Io sono l’amore

A casa dei Recchi, famiglia di ricchissimi industriali del tessile, si festeggia il compleanno del patriarca (Gabriele Ferzetti) nel giorno in cui il giovane Edo (Flavio Parenti) viene battuto in una gara da un cuoco, che diventa presto suo amico. I due progettano di aprire un ristorante, ma nel frattempo lo stesso cuoco scatena la passione di Emma (Tilda Swinton), madre di Edo. Gli eventi avranno esiti tragici e liberatori.
Ne L’alveare, l’ultimo film di Tekla Taidelli, regista punk milanese, c’è un cuoco anarchico che fa la sua lotta di classe preparando per i facoltosi clienti del suo catering piatti cucinati con cibo per cani e pesci siluro pescati nel Naviglio. Anche il cuoco che troviamo in Io sono l’amore, (Edoardo Gabbriellini) arriva dalle classi basse (ma, a dire il vero, la sua esatta provenienza sociale non è ben definita), si confronta con le classi alte e la sua azione avrà effetti destabilizzanti su queste ultime. La sua azione è però ben diversa da quella dell’anarchico della Taidelli. Antonio, il cuoco del film di Guadagnino, cerca l’“essenza dei sapori” e prepara piatti elaborati da Carlo Cracco (lo vediamo, ad esempio, all’opera con la fiamma ossidrica per preparare l’insalata russa caramellata, celebre entrée del cuoco stellato milanese).

La vicenda si muove tra due polarità. Antonio rappresenta la verità, l’onestà, la Natura, l’apertura verso l’altro, il potere rivoluzionario dell’amore, del “corpo amoroso” per citare un titolo del popolare filosofo, o filosofo popolare, Michel Onfray. All’opposto, la famiglia Recchi rappresenta l’Ordine, l’ingabbiamento della vita nei riti che obbligano gli individui in ruoli prefissati (il segnaposti che domina le prime scene del film), la riduzione dell’altro “a un nemico, un avversario, una differenza da sopprimere, costringere e sottomettere” (per usare ancora le parole di Onfray), come risulta chiaro dalla concezione agonistica delle relazioni umane che emerge dalle discussioni iniziali sulla gara. Alcuni personaggi – Edo, Emma, Elisabetta – si trovano combattuti tra queste due polarità e ciascuno di loro risolverà in diverso modo tale lotta.

Gli ambienti, gli spunti narrativi e i temi de Io sono l’amore riportano alla memoria molte cose, cinematografiche e non: L’amante di Lady Chatterley, Teorema, La caduta degli dei e I Buddenbrook, Cronaca di un amore. Sfortunatamente, alla memoria ritornano anche altre cose: guardando la scena decisiva in cui Emma assapora le ricette del cuoco con espressione estatica è difficile non farsi tornare alla mente gli sdilinquimenti orgasmici che le pubblicità di yogurt, mozzarelle, gelati e quant’altro ci hanno proposto nel corso degli anni. E la passione di Emma si porta dietro per tutto il film questa associazione di idee (che la rende un po’ fasulla).

Presentato a Venezia, Io sono l’amore ha suscitato reazioni opposte, dal sarcasmo (le cronache festivaliere registrarono qualche fischio), all’esaltazione (“Variety”, per dirne uno, gli ha dedicato grandi elogi). È possibile darne una valutazione più equilibrata, cercando di considerare sia i pregi del film, sia le sue debolezze? Ci proveremo partendo da queste ultime.

Anzitutto, il film vive di una fondamentale ambiguità (in parte, probabilmente, voluta e cercata). Da un lato, esibisce, ed esalta, lusso e bellezza. Lusso e bellezza che si pongono a modello inarrivabile, che susciti ammirazione, e invidia, in chi quel mondo lo vede solo dall’esterno (chi, per dire, al ristorante di Cracco non ci può andare, se non come follia “una volta nella vita”). Dall’altro, su questo mondo dorato appiccica, in modo ultra-didascalico, un giudizio moralistico e un’interpretazione da bignami del pensiero no global (ci riferiamo al dialogo in fabbrica che rivela l’ipocrisia della borghesia e alle parole dell’indiano che enunciano apertamente l’ideologia del Capitale).

Insomma, i riti con cui la borghesia rappresentata nel film costruisce se stessa e la propria differenza dal resto del mondo sono da un lato ostentati, dall’altro giudicati “dall’esterno” con quei giudizi didascalici. Più interessante sarebbe stato provare a “smontarli” dall’interno. Per esempio, tutta la retorica del cibo e dei grandi cuochi trasformati in maître à penser è parte di questi riti, che il film non prova a smontare, ma anzi avvalora, in nome dell’ostentazione del lusso e della bellezza di cui si diceva. Che i cuochi amino pensarsi come più vicini all’essenza della vita rispetto ai comuni mortali, o come depositari di una sapienza superiore è un conto, che lo siano davvero è un altro. Il film, in nome di quell’esaltazione del lusso e della bellezza, sembra invece accreditare senza dubbio questa loro pretesa trasformandola in asse portante della vicenda – ma, si accennava prima, occorre un certo sforzo per credere che la signora si innamori del cuoco per le la sublimità delle sue preparazioni e che il cuoco rappresenti una concezione della vita radicalmente diversa rispetto a quella dei Recchi.

Oppure, le diverse forme che l’amore possono assumere non sono forse anch’esse una costruzione storica, che ha determinate precondizioni economiche e sociali? Ci pare che il film rimanga chiuso in contrapposizioni manichee e non sviluppi alcuni spunti che avrebbero messo meglio in luce la complessità dei personaggi. Per esempio, viene da pensare che a dar prova di maggior cinismo nel film non sia Tancredi Recchi, il marito di Emma (Pippo Delbono), tutto preso dagli affari, ma piuttosto Elisabetta (Alba Rohrwacher), in apparenza la più “disinteressata”. All’annuncio della vendita – vista dall’ingenuo Edo come segno di resa di fronte all’inumana impersonalità del capitale globale – lei risponde con aria indifferente “così diventeremo più ricchi”: insomma, pur essendo stata la prima a infrangere l’Ordine per seguire le passioni, si dimostra disponibile, più degli altri, a vivere sotto il segno della doppiezza (per non rinunciare ad agi e ricchezze, tiene segreta la relazione che non è in linea con le regole famigliari). In questa risposta di Elisabetta, e nella doppiezza che sottende, c’era la possibilità di uno sviluppo molto interessante, che però il film non approfondisce.

Al di là di queste considerazioni, per venire ad aspetti più terra terra, ci pare che qualche passaggio narrativo avrebbe potuto forse essere limato un po’ meglio: non è, ad esempio, un po’ semplicistico il modo in cui Emma scopre l’omosessualità della figlia? E, fra l’altro, sarà che non frequentiamo tanto l’alta borghesia, ma ci pare poco verosimile che la signora vada di persona in tintoria (tra l’altro, il tono colloquiale del discorso lascia intendere una frequentazione non sporadica del negozio). E, per concludere il cahier de doléances, le immagini di insetti e fiorellini che contrappuntano l’amplesso campestre tra signora e cuoco sono molto vicine al kitsch.

Ma, si diceva, Io sono l’amore ha anche molte qualità e, a tratti lascia persino ammirati. Una scena come quella dell’inseguimento per le strade di Sanremo è magistrale e da sola risolleverebbe qualsiasi film. Così come certi piani sequenza tra le scale e le stanze di villa Necchi Campiglio. Anche l’uso della musica merita una segnalazione: Io sono l’amore utilizza brani di John Adams, ma non ne fa un uso banalmente decorativo, o peggio riempitivo, come talvolta accade quando i film manovrano la musica di grandi maestri, ma li impiega con grande efficacia drammaturgica. E di notevole efficacia è anche il ritmo lento e avvolgente che Guadagnino riesce ad imprimere alla vicenda.

