I gatti persiani

Un ragazzo e una ragazza che hanno già avuto dei guai con la giustizia iraniana decidono, una volta usciiti di prigione, di formare una band rock. Si tratta di un’attività proibita dal regime e i due debbono cercare gli altri componenti cercando di non farsi scoprire. Al contempo iniziano a pianificare la fuga dal Paese che li opprime attraverso l’acquisto di passaporti falsi. Questo consentirebbe loro di avere anche la speranza di poter suonare in Europa. Ma i documenti costano cari e il rischio che la polizia interrompa brutalmente la loro attività si fa sempre più forte.
Ci sono film che hanno un valore di denuncia che va al di là della loro qualità artistica. Ci sono film poi che invece conservano un loro stile al di là del messaggio che intendono veicolare. Quello di Barman Ghobadi si colloca nella seconda categoria. Chi ha in mente il cinema iraniano fatto di lande desolate, scene ripetitive, tempi morti sul piano narrativo (fatti salvi i capolavori di pochi maestri come Abbas Kiarostami) qui ha l’occasione per respirare un’aria nuova. Con grande coraggio e rischiando personalmente Ghobadi ha girato un film senza autorizzazione, è riuscito a realizzare riprese in esterni talvolta corrompendo agenti con l’offerta di dvd ‘proibiti’ (compresi quelli dei suoi film precedenti) ed ha così potuto offrirci il ritratto di un Teheran nascosta in cui i giovani cercano di resistere come possono a un regime teocratico in cui il divieto di qualsiasi forma di espressione non allineata viene represso. Non è un caso che alla sceneggiatura abbia partecipato la compagna del regista, la giornalista di origine americana Roxana Saberi.
Costei, arrestata con il pretesto di un’accusa di spionaggio, è stata liberata esattamente due giorni prima della proiezione del film a Cannes. Il regime ha capito che, in caso contrario, la cassa di risonanza mediatica sarebbe stata troppo forte e che gli echi sarebbero stati colti da quella ‘pericolosa opposizione’ costituita dai giovani che vogliono esprimersi anche con la musica. Perché i gatti persiani possono essere costretti ad apparire come animali da salotto. Ma non bisogna dimenticare che possono (e un giorno lo faranno) sfoderare le unghie. Nel frattempo Ghobadi ha dovuto autoesiliarsi.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Nelle catacombe rock di Teheran
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Al suo secondo giorno, Cannes butta sul tavolo il suo primo capolavoro. Ma a farlo non è il concorso, bensì la rassegna parallela Un certain regard, inaugurata ieri dal film iraniano Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh (letteralmente, Nessuno sa niente sui gatti persiani), un viaggio travolgente e insieme sconvolgente nelle «catacombe» di Teheran, dove sono costretti a nascondersi i giovani che vogliono suonare e ascoltare rock. A firmarlo il regista curdo-iraniano Bahman Ghobadi, in Italia conosciuto per il bellissimo Il tempo dei cavalli ubriachi (del 2000) e in patria regolarmente boicottato se non totalmente censurato dal potere centrale. Scritto assieme a Hossein M. Abkenar e alla fidanzata Roxana Saberi – finita sotto i riflettori del mondo per il processo, conclusosi pochi giorni fa abbastanza felicemente, in cui era stata accusata di spionaggio a favore degli Stati Uniti e che ieri notte era data in partenza da Teheran per gli Usa o per Cannes -, il film segue le disavventure di un ragazzo e una ragazza, Ashkan e Negar, decisi a emigrare per poter coltivare la loro passione per la musica. Anche se per farlo hanno bisogno di passaporti e visti, anche per i musicisti disposti a unirsi a loro per formare un gruppo «vendibile» all’ estero. Per questo entra in campo Nader, insostituibile guida per le cantine e i nascondigli della città, dove trovare chi può vendere i documenti falsi ma anche scritturare il resto del gruppo. A questo punto il film diventa un viaggio avventuroso e istruttivo tra i veri musicisti underground di Teheran, costretti a suonare sui tetti delle case o nelle stanze più nascoste, alla scoperta di un mondo di cui nessuno parla ma che dimostra una vitalità e un’ energia incredibili. Per non parlare della forza delle loro canzoni – heavy metal, indirock, rap – tutte preoccupate di raccontare il loro Paese, la condizione giovanile e le tante contraddizioni della politica ufficiale. Un mondo che nessuna autorità avrebbe autorizzato a mostrare e che infatti Ghobadi ha filmato senza permesso, in 17 giorni, spostandosi in moto con i suoi musicisti, con una piccola telecamera digitale perché il materiale a 35 mm è di proprietà dello Stato e a un regista così non l’ avrebbe mai dato. E usando persino i dvd illegali dei suoi film per corrompere i poliziotti che per due volte avevano voluto arrestarli. Ghobadi non parla mai direttamente di argomenti politici (se non in un’ esilarante scena di processo-ramanzina inflitta a Nader, una prova d’ attore che meriterebbe da sola l’ Oscar) ma mostra la corruzione diffusa e la brutalità della polizia e sfrutta la mobilità delle riprese per iniettare nel film un ritmo e un’ energia immediatamente coinvolgenti. Come l’ entusiasmo contagioso dei suoi protagonisti, disposti anche ad andare in prigione per soddisfare la loro passione e pronti a mettere nel conto anche la crisi di latte di un gruppo di mucche che non sembrano apprezzare per niente le prove di un complesso metal nella loro stalla. E anche se la durezza e la crudeltà della realtà finisce per entrare nella storia, il tono del film non è mai lamentoso, ma sempre sorretto da un’ ironia capace di riscattare la disperazione della realtà.
Da Il Corriere della Sera, 15 maggio 2009

