Lords of Dogtown

Una regista indipendente trentenne è riuscita a catturare, senza retorica né eccesso di nostalgia, la ribellione indistinta, dove una nuova rabbia si mescolava a un antico entusiasmo, dei giovanissimi californiani che, a metà degli anni 70, prendendo spunto dalla passione e dalle evoluzioni ardite del surf, rivoluzionarono lo skateboard. La regista è Catherine Hardwicke (segnalatasi con il notevole Thirteen), i quattro ragazzi di cui racconta la storia (vera) sono Jay Admas, Tony Alva, Stacy Peralta e il loro amico Sid, interpretati rispettivamente da Emile Hirsch, Victor Rasuk John Robinson e Michael Angarano. Lords of Dogtwon sa inseguirli e sbalzari uno a uno in primo piano, senza moralismi, senza una “tesi” da sostenere quattro ragazzi fecero ognuno una scelta diversa, chi si diede allo sport professionale, chi invece inseguì altre suggestioni e tentazioni). Punteggiato da una colonna sonora d’epoca da brivido e “spezzato” dal montaggio eccellente di Nancy Richardson, il film traccia un ponte, ideale e stilistico, tra i malinconici eroismi del grande cinema americano anni ‘70 (in testa a tutti, naturalmente, Un mercoledì da leoni, ma circola anche aria da Bob Rafelson – chi ricorda Stay Hungry?) e l’amarezza senza futuro dei contemporanei Gus Van Sant e Gregg Araki. Forse il cinema indipendente americano non è morto.
Emanuela Martini, da “Film Tv,n. 29, 2005”

C’è chi pensa che a volte per rappresentare al meglio la realtà serva un po’ di fiction. Ed è proprio quello che fa Lords of Dogtown, sceneggiato da Stacey Peralta, che oltre ad essere stato il regista dell’ esaltante documentario Dogtown & Zboys era anche uno degli originali Z-boys (da Zephir il negozio/bottega artigianale di skateboard di Santa Monica), gli adolescenti che sconvolsero negli anni Settanta il mondo dei virtuosi della tavola a rotelle. In tempi recenti c’era stato solo un altro esempio di doppia opera: il documentario Incidente a Oglala e il film Cuore di tuono, entrambi diretti da Michael Apted. Se Lords o fDogtown l’avesse girato David Fincher, come sembrava (invece è solo il produttore esecutivo), sarebbe stata altra musica, invece la “drammatizzazione” di Catherine Hardwicke (secondo lungometraggio dopo lo scandaloso 13 anni e una corposa carriera come scenografa) non evita quasi nessuno degli stereotipi del genere giovanilista alla “California dreaming”. Da notare che le evoluzioni acrobatiche nella piscina vuota sono state filmate da Lance Mountain, un ex skateboarder attivo negli anni ‘80, mentre nella colonna sonora compiono brani di Cher, Ted Nugent, Green Day, James Gang. Il destino baro, oltretutto, le fa arrivare il film nelle sale italiane in contemporanea col documentario. Nel gioco della torre non avrebbe scampo.
Marco Giovannini, da Ciak

Si chiama Lords of Dogtown e nell’attuale trend ‘sportivo’della stagione cinematografica americana è già diventato un vero e proprio fenomeno di culto. Diretto dalla regista Catherine Hardwicke, esperta del mondo dei teenager e già autrice di Thirteen, Lords of Dogtown è ambientato nel mondo dello skateboard e lo racconta come metafora di vite giovanili.
Nelle sale italiane dal 15 luglio, il film racconta con toni drammatici la vita irrequieta e veloce di tre ragazzi alla fine degli anni Settanta, sulla costa californiana vicino Los Angeles. I tre frequentano lo “Zephyr shop”, un laboratorio di Venice dove Skip (Heath Ledger) costruisce le tavole. Collocato nella zona Dogtown di Venice, il negozio diventa il rifugio dei ragazzi, spiriti liberi e anticonformisti, skateboarder decisi di scendere dalle colline più glamour di Beverly Hills per vincere le gare di skate di Huntington Beach.
La sceneggiatura del film è firmata da Stacy Peralta, lo stesso autore che nel 2001 ha girato Dogtown and Z-Boys, in uscita questo finesettimana nelle sale italiane, e premiato all’edizione del Sundance Festival di quell’anno, dove si raccontava con la voce narrante di Sean Penn gli inizi del fenomeno dello skateboard.
In Lords of Dogtown il tono è meno documentaristico; il film della Hartwick scorre sulle note della musica della West Coast di quegli anni (Neil Young su tutti), e ripercorre le tappe dell’esordio di questo sport, diventato emblema della trasgressione e padre del nuovo fenomeno del Parkour, mix di sport acrobatico e libera interpretazione degli spazi urbani.
Molte le analogie tra Lords of Dogtown e Un mercoledì da leoni, il cult-film del 1978: oltre che nelle stesse location (Huntigton Beach), siamo di nuovo in una storia di amicizia e spericolata giovinezza. Come nel film di Milius, tre amici e l’estetica della libertà tipica della California, che rifugge schemi e stereotipi sociali. E la tavola da skateboard, come quella da surf ieri, a rappresentare il simbolo stesso dell’età ribelle.
Cesare Balbo, da L’Espresso, 8 luglio 2005