E allora, conviene forse guardare Io sono l’amore non come un film che ci dice qualcosa sulla vita, sulla società, ma unicamente nella sua forma cinematografica, quindi – per usare le categorie hitchockiane – non come “tranche de vie”, ma come “tranches de gateaux”. Non è un capolavoro, ma è sicuramente un film che merita di essere visto, perché ha diverse qualità da ammirare (stavamo dimenticando un cast eccellente, e insolito) e alcune debolezze che, nascendo da un progetto ambizioso, si prestano comunque a dar vita a discussioni interessanti.
di Rinaldo Vignati, da “nonsolocinema.com”

Emma è la moglie “straniera” e composta di Tancredi Recchi, influente esponente dell’alta borghesia industriale lombarda. Sposati senza amore, Emma e Tancredi vivono tra agi e ipocrisie in una grande villa nel cuore di Milano insieme ai loro tre figli: Elisabetta, Edoardo e Gianluca. Prossimo al padre per cinismo e concretezza, Gianluca si distingue dai suoi fratelli, sensibili e idealisti come Emma, che veglia amorevole sulla loro felicità precaria. Edoardo, orgoglio della madre, delude invece le aspettative del padre ripiegando sulla gestione di un ristorante bucolico in società con Antonio, un giovane chef di talento e di bassa estrazione sociale. L’ingresso in scena di Antonio sovvertirà equilibri e destini con la forza e la “portata” dell’amore.
L’orrore di molto cinema italiano sta nel mettere frequentemente in scena la borghesia come unica depositaria dell’umano: middle class compiaciuta e paga di sé. Correva questo rischio Io sono l’amore di Luca Guadagnino, invece, pur partendo da quell’angolo limitato di osservazione e attraverso le vicende umane e professionali di una famiglia di industriali milanesi, racconta la borghesia senza assolverla.
Con “cento colpi di spazzola” e con la regalità diafana di Tilda Swinton, il regista palermitano licenzia adolescenti pruriginosi e prove di immaturità, muovendosi con proprietà estetica ed eleganza formale nella Milano decadente degli dei caduti di Visconti. Peccando di intenzionale manierismo, Guadagnino guarda all’universo truccato delle classi privilegiate e segue le vicende umane di un gruppo di famiglia in un interno milanese, “raffreddato” dalla neve e dalle ipocrisie affettive che governano i Recchi e riempiono le loro stanze sovraccariche e opulenti.
Dentro una villa che congela e impedisce sentimenti e movimenti del cuore, entra impetuosamente colui che “è l’amore”, colui che porta con sé, per nascita e per vocazione, il principio di natura, la fiamma e gli ingredienti in grado di recuperarli all’emozione. Soltanto Edoardo e l’esotica ed estraniata padrona di casa risponderanno a quel richiamo, spostandosi emotivamente e fisicamente lontano da Milano. Su una piana ligure sopra il mare di Sanremo, Edoardo sperimenta l’amicizia ed Emma il vero amore, riacquistando la sua identità nazionale svenduta per una nuova e innaturale posizione sociale.
Tilda Swinton, abbagliante e (co)stretta negli abiti borghesi, è ancora una volta musa sensibile dell’autore che, con un preciso sezionamento del corpo, scompone la sua bellezza in dettagli, lasciando intatta la resa unitaria della figura altera e intera e cogliendo particolari significanti (accessori e novakiane acconciature a spirale) di un personaggio ridestato all’amore.
Un film che apre e chiude esibendo beffardo la menzogna della rappresentazione e della natura umana.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Il cuoco e la lady, attrazione fatale
di Fabio Ferzetti Il Messaggero
Finalmente un bel film che divide, di quelli che suscitano odio o amore incondizionati e fanno fioccare paragoni azzardati. Parliamo di Io sono l’amore, terza regia del siciliano Luca Guadagnino ma primo vero film tutto e compiutamente suo, esaltato dalla stampa anglosassone a Venezia ma strapazzato da molti (non da noi) in Italia. Trattandosi di alta borghesia milanese con magioni fastose, neve che cade, cene sublimi e tracolli dinastici, Variety ha evocato Visconti. Ma di viscontiano qui c’è solo l’eco di Thomas Mann; per il resto Guadagnino, che non è né nobile né milanese, guarda a questi industriali tessili ammantati di buon gusto e amore per l’arte, non con la nostalgia spietata dell’insider ma con la disinvoltura di chi usa quel mondo come una cornice ideale che offre le forme e i colori più adatti a un mélo vivificato dalla forza della messinscena. Si tratta di raccontare il gelo e il declino di una dinastia dal presente incerto e dal passato oscuro, tra Fassbinder e il Pasolini di Teorema. Si apre dunque con un fastoso compleanno del patriarca (un regale Gabriele Ferzetti), che scompare dopo aver designato suoi eredi il figlio imbelle Pippo Delbono e il nipote pallido Flavio Parenti. Si procede fra mondanità e consigli d’amministrazione mentre l’impero familiare poco a poco si sfalda, i rapporti parentali o amorosi si fanno sempre più esangui, la figlia di Tilda Swinton e Pippo Delbono, Alba Rohrwacher, si scopre lesbica, cioè libera e ribelle. E la stessa Swinton (sempre magnifica anche se qui un po’ forzosamente di origine russa) è colta da passione improvvisa per l’unica presenza viva della casa, il giovane cuoco toscano Edoardo Gabbriellini, amico di suo figlio (a sua volta segretamente attratto da lui). Anche perché oltre a essere giovane e attraente cucina cibi raffinati come opere d’arte (e un piatto di gamberoni può risultare irresistibile come la più lirica dichiarazione d’amore). A dirlo suona schematico. Ma sullo schermo è un tripudio molto fisico di luci, suoni, colori, paesaggi, capaci di risvegliare vere estasi pàniche negli amanti come negli spettatori. Convince meno la svolta tragica, riscattata però da un finalissimo imprevisto ed emozionante. Originale, inconsueto, sorretto per una volta da un lavoro formale all’altezza del soggetto, Io sono l’amore ha poco a che spartire col cinema dominante oggi in Italia. Per fortuna.
Da Il Messaggero, 19 marzo 2010

Il fascino discreto del melò
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Si potrebbe anche dire il fascino discreto della borghesia. Quella ormai scomparsa, che ha lasciato il passo al volgare potere dei soldi, ma che sopravvive nel silenzio di palazzi milanesi impenetrabili, dove si servono cene viscontiane non soltanto per edipi e posate ma anche per le tensioni interne. Come il capitalismo della famiglia Recchi – che sembrano gli Agnelli ma invece no – dove, alla morte del nonno, succedono eredi, liti, imprevisti finanziari e non solo: nell’ avita magione bussa con ghiotte ricette affettive per turbare equilibri già delicati, il giovane chef, amico del figlio (gay sublimato?) che invece sedurrà la madre russa Tilda Swinton, apparentemente algida. Luca Guadagnino, che alla cucina dà spesso il ruolo di coro, sceneggia con Fasano, Barbara Alberti e Cotroneo e assicura che l’ amore femminile è l’ unico che ci salverà, perché la donna ha gli anticorpi necessari. Infatti ci sarà un terremoto affettivo in casa post adulterio, la figlia confida la propria omosessualità solo al fratello Edoardo che naturalmente vive la nausea e l’ infanzia di un capo (vedi alla voce Sartre). Dopo i rimorsi e i ricatti serviti su piatti d’ argento (coordina i servizi la bravissima Maria Paiato), il finale recupera, un po’ alla Rossellini, il senso del tragico, della catarsi. Io sono l’ amore è un melò a denominazione d’ origine: Guadagnino è un autore, come Diritti, la Spada, Franchi, col copyright di uno stile, fortuna sua e nostra, lontano dalla becera Italia tv di oggi. Pochi movimenti di macchina, il fascino di udire anche battute non dette, il sesto senso di qualcosa che implode nella storia in un’ insolita dinamica tra psicologia privata e di classe. Che, come in Teorema di Pasolini, va in tilt su incognita promessa della Storia. Prima dell’ happy Milano estiva di Salvatores, ecco l’ infelice Milano innevata alla Resnais di questo film che si raccomanda assai per nascosto pacchetto azionario di seduzione e per l’ eleganza delle scene, la fotografia, la grafica dei titoli di testa, che non sono solo forma ma si riproducono nell’ eccellente prova del cast. Accanto alle glorie (Swinton, formidabile Delbono, l’ infallibile Alba Rohrwacher, i patriarchi Ferzetti e Berenson), due attori giovani si prenotano un posto per domani: Flavio Parenti e Edoardo Gabriellini. Tutti impegnati a palleggiar metafore che talvolta s’ incrinano sul lancio ma servono a scuotere dal profondo quel pubblico che ama ancora le vendette servite fredde come negli spaghetti western (ma senza colt).
Da Il Corriere della Sera, 19 marzo 2010