Iran, la musica underground ti aiuta a resistere al fanatismo
di Boris Sollazzo Liberazione

Sulla mancanza di libertá in Iran sappiamo sempre troppo poco, per nostra negligenza o opportuno, e opportunista, oscuramento dell’informazione. E così il cinema spesso ci fa da breccia, da cavallo di Troia per scoprirne i confini. Si rimane attoniti quando ci si getta nel prologo di No one knows about persian cats di Bahman Ghobadi (Certain Regard), e vediamo i protagonisti alla ricerca di passaporti e visti per andare all’estero: a Teheran, infatti, non possono sfogare la loro voglia di musica (sono appena usciti di prigione per essere stati spettatori di un live di un gruppo inviso alle istituzioni), e sognano Londra per un concerto tutto loro e «magari l’Islanda, per vedere i Sigur Rós, uno dei sogni che vorrei realizzare nella vita», come confessa l’ottimo protagonista di questo gioiello musical-cinematografico, Ashkan Koshanejad. Insieme alla sua compagna, la dolce e carismatica Negar Shaghaghi, girano la cittá, per trovare altri componenti alla loro band striminzita, e superare, con le buone o le cattive, le maglie della censura, della polizia- che li insulta perchè portano a spasso il loro cane, un essere impuro- e del governo.
Storia che il regista (che qui si ritaglia un antefatto-cameo) Bahman Ghobadi, conosce bene, famoso in patria solo grazie al mercato nero che ha diffuso i suoi dvd. «Ho voluto fare un’opera che si distanziasse dall’estetica della nostra cinematografia, parlando di qualcosa che per me è molto importante, la musica. Una finestra sulla libertá che viene sempre più a mancare e l’antidepressivo più potente che conosca. Il film viene dopo un periodo molto duro per me, in cui la musica undergroud iraniana mi ha aiutato in maniera determinante».
Storia politica e personale, quindi, che passa dall’essere un Buena vista social club iraniano a un ritratto intimista di una generazione repressa nei suoi impulsi emotivi ed artistici. Film giovane come da Teheran forse non ne sono mai venuti, sa giocare su più registri, da quello comico-chiassoso del traffichino Hamed Behdad, jolly straordinario per i cui occhi passano tutte le emozioni contraddittorie del film, a quello più drammatico di un finale che non scende a patti con la vitalitá di tutto il film. Uno splendido e durissimo confronto con la dura realtá questa docufiction, fotografia di un paese che ha in sè una cultura straordinaria- e una creativitá e un senso estetico unici- ma che da decenni combatte contro la follia fanatica del Potere politico-religioso.
Se Persepolis , con un bellissimo biopic animato, ci mostrava attraverso una ribelle la storia recente di un grande paese governato da piccoli uomini, qui scopriamo quei giovani che la loro lotta quotidiana la vivono picchiando sulle batterie, suonando la chitarra, cantando indie rock e rap duri e puri (quello nel film ha un testo anticapitalista che dovrebbe diventare un inno). E alla fine si ha voglia di trovare la colonna sonora e di urlare di rabbia.
Da Liberazione, 16 maggio 2009

