Le quattro volte

Un vecchio pastore ammalato conduce con fatica le sue capre al pascolo sui monti della Calabria. La cura che ogni sera beve è data da della terra argillosa che una donna gli consegna nella sacrestia della chiesa dopo averla benedetta e incartata in una striscia di giornale. Una capretta nasce e con fatica muove i suoi primi passi nella vita. Una sacra rappresentazione della Passione di Cristo percorre la via centrale del paese; Un albero della cuccagna viene issato. Il tempo scorre.
Michelangelo Frammartino, a sette anni di distanza da Il dono , torna a leggere e a proporci il volto antico della Calabria. Lo fa con il pudore di uno sguardo che osserva una realtà in parte senza tempo con il desiderio non di proporla retoricamente come modello ma con la voglia di preservare una memoria che rischia di scomparire. L’anziano pastore che si cura con una pozione di terra benedetta la tosse che gli devasta i polmoni non è presentato come un pazzo ignorante. Lo seguiamo invece con affetto condividendone le fatiche quotidiane.
È un cinema sicuramente debitore nei confronti di Piavoli quello di Frammartino soprattutto quando si immerge nella Natura ancora incontaminata dei monti calabri. Sembra quindi quasi di compiere un sacrilegio quando, dinanzi a tanta pulizia e profondità estetica e a una così alta sensibilità di osservazione nasce un quesito. Ci si chiede cioè se in questo mondo arcaico la modernità si sia fermata ai mezzi di trasporto e se, olmianamente, il tempo si sia fermato non consentendo l’arrivo non diciamo di Internet ma del più accessibile dei media: la televisione.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Arcaico, bellissimo. E diverso da tutti
di Lietta Tornabuoni La Stampa

«Una visione lirica dei cicli della vita e della natura, delle tradizioni dimenticate di un luogo senza tempo». Un film senza parole con rumori, ispirato, pare, alla scuola pitagorica secondo cui l’essere umano vive quattro vite ed ha quattro componenti (minerale lo scheletro, vegetale la linfa del sangue, animale il movimento e la coscienza del mondo esterno, razionale). In un paese immoto delle colline calabresi con vista sul mar buio, quattro episodi: morte d’un vecchio pastore di capre, nascita e smarrimento d’un capretto, taglio di un grande albero, trasformazione dell’albero in carbone. Un film arcaico diverso da tutti, bello, che aiuta a contemplare il mondo con sguardo libero e consapevole del legame che unisce tutte le creature (o le materie) viventi.
Da La Stampa, 28 maggio 2010

Il ciclo vitale in quattro fasi naturali
di Roberto Nepoti La Repubblica

Un vecchio pastore morente cerca di curarsi bevendo acqua mista alla polvere di una chiesa. Il ciclo della vita si rinnova, ma nel mondo animale (il titolo allude a una teoria pitagorica sui “quattro regni”): nasce un capretto, che vediamo uscire dal ventre materno. Seguono il regno vegetale, con un grande albero issato al centro di un paese della Calabria (e qui Frammartino cita i documentari di De Seta); che poi i carbonai bruciano e trasformano in minerale, chiudendo così la catena degli elementi. Presentato a Cannes e costato due anni di lavoro, un film senza dialoghi, senza musica, senza interpreti; che si dà il programma di liberare lo spettatore dalla tirannia del racconto e del personaggio. Roba per pochi, evidentemente; ma accuratissimo nelle immagini e nei suoni d’ ambiente.
Da La Repubblica, 29 maggio 2010

L’occhio magico della capretta
di Cristina Piccino Il Manifesto

Arriva in sala, dopo il bel risultato al festival di Cannes, dove è stato selezionato (e molto amato) alla Quinzaine, con la conquista del premio Europa Cinemas Label – in sostegno alla distribuzione europea – il secondo film del regista di origine calabrese, che è nato e vive a Milano pure se la «sua» Calabria nascosta tra monti e campagne è il set che privilegia. Era nel Dono, il suo primo film, ritorna in questo che ieri ha vinto ai Nastri d’Argento (assegnati dai giornalisti cinematografici) il Nastro speciale. E davvero è un film speciale Le quattro volte, poesia del cinema radicata nell’essenza della vita. Come lo scorrere delle stagioni a cui si ispira il titolo, che sono anche i diversi passaggi che nell’universo attraversa la materia umana, animale, vegetale trovando a ognuno di essi una sua nuova funzione.
La prova era difficile, una lavorazione lunga per rispondere alla necessità di filmare l’alternanza delle stagioni, e soprattutto il possibile «fantasma» dell’esordio che lo aveva fatto conoscere internazionalmente (Il dono era stato presentato al festival di Locarno). Del film precedente questo conserva la cura amorosa e attenta per i paesaggi e per la luce, la composizione delle inquadrature e del rapporto tra chi le abita (il montaggio di perfetto equilibrio è di Benni Atria), mostrando una sicurezza più consapevole nella reciprocità di narrazione e immagini.
Siamo in un paesino, un vecchio pastore ogni giorno porta nei campi le sue capre. Lo accompagna il cane che bada al gregge. L’ anziano è malato, ha una tosse cattiva, per curarsi tutte le sere beve in un poco d’acqua la cenere benedetta che gli passa una pia donna. Un giorno perde il prezioso pacchetto, lo cerca, corre alla sagrestia ma è notte ormai e la porta è chiusa. La mattina dopo le capre attendono, il cane abbaia ai paesani che preparano la processione ma l’uomo non arriva. Le capre lo trovano morente nel suo letto, lo circondano quasi per un ultimo saluto.
Secondo movimento, la nascita del capretto. Ora sono le capre le protagoniste, buffe e smaliziate davanti alla macchina da presa – devono essere stati incredibili la pazienza e il lavoro per cogliere quei momenti magici di umorismo «caprino». Le vediamo nella stalla, al pascolo, lo sguardo ipnotico su di noi (altroché L’uomo che fissa le capre!)il gregge rispecchia per certi aspetti la comunità degli umani. Un giorno la capretta si perde nel bosco e si assopisce sotto al grande albero. Terzo movimento, l’enorme abete sta per essere abbattuto. È tempo infatti di preparare la pita, la festa che nella tradizione contadina celebra la fertilità. Tutto il paese si unisce nello sforzo, e poi nei canti e nelle danze. Al termine del rito, nel quarto movimento, la legna diventerà carbone per l’inverno, un filo di fumo nell’infinito orizzonte del cielo…
Questa parabola nello sguardo di Frammartino diviene semplice (e universale) come una fiaba. Il «c’era una volta» del regista ci porta pian piano nell’essenza di un universo antico, forse destinato alla scomparsa, che nella sua dinamica – gesti, ritualità, legame con la natura – esprime il senso profondo del mondo. Potremmo dire che Frammartino è il nostro Apichatpong Weerasethakul, le sue montagne e i boschi non sono popolati da fantasmi come la giungla thai ma ci restituiscono anch’essi la memoria, e quel respiro fuori dal tempo in cui le cose si fondono fino a divenire una sola.
Nessun tono pomposo però, e nemmeno nessun compiacimento estetizzante della bella-immagine-un-po’-vuota – anche se le inquadrature sono magnifiche, condensano pittura e invenzione. La sfida di Frammartino è quella del cinema, è lì che passa il sentimento, la spiritualità, la storia. Le sue immagini «documentano», filmano la realtà nel dettaglio e nell’imprevisto, nel flusso dell’esistenza di ogni essere vivente. E inventano una dimensione personale, sono segrete, narrano un mistero. È questa la loro potenza, è qui che riescono a divaricare lo sguardo dello spettatore, a sorprenderlo per condurlo altrove. Il loro è infatti un orizzonte aperto, che non offre spiegazioni teleguidate e neppure impone una lettura prioritaria. Regala invece un fuoricampo di meraviglia, pensiero, dolcezza.
Andatelo a vedere questo film, e fate passaparola perché sorprendersi oggi è sempre una bella cosa.
Da Il Manifesto, 28 maggio 2010

Di anima in anima il ciclo della vita by Frammartino
di Davide Turrini Liberazione

Prendiamo a prestito una calzante affermazione altrui: Caulonia per Michelangelo Frammartino è come la Monument Valley per John Ford. L’uomo che si eclissa dentro al paesaggio, al luogo, alla terra diventandone oggetto paritario, poi finendo a bordo quadro, infine fuori campo o fuori vista. Le quattro volte spezza i legami con la classicità antropocentrica del cinema occidentale dialogato, ponendo al centro dell’obiettivo, in totale ed ancestrale silenzio (Paolo Benvenuti al suono), il ciclo naturale uomo-animale-vegetale-materia. Il pastore, la capra, l’albero, il carbone di Caulonia, Alessandra del Carretto, Serra san Bruno (sudest della Calabria).
L’anima trasmigra da un contenitore esteriore all’altro e la regia di Frammartino più che testimoniarne il passaggio, diventa occhio intermediario tra la materia inquadrata e la forma che essa prende nel trasformarsi. Cinema senza protagonisti e protagonismi, rigoroso rispetto al canone estetico di purezza di sguardo, come i primi documentari di Vittorio De Seta o l’asinello Balthazar di Bresson, Le quattro volte fa suo il dettame pitagorico per il quale «ognuno di noi ha quattro vite che si racchiudono una nell’altra». Ha affermato Frammartino: «filmare un albero o un sasso può essere rivoluzionario come lo fu improvvisamente fotografare le classi umili al posto di quelle agiate». Coproduzione estesa (Vivo film, Essential Filmproduktion, Invisible film, Ventura film, ministero, regione Calabria, Torinofilmlab, Eurimages, Medienboard Berlin-Brandeburg), prolungata e sofferta, ma giunta a magnifica luce. Imperdibile.
Da Liberazione, 28 maggio 2010

«Le quattro volte», un film viaggio fuori dal tempo
di Francesco Bolzoni Avvenire

