prima della strage
di Alberto Crespi L’Unità

L’ultimo grado di giudizio è il pubblico. I festival hanno parlato (bene Roma, dove è stato premiato; a vanvera Venezia, perché meritava il concorso). La critica e gli addetti ai lavori, anche. L’uomo che verrà è un magnifico film e Giorgio Diritti, a 50 anni da poco compiuti, può fregiarsi della patente di grande regista. C’è arrivato tardi, e grazie a un primo film – Il vento fa il suo giro – il cui successo sembra una fiaba. Il nuovo film esce oggi, grazie alla Mikado, dopo molti rinvii. Non è un buon week-end: l’effetto-Avatar continua e continuerà a lungo. Ma per un «piccolo» film italiano, parlato in strettissimo dialetto emiliano delle colline, non esistono week-end facili. Il pubblico andrà conquistato sala per sala. Ma almeno voi, lettori dell’Unità, non fateci fare brutta figura: andateci. È un gesto politico importante. E vedrete un film bellissimo. Se non altro mancano, oggi, 5 giorni alla giornata della Memoria. E ricordare la strage nazista di Monte Sole è sempre giusto. Ma L’uomo che verrà non è un film sulla memoria. È un’opera che sposa un punto di vista e lo persegue: racconta Monte Sole dal punto di vista dei morti. I morti non possono parlare. Diritti li fa parlare. Non mette in scena, se non di sguincio, i partigiani. Ci trasporta nella quotidianità di quelli che stanno nel mezzo: le donne, i bambini, i vecchi, i padri di famiglia che rimangono nei villaggi dopo che i giovani, nell’autunno del ’43, sono scappati in montagna.
EROI IN CASA
Diritti vuol farci arrivare una verità scabra: sono loro i veri eroi. Hanno a che fare con i tedeschi tutti i giorni. Le SS vengono nei paesini, si prendono il poco cibo che c’è, fanno i galanti con le ragazze. Tocca sopportarli, sapendo benissimo che se ti vedono anche solo parlare con un partigiano ti ammazzano e radono al suolo il paese. Il massacro arriva repentino e ineluttabile. Il film è la doppia storia di un’attesa: quella di Lena, incinta di un bambino (l’uomo del titolo) che nasce poco prima della strage, e l’attesa di una comunità sulla quale incombe la morte. Si muore, si nasce. A volte, si vive – e chi vive, sì, ha l’onore e l’onere di ricordare. L’uomo che verrà ha il tempo e l’incedere lento delle stagioni. È quasi un film muto, fra Malick e Tarkovskij. Vietato perderlo.
Da L’Unità, 22 gennaio 2010

Cronaca di una strage per non dimenticare
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Si dice “Marzabotto” ma i paesi dell’ Appennino bolognese coinvolti furono anche molti altri. Si dice “29 settembre ‘ 44” ma la rappresaglia durò fino ai primi di ottobre. Si dice “Walter Reder” ma l’ ufficiale delle SS – dopo la fine della guerra catturato, estradato, processato da un tribunale militare italiano, condannato all’ ergastolo, rinchiuso a Gaeta e infine liberato a metà anni 80 – non fu il solo responsabile della strage. Di tutto questo non dà filologicamente conto (così come non tiene il conto delle vittime, altro argomento sul quale c’ è disaccordo tra chi ha detto 1830 e chi ha detto meno di 8oo. Comunque comprendenti un’ agghiacciante quantità di bambini piccoli e piccolissimi, oltre a numerosi sacerdoti) il film L’ uomo che verrà, opera seconda di quel Giorgio Diritti che impressionò con il suo piccolo e miracoloso primo film Il vento fa il suo giro. Per approfondire ci sono altri strumenti, offerti anche dal cinema. Come i documentari realizzati da Carlo Di Carlo nel 1961, nell’ 84 e nel ‘ 94, cinquantesimo dell’ eccidio. O le risultanze dell’ ultimo processo celebrato a La Spezia tra 2006 e 2007. Diritti non fa documentazione anche se tutto ciò che racconta è fondato sugli accadimenti e le testimonianze reali. Né (prima che lo faccia lui, mettiamo le mani avanti noi verso chi volesse arruolarlo nella faciloneria revisionista) ha intenzione di sbalordire con una rilettura in controtendenza rispetto al canone resistenziale. Per esempio affermando, come qualcuno, che i civili inermi subirono l’ irresponsabilità della formazione partigiana Stella Rossa del comandante “Lupo”. È vero però che, sotto l’ influenza della lezione etico-estetica di Ermanno Olmi, Diritti guarda le cose senza pregiudizi, se non quello del più fermo rifiuto della barbarie. E anche quello della convinzione che fosse giusto e degno combattere l’ occupante e i suoi lacchè in camicia nera. I suoi contadini aiutano i “ribelli” e istintivamente non hanno in simpatia i tedeschi, ma non sono certo compattae cosciente classe combattente. C’ è anche chi con spavalda incoscienza, e indiscriminata fascinazione per armi e violenza, passa dai partigiani ai repubblichini. È con occhio pietoso che con il regista e con la sua piccola e muta protagonista Martina – sguardo narrante e custode della memoria futura – seguiamo il destino del soldato tedesco che si è comportato più umanamente degli altri e poi viene freddato senza pietà. Con la solennità semplice del suo andamento (e con la verità dei luoghi, delle parole e dei volti tanto più efficace quanto studiatamente e artificialmente riprodotta) questo film – come su altro versante cronologico più prossimo, e su un altro snodo chiave della nostra vicenda novecentesca, La prima linea di Renato De Maria – ci sembra che sia di aiuto a una consapevolezza diffusa e condivisa delle cose. Che, a partire dal radicamento indiscusso dei punti fermi, acquisisca la pietà come patrimonio di tutti.
Da La Repubblica, 23 gennaio 2010

La guerra vista dal basso giorno per giorno
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Succede ancora. Ogni tanto un regista allergico alle convenzioni soffia via la polvere da pagine che credevamo di sapere a memoria. Quanti film abbiamo visto sugli orrori nazisti? Quante stragi, quanti rastrellamenti, quanti tedeschi urlanti in armi? L’uomo che verrà di Giorgio Diritti è il contrario di tutto questo. Non la ricostruzione di una pagina di Storia, con tutte le maiuscole e il kitsch del caso, ma il prodursi di un evento che sembra accadere sotto i nostri occhi per la prima volta.
È ciò che il cinema cerca di fare quasi sempre, non riuscendoci quasi mai. Eppure non c’è trucco. Basta spogliarsi di tutto ciò che sappiamo – oggi – su quell’evento. Per viverlo con gli occhi di chi lo visse, allora, come un fatto enorme e incomprensibile perché del tutto estraneo al proprio sapere e alla propria scala di valori. Facile a dirsi, meno a farsi. Diritti, già regista di Il vento fa il suo giro, ci riesce sposando dall’inizio alla fine lo sguardo dei contadini di Monte Sole, secondo logiche e ritmi che non appartengono alla Storia e alle sue guerre ma alla cultura contadina, al rapporto con la natura, a quella concezione arcaica e sacrale della vita già cara, con accenti diversi, a Olmi e Pasolini.
In mani meno abili poteva diventare retorico. In quelle di Diritti e dei suoi eccellenti interpreti, scelti mescolando non professionisti ad attori veri come Alba Rohrwacher, Maya Sansa o Claudio Casadio, interprete di teatro per ragazzi qui al suo primo film, diventa un esercizio di straniamento poetico che ripaga lo spettatore con un’emozione e una comprensione delle cose straordinarie. Una madre incinta (Sansa); una zia che torna dalla città, l’unica che sa leggere e scrivere (Rohrwacher); una bambina che non parla più per un trauma (la commovente Greta Zuccheri Montanari) ma vede e capisce tutto di tedeschi, ribelli e alleati, tanto da scrivere un tema così compromettente che la maestra glielo brucia. Poi i racconti la sera, tutti insieme, adulti e bambini, si parli di emigrazione o del partigiano che ha ucciso un fascista. In dialetto naturalmente, una lingua sonora e pietrosa oggi quasi estinta che dà peso e rilievo a ogni parola (l’italiano lo parlano solo i tedeschi, il padrone o un funzionario comunale in città).
Così fra il dicembre ’43 e il settembre ’44 prende vita un microcosmo pulsante di affetti, dubbi, speranze, paure, che prima di esser spazzati via dall’eccidio, messo in scena con aspro pudore e dettagli rivelatori (quel prete che si unisce ai balletti nazisti per evitare che la festa degeneri in orgia, e finisce ucciso), acquistano un’innocenza, una densità, una verità, scomparse nel cinema d’oggi. Un capolavoro, limpido e accessibile, di cui essere orgogliosi. Chiedendosi anche perché ci siano voluti tanti anni per avere un film così libero e rigoroso sul tema.
Da Il Messaggero, 22 gennaio 2010

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Premiato al Festival di Roma, L’uomo che verrà porta sul grande schermo in formato famiglia, quella della piccola protagonista Martina (Greta Zuccheri Montanari, bravissima), la strage di Marzabotto – Monte Sole, dove il 29 settembre 1944 le SS scatenarono una rappresaglia senza precedenti, trucidando 770 civili, per lo più bambini, donne e anziani.
Interpretato da Claudio Casadio, Maya Sansa e Alba Rohrwacher, parlato nel dialetto bolognese dell’epoca, supportato dalle testimonianze dei sopravvissuti e da una fedele ricostruzione storica, l’Uomo di Giorgio Diritti non viene per le ragioni della Storia (il revisionismo, peraltro inviso al regista, non è opzione pertinente), ma in ragione delle storie private, umanissime di una civiltà contadina qui falcidiata da SS imberbi, attraversata dai partigiani che chiama “ribelli” e comunque destinata all’estinzione: meno efferata, ugualmente ineluttabile. Dando seguito alla cifra antropologica e stilistica dell’esordio-cult Il vento fa il suo giro, Diritti non cerca la (sovra)scrittura ideologica, nè si issa sulle spalle dei giganti del cinema bellico, perchè satura la strage, ma lascia il sangue nel fuoricampo. Viceversa, il regista dribbla il Novecento di Bertolucci per “ripetere” la lezione del suo maestro Olmi – più lateralmente, dei Taviani – e trova con pudica intensità i volti, splendidamente inattuali, persi dalla Storia e l’elementare, crudele verità dell’homo homini lupus, nutrita di mala educazione (i giovani de-formati dal nazionalsocialismo), razzismo e quell’intento di sopraffazione chiamato istinto di conservazione. Ma questo passato che non passa preserva una neonata speranza,”che tra 500 anni—dice Diritti – la guerra possa essere considerata un reperto storico” E’ questo l’uomo che verrà? Capolavoro.
Da Il Fatto Quotidiano , 21 gennaio 2010