I cavalieri della tavola a rotelle
In principio fu Dogtown and Z-Boys, (anch’esso nelle sale in questi giorni), un esaltante documentario del 2001 premiato al Sundance Film Festival, che, attraverso l’alternarsi di immagini di repertorio e interviste recenti, racconta come agli inizi degli anni ‘70, un gruppo di scapestrati surfisti segnò la svolta della cultura giovanile americana, inventando un nuovo modo di andare su tavola rendendo lo skateboarding un fenomeno di culto.
Poi venne Lords of Dogtown, versione romanzata riveduta e corretta di quel documentario, che, basandosi sulle vicende li’ narrate, ci riporta agli eventi vissuti da tre giovani abitanti di quel quartiere tra Venice e Santa Monica. Tony, Jay e Stacey, membri dello Zephir Skating Team, vivono alla giornata tra un’onda da “surfare” o una piscina vuota da “skateare” . Ma è lo skateboard, la tavola a rotelle, che cambierà per sempre il corso della loro vita, soprattutto dopo la scoperta delle rotelle in uretano che consentono di restare incollati all’asfalto. Questa passione comune, però, li porterà a percorrere strade diverse. Da virtuosi della tavola, verranno idolatrati come rockstar, portandosi appresso anche tutti gli aspetti più scomodi di questa metamorfosi. Chi si farà accecare dai dollari facili, chi seguirà il proprio fiuto per gli affari e chi invece, per scelte di orgoglio, non cederà ai lustrini dello star-system e finirà per farsi inghiottire dal proprio lato oscuro. La regista Catherine Hardwicke, qui alla sua seconda opera dopo l’intrigante Thirteen, ci consegna tutto sommato un buon prodotto, senza scostarsi troppo dalla storia originale e scaraventandoci direttamente nell’adrenalinico mondo degli Z-Boys con riprese a rasoterra e sequenze elettrizzanti. La presenza di Stacey Peralta, membro dello Zephir Skating Team originale (qui in veste di sceneggiatore e gia’ regista di Dogtown and Z-Boys), garantisce un taglio più “street” alla pellicola e un occhio più esperto, evitando di scadere nel teen-movie (dialoghi a parte…). Peralta è tuttoggi un produttore di tavole da skate e un apprezzato cineasta.
Da segnalare, tra una selva di giovani attori abbastanza sconosciuti ai non addetti ai lavori (su cui spicca il biondissimo e algido John Robinson già visto in Elephant di Gus Van Sant), un irriconoscibile Heath Ledger nella parte del proprietario del negozio di surf dal quale tutta la vicenda ha origine.
Sarà venuto spontaneo fare un paio di considerazioni a chi ha visto prima il documentario e poi il film: innanzitutto in Dogtown and Z-Boys i protagonisti assoluti sono lo skateboard (ma prima ancora il surf), la sua evoluzione e i personaggi, veri e propri miti che ne hanno fatto la storia. Poi ci sono i luoghi in cui avviene il mutamento, la’ dove e’ nata la necessità di cercare nuovi spazi, modi inediti di esprimere la voglia di libertà e sfogare la rabbia adolescenziale. Nel film, rispetto al documentario, emerge il lato umano dei protagonisti, accentuato da una visione più femminile e sensibile della regista e anche dalla presenza sullo schermo di una donna, ovvero la sorella di Tony Alva (Nikki Reed, già sceneggiatrice e interprete di Thirteen) che seminerà zizzania tra Stacey e Jay (c’è sempre di mezzo una donna…) stimolando in loro una competizione non solo sportiva. Più introspezione anche nel personaggio di Jay Adams, animato da uno spirito anarchico e ribelle fino alla fine. Ma nonostante il fato (o il business?) abbia portato i tre a separarsi, ci sarà sempre il fondo di una piscina vuota a riunire i “Signori di Dogtown” e a ricordare loro il motivo per il quale tutto ebbe inizio: porsi un limite e superarlo.
La tentazione, una volta fuori dal cinema, di andare a comprarsi uno skateboard, è fortissima, ai meno spericolati si consiglia di arginare tale impulso con l’acquisto della splendida colonna sonora targata Jimi Hendrix, Deep Purple, Iggy Pop, David Bowie, Pink Floyd.
Emanuel Perico, da “cineboom.it”