Quello di Michelangelo Frammartino è un nuovo, piccolo caso del nostro mondo cinematografico. Lui vive a Milano, una città che deve parergli un po’ estranea anche se vi ha studiato cinema, lavorato nel campo delle installazioni interattive proiettate in video, insegnato nelle scuole, diretto numerosi documentari e nel 2003 Il dono , lungometraggio lodato in diversi festival. Questo Le quattro volte è un film quasi muto: non ci sono dialoghi ma suoni (i carbonai che battono la pala sul terriccio che copre il legname da cui si ricava la carbonella, il belato delle capre, il soffio del vento, le voci della natura). Frammartino pensa che rappresenti la traduzione per immagini di una testimonianza di scuola pitagorica dove si immagina un legame stretto tra mondo minerale, vegetale, animale e l’umano, un ciclo che continua e continuerà nel tempo.
Il suo film non ha propriamente una trama. Comincia con dei carbonai che preparano un monticello di terra unita a paglia dove si creava quel carbone che un tempo serviva a riscaldare, sistemato in bacili di rame sopra un letto di cenere, le case contadine. Queste immagini assai suggestive testimoniano l’arcaica bellezza del film che spesso si avvale di inquadrature quasi ferme. Frammartino ci porta nella terra dei suoi avi, la Calabria, nei luoghi dove da ragazzo passava le vacanze. Gli appaiono ancora posti dove i miti e le credenze ancestrali tornano a farsi vivi e riti antichi assumono uno spessore inimmaginabile altrove. Il vecchio pecoraio che vediamo nel primo frammento del film crede che, bevendo la polvere raccolta in chiesa, riesca ad attenuare la tosse che lo perseguita e va portandolo alla morte. Quando perde il pacchetto che la conserva si dispera, di notte batte alla porta della canonica e della chiesa, forse l’unica costruzione imponente in un posto di torri, tetti, cortili sminuzzati e ingombrati di cose buttate via. Un luogo ‘lontano’ come non ce ne sono più neppure nel profondo Sud, un luogo che pare deserto con le strade in salita, una porta antica. Il pietrame dovunque, le scale strettissime dove difficile è anche portare giù una bara, quella con il corpo del vecchio pastore e si aggira un cane sempre in movimento così mobile e intelligente che a Cannes, dove Le quattro volte è stato proiettato fuori concorso, ha avuto ampi riconoscimenti. La morte dell’anziano pastore ci conduce nel mezzo del mondo animale qui rappresentato dalle capre che al mattino sono portate al pascolo. Sono animali bellissimi, giocosi. Tra le scene va segnalata la nascita dell’agnellino, la sua fatica ad alzarsi in piedi, l’aiuto che gli presta la madre e infine la fatica nel seguire il gregge alla sua prima uscita. L’agnellino si perde. Vaga nei boschi. Si accuccia nel terreno. E la natura muta. La neve imbianca il paesaggio, stento con erbe sottili, amare. Un’altissima pianta viene tagliata per farsi albero della cuccagna dove salgono o salivano i ragazzi di una volta per impadronirsi di un salame o di una pentola.
Non vi sono personaggi veri e propri nel film di Frammartino. L’unico, se si vuole, è la cinepresa. È la macchina da presa a scoprire la gente che abita un paese che ci pareva abbandonato. Essa a volte inquadra due azioni. In una si vede il vecchio che sale la strada in salita e dall’altro lato un camioncino dove scaricano della legna. In una seconda sequenza dalla prospettiva del recinto vediamo tre personaggi: un donna con una striscia di panno, un prete e un ragazzo che alza una croce. Nel film di Sammartino scorgiamo due processioni. Una ricorda il supplizio di Cristo, l’altra una festa meno definita. Siamo davanti a una curiosità per la religiosità popolare che potrà avere sviluppo nella poetica del regista che con autorità rivela una personalità insolita, esprime una voce assente nel cinema italiano. Il suo film merita di essere visto con attenzione.
Da Avvenire, 2 giugno 2010

Paola Casella
Europa

Il vincitore del premio Europa Cinema Label all’ultimo festival di Cannes è un film di difficile definizione: si potrebbe dire un docufiction, perché gli elementi documentari (è girato in un paesino della Calabria senza attori e senza scenografie) vengono “pilotati” per raccontare la storia di quattro metamorfosi – un pastore che diventa un capretto che diventa un albero che diventa carbone. Il modo migliore per apprezzare il film è lasciarsi andare alla potenza delle immagini essenziali, dirette e commoventi. Sta infatti allo spettatore completare l’opera con la sua partecipazione emotiva e sensoriale, altrimenti il gioco non funziona, la magia non ha luogo, e ci si trova di fronte ad una serie di sequenze giustapposte ad un ritmo così lento che qualcuno l’ha definito “coreano”. Per chi invece si abbandona e lascia che le immagini lavorino sul suo inconscio Le quattro volte è un piccolo capolavoro di narrativa e una bella prova di come il cinema italiano stia lavorando in modo quasi sotterraneo per costruire un nuovo linguaggio e ritagliarsi una nuova identità.
Da Europa, 28 maggio 2010

Viaggio nell’anima tra caprette e carbonai
di Cinzia Romani Il Giornale

Reduce da Cannes, dov’è stato accolto con meritata attenzione, ecco un singolare documentario senza dialoghi né attori né musica. Può essere liberatorio seguire una capretta bianca, mentre s’arrampica sui costoni d’un paesino calabrese, guardando il cielo, o riposando sotto un abete. Ci penseranno i carbonai a segare quel piacevole rifugio arboreo, trasformandolo in carbone. Riti arcaici e superstizioni d’altri tempi rivivono in questo viaggio dell’anima, dov’è riassunta una tesi pitagorea: nell’uomo convivono quattro regni, compreso quello vegetale.
Da Il Giornale, 28 maggio 2010

Claudio Carabba
Sette
Il rumore non sempre dolce della vita inseguito nello stanco tossire e nell’ultimo respiro di un vecchio pastore, nell’abbaiare di un cane, nei belato di un agnello perduto, nello schianto di un albero abbattuto. Con torte passione il regista insegue il sogno di un cinema estremo, oltre il racconto in prosa. Forse è vero, il dolore ha una voce e non varia.
Da Sette, 10 giugno 2010

Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino ha riscosso grande ammirazione a Cannes 2010 dove è stato selezionato per la rassegna della Quinzaine des Realizateurs, palco prestigioso per quei cineasti che stanno ‘fuori’, che ricercano, sperimentano linguaggi originali, e, pur facendo arte, restano ai margini, non vanno a finire nella bottega, troppo attenta a stordire il pubblico con un intrattenimento spesso più che insulso.
Frammartino con la sua opera ha certo onorato il cinema italiano. Molto più di qualche ruspante ottuso politicante nostrano, ma preferiamo concentrarci su Le Quattro Volte piuttosto che non perdere tempo a sbattere la testa contro i muri o i materassi.
Il giovane regista ha impiegato cinque anni nelle riprese effettuate in piccoli centri rurali della Calabria, sua terra di origine, scavando nelle tradizioni più arcaiche, in una ricerca dai forti connotati antropologici, ma anche filosofici, dal momento che il titolo stesso riconduce ai quattro aspetti della vita dell’uomo secondo Pitagora. Per il filosofo ‘minerale’, ‘animale’, ‘vegetale’, ‘razionale’ si intersecano, si inseguono e si completano l’un l’altro. Forse non a caso il richiamo proprio a Pitagora, il cui nome nell’etimologia greca, ha il significato di ‘colui che persuade la piazza’. Non è forse il cinema un grande fascinatore dove l’immagine offre di sé ciò che non si vede?
Le Quattro Volte è la macchina da presa muta che vede spegnersi lentamente la vita di un vecchio pastore, ostinato a volersi curare con la polvere raccolta sotto l’altare della chiesa e ritenuta magica. Le sue capre scoprono il corpo esanime del loro pastore in una delle sequenze più belle e toccanti. Al cane da gregge, rimasto senza guida, sta il compito di non lasciar passare nessuno, ossequiando il suo ruolo anche dopo la scomparsa del padrone. Al neonato capretto sta il gioco spensierato con gli altri piccoli. Poi scoprirà anche la paura, che lo avvolgerà nella notte quando, perdutosi nel bosco, verrà come richiamato dallo stormire amico delle fronde di un gigantesco albero. Là il sonno dell’agnello cercherà protezione. Successivamente agli uomini del paese toccherà poi abbattere quell’albero, per trasformarlo in palo della cuccagna, simbolo dei sogni inafferrabili. Terminata la festa, verrà fatto a pezzi e ridotto in carbone. La lunga, elaborata, sapiente preparazione della carbonaia, secondo un antichissimo meticoloso rituale, è un’altra delle sequenze più riuscite del film di Frammartino, quella che apre e chiude magicamente in poesia il cerchio della narrazione.
Il cinema del giovane regista è scrupoloso nell’uso di un’inquadratura sapiente dell’insegnamento dei grandi maestri del passato, orchestrata in un montaggio originale, dalla narrazione forte, che non ha bisogno né di dialoghi, né di musica per farsi sentire, per tenere alta un’attenzione ammirata. Un certo asciutto minimalismo di Frammartino ricorda Robert Bresson, il quale pure diceva che i rumori devono diventare la musica del film. Frammartino ci regala davvero poesia di quelle rare, senza tempo, universali, dove l’uomo ritrova la sua dignità nel mito, ben lontano dalla quotidianità sciatta e omologata dei nostri giorni.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