Alessio Guzzano
City

“Il vento fa il suo giro” raccontava di un pastore francese, prima ben accolto e poi respinto da un paesino piemontese sui monti occitani. L’occhio asciutto del regista Giorgio Diritti e l’ostinazione di un cinema milanese (Que Viva Mexico!), ne hanno fatto uno straordinario caso di successo del merito e del passaparola. Diritti è stato assistente di Olmi (si vede dallo stile) e responsabile di cast per Fellini e Avati (si vede da quanti nasi e facce azzecca). Qui ci porta nelle abitudini di una numerosa famiglia contadina che si esprime in dialetto, come ne “L’albero degli zoccoli” (bolognese arcaico, sottotitolato). Una splendida bambina col volto di donna guarda e assorbe: ha perso la parola alla morte del fratellino, la ritroverà assistendo un neonato. Tra i due episodi scorre l’orrore quotidiano della guerriglia tra uomini e contro la fame, mentre la solennità del tempo riduce i protagonisti a presepe incastonato in una natura indifferente. Sull’aia si susseguono tedeschi e partigiani, imboscati e traditori, lucciole e pidocchi. Disumanità di tutti, ma non tutte uguali. Si arriva all’eccidio, perché siamo a Marzabotto, nel 1944. Non c’è scampo in chiesa o nel bosco: la strage si scolora chiudendo un film bellissimo. Intenso e necessario, come il racconto di nonni testimoni.
Da City, 25 gennaio 2010

Sentimenti e paure prima di Marzabotto
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Sulla scorta della poetica del maestro Olmi, Giorgio Diritti racconta le opere e i giorni, i sentimenti, le paure, le giovinezze e maturità dei contadini prima di Marzabotto, la strage nazi fascista del 29.9.44. Un film bello, originale, commosso in cui si assiste alla vita quotidiana dei tempi di guerra e della brigata partigiana, finché l’ eccidio non si compie. Un film meravigliosamente poetico e civile, da memorizzare e diffondere, da mostrare a scuola prima che sdoganino anche questo: così il cinema ha ancora un senso. Voto 9
da Il Corriere della Sera, 12 febbraio 2010

La bambina del bosco
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Nel settembre 1944, durante la Seconda guerra mondiale e la prima offensiva degli Alleati contro la linea Gotica, le formazioni partigiane dell’Appennino i tosco-emiliano intensificarono le azioni per impedire ai tedeschi di arretrarsi nella zona. Si scatenò un violento contrattacco nazista. Reparti della l6a divisione delle SS Adolf Hitler respinsero i partigiani del gruppo Stella Rossa operanti sui monti intorno a Marzabotto. Due reggimenti comandati dal maggiore Walter Reder perpetrarono uno dei massacri più feroci. Dal 29 settembre al 18 ottobre sterminarono 1.830 persone, o secondo altri 770 persone, perlopiù donne, piccoli, preti, vecchi, nella cosiddetta strage di Marzabotto. I bambini uccisi furono 200. Giorgio Diritti, gia autore de Il vento fa il suo giro, evoca il tatto ne L’ uomo che verrà e fa un film molto bello. Gli avvenimenti visti con lo sguardo di una bambina di otto anni procedono parallelamente alla gravidanza della madre, il parto coincide con la strage: il neonato è “L’uomo che verrà” del titolo, il portatore di futuro che sarà giovane nel boom economico, vecchio nella crisi globale. Nell’originale i personaggi parlano nel loro dialetto emiliano, sottotitolato in italiano. Il film comincia prima del massacro e consente di conoscere il modo di vita faticoso della campagna, lo sfruttamento, la volontà rurale di non abbandonare case né animali, la paura, la bellezza insopportabile della Natura. Non ci si trova di fronte a un avventuroso “Bastardi senza gloria” né a un epico-politico “Achtung banditi!” né a un documentano storico. “L’uomo che verrà’ è la narrazione alta, nobile e semplice d’una grandezza umana e morale calpestata a morte. I protagonisti sono quelle che nella pittura figurativa vengono dette “figure iconiche”: ossia immagini realistiche e insieme icone eloquenti, ricche di significati, capaci di condensare la Storia. Eppure sono la sobrietà rispettosa dell’autore e la bravura degli interpreti a rendere il film ammirevole come nessun’ altra opera italiana del presente.
Da L’Espresso, 4 febbraio 2010

Visione dolorosa ma c’è la speranza
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Nella campagna emiliana, nel settembre 1944, i nazisti massacrarono 770 persone, soprattutto donne, vecchi, bambini. Il film che rievoca l’infamia, «La strage di Marzabotto» di Giorgio Diritti, è assai ben fatto e terribile. Condotto molto efficacemente (almeno nell’originale) nel dialetto della zona di Monte Sole e sottotitolato in italiano, vede i fatti attraverso lo sguardo di una bambina di otto anni. Gli avvenimenti procedono parallelamente alla gravidanza della madre della bambina, sino al parto che coincide con la strage: il neonato, ambasciatore di futuro nel mondo insanguinato, è L’uomo che verrà. La narrazione comincia mesi prima della strage per far conoscere le popolazioni rurali povere e sfruttate dai padroni della terra, i partigiani sulla montagna, la volontà contadina di non abbandonare case e animali, il terrore e le fughe: la semplicità e tragicità di vita d’un universo scomparso, forse dimenticato. Le vicende della guerra e della Resistenza si fondono con una esistenza che non nega speranza all’avvenire. La sobrietà classica rispettosa e realistica persino nella tragedia della strage, la grandezza morale dei protagonisti, la bellezza delle campagne e delle nebbie e dei diluvi, la bravura degli interpreti rendono il film ammirevole.
Da La Stampa, 22 gennaio 2010

L’attualità morale di Marzabotto
di Silvio Danese Quotidiano Nazionale

Volti lontani sempre presenti. Nel riprendere con coscienza antropologica ed epica l’attualità morale dell’eccidio di Marzabotto, l’autore del sorprendente Il vento fa il suo giro considera la falcidia complessiva del Monte Sole, a sud di Bologna (1944), 770 persone al lavoro sui campi per sopravvivere alla guerra, raccolte e uccise a gruppi, o uno per uno. Il regista sceneggiatore conta sui racconti ascoltati, riscontrabili o no. Conta, e questa è una scelta di etica romanzesca, sull’energia dei ricordi, sulla fisiognomica di un microcosmo, sulla spartana conduzione delle famiglie, sulla riesumazione dei tempi e della luce contadini. Tra quotidiane angosce e partigiani confusi spiccano le sensibili scoperte di una ragazzina braccata. La ragionata distruzione che esplode diventa un riscatto dei vinti. Peccato l’ostinata filologia dialettale che a tratti ingessa ottimi attori (Maya Sansa, la scoperta Casadio, e la coppia Bicocchi-Mazzoni, la Rohrwacher). La dialettica campo lungo/primo piano tocca il cuore del cinema classico. Esperienza audiovisiva adulta di una tragedia storica. Da non perdere.
Da Quotidiano Nazionale, 22 gennaio 2010