Mariuccia Ciotta
Il Manifesto

L’Italia non dà asilo politico, ma il festival di Cannes sì. Ieri due cineasti interdetti in patria sono passati sugli schermi della Croisette, il kurdo-iraniano Bahman Ghobadi con I gatti persiani (Un certain regard) e il cinese Lou Ye in concorso con Febbre di primavera.
La star del giorno però è Roxana Saberi, che firma la sceneggiatura del film diretto dal suo compagno, Ghobadi. Roxana, giornalista irano-giapponese-americana, accusata di spionaggio a favore degli Stati Uniti, è stata, come si sa, appena scarcerata dopo la riduzione della pena da otto a due anni con la condizionale. Nel press-book, il regista racconta che durante le riprese la polizia li ha arrestati due volte, ma non sapeva ancora che Roxana sarebbe diventata un caso internazionale, risolto perché l’America, grazie a Obama, non è più considerata dall’Iran un «paese ostile». Forse Roxana ha pagato per tutta la troupe del film che sembra lo story-board della sua disavventura, un documento sulla persecuzione poliziesco-giudiziaria di chiunque contesti i dogmi di stato, dalle più stupide norme per cui è proibito uscire di casa con un cane o un gatto fino alla censura di ogni forma di libertà, come suonare in una banda rock.
Bahman Ghobadi, quarantenne, è regista acclamato nei festival internazionali e guardato a vista per i suoi film filo-Kurdistan, come Il tempo dei cavalli ubriachi (1999). Depresso per la difficoltà di ottenere l’autorizzazione a girare film in 35mm (proprietà dello stato) è passato al digitale e con la sua videocamera ha girato in tre settimane senza permessi questo atto di accusa in forma di docu-fiction su una coppia di musicisti, Negar (che assomiglia un po’ a Roxana) e Ashkan, decisi a procurarsi passaporti e visti falsi pur di uscire dai confini iraniani e raggiungere l’Europa (sempre che non incontrino Maroni).
I ragazzi sono costretti come «i gatti persiani» a starsene murati in casa, in cantina, e perfino in una stalla per suonare, con disappunto massimo delle mucche. Questa sì che è musica «underground». Il film è paradossalmente «lieve», un tour tra gruppi rock a caccia dei componenti di una band disposti prima a suonare in un concerto a Tehran poi a fuggire all’estero. Un tipo comico e un po’ fanfarone promette a Negar e a Ashkan permessi e passaporti, ma il suo «pusher» sarà arrestato. L’odissea dei due ragazzi è cadenzata da video-clip su Tehran, scatti amorevoli sulla città, i poveri, i clochard, le donne velate, neri fantasmi tra grattacieli, ragazzi in magliette heavy-metal, capelli lunghi, jeans, una foto di Marlon Brando nel Selvaggio, un’altra di Humphrey Bogart, un merlo in gabbia chiamato Monica Bellucci («è la migliore attrice del mondo»)… contraddizioni tra una società dai gusti globalizzati e un apparato di guardiani di chissà che. Il regista parla della paura vissuta giorno per giorno, degli espedienti per sfuggire alla polizia. I due protagonisti nel film e nella realtà entrano ed escono di prigione, e Roxana Saberi, che, dice il regista «per consolarmi mi ha suggerito di girare un film sulla mia situazione di cineasta frustrato», finisce in tribunale e rischia otto anni di carcere. E lui, Baham Ghobadi se la cava solo perché, fermato, offre regali ai poliziotti. Cosa? I dvd dei suoi film precedenti, censurati nelle sale. L’epilogo è sospeso come il volo di Ashkan dalla finestra di una casa dove si svolge una festa clandestina, arrivano gli sbirri. Il fuori-scena, per fortuna, è per ora meno tragico, a Cannes.
Da Il Manifesto, 15 maggio 2009

I giovani protestano col rock
di Roberto Nepoti La Repubblica

Dieci anni fa, il regista iraniano di origine curda Bahman Ghobadi vinse la Caméra d’ or a Cannes con Il tempo dei cavalli ubriachi. Ora torna con un film girato in clandestinità e in pochi giorni per le strade di Teheran. Due giovani musicisti percorrono la scena musicale underground della capitale: vogliono formare un gruppo e lasciare l’ Iran alla volta dell’ Europa. Un film che non può uscire nel Paese d’ origine, ma che ha trovato la strada dei festival internazionali. In equilibrio tra realismo ed estetica del videoclip per i vari generi musicali che rappresenta (rock, rap, musica popolare), I gatti persiani è però innanzitutto un film politico: che proclama forte e chiaro come i governi non potranno mai soffocare la creatività e la voglia di espressione dei giovani.
Da La Repubblica, 17 aprile 2010

Sopresa, l’Iran è la patria del rock
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un regista che non riesce a fare il film che vorrebbe ne gira un altro quasi per caso che parte come un rigagnolo e arriva come un fiume in piena. In Occidente sarebbe una riflessione sui mezzi e i fini di chi fa arte. In Iran è il manifesto di una generazione, la scoperta di un mond, una battaglia per la libertà d’espressione che diventa lotta per la vita tout court. Nel paese di Ahmadinejad infatti le donne non possono cantare, la musica occidentale è proibita, il rock un delitto severamente punito. Come ci racconta ne I gatti persiani il curdo iraniano Bahman Ghobadi seguendo le peripezie una coppia di giovani musicisti appena usciti di prigione che cercano il modo di formare una band e magari fuggirsene all’estero.
Così passiamo, insieme al taciturno Ashkan e all’ostinata Negar, da una sala d’incisione clandestina alla bottega di un vecchio falsario che procura passaporti, dalle prove di un gruppo heavy metal che suona in una stalla (con conseguenze micidiali per le povere vacche), alle disavventure del maneggione che evita di un soffio galera e frustate, scoprendo poco a poco l’immensa e variegata scena musicale underground iraniana. Un mondo così ricco di sogni, di talenti, di coraggioe diciamolo pure, di bellezza, da far impallidire gli eccessi prefabbricati dell’industria discografica occidentale. E non ha nulla da invidiare anche sul piano strettamente musicale (citiamo almeno il travolgente rapper Hichkas che canta fra cavalcavia e discariche).
Ma non pensate a un film militante o a una requisitoria sugli intrecci tra musica e lotta politica. Malgrado la nota dolente annunciata fin dalle prime scene, la docu-fiction di Ghobadi preme con sapienza sui pedali più diversi. C’è l’umorismo ripetuto del traffichino che sa cavarsela in ogni sitazione (o quasi), il pathos del giovane che insegna musica a bambini stupefatti e adoranti, la suspense della festa nella Teheran bene interrotta dall’irruzione della polizia (qualcosa di analogo si intravedeva in Oro rosso di Jafar Panahi, oggi in prigione). In gioco c’è il destino di un paese ma Ghobadi evita con cura le maiuscole. Perché alla fine, ancor prima che di democrazia e libertà, parole sempre astratte, si tratta di piacere contro noia. Come ci ricorda quel vecchio falsario vestito da dandy mettendosi giocosamente a cantare. E la noia, alla lunga, perde sempre.
Da Il Messaggero, 16 aprile 2010