“Venice, il ghetto sul mare. E’ sporco, è lercio… insomma è il paradiso”. In questa frase del bel film di Catherine Hardwicke – miglior regia al Sundance e Pardo d’Argento a Locarno con l’affascinante e discontinuo Thirteen- è racchiuso tutto lo spirito spontaneamente anarchico e rivoluzionario dell’efficacissimo ‘Lords of Dogtown’. Pur racchiuso in una confezione hollywoodiana non perde la sua grande forza, presente in forma ancora più dirompente nel documentario diretto da Stacey Peralta, qui bravo sceneggiatore pur se incline a qualche piccola forma di narcisismo nel raccontare se stesso. La storia che ci viene raccontata è l’epopea della banda degli Zephir Boys – dal nome del negozio in cui nacque questo ‘Mercoledì da leoni’ degli skaters -, ragazzi pieni di talento e di rabbia che riescono, attraverso quattro rotelle di uretano, a cambiare e stravolgere la loro vita, la loro città e uno sport. Se le similitudini con il capolavoro di John Milius sono evidenti- facile rivedere Jack Barlow, Matt Johnson e Leroy nei campioni in erba Stacey Peralta, Tony Alva e Jay Adams o l’eccentrico Bear nello Skip Engblom straordinariamente interpretato dal miglior Heath Ledger di sempre, ad esempio – qui la carica reazionaria del film del 1978 lascia il posto ad un’anarchia rabbiosa e meno politica che si dirige in senso comunque opposto. La regia magistrale della Hardwicke, completamente al servizio del film e la cui macchina da presa si sistema sulla tavola dello skate per seguirla con fedeltà ed amore, si accompagna alla sceneggiatura di Peralta – unico degli Zephir Boys che ce l’ha fatta davvero e forse il solo, però, ad essere stato inglobato dal sistema – vera e poco incline al buonismo, se non verso se stesso. “Dovete skateare ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Il malinconico e intenso Heath Ledger urla questo ai suoi ragazzi, nella sua parte di antieroe idealista e opportunista, non sapendo di interpretare più di quanto immagini lo spirito di quell’avventura folle e affascinante. Straordinario Emile Hirsch nella parte di Jay Adams- genio e sregolatezza di stampo maradoniano, dotato di quella ingenuità visionaria che solo i campioni bambini sanno avere-, autentico interprete della lotta profonda tra il ribellismo creativo e il sistema arido e finanziario, impaurito e affascinato da ciò che non conosce e non capisce. Spalle di altissimo livello sono anche John Robinson nei panni di Stacey Peralta – più solare e meno profondo che in ‘Elephant Man’, ovviamente- e un diligente Viktor Rasuk, abile e rigoroso nel raccontare il determinato “messicano” Tony Alva, affamato e arrabbiato nel suo voler “fare soldi e scopare tutte le sere” e nel voler “fare a gara con il sole per stare al centro dell’universo”. Casting, quindi, davvero intelligente e molto riuscito. Un esempio per tutti Rebecca DeMornay. Mai così invecchiata e sbandata, ma mai così bella e vera. L’impatto emotivo e sociale del film è tutto, come nel documentario, in questa straordinaria storia, vera, scritta da “cattivi ragazzi”, skactors senza saperlo e volerlo già allora . E quelle che quindi possono sembrare trovate hollywoodiane buoniste e catartiche sono l’espressione delle esagerazioni adolescenziali (ma poi lo sono davvero o le vediamo tali noi ipocriti codardi?) ed è evidente in alcuni dettagli davvero illuminanti. Lo dimostra uno Stacey Peralta, prima goffo e poi egoista come solo un quindicenne potrebbe essere, nella prima gara in cui gli Zephir Boys si esibiscono. Sono loro con il loro idealismo pratico, con la loro passione a rendere Venice, il ghetto, e il loro quartiere, Dogtown, un paradiso. A trasformare i chilometri di cemento in onde, a riqualificare socialmente ed esteticamente il simbolo del progresso e dello sviluppo insostenibile. Sono loro infine, grazie alla siccità, ad appropriarsi del simbolo borghese della California agiata: quelle piscine che li renderanno unici riferimenti per talento, coraggio e abilità nel loro sport. Infine, una nota di merito va data alla colonna sonora. Come in ‘Dogtown & Z-Boys’ diventa una protagonista discreta ma assoluta. Di altissimo livello. Per scelta dei brani, adattamento e capacità di aderire alla storia. Per questo pochi potranno dimenticare un Heath Ledger invecchiato e prostrato, dipendente nel suo stesso negozio e apparentemente senza più energie fisiche e mentali, lavorare con rinnovata lena su una tavola da surf al tempo di Maggie May di Rod Stewart.
di Boris Sollazzo, da “cinema4stelle.it”