Un altro sguardo; un’assoluta conferma
Una luce livida rivela le stanze con i letti vuoti d’un sonno bruscamente interrotto. Martina ha otto anni e per il trauma della morte di un fratellino, da qualche tempo è muta. Sola, nel silenzio della casa, con lo sguardo ritorna alla memoria: a nove mesi prima, alla notte in cui dal suo letto ha visto le furtive carezze dei suoi genitori, la notte in cui nella pancia della mamma ha iniziato a crescere un nuovo fratellino. Nove mesi d’attesa che sono anche quelli della violenza dell’occupazione nazista e della resistenza dei partigiani.
Lontano dalla retorica, dal revisionismo e lontano dalla vieta e facile rappresentazione della contrapposizione tra buoni e cattivi, Giorgio Diritti ci restituisce la memoria dell’eccidio di Marzabotto. Un orrendo brano di storia da non dimenticare: tra il 29 settembre e il 5 ottobre del ‘44 le SS massacrano 770 civili, in prevalenza donne, bambini e vecchi, nelle colline di Monte Sole vicino a Bologna, una terra povera, di contadini a mezzadria. Col passo lento, del meglio di un cinema desueto, il regista de Il vento fa il suo giro racconta un quotidiano che ha il sapore arcaico della povertà consumata nella ripetizione degli antichi gesti governati dalle stagioni: il fieno e la raccolta, l’uccisione del maiale e la mungitura di tutti i giorni; senza nulla togliere alla poesia di un campo di lucciole d’estate o al racconto di avventure di emigrazione nel caldo della stalla d’inverno: una realtà che la guerra può inasprire, ma non certo stravolgere. Tutto, fino a quando non arrivano i tedeschi, fino a quando il male non diventa corpo.
“Perché i tedeschi non sono rimasti a casa con i loro bambini?”. Diritti ci restituisce chiaro e forte il sentimento di estraneità e il giudizio di insensatezza per tutto quello che dall’esterno filtra all’interno del piccolo mondo fatto di case di pietra grigia, sentieri e boschi, ma anche un’iniziale estraneità alla resistenza organizzata perché “ chi se ne frega della storia e di chi la fa”: la terra impone il suo ritmo e le bestie vanno governate tutti i giorni. Poi i figli e i fratelli partono, poi loro e i loro compagni sono aiutati con quel poco che c’è; e anche gli sfollati vengono accolti, con le loro valigie cariche di cose non più utili: vani oggetti di un modo che sta crollando. Una lezione morale di dignità e di generosità si accompagna alla spiritualità che nasce dalla terra, che resiste alla ripetitività di una vita dura, senza perdere né stupore, né tenerezza, come quando il papà di Martina (Claudio Casadio) si avvicina alla pancia della moglie (Maya Sansa) per ascoltare l’uomo che verrà.
Partendo dallo sguardo di Martina (Greta Zuccheri Montanari), fragile e forte creatura, capace di cogliere il pericolo e di difendersi (bella la scena col presunto pedofilo) il racconto si allarga sviluppando una coralità fatta di voci di un antico dialetto che restituisce un autentico ritmo tra il fare e il dire, interrotto dal sopraggiungere delle SS, dall’idioma incomprensibile se non per il tono che traduce la minaccia e il comando della generazione “educata” dal Fuhrer e, a poco, a poco, la scena si svuota delle parole e si riempie di sguardi, di rabbia e di paura.
Un film dalla forza autentica, che nasce dai luoghi reali, dalla campagna, dalle bestie, lo sporco sotto le unghie e l’umidità che trasuda dai muri; rafforzata da un cast che mescola con efficacia attori professionisti e non e resa vivida delle monocromie di Roberto Cimatti che oltre a far vedere, sono capaci di far sentire il freddo dell’inverno, l’umidità delle piogge di marzo e il tepore di una stalla. Poi tutto cambia, la ritualità si spezza, e in scena è rappresentato solo l’orrore degli sguardi dentro cui passa la vita, prima di rassegnarsi a diventare bestie da macello.
Il cinema che è memoria; e la memoria che assume la verità della storia. Un grazie a Giorgio Diritti.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Se dobbiamo elencare i più importanti film del cinema italiano degli ultimi venti anni, tre sono i tioli da citare: Nuovomondo di Emanuele Crialese, Il Caimano di Nanni Moretti e Gomorra di Matteo Garrone. A queste tre significative prove registiche bisogna ora aggiungere L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.
Già il film di esordio di questo autore, Il vento fa il suo giro (2005), aveva mostrato le grandi qualità di un regista che ha fatto una lunga e fruttuosa gavetta e che ha partecipato all’avventura didattica di Ermanno Olmi: Ipotesi Cinema.
Proprio Olmi sembra essere il punto di riferimento di Giorgio Diritti, ma anche altri maestri del nostro cinema hanno influenzato il lavoro di questo cineasta. Certamente i fratelli Taviani, forse Bernardo Bertolucci. Sta di fatto che L’uomo che verrà è nel desolante panorama filmico italiano un’opera di valore altissimo, un film che opera nel territorio della memoria e che allo stesso tempo è basato su una concezione formale di assoluto rigore. Il rigore però non blocca la creatività di Diritti, anzi la sua verve espressiva, la sua capacità di scrivere con la macchina da presa è evidente e diviene la colonna vertebrale de L’uomo che verrà.
Lo spunto narrativo è la terrificante strage di Marzabotto ad opera dei nazisti, infame eccidio perpetrato dalle truppe tedesche, tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, le quali trucidarono oltre settecento persone, principalmente donne, bambini e anziani.
Diritti accompagna lo spettatore verso il tragico epilogo, grazie a una sensibilità filmica che nel nostro paese sembrava totalmente sparita. Ci racconta il mondo contadino di un’Emilia arcaica e semplice, la cui vita era scandita dal lavoro nei campi e da quello svolto dentro le stalle. Gente dura ma vera, immersa in una natura altrettanto dura ma armoniosa. Eppure, in tutta questa asprezza era possibile avvertire un primitivo equilibrio esistenziale, una sorta di unione profonda tra essere umano e terra. Diritti descrive con grande precisione lo sconvolgimento che la guerra e le deliranti rappresaglie naziste arrivano a portare in questo ambiente dai tratti quasi metafisici. Scontri armati, uccisioni atroci, rastrellamenti, fughe improvvise, azioni partigiane, fucilazioni di massa da parte dei nazisti.
Tutto ciò è visto attraverso gli occhi di una bambina delicata e sensibile che ha perso la parola dopo la morte del fratellino.
Non c’è alcuna retorica nella scelta da parte di Diritti di porre come perno del racconto una bambina, anzi l’autore si esprime attraverso un’impostazione registica essenziale, pulita, che diviene dinamica solo ed esclusivamente quando lo sviluppo del racconto lo impone. Dunque, il regista non muove la macchina da presa a caso, né si compiace della sua capacità compositiva: ogni inquadratura ha un valore formale ma anche una sua connotazione drammaturgica.
Come già detto Diritti, lavora sul concetto di memoria, cioè evita la ricostruzione storica e si concentra solo sull’attualizzazione nel presente di uno dei crimini più efferati commessi dalle truppe naziste sul suolo italiano. Il racconto della vita delle famiglie di contadini emiliani e le lotte partigiane divengono così strumento di riflessione sulla nostra storia, sull’orrore del nazismo, sulla violenza, sulla libertà. E questo racconto è tutt’altro che noioso, anzi è costruito con una sapienza ritmica decisiva per la riuscita del film.
Perfetta, inoltre, la scelta di far recitare tutti gli interpreti nel dialetto strettissimo parlato sulle montagne sopra Bologna. Ogni componente del cast è stato all’altezza del compito, a cominciare da Maya Sansa e Alba Rohrwacher, attrici non di origini emiliane.
Maurizio G. De Bonis, da “cultframe.com”

La Seconda Guerra Mondiale è un soggetto talmente abusato da far chiedere all’appassionato di cinema cosa ci sia ancora da raccontare, in che modo si possa interessare lo spettatore con storie che sono oramai ampiamente conosciute. Giorgio Diritti, regista dell’ottimo Il Vento Fa il Suo Giro, dimostra invece che, per virtù di stile, si può trovare un modo originale e concreto di fare Storia attraverso le storie. In apparenza un film bellico sulla strage di Marzabotto in realtà un dramma umano e contadino, scritto dal regista con Giovanni Galavotti e Tania Pedroni ispirandosi a Olmi e Taviani cercando di togliere il racconto storico dalle fauci della drammaturgia retorica (Miracolo a Sant’anna).
Nel raccontare uno degli episodi più infami del conflitto in Italia, il film si fonda sull’attesa e sull’avvento – come fa intuire il titolo – come stato d’animo di un’intera comunità, raccontando i gesti quotidiani e umani, centrando lo sguardo su una famiglia che si straccia con l’arrivo della disumanità bellica e che mostra il percorso di un’unità (anche nazionale) distrutta fino all’isolamento e alla disperazione. Diritti, che fa recitare tutti in dialetto bolognese montano, mostra un’alta moralità etica ed estetica, «racconta la morte attraverso la vita, la cattiveria attraverso la bontà» (come ha scritto Maurizio Ermisino) e struttura i suoi film sul rapporto tra avvicinamenti e allontanamenti, tracciando il crescendo emotivo in modo lento e magistrale, costellando il film di poesia (le lucciole) e attenzione alla realtà.
La sceneggiatura prende come schema quello della “diaspora” di una famiglia come metafora di un tempo e di un mondo e si arricchisce di tante piccole sfumature rese concrete ed emotive dalla regia, che sceglie la visione parziale (la scena della strage) e la soggettiva come chiavi di comprensione di un mondo che si vorrebbe comprendere e che invece sfugge allo sguardo. Un film di grande onestà e intensità, a volte più difficile e faticoso, ma che anche attraverso l’uso di attrici (Maya Sansa e Alba Rohrwacher) e attori poco noti, dimostra l’attenzione e il talento di un autore che sa aprirsi alle sfumature della realtà osservandola nella maniera più intensa e poetica possibile.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

Non è una forzatura affermare che Giorgio Diritti al suo secondo film può già essere annoverato tra i più importanti autori del cinema italiano contemporaneo. Se Il vento fa il suo giro (2005) è stato uno dei casi più interessanti degli ultimi anni (per il suo inaspettato successo di pubblico e per la sua storia distributiva), L’uomo che verrà non è solo una piacevole conferma, ma rappresenta anche un significativo balzo in avanti da parte di Diritti. Si sa, non è mai facile ripetere un primo e significativo successo e ancor più difficile superarlo, ma il regista bolognese ha trovato una propria strada, rigorosa e originale, e da quella non sembra aver intenzione di spostarsi. Ho l’impressione che abbia un grande rispetto del suo pubblico, oltre che di se stesso, per essere sfiorato dal pensiero di dover scendere a quella miriade di compromessi che il cinema (tutto, non solo quello nostrano) cerca sempre di imporre.

Ne L’uomo che verrà si respira sin da subito la potenza di una tradizione cinematografica tutta italiana, direi anzi settentrionale, che da Ermanno Olmi, passando per Mario Brenta e Franco Piavoli, arriva dritta proprio a Diritti, lungo la prolifica traccia di un’autenticità realista che non smette di riflettere sulla condizione umana, partendo da un vissuto quotidiano che alla Grande Storia inevitabilmente sfugge. Chi ha visto il pessimo film che Spike Lee girò in Toscana un paio d’anni fa, Miracolo a Sant’Anna, sulla tragica vicenda della strage di Sant’Anna di Stazzema, resterà sbalordito e frastornato, ma in positivo, della sensibilità con cui l’autore italiano, al contrario di quello americano, ha affrontato un tema assai spinoso come quello di un’altra efferata strage nazifascista, quella di Marzabotto.

E’ la scelta del punto di vista che fa la differenza. Il personaggio principale del film è la dolce Martina, una bambina di otto anni, che vive alle pendici del Monte Sole, non lontano da Bologna, unica figlia in una famiglia di contadini che, come tante altre, fatica a vivere nel durissimo inverno di guerra del 1943. Alcuni anni prima Martina ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. La mamma ora è nuovamente incinta e mentre i mesi passano nell’attesa della nascita del bambino, la lotta tra partigiani e nazifascisti si fa sempre più dura e cruenta, fino a quel terribile rastrellamento operato dalle SS che passerà alla storia come strage di Marzabotto.

Sin dal primo, lunghissimo piano-sequenza in soggettiva, Diritti scopre le carte: lo spettatore guarderà la realtà angosciante della vita contadina e della guerra dagli occhi increduli e curiosi di Martina. E’ una scelta poetica e stilistica, questa, assai ardita, visto che il regista rinuncia così, già in partenza a prendere le parti dell’uno e dell’altro fronte. Non ci sono buoni e cattivi ne L’uomo che verrà, almeno fino alle sequenze finali della strage: da una parte ci sono le sanguinarie forze di occupazione («ognuno è il risultato dell’educazione che ha ricevuto» sentenzia l’ufficiale nazista nell’unico momento didascalico del film), dall’altra i partigiani, che pur di perseguire i loro piani di lotta armata non sembrano valutare con la dovuta cautela le conseguenze delle loro azioni sulla popolazione civile inerme. Sia gli uni che gli altri alternano momenti di fredda crudeltà a slanci di grande umanità (come nella scena i cui i giovanissimi soldati tedeschi offrono il pane ai contadini); in mezzo stanno Martina e tutti gli altri, per cui la guerra se appare all’inizio qualcosa di lontano o anche un’occasione per conoscere gli uomini e il mondo, ben presto svela il suo lato più feroce e disumano, laddove la vita di una madre e di un bambino valgono quanto il calcio di una pistola, ovvero niente.