Iran, la protesta è musica
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Un anno dopo la presentazione a Cannes, I gatti persiani rinnova e aumenta oggi la sua carica vitale e critica nei confronti del despota Ahmadinejad che stronca il libero arbitrio ed imprigiona i suoi migliori intellettuali, vedi Panhai. Come Asghar Farhadi, di cui vedremo About Elly, anche Bahman Ghobadi, già autore del Tempo dei cavalli ubriachi, fa parte della nouvelle vague iraniana che abbandona il plus valore ieratico e quel sentimentalismo neo realista che hanno fatto trionfare i film iraniani nei festival, per sposare la causa della denuncia fatta con un quasi documentario «rubato» in 17 giorni di riprese nella quotidianità «non autorizzata» di Teheran, dove il regime proibisce vita sociale di cani e gatti e libera espressione musicale. Negar e Ashkan, coppia di musici appena uscita di prigione, progetta una trasferta a Londra per un concerto, s’ industria per avere costosi passaporti e visti, vaga alla ricerca di giovani rockettari underground, luoghi di prova, vanno bene anche una stalla o una cantina. Il ritmo stesso è musicale, strattonato nel montaggio che ruba voci volti, con alcuni refrain sentimentali, non estetizzante. Mai come in questo caso il giudizio non deve essere astratto ma vivo perché, dice il rapper, la musica fa parte della società dove nasce, cresce, si diffonde. Curioso notare come questo film libero e bello, didascalico senza volerlo, dinamico come l’ imprevedibilità della vita e della musica, sia speculare al Concerto dove profughi russi ebrei mirano a Parigi per suonare Ciaikovskji. E’ un momento in cui la musica s’ allea col cinema, ricordando l’ ex violoncellista che si addentra nel mondo dei morti (sarà il Mastorna di Fellini tornato sotto mentite spoglie?) nel meraviglioso Departures. Il titolo richiama un inevitabile paragone: questi ragazzi, come i gatti persiani, che sono ricercati, devono vivere ed esprimersi nascosti: agli occhi dell’ Islam la musica è impura in quanto fonte di allegria e di gioia (e rapporti sociali!). Figurarsi il cinema. Eppure questo coraggioso regista che, non riuscendo a lavorare in altro modo, s’ è inoltrato a proprio rischio e pericolo in cantine buie, neo catacombe di Teheran, improvvisando un soggetto, garantisce il riscatto proprio con una testimonianza visiva (documentario, finzione, video clip) e per la prima volta testimonia della generazione che resiste, non si allinea nè si adegua all’ infamia paritetica della politica liberticida e del fanatismo religioso che, giustamente, considerano il cinema un nemico perché esso non ha nulla da nascondere.
Da Il Corriere della Sera, 16 aprile 2010

Se il rock è clandestino
di Lietta Tornabuoni La Stampa

È poco probabile che I gatti persiani esca mai nel suo Paese, l’Iran; anche se è stato premiato a Cannes e se è ben fatto, avventuroso, molto interessante. Il titolo deriva dalla proibizione esistente in Iran di portare fuori gatti e cani condannati a segregazione in casa: il regista Ghobadi vede un’analogia tra i pregiati persiani e i ragazzi suoi protagonisti. Non è certo l’unico divieto in Iran, si sa e si apprende dal film: ogni opera o iniziativa culturale deve ricevere in partenza una autorizzazione governativa che può anche tardare moltissimo (il regista ha passato due anni della sua vita ad aspettarla); è vietato alle donne cantare in pubblico come soliste; tutte le attrezzature per i film in 35 millimetri sono di proprietà dello Stato, che le affitta soltanto a chi dispone di autorizzazione; irruzioni senza preavviso della polizia in case private sono frequenti; la metropolitana ha scompartimenti diversi per donne e per uomini; i documenti di viaggio sono tanto difficili da ottenere che il commercio dei passaporti falsi è normale, fiorentissimo. La troupe di Gatti persiani è stata arrestata due volte sul lavoro.
In simili condizioni, il film racconta a Teheran la storia di una giovane coppia decisa a formare una band di rock persiano e ad andare a esibirsi all’estero. La ricerca dei musicisti e dei passaporti consente al regista di descrivere con efficacia Teheran e il mondo underground della musica contemporanea, senza dare alla vicenda una vera conclusione. Nel film «basato su fatti, luoghi e persone realmente esistenti» c’è un uccellino chiamato Monica Bellucci e i musicisti fanno gran fatica a trovare un posto dove provare: suonano in una stalla disturbando le mucche che danno meno latte, suonano in decadenti sale di registrazione, suonano in soffitta quando gli inquilini sono usciti, suonano in cantina. Il loro rock è dolce e un po’ lagnoso, ma non sgradevole. Il loro coraggio di vivere è ammirevole e anche divertente. I gatti persiani è almeno una gran sorpresa. Gli unici film iraniani che siamo abituati a vedere sono opere classiche o poetiche di registi come Kiarostami o Makhmalbaf, grandi ma attempati, atemporali e cauti. Questo di Ghobadi è uno dei pochi film iraniani del presente, di giovani, di musica, realistici: nel suo stile frantumato, nelle riprese della sua macchina da presa manuale digitale, ha un’attualità, una vitalità e un ardire rari.
Da La Stampa, 16 aprile 2010