In un mondo veloce e sempre più globalizzato nel concetto di grande metropoli non c’è spazio per il silenzio, la riflessione e la diversità! Fortunatamente a ricordarci che esiste un altro tipo di vita, un altro tipo di umanità ci pensa il cinema e, in questo caso specifico, Michelangelo Frammartino con il suo ultimo lavoro “Le quattro volte”. Il film, lo diciamo subito, non è facilmente digeribile, già solo per il fatto che si assiste a 90 minuti in cui praticamente è assente ogni tipo di dialogo. La settima arte ritorna con questa poetica e filosofica pellicola alla sua quintessenza, ovvero “racconto per immagini”. Quattro storie esemplari, in un paesino calabro arroccato sulle montagne, fanno da sfondo all’acuta riflessione, che Frammartino porta con delicatezza sul grande schermo, sulla vita e sulla morte, sul rapporto tra la natura e l’uomo, tra tradizioni che rimangono immutate nei secoli e luoghi in cui il caotico mondo moderno è rimasto (fortunatamente!) escluso. È un angolo remoto di terra dove il regista milanese, fortemente legato ad essa, scruta con sguardo indagatore l’eterna lotta della sopravvivenza dell’uomo, degli animali, dei vegetali, insomma di ogni essere vivente! Un uomo che muore, una capra che nasce, un albero secolare sono infatti i personaggi del film, con cui lo spettatore emancipato deve fare i conti. Anche il modo di raccontare è particolare: lunghissimi piano sequenza e inquadrature fisse per quattro storie, inevitabilmente collegate tra loro da un sottile fil rouge, quasi che ci fosse la mano di un dio benevolo, ma al contempo spietato a dare un senso a quello che si sta guardando. A sette anni di distanza da “Il dono”, Frammartino presenta a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs “Le Quattro volte”, mettendo d’accordo la giuria, che ha deciso di premiare la pellicola con l’Europa Cinemas Label. Curiosità: insieme a Elio Germano un altro attore italiano ha vinto una Palma d’Oro a Cannes. Si tratta di Vuk, il fedele cane del pastore, che sta morendo: a lui infatti è andata la decima Palm Dog, Premio dedicato alla Migliore Interpretazione Canina sulla Croisette. Un’esperienza sensoriale intensa per chi avrà il piacere di ammirare questa piccola opera d’arte popolare.
Fabiana Girelli, da “ecodelcinema.com”

Se l’idea di bellezza è sempre più assoggettata alla vistosità dell’oggetto che ci troviamo davanti, ecco spiegato il perché della bellezza paesaggistica come corrispettivo della grande e imponente città e l’abolizione di archetipi in via d’estinzione.
L’occhio si lascia crogiolare da una pigrizia incapace di scavare a fondo, di cogliere la bellezza nella complessità della vita quotidiana. Lasciando al proprio flusso arcaico i luoghi nascosti che ancora conducono una esistenza fuori dal tempo. Da una parte lo sguardo continua a catturare soltanto ciò che gli è immediato, trascurando l’essenzialità delle cose, dall’altro il luogo incontaminato, non sottomesso alle esigenze inquinanti della moderna società dei consumi, conserva la propria connotazione primitiva.
Ma l’ignavia dell’occhio riguarda anche la visione cinematografica, disabituata alla pazienza del saper vedere, preferendo subire l’immediatezza di ciò che ci viene scaraventato addosso.
“Le quattro volte” si situa in un territorio “marginale” della Calabria. Un microcosmo che pare fuori dal mondo e che, invece, conserva il contatto più stretto con l’essenza stessa della natura. Che crea una parabola sul tempo dove il tempo sembra invece essersi fermato da decenni.
Il milanese Frammartino aveva già ambientato il suo precedente e già interessante primo film, “Il dono”, in Calabria, luogo di nascita dei suoi genitori. Sondando il terreno per questa sua opera seconda si è imbattuto in quattro possibili personaggi, quattro entità vicine e lontane: il vecchio pastore, il capretto bianco, un grande abete, il carbone.
Suggerendo la possibilità di rendere protagonista di un film un animale o un qualsiasi elemento naturale, contemplando la natura e la natura delle cose, il film può essere suddiviso in quattro storie a sé stanti. Con dei lunghi piani sequenza che nella loro quiete colgono l’imprevedibilità della vita (non mancano i momenti ironici), Frammartino ci ricorda tradizioni e luoghi dimenticati, offrendoci una visione poetica sui cicli della vita. Ma a ben vedere il film non si ferma qui: vuole andare oltre, chiedendo complicità a spettatori attenti, disposti ad unire i tasselli ed erigere un’architettura che possa essere al contempo antropologica e filosofica.
Partendo da una frase attribuita a Pitagora, secondo la quale in ogni essere ci sarebbero quattro vite distinte ma incastrate l’una dentro l’altra (minerale, vegetale, animale e razionale), i quattro stadi del film vivono di una sola anima, destinata a passare ciclicamente da entità a entità, reincarnandosi, consumandosi e rinascendo.
Senza l’utilizzo di parole né di musica, ma con un fondamentale tappeto sonoro che cattura il respiro della natura, è un’opera metafisica e antropologica, concreta e fantscientifica. Offrendo allo spettatore il compito di decifrare, comporre e riempire il suo cammino, “Le quattro volte”, ideale incrocio tra Franco Piavoli e Bèla Tarr, è un cinema geometrico ma spontaneo.
Assemblando e rispettando le sue idee, Michelangelo Frammartino vola alto.
di Diego Capuano, da “ondacinema.it”

In principio era l’uomo. poi l’uomo è diventato il principio, la fine, tutto. Anche al cinema, occupando bulimicamente il dietro e il davanti della macchina da presa: Michelangelo Frammartino, generoso di natura – non a caso ha esordito con Il dono – ci ricorda che un altro mondo è possibile, auspicabile, necessario.
L’uomo apre e chiude la sua opera seconda, Le quattro volte. Ma non è una monade, bensì una sintesi instabile e dialettica, forse, l’anello che non tiene, sostenevano Pitagora e discepoli. “Abbiamo in noi quattro vite distinte e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte”. Frammartino ci crede, affiancando all’umano, l’animale, il vegetale, il minerale. Sullo stesso piano, per una bucolica fantascienza calabrese, tra Caulonia e Alessandria del Carretto, che deve alla fisica, ai passaggi di stato, alla sublimazione, perché la resa è quasi sublime. Un pastore, un capretto, un albero, il carbone, uno dentro l’altro per vasi comunicanti: è la scoperta di Frammartino, che nella sua Calabria trova forza calma, ostinazione produttiva e ispirazione universale per distoglierci dalla dittatura cinematografica dell’umano, troppo umano e riconsegnarci alla vita condivisa della Natura, dell’intreccio favolistico, dell’ipertesto senza tempo. La sua camera (35mm, il digitale è troppo precario per i passaggi di stato…) rimane ferma. Se si muove è per offrire un’iterata panoramica sul confine urbano, paradigmatico tra interno ed esterno: una porta – quella di Sant’Antonio a Caulonia Superiore – dove si spegne una vita, un cane innesca un Playtime alla Tati, una pietra rotola e la processione procede. Come il film, che nella sospensione del giudizio, nella suspense del quotidiano trova il tesoro scoperto che abbiamo smarrito: sono quattro volte, anzi cinque, c’è pure il “C’era una volta”, issato su un albero pagano per fare festa e riscaldato nel carbone poco fossile, ugualmente antico.
Nato nel ’68, cresciuto a Milano e videoinstallazione, Frammartino fa del cinema un sogno ad occhi aperti: è tutto lì, ma non lo sappiamo vedere, sono Le quattro volte, ma un titolo internazionale come Eyes Wide Shut lo avrebbe approvato pure Kubrick. A Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs, il regista ha dovuto aspettare sette anni per quest’altro, più grande dono: alla fine, il suo cinema rinasce in co-produzione, quando il nostro sistema, più lungimirante, avrebbe accorciato i tempi. Quelli che, viceversa, il regista non opprime, ma accoglie con fiducia, tra Tsai Ming-liang e Straub-Huillet, girando un nostrano, paradossale 2010: Odissea sulla terra, dove lo spazio è quello dell’uomo consapevole di sé, l’odissea quella bella della Natura che (si) fa memoria e la conoscenza al centro del campo. Dove si nasce e si muore con momentaneo sacrificio, ma assoluta fede: nella possibilità del cinema di raccontare l’invisibile, con gli occhi di una capra, con gli occhi dello schermo. Di Volte come queste, ne vogliamo altre. Molte altre.
FEDERICO PONTIGGIA, da “rollingstonemagazine.it”

“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)
Dall’uomo all’animale, dall’animale al vegetale, dal vegetale al minerale. Sono questi i passaggi delle quattro vite immaginate in successione da Michelangelo Frammartino, ex architetto e insegnante di cinema all’Università degli Studi di Bergamo, talvolta regista impegnato a veicolare la sua personale visione del cinema e dell’arte. Era già accaduto con Il dono, film pluripremiato nei festival minori, che il quarantaduenne regista milanese, calabrese d’adozione, ci parlasse in forma quasi documentaristica della vita rurale di un paesino della Calabria, filmata attraverso una quotidianità che privilegia l’aspetto naturalistico e le consuetudini del luogo. Con Le quattro volte, da pochi giorni nelle sale italiane, Frammartino osa ancora di più, recuperando il contesto dell’opera prima ma costruendo una narrazione ricca di significati simbolici e legata a un percorso di vita, morte, mutamento e rinascita.

In un paese della Calabria, situato sulle colline, vive i suoi ultimi giorni un vecchio pastore. Crede di trovare la medicina giusta per sopravvivere nella polvere raccolta dal pavimento della chiesa, e la beve sciolta nell’acqua ogni sera. Nello spiazzo di terra dell’ovile, una capra dà alla luce un capretto bianco. Il capretto cresce, si irrobustisce, inizia a giocare con i suoi simili. Il giorno della prima uscita in gruppo però resta indietro e si perde, vaga a lungo senza meta finché non si abbandona esausto ai piedi di un maestoso abete. Il grande albero oscilla nella brezza montana. Il tempo passa, cambiano le stagioni, e il grande abete cambia con loro. È giunto il tempo, l’abete viene tagliato, successivamente sezionato per usufruire del suo prezioso legno bianco. E il legno viene trasformato in carbone, attraverso l’antico lavoro dei carbonai. Quel che resta è solo cenere.

