La passione

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La Passione di Mazzacurati dove l’Italia è un paradosso
«Il mio sguardo sulla sacra rappresentazione che mostro nel film è totalmente laico, ma la caduta e la resurrezione sono tappe di un percorso umano che riguarda tutti. E poi la Passione di Cristo, quella che si mette in scena ogni anno nei paesi il venerdì santo, in un’epoca di profonda perdita della memoria, è una delle più alte espressioni della cultura italiana e condensa tutta la bellezza che il nostro paese è capace di esprimere. E noi ci appelliamo alla bellezza come a un’ancora di salvezza».
Parole di Carlo Mazzacurati che ieri in concorso al Festival di Venezia ha presentato La passione. «Anche per chi non è animato da un sentimento religioso – continua il regista – è indiscutibile che gli ultimi momenti della vita di Cristo siano profondamente sconvolgenti». Prodotto da Domenico Procacci, scritto con Doriana Leondeff e Marco Pettenello, e interpretato da Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Cristiana Capotondi, Kasia Smutniak, Marco Messeri, Stefania Sandrelli e Corrado Guzzanti, il film (nelle sale il 24 settembre distribuito da 01) è la storia di un povero cristo, un regista in crisi creativa, stritolato dall’urgenza di trovare una buona idea per una starlette tv ansiosa di fare cinema, la paura di essere denunciato alle Belle Arti per un danno provocato a un dipinto in Toscana e il conseguente obbligo a dirigere una via Crucis con una banda di attori improvvisati.
«Anch’io sono stato coinvolto, mio malgrado – racconta Mazzacurati – in un’analoga tragicomica vicenda. Ne ho fatto un racconto orale e qualcuno mi ha suggerito di scrivere un film». Impossibile non pensare a modelli cinematografici come La ricotta o Il vangelo secondo Matteo di Pasolini, mentre a proposito della comicità (il film ha strappato tante risate e qualche applauso a scena aperta) Mazzacurati afferma: «In un paese dove l’azione e la sua parodia sono la stessa cosa è sempre più difficile far ridere. Eppure l’ironia è una delle poche armi che ci resta».
È poi curioso come Orlando commenti le fragilità del mestiere di attore con parole simili a quelle usate ieri da Dorff, la star hollywoodiana in crisi nel film della Coppola. «Il panico aumenta con il passar del tempo – dice, con un senso dell’umorismo davvero sopraffino – quando il corpo cambia e ti sembra che nessuno ti chiami più. La vita pubblica si confonde con quella privata e pensiamo davvero che se un film piace, tutti ti vorranno un po’ più bene, anche tua sorella. Se invece va male già al primo weekend ti sembra di aver perso il tuo posto nel mondo, come se non avessi più le chiavi di casa. Quindi, per favore, abbiate pietà di noi».
Alessandra De Luca, da “avvenire.it”

È difficile non volere bene ai protagonisti dei film di Carlo Mazzacurati. Non amano il lusso, hanno un sacco di problemi, non sono certo di bell’aspetto e sono sempre impegnati in imprese improbabili. In fondo sono dei grandi sognatori. Eroi piccoli piccoli che hanno la faccia disperata di Fabrizio Bentivoglio, la pelata di Antonio Albanese, il viso tondo di Marco Messeri o lo sguardo triste di Carlo Citran. Anche a questo suo ultimo film, in effetti, bastano pochissimi minuti e ci si sente vicino a Gianni Dubois (Silvio Orlando), un regista che da cinque anni non ha lo straccio di una buona idea e subisce “il pressing” dei suoi collaboratori. Ora, visto che La passione parla a sua volta del fare film in Italia, è facile pensare allo stereotipo che vuole tutti gli agenti cinematografici attaccati al denaro, maleducati, volgari e ignoranti. Ebbene, quello che lavora con Dubois è proprio così e senza troppi giri di parole lancia il classico ultimatum al regista in crisi creativa: deve trovare un’idea per un nuovo film entro la fine della settimana altrimenti non avrà più nessun aiutino economico per tirare avanti.