Da una grande tavola ad una piccola tavola, ma sempre a tavoletta… Un teen-movie adulto immerso nello sbucciante genere sportivo dello skateboard, ruvido come l’asfalto e smaltato come i fondi delle piscine californiane. È una dissoluzione che porta all’assoluzione per riuscita rivoluzione quella del magnifico trio ibrido Peralta-Alva-Adams.

Il genio sta nella semplicità. Un’assioma che sovente ci balza alla mente. E questi “signori di Dogtown” (sobborgo di Venice, California, non lontano da Los Angeles) che nell’estate seventy cambiarono di segno, con la scintilla dell’eureka, uno dei simboli per eccellenza dello status sociale alto-borghese (la piscina) ne sono un eccellente, sorprendente espressione. Mentre Dogtown and Z-boys, il documentario su questa nascita dello skateboard, è ancora in sala ecco il suo “gemello” fictionale, diretto da Catherine Hardwicke che ritorna ad un mondo teen Usa diversamente emarginato dopo quello senza speranza di Thirteen (dal quale trapianta/importa la co-protagonista Nikki Reed). Da una grande tavola ad una piccola tavola, ma sempre a tavoletta… Un teen-movie adulto immerso nello sbucciante genere sportivo dello skateboard, ruvido come l’asfalto e smaltato come i fondi delle piscine californiane. È una dissoluzione che porta all’assoluzione per riuscita rivoluzione quella del magnifico trio Stacy Peralta (John Robinson, Elephant) – Tony Alva (Victor Rasuk) – Jay Adams (Emile Hirsch, La ragazza della porta accanto, The dangerous lives of altar boys), esplosiva idra a tre teste rispettivamente: determinata ma misurata, leader ad ogni costo, fuori da tutti gli schemi. Come nel recente My summer of love anche in Lords of dogtown talvolta la bellezza espressiva dei volti dei “fab three” di Venice trascende la pellicola stessa, regalando puri momenti di edonismo visivo (del resto “beauty is truth” dichiarava un manifesto in Thirteen) e i violenti urti col terreno, fedeli specchi del loro motto “spacca il cemento o spacca te stesso”, divengono con disarmante carica elementare metafore urgenti dei colpi che ci riserva (dietro tanti angoli) la vita, seguiti da quella fiducia in noi stessi che ci spinge a rialzarci: la sfida alla legge di gravità diventa lotta contro le gravi leggi dell’esistenza.

La m.d.p. della Hardwicke eleva il racconto mantenendosi bassa sulle morbide o brutali curve degli skaters, schiacciando le prospettive sui corpi inghiottiti dalle concavità delle piscine svuotate dalla loro routine e riempite di nuova, rinfrescante vitalità anche se, nonostante una certa energia che innerva come elettricità lo scorrere della pellicola, talvolta la regista si lascia travolgere dall’incandescente materia del suo narrare/mostrare e si lascia prendere la mano da prevebili pre-confezionamenti, eccedendo: l’interpretazione border-line della De Mornay (calco/doppio di quella della Hunter in Thirteen) e il tuffo in mare su skate di Adams dagli ancora fumanti resti del “covo”, su tutti. Azzeccate alcune comparsate sulle quali brilla incontrastata quella di Tony Hawk, stella mondiale dello skatebard contemporaneo, che nei panni di un’astronauta scivola ridicolmente sulla tavola di Peralta (fu proprio Peralta a scoprire Hawk, portandolo alla ribalta, eleggendolo suo naturale successore!) e travolgente colonna sonora che più che sostenere ed esaltare, spesso supera le immagini stesse ripercorrendo al meglio quell’epoca con brani di Stooges, Pink Floyd, T Rex, Devo, Hendrix, Deep Purple, Blue Oyster Cult e tanti altri ancora.
Andrea Ravagli, da “sentieriselvaggi.it”