Diritti è molto attento a non virare mai verso la rappresentazione oleografica di un dramma personale, tanto meno famigliare, ma opta per una messinscena che restituisce più che altro lo spirito di una precisa condizione di vita. Ci riesce in pieno, grazie a un ritmo lento e dilatato, che segue tutti i protagonisti nelle loro traversie, senza mai incanalarsi verso una narrazione che privilegia questo o quel personaggio. Il lavoro fatto sulla scelta degli attori si è dimostrato in questo senso vincente: alla professionalità di Maya Sansa, Alba Rorhwacher e Claudio Casadio ha affiancato uno stuolo notevolissimo di non-professionisti scelti per la valenza pittorica dei loro volti e per la perfetta adesione con i caratteri dell’umanità rappresentata; a ciò si aggiunge anche la scelta di un registro linguistico che li ha costretti a esprimersi in un ricercato e antico dialetto bolognese.

In questa vicenda corale, raccontata perciò appositamente dalla parte degli ultimi, di quegli uomini che la Storia la vivono sempre da spettatori inermi, traspare spesso la rappresentazione di un mondo perduto intriso di un senso del mito e del destino che non è solo un rifugio nella religiosità (il montaggio alternato tra le preghiere in chiesa e la battaglia sulle pendici della collina costituisce una tra le sequenze più forti e intense che il cinema italiano abbia mostrato negli ultimi anni), ma piuttosto nel sacro, come filtro attraverso cui vedere il mondo. La natura (che da’ la vita e la toglie), tratteggiata con dei colori autentici e sinistri, è quella sempre uguale e millenaria di un tempo che scorre senza sussulti ed è per questo che l’irruzione dell’uomo in essa non può che essere percepita ancor più come uno strappo letale, un inspiegabile segno del crudele mistero della realtà stessa. Visti dagli occhi di Martina (di un’intensità davvero sorprendente l’esordiente Greta Zuccheri Montanari), gli eventi narrati acquistano così il valore di un’altissima testimonianza morale, consegnandoci, nella speranza finale che chiude il film, una mirabile sintesi del bisogno della solidarietà nelle convivenze umane e restituendoci la grandezza di tutte quelle “piccole cose che contano” nella vita di ogni giorno.
Marco Luceri, da “drammaturgia.it”

Un film che parte dalla Storia, che parla della nostra Storia, ma che non si esaurisce in essa. E’ un film vero e sincero, ricco di dettagli e umanità, alla stesso tempo obiettivo e coinvolgente. Secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, il primo fu “Il vento fa il suo giro”, anche questa pellicola parte dal dialetto e nel dialetto trova la sua dimensione, i suoi ritmi.
La Storia di cui si parla, ma sarebbe più corretto dire la tragedia storica o il martirio, è la Strage di Marzabotto , detto anche l’eccidio di Monte Sole, avvenuto tra il 29 settembre ed il 5 ottobre 1944 per mano delle truppe naziste nelle campagne a sud di Bologna. Perdettero la vita 770 persone di cui 216 bambini e, per la maggior parte, donne ed anziani. Definito, non casualmente, da Salvatore Quasimodo come “il più vile sterminio di popolo” questa vicenda drammatica trova in Diritti un narratore pregevole.
Prima di girare la pellicola il regista si è dedicato ad un’intensa ricerca storica che traspare senza dubbio nell’opera. L’attenzione per i dettagli dà a questo film il suo carattere veritiero e sincero; non solo la scelta del dialetto, che peraltro non pesa e anzi regala emozioni rare nonostante i sottotitoli, ma anche la ricostruzione delle vita quotidiana dell’Italia che fu e gli attori non professionisti sono elementi che impreziosiscono questo film. Peraltro questa scelta, il dialetto, la realtà dei gesti, gli attori non professionisti, rendono quel sapore neo-realista e pasoliniano ormai perduto nel cinema odierno, sapore che invece regala un valore raro e inestimabile alla pellicola.
Nonostante si conosca già l’epilogo, la tragedia e la strage perpetrata dai nazisti, il film non risulta mai noioso e soprattutto per niente banale. La ricostruzione dei fatti è magistrale, affatto retorica e arricchita dai diversi punti di vista coinvolti nella Storia. Tra tutti emerge quello degli abitanti del luogo, quella popolazione provata dagli stenti e dal lavoro, che vive di cose semplici ma cariche di significato, che dà il giusto valore ai gesti e alle persone senza un netto schieramento, nessuna divisione nella lavagna tra buoni e cattivi. I partigiani, supportati da quei contadini che li identificano come difensori delle loro terre, sono nello stesso tempo gli eroi della lotta contro gli invasori e i responsabili del fatto di sangue compiuto a seguito delle loro azioni. I nazisti sono nel medesimo momento crudeli assassini a sangue freddo e uomini con debolezze ed umanità; tra tutti i giovani soldati, quello che gioca con le uova, quello che taglia il pane e, per ultimo, il ragazzo che non vuole sparare sul gruppo di persone raggruppate per il massacro. Nessun giudizio, nessuna politicizzazione ma la realtà delle cose resa con un’umanità che rende giustizia a vittime e carnefici lasciando allo spettatore il compito di cogliere tutto il dolore degli avvenimenti.
La poesia del film risiede nella scelta del regista di narrare la vicende con lo sguardo di una bambina, Martina, che, all’età di soli 8 anni, vede le assurdità e le contraddizioni di un conflitto che non le appartiene, e che non appartiene alla sua gente. Ho trovato il personaggio di Martina stupendo, reso in un ritratto profondo e dolce, dotata allo stesso tempo di forza interiore e di innocenza. Attraverso gli occhi di questa bambina, che ha scelto di non parlare più dopo la morte del suo fratellino appena nato, si coglie tutta l’assurdità dello scorrere degli eventi e la drammaticità del momento storico. La forza di questa bambina è titanica e resa in tutta la sua poesia nel finale della pellicola, in quell’uomo che verrà che lei stessa ha salvato e protetto. Meravigliosa l’interpretazione di Martina della giovanissima Greta Zuccheri Montanari che commuove, conquista e suscita ammirazione. In realtà ottimi tutti gli attori, colti nella dimensione umana e schietta dei loro personaggi semplici ma profondi.
Inutile negare occhi lucidi e commozione per un film affatto facile ma reso in ogni sua dimensione con maestria. La difficoltà di narrare una vicenda tanto difficile e complessa senza renderla pesante. Complimenti a Diritti che riesce a far amare i suoi personaggi senza espedienti narrativi o retorica stilistica ma attraverso la veridicità degli gesti e dei loro caratteri.
Inutile negare la tristezza di una strage immotivata, la tragedia di tante famiglie che trovano proprio in questo film il modo di essere ricordate nelle voci e nei visi dei personaggi. Molti di loro infatti sono contadini di quelle terre e figli delle vittime di quel massacro, molti portano sul viso i segni degli inverni, del sole che ha bruciato la pelle nel lavoro dei campi e i solchi delle lacrime versate.
Un film da vedere senza alcun dubbio, un film che merita un tributo assoluto per la poesia e il coraggio che lo contraddistinguono.
Simona Scelfo, da “dillinger.it”

L’uomo che verrà : un film italiano a cura di un team coraggioso e promettente; un film italiano che vince sostanzialmente la sua scommessa, in un panorama nazionale che, per carità di patria, ci sforziamo a tutti i costi di voler salvare. Il film, diretto da Giorgio Diritti, co-produttore con Simone Bachini, costeggia ma evita quei fronti scivolosi cari a certa cinematografia nostrana, Tornatore docet, la quale dosa, con calcolato effetto, cornici vintage, sentimentalismo, e ricostruzioni para-sociologiche d’ambiente dove prevale in realtà un disinvolto macchiettismo.
Giorgio Diritti sceglie di raccontare una storia “dal vero” , l’ennesima storia italiana di resistenza partigiana, culminante nell’atroce rappresaglia dell’Appennino bolognese, sterminio di donne vecchi e bambini; e racconta attingendo alle cronache e agli archivi, usando il dialetto e molti volti colti dalla strada.
Ma Diritti ha al suo arco frecce che gli consentono di ritrovare il cinema “vero” , nel senso di cinema-sguardo, oltre l’equivoco di ogni neo-neo-realismo in senso banalmente documentario: un sottile, quasi impalpabile brivido di vertigine stilistica – la sua cifra è proprio questa impalpabilità- che interpreta e ri-crea i suoi dati come si conviene a ogni cinema degno del nome.
Ed ecco allora questa cifra giocata sul togliere, sull’alleggerire (anche nella sensibile colonna sonora di Marco Biscarini e Daniele Furlati), senza tuttavia perdere in drammaticità anzi acquistandone. La cinepresa si dissocia stilisticamente dall’orrore che racconta; dilata, o glissa, o sospende la ripresa, attutisce il sonoro. Diritti riapre l’occhio della pietas che ormai non ci appartiene più.
Siamo troppo viziati a quella piazza televisiva e di rete dove veri corpi straziati sono continuamente e oscenamente profanati; mentre allo strazio si converrebbe solo lo sguardo che si esponga al diretto, straziante e meditativo contatto con esso, e poi lo narri, nelle appropriate parole, senza il bisogno di mentirlo in immagini che tradiscono più di quanto testimoniano.
Diritti dunque non ama mentire e profanare, come pure è lontano dall’iper realismo tragico e masochista di Von Trier, che nei suoi rituali di iniziazione/espiazione espressionista cerca una strada per catturare il nefas nella rappresentazione; Diritti sceglie la via quasi meta-filmica dello sguardo collaterale, della storia marginale alla Storia: la bambina muta ed occhiuta, la silenziosa cantastorie che accompagna gli eventi, quasi un angelo wendersiano smemorato dei propri natali, inconsapevole portatrice di un “passo” diverso rispetto a quello violento e gigantesco della Storia.
Eppure è proprio e solo in ognuno di questi piccoli passi che la Storia esiste davvero, come Elsa Morante ci narrò a suo tempo; è nella reale moltitudine di tutti i singoli, anonimi, dimenticati corpi e destini che è scritto il reale senso o non senso della Storia. Corpi pieni di un desiderio nascente e sino all’ultimo stampato sui volti, dietro rughe e dolore…
Uno sguardo, quello di Diritti, che riesce a evitare la retorica in virtù della sua autenticità stilistica: fotografie autunnali, indugi lungo boschi sospesi e seppiati come in un sogno alla Sokurov, interni deserti con le loro geometrie plasmate per sempre dalla vita mancata… cantilene e ninnenanne che stanno come sospese prima o dopo dei corpi; insomma un cinema che sembra in grado di captare la scia, l’eco infinita degli eventi, oltre il nostro povero mito epocale della cronaca. Eco infinita perché idealmente moltiplicata per ognuno di coloro che patirono, e patiranno, e fecero a loro volta patire, e risorgeranno, se risorgeranno, come la piccola cantastorie del film. Una piccola vita già esposta a inenarrabili ferite che possono persino togliere la parola, eppure custode di un piccolo fuoco sotto la cenere, di una voce che tornerà.
Diritti si concede un lirismo asciutto, canalizzato dal basso (o dall’alto) di quello sguardo marginale e in certo modo equanime, spre-giudicato, capace di cogliere un dramma corale. In tale flusso collettivo carnefici e vittime appaiono entrambi miserevolmente manovrati dalla spirale di un gioco che non troverà mai fine, se non in una radicale parola di pace.
Così anche la buffa faccetta troppo vista di Vito, la riconoscibile bellezza di una Maya Sansa o il déjà vu del giovane tedesco feticista e spietato, non disturbano o sbilanciano più di tanto il passo corale, anonimo e metastorico del film, un passo che non necessita di facce note che sforano, né di eccessive preoccupazioni didascaliche o citazioni “di genere”.
Ci auguriamo che Diritti approfondisca sempre di più questo suo sguardo spregiudicato e, nel frattempo, cerchiamo di vederci ( o ri-vederci , se siamo stati tanto bravi da averlo captato a tempo) il suo primo film Il vento fa il suo giro .
Giovanna Morelli, da “lalineadell’occhio.it”

