Il colore delle parole

Il colore delle parole è un documentario del regista italiano Marco Simon Puccioni, autore di documentari e fiction per diverse trasmissioni televisive e impegnato nel veicolare, attraverso il cinema, importanti messaggi per la difesa dei diritti umani. Attraverso questo lavoro il regista, in un momento socio-politico delicato e imbarazzante relativamente alle questioni dell’immigrazione clandestina, interviene a far luce sulle problematiche di adattamento degli extracomunitari nel nostro paese.
Teodoro è poeta, Martin è musicista e informatico, Justin sindacalista e Steve mediatore culturale. Sono questi i protagonisti di Il Colore delle parole. Tutti vivono e lavorano in Italia da oltre trent’anni, sono africani e non sono ancora cittadini italiani. Questo documentario esplora il loro mondo e la condizione di chi si batte per il diritto all’integrazione perché “Migrare non è un reato!”, come dice uno dei protagonisti.
Presentato anche nell’ambito della sezione Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un progetto come Il colore delle parole apre a un aspetto tanto importante quanto poco considerato: il punto di vista dello straniero sulle nostre politiche di immigrazione. La Storia italiana degli ultimi trent’anni, dall’assassinio di Aldo Moro a quello del giovane rifugiato Jerry Masslo, dalla Legge Martelli al Pacchetto Sicurezza, viene riletta attraverso la memoria storica dei quattro testimoni privilegiati protagonisti del documentario. Un’opera che ha il pregio di farci rileggere la storia di un paese, il nostro, che procede troppo lentamente nel prendere coscienza del fenomeno immigrazione.
da “binarioloco.it”

Dal Camerun all’Italia, dagli anni Settanta al nostro presente, attraverso i racconti del poeta camerunense Teodoro Ndjock Ngana e di altri tre suoi compagni emigrati negli stessi anni, passano tre decadi di storia dell’Italia e delle sue politiche d’immigrazione. Tre decenni durante i quali i quattro protagonisti hanno costruito il loro processo di integrazione nella società italiana grazie a studi accademici, lavori qualificati e tornei di calcio. Attraverso poesie, racconti, musiche e un viaggio alla riscoperta del villaggio natale, la vita di Teodoro diviene una parabola sull’integrazione e sul diritto all’emigrazione narrata a un paese che con il passare degli anni si è scoperto più intollerante.
L’immigrazione in Italia è un fenomeno relativamente recente, riguardo al quale si è sempre cercato di aggirare o procrastinare un discorso che fosse seriamente sociale, culturale e normativo. Questo diffuso atteggiamento di indifferenza lo si osserva anche al cinema, dove i film che tematizzano l’immigrazione senza riflettere una latente xenofobia o un quadretto di umanesimo peloso, sono rari e spesso quasi invisibili (Saimir, Mar Nero o Riparo dello stesso Marco Simon Puccioni sono esempi felici in questo senso). Un progetto come Il colore delle parole apre a un aspetto tanto importante quanto poco considerato: il punto di vista dello straniero sulle nostre politiche di immigrazione. Puccioni, che è regista pratico sia con il linguaggio della finzione che con quello documentario, realizza un’opera girata a bassa definizione che utilizza lo stile documentaristico più tradizionale, quello che prevede un montaggio parallelo di interviste, immagini e filmati di repertorio su cui zoomare avanti e indietro, più un breve diario di viaggio curato con sguardo da antropologo. Chi conosce i lungometraggi di Puccioni sa che se egli opta per una totale aderenza con i codici più ordinari del documentario, è perché l’urgenza di un messaggio spesso richiede una proporzionale semplicità formale. La Storia italiana degli ultimi trent’anni dell’Italia, dall’assassinio di Aldo Moro a quello del giovane rifugiato Jerry Masslo, dalla Legge Martelli al Pacchetto Sicurezza, vista attraverso la memoria storica dei quattro testimoni privilegiati, ha il pregio di farci leggere anche la storia di un paese indifferente ma benpensante, che procede a passo di gambero nel prendere coscienza del fenomeno immigrazione. Se, difatti, è vero che nessuno sa vedere un paese come chi lo osserva con occhi da straniero, allora il documentario di Marco Simon Puccioni ha il valore non comune di rappresentare un importante controcampo al clima dominante di paura e di razzismo morbido fomentato dalla maggioranza dei media italiani.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Il «reato» di migrare Storie di anime belle con la Bossi-Fini
di Roberto Silvestri Il Manifesto