Quattro momenti, quattro trasformazioni, quattro vite che, alla fine ciclo, tornano cenere che si perde nello spazio e nel tempo. Una visione lirica ed elegiaca sui cicli della vita e della natura, sulle tradizioni perdute e sui luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato. Quasi in ossequio alla fiaba estremo-orientale di stampo animista, Frammartino partorisce un’opera fondata sul mistero di quattro vite indissolubilmente correlate che si intrecciano e che si disperdono come granelli di povere nell’aria. Il tutto senza bisogno di dialoghi, ma affidandosi solo ai suoni della natura, al soffio del vento e ai lamenti delle capre. Una scelta estrema e coraggiosa, che certo non potrà incontrare il consenso del grande pubblico ma che, sulla scia del lungometraggio d’esordio, può trovare la sua particolare nicchia di appassionati e il consenso di parte della critica. Le scelte tecnico-esteiche, come l’uso di piani sequenza abbastanza statici, di campi lunghi e panoramiche dall’alto, rafforzano l’idea di un cinema dal passo lento e dal taglio meditativo, vagamente intellettualistico ma sufficientemente sincero nel restituire la sua idea di misticismo laico fortemente legato alla materia: “Le quattro volte è un film in togliere – spiega il regista -, comincia tradizionalmente, fissandosi sull’uomo, e poi via via sposta il centro dell’attenzione su tutto ciò che gli sta intorno, e che normalmente è poco più che uno sfondo, fino a privare lo spettatore di ogni riferimento. Ovviamente, in questa perdita progressiva del protagonista, si vorrebbe che fosse contenuta anche una scoperta, la scoperta di pari dignità fra l’umano e gli altri regni”.

L’idea del titolo viene da una frase che alcuni studiosi hanno attribuito a Pitagora (“in noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra.”), che con le sue tesi sul rapporto tra il mondo umano, animale, vegetale e minerale ha influenzato notevolmente l’opera di Frammartino. Il regista ha immaginato un vero e proprio percorso di conoscenza, concentrando l’attenzione sul dettaglio e sulla cura dei “personaggi”, tra i quali dobbiamo considerare anche l’albero e la cenere. Le sequenze più emotivamente toccanti, sono sicuramente quelle legate alla nascita, alla crescita e allo smarrimento del capretto bianco, i cui lamenti risuonano come vasta eco nella natura circostante, fino ad arrivare agli spettatori in sala. Nel gioco di specchi proposto dal regista milanese, lo spettatore è chiamato a una partecipazione quasi interattiva, rafforzata da alcuni mirati inganni visivi immaginati ad arte da Frammartino. L’estetica proposta ricorda in parte il cinema del taiwanese Tsai Ming-liang (Goodbye Dragon Inn), e più in generale accosta l’esistenzialismo naturalistico di Franco Piavoli (Il pianeta azzurro, Nostos – Il ritorno), settantasettenne regista lombardo sempre rimasto ai margini della possibile notorietà, ma premiato addirittura dall’UNESCO per l’alto valore delle sue opere. La pellicola è stata invitata anche al Festival di Cannes, e presentata nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, portandosi a casa il prestigioso Europa Cinemas Label, oltre che il singolare Premio della Giuria (il Palm Dog, bizzarria tutta francese) per l’interpretazione del cane Vuk. Al di là della forma e dei riconoscimenti ottenuti, comunque, Le quattro volte lascia filtrare un tema che, lo si accolga o meno, invita lo spettatore a interrogarsi sul senso profondo dell’esistenza: abbiamo in noi quattro vite distinte, secondo Michelangelo Frammartino e la scuola pitagorica, e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

Mette a disagio e fa sentire inadeguati scrivere di un film che pone radicalmente al bando la parola, che affida solo alle immagini e ai suoni il compito di raccontare la sua storia. A maggior ragione se, ed è il caso de Le quattro volte, il film in questione riesce pienamente nel suo intento, non facendo sentire nemmeno per un momento la dichiarata assenza, anzi rendendola una delle leve della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. A scriverne, insomma, a farne parola, sembra quasi di tradirlo.
Allo stesso tempo però l’opera seconda di Michelangelo Frammartino, già lodato qualche anno fa per l’esordio de Il dono (2003), è una di quelle visioni che si prova piacere a condividere, a far durare oltre il tempo della fruizione – come capita solo alle opere di sicuro valore, che si consumano senza consumarsi – tale è lo stupore e la partecipazione che riesce a generare in occhi disponibili. In più, nota la realtà produttiva-distributiva in cui il film si muove, si prova anche un certo senso del dovere a recensirlo, come se la piccola finestra di visibilità che è possibile concedergli dalle pagine di una rivista specializzata, o semplicemente attraverso il chiacchierar di cinema, possa in qualche modo sottrarlo a un destino di oblio in parte inscritto nel suo stesso DNA (si pensi che una delle case co-produttrici porta il nome fin troppo consapevole di Invisibile Film…) e che nemmeno il passaggio al Festival di Cannes immediatamente precedente l’uscita nelle sale sembra aver intaccato.
Ma soprattutto Le quattro volte si impone al dibattito cinefilo, vincendo anche i ragionevoli dubbi di cui all’inizio, per la forza sorprendente del suo linguaggio.
Considerato infatti il segno di alcune sue scelte di fondo (la già menzionata rinuncia ai dialoghi, ma anche il rifiuto della colonna sonora extradiegetica e l’utilizzo esclusivo di attori non-professionisti) e visto il suo frettoloso e approssimativo incasellamento nel genere documentario, ci si aspetterebbe, recandosi in sala per vederlo, un meno di cinema: cioè la proposizione sullo schermo di un preteso sguardo oggettivo sulla realtà, e conseguentemente una regia poco appariscente, remissiva. Tutto all’opposto Le quattro volte è un tripudio di cinema, la messa in scena consapevole di un occhio che osserva il mondo con partecipata attenzione e ne rielabora poi una visione propria, autonoma e definita.
Il film racconta lo scorrere del tempo in un lontano paesino dell’entroterra calabrese, uno di quei luoghi che sembrano esistere fuori dalla storia. Si tratta di Alessandria del Carretto, poco più di cinquecento anime raccolte sul Massiccio del Pollino, lo stesso paese dove circa cinquant’anni fa Vittorio De Seta, maestro e nume del documentario etnografico, girò il corto I dimenticati. Sullo schermo seguiamo le vite di quattro “personaggi”: un uomo, un animale, un albero e infine il carbone ricavato da quest’ultimo. L’uomo è un anziano pastore malato, di giorno pascola il suo gregge, la sera cerca con rimedi tradizionali di curare una tosse maligna: scioglie nell’acqua la polvere raccolta dal pavimento della chiesa e la beve. La cura però non sortisce effetto e l’uomo muore. In seguito, una delle sue capre vive una disavventura, perde il contatto col resto del gregge durante il pascolo e si smarrisce. Trova riparo sotto un altissimo abete. Lo stesso abete viene poi tagliato, trasportato al centro del paese, addobbato e infine issato – una sorta di albero della cuccagna – per la rituale festa della Pita, celebrazione della fertilità. Al termine l’albero viene bruciato e si trasforma nel carbone che alimenta i camini delle case del paese.
I quattro episodi sono strettamente legati l’uno all’altro e da quattro le storie possono in realtà condensarsi in una sola: la storia eterna e immutabile della Vita sulla Terra, che per Frammartino, milanese di nascita ma calabrese d’origine, non può che essere raccontata come un tutto unico. Il film si chiude infatti in maniera perfettamente ricorsiva: nell’ultima sequenza un sacco di carbone viene depositato proprio sull’uscio della casa che era stata del pastore. Ma le connessioni vanno al di là dei nessi strettamente narrativi. Questi quattro movimenti acquisiscono senso solo se letti insieme, sono in realtà frammenti di un’unica anima. Perciò l’autore pone queste esistenze e le loro storie tutte sullo stesso piano, senza piegarle all’egemonia dell’Uomo e senza antropomorfizzazioni. Se De Sica a suo tempo abbassò la cinepresa ad altezza-bambino, compiendo uno dei gesti poetico-cinematografici essenziali del Neorealismo, Frammartino si può dire che abbassi (o elevi!) la cinepresa ad altezza-animale, vegetale e minerale, in una sorta di neorealismo panteistico di cui al cinema davvero non si aveva esperienza.
Una sequenza in particolare del film, collocata strategicamente circa a metà, lunga e assai articolata, riassume crediamo al meglio la poetica di Frammartino; val la pena perciò tentare di descriverla, senza forzarne i significati e provando invece a lasciarli desumere, unitamente alle emozioni che la sua visione ha generato, dal semplice racconto.
Venerdì santo. Il paese lascia in blocco le case per seguire la processione della Via Crucis. Così, quando in seguito a un banale incidente il recinto in cui è raccolto un gregge di capre si apre, nessuno se ne accorge. Gli animali possono disperdersi liberamente per il paese, si addentrano nelle viuzze interne deserte; dapprima spaesati, sembrano mano a mano acquisire una certa risoluzione. La mdp è molto mobile, segue il movimento disordinato del gregge, che si infila fin nelle abitazioni lasciate incustodite. Una parte arriva addirittura a salire la scala stretta e tortuosa che porta all’unica casa non disabitata. Qui dentro, disteso nel suo letto, giace l’anziano pastore. Sta morendo. Le capre invadono il suo spazio domestico, una si arrampica fin su un tavolo, da qui osserva il letto dell’uomo. La soggettiva dell’animale (!) ci mostra il viso del vecchio quietamente agonizzante. Il controcampo di lui ci rimanda il volto della capra, in primissimo piano, ma non pienamente definito: lentamente, mentre il vecchio esala, sempre più radi e pesanti, gli ultimi respiri, la sua vista sfoca fino a dissolvere a nero.
Segue il funerale, la scarna processione del paese per salutare il pastore. L’ultima inquadratura è la chiusura della bara, dall’interno della stessa. La soggettiva del cadavere (!) è progressivamente occlusa dal legno fissato a martellate per chiudere la cassa, fino all’ostruzione completa dello sguardo. Schermo nero, ancora.
Il nero si prolunga per alcuni secondi. Un suono inizialmente indefinibile lo invade poco a poco. è il verso sofferente di un animale. Il primo improvviso frame che segue il nero, senza assolvenze o filtri, ma con un semplice cut, è l’immagine di una capra (forse la stessa che fissava il pastore?) nel momento preciso in cui espelle da sé, lasciandolo cadere al suolo, un capretto bianco.
All’uscita dalla sala si fa davvero fatica a distaccarsi da un’esperienza così radicalmente alternativa alla proposta audiovisiva corrente e ai suoi dettami estetici, un cinema che non somiglia a nient’altro. Andando indietro con la memoria viene di certo in mente De Seta per le ragioni dette sopra; Olmi e Piavoli, pure, sono sicuramente tra le visioni di Frammartino. Ma per trovare il riferimento più pertinente si deve andare forse ancora più indietro, al capolavoro sovietico La terra firmato da Aleksandr Dovženko negli anni ’30 e alla scena indimenticabile del vecchio che disteso sull’erba in mezzo ai suoi cari annuncia tranquillamente “Sto morendo”, e la natura attorno muore con lui. “Film di fantascienza senza effetti speciali”, esempi limpidissimi di un cinema che non c’è (mai stato).
Armando Andria, da “schermaglie.it”

“Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino commuove per delicatezza e forza creativa.
“Quando scegli come protagonista una capra, è normale che tu non possa avere il controllo di tutto, che sei pronto ad improvvisare, anche se sai più o meno dove si andrà a parare. Ce la si mette tutta affinché certe cose accadono, e alla fine accadono davvero”. Parola di Michelangelo Frammartino, bravissimo regista milanese, ma di origini calabresi, che sia quando dirige che quando parla, dimostra un’amabilità e un’intelligenza che davvero capita poche volte di incontrare. “Le quattro volte” è stato invitato a Cannes per una semplice ragione, è un film di una rara perfezione formale, un lavoro che, come dice lo stesso regista, “esiste solo grazie alla decodificazione del pubblico. Se non vuole ragionare, sforzarsi di capire le immagini che gli sono di fronte, il film non esiste”.