Il regista del premiato Il vento fa il suo giro Giorgio Diritti torna al cinema con L’uomo che verrà, storia vera della strage di Marzabotto, avvenuta alle pendici del Monte Sole nell’inverno del 1944. Una delle pagine italiane più drammatiche della Seconda Guerra Mondiale.
Italia, 1943. Martina, una bambina muta, vive insieme alla sua famiglia nel paesino di Marzabotto (provincia di Bologna). Il paese, punto nevralgico per gli spostamenti militari, è preso di mira sia dai nazisti che dai partigiani che chiedono favori di vario genere alla comunità. Purtroppo, a seguito di uno scontro a fuoco, i nazisti scoprono l’inevitabile doppio gioco della famiglia di Martina. E sarà una strage…
Film della memoria. Pellicola storica raccontata sottovoce e con piglio decisamente formale. Come a voler rispettare, con questa scelta registica, il ricordo delle 770 persone morte in quella terribile strage. L’uomo che verrà rappresenta un momento importante per la quarta edizione del Festival di Roma. Ultimo film italiano in concorso, è probabilmente il più sentito, accorato e commovente tra quelli visti finora.
Per raccontare la storia di Marzabotto, Diritti prende il punto di vista della piccola Martina, resa muta a causa di un trauma (la morte del fratellino), perseguitata dai bambini del paese, ma piena di vita e consapevole di tutto. In essa, Diritti incarna lo spirito della “vera” resistenza. Non quella formata da coloro che impugnarono i fucili (sembra suggerire il regista), ma quella fatta dalle persone comuni, prime vittime della guerra. Anzi, di tutte le guerre. Martina è l’anima della comunità. Un paese silenzioso in cui si parla poco (e in dialetto per non farsi capire dagli estranei, sia partigiani che tedeschi), che nasconde nel silenzio i propri pensieri. Bello, a tal proposito, il parallelismo tra il tema scritto dalla piccola Martina a scuola (bruciato appena letto) e l’incapacità delle sorelle di vivere liberamente i propri sentimenti.
Ottime le interpreti principali Greta Zuccheri, la sempre “intimamente forte” Alba Rohrwacher, e Maya Sansa.
Un film per non dimenticare. Forse eccessivamente lenta la prima parte e vagamente “scolastico”, ma se ne capisce il nobile intento di rispettare la nostra memoria.
Diego Altobelli, da “tempimoderni.com”

Si è molto discusso sulla scarsezza e sull’eterogeneità dei film presentati allo scorso Festival di Roma, sintomo di una evidente mancanza progettuale e di una ancor più palese mancanza di un’idea di cinema. Parafrasando una delle ultime rassegne del Fuori Orario di Ghezzi, non sono però mancate le perle ai porci, o meglio i porci di fronte alle perle. Una di queste rare perle è senza dubbio L’uomo che verrà, nuovo film di Giorgio Diritti, in uscita in questi giorni nelle sale.

Diritti, reduce dal bellissimo Il vento fa il suo giro, film diventato un vero e proprio caso grazie alla sua capacità di emergere con le sole proprie capacità dall’anonimato e dalla noncuranza, quasi l’insofferenza, delle sale cinematografiche maggiori. Questo film prosegue sulla linea del predecessore, pur trattando un tema completamente diverso: se nel primo caso si parlava della difficile integrazione di un contadino francese in una ristretta e chiusa comunità piemontese, ne L’uomo che verrà ci troviamo durante la resistenza partigiana durante l’invasione nazista. Le prospettive sono del tutto diverse, ma lo spirito che anima l’operazione è il medesimo; Diritti trasla il suo interesse per la gente umile e per le piccole cose, i piccoli gesti, per la terra e per l’espressione più immediata durante la guerra, e fa sicuramente centro. In questo caso ci troviamo nella campagna bolognese, in una piccola comunità nella quale ha sede un gruppo di partigiani ricercato dai tedeschi. L’umiltà e la povertà sono rappresentate in maniera ammirevole; Diritti accarezza quasi le mosse della famiglia di contadini protagonista, ma senza mostrare compiacimenti o pietismo e soprattutto senza quasi mai andare sopra le righe, ritrovando e riproponendo un antico valore come quello dell’amore per il gesto, per la parola, in questo caso il dialetto bolognese. Tutta la vicenda è seguita attraverso gli occhi di Martina, una bambina figlia di un contadino e partigiano, che guarda con un misto di stupore, innocenza, ingenuità e candore quello che accade. Le uccisioni e le sparatorie, le fughe e i rumori dei bombardamenti smettono di essere azioni di guerra, motivate oppure no, da una parte e dall’altra, e divengono altro sotto lo sguardo della piccola Martina, che si vede bruciare un tema sul padre partigiano dalla maestra di scuola elementare. Non potendo parlare di sé e dei suoi cari, Martina decide intimamente di non perdere il dono della propria spontaneità e il suo rifiuto della parola, che segue all’evento traumatico della morte di un fratellino mentre lo sta tenendo in braccio, significa la difesa della propria persona; una scelta che ricorda in maniera probabilmente voluta il bambino del Sacrificio tarkovskijano, oltre ad Andrej Rublev. L’ultimo quarto del film passa alla rappresentazione, inaspettata, della brutalità della situazione e lo fa correttamente, per far ricordare la vergogna di quanto è successo, senza trincerarsi dietro al corrente revisionismo soggettivista. Certo, sarebbe stato bello mantenere lo sguardo poetico di Martina fino alla fine, ma Diritti suo malgrado deve dare una virata dalla quale, comunque, la poesia rinasce come una fenice, mostrandoci un nuovo aspetto del resistere. Resistere per un uomo che verrà.
Lorenzo Lamperti, da “icine.it”

L’uomo che verrà rappresenta la strage di Marzabotto, uno dei tanti episodi di rastrellamento nazista avvenuti nel Settembre 1944 da parte delle SS in Italia.
Il non più debuttante Giorgio Diritti realizza un’opera densa con uno sguardo profondamente moralista, capace di unire insieme l’intensità del cordoglio alla viva testimonianza, facendo leva non tanto sulla mozione degli affetti quanto su una fredda commozione.
Pluripremiato nei nostri confini (a Roma, ignorato invece a Venezia) l’opera si dipana attraverso la di una famiglia contadina che vive alle pendici di Monte Sole, investigandone gli stati d’animo ed il grigiore quotidiano durante una guerra sempre più vicina. In un’Italia spaccata in due dalla linea gotica, siamo nello 1943 da principio, i contadini dell’entroterra romagnolo continuano la loro vita agreste pur sapendo delle circostanze funeste. La prima parte dunque scorre lentamente quale fosse un Albero degli zoccoli in temperie guerresche, come da tutti è stato rilevato. Certamente i tempi non sono quelli sincopati di cui ormai linguaggi televisivi e cinematografici sono saturi; gli intendimenti si spostano più sull’antropologico che altro, ma non co rigore scientifico, anzi ingenuo come quello della figlioletta che si diletta in bianche considerazioni, atte a tracciar lo stupore dinnanzi alle vigliaccate ed agli orrori, ma anche la meraviglia del mondo, del miracolo della vita, rappreso nella gravidanza della madre.
Lo spettatore è legato indissolubilmente agli occhi della bambina, descritta come una sorta di piccola divinità cresciuta pura dagli elementi, lontana della nefandezze umane. L’uso sapiente delle inquadrature introduce esponenzialmente il pericolo, dai campi lunghi dove l’uomo si affresca armoniosamente con la natura, ai campi sempre più stretti dove meno si vede il verde, dove più si vede la ruga di paura, dove meno si vede l’orrore diretto. E’ una significativa operazione di linguaggio cinematografico, Pasolini avrebbe apprezzato la capacità letteraria di Diritti, quando inoltre con la perdita della voce della bambina e quella delle parole del padre, fa dell’orrore qualcosa di indicibile.
L’intensa moralità
Cinema Infine la grande metafora finale, la nascita del bambino coincide con la morte di quella nazista, ma anche e soprattutto dei 770 abitanti di Monte Sole giustiziati appunto dai tedeschi.
Sono scese convulse quelle girate da Diritti, che perdono del tutto la linearità. Ma è una convulsione senza sangue, solo di movimenti e di lacerazioni. La convulsione del momento ferale deve mantenere la sua funzionalità etica, e quando l’ufficiale tedesco sentenzia “siamo la nostra educazione”, il regista ci spiega molto.
E’ un ottimo mestierante Diritti, capace di scegliere volti estratti dalla ruralità italiana, poiché urgente è la necessità di trovare la giusta maniera di raffigurare l’arcaicità bucolica, della vita dei mezzadri perfettamente mescolati con la fermezza delle campagne, il senso diffuso dal collettivo della vita contadina, il rapporto viscerale con gli stimoli del corpo, dalla fame all’amore fino alla religione. E’, come detto, un realismo antropologico, non tanto storico, aperto in una controllatissima purezza morale.
Non interessa a Diritti fabbricare degli eroi, ma trovare la giusta cifra poetica tra attori professionisti e non, tra pace e guerra, nella collettività, nel parlata autenticamente vernacolare.
E’ un lavoro che fa bene questo, perchè ogni tanto, nella nostra società idolatrica ed iconica, è bene discostarsi un poco dalla plastica e dagli estetismi lustrati, per misurarsi con delle immagini sicuramente più potenti e più cinematografiche, nell’accezione artistica della parola che quasi sempre viene disattesa. Nessuna concessione allo spettacolo od alla revisione storica. E’ un film che vorrebbe lasciare qualcosa, che intende vigilare e rinfocolare le coscienze puntando sulla necessità di comprendere, dalla parte delle vittime.
Volendo risalire a dei modelli estetici si potrebbe citare il cinema di Ermanno Olmi o Mario Brenta. Ma in realtà Diritti persegue una sua propria poetica nel restituire, utilizzando attori professionisti e gente presa sul posto, la dura vita di quelle contrade rurali, le arcaiche dinamiche familiari, la fatica del lavorare la terra. I mezzadri, il passaggio delle stagioni. Colpisce, vedendo il film severo e toccante, al quale però non giova l’eccesso di musica, una certa pietas cristiana. L’uomo che verrà evocato dal titolo è certo il fratellino di Martina, ma anche, si direbbe, un novello Gesù bambino da sottrarre ai nuovi Erode. Un segno di speranza sui destini dell’umanità.”
Andrea Cassaro, da “everyeye.it”

