La pecora nera

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Ragni e lucertole, bimbi infilzati sui cancelli e suore scorreggione, uova appena deposte e “i favolosi anni Sessanta”, caffè omaggio e la morte di Giovanni Paolo II, fino ad arrivare al supermercato, nuovo teatro dell’assurdo e nuovo (non)luogo dell’alienazione. Approdando alla finzione su grande schermo, Ascanio Celestini non viene meno alla sua affabulazione, scatenando una surreale ironia al servizio della denuncia civile: senza scadere nella cronaca ideologica e nella tesi (troppo) politica, bensì facendo del suo Nicola, 35 anni di “manicomio elettrico” in testa, una sorta di stralunato e “matto” Virgilio nella sporcizia che nascondiamo sotto quel tappeto chiamato società.
E’ lui a portarci in quel “condominio di santi” che è il manicomio: “So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. Santi tutti, e santi subito, purché se ne rimangano al chiuso, dietro 99 cancelli, che Celestini (non) scavalca tra serio e faceto, riso e commozione, commedia e farsa, pamphlet e divertissement, appoggiandosi “sulla grande modalità tragica moderna” di cui scriveva Edoardo Sanguineti.
Già spettacolo teatrale e libro, girato al Padiglione 18 del Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma, e nato dalla presa diretta con ex pazienti, La pecora nera è interpretato dallo stesso Celestini, Giorgio Tirabassi e Maya Sansa e splendidamente fotografato in digitale da Daniele Ciprì. E viaggia tra ’75 e 2005, prendendo di mira le istituzioni e lo stigma sociale. Chi ama Celestini, chi ama perdersi in una narrazione avvolgente, circolare e fiabesca potrà legittimamente spellarsi le mani. Viceversa, qualcuno lo troverà verboso, mal digerendo l’enfasi, le iterazioni, il “c’era una volta e c’è ancora” di un cantastorie che non si pente, che, anzi, rimane fedele a se stesso. Se Celestini è doc, il film splendidamente adulterato dalla sua affabulazione: l’inserimento in concorso alla Mostra di Venezia ci sta tutto.
Federico Pontiggia, da “ilfattoquotidiano.it”

Finalmente Celestini. Eccolo il film che stavo attendendo come quello che poteva rialzare le sorti del cinema italiano degli ultimi anni qui a Venezia. E La Pecora Nera e’ un film che ha tutto il diritto di essere in concorso.
Celestini mette da parte il suo impegno politico che ho tanto amato in Parole Sante e nei suoi spezzoni televisivi, mette da parte il suo teatro, nonostante questo film sia tratto da una sua opera teatrale, e tira fuori un film molto poetico.
Celestini racconta la vita di un bambino che cresce in un manicomio e diventa anche lui un matto grazie alle cure elettriche che gli riservano.
Celestini racconta questa vita senza dare un giudizio, senza spiegare gli abusi e i sorprusi che venivano fatti la maggiorparte delle volte negli istituti di cura.
Celestini racconta la vita del suo personaggio essendo quel personaggio. E tutto il mondo intorno a lui ci sembra come deve e
ssere, normale, giusto.
Li sono veramente tutti santi, il direttore e’ il piu’ santo di tutti. Sotto al supermercato ci sono un sacco di cose anche l
e riviste cinesi con le donne nude clonate. Che i cinesi clonano le donne. Noi le pecore.
Insomma capiamo che per un matto il mondo attorno a se e’ normale. E il suo compagno di viaggi e’ il malato. Non il protagonista.
La sua tecnica e’ la solita. Ci racconta tutto, come in un lungo monologo al teatro, descrivendo e parlando, a volte, al posto dei suoi personaggi. La forza dei suoi monologhi sono le ripetizioni, frasi che vengono dette e ridette lungo tutto il film
e che accrescono la forza delle immagini narrate. E allora lui e’ nato negli anni ’60, i favolosi anni ’60, che le porte che si aprivano da soli come ai supermercati c’erano solo nei film dei marziani quando era piccolo e bisogna tenere tutto in ord
ine, che se tieni tutto in ordine poi trovi tutto, come nei supermercati.