Rock’n’roll Teheran
di Dario Zonta L’Unità

Il regista iraniano de Il tempo dei cavalli ubriachi, dopo essere stato censurato in patria e dopo essersi visto negare le autorizzazioni per girare il nuovo film, esasperato ha comprato una camera digitale e ha seguito un gruppo indie-rock di Teheran. Un ritratto affascinante della scena underground della musica iraniana, e soprattutto un film sulla situazione politica in Iran raccontata dal punto di vista dei giovani. Tributato a Cannes con il premio speciale della giuria, è un film sorprendente. L’Iran come neanche l’immaginate: vitale, colorata, moderna, musicale.
Da L’Unità, 16 aprile 2010

Tanto rock contro il regime
di Boris Sollazzo Liberazione

Se la società che racconti è già un carcere, non serve la metafora di una prigione per raccontarla, come avviene, per esempio in un altro bellissimo film che esce questo venerdì, Cella 211 . L’Iran è uno splendido luogo che è stato imprigionato dalla religione e da un regime, con dei secondini, pardon dei guardiani che cercano di soffocare un paese pieno di vitalità repressa. Ma non più depressa. Se Marjane Satrapi con Persepolis ci ha raccontato quello che l’Iran è stato, sarebbe potuto essere e purtroppo è diventato, Bahman Ghobadi si getta nelle mansarde e nei luoghi di ritrovo segreti di Teheran per un Buena Vista Social Club di giovanissimi che fanno rock. Si sceglie una delle 3000 band di rock underground della capitale e la segue nella sua ricerca musicale di libertà. Nel confronto con altri artisti, nella volontà di fuggire, metaforicamente e fisicamente, nella ricerca di nuove sonorità, strumenti, componenti del gruppo. E passaporti: perchè, e questo Marjane ce l’ha dimostrato e il regista Panahi ne costituisce il drammatico esempio (è ancora in prigione), vivendo nell’Iran attuale non è possibile essere liberi e/o artisti. Leggendo le lettere di Neda, la giovane donna il cui assassinio durante le rivolte famosi Green days (titolo di un bel doc di Hana Makhmalbaf, classe 1988) è andato in mondovisione, si intuiva una grande passione per la musica. E forse, chissà, la voglia di graffiare il sistema gli veniva anche da questi Gatti persiani . Bahman Ghobadi abbandona il metaforico cinema iraniano, per un’arte più militante e diretta (solo 18 giorni di lavorazione per questo film documentario romanzato), ci mostra una Teheran moderna e sconosciuta, il fermento che sei mesi dopo sarebbe divenuta rivoluzione. Non è consolatorio nè ottimista il film – basta pensare al finale – e il parallelo con la realtà che sarebbe venuta è inquietante nella sua forza. Sa girare Ghobadi, anche in emergenza, ci fa entrare quella musica a volte ingenua dentro, sa essere empatico, emotivo e lucido. Troppo, tanto che ora è costretto all’autoesilio. Ci gela con quell’Iran vitale condannato a morte da regole assurde, ma ci regala speranza, perchè la vitalità del suo film è comunque più forte dell’ottusità di chi governa. C’è vita a Teheran, nonostante tutto.
Da Liberazione, 16 aprile 2010