Non la guerra, ma la montagna: un eccidio nazifascista evocato iscrivendo le figure nel paesaggio. La giuria di Forman ha perso un’occasione per premiare Giorgio Diritti, che ottiene invece il riconoscimento del pubblico al Festival di Roma. Il cineasta, dopo Il vento fa il suo giro, esce dai cineclub dimostrando, per un regista italiano, cosa significa declinare il tema delicato secondo una sensibilità figurativa propria: didascalismo a zero, simboli semplici e precisi (il silenzio della bimba, il neonato), meticoloso prosciugamento sulla sceneggiatura che taglia le parole fuori posto. La resa drammatica è essenziale: non spiegano mai la guerra, questo pugno di montanari, tanto che a tratti sembrano perfino ignorare le ragioni. La focalizzazione interna di Martina (Greta Zuccheri Montanari, da ricordare), allora, è il timone che ci guida nello scontro indecifrabile, spoglio da ogni manicheismo, dove l’esecuzione partigiana non è meno atroce della violenza fascista: si attua una scomposizione, che dissocia le figure dalle note collocazioni storico-politiche e, coraggiosamente, dona loro nuova forma, quasi astratta. La guerra per il regista non è una filippica delle parti né una memoria da tramandare: la guerra è una successione di quadri estrapolabili e riproponibili (l’attesa – l’allarme – la paura – lo sgomento – gli spari – le urla – la polvere), quadri pensati, lavorati, costruiti, per questo esatti. L’infinita, insopportabile sequenza della strage (cfr. Katyn) induce alla realizzazione del conflitto che però, questo l’importante, non viene enunciata, resta ancora implicita, preferendo sempre affidare alla messa in scena i suoi significati. Attori sullo spartito del realismo (non dire il vero ma essere veri), titolo evocativo: l’uomo che verrà è il fratello di Martina ma anche, ovviamente, l’uomo di domani che si forma dopo le stragi, chiamato alla difficile rinascita dopo aver violato i corpi e la natura.
Emanuele Di Nicola, da “spietati.it”

Nella storia
Diritti riesce a evocare una pagina di Storia (l’eccidio nazifascista di Marzabotto) senza scadere nel bozzettismo, nella maniera paratelevisiva o nella celebrazione di prammatica. La soluzione è semplice e geniale: raccontare non la Storia ma una storia. Nell’infinitamente piccolo della vicenda di Martina si riflette, anzi, si ripercuote l’infinitamente grande, le mille ragioni incomprensibili e tortuose della violenza, della sopraffazione, del furore cieco e lucidissimo cui gli uomini si abbandonano con gioia crudele, come bambini. Una natura di struggente e mai cartolinesca bellezza (che fa pensare più ai film di Piavoli che a quelli di Olmi) sembra insinuare l’inutilità di questa oscena farsa, che cresce in silenzio, inanellando episodi apparentemente estranei l’uno all’altro (ma collegati da una fittissima e impalpabile rete di rimandi, sguardi, mezze parole e fremiti più intuibili che esibiti – la relazione fra Beniamina e il signor Bugamelli -), e deflagra nella letteralmente interminabile sequenza della strage, in cui non c’è un culmine tensivo liberatorio, ma un lento cristallizzarsi della disperazione e dell’impotenza, mentre l’azione si sgretola in infiniti rivoli di sangue e fango e la parola, finalmente ritrovata, non prelude necessariamente alla rinascita e alla speranza, ma invita piuttosto all’oblio, alla sospensione, all’attesa (vana?) di un Uomo che verrà (l’uomo nuovo? un Redentore? il padre scomparso?). l’UOMO che verrà è un fim impenetrabile come il suo titolo, scabro come il dialetto che ne costituisce l’ossatura, dalla messinscena ricchissima di idee, tutte al servizio del racconto per immagini (vanno citate almeno la rhesis per interposto tema scolastico di Martina e la sequenza della battaglia, risolta con un alternarsi di totali e semisoggettive di Beniamina in osservazione dal campanile). Nel finale, qualche cedimento al melodramma (il mancato violentatore) non fa che sottolineare, per contrasto, la forza di una regia che ha il coraggio dello sguardo frammentario e depistante (il sonoro improvvisamente “fuori fuoco” che marca la definitiva impotenza del padre di Martina, il mancato incontro nel bosco, il prosciugato colloquio fra il sacerdote e l’ufficiale) e che ha ben pochi termini di paragone, per ambizione e felicità di risultato, nel panorama odierno del cinema “impegnato” (qualunque cosa significhi questa detestabile etichetta).
Stefano Selleri, da “spietati.it”

Claudio_Casadio_Maya_Sansa_L_uomo_che_verra—03
Ci sarà sempre qualcuno che dirà che non andava raccontata così. Chi storcerà il naso perché si è deciso di narrare un pezzo tragico di storia italiana e mondiale. Ma la storia, la stessa, per quanto orribile possa essere, può essere raccontata in mille modi, da tanti punti di vista. L’importante è ricordare. L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, ultima pellicola italiana in concorso presentata a Roma, più che una testimonianza è un urlo affinché non si dimentichi, per dire basta agli eccidi, alla guerra. Per urlarlo oggi, più di 60 anni dopo, perchè c’è ancora e sempre bisogno di farlo. A far da guida al ricordo, nella pellicola di Diritti, è Martina (Greta Zuccheri Montanari), un bambina di otto anni. La sua storia, quella della sua famiglia di intreccia con quella con la S maiuscola. Marzabotto, inverno 1943. Martina ha smesso di parlare dopo aver perso un fratellino appena nato, e adesso attende con ansia che ne arrivi un altro. Ogni sua premura va alla madre Lena (Maya Sansa) che è in attesa. Ogni aereo che passa, ogni sparo sono per lei una minaccia. Sull’appennino emiliano è guerra tra tedeschi e partigiani. Il fratellino di Martina nasce, ma contemporaneamente c’è un rastrellamento delle SS, passato alla storia come la strage di Marzabotto. Lì morirono 770 persone, e questa è la storia vera. Nel film di Diritti sopravvive solo “l’uomo che verrà”, grazie alla forza di Martina, al suo canto silenzioso, assieme alla voglia di sperare in un futuro diverso. Dopo Il vento fa il suo giro, sulla diffidenza verso l’altro, Diritti affronta un tema umano e storico attraverso uno sguardo personale. Martina non parla ma i suoi occhi raccontano le vicende della sua famiglia, del suo paese, dell’Italia di allora. La pellicola è stata girata in Toscana e le atmosfere e i luoghi ricordano molto Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee. Ma se il regista americano non era completamente riuscito nel suo intento, con una pellicola a tratti retorica e banale, il film di Diritti colpisce per la semplicità. Un’altra pagina di storia poco conosciuta è raccontata attraverso lo sguardo “puro” ma molto riflessivo e curioso di una bambina. Che costringe la maestra a bruciare il suo tema, troppo vero l’orrore della guerra raccontato nella sua semplicità. Perchè tutte le contraddizioni davanti ai suoi occhi appaiono più vere e per questo più spaventose ma non invincibili. Un film che lascia parlare le immagini, i silenzi della natura, con una grande cura per i dialoghi. Il regista bolognese fa parlare i suoi personaggi in dialetto emiliano, per avvicinare ancora di più lo spettatore alla storia. Per guardare oltre, guardarsi attorno e chiedersi che umanità è nata dall’uomo che verrà.
Sonia Arpaia, da “doppioschermo.it”