I quattro tempi indicati nel titolo sono quelli che collegano l’uomo alla terra, passando per la natura e l’animale. Un vecchio raccoglie polvere davanti ad una chiesa, sperando che ingerendola si salverà da una malattia che lo sta portando alla morte. Verrà seppellito. Il piccolo neonato di una sua ex capra perde di vista il pascolo e si riposa sotto un albero. Quello stesso albero sarà poi tagliato dagli abitanti del paese per una festa tradizionale. Con il legno si farò un particolare carbone che poi brucerà nei caminetti, vagherà nell’aria e ritornerà polvere.

Può sembrare un gioco di collegamenti e riferimenti noiosi e presuntuosi, ed invece “Le quattro volte” è un film pieno di ironia. Complici i tanti animali protagonisti e la loro interazione con umani e territorio, alcune sequenze sembrano candid camera e così, anche l’assenza di una voce narrante non mina alla fluidità del racconto. Ci si emoziona ascoltando il belato di richiamo della capretta, ci si coinvolge osservando un intero villaggio uniti in un rito secolare. Si entra nella natura ascoltandone i silenzi e vivendone la vitalità.
Come ci ha raccontato Frammartino “Le quattro volte” è un “film politico”. Gioca sul linguaggio delle immagini come la televisione non si propone mai di fare, impone allo spettatore (come disse Godard parlando della differenza tra grande e piccolo schermo) di “alzare la testa visto che il cinema è grande, anziché abbassarla come si fa per il tubo catodico”.
Andrea D’Addio, da “film.it”

Un anziano pastore che vive in Calabria porta al pascolo ogni giorno le sue capre sui monti. Una terribile tosse sta peggiorando sempre più la sua salute, e per curarla prende dalla sacrestia del paese una strana “pozione” benedetta. Intanto il tempo scorre: per la via principale del paese c’è una rappresentazione della Passione, si issa un albero della cuccagna, nasce una capretta…
Le quattro volte è la storia di un pastore, di una capretta, di un tronco e del carbone. Ci vuole coraggio per riuscire a narrare ciò che Michelangelo Frammartino riesce a raccontare nel suo nuovo lavoro. Ed è da sottolineare una questione semplice a prima vista, ma complessa e fondamentale dall’altra parte: si tratta di un documentario, ma Frammantino narra, racconta.
Una gestazione lunga quella del film, con un budget dichiarato di neanche 1 milione di euro e un risultato che lascia a bocca aperta per la cura che traspare ad ogni sequenza. Documentario antropologico, naturalistico, poetico, addirittura sperimentale: ogni definizione è giusta solo parzialmente e non riesce a racchiudere la minima essenza del film.
La modalità principale di strutturazione del film è quella osservativa nel senso più puro del termine: è senza dialoghi, Frammartino non commenta mai e la distanza di sicurezza evita con perizia retorica e virtuosismi, nonostante il lavoro non sia privo di momenti tecnici di livello enorme. Provate a vedere il pianosequenza del camioncino, del cane Vuk, della processione e del “disastro” con le capre: come è possibile che fosse tutto così preciso e di conseguenza entusiasmante?
Il risultato finale appoggia la lettura poetica, ma ancora non è necessario per poter descrivere ed analizzare Le quattro volte. Che è sì un film sulla ciclicità del tempo e del mondo (e dei mondi), sulla trasformazione e sull’eterno panta rei che governa il destino di tutto e tutti, ma anche qualcosa in più, qualcosa che riesce ad affascinarci e a farci ragionare sulle conseguenze di una legge sempiterna: “semplicemente” a farci vivere nel modo più puro possibile l’esperienza della vita e della morte.
Nonostante le diffidenze che il pubblico più mainstream (che evidentemente neanche si avvicinerà ad un prodotto del genere, sempre più raro nel cinema contemporaneo, figurarsi in quello italiano) può avere all’inizio, la storia del pastore riesce subito a catturare l’attenzione. E si prosegue con gli agnellini, che – rubo una giustissima idea di Bruno Fornara – “sembrano bambini dell’asilo”. Ma il miracolo avviene anche con i seguenti due episodi, riguardanti il mondo vegetale e minerale, con tanto di finale da magone per la sua semplice lucidità.
Costruito con inquadrature che azzeccate è dir poco, con una meravigliosa fotografia in 35mm e una serie di “coincidenze” nel profilmico tutte da lasciare a bocca aperta, Le quattro volte punta dritto alla palma di film italiano dell’anno assieme all’ultimo Diritti, con il quale Frammartino condivide più di un’idea e un pensiero su cosa valga nel cinema e nel mondo.
da “cineblog.it”