Il melodramma strizza l’occhio a Visconti
di Gian Luigi Rondi Il Tempo
In mezzo una grande famiglia di industriali milanesi. Con l’occasione del proprio compleanno l’anziano fondatore della ditta passa la mano al figlio Tancredi, che ha sposato una russa, Emma. Hanno figli alla loro volta, uno, Edoardo, designato dal nonno a restare a fianco del padre, un’altra, Elisabetta, dedita prima alla pittura poi alla fotografia, sentimentalmente legata a un’altra donna. Edoardo ha un amico cuoco, Antonio, che ha il culto dell’alta gastronomia. Emma se ne innamora, furiosamente ricambiata. Edoardo scopre tutto e durante un alterco con la madre cade, batte la testa e muore. Emma seguirà il cuoco. Il testo, firmato anche da altri sceneggiatori, è di Luca Guadagnino che, con i suoi film precedenti (l’ultimo il discusso «Melissa P.»), non ha sempre convinto. Tutt’altro. E con quello che ha scritto non convince molto neanche oggi, appunto per quella sua inclinazione scoperta nei confronti dei più vistosi effetti del melodramma. Può convincere invece la sua regia che, con dichiarati accenti da cinefilo, cita spesso grandi autori del passato, non ultimo Visconti. I pranzi, ad esempio, nella lussuosa villa a Milano abitata dalla famiglia. Rituali sontuosi sottolineati da immagini rotonde e da segni sempre inclini a composizioni figurative volutamente preziose. E anche le cornici: una Milano prima sepolta sotto la neve poi colorata dalla primavera, tra architetture di cui si privilegiano soprattutto gli aspetti monumentali, eccedendo nelle ricerche linguistiche (un’implausibile passeggiata ad esempio) di Emma tra le guglie del Duomo e adoperando le musiche con violenza insistita per dar rilievo alle situazioni in cui gli accenti romantici sono più forti, ma comunque – almeno come modi di rappresentazione – certi risultati raggiungendoli. Riesce a sostenerli un gruppo di attori spesso incisivi: Gabriele Ferzetti, il patriarca, Alba Rohrwacher, la trepida Elisabetta, ma soprattutto Tilda Swinton come Emma, nel dramma del suo terribile amore. Con espressioni, spesso, di autenticità lacerante.
Da Il Tempo, 21 marzo 2010

Guadagnino. Anche i Recchi piangono
di Roberto Silvestri Il Manifesto
La scena è l’antica casa dei Recchi, facoltosa famiglia bene industriale. L’unico estraneo a quel mondo è Antonio giovane cuoco poco avvezzo al compromesso. Una rossa donna russa immigrata prima dell’89, e come meglio non potrebbe, incapsulata cioè in una magione da fiaba decò (chi meglio di Tilda Swinton?), dopo aver liberato almeno due dei tre suoi figli, spicca anche lei il volo. Come Rebecca la prima moglie, anche qui l’indicazione è nella fuga. L’arte infatti non deve descrivere, con orpelli e ornamenti, l’oro della sontuosa gabbia, ma liberare l’uccellino imprigionatovi dentro, come diceva Alberto Grifi. Costi quel che costi, cuori e corpi spezzati compresi. Ecco perché un film vero è un campo di battaglia, e i critici non possono non essere ultrà, anche se il set finale è un giardino delle delizie e delle droghe culinarie, presso Sanremo (con quelle certe erbette… altro che viagra). Il proprietario di tutte le gabbie, un tempo si diceva delle ferriere, infatti, è sempre orrendo e potente, come qui, l’insuperabile scavalcabile Pippo Delbono. E, siccome ogni film appassionante, che metta in gioco il suo autore e la sua sessualità, è tra un blue movie e un noir movie, l’avventura avviene tra la morte del piacere e il piacere della morte, tra il primo e il secondo piatto. E c’è bisogno di attenta osservazione e di qualche cantonata, per arrivare all’illuminazione (acustica, sonora, mentale, ambientale, umoristica) e prefigurare universi dalle forme diverse e mutanti. Un film le cui scene più belle crediamo di vederle ma non ci sono è un capolavoro (la gara gay di canoa? La cottura del gambero rosso?). Festen e il Pranzo di Babette retrocedono in serie b.
La Luca Guadagnino band (Yorick Le Soux, ai timbri, Walter Fasano, ai toni, Francesca Di Mottola e Antonella Cammarozzi agli archi, Riccardo Spagnol, al blow out vegetale, Guadagnino solista al teremin di «good vibration»…), maestro concertatore John Adams, ha occhi grandi, scrutatori, impiccioni, onnivori, impudenti e pettegoli. Gli sguardi del vero politico dei giorni nostri, che non confonde mai rom e rumeni, che aspira a farsi perseguitare e aggredire, il Cineasta, così come lo ha incarnato e imposto per la modernità Michelangelo Antonioni, studioso di Hawks e Hitchcock, macchina comunista double face, che guarda, teorizza, organizza e combatte il mondo, non solo di fuori, ma di dentro. Pci, come partito comunista inconscio e internazionalista. Da sempre messo nell’illegalità, che si compiace della clandestinità. Si perseguitano ovunque, infatti, coloro che si addormentano ottone, risvegliandosi tromba… come, questa volta è riuscito a Guadagnino. Io sono l’amore, con Pippo Delbono e Tilda Swinton, e anche Edoardo Gabbriellini (l’amore) e Alba Rohrwacher (la «guida alpina» dell’esplorazione sessuale autonoma), Gabriele Ferzetti (non a caso quel brandello di Antonioni) e Marisa Berenson (un pezzetto di anarchia Eastwood), Flavio Parenti (la vittima di una doppia pulsione fatale) è un film sul fascino discreto, anzi banalissimo, resistibilissimo dell’alta borghesia italiana, al top della sua potenza (Milano, l’Inter, la Scala, Visconti, l’expo…). Non sembra impresa titanica cancellarla dalla storia, ci dice il film con saggezza gramsciana. E Io sono l’amore parte e si conclude nell’assunto, non autarchico e sessantottino, riassunto in modo lapidario dallo sceneggiatore «black listed» John Ogden Stewart durante il rooseveltismo: il comunismo è la tessera omaggio per tutti nel mio club esclusivo di Beverly Hills. Purché si cambi menù: attenzione a sapori, biopolitica, paesaggio, gerarchie, valori, transculturalità… Perché il menù unico che ci impongono è tossico e avvelenato.
Da Il Manifesto, 19 marzo 2010

Anna Maria Pasetti
Il Riformista
Un titolo, un regista e le sue responsabilità. Luca Guadagnino, classe ‘Il di Palermo ma migrante tra Etiopia e Roma, non si è sottratto al carico del dolore di una dinastia — ovvero del mondo. lo sono l’amore è il suo “full frontal” davanti al mal-di-esistere filtrato in macro cinema corale. Imperfetto ma ferocemente coraggioso e sontuoso. Undici anni di genesi assieme all’amica e qui total-body protagonista Tilda Swinton nei panni dell’infelice Emma, il film monitorizza il cancro capitalistico italiano dal luogo d’origine, Milano dal di dentro. Una dinastia imprenditoriale prototipo, quella dei Recchi alias Agnelli, che riflette il marcio in cui si muove. L’esplosione è il tradimento privato, che uccide estraendo il pus. Guadagnino ha assorbito il “comunista e aristocratico”Visconti,i morti joyceiani (ma non solo) di Houston, la sua tesi di laurea su Demme e su tutti i “campi lunghi” del cinema maiuscolo. “Perché la lontananza mostra più di quanto si possa immaginare”. E il narcisismo il vizio dei ricchi. Di glamour si adornano le lapidi degli zombie quotati in borsa. “Diventeremo sempre più ricchi. Venderemo tutto”. La deriva tragica del capitalismo selvaggio è tutta in questa frase, metonimia del film, sentenziata da Elisabetta (Alba Rohrwacher) figlia Recchi al fratello “puro” Edo (Flavio Parenti). Un triangolo di topoi interessante: Milano preponderante ma anche la vetero-vip Sanremo e Londra. Un coro di attori perfetti, tra cui l’outsider Pippo Delbono, per un film rapace che può disgustare come piacere. Di certo non lasciare indifferenti, e dunque da vedere.
da Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2010