Non sarà facile trovare tempo e tranquillità per pensare al nuovo progetto. Una perdita d’acqua nella casa vacanze in Toscana ha rovinato un affresco del Cinquecento presente nella chiesetta adiacente. Si parla di denuncia al Ministero dei Beni Culturali. Dubois ha paura, non può passare da regista che non rispetta le opere d’arte. La sua popolarità, già ai minimi storici, riceverebbe il colpo finale. Con la trasferta in provincia inizia così una serie di pazzeschi avvenimenti che ritarderanno la scrittura del nuovo lungometraggio. Il personaggio interpretato da Silvio Orlando sarà costretto ad accettare la bizzarra proposta del sindaco del paese (Stefania Sandrelli) intenzionata a mettere in scena la sacra rappresentazione del venerdì santo, scegliere gli attori per le “delicate” parti di Gesù, degli apostoli e dei sodlati romani, provare lo spettacolo. Solo allora potrà scrivere un film che calzi perfettamente a Flaminia Sbarbato (Cristiana Capotondi) l’insignificante starlette di turno imposta dalla produzione. Per fortuna il triste protagonista troverà nel piccolo paesino con pochi negozi e ritmi ben diversi dalla città, una serie di aiutanti che si riveleranno davvero preziosi: c’è la bella e malinconica Caterina (Kasia Smutniak), la sua strampalata mamma che dimostrerà la passione per la musica lirica cantando a squarciagola al momento della crocifissione e, soprattutto, Ramiro (Giuseppe Battiston, in foto), ex ladro aspirante performer, famoso il suo monologo in cui recita la parte di un alieno che guida un vecchio pulmino Volkswagen decorato con le luci di Natale!
Sandro Patè, da “film-review.it”

E il cinema italiano in concorso continua a far bene quest’anno con La Passione di Mazzacurati che va un po’ sul sicuro con un cast di tutto rispetto.
Silvio Orlando, che e’ sempre sinonimo di garanzia,la Sandrelli, Corrado Guzzanti, che da il meglio di se, sono tutti pezzi inportanti che vanno a costruire una gran bella commedia, che fa ridere da subito.
La sceneggiatura e’ molto divertente e ben scritta. Io in particolar modo adoro i film che prendono in giro il mondo del cinema e in soprattutto il mondo del cinema italiano.
E quindi troviamo un Guzzanti che interpreta un attore provinciale che si crede Shakespeariano che decide di impersonare un Gesu’ Cristo urlando per tutto il tempo.
Poi abbiamo i produttori senza cuore ne anima, che del cinema in fondo in fondo, non gliene puo’ fregar di meno. Perche’ a quei produttori non gli interessa proprio niente al di fuori di se stessi.
Vengono presi in giro anche gli stessi registi, che giocano per una vita a fare gli intellettuali e poi si ritrovano con le spalle al muro, non considerati dalla stampa, a dover tentare il tutto per tutto con un ultimo film. E il colpo piu’ duro e’ proprio l’essere dimenticati e non la crisi creativa che stanno attraversando.
E poi c’e’ una bella critica a tutte le nuove attrici e i nuovi attori creati dalla televisione, completamente avulsi dal processo creativo e cinematografico ma che hanno la sola intenzione di diventare sempre piu’ famosi. E un passaggio al cinema e’ inevitabile per diventare famosi. E’ un meccanismo malato che si genera da solo. Figli di una vana fama, creata in modo artefatto dai geni del marketing, assumono nel potere contrattuale piu’ potere dei creatori di storie, che dovrebbero in realta’ guidare il cinema.
Mazzacurati ironizza bene su tutti, senza mai esagerare ma tirando fuori delle battute, al volte, al vetriolo.
Hanno riso tutti e per tutto il film.
Che una commedia possa vincere un festival? Mah… mi sembra un po’ improbabile e questa commedia non ne ha la possibilita’. Ma la sala del palabiennale piena di gente divertita e’ sempre un bello spettacolo.
da “cinemablog.org”