La macchina da presa posizionata in altezza, un piano d’insieme dall’alto verso il basso, come fissata su un palo. Sullo sfondo, un piccolo villaggio calabrese, in primo piano una strada sterrata, un angolo di fattoria e un vecchio fabbricato sulla destra, la strada divide in diagonale il recinto, il mondo animale e la città, il mondo umano.
Una camionetta annunciata dal rumore del motore entra nel campo visivo e si arresta sulla parte destra dell’immagine. Un centurione scende, esattamente un paesano travestito da soldato romano. Il cane che custodisce il recinto abbaia in mezzo alla strada, diffida.
Un secondo centurione esce dalla camionetta, quindi un terzo, correndo tutti verso il centro del villaggio. poi la notizia si diffonde, la processione arriva, preceduta da uno dei centurioni venuto a cacciare il cane che difende il gregge di capre per lasciare la via libera agli abitanti.
Tutto il villaggio si è riunito per commemorare la Pasqua, ricostruendo la passione di Cristo. La macchina da presa osserva dalla sua cima, gira per seguire la strada che prosegue vacillando verso la collina dove appaiono sul fondo dell’inquadratura, la dove le linee di fuga si incontrano, due croci. La processione passa dolcemente. La cinepresa torna sul primo campo, il cane sta facendo ritorno una volta la folla passata. Un bambino arriva in ritardo e tenta di raggiungere il gruppo quando è spaventato dal cane che abbaia.
Per distrarre l’animale, il ragazzo gli lancia delle pietre, farà diversione, il bambino corre per sfuggire al piccolo cane. Quest’ultimo, non trovando la pietra scagliata, finisce per afferrare con le zanne la grossa pietra installata dai primi centurioni sotto la ruota della camionetta alfine di tenerla ferma.
Tolta la pietra, ecco che il veicolo si mette in marcia e va a sfondare il recinto, liberando le capre. Hanno finalmente la possibilità di occupare il mondo degli uomini come un piano anteriore lasciava presupporre (una vista d’insieme del villaggio e dei campi circostanti dove il gregge guadagnava poco a poco il terreno in direzione del villaggio).
Fracasso, non sentiremo che il rumore, la cinepresa nuovamente puntata in direzione della collina, dove la processione si è concentrata, per scorgere la folla presso tre croci innalzate alla sommità, mentre il bestiame si disperde in tutto il villaggio.
Questo lungo piano sequenza di dieci minuti, durante il quale la macchina da presa rimane fissata al suo asse, avendo come unico movimento la rotazione che accompagna la strada, seduce per la ricchezza degli elementi, per la sua semplicità apparente e il miscuglio di tonalità (tra humor, tenerezza e tensione). Si tratta senza alcun dubbio di uno dei piani meglio riusciti di questi ultimi tempi e una delle sequenze più forti di questo secondo lungometraggio del regista Michelangelo Frammartino, Le quattro volte.
Qualche minuto più tardi, l’uomo rende l’anima in un ultimo toccante rantolo, felice, circondato dalle sue capre. Nessuna fioritura nel rituale, alcuni compaesani si occupano dell’uomo. La bara e il piccolo corteo funebre si ritrovano sulla stessa strada vista poco prima al momento della processione.
Questa volta però, invece di prendere a destra, il gruppo imbocca la strada di sinistra, la via scende verso gli Inferni mitologici o più semplicemente verso la terra nutrice. La cinepresa si ritrova improvvisamente installata nella fossa, che accoglie la bara, assistendo senza alcuna possibilità di scelta alla chiusura ultima della stele.
Immerso nella penombra, lo spettatore sente solo dei colpi, di martello forse, dei colpi che sembrano sempre più dei battiti di un cuore. Ecco que l’obiettivo si fissa senza transizione, brutalmente, sull’agnello che esce dal corpo della madre. Nuova nascita, come una reincarnazione, l’immagine capta i primi movimenti, i primi respiri di questo essere gracile, si attarda con tenerezza sulla tenacia di questo agnello, che deve a qualsiasi prezzo apprendere a camminare.
È questo Le quattro volte, il cinema di Frammartino, questa combinazione di poesia e realtà; tra un montaggio di finzione e simbolico e il documentario, tra una aspirazione all’elevazione e l’attaccamento alla terra.
Collegare questi mondi, ecco il talento del regista italiano, dopo il suo primo film Il Dono. Ha avuto bisogno di tempo per scegliere questo villaggio calabrese, appropriarsi dei luoghi, delle persone, sentire l’incredibile potenza di questa terra, posare la sua cinepresa nel momento giusto, attendere la luce migliore atta ad esporre l’emozione desiderata, e più semplicemente veder svilupparsi i personaggi.
Michelangelo Frammartino assume il suo gusto per un certo ascetismo cinematografico, senza effetti di sceneggiatura, né effetti visivi o di messa in scena magniloquenti, giusto uno sguardo posato su questo piccolo mondo di brusio dove il silenzio delle voci regna per meglio far avvertire l’attività soggiacente delle nostre campagne e farci sentire sino a che punto l’uomo è di passaggio in terra.
Le quattro volte, sorta di riflessione sul ciclo vitale proprio a un mondo, osserva le quattro stagioni, i quattro volti di uno stesso luogo per metterne in rilievo i minimi dettagli, questo sguardo divergente dagli altri sul quotidiano. È nuovamente una sinfonia in tre movimenti, sinfonia pastorale potremmo dire. La prima parte ci conduce sui passi di un vecchio paesano, che non ha altro che delle capre, che accompagna ogni giorno al pascolo nei campi. La vecchiaia non lo aiuta, l’uomo è malato, tossisce molto e prende come unico rimedio della polvere raccolta in chiesa diluita con acqua nella speranza di una guarigione. Una fine di vita tranquilla, senza rimorsi ne rimpianti.
Si spegne un mattino, attorniato dalle sue capre. Il secondo movimento seguirà a ritroso i primi giorni di un capretto, un tenero piccolo animale bianco curioso e perso, mescolato e isolato all’interno del suo stesso gregge e infine dimenticato nei boschi. Sparirà sotto questo albero maestoso, a cui lascerà in eredità il suo posto, il suo primo ruolo per permettere alla conifera di vivere, vivere la sua tragedia, lei solitaria, potente e diritta che gli uomini verranno ad abbattere per servirsene come di un immenso palo alla cui sommità fisseranno un ridicolo piccolo abete in vista di una cerimonia di cui lo spettatore non saprà mai nulla. Poi taglieranno l’albero, lo faranno a pezzi e lo porteranno, alla fine della sua corsa, in un atelier dove fabbricano carbone. Primo e ultimo piano del film, polvere tornata polvere, simbolizzando ogni vita, polvere nutrice poiché il carbone troverà il suo posto in un focolare del villaggio.
La storia de Le quattro volte non è dunque tanto quella di un personaggio che piuttosto di un luogo, metafora del mondo. Da questa trama delicata e improbabile, Frammartino tesse un’opera dalla bellezza ammaliante. Che se non voleva veramente mettere in scena, né utilizzare effetti visivi, rimane innegabile che questo cineasta possiede questo sguardo da fotografo che riesce a captare una luce ogni volta particolare, ad attendere il momento ideale per ottenere naturalmente un fotogramma ricco di senso, trovando l’angolo adatto, il tono propizio per apprezzare una sequenza.
Attento osservatore, Frammartino testimonia di una capacità a cogliere le emozioni, dare un sapore intenso ai fenomeni che si compiono al nostro sguardo, tenerezza e humor di fronte ai primi passi di un capretto o le sventure del ragazzino alle prese con il cane da pastore, tristezza e melancolia alla morte del paesano, una sorta di disillusione amara alla vista dell’albero da abbattere per soddisfare le festività del villaggio.
La sfida era di spessore con Le quattro volte. Michelangelo Frammartino si sforza di filmare un mondo senza altro dialogo che una comunicazione naturale, una simbiosi che passa più per i gesti che per le parole. Le sole conversazioni umane non sono que dei mormorii e dei rumori di cui non si indivinano mai completamente i propositi. Un film senza parole, senza musiche oltre il semplice movimento del vento e i belati regolari, che poteva annunciarsi come il peggiore dei tedi. Non è così.
Lo spettatore si lascia trascinare in questa Calabria senza tempo, di sgembo ai tempi moderni, l’accellerazione, la pretesa umana de modernità e di eternità. Anche l’ultima scena dove seguiamo i preparativi in un atelier dove si produce carbone diventa seducente, come se questo mestiere tradizionale e in via di estinzione potesse affascinare per la sua dimensione rituale (la costruzione del focolaio, la costante attenzione durante la combustione).
Primo piano sui fori di questa tortiera di legno da cui un fumo bianco evade, come una strana bruma che invade la terra. La magia è all’opera in Le quattro volte, tutto concorre a offrire una boccata d’aria, non sempre gioiosa, ma di un sollievo meditativo raro.
Una capra si introduce curiosa e avventurosa nella cucina del vecchio uomo. Sulla tavola della cucina una pentola chiusa da uno strofinaccio trattiene una colonia di lumache che l’uomo ha raccolto con fatica. L’animale salta sulla tavola, si ferma un istante prima di rovesciare il recipiente.
Nella luce di fine giornata dove i raggi esplorano la polvere della stanza, la bestia si staglia con uno humor maestoso. L’animale prende il possesso dei luogi umani, ritrova una libertà senza recinti. L’uomo passa, l’animalità dimora, e il ciclo prosegue senza tregua.
Emeric Sallon, da “rapportoconfidenziale.org”

I quattro stadi della vita: umano, un vecchio pastore, animale, una capretta, vegetale, un albero, e minerale, il carbone.
Qui è tutta una questione di stabilire la propria idea di cinema. E Michelangelo Frammartino, al suo secondo lungometraggio dopo “Il Dono”, ribadisce la sua. Un racconto per immagini e senza parole, pochissimi i dialoghi e tutti in stretto dialetto calabrese per sottolineare l’irrilevanza della comunicazione verbale, un’osservazione della natura, delle sue forme e delle sue trasformazioni.
Con rimandi al cinema di Piavoli, De Seta e Olmi il regista milanese di origini calabresi, il paesino del pastore è Caulonia, paese natale di Frammartino dove è girato anche “Il Dono”, fa esplicita richiesta allo spettatore per trovare i nessi e i collegamenti all’interno del film, in un cinema che è muto dialogo tra schermo e pubblico, che sfugge alle definizioni di genere (troppo artificioso per essere un documentario) e che impressiona per la messa in scena e l’abilità di un regista discreto ma mai così presente nel seguire e costruire i “personaggi” e che man mano che il film procede, e che si scivola dall’animato all’inanimato acquista, paradossalmente, sempre più vitalità.
Il piano sequenza di otto minuti che chiude il primo episodio, con assoluto protagonista un cane e dall’alto contenuto simbolico con la processione di uomini che lasciano (per sempre) il paesino, è da applausi a scena aperta.
Voto: 9
da “osservatoriesterni.it”

Dall’uomo alla terra e ritorno. Un vecchio raccoglie polvere davanti ad una chiesa, sperando che ingerendola si salverà da una malattia che lo sta portando alla morte. Verrà seppellito in una terra dove pascoleranno le sue ex capre. Tra di loro, un piccolo capretto perde di vista il resto del gruppo e si riposa sotto un albero. Quello stesso albero sarà poi tagliato dagli abitanti del paese per una festa tradizionale. Con il legno si farà un particolare carbone che poi brucerà nei caminetti, vagherà nell’aria e ritornerà polvere.
Michelangelo Frammartino ha presentato “Le Quattro Volte” a Cannes ricevendo critiche entusiaste da tutta la critica internazionale. La speranza è che il successo gli dia la possibilità di realizzare con più rapidità i suoi prossimi progetti. Siamo, infatti, di fronte ad un regista davvero eccezionale, capace di fare di un soggetto da documentario un film di intensità e poesia degna delle migliori pellicole di finzione. Le quattro parti con cui divide il suo racconto sulla vita rurale di paesini calabresi sono il frutto sia di tanta osservazione, ma anche di un’incredibile creatività personale.
In pochi sarebbero riusciti a partire dallo stesso materiale ed arrivare a realizzare un racconto così lineare, ironico e con delle svolte narrative fatte di semplici tagli di montaggio e nessuna parola. L’uomo che muore, il capretto che si perde: non sono eventi successi realmente durante la lavorazione del film, ma ricostruzioni verosimili, mentre il cane arrabbiato che non fa passare nessuno, è il frutto di ben ventuno ciak andati a vuoto. “Quando metti tutti gli elementi al posto giusto, è normale che prima o poi le cose accadano” ci ha raccontato quando lo abbiamo intervistato. Tutto è studiato fin nei minimi particolari, ci si diverte, ci si commuove, ci si porta dietro una riflessione naturalista sull’Italia che non si vede mai, ma che vive proprio accanto a noi. Gli echi cinematografici sono quelli di Vittorio De Seta, ma il lavoro di Frammartino, data l’epoca che viviamo, assume una forza completamente diversa, sicuramente più intensa per uno spettatore odierno rispetto a tante, forse analoghe rappresentazioni del passato. La speranza è che voi che leggete, non vi lasciate perdere l’occasione per gustarvi un film del genere.
La frase: “Mamma! Mamma!”.
Andrea D’Addio, da “filmup.leonardo.it”