Premiato all’ultimo festival del cinema di Cannes, nella categoria Un certo sguardo, il film “Gatti persiani” è il quinto film del regista iraniano di origine kurda Bahman Ghobadi, rivelatosi nel 2000 con “Il tempo dei cavalli ubriachi”. “Gatti persiani” racconta il percorso di 2 giovani musicisti che cercano di organizzare un concerto a Teheran per finanziare l’acquisto di passaporti falsi allo scopo di emigrare a Londra.
Per il regime islamico iraniano, la musica è impura poichè essa procura gioia e gaiezza. Per cui quando i due musicisti apprendisti cercano di mettere su un gruppo di rock, si possono immaginare le difficoltà che devono affrontare. All’inizio del film quando Negar e Ashkan escono di prigione, la maggior parte dei musicisti che incontrano hanno tutti avuto numerosi problemi con la polizia del regime.
La musica si suona nelle cantine, sui tetti, nei cantieri edili e la formidabile energia liberata dalla voglia di libertà che sviluppano questi musicisti si oppone alla pletora di autorizzazioni rilasciate col contagocce in virtù di regolamenti assurdi, come quello che vieta la presenza di una cantante solista, ma autorizza 3 coriste. Si comprende meglio perchè il libro del cuore di Negar è “La metamorfosi” di Kakfa. Il regista ci mostra uno degli aspetti dell’effervescente mondo underground di Teheran, quello di tutti gli stili musicali: hard-rock, blues, rap o world-music. Viene sviluppata anche una problematica su cui Bahman lavora da 2 anni e che lo riscatta dal fallimento del suo precedente progetto “60 secondi su di noi”: sapere se è ancora possibile essere creativi in Iran e quindi la questione dell’esilio.
Dopo i primi anni del regime quando non erano autorizzati che i film di propaganda, la censura è diventata più sofisticata, imponendo un codice islamista che vieta di mostrare una donna non velata o truccata, contatti fisici tra uomini e donne o personaggi che portano la cravatta. Progressivamente i registi sono riusciti a sfuggire alla censura e i film come “Fuori gioco” di Jaffar Panahi o “A proposito di Ellie” di Ashghar Fahradi, hanno personaggi soprattutto donne che mostrano una libertà di comportamento ben lontana dai dogmi religiosi. Il potere si è allora mostrato ambiguo, autorizzando questi film a raccogliere premi nei grandi festival, ma limitando in Iran la loro uscita a poche sale.
Per non aver più niente a che fare con la censura e perchè sapeva che sarebbe sstato il suo ultimo film iraniano, il regista ha scelto di girare “Gatti persiani” in clandestinità, giocando con la polizia come gli eroi del suo film.
Girato in digitale e senza chiasso il film è a metà tra documentario, fiction e video-clip: comincia con toni realisti, per finire in una drammatizzazione simbolica con un primo piano di Negar filmata per la prima volta a testa scoperta come un annuncio di quello che l’autore filmerà in esilio.
Il film è uscito in Francia il 23 dicembre 2009 con il titolo Les Chats Persans. Il titolo internazionale è Nobody Knows About the Persian Cats.
da “anarkismo.net”