Esilarante con un pizzico di malinconia

Che succede a Gianni Dubois, regista cinquantenne da cinque anni in crisi creativa? Succede che il produttore lo tormenta per fargli dirigere una storia con una giovane emergente star della televisione. Ma l’idea non c’è, e in più un guasto idraulico nel suo appartamento in Toscana provoca danni pressoché irreparabili ad un affresco del Cinquecento. Per evitare una denuncia e una figuraccia non resta che accettare la stravagante proposta della sindachessa e dell’assessore del piccolo paesino: mettere in scena la rappresentazione della Passione di Gesù del Venerdì Santo. Una settimana “incubo” in un paesino della Toscana, happy end, risate e un po’ di malinconia.
La nuova commedia di Carlo Mazzacurati è come un buon bicchiere di vino: da assaporare con calma, cercandone i pregi.
La storia de La Passione, presentata in concorso a Venezia 67, non è certamente nuova: regista in crisi creativa, produttore carogna, starletta-incubo da far lavorare, solitudine. Qui però il registro è quello della commedia gradevole, divertente e senza eccessive pretese, che descrive una crisi esistenziale attraverso il filtro dell’ironia e cattura con facilità la simpatia dello spettatore: chi mai non si è trovato in un momento di difficoltà – personale o professionale – in apparenza senza sbocco?
La rappresentazione della Passione di Gesù racconta metaforicamente la caduta e la resurrezione del regista Gianni Dubois, interpretato da Silvio Orlando, vittima di una concatenazione di sfortune, che con l’aiuto del buffo, ma saggio e sensibile Ramiro – Giuseppe Battiston in gran forma nella parte – riuscirà, malgrado una serie di ostacoli, a mettere in scena una commovente Via Crucis.
Intorno ai due attori principali ruotano una serie di personaggi teneri e spassosi: la implacabile sindachessa Stefania Sandrelli che intrattiene rapporti non proprio istituzionali con l’assessore Marco Messeri, il vanesio giornalista weather-man Corrado Guzzanti, la deliziosa barista Kasia Smutniak, la neo-diva Cristiana Capotondi, la teutonica padrona della pensione Maria Paiato. Tutti si muovono tra le viuzze del paesino toscano emblema di quella provincia italiana in cui tutti si conoscono e tutto sembra immobile nel tempo: lo scenario perfetto per costruire situazioni comiche che si susseguono senza mai scivolare nella semplice battuta fine a se stessa, costruendo un affresco esilarante.
Dopo le risate e il divertimento resta un retrogusto leggermente malinconico: perché Mazzacurati riesce anche a farci riflettere sulla contemporaneità, su un mondo in cui l’apparire e la ricerca di compiacere contano più di cio che si è. E farlo facendoci sorridere e non morire di noia è sicuramente il pregio più grande di questo film.
di Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

La passione in concorso a Venezia, conferma le doti di Carlo Mazzacurati e la sua capacità di guardare con il necessario distacco la materia narrativa da mettere in scena, ma questa peculiarità, che talvolta giova all’esito del film, qui assume i profili di un limite. Una maggiore partecipazione emotiva avrebbe conferito al film maggiore coerenza, riscaldato il racconto così da raggiungere il cuore dello spettatore

La passioneNon crediamo che con La passione Mazzacurati abbia voluto mettere in scena una propria crisi creativa nonostante che il film possa apparire come il suo personale 8e1/2. La storia è quella di Gianni Dubois regista in crisi creativa che accetta, per evitare una richiesta di risarcimento danni, di organizzare, per conto di un’amministrazione comunale toscana, durante il Venerdì santo, la messa in scena della passione di Gesù.

La passione dimostra sicuramente la versatilità di Mazzacurati che riesce ad attraversare, con una propria elegante originalità i generi, dal noir al film drammatico (Notte italiana e Vesna va veloce), dalla commedia giocata sui mezzi toni (Il toro) al documentario e qui non si può dimenticare il gran lavoro per Ritratti con Mario Rigoni Stern intervistato da Marco Paolini. Per cui il lavoro del regista padovano va apprezzato e le eventuali cadute di tono (L’amore ritrovato) stanno nel solito rapporto che intercorre tra la regola e l’eccezione.

Il film in concorso a Venezia, conferma le doti dell’autore e la sua capacità di guardare con il necessario distacco, (dalla giusta distanza diremmo) la materia narrativa da mettere in scena. Questa è una caratteristica che nasce indubbiamente dalla sua osservazione del mondo della provincia che resta il luogo privilegiato della sua esperienza e un ambiente in cui i toni si smorzano e le passioni si attenuano, grazie al maggiore peso che assumono le relazioni personali. Anche in La passione lo scenario della vicenda è un angolo minuscolo della provincia toscana. Questo film conferma quella impressione, ma questa peculiarità, che talvolta giova all’esito del film, qui assume i profili di un limite. Quello che manca a La passione affinché trovi una propria coerenza, una forma compiuta è quella necessaria partecipazione emotiva, quel piccolo miracolo artistico che si avvera quando si butta dentro il film, dentro la scrittura, il cuore necessario per riscaldare il racconto e per raggiungere il cuore dello spettatore.