Non ci sarà sant’Anna, e neanche sant’Antonio, a salvare i bambini, le donne e gli anziani, poveri contadini e contadine alle pendici del monte Sole. Il miracolo invocato altrove da Spike Lee non abita a Marzabotto, dove il 29 settembre 1944 morirono, sotto i colpi delle SS tedesche, 770 persone. Ma per arrivare a quel maledetto giorno d’autunno il regista – anche soggettista, sceneggiatore, produttore e montatore – sceglie di partire dal Natale precedente, non a caso nove mesi prima della strage. Un bambino in arrivo, la pancia di Lena (Maya Sansa, davvero convincente) che cresce, scandiranno il tempo insieme alle stagioni: il bambinello nel presepe, la neve e il freddo, i prati nuovamente verdi, poi la calda estate. L’attenzione dedicata alla natura e ai suoi silenzi può richiamare Piavoli, ma Diritti ha uno stile tutto suo, lirico e genuino, già d’autore al secondo film. Rispetto al precedente e pluripremiato Il vento fa il suo giro troviamo una maggiore sicurezza nella direzione degli attori, dalla sorprendente Greta Zuccheri Montanari (che interpreta Martina, la piccola protagonista) a Claudio Casadio (Armando) e alla sempre brava Alba Rohrwacher (Beniamina), senza nulla togliere a tutti gli altri – impossibile citarli tutti.
Per lo spettatore, che già conosce quando e dove la Grande Storia porrà la parola fine alle piccole storie che scorrono sullo schermo, è difficile non rimanere coinvolto, attento, scosso. Eppure nel film non c’è traccia di ricatto emotivo, né di strumentalizzazione – e, visto che gran parte delle vittime della strage furono bambini, il rischio poteva esserci. Il gran merito – certamente non l’unico – di Diritti è quello di scendere ad altezza uomo, raccontare la guerra partendo dalle persone e dalle loro storie. I partigiani mostrati non sono figure astratte, ma figli, nipoti, mariti e fratelli, semplici contadini che hanno smesso il proprio nome, abbandonato il forcone e imbracciato il fucile e una nuova identità. La guerra fa indossare una divisa e mette le persone l’una contro l’altra “ma io non ho capito il nemico qual è, non l’ho mai visto”, scrive Martina in un tema di scuola – che finirà bruciato.
Coraggiosa e necessaria la scelta di far recitare tutti in dialetto bolognese – fondamentali i sottotitoli in italiano -, espediente che porta subito in una dimensione altra, lontana nel tempo – ma neanche troppo – eppure vicinissima alle nostre radici, alla nostra storia. Curatissimo il suono (in presa diretta, di Carlo Missidenti) e giustamente evocative le musiche (firmate da Marco Biscarini e Daniele Furlati).
L’uomo che verrà del titolo è il bambino in arrivo – visto in funzione salvifica – ma forse siamo anche noi, che siamo nati dopo la strage e siamo stati la speranza e il futuro per chi allora l’ha vissuta.
Manuela Pinetti, da “zabriskiepoint.net”

Aveva ragione Ridley Scott in un’intervista di alcuni anni fa, rispondendo a una domanda sull’importanza del talento nel cinema disse che la bravura di un autore era in percentuale minoritaria a confronto delle conoscenze e della fortuna. Risposta forse ovvia per chi ha letto Machiavelli e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.
Ecco, se invece dovessimo giudicare la bravura e il talento uniche doti essenziali per la riuscita di un bel film, possiamo dire senza dubbio di smentita, che Giorgio Diritti e il suo film sull’eccidio di Marzabotto sono il miglior risultato del cinema italiano di questo inizio di Millennio.
Questo suo cinema è sulla scia del miglior Olmi, del migliore dei film dei fratelli Taviani ed è un film che meriterebbe la corsa agli Oscar come miglior film straniero.
Un film si giudica oltre che per la regia anche per l’nsieme della messa in scena e vogliamo dire che dalla fotografia ( Roberto Cimatti ), alle scenografie ( Giancarlo Basili ), dai costumi ( Lia Francesca Morandini ) al casting ( lo stesso regista – che ha fatto questo lavoro per anni anche per Fellini, Avati… ) c’è una corsa a chi fa il suo lavoro al meglio.
E non sapremmo dare la palma del più bravo all’uno o all’altro. Il film ci racconta la guerra, l’orrore di un esercito occupante ( in questo caso nazista ), ma anche la fame contadina, la paura dei bimbi e degli adulti per una violenza incomprensibile e incontrollata; ci racconta di facce pulite e giovani che prive di coscienza e di moralità si possono macchiare di crimini innominabili con la stessa leggerezza di un branco sbandato ma in divisa.
Questo modo di raccontare un “ piccolo “ fatto di cronaca di guerra lo hanno provato a fare in tanti, in pochi riuscendoci veramente, i fratelli Taviani e Montaldo in Italia e Malick, Fuller, Eastwood negli Stati Uniti, Kon Ichikawa e Tanovic per citarne altri.
Adesso lo ha fatto anche Diritti portando al termine un gran bel film realizzato con un budget “ ridicolo “ di soli tre milioni di euro ( pensate ai trenta di Tornatore o ai trecento di qualche film statunitense ).
Diritti ci racconta un anno di vita a Marzabotto, paesino sugli Appennini emiliani, all’inizio c’è un cartello che indica autunno 1943, il rastrellamento e l’eccidio avverranno il 5 Ottobre del 1944.
Per coloro che non sanno di lotta partigiana e degli efferati crimini nazisti accenniamo brevemente: il feldmaresciallo Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva la combattiva e coraggiosa brigata Stella Rossa, e voleva dare un duro colpo all’organizzazione e ai civili che riteneva la appoggiassero. Marzabotto aveva subito già rappresaglie, ma mai così criminali come quella dell’autunno 1944.
Raccontare la storia non è semplice, perché non c’è una trama ben definita.
Prima che succeda l’eccidio ( splendida la scelta di non indugiare sulla strage, ma di descriverla in modo delicato e privo di gran guignol ) c’è l’interno di una comunità agreste dell’Appennino: ci sono la descrizioni del mondo contadino, dal vestirsi al mangiare, dai sogni delle ragazze per l’amore, alle donne anziane che le tengono sotto briglia, dai pretini delicati e gentili ai bambini che stanno a scuola, dai partigiani che vanno e vengono e che compiono azioni militari lontane dal paese al passaggio sempre inquietante delle truppe naziste che a volte prendono solo cibo ed altre minacciano anche stupri.
Il tutto è visto attraverso gli occhi di Martina, una bambina di otto anni, incapace di parlare dopo la morte del fratellino appena nato e in attesa che la madre partorisca di nuovo ( l’uomo che verrà ).
La vicenda è ambientata nel 1943 alle pendici del Monte Sole, qui i contadini lavorano intere giornate, tentando in ogni modo di sopravvivere al freddo e alla fame.

A questo si aggiungono i rastrellamenti e la richiesta d’aiuti dei partigiani che hanno bisogno di cibo e di assistenza.
La famiglia di Martina sopravvive come può sperando che tutto finisca al più presto.
In alcuni passaggi potrebbe sembrare un documentario romanzato e il dialetto bolognese (il film è sottotitolato) ci fa entrare ancora più dentro le vite della comunità; questi contadini non hanno una fede politica e accettano le sventure e i pochi momenti di serenità senza scalpitare e senza provare rabbia o rancore verso il nemico.
I giovani e le donne dividono il pane e il sugo con il soldato occupante, ma sanno che non ci potrà mai essere nulla in comune tra loro perché la vita ha delle regole.
Come abbiamo detto in precedenza tutti gli attori sono molto bravi e si sono calati in quella realtà con precisione antropologica.
Brave e convincenti la Rohrwacher e la Sansa ma bravi tutti con una menzione speciale per Greta Zuccheri Montanari, una bambina di altri tempi.
Domenico Astutii, da “cinemalia.it”

Giorgio Diritti tiene fede al suo cognome e dopo l’intenso Il vento fa il suo giro realizza un altro film in dialetto (con sottotitoli), guarda ancora secco ed asciutto verso il pubblico raccontando una storia ambientata negli oscuri tempi della seconda guerra mondiale, riprendendo con personaggi di fantasia la vera strage di Monte Sole, nel dire comune «strage di Marzabotto» dal nome del comune più colpito (compiuta dai nazisti in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944), che segue quella di Sant’Anna di Stazzema a cui non molto tempo fa il grande Spike Lee dedicò una intensa pellicola.
Nell’Emilia Romagna rurale di quegli anni, la piccola Martina è diventata muta in seguito allo strazio della morte del piccolo fratellino, e ora alla notizia dell’arrivo futuro di un altro si sente felice e tranquilla. Ma purtroppo a quei tempi i sorrisi non erano cosa comune: i giovani uomini per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi entravano nelle file dei partigiani, mentre le donne, i bambini e gli anziani cercavano di sopravvivere poveramente e nel contempo di aiutarli.
Diritti è decisamente un autore indipendente mentalmente che non si cura di rendere facile la lettura del suo film: a parte i sottotitoli e il dialetto, la protagonista è una bravissima bimba nel film muta (Greta Zuccheri Montanari, se continuerà con il lavoro di attrice sentiremo sicuramente parlare di lei in futuro); gli altri attori (a parte Alba Rohrwacher e Maya Sansa) sono praticamente dei perfetti sconosciuti; oltretutto il film non ha nessuna voglia di propagandare eroismi e non fa vedere minimamente la vendetta/riscossa dopo l’eccidio. L’uomo che verrà del titolo è il fratellino che Martina toglie provvidenzialmente dalla culla e salva dalla furia cieca nazista: in una toccante scena finale, mostra la possibilità che un giorno sulle note di una tenera ninna nanna ci potrà essere spazio per esseri umani migliori. Ci si ritrova a pensare che il futuro che già conosciamo ha dimostrato che la guerra è solo un crimine orrendo contro cui l’unica vera alternativa è la pace.
Terribile la sequenza shock, poi stemperata della carrellata sui bimbi con le mani alzate (muti come Martina), del rastrellamento dei civili che pensavano non avrebbero subito violenze in quanto inermi; si denuncia anche come i partigiani in fondo non fossero degli eroi a tutto tondo (guardano dall’alto e non intervengono durante gli eccidi) e a volte terminavano verso i contadini quello che i soldati nazisti avevano iniziato portandogli via le ultime vettovaglie («La carta non serve a sfamarci»). Il film, oltre al discorso dell’uomo migliore che verrà, vuole anche mostrare come persino dalle cose più terribili ci sia una scintilla di bene: mentre il padre diventa sordo per colpa di una granata, cosa che lo avvicina ancor di più verso la figlia menomata, sempre per colpa di una granata assassina Martina ritorna ad udire, ormai provata e consapevole è ora nel mondo degli uomini e non dei fanciulli, pronta a vivere un nuovo percorso sapendo di custodire un tesoro (il fratellino).
Il regista trova una via diversa, fatta non di spari e duelli ma di sguardi, ci parla di cose semplici ed emozioni importanti che si rischiano di perdere in un lampo, dell’allevamento di magre vacche con contorno di povere masserizie (non si poteva macellare liberamente neppure un maiale per sfamarsi), dove la migrazione e l’arrivo di nuove persone sembrano la deportazione degli ebrei che si dislocano forzatamente man mano (nell’esempio, le lenzuola appese che dividono le famiglie). L’uomo che verrà è il manifesto di come si possa raccontare efficacemente avvenimenti tragici senza essere per forza epici, disporre di capitali ingenti o attori fenomenali e superstar. La storia e il tempo li costruisce la terra coltivata con le nude mani e i rudi mezzi: nel film il paesaggio di Monte Sole, che nei 67 anni trascorsi non è cambiato, pare parlarci lui stesso con dolore. La nuova scintilla di speranza per il cinema italiano di qualità non parla forbito e non ha modi sofisticati, ma ha cuore duro e coraggioso, ci sferza nell’animo con un messaggio che taglia come una lama.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