Da Teheran, un musical underground, un film per conoscere
Il racconto si era interrotto: avevamo lasciato Marjane (Persepolis) mentre scopriva l’età adulta lontana dal suo paese, sola, col ricordo della poesia dei fiori di gelsomino, il segreto della seduzione che le aveva trasmesso l’amata nonna. Ora, con I gatti persiani, il ritorno a Teheran; e la fiction assume un forte valore documentario.
In Iran le macchine da presa 35 mm appartengono allo stato e per girare un film occorre l’autorizzazione. Barman Ghobadi, regista curdo-iraniano (Il tempo dei cavalli ubriachi), risolve il problema riuscendo ad acquistare una telecamera e sottrae alla realtà le inquadrature per il suo film, girando in velocità, in soli 17 giorni, e con due arresti durante la produzione. Filma con passione un viaggio alla scoperta dei luoghi dove si nasconde lo spirito underground dei giovani musicisti iraniani, costretti a nascondersi, perché anche la musica, non tradizionale, in Iran è vietata. Cantine, retrobottega, stalle e soffitte, sono i luoghi dove la creatività “resistente” dei musicisti trova il suo spazio, senza mai perdere il controllo, sempre allerta, perché la delazione di un vicino potrebbe essere fatale.
I gatti persiani sono costretti (come i cani) a rimanere chiusi tra le pareti domestiche: in Iran è loro vietato di andare per strada. I giovani musicisti nascosti nelle viscere della città, per cantare e suonare la protesta e i desideri di una generazione, sono come felini reclusi; e la loro ribellione di note e parole è un clandestino grido di libertà che resta inascoltato.
Negar e Ashkan compongono e suonano indi-rock, si amano e vogliono mettere insieme una band per poter partecipare a un concorso. Vogliono poter lasciare l’Iran, ma solo per un poco. L’impresa non è facile, si fanno aiutare da un improbabile cacciatore di talenti che come Caronte li guida alla ricerca di falsari di visti e passaporti e alla ricerca di compagni di ventura. Un percorso che porta i due protagonisti attraverso la scoperta dei luoghi nascosti della musica proibita; una carrellata che mostra la struggente vitalità dei giovani musicisti di Teheran.
Un vero musical, dove ciò che si vede è la fotografia, commossa e autentica, di una generazione soffocata dai precetti dell’integralismo religioso. Giovani artisti che ritmano la loro opposizione attraverso la trasposizione della musica occidentale, dando vita a una colonna sonora sorprendentemente bella: dal rock in versione soft e hard, al rap, a cui si aggiunge uno strepitoso Joe Cocker locale. “Dio, alzati sono anni che ti devo parlare… Tutti coinvolti e nessuno assolto, Dio svegliati che ti devo parlare…” dice il rapper di periferia, dall’alto di una casa in costruzione. E chissà se sa di citare uno slogan del maggio francese, ripreso anche da De Andrè “…per quanto voi vi sentiate assolti, siete per sempre coinvolti…”.
On the road, circoscritto nei confini urbani, le immagini rubate di Ghobadi estraggono la realtà quotidiana da una città che si sviluppa con le uguali contraddizioni dell’occidente: massima ricchezza contrapposta a marginalità e povertà. Uno sguardo furtivo, rapido e frammentario, registrato da una telecamera “fuorilegge” per animare e sottolineare con la forma di un desueto videoclip la musica condannata, i sentimenti costretti e le libertà negate. La storia di Negar e Ashkan è il collante: i due protagonisti interpretano le due anime complementari di una generazione che ha imparato presto a nascondere nelle viscere i propri sogni proibiti. Negar rappresenta l’indignazione per l’assurdità delle regole imposte e la costante preoccupazione per i pericoli in agguato, mentre Ashkan, ostinato e tenace, è pronto a superare gli ostacoli accettandone i rischi.
Presentato a Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard ha vinto il Premio Speciale della Giuria, ma è stato preceduto dall’odissea della sceneggiatrice e compagna del regista, Roxana Saperi, incarcerata perché accusata di essere una spia americana e liberata dopo pressioni internazionali due giorni prima della presentazione della pellicola a la Croisette.
Ma per Ghodabi, nell’epilogo del film, profeticamente, il futuro non avrebbe riservato nulla di buono. Pochi mesi dopo, infatti, le elezioni presidenziali del 12 giugno 2009: nelle piazze di Teheran scoppia la protesta, repressa violentemente; e tra la folla degli oppositori immaginiamo anche I gatti persiani che, lasciate le cantine, i sotterranei e le soffitte, si uniscono a un dissenso e a un’opposizione ancora più dura.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Usciti da poco di prigione, due giovani musicisti del genere indi-rock, decidono di formare una band. Setacciano il mondo underground della Teheran di oggi in cerca di altri musicisti. Siccome suonare in Iran è vietato, progettano di fuggire dalla loro esistenza clandestina e sognano di esibirsi in Europa.
Il primo passo è cercare di procurarsi dei passaporti e nel frattempo trovare, forse più difficile, un luogo dove fare le prove.
“In Iran non possiamo portare fuori cani o gatti. Tuttavia a casa abbiamo dei gatti che amiamo moltissimo, d’altra parte i gatti persiani sono molto costosi. Li paragono ai giovani protagonisti del mio film, senza libertà e costretti a nascondersi per suonare la loro musica. E in più quando sono stato a casa dei musicisti ho notato che ai gatti piace mettersi davanti agli amplificatori ad ascoltare la musica!”
Con queste parole, Bahman Ghodabi, regista curdo-iraniano, arrestato e fermato più volte nel suo paese, parla del film, I Gatti Persiani, presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e vincitore del Premio Speciale della Giuria.
Questo film è stato girato clandestinamente in due settimane: “Ho comprato una camera S12K per evitare di dover dipendere dallo Stato, visto che tutte le attrezzature 35 mm appartengono a loro e per affittarle hai bisogno di un’autorizzazione a girare. Appena ho comprato questa camera ho voluto provarla. Ho conosciuto un gruppo di musicisti underground e sono stato molto colpito dalla loro passione. Li ho filmati per tre settimane, senza interruzioni e senza permessi”.
La preoccupazione durante le riprese era ai massimi livelli. Il regista, con la sua troupe, ha dovuto scegliere le location e girare in fretta, per timore che la polizia li scoprisse. La musica è ritenuta una nemica sovversiva del governo iraniano, perché contro la religione, si sostiene. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, in quella che la Persia, bar e discoteche vennero chiusi.
I Gatti Persiani è un film dinamico nella sua tragicità e profondo nella sua libertà; è una storia struggente che appartiene al patrimonio dell’umanità. È uno dei film più belli che si siano visti in questo 2010, fino ad ora. È un musical che urla libertà e speranza. Quella stessa libertà e speranza che sono soffocati da un regime che si serve come scudo della religione.
Si descrive una gabbia dove, in ogni spazio, in ogni angolatura di Teheran, la fisicità delle inquadrature spazia sull’essenza dell’emotività, esentandone i sentimentalismi. Ghodabi mostra Teheran nella sua sfaccettatura più moderna, dove vivono fisicamente i giovani, la cui anima è clandestina; sono giovani sensibili che non si arrendono; giovani reclusi, ma non nascosti, che temono e tremano davanti al potere, ma non si arrendono!
Circa un mese dopo la presentazione de I Gatti Persiani a Cannes, in Iran scoppia la protesta, che verrà disumanamente placata. È il 12 giugno 2009. Quando durante questo film, si sentono i versi di una canzone, che recita:
“Dio, alzati sono anni che ti devo parlare… Tutti coinvolti e nessuno assolto, Dio svegliati che ti devo parlare…Dio svegliati, sono solo all’inizio. Dio svegliati, un rifiuto ti vuole parlare”, si pensa subito a quei giovani e alla loro anima; e li si immagina tirare fuori gli artigli, spezzare la clandestinità violenta e balzare in piazza a contestare i soprusi.
Askan e Negar sono i due protagonisti, sono due dei gatti persiani che sognano l’attesa, che sognano l’Europa, trasferiscono i loro sogni su Londra e sui concerti, sognano di portare la loro musica all’estero. Arrestati due volte, durante le riprese del film, hanno raccontato con sentimenti pudichi, ma vigorosi, la Teheran underground, quella di retrobottega, cantine, soffitte e perfino stalle.
Bahman Ghodabi ha realizzato, con uno sguardo carico di passione, un’opera on the road, coraggiosa, quasi documentaristica, ispirata anche dalla sua compagna, giornalista irano-americana Roxana Saberi, imprigionata nel 2009 con l’accusa di essere una spia americana (liberata due giorni prima della proiezione a Cannes, dopo proteste internazionali).
I Gatti Persiani è un film, un musical furtivo, dove la musica grida; è un film che lascia che siano le inquadrature a tratti lente e a tratti veloci a dare il senso di vita e di morte. Sono le sirene della polizia e le percussioni e le chitarre acustiche a scandire la vita di Askan e Negar, e di altre migliaia di giovani.
da “cineocchio.altervista.org”