La cosa interessante e’ che poi alcuni dei personaggi “normali”, in modo estemporaneo, dicono anche loro delle frasi che ripetono in modo continuato. Come a sottolineare che, in fondo in fondo, e al di fuori da una frase che puo’ sembrare molto piu’ banale di quel che e’, siamo tutti un po’ pazzi.
Trovo poi perfetta l’alchimia che si e’ creata sullo schermo con Giorgio Tirabassi, attore fin troppo svilito da un numero spropositato di fiction, che trova qui il perfetto ruolo di spalla di Ascanio Celestini.
Mi piacerebbe tanto che questo film portasse a casa qualcosa. Ha delle serie possibilita’ anche se e’ molto presto per dirlo.
La scelta di farlo vedere cosi presto lo sta sicuramente penalizzando.
Per fortuna in giuria c’e’ Quentin Tarantino che non e’ Pancotti Maurizio, che si sa’, e’ dificiente.
da “cinemablog.org”

La vita di un uomo a contatto con la realtà degli istituti psichiatrici, in cui da bambino ha visto rinchiusa sua madre e da adulto si ritrova come inserviente, instaurando un rapporto di amicizia con un paziente e una delle suore.
Sorprende, Ascanio Celestini, per come riesce a piegare il suo linguaggio al mezzo cinematografico in questo esordio sul grande schermo. Prima che tematico o narrativo, il dubbio era linguistico, metrico perfino. La prosa dell’autore teatrale ha da sempre il suono della risacca, fa un passo avanti e due indietro, calca e ricalca le sue stesse tracce generando un senso d’ascolto sospeso. Nello scontrarsi con le immagini, spesso impietose e troppo definitive rispetto alla parola, Celestini riesce però a trovare il giusto equilibrio tra la sua ingombrante persona scenica e il respiro della storia.
Il protagonista e voce narrante de La pecora nera è un individuo ellittico, scavato di quei trent’anni che mancano tra l’infanzia da incompreso (e da “predestinato” per via ereditaria alla pazzia) e l’età adulta residuale. Grazie all’apporto in sceneggiatura di Wilma Labate e Ugo Chiti (e alla sorprendente fotografia di Daniele Ciprì), Celestini ri-modula il testo di partenza asciugando il suo personaggio e arricchendo i comprimari, che beneficiano anche di eccellenti interpretazioni da parte non solo dei nomi più noti come Sansa e lo strepitoso Tirabassi, ma anche di Barbara Valmorin nel ruolo ancestrale della nonna.
Il dozzinale livello dialettico della Mostra del Cinema di Venezia non rende giustizia alle sfumature di Celestini, che da sempre ragiona sul concetto di istituzione a un livello più alto rispetto alle singole realtà a compartimenti stagni di manicomio, carcere o fabbrica. I trent’anni che mancano al suo personaggio sono anche quelli “sociali” di Basaglia e della Storia, ma il film non ne sente la mancanza: c’è disagio, ma non c’è l’atrocità – e dunque il discorso sulla responsabilità è tanto più sottile.
Semmai è l’uso di simboli come il supermercato a rischiare l’eccesso di significato, specie nell’ultimo atto. Sbavature causate dal diverso peso delle immagini rispetto all’evocazione verbale, ma tutto sommato perdonabili vista la tessitura retorica che fa da impianto alla storia. È lì che Celestini mantiene intatta la sua potenza, nel talento per la voce popolare e nel ritmo da filastrocca che produce una narratività matura, profondamente letteraria. E a buon diritto cinematografica.
Tommaso Tocci, da “cinefile.biz”

La “pecora nera” di Celestini, echi lontani da un manicomio.