I palestinesi nei territori occupati; il social forum di Firenze; le biotecnologie come «scienza da dott. Frankenstein»; i 100 anni della Cgil e Riparo, dramma lesbico e dell’immigrazione perseguitata. Se cerchi un documentario davvero «giallo» e un cineasta d’audacia transculturale, il tuo regista è Marco Simon Puccioni, romano, professore di scenografia, co-fondatore di Ring. Dopo i festival, Venezia e Terni (che ha vinto), il suo nuovo film, Il colore delle parole, è nella reggia del cinema antagonista, al Filmstudio di Roma. Stasera, dopo la proiezione delle 20.30 discuterà con il pubblico lo stesso cineasta che stavolta è entrato nella vita di quattro amici: il musicista e ingegnere congolese Martin Kongo; l’architetto e sindacalista camerunense Justin Mvondo; il poeta, scrittore, militante di origini camerunesi, e «dinamo» del film, Teodoro Ndjock Ngana, fondatore dell’associazione Kel’lam e il professore nigeriano di diritto internazionale Steve Emejuru. Vivono in Italia da oltre 30 anni e si battono, proprio come Jerry Maslo, per i diritti degli immigrati e per far conoscere quella parte delle loro culture che sarebbe indispensabile agli italiani, popolo che sta perdendo il contatto con radici e piaceri panmediterranei, ignora l’Africa, rimuove il suo orrido passato coloniale e di tutto questo si vanta pure. Per fortuna abbiamo a portata di mano molta ricchezza. Basta allungare le mani. Puccioni lo fa, raccontandoci, anche attraverso bellissimi super 8 d’epoca vita e opere di queste anime belle che arrivano a Roma, spediti dalle famiglie o dai governi per diventare classe dirigente di paesi da poco indipendenti. In Italia vivono l’amicizia, gli amori, la «rivoluzione», anche rock, e decidono di restare.
Si sposano, comprano casa, hanno figli, amici,…ma non la cittadinanza. «Migrare», ora che siamo tutti turisti, per la maggior parte degli italiani è reato. Da ammirati «studenti simbolo dei popoli in lotta» gli africani diventano «vu cumprà», clandestini e perseguitati perfino se campioni da tifosi più scemi dei nazi. Le leggi della globalizzazione cambiano in senso sempre più repressivo: dalla Martelli alla Bossi-Fini al pacchetto sicurezza è il degrado. La distanza tra la bestia (i cittadini italiani) e la bella (i lavoratori immigrati) si allarga, diminuisce quella tra Italia e razzismo. Egualitari si resta solo nel rapporto tra tasso di profitto e di sfruttamento. Ah – dice a un tratto Teodoro: se tutti gli immigrati in Italia scioperassero, questo paese si fermerebbe. Questo paese sarebbe salvo.
Da Il Manifesto, 5 marzo 2010

Teodoro Njock Ngana è discendente di una famiglia di patriarchi dell’etnia basaa del Camerun. Dalla fine degli anni ’70 vive a Roma, città in cui è attivo come scrittore, poeta e mediatore culturale.
Questo lungo periodo di tempo di permanenza nel nostro paese ha permesso a Ngana di farsi un’idea molto precisa di cosa voglia dire essere immigrati in Italia e di come questo status sia considerato a livello politico. Secondo Ngana il vero problema è che non si parla mai di immigrati in Italia. Si parla piuttosto di clandestini e di irregolari, soprattutto per ragioni puramente elettorali. Quando un immigrato vive in Italia, prosegue l’intellettuale camerunense, non può pensare al proprio paese d’origine a migliaia di chilometri di distanza come a una “casa”. Casa è il posto in cui si vive e così per molti africani il Belpaese è diventato a tutti gli effetti un posto che si può chiamare “casa”. Eppure quest’idea è ancora un’illusione se si pensa, come sottilineano gli operatori e gli esperti intervenuti in questo documentario, che nel corso degli anni le politiche migratorie degli anni hanno registrato continui passi indietro, arrivando al culmine con il cosiddetto pacchetto sicurezza.
In definitiva, questo il messaggio che passa in sottofondo, l’Italia sta diventando un paese profondamente razzista.
Il documentario di Marco Simon Puccioni raccoglie le testimonianze di quattro immigrati provenienti da varie parti dell’Africa e che si sono stabiliti a Roma negli anni ’70. Molto spesso la loro presenza nella capitale era dovuta a borse di studio elargite da multinazionali del petrolio e motivate dalla necessità di creare una classe dirigente in vista dell’attività estrattiva, in seguito però molti hanno deciso di stabilirsi nella nuova città di adozione. Non sono però messi in luce solo gli episodi di intolleranza e di disagio di fronte a un colore di pelle diverso; viene ricordato con nostalgia il periodo degli studi, in cui la casa in cui viveva Ngana con un suo amico era diventato un punto di riferimento culturale per tutta l’emigrazione africana, finalmente riunita sotto l’ombra del Campidoglio e proveniente da ogni angolo della periferia romana.
In definitiva “Il colore delle parole” di Puccioni ha il pregio di portare alla luce uno spicchio di memoria nascosto nel cuore di Roma, molto presente però nella vita quotidiana della mediazione e nella divulgazione della conoscenza e dell’accettazione di culture diverse dalla nostra.
La frase: “In Italia se giochi a calcio va tutto bene. O quasi. Perché in Italia ci vuole sempre il “quasi””.
Mauro Corso, da “filmup.leonardo.it”