Le ambizioni si moltiplicano rispetto all’esordio Il dono, e vengono brillantemente superate. Il succedersi cosmico dell’Umano, dell’Animale, del Vegetale e del Minerale; un equilibrio retto dall’uomo e dallo squilibrio fertile che porta con sé. Frammartino costruisce uno sguardo di potentissima consistenza, e raggiunge l’agognato punto di convergenza tra la purezza dell’osservazione e i rigori della geometria.
Ancora la piccola località calabrese di Caulonia, come già l’esordio Il dono (2003), è al centro della nuova opera di Michelangelo Frammartino. I rischi però rispetto all’opera prima erano infinitamente maggiori, anche in virtù dell’ingente sforzo produttivo (e della pellicola). Non più un intreccio appena intravisto dietro la maestosa monumentalità del Luogo, ma un vero e proprio respiro cosmico che attraversa l’Umano, l’Animale, il Vegetale e il Minerale. Sullo sfondo delle quattro stagioni, si avvicendano davanti alla macchina da presa un pastore, un capretto, un abete, del carbone. Tutti collegati da interscambi ben visibili (e in totale assenza di dialoghi), autentici “passaggi del testimone” distintamente riconoscibili, dal pastore alla capretta, dalla capretta all’abete, dall’abete al carbone.
E ancora all’uomo. Perché uno dei molti motivi che fanno de Le quattro volte una scommessa difficile ma brillantemente vinta, è che non si cade nell’ingenuità di mettere tutti gli elementi sullo stesso piano. L’uomo incornicia il disegno strutturale, lo apre e lo chiude. Anche se nel finale non viene visto, l’ultima inquadratura (un camino fumante) riprende il tratto che ha distinto il primo segmento “umano” da tutti gli altri: la ricorrenza (diciamo pure rituale) di alcuni punti di vista sui medesimi luoghi ripresi in modo identico in momenti diversi.
È vero, forse un disegno strutturale del genere è troppo meccanico: è l’unico, marginalissimo difetto di un film davvero straordinario. Perché si assiste, come non si assisteva da tempo (specialmente in ambito italiano) alla sbalorditiva riuscita dell’unione tra la purezza dell’osservazione e i rigori della geometria. Le quattro vite intrecciate in un unico ordine superiore in cui anche lo squilibrio (si veda lo straordinario piano-sequenza della processione e del contrattempo che la perturba) ha una sua collocazione, si susseguono lasciando a ogni passo del proprio sviluppo il tempo, lo spazio e il respiro sufficienti affinché trovino ai nostri occhi una consistenza grafica monumentale.
da “sentieriselvaggi.it”

Al suo secondo lungometraggio il cineasta milanese di origine calabrese Michelangelo Frammartino (classe 1968) torna sui luoghi del Dono (2003), film di altera, intransigente bellezza. Troppo poco narrativo per essere definito una pellicola di finzione e troppo narrato per essere attribuito al genere documentaristico, Le quattro volte rende inconcussa testimonianza, insieme alla Bocca del lupo di Pietro Marcello, che i segnali di rinnovamento del panorama italiano contemporaneo risiedono in un territorio in cui il cinema interroga la realtà e la reinterpreta al di fuori dei diktat retorici e spettacolari (quindi ideologici). Cinema che schiva le formule del racconto convenzionale per restituire alla visione quel potenziale di apertura e incompiutezza troppo spesso mortificato dai dogmi della narrazione: allo spettatore il compito (o meglio il privilegio) di scandagliare, integrare e completare le immagini. Liberare lo sguardo.
Meno austero del Dono e meno letterario del menzionato film di Marcello, Le quattro volte racconta per immagini non dialogate la metemsomatosi del principio vitale in altrettanti corpi: la macilenta fisicità di un pastore, il candore disorientato di una capretta, la scorticata fierezza di un abete bianco e la minerale ruvidezza del carbone. Aperto da un prologo ciclizzante (le immagini iniziali dei carbonai suggeriscono il termine del ciclo precedente) e scandito da dissolvenze in nero (o da oscuramenti interni dell’inquadratura), il film di Frammartino bordeggia talvolta il dimostrativo senza mai approdarvi del tutto: pur tradendo un disegno rigorosamente guidato, le numerose rime interne (l’attardarsi del bambino durante la processione prefigura lo smarrimento della capretta, la formica che scala la corteccia dell’abete richiama quella sulla pelle corrugata del pastore e anticipa l’arrampicata del paesano nella festa) si limitano ad accenni discreti e silenziosi, mai degenerando in gridata, vigliacca didascalia.
È al contrario la ponderata tenacia del processo di sottrazione a imporsi: man mano che Le quattro volte si allontana dall’antropocentrismo, la sua energia cinematografica si intensifica tangibilmente, accomodandosi in punti di vista ad angolazione variabile che armonizzano linguaggio filmico e materia filmata (le inquadrature ad altezza capra, l’imperiosa verticalità dell’abete, la prossimità coalescente col carbone). La disposizione dei punti macchina ci parla costantemente di messa in scena senza tuttavia soffocare i soggetti-oggetti ripresi o sganciarsi dalla loro materialità: ne scaturisce un contatto dinamico tra rappresentazione e rappresentato che, secondo chi scrive, costituisce il massimo esito del mezzo cinema, tanto per il cineasta quanto per lo spettatore (“Considero il film un corpo morto che ha bisogno dello sguardo attivo dello spettatore per prendere vita. Riuscire a connettere il soggetto guardante, lʹumano, e lʹoggetto, le cose, è parte di una vitale tensione affettiva, che con un poʹ di retorica potrei dire che ha a che fare con la felicità”, dal pressbook del film). Anima e esattezza.
Al di là della dichiarata impronta filosofica di matrice pitagorica (il titolo del film è ispirato da una frase attribuita a Pitagora) e al di là dei riferimenti obbligati a De Seta e Tarkovskij (la Festa della Pita già filmata nel 1959 dal regista siciliano nei Dimenticati, i luoghi aporetici di Stalker rievocati dalla casa di confine del pastore), Le quattro volte scatena un’impressionante serie di associazioni filmiche. Senza scadere nel déjà-vu, la pellicola di Frammartino fa pensare alla durata captativa del Franco Piavoli di Voci nel tempo, alla cadenzata laboriosità dell’Otar Iosseliani di Un piccolo monastero in Toscana, alla neutralité bienveillante (“imparzialità benevola“) del Nicolas Philibert di Essere e avere e, spingendosi oltre, all’archeologia del presente dello Jia Zhang-ke di Useless, alla parità dello sguardo del Chris Marker di Sans Soleil e all’inumana contemplazione del Robert Bresson di Au hasard Balthazar (così come Il dono faceva pensare alla sensibilità tellurica del Bruno Dumont dell’Umanità e addirittura alla terragna primordialità del Thierry Zéno di Vase de noces).
Eppure questa ridda di suggestioni non precipita nella rimasticatura o nel calco inerte, ma è segno di un cinema profondamente consapevole e al tempo stesso intimamente rispettoso dello spettatore, invitato con pungente sincerità a partorire uno sguardo inaudito sugli esseri e le cose: “Si può liberare il cinema dalla tirannia dell’umano, che è un privilegio ma anche una condanna alla solitudine? Le quattro volte cerca di incoraggiare questo percorso di liberazione dello sguardo, sollecitando lo spettatore a trovare il nesso nascosto che anima tutto quel che ci circonda”. Presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2010 e vincitore del premio Europa Cinemas Label come miglior film europeo della sezione.
Alessandro Baratti
Voto: 8.5
da “spietati.it”

Siamo uomini o animali, vegetali e minerali?

Un pastore e le sue capre. Si addormenta nel bosco, poi bada al gregge e prima di andare a dormire beve una strana polvere scura sciolta nell’acqua, quindi la forte tosse che lo sta squassando sembra calmarsi. Dopodiché vediamo che quella polvere la riceve da una donna in chiesa, che la prende da una paletta della spazzatura e, dopo averla benedetta, l’avvolge tra le pagine di un periodico. Mentre, malato, sta lasciando questo mondo, per un curioso incidente durante una rappresentazione paesana della Passione, le capre fuggono dal recinto, invadono la strada ed entrano perfino in casa, uniche e solitarie testimoni della sua morte.

Al suo funerale ci sarà un esiguo gruppo di persone, molto meno numeroso di un gregge di capre. Dopo la sua tumulazione, per contro, ecco la nascita di un capretto e tutte le cure attuate dalla madre subito dopo e dal pastore in seguito per farlo crescere. L’ultima parte vede un particolare rito – la festa della Pita – per il quale un alto albero, un abete bianco del Pollino, viene tolto dal suo habitat naturale e portato in paese, decorticato tranne la cima e poi issato nel bel mezzo di una piazza, quindi riconficcato in terra togliendo parte della pavimentazione ed infine scalato da un impavido arrampicatore. Di nuovo abbattuto e assaltato dai paesani che ne prendono qualche ramo per ricordo ed all’ultimo fatto a pezzi e riportato tra i monti, dove il suo destino non è ancora terminato…

Ambientata interamente sui monti della Calabria, la docu-fiction del giovane Michelangelo Frammartino colpisce innanzitutto per una sorta di realismo magico che mette al centro dell’esplorazione la Natura e che per certi versi ricorda le opere del documentarista indipendente Franco Piavoli. Una Natura in cui ogni essere vivente, uomini, animali, vegetali e minerali che siano, vivono ancora in un quadrilatero di mirabile armonia, così come insegnava la Scuola pitagorica. Così dopo la morte di un anziano uomo nasce, quasi fosse metempsicosi, una giovane capra, che, appena più grande, si perde e vaga in mezzo alle montagne come aveva fatto fino a poco prima il vecchio pastore. Anche le stagioni in questo scenario si susseguono secondo i loro millenari ritmi. Ed allo stesso modo l’albero non può che seguire un rituale ad esso dedicato. Non ci sono praticamente dialoghi: le poche parole degli uomini, percepite in lontananza e non sempre comprensibili, sono assimilabili ai versi degli animali. Ed al buio, tra un segmento e l’altro, si percepiscono dei colpi, già suggeriti all’inizio, come quelli del cuore pulsante della natura. Una delle ultime scene, che riprende appunto le primissime immagini, piene di una strana foschia, quasi in una primordiale creazione, vede una specie di rogo, che brucia coperto da una complessa struttura di terra e rami, al centro del quale erano stati collocati i pezzi dell’albero sottoposto al rito, che viene ordita dai carbonai delle Serre per la produzione di carbone vegetale in vista dell’inverno. E nell’ultimissima inquadratura ecco finalmente uscire del fumo dal camino di una casa. Come diceva Eraclito, “Panta rei”, tutto scorre.
Paolo Dallimonti, da “centraldocinema.it”