Un’avventura nella mente e nel passato di un uomo che vive da trent’anni in clinica psichiatrica
Un artista dalla personalità forte, definita, originalissima come Ascanio Celestini non ispira nello spettatore mezze misure. E’ uno così: da prendere o lasciare. E dunque anche il suo primo film di finzione – “La Pecora nera”, avventura nella mente e nel passato di un uomo che vive da trent’anni in manicomio – suscita nel pubblico di addetti ai lavori della Mostra reazioni diverse: molto positive da una bella fetta di pubblico, perplesse dall’altra.
Resta il fatto che la pellicola – la prima in concorso, nel poker tricolore in corsa per il Leone d’oro – non passa inosservata. Così come il suo regista nonché protagonista, affabulatore di rara potenza. Il quale, dalla terrazza dello spazio Nastro Azzurro, mostra di avere le idee molto chiare, sul suo modo di intendere sia il cinema: “Per me arrivare a fare un film non è stato un percorso difficile: è molto più faticoso uando vuoi fare un prodotto per forza appetitoso, tipo la merendina che piace a tutti. Più facile fare come ho fatto io: un dolce di ‘mio’ gusto. So perfettamente che questo film è la crostata che piace a me, non la merendina. Ed è la ‘mia’ crostata che adesso offro al pubblico”. Anche se poi, riguardo a questa trasferta in Laguna e all’inserimento del film nel concorso principale, ammette: “Sì, sono ansioso, prendo le gocce, le pasticche per dormire, erbe: tutte cose che non fanno niente…”.
Ma veniamo alla pellicola. Lunare, non ortodossa, ossessiva nell’affascinante voce fuori campo del regista e protagonista, forte della suggestiva fotografia firmata Daniele Ciprì, “La pecora nera” – tratta dall’omonimo show teatrale del regista, diventato già libro e dvd – racconta, tra presente e flashback nel passato, le peripezie esistenziali di Nicola- Un ultraquarantenne residente in un manicomio che lui definisce “un condominio dei santi”: storia familiare dura alle spalle, fu “adottato” dalla suora che si occupa dei pazienti malati di mente della struttura (Luisa De Santis).
Così Nicola elabora, come vediamo nel corso dei 93 minuti di film, un suo personalissimo modo di vedere le cose: un universo dominato dall’ordine, per opporsi al disordine interiore. In un mondo tormentato anche dagli effetti “elettrici” delle cure psichiatriche vecchia maniera. In cui il supermercato in cui viene mandato a fare la spesa è un’istituzione totalitaria quanto il manicomio. E in cui agiscono, oltre alla ormai anziana religiosa, due altre figure: una interpretata da Giorgio Tirabassi, un’altra – “esterna” alla realtà manicomiale – da Maya Sansa.
“Con questa storia – spiega Celestini – non volevo dire che in fondo siamo tutti matti. Anzi, più che di follia volevo parlare di disagio: uno spaesamento, una crisi della presenza, un non essere né da una parte dall’altra ma nel mezzo”. In una realtà, come quella attuale, dominata da quella che lui definisce “alienazione: non solo in manicomio, ma anche in posti come la scuola o il supermercato. Quando sei dentro un supermercato ti trattano benissimo perché sei un consumatore, ma quando esci… non sei nient’altro”.
Quanto al rapporto tra il film e l’opera teatrale da cui è tratto (frutto di anni di ricerche nei manicomi), Celestini spiega che la difficoltà c’è stata: “In teatro da solo hai lo spettacolo tutto nella tua testa, lo dai al pubblico ma poi lo riporti dentro di te. Al cinema invece bisogna distribuire la storia tra i personaggi, e fare arrivare la storia a chi guarda. Abbiamo cercato di lasciare evocativo il racconto: la storia di uno schizofrenico, ma anche di un essere umano. Che ha occhi naso e bocca come noi”.
Claudia Morgoglione, da “repubblica.it”

Come vi avevamo già raccontato, con La pecora nera Ascanio Celestini lascia per la prima volta le scene teatrali per mettersi dietro la macchina da presa. Il passaggio dal teatro al cinema è comunque dolce, se consideriamo che La pecora nera è in origine una pièce teatrale proposta da Clestini a partire dal 2005. Molti avevano temuto all’annuncio delle riprese che l’artista romano restasse intrappolato nel linguaggio teatrale, che cercasse di riproporre fedelmente quanto realizzato in teatro sul grande schermo, con esiti che si sarebbero potuti rivelare piuttosto infelici. E invece Celestini non cade nella trappola di fare del teatro al cinema, ma realizza un’opera assolutamente adatta alla sala cinematografica.