Guadagnino tra ambizione e ingenuità
di Dario Zonta L’Unità
I film di Luca Guadagnino (e usiamo questa espressione volutamente, perché non ci sembra si possa ancora parlare di un«cinema» di Luca Guadagnino) un merito ce l’hanno: dividono. Sin dal suo esordio con The protagonist, esercizio di cultura cinematografica, e fino al discusso Melissa P., Guadagnino ha lambito il confine tra il volutamente ambizioso e l’ingenuamente fastidioso. Anche Io sono l’amore è intriso di ambizione, fin dal titolo, così apodittico e volitivo. Eppure, rispetto alle altre prove, qui Guadagnino fa un effettivo scarto in avanti e gestisce la sua ambizione entro i limiti di una storia e di una messa in scena determinate, seppur molto magniloquenti. L’inizio è di quelli belli, essendo ambientato in una gelida Milano durante la ricca nevicata dell’inverno del 2008. Mentre fuori la città scorre immobile, dentro l’abitazione lussuosissima di una ricca famiglia di imprenditori avviene il passaggio di consegne tra il patriarca ormai anziano e i suoi figli e nipoti, di diverse generazioni e ambizioni. L’ago incerto della bilancia è rappresentato da Tilda Swinton (sodale amica di Guadagnino che con la sua arte aiuta non poco il regista a dare lustro a un film non facile), personaggio sublime, moglie del primogenito e madre del nipote prediletto dal patriarca. Questa donna, algida e focosa, non è un’italiana di buon lignaggio,come la tradizione vorrebbe, ma è una russa con un passato misterioso e una forte passione per l’arte culinaria. Su questa donna – che dovrebbe essere il punto debole della famiglia – converge e si piega tutta la storia, e tramite il suo intuito, la sua «follia», la sua forza, la sua voglia di autodeterminazione, quell’ambiente austero e sacrificato, prima cade a pezzi, e poi – per chi avrà il coraggio di farlo, si libera. In Io sono l’amore ci sono, allo stesso tempo, delle cose insopportabili e delle cose che si fissano nella mente e nella memoria con la forza delle immagini ancestrali. Guadagnino ci perdonerà se pensiamo che i suoi film nel complesso non facciano ancora il suo cinema, però è evidente che un cinema c’è ed è molto forte, solo che non si è liberato del tutto. Perché allora anche Guadagnino, come la sua Tilda Swinton, non si libera in un sol colpo della sua corte, delle sue «famiglie», del suo ambiente e non si infila come un amante primitivo nella caverna segreta del cinema?
Da L’Unità, 19 marzo 2010

Passione e morte tra lo chic milanese
di Lietta Tornabuoni La Stampa
Elegantissimo, glaciale. La casa opprimente della ricca famiglia di industriali tessili milanesi è nello stile ligneo pesante degli Anni Trenta e Quaranta, sempre poco illuminata, sempre percorsa dagli andirivieni della servitù svelta con la schiena dritta, sempre perfetta: e gli abitanti somigliano alla casa. L’irruzione di passione e morte nelle stanze ha qualcosa di blasfemo; fuori, Milano coperta di neve rivela le sue bellezze nascoste.
L’idea che i ricchi siano così impeccabili e chic è ingenua: ma il film molto accurato, con attori bravi (soprattutto Tilda Swinton, protagonista signorile innamorata d’un cuoco) conserva un fascino fiabesco.
Da La Stampa, 19 marzo 2010

Ritratto di borghesia in un interno
di Alberto Castellano Il Mattino
La decadenza di una dinastia di industriali la cui fortuna risale al regime fascista. Con «Io sono l’amore», Luca Guadagnino costruisce un melodramma viscontiano ambientato nella sontuosa villa della famiglia Recchi, emblema della grande borghesia industriale lombarda. Il modello saga familiare con lotte di potere e intrecci sentimentali viene ricondotto agli stilemi di un’opera raffinata densa di riferimenti letterari e cinematografici e controllata da Guadagnino con piglio visivo e narrativo. La disgregazione familiare si consuma in una Milano innevata tra pranzi fastosi, ambienti eleganti e mondanità, tra passioni travolgenti e sommesse allusioni all’omosessualità e all’incesto. Accurata ricostruzione, fotografia e scenografia da applausi, un bel cast. Ma anche un po’ di compiacimento estetizzante.
Da Il Mattino, 19 marzo 2010

Dramma borghese senza sconti C’è Delbono nel cinema italiano
di Boris Sollazzo Liberazione
Non ci credevamo più. Dopo gli applausi a Venezia – nella sezione Orizzonti, perchè (sic!) nel concorso c’erano altri – e quelli nei festival all’estero (l’ultima Berlinale compresa), l’ultimo film di Luca Guadagnino arriva finalmente nelle sale (almeno due i rinvii per ben sei mesi d’attesa). Reduce dal successo al botteghino di Melissa P., il regista ha fatto una scelta coraggiosa e difficile nell’optare per un film ambizioso e difficile, una tragedia borghese e milanese lontana dalle scorciatoie più facili per il successo di una pellicola. Lo capiamo fin dagli elegantissimi titoli di testa.
Guadagnino, partendo dalla musa e amica Tilda Swinton (l’ha resa bella come raramente l’abbiamo vista) ci mostra uno sguardo che pur ispirandosi al miglior cinema viscontiano, è profondamente suo. Grande talento questo cineasta l’ha mostrato da subito, fin da quando, giovane e provocatorio, arrivò a Venezia con Protagonists (fin dal titolo cercava la sfida). Offrì poi, con un occhio documentario che non ci ha mostrato abbastanza, quel Mundo Civilizado intenso e profondo che si perse, purtroppo, in una stagione di distribuzione cinematografica che al genere doc dava ancora meno spazio di adesso. Il suo grande talento, però, rischiava d’essere anche la sua condanna: con la macchina da presa sa essere libero e inventivo come pochi altri, così tanto che gli riesce, o meglio riusciva difficile trattenersi, invadendo i suoi film con le mille capacità.
Ma proprio nella prova più difficile Guadagnino mostra l’equilibrio mai avuto: si trova a gestire la storia della famiglia Recchi, dinastia industriale di una Milano bene che è ormai lontana nella memoria (offuscata da quella “da bere” e degli yuppies, da quella berlusconiana, e da quella attuale, in declino), un groviglio di sentimenti, pulsioni e frustrazioni difficile da sciogliere. Una storia, a dir la verità, difficile da digerire. Ma Guadagnino la rende tragicamente nobile e umana, dalla ribellione sensuale della Swinton col cuoco Gabriellini alla lotta intestina tra gli eredi del patriarca (un Gabriele Ferzetti che nelle poche pose che ha dà zampate da campione) tra cui un Pippo Delbono, uomo senza qualità cinico e nichilista, che dà una prova straordinaria (e Flavio Parenti non gli è da meno). Per non parlare della presenza femminile, da Alba Rohrwacher a Diane Fleri, che riempiono il quadro con la loro diversità, l’inadeguatezza orgogliosa che sfoggiano. Guadagnino di Visconti ha il tratto estetico, una passione trattenuta, un’eleganza cupa, ma sa essere più perfido con la società benestante e benpensante.
Da Liberazione, 19 marzo 2010

Una tragedia familiare, una storia di relazioni e di affetti, un racconto borghese di amori intrecciati. Tutto ciò è Io sono l’amore di Luca Guadagnino; eppure tali definizioni ci sembrano riduttive per descrivere questa pellicola. Mettendo da parte ogni prevenzione nei confronti di un regista che indubbiamente ha deluso e non poco con la sua precedente opera, Melissa P., è doveroso andare oltre semplici e schematici giudizi. Io sono l’amore infatti meriterebbe un ulteriore visione per essere compreso ed apprezzato fino in fondo. E’ un film sì imperfetto e forse troppo lungo, ma risulta indubbiamente complesso, sia dal punto di vista della costruzione visiva sia nella sua natura semantica.
Sin dai titoli di testa si presenta come un’opera dal respiro classico, come un dramma di altri tempi. Nel paesaggio invernale di una Milano innevata ci viene mostrata una famiglia borghese nell’intimità delle mura della sua splendida villa: una vita di lusso e di ricchezza che, dietro un’obbligata facciata di felicità ed unione affettiva, cela problematiche, rancori, insicurezza, confusione. Il nucleo familiare descritto dal regista, con i suoi sentimenti contenuti e le sue abitudini di convenzione, rispecchia su di sé il clima freddo che domina sul capoluogo lombardo. Questa corrispettività tra ambientazione e psicologie dei personaggi (raggiunta anche grazie all’ottima fotografia di Yorick Le Saux) è una cifra presente in tutta la pellicola. La casa, infatti, con la sua architettura perfetta ma priva di ogni tipo di calore ospitale rimane per tutta la narrazione il luogo del non detto, delle verità nascoste, degli affetti finiti. Essa rappresenta un microcosmo di dolore, uno spazio vitale in cui le relazioni si perdono, in cui i componenti della famiglia Recchi si inseguono senza mai veramente incontrarsi. La vera vita dei personaggi è al di fuori di essa, in campagne assolate, in prati verdi, nelle strade della città. Solo superate le mura domestiche, infatti, essi riescono ad essere se stessi, a mostrare la loro verità interiore, a provare realmente una forte sensazione di felicità.
Questa corrispondenza tra colore e clima dell’ambientazione ed interiorità dei personaggi è solo uno degli elementi che ci permette di considerare Io sono l’amore un film che va oltre la semplice narrazione visiva di una tragedia familiare. Guadagnino realizza un’opera di atmosfere, di chiaroscuri emozionali. Si tratta di un film che fonde al suo interno la tragedia classica, il Kammerspiel, un certo cinema di una volta (dall’espressionismo al realismo poetico).
Sia ben chiaro, però: con ciò non vogliamo esaltare eccessivamente questo lavoro. Con queste considerazioni vogliamo semplicemente scavare nel profondo di quest’opera, cercarne concretamente un significato artistico ed anche – vorremmo dire soprattutto – rispondere ai fischi in sala alla fine della proiezione alla Mostra di Venezia.
E’ inutile fermarsi a questi affrettati ed inutili giudizi sul film. Senza dubbio l’opera presenta alcuni evidenti aspetti non pienamente riusciti – dall’eccessiva durata ad alcune sequenze veramente vuote ed inespressive – ma nel complesso è un film difficile e complesso che sale pian piano nello stomaco e nella mente. Luca Guadagnino, pur perdendosi in alcuni evitabili esercizi di stile in cui tenta, esagerando, di dimostrare le sue doti registiche, ci lascia uno stile avvolgente ed elegante, dialogando sontuosamente con le architetture della scenografia, ed una storia di forti sentimenti strozzati. In più, non possono passare inosservate le interpretazioni degli attori: Tilda Swinton, con un italiano impeccabile, tratteggia il suo ruolo di madre dolorosa e di madre adultera; Edoardo Gabbriellini brilla per naturalezza ed espressività; Alba Rohrwacher, nel suo timido silenzio, regala una performance quanto mai intensa.
Ognuno è libero di fischiare e di urlare ciò che vuole, ma noi in Io sono l’amore abbiamo ritrovato il coraggio del cinema italiano, il desiderio di esprimere un’arte personale, la volontà di portare il nostro cinema fuori dai soliti confini. Sicuramente manca ancora un pizzico di maturità ma, ne siamo certi, essa arriverà col tempo.
Antonio Spera, da “close-up.it”

Gruppo di famiglia in un interno
La famiglia Recchi è esponente riconosciuta della borghesia ricca e benestante di una Milano senza tempo. L’azienda di famiglia passa di padre in figlio, la ricchezza dovrà essere conservata a tutti i costi e le mura domestiche conterranno ogni possibile scandalo o evento extra-ordinario.
Emma (Tilda Swinton), oppressa dal perfetto scorrere di una vita già scritta, comincia a sentire la disgregazione dall’interno della sua famiglia e si abbandona alla pulsione verso la fuga dall’ordinario alto-borghese che la rinchiude tra i Recchi…

“Le abitudini si possono cambiare”
Le tragedie si piangono allo stesso modo, senza differenza alcuna se le lacrime verranno assorbite dal cotone più grezzo o dal cashmere più fine.
Il titolo è tratto dallo splendido crescendo emozionale del film Philadelphia di Jonathan Demme (che compare per pochi secondi in sottofondo a una scena del film), o meglio dall’opera di Umberto Giordano Andrea Chénier. Non a caso si fa notare la scelta di un titolo così particolare per una storia che suggerirebbe tutt’altri sentimenti e conclusioni quasi opposte: avrebbe potuto, infatti, chiamarsi in numerosi altri modi più ordinari senza suscitare scalpore, ma il titolo finisce per puntualizzare il legame stretto del film con l’arte.
Si respira in tutto l’arco del film di Guadagnino (finalmente sganciato dall’orribile gabbia creata dal precedente lavoro, Melissa P) una certa tensione verso tutto ciò che possa essere considerato “arte”. Si parte dall’architettura: una Milano insolita, ma non inedita, forse poco considerata e certamente perduta agli occhi di molti cineasti che hanno provato a raccontarla senza la stessa efficacia di Guadagnino. Scorci senza tempo, scovati quasi senza un ordine preciso, pochi tratti visivi per accompagnare i titoli di testa (ricorda l’incipit de La notte antonioniana, con la discesa verticale della Torre Velasca) che riescono a rendere affascinante Milano, spesso associata al lavoro e al grigio del cielo che la sovrasta, ma capace di riservare piacevoli sorprese nelle facciate dei palazzi antichi e nei cortili nascosti delle ville. Poi si passa alla musica, con la fusione perfetta tra le azioni dei personaggi e i crescendo classicheggianti di John Adams: ogni situazione, ogni reazione, è perfettamente contrappuntata dall’accompagnamento musicale (che sia la discesa irruenta di una scalinata o il susseguirsi lento delle portate a una cena di famiglia). Dal punto di vista gastronomico, i piatti creati da Antonio (Edoardo Gabbriellini) sono delle vere e proprie opere d’arte, per cui è stata necessaria la consulenza di un artigiano della cucina milanese come Carlo Cracco. Infine, è nel personaggio di Elisabetta (Alba Rohrwacher) che si manifesta tutta la propensione verso una vena artistica, prima nella pittura poi nella sterzata verso la fotografia, quasi fosse un tratto identificativo necessario per chi faccia parte di una certa società altolocata.
Dalle primissime scene si nota una composizione curata del quadro,consona con gli ambienti in cui è girato (soprattutto nella casa dei Recchi, una delle vecchie ville della ricca Milano aristocratica). La dimensione familiare è subito connotata di un’esasperata formalità, che emerge chiaramente da rituali sfarzosi come le cene o i pranzi: una gabbia oppressiva e frustrante delle libertà, in cui le personalità più spiccatamente artistiche come Elisabetta o Edoardo (o popolari per origini come Emma) finiscono per essere subordinate alla logica della produttività o della facciata da preservare a tutti i costi.
Punto di forza indiscusso del film è l’interpretazione immensa di Tilda Swinton: ogni espressione premette di capire con largo anticipo ciò che avverrà. I figli crescono, la casa si svuota e il suo girovagare lento in tutto quest’ordine inutile ed eccessivo esprime perfettamente il senso di oppressione e la volontà di trovare un’evasione, in qualunque forma si presenti, per poter finalmente dare senso alla sua rivoluzione d’amore. La bravura di Guadagnino sta anche nell’essere secco e spietato con i propri personaggi, seguendo il filo dell’emotività che non si può contenere entro regimi di formalità eccessiva e che prorompe nella necessità di una fuga liberatoria (per Elisabetta sarà il viaggio a Londra e la scoperta di un’omosessualità inattesa quanto sconveniente; per Emma la storia d’amore e passione travolgente con Antonio).
Al di là della scarsa identificazione possibile per il pubblico – l’antipatia istintiva dello spettatore per i Recchi sarà immediata, già dalla prima scena della cena di famiglia, e funzionale per isolare il personaggio di Emma (Tilda Swinton) e creare con esso un legame empatico – e della reale riuscita di questo titolo, l’idea di fondo di Guadagnino di riportare in auge un certo cinema “italiano” è lodevole e da incoraggiare: se affrontata nei termini giusti e senza eccessiva riverenza, la produzione dei grandi registi, da Visconti ad Antonioni a Fellini, può essere avvicinata e replicata in chiave moderna. Certamente Io sono l’amore ha i suoi difetti di realizzazione e di ideazione, dimostra ancora di avere troppa soggezione e paga dazio, ma può essere considerato un buon punto di partenza per lavorare in questo senso.
Davide Beretta, da “spaziofilm.it”

Luca Guadagnino dimostra con quest’ultima sua fatica da festival (Venezia, Toronto e Sundance, fra gli altri) che—per quanto lo riguarda, così come è più in generale—le vaghezze dello stile, le linee tematico-autoriali e la riuscita di un film vivono di intrecci alquanto delicati e non banalizzabili. Il nato palermitano, classe ’71, si era reso tristemente celebre per l’operazione Melissa P., in breve il racconto dello smarrimento di una adolescente borghese in un mondo sordo; ora racconta, sempre riassumendo (in questo caso, molto), quello che potrebbe definirsi come lo smarrimento di una signora borghese in un mondo ipoacustico. C’è abbastanza per vederci l’opera di un autore, e andando oltre un autore non blandamente (o, se preferite, pessimamente) tematico bensì propriamente cinematografico. Ma quella che lì era una sensibilità filtrata entro un involgarito prodotto alimentare del nostro cinema (una roba accomunabile all’Un gioco da ragazze di Matteo Rovere, per citare un esempio invero assai più truce) qui trova gli squarci di un vero discorso «poetico».
In una Milano sensualmente ossessiva (la fotografia è di Yorick Le Saux, fido collaboratore di François Ozon), scolpita dalle distanti viste aeree di una patibolare nevicata invernale fino alle spaccature di un’olezzante schiusura primaverile, si consuma un ridetto (sin dalla locandina) quadretto di famiglia altolocata, in inesorabile via di lento disfacimento. L’intreccio prevede un antefatto, alla cena per il compleanno del patriarca della famiglia Recchi (Gabriele Ferzetti), nel quale si stabilisce un’immediata aria di assedio nella dimora-fortezza di questi eleganti industriali nostrani. Nonno Recchi sta per cedere lo scettro del potere aziendale; frattanto la nipote prediletta Elisabetta (Alba Rohrwacher), in procinto di abbandonare la pittura per la fotografia con gran disappunto del nonno, vive un’imbarazzata relazione con un rampollo molto ben visto e praticamente già inscritto nella parentela; il fratello maggiore Edoardo (Flavio Parenti), di contro, si è messo con una bella discendente del lato povero di un altro casato (Diane Fleri). Recchi senior ed il suo erede diretto Tancredi (Pippo Delbono) sono palesemente indifferenti ai destini dei propri sottomessi—figli, nipoti e mogli—e sono preoccupati semmai puramente del futuro dinastico.
Dopo questa attenta introduzione il film salta a qualche mese più tardi, iniziando a seguire le diverse peregrinazioni verso lo sfascio della casa. Elisabetta fugge a studiare a Londra, dove scopre la propria omosessualità; Edoardo prende le redini dell’azienda assieme al padre, fino a quando gli attriti fra loro per la sorte dell’impresa ed il presunto onore del nome non verranno a galla. Soprattutto, emerge la soggettività della signora Recchi, Emma (Tilda Swinton), russa strappata al suo passato da Tancredi: mentre la figlia è lontana e figlio e marito si affrontano a pugni di nervi, lei conosce Antonio (Edoardo Gabbriellini), amico cui Edoardo vuol finanziare un ristorante in Liguria. Inizia la passionale, liberatoria relazione di questa quarantenne dimenticata con un rustico giovanotto, fino alle sue improvvide conseguenze.
Come sarà evidente, né il soggetto né la sceneggiatura ci riservano elementi nuovi. Cionondimeno, Guadagnino imprime un forte carattere sensoriale a tutta la vicenda, ammantando di vorace mutismo (riempito a sua volta dal suggestivo score di John Adams), distorti angoli di visione e febbrili dettagli i misteri non così nascosti nelle pieghe di un racconto irregolare ed in sé volutamente poco raccordato. Quel che suol dirsi, in connotazione più positiva, un racconto «ellittico». Da qui si fanno discendere le critiche alla pellicola, che viene da taluni vista alla stregua del pretenzioso «piscio finto-autoriale fuori dal vaso». Eppure queste sono accuse che banalizzano bellamente: a me sembra al contrario che con questa sua prova Guadagnino abbia raggiunto e modulato un acuto equilibrio, che si sostiene per tutte le due ore di durata, autosufficiente oltre i possibili pericoli di caduta nel ridicolo e nel cliché. Fra Pasolini ed Hitchcock, ci rivedo senza difficoltà (fatte salve, sempre, le dovute ed importanti differenze) il recente Racconto di Natale di Arnaud Desplechin o lo stupendo Birth di Jonathan Glazer (basterebbe quella stupenda neve iniziale, ecco).
Alberto Di Felice, da “cine-zone.com”

La storia – Affresco di una famiglia dell’alta borghesia milanese, i Recchi, che a contatto con il cuoco di umili origini Antonio vedrà risvegliarsi le passioni, rimescolarsi i rapporti e incrinarsi la quotidiana ipocrisia.
La neve, il freddo, il gelo. Si apre così Io sono l’amore: con visioni dall’alto e di sghembo di una Milano innevata come non la si era mai vista sugli schermi, immersa in una luce raggelata e malinconica che si riverbera monocroma dal bianco ingrigito della neve per le strade al grigio più cupo delle facciate dei palazzi e dei tetti delle case. Tutto il film, anche quando cambia spazi, luci e luoghi, si porta addosso il gelo e il grigio del suo incipit, quasi a sottolineare l’operazione di raffreddamento che Luca Guadagnino e i suoi collaboratori operano sul corpo incandescente del genere più eccessivo della storia del cinema, il mélo.
Io sono l’amore sembra infatti una storia alla Visconti – un po’ Gruppo di famiglia in un interno, un po’ Vaghe stelle dell’Orsa…, un po’ La caduta degli dei (Götterdämmerung) – girata con la freddezza e il distacco di Antonioni: quanto più l’intreccio si fa caldo, e offre spunti e possibilità melodrammatiche, tanto più la regia frena, congela, distanzia. E ciò è tanto più interessante quanto più Io sono l’amore è – di fatto – un film sulla borghesia milanese. Non sulla nuova borghesia di arricchiti e parvenus, spesso volgari e inconsapevoli di sé fino al grottesco involontario, ma su quel ceto dirigente che ha fatto della concretezza il suo segno distintivo, anche se poi ha sempre faticato a trasformare il proprio primato economico in ef-fettiva capacità di governo della società. Anche i Recchi, la dinasty al centro dell’opera, celebrano i loro riti sociali e familiari chiusi nel silenzio ovattato di una delle più belle ville storiche di Milano, fra arredi di protodesign firmati dall’architetto Portaluppi, pavimenti in legno pregiato e discorsi pronunciati quasi sempre a bassa voce. È la discrezione, feticcio storico dei riti di autorappresentazione della borghesia ambrosiana, a dominare anche la messinscena di Guadagnino. Ma è un feticcio destinato a implodere quando la famiglia protagonista si trova a dover fare i conti con uno dei grandi nodi storici della contemporaneità: l’incontro/confronto con l’altro. Come in Teorema di Pasolini, anche in Io sono l’amore è l’arrivo di un personaggio che viene da fuori (da un’altra classe, un’altra cultura, un diverso sistema di valori…) a incrinare radicalmente il sistema di rapporti e di relazioni su cui la famiglia ha edificato il proprio status, e a rompere il velo dell’ipocrisia condivisa.
È un film pretenzioso, hanno detto in molti. Sarà. Ma il nostro cinema pecca in genere del difetto opposto: ha poche ambizioni, vola basso, non osa, si accontenta di poco. Guadagnino, invece, punta in alto. Finalmente, verrebbe da dire. Anche perché con attori come Tilda Swinton e Pippo Delbono un regista può permettersi arditezze che in molti altri casi sarebbero energicamente da sconsigliare. E anche se la sceneggiatura qualche volta sembra come intimorita dal milieu in cui si va a intrufolare, è poi la componente più strettamente visuale a fare dell’opera uno dei prodotti italiani più interessanti della stagione: una sorta di “fascino discreto della borghesia” realizzato con un occhio da designer prima ancora che con un respiro da narratore.
Gianni Canova, da “duellanti.com”

Rispettabile tentativo. Non sono molti i registi che cercano di fare cinema mentre mettono in atto sceneggiature. Parole grosse? No, se non le si prende per un giudizio di valore. Parliamo piuttosto di metodo. Guadagnino (i suoi film circolano per lo più per i festival, The Protagonists, Mundo civilizado, Cuoco contadino, Melissa P.) ha l’aria di aver voluto scalare fino in cima la propria piramide artistica offrendo al pubblico una lampante prova di stile. Prova sconfinante a tratti nell’esercitazione formale, ma complessivamente non povera di senso. Cioè della consapevolezza, sia pur esibita, del valore della ripresa e del montaggio nella traduzione del racconto in immagini cinematografiche. Attratti dalla non usuale puntualità visiva della rappresentazione anche degli ambienti, alcuni hanno pensato a Visconti. Invece, sull’eleganza e l’attrattiva iconologica e plastica prevale decisamente quella sorta di apparente distacco e di accanita “obbiettività” che definiscono il metodo di Antonioni, nel suo “livellamento ontologico” della realtà plastica. Per cui, a dirne una, il sentimento non proprio di simpatia verso una famiglia della borghesia industriale milanese risalente al compromesso col fascismo, è connotato attraverso l’interesse paritario della cinepresa per i volti, le rare parole, i movimenti freddi e discreti, le decisioni gentili e feroci e per gli oggetti e i panorami della vita. A delimitare la storia bastano poche battute. Edoardo/Parenti, figlio di Tancredi/Delbono, designato alla successione del vecchio patriarca (Ferzetti) alla guida dell’azienda, dice alla sorella Betta/Rohrwacher, lesbica ed estranea al sistema famigliare: «Betta, è finita. Vendiamo tutto». E Betta quasi sorridento: «Diventeremo sempre più ricchi». Quindi la madre Emma/Swinton nel “tragico” e lungo finale: «Io amo Antonio». Antonio/Gabbriellini è il giovane cuoco toscano, altro “estraneo”, il quale si esprime attraverso i piatti che Edoardo crede realizzati per segreto trasporto maschile e che invece colpiscono la sensualità di Emma. Chiude Tancredi, il quale reagisce così alla confessione della moglie: «Tu non esisti». Battute che fanno ridere? Prese in sé, forse. Ma dentro al metodo di cui sopra hanno più o meno il ruolo di quelle di un Tonino Guerra nei film di Antonioni. Valore paritario con gli oggetti dalla ripresa. Ovviamente la differenza con l’autore de L’eclisse e de La notte c’è e si vede, ma è da misurare piuttosto nella consistenza di valore, nella tendenza di Guadagnino ad insistere, ad esagerare, sicché la stessa costruzione della metafora (”sesso e natura”, per esempio) finisce per prevalere sulla propria valenza estetica. E perfino le parti che più attingono ad una dimensione sentimentale/erotica (il nascere e l’esplodere dell’attrazione “trasgressiva” Emma-Antonio) risultano più contaminate che determinate dalla ricerca formale.
Franco Pecori, da “critamorcinema.it”

Ottimo il risultato al box office del film anche se è stato distribuiito solo in pochissime sale per cui non è possibile valutare le sue vere potenzialità.

Siamo a Milano, il film è stato girato in una sola estate, ma è ambientato in due diverse stagioni, l’inverno e l’estate. La vicenda narrata si svolge nel cuore dell’alta borghesia, in via Mozart dove è situata villa Necchi Campiglio. Costruita tra il 1932 e il 1935 dall’architetto Piero Portaluppi e aggiornata dall’architetto Tomaso Buzzi, la villa è stata donata al Fai nel 2001 e ora è diventata una casa-museo, aperta dai primi di maggio 2010 ai milanesi.

Proprietari della villa nel film sono Emma e Tancredi Recchi che vi vivono con i loro tre figli, Edoardo, Elisabetta e Gianluca, i vari fidanzati, i nonni… Qui tra grandi vetrate ed eleganti salotti vi sarà il passaggio di consegne e saranno evidenziate le nuove strategie dell’impresa di famiglia.
Ognuno dei membri della famiglia gioca il suo ruolo e tutto è ben definito nei limiti e nelle caratteristiche che lo fissano e indicano una funzione ben precisa nelle dinamiche interne. Tutti perfettamente coscienti delle loro appartenenze e del ceto di cui sono espressione. Unica eccezione è Emma: russa, scelta dal ricco e importante marito unicamente per la sua bellezza e non per la classe sociale, la ricchezza o la cultura. Oggi ha quasi cinquant’anni e la consapevolezza di essere chiusa in una gabbia dorata, circondata da falsità.

C’è solo un personaggio che è totalmente fuori dal coro: è il giovane cuoco Antonio che esprime la sua creatività con piatti originali e inconsueti che non possono trovare spazio nella trattoria di famiglia.
Inevitabile che tra queste due figure, così poco funzionali al ruolo che è stato loro assegnato, sorga qualcosa di estremo e di inscindibile che possa dar loro la forza di spezzare i legami precedenti, pur pagando un prezzo altissimo.
Emma si innamora di Antonio, ma questa passione è impresentabile: la famiglia, la sua classe sociale, l’intero mondo che la circonda non potrà mai accettare questo amore.

Ma ciò che può redimere ogni cosa è semplicemente l’amore.

Il film nasce dall’intesa tra regista e protagonista, un lavoro durato sette anni, così come dichiara la Swinton stessa, che porta avanti la visione del mondo dei due: la possibilità di metamorfosi che ogni individuo ha; la gabbia in cui, consapevolmente o no, molti sono rinchiusi; il bisogno di radicalità, cioè di capacità di condurre fino alle estreme conseguenze le proprie scelte…
Nel film il nonno deve passare le consegne dell’impresa a un membro giovane della famiglia. La scelta cadrà su chi, secondo lui, ha il suo “stesso sguardo”, ma la capacità, la forza è altrove, è nella nipote femmina, Elisabetta, che, proprio in quanto donna, non è neppure presa in considerazione. Ma sarà quella ragazza e il suo spirito libero e ribelle ad aprire gli occhi alla madre e a darle coscienza della sua condizione di “reclusa”.
Nel film c’è anche il ritratto della trasformaziona della borghesia milanese: se nella generazione precedente (quella del nonno interpretato da un elegante Gabriele Ferzetti) c’era un’etica, una dirittura morale (non a caso si parlava di borghesia illuminata…), la generazione di Tancredi è diventata avida e senza scrupoli. Dice Pippo Delbono: Sono rimaste solo le contrapposizioni estreme: ricchi-poveri, sfruttati-sfruttatori, sommersi-salvati. In questo film l’amore si pone come forza rivoluzionaria.
Grazia Casagrande, da “wuz.it”

Ha trovato la sua libertà espressiva, prima compressa in un film dalle troppe (produttive) premesse e aspettative, il regista palermitano Luca Guadagnino. Non era riuscito a volare alto, rimanendo a “terra”, con il precedente Melissa P., dallo scandaloso, e per questo molto pericoloso per cadute polverose, “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”. Ma ritrovata la sua musa ispiratrice Tilda Swinton, e con un titolo tanto ambizioso come Io sono l’amore, riesce a dare corpo alla sua ambizione.
Prima con The Protagonists (1999) e poi nel biografico Tilda Swinton – The Love Factory (2002) era iniziato questo connubio artistico con l’eccellente aliena attrice londinese, memorabile ancora oggi per la sua interpretazione androgina in Orlando (1992). E riunendo altri frammenti disseminati sul suo cammino artistico, come nel Cuoco Contadino (2004), compie la sua prova più riuscita e sorprendente di fare cinema. Perché questo è Io sono l’amore: un atto estremo e dichiarato di passione a quest’arte che si avverte in ogni istante che compone questo viaggio estetico di 120 minuti. Guardando da lontano Teorema di Pasolini, l’eleganza di Visconti e il naturalismo straniato di Fassbinder, Guadagnino entra nell’esattezza senza scalpiti vitali di una famiglia dell’alta borghesia lombarda, i Recchi. Entra nell’empireo/limbo della loro esistenza, senza smagliature: nella possanza rigorosa di Pippo Delbono, il testamento industriale che lascia il patriarca Gabriele Ferzetti, la compostezza di Alba Rohrwacher, Flavio Parenti, figli educati a soddisfare aspettative di padri. Tilda Swinton, moglie e madre elegante e da cerimoniale. Ma proprio lei sarà colei che porterà il trauma, frattura in questa esattezza. Riscoprendo la propria natura primordiale, il suo essere d’amore, grazie al plebeo Edoardo Gabbriellini, che sarà l’amore. Cuoco, quindi capace nell’arte che risolleva sensi e sapori immediati, già porta scompiglio nella famiglia Recchi conducendo il figlio rampollo verso nuovi lidi d’investimento, un ristorante sulla riviera ligure. Proprio qui la Swinton, immersa nella sua natura, riscoprirà con lui la vita. A poco a poco questo scardinamento nell’ordine imposto delle cose darà la forza di dichiarare la verità per lei e i suoi figli: per la Rohrwacher l’essere lesbica, per Parenti la sua gelosia per la madre, che si concluderà in modo tragico. Ma non è della trama che Io sono l’amore si preoccupa troppo, ma della sua funzionalità per immergerci in carrellate di ripresa dal respiro eterno, stacchi e inquadrature che dissezionano il corpo della Swinton, e con lei Gabbriellini, nell’atto d’amore. La natura che invade prepotente lo schermo, con i suo colori, è elencata dalle musiche ossessive e trascinanti del maestro John Adams, cariche di fiati e archi che entrano dentro, accompagnando inoltre fughe e corse nei (dai) labirinti borghesi. Iniziando in un interno (la sala da pranzo Recchi) per esplodere all’esterno, nella natura, Guadagnino realizza un film sprovincializzato ed “europeo”, capace di varcare i confini italiani, reclamando quell’attenzione che ha già ottenuto in questi mesi che l’hanno separato dalla presentazione nella sezione Orizzonti dello scorso Festival di Venezia alla sua imminente uscita il 19 marzo, ritardo forse motivato dal suo essere un film tutt’altro che commerciale. Ma sarebbe un bene per il cinema se qualcuno (molti) ascoltasse la sua eco d’amore per esso andando in sala.
Giacomo D’Alelio, da “zabriskiepoint.net”

Il nuovo film di Luca Guadagnino è sicuramente ambizioso e personalissimo, se preferite anche pretestuoso. Si tratta di un melodramma sull’alta borghesia lombarda, ispirato, interpretato e coprodotto dalla sempre brava ed elegante Tilda Swinton. Ma i suoi riferimenti sono alti, forse troppo, anzi, i più alti del nostro cinema e quindi, impossibile reggere il minimo confronto: dal Luchino Visconti di Gruppo di famiglia in un interno (e non solo) al Pier Paolo Pasolini di Teorema. Però, Io sono l’amore si rivela soprattutto un importante, a tratti suggestivo ed affascinante, esercizio di stile che eccelle soprattutto nel primo tempo, quando descrive atmosfere ed ambienti in cui si muove la famiglia protagonista, i Recchi, tra specchi e fiori, cene e gioielli, soldi e freddezza.

Una Milano innevata e grigia, appunto, per descrivere la gelida decadenza di una dinastia industriale. Peccato che quando la vicenda si trasforma in un mélo vero e proprio – dopo l’appassionato, trasgressivo e accecante intervallo ligure – scivoli pian pianissimo nel dejà vu, fra ingenuità e convenzione, fra quadro classico ed affresco moderno, per concludersi con un finale tanto imprevedibile quanto assurdo.
Emma (Tilda Swinton) e Tancredi (Pippo Delbono), i loro figli Elisabetta (Alba Rohrwacher in versione lesbica), Edoardo (Flavio Parenti), Gianluca (Mattia Zàccaro), i compagni e promessi sposi, i nonni Edoardo Sr. ed Allegra (Gabriele Ferzetti e Marisa Berenson), la genealogia e le future generazioni celebrano, tra stanze e corridoi, giardini coperti di neve e le grandi cucine della sobria Villa Recchi, passaggi di consegne, avvicendamenti alla guida dell’impresa, strategie familiari e consolidamenti. Potenziamenti progressivi di ruoli sempre più raggelati dalla consapevolezza della classe di appartenenza, la grande borghesia industriale milanese.

Estraneo a quel mondo Antonio (Edoardo Gabbriellini), giovane cuoco poco avvezzo al compromesso, condensa emozioni in piatti che non hanno diritto di cittadinanza nella trattoria di famiglia.
Antonio, amico per caso del primogenito Edoardo, ed Emma, due creature inorganiche agli universi in cui gravitano. La trasgressiva, irrefrenabile, passione che li porta in rotta di collisione. Spezzando i legami e mettendo entrambi in diretto contatto con la natura, da cui Antonio trae vita per le sue creazioni, e da cui Emma, invece, ha preso le distanze costruendo una nuova identità (dalla gabbia sovietica di Mosca a quella dorata della ricca famiglia milanese). Ma il prezzo da pagare (la libertà) sarà altissimo e la sola possibilità di redenzione: (ancora e sempre) l’amore.

Da una storia dello stesso Guadagnino, sceneggiata con Barbara Alberti, Ivan Cotroneo e Walter Fasano, un dramma da amare o da odiare incondizionatamente – passato nei festival internazionali di Venezia (Orizzonti), Berlino (Kulinarisches Kino), Toronto e Sundance (selezioni ufficiali) – che ha diviso la critica,soprattutto quella italiana, ma che è stato invece particolarmente apprezzato da quella americana.
Certo l’ambientazione, quasi fiabesca, è impeccabile, incorniciata com’è dalla fotografia di Yorick Le Saux, dalle scenografie di Francesca Di Mottola, dai costumi di Antonella Cannarozzi e dagli abiti creati da Jil Sander Fendi. Inoltre, il cast è perfetto, e comprende anche un’intensa Maria Paiato (la governante Ida Marangon), oltre a Diane Fleri (Eva Ugolini, fidanzata del primogenito) e Waris Ahluwalia (Mr. Kubelkian).

Nelle sale dal 19 marzo distribuito da Mikado questo weekend in sole tre città (Roma tre copie, Milano due copie, Torino una copia), mentre la prossima settimana in tutta Italia in 42 copie.

Hanno scritto del film:
* “Una delizia intrigante interpretata magnificamente” (Fionnulla Halligan – Screen International)
* “Un’opera folgorante” (Jay Weissberg – Variety)
* “Un film avvincente, da vedere” (Natasha Senjanovic – Hollywood Reporter).
José De Arcangelo, da “cinespettacolo.it”

Ambientato in una Milano spettrale che sembra quasi uscire fuori da qualche cartolina del ventennio fascista (le scritte in sovrimpressione ricordano molto da vicino quello stile), il nuovo film di Luca Guadagnino scende fin nelle viscere di una famiglia alto borghese dei nostri giorni. E se l’atmosfera “gelida”, molto ben disegnata, riesce a delineare un “prima” da cui scaturirà un “poi” completamente opposto in cui sarà una natura presumibilmente calda a comandare, è pur vero che Io Sono L’Amore è un film in cui la forza più grande viene dagli attori coinvolti.

A metà tra sensibilità pittorica e “sensazione” teatrale, il palcoscenico su cui gli attori recitano gli permette di dar vita a personaggi dolorosi ma veri. A partire dalla splendida Tilda Swinton (già musa ispiratrice dell’immenso Derek Jarman) fino ad arrivare a Pippo Delbono (prestato al Cinema per un interpretazione straniata e straniante), tutti concorrono a creare un affresco perlomeno affascinante.

Non è un film facile, Io Sono L’Amore, fatto spesso di momenti in cui i tempi “morti” diventano l’unico tempo possibile per poi esplodere in moti di passione lontani da tutto ciò che c’era prima. Sottolineato dalla colonna sonora di John Adams, maestro del minimalismo, il racconto va avanti lentamente, spezzato da momenti improvvisi in cui succede qualcosa che fa alzare la lancetta ai limiti massimi del dolore o della gioia, riuscendo così a comprendere un universo intero.

Se proprio un appunto si vuole fare, è che spesso tutto sembra molto più cerebrale che passionale ma, nell’economia della storia, forse tutto questo era previsto a priori. Nel tratteggio di una famiglia che cerca di uscire, volontariamente o involontariamente, da schemi “vecchi” e chiusi su sé stessi, è quasi ovvio che prevalga un senso di rigidità.

E quindi, tra sentori di cultura mitteleuropea e parvenze da Cinema politico intimista (Luchino Visconti e il suo Gruppo di Famiglia in un Interno), Luca Guadagnino è stato capace di creare un film che, malgrado alcune asperità, risulta sicuramente interessante e unico nel suo genere.
Renato Massaccesi, da “filmfilm.it”

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Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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