Quattro vite che si intrecciano misteriosamente sullo sfondo ancestrale dell’appennino calabrese, un viaggio tra antichi riti e credenze pagane in un tempo sospeso tra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, concetto abilmente suggerito dalle inquadrature di questa poetica esplorazione dei quattro diversi stati della materia vivente: umano, animale, vegetale e minerale. A sette anni dalla sua opera prima, “Il dono”, Michelangelo Frammartino torna con “Le quattro volte” nella terra brusca e desolata che ha dato i natali alla sua famiglia. Una regia composta che scruta con occhio discreto i cicli della vita e della natura: gli fa da quinta l’incedere quotidiano di un paesino abbarbicato sulle colline calabre. E’ qui che un vecchio pastore sonnecchiante e ammalato crede nel potere terapeutico di una manciata di polvere ‘magica’ raccolta da terra, è qui che le capre fissano il cielo, gli alberi diventano totem e i carbonai spalano tizzoni ardenti. Frammartino riesce così a trasformare un esercizio di stile nell’ affresco silenzioso e vitale di un angolo di mondo incontaminato, arcaico quanto basta per evocare immagini di olmiana memoria (“L’albero degli zoccoli”). Per un’ora e mezza il regista milanese accompagna lo spettatore in un’ avventura che termina laddove è cominciata, e lo lascia sulla soglia, al confine tra il luogo e il non luogo, in quella zona grigia tra l’inizio e la fine, laddove uomo e polvere di carbone sono la stessa cosa.
Elisabetta Bartucca, da “35mm.it”

Ritratto della vita agrestis, questo film di Michelangelo Frammartino si presenta come un esercizio di virtuosismo cinematografico e di preziosismo stilistico ma probabilmente destinato a pochi. La scena è quella della campagna calabrese, divisa tra i centri di Caulonia, Alessandria del Carretto e Serra San Bruno, tra Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Luoghi remoti, lontani dalla frenesia del mondo moderno, in cui il tempo sembra essersi fermato ad una dimensione extrastorica e dove gli uomini ci sono ma sono presenti solo come comprimari nel racconto che viene proposto allo spettatore. Infatti il titolo, “Le quattro volte”, richiama appunto i quattro regni della vita secondo la dottrina pitagorica, ossia il regno umano, il regno animale, il regno vegetale e infine quello minerale, secondo una visione ordinata e
regolativa degli elementi fondamentali del ciclo della vita. E quindi all’uomo, in quanto tale benché essere dotato di intelletto, spetta solo un ruolo secondario, in mezzo a pascoli di capre, alle piante e ai boschi, alle cataste di legno delle carbonaie fumanti a cielo aperto, e quant’altro. Il racconto di Frammartino vuole seguire le fasi ricorrenti di questo ciclo naturale attraverso tutte le sue immedesimazioni materiali, dando vita con le sue immagini pazienti e quasi mute alla descrizione moderna dell’idillio georgico dei nostri giorni; ma non c’è alcun esplicito intento celebrativo del microcosmo rurale, bensì prevale la ragione della descrizione di una semplice realtà immanentistica, fuori di qualsiasi trascendenza escatologica ma carica di un sapere millenario che si ripete ogni giorno e ogni stagione nelle sequenze regolari del ciclo della natura. Alcune immagini restano quasi indelebili nella loro diretta esposizione cinematografica e sono degne di essere menzionate: il pastore che accompagna ogni giorno le proprie caprette, saltellanti e felici nei pendii sassosi e nei campi, si attiene quotidianamente al rito magico di andare in chiesa a richiedere, quasi come una grazia, una manciata di polvere raccolta per terra (proprio così, la polvere che viene raccolta durante la pulizia dei pavimenti del luogo sacro!) che poi scioglierà ogni sera in acqua per berla come una medicina; il giorno in cui perde il suo fazzoletto di carta, con il suo prezioso contenuto, sarà proprio il giorno della sua morte. E poi la storia della capretta che si perde nel bosco, abbandonata dal gregge degli animali incuranti di lei: una lunga sequenza visiva segue il piccolo animale fino ad abbandonarlo anch’essa ai piedi di un altissimo e imponente abete. E poi, a seguire con studiato legame narrativo, la storia di questo abete, abbattuto dagli uomini, potato e levigato, e infine trasportato in paese per issarlo come albero della cuccagna al momento della festa di primavera. E tante altre storie ancora, tra saggezza rurale e superstizione, tra ricorrenza da calendario e manualità artigiana: storie tutte degne di essere ricordate ma soprattutto di essere viste nel silenzio della sala. Con l’intento non di aspettarsi una pellicola di facile lettura, ma una lunga e anche impegnativa carrellata di fotogrammi di un altro mondo, così lontano dalla nostra realtà abituale, cittadina o metropolitana quale che sia. E questo va inteso, alla fine, non come un limite ma, tutt’altro, come un grande merito del milanese Michelangelo Frammartino (ma di origini calabresi), capace di coniugare nelle sue “quattro volte” verità narrative e indubbie competenze di retorica, efficaci nel catturare con la sua macchina da presa momenti di fortissima suggestione espressionistica; un merito che anche l’esperto pubblico di Cannes gli ha saputo riconoscere al momento della presentazione del suo lungometraggio.
di Michele Canalini, da “cinema4stelle.it”

Le quattro volte
di Michelangelo Frammartino

Segnali di vita

Le quattro volte lavora nel solco fra documentario e finzione, e si può intendere in tre modi diversi: può essere un film di fantascienza senza effetti speciali, un documentario etnografico su alcune zone dell’Appennino calabrese o un film saggio sull’anima.
Il film racconta in quattro episodi la vicenda di quattro protagonisti : un vecchio pastore che vive i suoi ultimi giorni; la nascita e le prime settimane di vita di un capretto fino al primo pascolo; la vita di un abete nel corso delle stagioni; la trasformazione del vecchio abete in carbone attraverso il mestiere dei carbonai.
La Calabria Jonica è il teatro di questi quattro episodi, intrecciati tra loro in modo da costituire un’unica storia: la storia di un’anima che attraversa quattro vite successive. (sinossi)

Nella narcolessia produttiva di cui appare afflitta la produzione cinematografica nostrana, scoprirsi meravigliati di fronte al potere immaginifico di un film non è poi materia così comune. Ammainata la bandiera dell’originalità dello sguardo in un panorama sovraffollato di melliflui psicodrammi borghesi, commedie pre e post matrimoniali, becere retroguardie comiche dall’infausta derivazione televisiva, scorgere un nome in grado di rammentare anche ai più smemorati il valore morale e cinematografico di un’opera al sicuro dalle secche dell’ovvietà rappresenta sempre una miracolosa boccata d’ossigeno. Non stupisce più di tanto che a sconvolgere la prassi produttiva nazionale sia Michelangelo Frammartino: le esclamazioni di meraviglia che hanno accompagnato la visione de Le quattro volte, prima durante le giornate del Festival di Cannes e di seguito anche nel corso delle anteprime organizzate in Italia, vengono da lontano. Da molto lontano, a voler essere ancora più precisi, se si considera che il quarantaduenne regista milanese ha iniziato a far parlare di sé a metà degli anni novanta, grazie a una serie di cortometraggi sperimentali in più di un’occasione interessati a flirtare con la videoarte: per la definitiva consacrazione critica sarà però necessario aspettare fino al 2003, l’anno de Il dono. Il primo lungometraggio di Frammartino, selezionato in Cineasti del presente al Festival di Locarno di quell’anno, iniziò un percorso festivaliero lungo e fortunato, finendo anche per essere inserito nella retrospettiva La meglio gioventù, organizzata al Festival di Pesaro nel 2006 da Vito Zagarrio dedicata agli esordi del cinema italiano del nuovo millennio.
Chiunque (non troppi, purtroppo) abbia avuto modo di posare gli occhi su Il dono, non troverà troppe difficoltà nel riconoscere lo stile autoriale di Frammartino anche ne Le quattro volte: al di là della struttura narrativa, calibrata su un cerchio perfetto teso a racchiudere il senso naturale di morte e rinascita, e che rappresenta in fin dei conti un orpello non indispensabile per la visione, a colpire ancora una volta nel segno è la straordinaria capacità del cineasta di lavorare sull’immagine e sulla sua deflagrante potenza. Non c’è alcun bisogno di parole nel corso del film non solo perché a prendere presto il sopravvento sull’uomo sono gli animali – cani, capre, formiche e chi più ne ha più ne metta – ma anche e soprattutto perché quei pochi lemmi biascicati dagli abitanti del paese si confondono con eccellente abilità con i suoni di una natura che minuto dopo minuto inizia a prendere il sopravvento su tutto. Non si tratta però di un’estatica visione, in fin dei conti consolatoria e borghese, dell’ambiente naturale su cui si concentra lo sguardo di Frammartino: il regista al contrario lavora sulle asprezze, sull’ineluttabile e finanche “crudele” ciclicità degli eventi. In questo senso, più che sotto molti altri aspetti (uno su tutti? Il lavoro sul “reale”), il cinema di Frammartino può essere definitivo senza problemi documentario. Nel momento in cui l’immagine, la composizione del quadro, si dimostra perfettamente autosufficiente, bastante a sé, l’occhio della macchina da presa permette davvero di dare un senso a ciò che gli accade davanti. In una confezione annichilente, di fronte alla quale lo spettatore finisce in maniera inevitabile per sentirsi schiacciato – per quanto, sotterranea e all’apparenza impalpabile, si estenda una sottile vena ironica che riveste di ulteriore fulgore l’insieme – lo stesso lavoro di sottrazione operato da Frammartino finisce per diventare il palesamento di un’estetica rigorosa, dura ma non respingente. Perché Le quattro volte, a prima vista monolitico viaggio magmatico posto come sfida allo spettatore, finisce poco per volta per infiltrarsi sotto il derma del pubblico, colpendo alla pancia e al cervello nello stesso tempo. Chiunque possa lasciarsi abbandonare ai tremolii del timore di fronte all’idea di un’opera completamente priva di dialoghi, dorma sonni tranquilli: Frammartino, in una vera e propria lezione delle basi della meccanica cinematografica, fa sì che l’immagine si configuri come parola, per poi ricorrere al montaggio per dar fiato al proprio discorso.
Non assomiglia a nulla il suo cinema, ma questo forse lo sapevamo già. Ma gli anni trascorsi dalla visione de Il dono avevano fatto sì che dimenticassimo (anche solo in minima parte) lo sconvolgente potere immaginifico che scaturisce dal suo sguardo. In una nazione in cui si fa fatica ad allontanarsi da schemi e cibi precotti, il fragore misterico de Le quattro volte suona come il tonfo di un albero gigantesco che cade al suolo, sconvolgendo tutto. Lasciarsi investire dalla caduta, una volta tanto, potrebbe significare la salvezza. Spettatore avvisato…
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

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