La storia, come molti avranno già letto, è quella di Nicola, un uomo che ha trascorso praticamente tutta la sua vita in un manicomio, subendone tutte le atrocità: l’isolamento dal resto del mondo, le cure forzate, l’elettroschock. Senza soffermarsi sulla didascalica descrizione della vita manicomiale ed evitando così il rischio di scadere nel patetismo o nel pietismo, Celestini apre allo spettatore una finestra sul mondo del disagio mentale. Il suo non è un tentativo di spiegare il perchè della follia, ma di esplorarne il mistero. Sotto esame è anche il mondo circostante, inadeguato nell’accogliere e nel comprendere i “poveri matti” e capace solamente di rinchiuderli e costringerli in vuote routine per tentare di domarne gli eccessi.
Il film si sviluppa in un crescendo drammatico, alternando i momenti della vita di Nicola adulto con quelli del Nicola bambino e toccando vari temi: la vita in famiglia, l’impossibilità di una storia d’amore, le manifestazioni del disagio mentale. Non mancano tuttavia lampi di ironia, battute e situazioni divertenti tipiche del modo di raccontare di Celestini, che aggiungono una nota di leggerezza ad un tema che potrebbe risultare eccessivamente pesante. Tutto il cast, a partire da Celestini nel ruolo del protagonista, si dimostra assolutamente all’altezza dell’intensità della storia. Notevole la prova Giorgio Tirabassi nella parte del doppio di Nicola e incarnazione del suo malessere, così come quella di Luisa De Santis, la suora responsabile della vita nel manicomio. Brava anche Maya Sansa che interpreta la donna di cui è innamorato Nicola, mettendo in luce le paure che abitano le persone cosidette “sane” nei confronti dei “matti”. Infine un elogio speciale lo merita il giovanissimo Luigi Fedele, Nicola bambino, bravissimo nel riprodurre i tic linguistici e le movenze di Celestini.
L’intelligenza di Celestini sta nel rifiutare la facile e comoda tesi della follia come semplice prodotto dell’ambiente da cui si proviene, i fratelli di Nicola pur avendo vissuto le sue stesse tragedie (l’internamento della madre, l’indigenza) sono belve crudeli, ma decisamente non “matti”. Cosa sono allora questi misteriosi “matti”? Sono dei santi, dice Celestini, perchè rinchiusi fra le quattro mura del manicomio accolgono le sofferenze del mondo per lasciare i “sani” liberi di correre spensierati sull’erba dei prati. Vincitore di un premio alla recente Mostra del cinema di Venezia, La pecora nera è un film da non perdere, perchè senza voler dare lezioni a nessuno o esprimere facili giudizi, propone una riflessione profonda e mai scontata sul disagio mentale.
Costanza Mauro, da “filmzone.it”

Nicola ha trentacinque anni e vive rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove lo hanno dimenticato una mamma impazzita, una nonna “ovarola”, un padre prepotente e due zii inadeguati. Le sue giornate sono scandite dalla spesa e accompagnate da una suora che prega e paga il conto e da un amico immaginario che conta le puzze della sorella e sogna di riviste per uomini senza parole. Al supermercato c’è Marinella, il suo amore infantile che offre caffè in cialde a clienti svogliati e ride ascoltando le sue cronache marziane. Nicola è un “povero scemo” che la guerra non l’ha mai fatta, che mangia ragni e beve l’acqua di mare, che crede ai santi ma non in dio, che distribuisce pasticche e torna sempre indietro al novantanovesimo cancello perché è stanco, perché il mondo fuori è come dentro, soltanto più ordinato. Nicola è la pecora nera, il diverso che diventa poesia da declamare, storia da raccontare, canzone da cantare, pio pio pio.
Dopo il teatro (tanto teatro) e due documentari per la Fandango, Ascanio Celestini gira il suo primo film di finzione, che affonda il dito nella ferita più dolorosa del corpo sociale: la malattia mentale. La pecora nera, già realizzato per il palcoscenico e già pubblicato nella forma del libro, non compie un’indagine sulla situazione della salute mentale in Italia, piuttosto parte da un’indagine condotta negli ospedali psichiatrici per approdare a un film lirico su una biografia disgraziata e un’emarginazione inespressa. Le “parole sante” dei santi matti da (s)legare le trova e le incarna il Nicola di Ascanio Celestini, personaggio di sconcertante bellezza dimenticato sotto le macerie della struttura familiare, esempio di coscienza nella parabola di un rifiuto.
Sensibile e in ascolto degli umori della natura umana (e sociale), l’autore e attore romano svolge il racconto del suo “scemo di guerra” in tempo di pace sul volto innocente del suo personaggio, specchio di pensieri poveri e puri ma vertiginosamente profondi. Nicola è nato nei “favolosi anni Sessanta”, quelli che avevano il sapore del sale ed erano ancora troppo lontani dalla riforma di Franco Basaglia, psichiatra illuminato che promosse la progressiva eliminazione del sistema manicomiale e il reinserimento nel corpo della società dei pazienti con disturbi mentali. Nicola è uno dei tanti, troppi bambini che ha visto confluire il suo disagio in un istituto religioso per persone definite “subnormali”, un luogo dove ha comunque continuato a sognare, incapace di entrare in rapporto attivo col mondo al di là del muro, inesplicabile e terrorizzante orizzonte di non-senso accomodato ordinatamente lungo le corsie di un supermercato.
È importante sottolineare la forte originalità di Ascanio Celestini nel panorama italiano, per la scelta di storie e temi di urgente attualità, capaci di non sovrapporsi al messaggio semplicistico offerto dalla cronaca, per la volontà di lavorare con volti e corpi attoriali inediti o poco impiegati sul grande schermo. Si innalza al di sopra di tutti la performance di Giorgio Tirabassi, volto fragile e proiezione dolorosa della “follia” di Nicola. Un bambino solo sul cuore della terra, un uomo mai conciliato, mai integrato.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

La pecora nera di Ascanio Celestini, nella sezione del Concorso, conferma le grandi doti affabulatorie e verbali del suo autore. L’eccesso nell’uso della voce fuori campo che tende a ridurre il valore dell’immagine, è compensato da una riflessione indiretta e per questo più efficace, sul mondo della malattia mentale e sui luoghi in cui si consuma.
Conosciamo il talento e il virtuosismo verbale di Ascanio Celestini, sappiamo riconoscere la sua originalità narrativa che irretisce l’ascoltatore nella reiterazione, quasi da filastrocca, del suo affabulare. La pecora nera avrebbe potuto testare la capacità di trasferire al cinema, nel racconto che procede per immagini, nel racconto che è scandito da un periodare che non è quello della parola, queste caratteristiche della poetica di Celestini. Indubbiamente Celestini ha le carte in regola per imbastire il racconto, ha le idee per rendere efficaci anche al cinema le sue pirotecniche digressioni narrative, ma il suo film ci pare che talvolta ecceda la misura. L’eccesso non attiene né alla parte del racconto, né al girato, l’eccesso riguarda l’utilizzo della parola e la sua funzione puramente narrativa in un contesto non teatrale come è quello scelto dall’autore.
L’impiego della voce fuori campo rappresenta sempre un percorso accidentato, la cautela e la parsimonia sono d’obbligo. Ascanio Celestini, giocoliere della parola, abusa ed eccede a volte, delegando alla voce off quasi ogni sfumatura del racconto, saltando quindi quel lavoro di rifinitura necessario per trasporre nella densità dell’immagine le emozioni e i caratteri del personaggio.
Il pericolo, sempre in agguato, per chi trasferisce dal teatro al cinema la propria esperienza artistica, è quello di una verbosità che costringe il cinema ad un ruolo non proprio. La pecora nera a tratti e soprattutto nella sua parte iniziale soffre di questa costrizione. Le sequenza pare non possano fare a meno del didascalico racconto verbale con detrimento della forza espressiva. Uno sforzo maggiore per tentare di trasferire quella capacità affabulatoria da palcoscenico sullo schermo del cinema avrebbe giovato al film e avrebbe sicuramente aperto una prospettiva differente alla storia di Nicola.
Nel resto Celestini si dimostra all’altezza delle attese, la storia del giovane Nicola, matto per forza, è una di quelle fiabe amare e senza speranza che non si vedono spesso nel cinema italiano che si preoccupa spesso di essere consolatorio, non soltanto con i suoi personaggi, ma soprattutto con il suo pubblico. In questo Celestini dimostra il coraggio necessario per imbastire una vicenda di abbandono in cui la riflessione sul mondo della malattia mentale è di rimando. Forse è questo il pregio maggiore del film, quello di evitare di un racconto diretto e di dirottare lo sguardo su un punto vista interno. È il ragazzo protagonista, oggi ormai cresciuto dentro la struttura manicomiale, con i suoi comportamenti e la sua vita quotidiana a segnare la distanza tra l’istituzione e la società che sta fuori. In questo il film coglie nel segno nell’efficacia che raggiunge nel raccontare, senza clamori e strepiti, il dolore e l’abbandono che si vivono dentro quella istituzione. La pecora nera, sotto questo profilo, sfuggendo a qualsiasi ipotetica classificazione, diventa un oggetto dotato di una propria originale natura che, proprio per questo, sarà interessante seguire durante i giorni della sua uscita nella sale prevista per il 15 ottobre prossimo.
Una grande contributo al film è quello di Giorgio Tirabassi, qui finalmente non nelle vesti di un poliziotto, ma dell’amico immaginario dello schizofrenico protagonista Nicola, e di Maya Sansa che conferisce al proprio personaggio quella stanchezza popolare della nostra, ormai quasi inesistente, popolazione operaia della metropoli.
Tonino De Pace, da “sentieriselvaggi.it”

Era difficile – di più, rischioso – un film come La pecora nera. Primariamente per una questione di mera forma. Perché per portare al cinema il libro omonimo di Ascanio Celestini, e lo spettacolo teatrale che ne era seguito, bisognava trovare una traduzione adeguatamente sostenibile dello stile della prosa e della recitazione dell’autore romano. Prosa e recitazione che si basano su un flusso di coscienza ininterrotto e anarchico, difficilmente sostenibile sul grande schermo.
Celestini ha avuto in questo senso due meriti. Il primo è stato quello di circondarsi e affidarsi a collaboratori che il cinema lo conoscono da più tempo di lui: dall’aiuto regista Valia Santella al direttore della fotografia Daniele Ciprì, passando per Ugo Chiti e Wilma Labate alla sceneggiatura. Il secondo è stato quello di accollarsi comunque in pieno rischi e responsabilità, non snaturando sé stesso ma cercando la mediazione con una lingua diversa da quella da lui solitamente utilizzata: e la forma monologo è qui frantumata e redistribuita tra voce off presente ma funzionale e battute messe in bocca ai vari personaggi, il tutto con un’attenzione formale e visiva che dimostra comprensione e rispetto per lo specifico del cinema. Il risultato è indubbiamente insolito e personale, ma, a suo modo, persino sperimentale e innovativo.
A questa messa in scena necessariamente non naturalistica, pianificata e fluida nel senso tradizionale del termine fanno da contraltare passioni tematiche forti e profondamente legate all’immediatezza viscerale dell’emotività: e dalla tensione che si crea tra questi due (apparenti) opposti, La pecora nera fa scaturire un’energia che Celestini, pur non evitando qualche bruciatura, canalizza per fondere insieme le due anime e farle camminare di pari passo lungo quel percorso di racconto e affabulazione che gli interessa, per far battere il cuore sincero del suo film. Un cuore che non è affatto, semplicemente, dedicato ad una mera operazione di denuncia delle istituzioni psichiatriche di ieri e di oggi, della condizione dei malati di mente, della barbarie e dell’insensibilità di certe terapie o di certo personale.
Attraverso la visione del mondo del suo protagonista, Nicola, le sue ossessioni (da quella della nascita nei “favolosi anni Sessanta” a quella per il momento del consumo, la spesa al supermercato, passando per quella – più sottile – per l’amore della sua infanzia), quelle parallele e divergenti (schizofreniche, appunto) dell’amico interpretato dal bravo Giorgio Tirabassi, Celestini mira e riesce a parlare di molto altro. Di una realtà sociale perversa e immutabile, del nostro paese, dei nostri (tanti) vizi e delle nostre (poche) virtù, delle illusioni alle quali, collettivamente o singolarmente, ci aggrappiamo per far fronte ad una realtà troppo spesso troppo aspra da poter essere esperita senza filtri. Perché anche la follia, come La pecora nera, ha due facce e due anime.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Nicola (Ascanio Celestini) trentacinque anni di manicomio elettrico, un nonluogo dove la mente vaga e i pensieri corrono a ruota libera senza meta, una famiglia che lo ha praticamente dimenticato, l’istituzione che lo ha emarginato, compagne di viaggio in questo monologo della follia tra tenerezze, alter ego, amici picchiatelli e ricordi d’infanzia le suore che gestiscono l’istituto.
Nicola racconta uno spaccato della malattia mentale, dagli anni sessanta ad oggi tra realtà, fantasia e desiderio di una fuga da se stessi, con giornate scandite da visite al supermercato dove Marinella (Maya Sansa) amica d’infanzia riporta alla luce quell’amore di un attimo che comincia e finisce, ma lascia il cuore stracolmo e la mente spossata.
La pecora nera è l’epilogo di un lungo percorso che ha permesso al regista ed attore Ascanio Celestini di metabolizzare creativamente l’universo che ha vissuto attraverso interviste e testimonianze di pazienti che hanno transitato nei manicomi, interviste che sono diventate un monologo messo in scena sia in palcoscenico che tra le pagine di un libro, per culminare in un film presentato in concorso alla sessantasettesima Mostra del cinema di Venezia.
Celestini afferma che non esiste una differenza reale tra linguaggi, che si parli di teatro, romanzo o cinema, la malattia mentale trova la sua connotazione in ognuno di queste vesti, dando il medesimo messaggio solo con differenti sfumature, in realtà guardando il suo lavoro non si può prescindere dal notarne un impianto teatrale che torna prepontentemente anche su grande schermo, di grande impatto, profondo, ma inevitabilmente puntato ad una narrazione da palcoscenico.
Il regista punta ad una narrazione che nonostante i voli pindarici, le stralunate chiacchierate e i logorroici pensieri impossibili da arginare, ci mostra il cuore vivo del problema, quello di persone e personalità perdute e di una malattia istituzionalizzata e da nascondere, da seppellire tra pareti imbottite e camere di contenzione, fino all’avvento della legge Basaglia che riporterà gradualmente tutti alla realtà.
Celestini non sceglie certo una narrazione ammiccante o un semplicistico ritorno emotivo ed ha il coraggio di chiedere allo spettatore di sintonizzarsi con una mente provata, impaurita, dall’euforia incontenibile e dalla depressione incalzante, che ha vissuto per anni in un luogo tanto prigione quanto rifugio, un’opera prima di notevole originalità, sicuramente dalla forte impronta autorale, ma senza dubbio da non sottovalutare.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

“E dopo maiale, Majakowsky, malfatto..” questa volta non è De André, ma Celestini a regalarci il suo ‘matto’. Nicola ha 35 anni e vive dentro i ‘cento’ cancelli di un manicomio, abbandonato da un mondo che non ha senso, se non quello folle delle porte automatiche di un supermercato.
Nicola è il Santo che una suora accompagna a fare la spesa, che parla di altri Santi come lui con un amico inventato che è convinto che Dio non esista (‘figuriamoci Buddha, una sottomarca..’).
Nicola è ‘La pecora nera’, primo lungometraggio di finzione di Ascanio Celestini, già spettacolo teatrale e libro, presentato alla sessantasettesima Mostra del cinema di Venezia: un’opera che arriva a conclusione di una lunga indagine condotta dal regista-attore con i pazienti di alcuni ospedali psichiatrici italiani.
Ed eccola, dunque, la follia: il monologo di Celestini sotto l’occhio di bue di un palcoscenico si è trasformato in un lungo dialogo tra Nicola (lo stesso Celestini) e i suoi Santi, i suoi deficienti, il suo amore Marinella e il suo amico immaginario (un bravissimo Giorgio Tirabassi).
Non c’è condanna, non c’è polemica, non c’è l’intenzionale denuncia di decenni di buio senz’aria delle nostre istituzioni psichiatriche. A permeare la pellicola c’è la disarmante purezza della diversità, dell’essere troppo ‘semplici’ per questa vita complicata, dell’aver troppo sentito sapore di sale, sapore di mare…
‘La pecora nera’ è la favola di un bambino e di un lento addio e solo in un secondo momento le orme sulla polvere innalzata dalla follia possono condurre lo spettatore ad un’amara riflessione sui manicomi ‘elettrici’. Non c’è morale, per Celestini.
C’è Nicola, e ce lo mette in grembo così, quel bambino del ‘condominio’, con tutto il peso del cemento e del ferro di quel manicomio in testa e nello stomaco, e ci dice di ascoltarlo, come facciamo con i Santi, perché in fondo tutti vorremmo staccare la coda al matto, come ad una lucertola, e vedere ‘che quello vive lo stesso, pure senza la coda’. Pio pio pio.
Florence Ursino, da “agenziaradicale.com”

Si può riuscire a divertire e a commuovere, a informare e a raccontare, ad avere pietà e a denunciare in maniera diretta e fredda una barbarie come quella del manicomio? Se Ascanio Celestini esordisce alla regia evidentemente l’impresa è possibile… ‘La pecora nera’, questo il titolo della pellicola d’esordio, in principio era uno spettacolo teatrale, che oggi diventa film , con la voce narrante del suo regista, l’inconfondibile timbro, ad ‘aiutare’ la macchina da presa ad inquadrare l’orrore del disagio, la crudeltà dell’abbandono, l’ignoranza e infine la disperazione di chì in manicomio ci è stato per davvero. Una prigione iniqua al riparo dagli occhi della gente, doppie porte a consacrare il disagio mentale come male incurabile, qualcosa da nasconder, questo racconta il regista e attore romano che, come si suol dire, ci mette anche la faccia, interpreta in splendida coppia con Giorgio Tirabassi uno dei ‘matterelli’ come li chiama lui, che proprio al padiglione 18 del Santa Maria della Pietà di Roma trascorsero anche trent’anni prima che la legge 180 e gli sforzi di un innovatore come Franco Basaglia cambiassero il modo di approcciare la malattia mentale. Come sempre non c’è retorica nelle parole di Celestini, che anzi a volte diverte con tormentoni e tic che non vanno assolutamente svelati, ma che ‘uniscono’ malati a suore e infermieri che vivono entrambi una segregazione inimmaginabile. C’è un luogo non luogo, il supermercato poi, che il regista utilizza come metafora di moderna sospensione della capacità cognitiva, e quando i matti vanno a far la spesa è il celestini ‘politico’ a parlare e le sue parole risuonano come pietre. Coraggioso inserirlo in concorso, coraggioso andarci. Quel che resta fino alla data di uscita in tutte le sale italiane in ottobre, è la consapevolezza di aver trovato un nuovo autore capace di raccontare, a quanto pare non solo in teatro…
Rocco Giurato, da “film.35mm.it”

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