Giorgio Diritti supera a pienissimi voti la sempre delicata prova del secondo film, realizzando quello che è probabilmente il miglior lungometraggio italiano del IV Festival del film di Roma. E lo fa rischiando al massimo, cioè scegliendo un argomento pericoloso come quello dell’eccidio nazista di Marzabotto, ma superando le numerose trappole del viaggio attraverso la costruzione di una relazione vincente tra uomini, territorio e Storia, tra i fatti narrati e la costruzione di parabole più ampie come il rapporto tra bene e male, e tra vita e morte. In questo modo l’operazione di ricostruzione di memoria civile risulta molto efficace, proprio perchè parte dall’ascolto, insieme poetico e distaccato, dell’umanità dei personaggi. Giorgio Diritti (suo il bel film Il Vento fa il suo giro) è bravo a disinnescare tutte le tagliole della retorica celebrativa, dello schematismo piatto, dello schieramento ideologico e del sentimentalismo d’accatto : erbacce prontamente in agguato di fronte a un tema storico di tale drammaticità. Egli invece riesce ad allestire un’autorialità rigorosa, sincera e ferma, stilisticamente e moralmente, anche se somigliante, da un punto di vista estetico (soprattutto nella prima parte) ad una scuola autorevole ed importantissima come quella di Ermanno Olmi. Il regista ricostruisce una “vita vera”, ed osserva con pudore e dovizia di particolari gli sguardi, le azioni e le poche parole della gente che cadrà vittima di tanta atrocità. Il film racconta benissimo la strage, e con questa un’aggressione terribile della morte alla vita, la quale, per fortuna, pur segnata da ferite indelebili e profonde, riesce a non soccombere di fronte a tanta barbarie, ed ha voglia, anzi, lo stesso di rinnovarsi, così come i cicli della natura ampiamente descritti dal film. L’uomo che verrà è il passaggio/tortura/sopravvivenza umana ad una tragedia orribile come quella materializzatasi sulle montagne emiliane tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 1944. Una sopravvivenza (un bambino appena nato verrà miracolosamente tratto in salvo) tenuta in vita da altra purezza scampata all’eccidio ma non alla violenza della vita stessa, che l’ha già segnata, togliendole già le parole, e girando intorno a lei già prima del massacro, già nel male che alberga in ogni ambiente umano, vedi l’uomo che la tocca, che la cerca subdolamente, preannunciando altro male, preparandoci a quello imminente ed enorme dell’autunno del ’44. La descrizione, precisa e molto incisiva, della strage di Marzabotto parte dalla soggettiva di una ragazzina sensibile e già martoriata dalla vita. Attraverso i suoi occhi silenziosi prediamo coscienza della violenza della guerra e dell’escalation di dolore e disumanità che questa costituisce. In questo modo, Diritti, offre un film fatto di cinema intelligente che è bellezza e testimonianza insieme, memoria e sano coinvolgimento emotivo. Tenendo fede alla lezione di un cinema lento, realistico e descrittivo, ci apre delicatamente le porte di uno spazio storico di cui sentiamo la vita e il respiro, ma anche l’affanno di fronte all’inspiegabile e all’ingiusto. Il regista riesce a costruire una relazione efficace tra attori professionisti e non professionisti, e alle facce rugose raccolte in loco, fa adattare quelle (costantemente all’altezza) dei tre protagonisti professionisti : Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio. Per un’ora assistiamo al pedinamento di una comunità contadina emiliana che parla una lingua precisa ed integrale, una fetta di civiltà rurale degli anni ’40 dipinta con pazienza ed arte, raccontata attraverso una quotidianità a contatto costante con la terra, con gli animali, con le tradizioni e con la fede cristiana. Ma anche con tutta la tensione relativa al quel preciso momento storico, in un angolo splendido di mondo che è diventato all’improvviso territorio di guerra, occupato dalle forze partigiane e invaso dalle sortite naziste che man mano diventano sempre più insistenti e violente. E’ profonda ed insistita la descrizione del contesto : il film inizia nell’inverno del ’43, e della guerra si raccontano anche i momenti quotidiani vissuti da una popolazione impaurita e inerme. La guerra arriva prima della strage, con la paura costante, con il rapporto dei contadini sia con i partigiani che con le forze tedesche, oltre che con la propria tensione, sciolta attraverso un ballo innocente e clandestino, una prima comunione, una confidenza d’amore, una notte d’inverno nella stalla a raccontare favole di mostri marini, l’uccisione del maiale. Per tutta questa prima parte si sente l’avanzata del male, annunciata da una mostruosità che cresce da entrambe le parti, che fa venire fuori la peggio educazione e gli istinti più barbari degli uomini. Vediamo personaggi trasformarsi, come il partigiano che prima spiega di non riuscire a sparare, ma che più tardi esegue freddamente l’omicidio di un soldato tedesco. Gli spara in testa, da meno di un metro, dopo che gli ha fatto scavare la sua fossa. Sono in contrapposizione gli orrori umani e la bellezza della natura, espressa attraverso il passare delle stagioni e le piccolezze degli uomini, coi loro cambiamenti repentini, dettati dalla paura, dall’odio crescente, dalle malattie umane che essi si portano dietro. Potrebbe sembrare esageratamente lunga la parte descrittiva dell’ambiente, ma è invece funzionale alla descrizione di quello stesso massacro. Che giunge non all’improvviso, ma preannunciato da un cambiamento stilistico, e ponendosi in acceso e siginificativo contrasto con una vita a contatto con i cicli della natura. L’apice della violenza è narrato con pudore e rispetto da parte del regista, anche se non mancano alcuni momenti di esplicita crudezza, che preferisce alzare l’obiettivo verso il cielo e verso la croce, nel momento in cui i tedeschi iniziano la carneficina. Poi dissolvenze in bianco e qualche ralenti evitabile, così come certi momenti di tecnologia digitale (con cui per altro il film è meravigliosamente realizzato) dove vediamo le lucciole o l’aereo che bombarda. Sono piccolissimi particolari. Per tutto il resto, L’uomo che verrà è un film bello ed importante per forma e contenuto, prezioso da un punto di vista storico e stilistico. Una gran bella parantesi di cinema italiano contemporaneo.
Edoardo Zaccagnini, da “close-up.it”

In L’uomo che verrà si rievocano i sanguinosi eventi del settembre 1944, e in particolare l’eccidio passato alla storia come strage di Marzabotto. In realtà furono più di uno i massacri di civili inermi (moltissime donne e bambini, anche piccolissimi) non solo a Marzabotto, ma in tutta la zona di Monte Sole, nel bolognese: circa 770 persone, mentre gli uomini si ritiravano sulle alture con i partigiani non immaginando – non era mai accaduto prima – una simile reazione. Lasciando agli storici il compito di confermare l’impressione di una sostanziale fedeltà ai fatti, possiamo dire che Giorgio Diritti, cinquantenne al suo secondo film (viene dalla scuola di Ermanno Olmi, e questa derivazione si riconosce nel suo stile) dopo il piccolo caso Il vento fa il suo giro, ha avuto la felice idea di non realizzare il “solito” film sulle malefatte naziste – in Italia o altrove – con tutti gli stereotipi del caso (ufficiali sinistri ghignanti e caricaturali e così via) che banalizzano temi e racconti drammatici, quanto di calarci nella follia di quel momento storico partendo inizialmente dalla vita semplice di famiglie che vivono di poco e sembrano temere il peggio da un momento all’altro. Si affidano alla Chiesa, e a giovani e coraggiosi sacerdoti (disposti a tutto, anche a rendersi ridicoli), per essere protetti, ma la furia di quell’ideologia di morte non si fermerà neanche davanti a luoghi sacri.
Ma il colpo d’ala del film – dolente e dignitoso monito contro l’insensatezza della guerra e della violenza – è affidare il racconto allo sguardo di una bambina atterrita e insieme fremente per la volontà di salvare il fratellino appena nato. Una bambina dolcissima, diventata muta dopo un trauma ma che guarda e osserva tutto con candore e chiarezza al tempo stesso (un suo tema “compromettente” viene distrutto dalla maestra).
Fin dall’inizio osserviamo la piccola Martina Palmieri (Greta Zuccheri Montanari, che Diritti non ha trasformato in piccola attrice “finta” ma di cui ha catturato la miracolosa sincerità espressiva) che vede attorno a sé fatti piccoli e grandi: genitori e parenti divisi tra varie preoccupazioni (l’attesa di una nuova vita, la fame, la miseria, la vicinanza con i nazisti, le richieste dei partigiani), la zia che torna a casa un po’ insofferente dalla città, sconosciuti da ospitare per i difficili momenti che vivono tutti, soprattutto la nascita del fratellino. E i partigiani, i nazisti, chi è violento e chi finge di essere gentile. Poi, improvvisamente, il senso di attesa di una vita che viene (il fratellino che sta per nascere, quasi una ricompensa per il dolore causato dalla morte di un altro fratello) e di incertezza per eventi oscuri si trasforma in un violento uragano di distruzione e morte (ma in guerra anche i “buoni” uccidono a bruciapelo, ingiustamente). Ad uno ad uno o a gruppi numerosi, i tedeschi iniziano a sterminare chiunque. Lasciando alle proprie spalle cimiteri a cielo aperto, scene di devastazione indicibile. Osservate dall’occhio dell’autore con profonda pietà per le vittime della violenza.
Ma, come si diceva, con la scelta di affidare a Martina, e alla sua inspiegabile e fragilissima forza d’animo, lo sguardo e il senso (commovente) di tutto il film, Giorgio Diritti riesce – anche grazie a un titolo eloquente: L’uomo che verrà è il bambino appena nato, ma anche la promessa di un’umanità cambiata – a far cadere l’accento del racconto su una speranza quasi impossibile. Speranza che è la parola più sincera e coraggiosa di un film oltre tutto caratterizzato da scelte di stile, di linguaggio (la pellicola è in gran parte in un dialetto bolognese antico oggi sconosciuto, e presenta i sottotitoli in italiano: a tratti ricorda L’albero degli zoccoli) e di volti – attrici note come Maya Sansa e Alba Rohrwacher accanto a interpreti sconosciuti al grande pubblico, come lo straordinario Claudio Casadio che viene dal teatro per ragazzi – che ne fanno un vero gioiello. Un film da difendere da letture banali e limitative, un’opera d’arte come non se ne vedono spesso.
Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

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