Avevamo lasciato Marco Simon Puccioni a gennaio 2008 pochi giorni prima dell’uscita nelle sale del suo secondo lungometraggio Riparo (2007), presentato alla Berlinale del 2007. Il regista, per far uscire il film in Italia, ha fondato una casa di distribuzione, la Movimento Film, che a poco più di un anno di distanza distribuirà anche Il colore delle parole (2009), un documentario sul poeta, artista, narratore e mediatore culturale camerunense Teodoro Ndjock Ngana.
Ci aveva già parlato di questo progetto nel 2008, ma all’epoca i lavori erano bloccati a causa della mancanza di finanziamenti per le riprese in Italia. In questo periodo sono intervenute diverse co-produzioni che hanno permesso a Puccioni di presentare Il colore delle parole nella sezione Orizzonti dell’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Teodoro è una figura ormai storica della meno recente ondata migratoria in Italia e fa parte dei primi gruppi d’immigrati che negli anni Settanta sono arrivati in Italia per lo più con borse di studio. Teodoro si definisce un africano integro, vive in Italia da 30 anni, è difensore civico, studioso e scrittore, narratore di miti e patriarca. Martin è un musicista, anche lui arrivato negli anni Settanta a Roma, mentre Steve è avvocato e mediatore culturale. Tutti sono stati protagonisti dei primi anni d’immigrazione in Italia, tutti hanno studiato a Roma, hanno vissuto insieme, hanno messo su un gruppo musicale, Congo Tropical, e nel 1989, con l’assassinio di Jerry Maslo, rifugiato politico sudafricano, capirono insieme come stavano andando le cose in Italia.
Nel 1990 arriva la legge Martelli, poi la Turco Napoletano, nel 2002 la Bossi Fini, metre il 2009 è stato l’anno del pacchetto sicurezza: dopo anni di battaglie per il riconoscimento dei diritti, per la cittadinanza, la situazione precipita, peggiora e arriva a negare diritti minimi essenziali. In questo clima di sconcerto, abbandono e degrado la figura di Teodoro e quelle dei suoi amici appaiono quanto mai importanti per comprendere un fenomeno sconosciuto alla maggior parte del paese per quello che è stato ed è nella realtà.
Dalle lezioni di letteratura tenute negli anni Novanta nei licei da Teodoro e da altri rappresentanti della cultura dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, fino alla figlia di Teodoro, nata in Italia, che fa parte della G2, una seconda generazione che non si riconosce affatto in questa definizione. Una riflessione sul tema dell’integrazione e sull’interculturalità che Puccioni affronta in un interessante intreccio generazionale, tra padre e figlia, attraverso la mutazione della situazione politico-sociale in Italia dovuta al modificarsi delle leggi sul tema dell’immigrazione.
Il colore delle parole alterna interviste ad immagini di repertorio, all’esperienza in Africa con Teodoro, una formula stilistica classica per un documentario che ha la sua parte più interessante nella scoperta di questa prima generazione d’immigrati dei quali non si è parlato molto e che nel tempo è stata dimenticata mentre ci si è concentrati sulla G2 e sui nuovi flussi migratori.
Sono invece particolarmente interessanti le prime interviste ai protagonisti nelle quali raccontano il loro arrivo e i primi anni in Italia, la convivenza e le feste aperte a tutti gli africani. Puccioni mostra immagini che forse aiutano a costruire un’immagine diversa da quella che normalmente passa attraverso i media, presentando volti, personaggi e situazioni in un modo diretto, onesto, senza manipolazioni finalizzate a suscitare un preciso e stabilito stato d’animo.
Il colore della parole è un intenso e originale viaggio nel mondo dell’immigrazione in Italia in un momento in cui vogliono farci credere che questo sia un male che logora il nostro paese.
da “cinemafrica.org”

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