Chiariamo subito: la pur brava Catherine Hardwicke non è John Milius e questo Lords of Dogtown non è l’immenso Un mercoledì da leoni, ma tra i due film ci sono numerose analogie. Stacy Peralta (sceneggiatore di Lords of Dogtown e autore del documentario Dogtown and Z-Boys di cui questo film è una sorta di drammatizzazione) e la Hardwicke sembrano aver tenuto bene a mente la lezione di Milius, realizzando un film dove oltre al racconto di come un gruppetto di scapestrati teenager hanno cambiato il volto dello skate – inteso come sport ma anche e soprattutto come padre di molte delle subculture nate nei decenni successivi – viene descritto il difficile rapporto d’amicizia di tre persone che si affacciano all’età adulta e si scontrano con le difficoltà, le tentazioni, le rivalità, le gelosie, le frustrazioni e le gioie che la cosiddetta maturità porta con sé. Nel film Peralta, Tony Alva e Jay Adams (ottimamente interpretati da John Robinson, Victor Rasuk e Emile Hirsch) sono tre ragazzi portatori di diverse sensibilità, background e reazioni al mondo nuovo che si sta aprendo di fronte/grazie alle loro evoluzioni. Differenze che li porteranno a strade diverse, radicalizzando caratteri e conflitti, ma che saranno comunque superate nel momento della difficoltà, nel nome della loro amicizia e della passione per lo skate. Così come Un mercoledì da leoni, anche Lords of Dogtown racconta la fine di un’illusione, personale, generazionale, ideologica: alla metà degli anni Settanta questi ragazzi trasportarono sull’asfalto dei quartieri più degradati di L.A. lo spirito del surf, radicalizzandolo e facendone specchio delle inquietudini sociali e metropolitane di quegli anni, e al tempo stesso il fenomeno da loro creato contribuì a spezzare per sempre l’utopia della endless summer, catturando l’attenzione di aziende e sponsor che portarono (tanti) dollari e tutte le contraddizioni a essi legate. Forse Lords of Dogtown non aggiunge molto al documentario di Peralta, ma riesce comunque a raccontare una vicenda umana che coinvolge e a tratti emoziona, complici le buone interpretazioni (tra cui un Heath Ledger che pare ricalcare il Jim Morrison di Val Kilmer), splendide coreografie di skate (realizzate da Alva e Peralta), la regia nervosa ed energetica della Hardwicke e una colonna sonora da urlo.
Federico Gironi, da “duellanti.com”

Dopo Thirteen, la regista Catherine Hardwick si è cimentata nella versione cinematografica del pluripremiato documentario “Dogtown and the Z boys” girato dallo stesso Peralta (che in quest’occasione compare in veste di sceneggiatore): “I Signori di Dogtown”, altrimenti detti Z boys, che prendono il nome dallo Zephir, il negozio di tavole da surf in cui erano soliti bazzicare: Stacy Peralta (John Robinson, Elephant), Jay Adams (Emile Hirsch), Tony Alva (Victor Rasuk), che, negli anni 70, hanno rivoluzionato il modo di andare sullo skateboard, accomunando ad esso i movimenti e lo stile di vita del surf.
Questo film ci mostra come questi ragazzi hanno aggiunto volteggi e acrobazie allo stile classico dello skateboard e hanno avuto successo in tutto il mondo. Una classica storia di giovani poveri e disperati che ottengono la fama grazie alla passione e al talento, passando per la solita triade di sesso droga e rock n’roll, con esiti diversi per ognuno di loro.
Un film generazionale in cui diverse tematiche si fondono: la precaria situazione dei bassifondi americani con conseguente sgretolamento della famiglia e etica del lavoro, la gioventù ribelle degli anni 70, la passione sportiva, il desiderio di successo e tanta meravigliosa musica come non se ne sente più da tempo.
Il film parte in maniera davvero meravigliosa sulle onde del mare e le note di Voodoo Child e per tutta la prima parte la macchina da presa è incollata ai protagonisti mentre svolgono le loro pericolose evoluzioni sullo skate e le scorribande per le strade di Venice. L’uso della macchina a mano e di un montaggio nervoso danno esattamente l’idea della frenesia e del desiderio di quegli anni, nella seconda parte il montaggio perde di ritmo nel tentare di raccontare le sorti dei tre protagonisti una volta raggiunto il successo e divise le loro strade.
Sebbene gli eccessi dei ragazzi rimangono in secondo piano, il film riesce a non cadere nel becero scalpore e in facili sentimentalismi, lasciando un’impressione di onestà degli intenti.
Un buon film che risulta divertente anche per coloro che non sono patiti dello skateboard, con una colonna sonora davvero stupenda che comprende pezzi di mostri sacri come Stooges, T Rex, Deep Purple, Blue Oyster Cult, Devo, Pink Floyd e tanti altri.
La frase: “Quest’onda rompe 24 ore su 24, e noi fratelli, saremo i primi a skaitarla!”
Ilaria Ferri, da “filmup.leonardo.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog