Invisibles

Invisibles è un film collettivo, composto da cinque cortometraggi che gravitano nella galassia della non fiction. Alle spalle del progetto, realizzato in occasione del ventennale della sezione spagnola di Medici Senza Frontiere, la pluripremiata e talentosa star iberica Javier Bardem (Before Night Falls, Mare dentro), già testimonial nel 2004 dell’ONG per una campagna in Etiopia, che ha coinvolto nell’impresa tre registi connazionali di punta come Isabel Coixet (La vita segreta delle parole), Fernando León de Aranoa (I lunedì al sole), Mariano Barroso (Mi hermano di alma), insieme al peruviano Javier Corcuera (La espalda del mundo), e a Wim Wenders.
Tutt’altro che celebrativo, né didascalicamente ancorato alle attività di MSF, il film è un mosaico di sguardi e approcci differenti, che concordano nell’intento di dare voce e visibilità a donne, bambini ed uomini, delle cui testimonianze il circo dei media fa volentieri a meno. Anche perché quando un problema diventa corpo vivo, quando quel corpo grida un dolore che diventa storia, allora diventa più difficile chiudere gli occhi, cambiare canale, illudersi che basta mandare un sms per cambiare le cose. Così la prima necessità è quella, esplicita, di restituire letteralmente una presenza, a questi sopravvissuti all’indifferenza del nord del mondo: ecco perché Wenders (Invisibile Crimes) gioca proprio sull’invisibilità come elemento di raccordo, filmando con la sua videocamera alcune delle migliaia di donne che in Congo continuano a subire abusi sessuali da parte delle forze militari in campo, corpi che, letteralmente, dissolvono alla vista dello spettatore, ma anche quelle che, coordinate da un’ONG, si prendono cura delle vittime, spesso abbandonate dai mariti a loro stesse.
Buenas noche, ouma ci porta invece nel nord dell’Uganda, a seguire le storie dei bambini Acholi, travolti da una ventennale guerra civile che continua a segnare la loro vita, costringendo gli uni a uccidere, reclutati a forza dai ribelli dell’LRA, e gli altri a fare ogni notte diversi chilometri pur di trovare rifugio in uno dei centri d’accoglienza (come il Noe’s Arch), che danno loro protezione dai rastrellamenti. Più classico nell’approccio, il documentario di de Aranoa compone un caleidoscopio complesso di voci e punti di vista, immergendoci nella realtà di un conflitto che ha inquinato per sempre l’immaginario e la percezione di questi bambini, vittime e carnefici insieme di un gioco atroce, che li porta prima a compiere atti feroci per conquistare la fiducia dei rapitori e poi a riviverli sotto forma di incubo, anche quando possono vivere nell’ambiente protetto di un centro di riabilitazione.
Unico film giocato sul crinale della docufiction, Los sueños de Blanca di Barroso vive di una dialettica che in prima battuta appare delineata in modo fin troppo didascalico, da film di denuncia diretta alla Med Hondo. Due attivisti di un’ ONG vanno a chiedere conto del suo operato al dirigente di una casa farmaceutica, interessato a sfruttare l’unica sostanza in grado di intervenire sulla malattia del sonno (l’efloritina) esclusivamente per le proprietà spendibili in chiave cosmetica (come componente di creme depilatorie): le loro immagini scorrono in un bianco e nero a forti contrasti, intervallate a scorci di vita di villaggio, tra uomini e donne che d’improvvisano crollano al suolo per gli effetti di una crisi del male che li rode. Ma questo va e vieni produce un’onda più complessa di vibrazioni che, oltre a colpire l’emozione ed ampliare la comprensione, contamina, letteralmente, i due spazi apparentemente incomunicabili, creando un corto circuito che interpella. Anche qui, la pressione dell’opinione pubblica sta costringendo le multinazionali a riprendere le ricerche sulle terapie, ma il lavoro da fare è ancora lungo.
Dall’Africa all’America Latina, attraversata dai due sguardi di Coixet e Corcuera, usciamo dalla sala portando con noi gli sguardi e le voci di un’umanità che soffre e lotta per un riscatto ancora lontano ma possibile. L’iniziativa di MSF dimostra una volta di più l’utilità di colpire il nemico con le sue stesse armi, di rovesciare l’obiettivo della cinepresa, recuperando nel rettangolo dello schermo, storie vissuti speranze, diversamente condannate a rimanere fuoricampo o, ancor peggio, a trasformarsi in materia bruta di trasposizioni finzionali associabili alla prospettiva della pura e semplice exploitation, nel mai superato mito dell’Africa come inferno, luogo dove l’(anti)eroe bianco riscatta le proprie colpe presenti e passate.
Leonardo De Franceschi, “cinemafrica.org”

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