Mazzacurati ha voluto invece raffreddare la materia, distaccare da se gli avvenimenti, guardarli da lontano e lavorare con le pinze. Il risultato non è purtroppo completamente raggiunto restando, La passione, in mezzo al guado tra la commedia grottesca (i toni recitativi di Corrado Guzzanti, non possono replicare quelli televisivi) e la riflessione sul proprio personale lavoro e su quello artistico in generale, tra la commedia di sentimenti e quella degli equivoci. La scrittura e la messa in scena ha trascurato un maggiore approfondimento psicologico del suo protagonista ed è sembrata maggiormente preoccupata a non deludere le attese del pubblico. Alcune caratterizzazioni eccessive o troppo minimali (la padrona della pensione che ospita Gianni Dubois e il già citato meteorologo da una parte e il personaggio della Smutniak dall’altra) abbassano il tono complessivo del film che non riesce a restituire un’idea di complessiva densità narrativa. Ciò detto il film resta sicuramente godibile in alcuni suoi momenti davvero felici in cui traspare la sincerità della messa in scena (la sequenza della Via Crucis tra tutte) o la capacità di inventare dialoghi divertenti e piacevoli gag come quella della ricerca del segnale telefonico per il telefono cellulare. Quanto al cast degli interpreti va sicuramente citato Battiston che si conferma poliedrico e di solida sicurezza, Orlando che però continua a vestire i panni già indossati in altre occasioni e, infine, da ricordare il quasi cameo della sempre affascinante Stefania Sandrelli.
Tonino De Pace, da “sentieriselvaggi.it”

Gianni Dubois non fa film da più di cinque anni. Gli viene offerta la possibilità di girare un nuovo film con la stella della tv più in voga al momento, ma non riesce a farsi venire in mente neanche uno straccio di idea per un soggetto. In seguito ad un incidente causato da lui che rovina un prezioso affresco del Cinquecento, Gianni è praticamente costretto per riparare il danno ad organizzare la messa in scena itinerante della Passione in occasione del Venerdì Santo. Peccato abbia solo cinque giorni…
Carlo Mazzacurati torna dietro la macchina da presa a tre anni dal discusso (ma dopotutto abbastanza riuscito) La giusta distanza. Un curioso giallo organizzato però per tutta la prima parte come una vera e propria commedia, con tanto di situazioni e battute comiche che colpivano nel segno. Non nuovo ad operazioni comiche comunque, Mazzacurati gira ora una vera e propria commedia, pura e semplice.
In realtà La Passione ha qualche obiettivo in più rispetto ad essere soltanto una “pura e semplice” commedia, e già lo spunto di base permette un livello di lettura chiaro. La figura del regista viene paragonato a quella di Cristo, ovviamente, con tanto di tradimento (da parte della creatività?), la Passione (la crisi creativa vera e propria), fino al Risorgimento (il ritorno dell’ispirazione).
Ma a voler per forza leggere ne La Passione un lavoro convincente sul mestiere dell’artista, con tanto di allegorie e personaggi speculari a quelli del Vangelo, e con tanto di angeli custodi che giungono come deus ex machina, bisognerebbe dare ragione ai detrattori del film, che lo leggono come un’opera un po’ pretenziosa e che disperde le proprie potenzialità.
E allora perché non leggere semplicemente il film come una commedia decisamente riuscita e simpatica? Dopotutto il ritmo regge alla perfezione, la confezione ha un’alta dignità (grazie anche alla fotografia del solito grande Luca Bigazzi), e lo script è di quelli che presentano al loro interno tante situazioni e molte battute.
Non tutto fila liscio alla perfezione, ma La Passione è appunto un film talmente pieno di personaggi, dialoghi e gag che alla fine è praticamente impossibile non passare un paio di ore godibilissime. In questo senso il compito del regista viene portato a casa. E allora una battuta come “Anche Gesù non è indispensabile e può essere sostituito” resta una semplice (e nel contesto riuscita) battuta, senza troppi giri di ragionamenti sopra i massimi sistemi.
Silvio Orlando è bravo, lo sappiamo, ma questa volta l’accento va posto su altri due attori del cast. Battiston, di nuovo al lavoro con Mazzacurati, continua ad essere se stesso, genuino e divertente come sempre, e siamo sempre felici quando lo ritroviamo sul grande schermo. Dall’altra parte c’è un esageratissimo e grottesco Guzzanti nella parte di un meteorologo/attore con capigliatura alla Renato Zero e posticcio comportamento principesco che è tutto un programma: da morire dalle risate il momento in cui legge per la prima volta il copione, scritto a mano da alcuni bambini della scuola perché tutte le fotocopiatrici in città sono rotte…
da “cineblog.it”

La Passione di Mazzacurati è laica

Al Festival di Venezia si è riso con “La Passione” di Carlo Mazzacurati, film su un regista in crisi interpretato da Silvio Orlando, affiancato da Giuseppe Battiston e Cristiana Capotondi. Otto minuti di applausi al termine. Abbiamo incontrato il regista Carlo Mazzacurati e il bravissimo e poliedrico attore Giuseppe Battiston.

L’Italia è un Paese che tende a perdere l’importanza dei valori, che quindi in alcuni momenti della vita si cerca di ritrovare disperatamente. Lei ha detto che “La Passione” è un film laico, ci spiega cosa significa per lei questa definizione?
Carlo Mazzacurati: Si questa è la mia visione del film. Quando si fa un percorso ci sono delle cose di cui si è consapevoli e altre di cui no.
Io l’ho costruito perché per me è un parallelo con il racconto del film e di come questi esseri umani vengono messi alla berlina, per esempio il Cristo. C’è un continuo parallelo nel racconto della Passione e nel racconto del film che si mischiano, fino al punto che uno dei personaggi diventa una figura cristologica senza rendersene conto.
Giuseppe Battiston: La componente mistica è nella forza del pubblico che prima deride e poi si trova davanti a qualcosa di fortemente evocativo. Ovviamente quello che penso io rispetto a questa rappresentazione è che non importa se uno crede o meno, ma il fatto di trovarsi davanti alla Passione di Cristo riscopre il riconoscimento di una ritualità che ci appartiene, questa è la forza del film.

In conferenza stampa ha confessato che il film è tratto da una storia realmente accaduta. Come è nata l’idea di scrivere una sceneggiatura e farne un film?
C.M.: Si, è vero. Dovevo ristrutturare una casa e la giunta comunale mi ha chiesto di fare questa rappresentazione e io, preoccupato che non mi dessero i permessi, ho accettato di fare La Passione di Cristo. Mai nella vita mi sarebbe venuto in mente di fare questo film se non mi fosse capitata quest’avventura. L’idea di farne un film è nata quando ho raccontato ad un amico cosa mi era successo e lui mi ha detto che sarebbe stato un buono spunto per creare il soggetto di un film. Da lì ho cominciato a farmi delle fantasie e a lavorare sul progetto.

Quando ha iniziato la scrittura sui personaggi aveva già pensato che Cristo sarebbe stato Battiston oppure che il regista “fallito” sarebbe stato Silvio Orlando?
C.M.: Durante la scrittura, man mano che i personaggi diventavano più complessi, tridimensionali, avevo bisogno di immaginare delle persone vere. Silvio e Giuseppe sono arrivati abbastanza presto nel gruppo di lavoro. L’idea di un Cristo grande e grosso mi sembrava toccante, va oltre la versione statuaria che siamo abituati a vedere.
G.B.: Dal punto di vista iconografico il ruolo di Cristo non mi sarebbe mai potuto appartenere. C’è un punto nodale nel film, quando Gesù cade perché ha rotto la sedia dove era seduto, il pubblico lo deride e Jonatan dice “Se non vi piace andate a casa”. Non ho mai letto una sceneggiatura così bella.

Quando ti è stato proposto di interpretare questo ruolo hai accettato subito o ti sei preso del tempo per riflettere?
G.B.: Ho accettato immediatamente, impossibile tirarsi indietro di fronte a una simile sceneggiatura. Carlo mi ha fatto un dono, l’hanno scritto per me e questo mi rende veramente orgoglioso e felice di aver partecipato.

Ieri è stata la prima del suo film, il pubblico l’ha guardato e tornando a casa avrà riflettuto su quello che ha visto. Secondo lei quali sono stati i pensieri in merito?
C.M.: Mi sono accorto che faccio dei film che non arrivano immediatamente, dei film che hanno bisogno di tempo. Ci sono pellicole molto belle alla prima visione, che ti danno un significato e quando li riguardi ci trovi qualcosa di diverso e interessante. Credo che “La Passione” sia uno di questi. Mi auguro che le persone, tornando a casa, abbiano riflettuto su quello che hanno visto, perché il film ha una curva particolare: inizialmente la spensieratezza e il sorriso, ma dopo, quest’ultimo se ne va e dentro ti lascia un’emozione di natura completamente diversa.
Mary Calvi, da “loudvision.it”

Mazzacurati confeziona il film più ambizioso di una carriera ventennale, lasciando convogliare le sue passioni per le piccolezze provinciali e l’affetto verso gli ultimi in una riflessione sull’attuale cultura dello spettacolo. Gianni Dubois è un regista un tempo apprezzato ma da anni in piena crisi creativa, che per rilanciare la propria carriera deve convincere una divetta televisiva a girare un film con lui. Proprio in questo delicato momento, per aver danneggiato un affresco di una chiesetta di un paesino toscano viene costretto a girare una rappresentazione della Passione di Cristo, utilizzando lo scalcinato materiale umano del luogo. Pur facendo di tutto per non interessarsi alla rappresentazione, finisce per trovare nella sghemba vitalità della provincia la scintilla per svincolarsi dalle ipocrisie del jet set e far decollare di nuovo la sua vena creativa. Più vicino agli accenti farseschi di La Lingua del Santo che a quelli intimisti di La Giusta Distanza, il tono della narrazione alterna gag garbate e sagaci sul mondo del cinema a frequenti scivolamenti nel facile macchiettisimo (ai limiti dell’imbarazzo la locandiera teutonica della Paiato). La strada scelta per arrivare alla risata è il più delle volte la più facile e scontata, sovente coadiuvata dai consueti tic di Orlando, Guzzanti e Battiston (il più bravo, anche se relegato ancora nel ruolo del simpatico panzone). Il tema liturgico del ritorno all’innocenza e all’onestà intellettuale attraverso la restituzione della via crucis agli umili viene trattato con una limpidità naive che rasenta la superficialità. Il film sa però riscattarsi in un finale volutamente sottotono, dove nessuno pare vincere davvero e ognuno torna a ricoprire il ruolo di “povero cristo” che accomuna la condizione umana. Una pellicola , si diceva, che rischia però di offuscare l’amarezza che racconta dietro una cortina di sghignazzi telefonati, giungendo agli spettatori come un prodotto più banale delle intenzioni da cui scaturisce.
Alfonso Mastrantonio, da “indie-eye.it”

Gianni Dubois è un regista in là con l’età e con la creatività. Sono cinque anni che non gira un film e, messo sotto pressione dal produttore, deve farsi venire un’idea brillante che accontenti una capricciosa diva televisiva ingaggiata per l’occasione. Quando un guaio nella sua casa in Toscana lo costringe ad abbandonare Roma per un paio di giorni, troverà il modo per rivestire i panni da regista per una Sacra Rappresentazione recitata dagli abitanti del paese. Con l’aiuto di un ex galeotto e una sorridente barista polacca, riuscirà a ritrovare la forza per una necessaria svolta umana.
I segreti della gente comune sono da sempre l’oggetto d’indagine del cinema di Mazzacurati. Dopo aver affrontato con serietà il dramma di un omicidio con La giusta distanza riprende in mano le corde della commedia. Il soggetto non spicca per originalità; la storia di un artista in crisi creativa che, di fronte alle avversità, non riesce a trovare una soluzione è un tema molto sfruttato da letteratura e cinema. Qui però abbiamo il contesto italiano a fare la differenza. I potenti del film (il produttore, il sindaco e il geometra) sono insensibili sfruttatori che, di fronte alla debolezza di Dubois, rimangono indifferenti. Da un lato i perdenti, dall’altro quelli che fanno finta di essere vincenti. In mezzo tutti i problemi di un’Italia alla deriva, dove i sogni fanno fatica a sopravvivere e le frustrazioni covano il seme di un’arroganza schiacciante e deleteria. La provincia, così cara al regista, è qui il luogo dove il cinema degli intellettuali è guardato di sbieco e con timore. L’ironia inconsapevole dei personaggi di contorno, dall’ex carcerato Giuseppe Battiston al meteorologo con smanie d’attore Corrado Guzzanti, riporta l’attenzione, di tanto in tanto, sulle contraddizioni del paese in cui viviamo. Esce un’immagine di desolazione e impotenza, dove anche la Passione di Cristo, nella sua dimensione più umana, fatica a realizzarsi.
La speranza sembra lasciata in un angolo. Ma quando, durante la recita paesana, un giovane urla sprezzante contro chi deride le debolezze degli altri, ci sembra di poter vedere una piccola luce per il futuro. Il grido ribelle di chi riconosce l’ingiustizia e non vuole tacere riporta tutto ad un senso di rettitudine ammirevole di cui il nostro paese avrebbe tanto bisogno.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Tra il profano e l’irriverente, la nuova commedia di Carlo Mazzacurati, presentata alla sessantasettesima edizione della Mostra del Cinema Di Venezia, ritrae un conflitto tragicomico tra la frenetica dissolutezza del mondo del cinema e una più spartana, seppur sempre sordida, politica di interessi, come quella di una piccola provincia toscana.
Al centro di tale scontro troviamo Silvio Orlando, nei panni di Gianni Dobuois, regista di mezza età senza ispirazione, che da anni non riesce a trovare neanche il più fioco spiraglio, afflitto da un blocco dello scrittore che pare tormentarlo per i primi tre quarti del film. Alla spasmodica ricerca di un’idea che possa soddisfare una giovanissima e capricciosa star del piccolo schermo (Cristiana Capotondi) e uno scettico e disilluso produttore perennemente intento a ricordare date e scadenze, Dobuois si ritroverà a fare i conti con l’assessore (Marco Messeri) e il sindaco (Stefania Sandrelli) di un ridente paesino del Livornese; i due ricatteranno lo sfortunato protagonista, chiedendogli di rimborsare, con la messa in scena della rappresentazione della Passione per il Venerdì Santo, i danni causati dal suo malandato sistema di tubature agli affreschi della chiesa locale.
A risolvere i guai dello sfortunato regista, incapace di gestire le crisi da prima donna di un esilarante Corrado Guzzanti, attore di provincia dalle dubbie capacità drammaturgiche che dovrebbe interpretare la parte di Cristo, c’è Gianni Battiston, uno dei personaggi più rappresentativi del film, un ex detenuto aspirante teatrante, il cui aiuto risulterà decisivo nell’epilogo della trama, e che, grazie a una goffa bonarietà, si guadagna il titolo di eroe.
Fa da sfondo alla vicenda la storia semplice, ma nel suo piccolo di un’autenticità commovente, della cameriera polacca Caterina (Kasia Smutniak), unico vero scorcio di umanità tra la spregiudicatezza di case produttrici e dive da televisione e l’opportunismo e la crudeltà di paese ( le risate sguaiate per una sedia rotta dalla mole di Battiston e quelle trattenute dal pubblico in sala ne sono una prova). Lo sconforto e la sterilità, il primo dei sognatori, la seconda dei potenti che commissionano il lavoro, campeggiano maestosi al centro della trama, che designa uno spaccato del nostro paese, seppur utilizzando gli espedienti dell’ironia e della parodia.
Valeria Fossatelli, da “taxidrivers.it”

Il secondo film italiano in concorso porta la firma di Carlo Mazzacurati. Una co-produzione importante (Rai e Fandango, due dei canali privilegiati del cinema italiano “di qualità”) raccoglie un cast d’eccezione per una commedia che diverte molto il pubblico presente stamattina alla proiezione per la stampa.
Gianni Dubois (Silvio Orlando) è un regista cinquantenne la cui vena creativa pare ormai esaurita dopo cinque anni in cui non ha prodotto niente. Quando finalmente gli si presenta l’opportunità di tornare alla ribalta dirigendo una giovane star televisiva non riesce a trovare un’idea decente per il film. A complicare le cose ci si mette il sindaco di un paesino toscano che lo obbliga, con la minaccia di una denuncia per danneggiamento del patrimonio artistico, a dirigere la locale sacra rappresentazione della Passione. Lo aiuterà un ex ladro redento dal teatro (Battiston).
Il racconto della crisi creativa e personale di un uomo di mezza età, che ritrova nell’arte povera della pantomima paesana il gusto del racconto che aveva perduto e forse la forza per tornare a fare cinema. La “paura di creare”, come la definisce il regista, non è certo un tema nuovo ma viene qui rappresentato con buona verve grazie ad un attore-garanzia come Orlando, perfettamente nella parte, e a una sceneggiatura che azzecca molte battute («questo è il paese più ingrato del mondo: Garibaldi è andato in esilio, Dante pure… Roberto Baggio l’hanno fatto giocare due anni nel Brescia» è quella che ha strappato più risate) e qualche gag. Da segnalare, oltre al sempre bravo Battiston, anche Guzzanti nel ruolo di un pomposo vate delle previsioni del tempo, poi Gesù verboso e impostato, che ricorda i suoi grandi personaggi televisivi.
Un buon film per passare un’ora e mezza divertendosi. Con alcuni Grandi Attori Italiani nelle parti che ci aspettiamo da loro, sempre pericolosamente simili alle maschere della commedia dell’arte (la Sandrelli cinquantenne un po’ deficiente ormai è prossima alla dignità di Arlecchino). Un prodotto recante il marchio-garanzia Fandango dell’“opera di qualità per un pubblico medio decentemente acculturato” che ha fatto la fortuna di Procacci.
di Giacomo Laborizio, da “paperstreet.it”

Passioni, sacre rappresentazioni e contraddizioni

La passione è una dichiarazione d’amore a un mestiere, quello del cinema, che si libera dell’autocompiacimento tipico di tante pellicole metacinematografiche per dirigere lo sguardo verso le altre arti, in particolare il teatro popolare e la pittura, celebrandone potenza e bellezza.
A sei anni di distanza da L’amore ritrovato, Carlo Mazzacurati torna ad abbandonare la sua Pianura Padana per fare ritorno in Toscana con una commedia ricca e complessa. Fin dall’inizio la carriera del regista veneto si è evoluta, anche se in maniera discontinua, mutando spesso temi e forme, ma La passione, come ha dichiarato lo stesso Mazzacurati, è uno dei suoi lavori più personali. Dietro la patina umoristica si nasconde una pellicola sfaccettata che alterna comicità macchiettistica (“Quando il gatto canterà tre volte, tu mi tradirai”) a riflessione poetica sul senso dell’arte e sulla crisi creativa. Da Federico Fellini a Woody Allen, molti dei più grandi cineasti si sono confrontati con quello che è lo spauracchio di coloro che si dedicano a un mestiere artistico, il blocco creativo, ma La passione ha il pregio di ritagliarsi uno spazio originale e personalissimo mescolando autobiografia e finzione narrativa. Dopo Il caimano, Silvio Orlando torna a vestire i panni di un regista in crisi d’ispirazione costretto a farsi venire in mente nel più breve tempo possibile una storia da proporre all’ennesima attricetta di fiction tv (Cristiana Capotondi) vogliosa di approdare sul grande schermo per salvare la propria carriera. A complicare la situazione l’impianto idraulico della casa toscana di proprietà del regista si guasta provocando danni ingenti a un prezioso affresco del ‘500 sito nella chiesa sottostante. La cittadina toscana (la ficitional Fiorano) si coalizza impugnando il danno come arma per ricattare Dubois e costringerlo a dirigere la sacra rappresentazione pasquale che, come da tradizione, ogni anno viene messa in scena nel borgo toscano.
La prima parte de La passione, tutta giocata sull’incontro/scontro tra Dubois e i personaggi che popolano Fiorano, strappa qualche risata legata soprattutto alle buffe situazioni in cui il povero regista si viene a trovare e all’apparizione di Corrado Guzzanti nei panni di uno stralunato metereologo scelto per interpretare Gesù nella sacra rappresentazione. Ben presto il film abbandona la strada della battuta a effetto, approdando a un umorismo lieve e surreale, più congeniale alle corde di Orlando, che permette al complesso sottotesto di venire alla luce poco alla volta. La svolta vera e propria arriva, però, con la messa in scena della sacra rappresentazione. Qui Mazzacurati sembra voler affermare con forza che, nonostante tutto, anche nell’Italietta torbida e meschina ben simboleggiata dal microcosmo di Fiorano e dagli intrighi e ricatti perpetrati dai suoi abitanti, solo l’arte ci salverà. Ecco che, come per magia, una messa in scena di paese nata nel più rocambolesco dei modi si trasforma in una serie di quadri pittorici di stampo caravaggesco di straordinaria bellezza. Le suggestioni si fondono grazie anche alla bellissima fotografia di Luca Bigazzi e i pezzi del puzzle tornano ciascuno al proprio posto.
Inutile recriminare sulla disomogeneità delle interpretazioni. Potremmo obiettare che a un caricaturale Corrado Guzzanti si contrappone un convincente Giuseppe Battiston, ormai meritatamente considerato uno degli interpreti italiani più affidabili e di talento, oppure potremmo sottolineare come Kasia Smutniak risulti assai più convincente della Capotondi, a cui viene affidato un personaggio che fa il verso alle reginette delle fiction nostrane, ma che nella vita professionale le assomiglia molto più di quanto si vorrebbe ammettere.
La passione è una dichiarazione d’amore a un mestiere, quello del cinema, che si libera dell’autocompiacimento tipico di tante pellicole metacinematografiche per dirigere lo sguardo verso le altre arti, in particolare verso il teatro popolare e la pittura, celebrandone potenza e bellezza. Un film avulso da ogni tematica religiosa pur avendo come oggetto una sacra rappresentazione, un’opera che, nello scandagliare una crisi personale, veicola messaggi dal respiro universale. Quanti contrasti in una sola pellicola!
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

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