Usciti da poco di prigione due giovani musicisti , un uomo e una donna, decidono di formare una band. Setacciano il mondo underground della Teheran di oggi cercando altri musicisti. Ma in Iran è vietato suonare e allora i due ragazzi pensano di fuggire dalla clandestinità in cui sono obbligati a stare e di andare a suonare in Europa. Ma non hanno soldi e nemmeno i passaporti: come fare allora?

L’intervista
Come mai hai utilizzato uno stile e un tono così diversi rispetto ai tuoi film precedenti?
In questo film ho cercato di rendere il ritmo e il dinamismo della vita a Teheran, nella sua complessità. Volevo mostrare la città da un’angolazione diversa. La musica e in modo particolare le parole delle canzoni hanno influenzato il ritmo del film.
Questa è la prima volta che giri in una città. Come mai hai lasciato il Kurdistan?
Ho già girato diversi cortometraggi nella città dove sono nato, Baneh. Volevo girare questo film a Teheran per diverse ragioni. Molte persone mi dicevano che dovevo girare solo in Kurdistan, mentre il governo iraniano e la gente di cinema mi accusavano di essere un separatista curdo – che è una cosa veramente stupida! Semplicemente non avevo avuto bisogno di girare in città. Di recente avevo un progetto ambientato a Teheran intitolato “60 secondi su di noi”. Ho passato i due anni di preparazione del film solo a vedermi negare le autorizzazioni a girare. Due anni della mia vita persi. Così ho comprato una camera S12K per evitare di dover dipendere dallo Stato, visto che tutte le attrezzature 35 mm appartengono a loro e per affittarle hai bisogno di un’autorizzazione a girare. Appena ho comprato questa camera ho voluto provarla. Ho conosciuto un gruppo di musicisti underground e sono stato molto colpito dalla loro passione. Li ho filmati per tre settimane, senza interruzioni e senza permessi…
La musica e i musicisti giocano un ruolo importante nella maggior parte dei tuoi film. Da dove nasce questa passione? Sei un musicista anche tu?
Adoro la musica. Se non avessi fatto il regista di sicuro avrei fatto il musicista o il cantante. So suonare e i miei amici mi dicono che la mia voce non è niente male. Attualmente sto registrando il mio primo album.
Questa è la prima volta nel cinema iraniano che qualcuno osa denunciare la severità con cui lo Stato tratta i giovani che si oppongono all’establishment. Hai corso un grosso rischio. Come sono andate le riprese?
Durante le riprese ero molto preoccupato. Non avevamo nessun permesso. Abbiamo cercato le locations adatte andando in giro con due o tre motorini e abbiamo cominciato a girare senza una reale preparazione. Dovevamo girare le scene molto in fretta, in modo che la polizia non ci scoprisse. Per la scena in cui David viene arrestato, abbiamo dovuto trasformare una macchina normale in una macchina della polizia e abbiamo comprato delle uniformi e le abbiamo modificate in modo che potessero stare bene agli attori. Mi sono sentito invecchiato di 17 mesi in quei 17 giorni di riprese. Abbiamo girato davvero in condizioni terribili!
Pensi che il tuo film possa essere distribuito in Iran?
Sono sicuro al 100% che il film non uscirà in Iran. È molto probabile che i miei colleghi avranno parecchi problemi. Il mio film precedente è stato censurato e il dvd si trovava solo al mercato nero. Comunque per me non cambia nulla se il film esce oppure no, Il tempo dei cavalli ubriachi è uscito in un solo cinema per 10/15 giorni. Non è assurdo?
Da dove ti è venuta l’idea di questo film?
Ero triste e demoralizzato a causa della censura del mio ultimo film e perché non riuscivo a ottenere nessun permesso per il mio nuovo progetto. La mia fidanzata, Roxana Saberi, ha cercato di consolarmi e mi ha suggerito di fare un film sulla situazione in cui mi trovavo. Allo stesso tempo stavo registrando la mia musica in uno studio senza autorizzazioni. È lì che ho incontrato Askan e Negar (i due protagonisti del film) e poco a poco sono entrato nella loro vita e nel loro mondo…All’ inizio non c’era una sceneggiatura ma questo non mi ha impedito di riprenderli con una piccola troupe. Poi, con il mio amico Hossein, abbiamo scritto una sceneggiatura e ogni giorno, sulla base di questa, improvvisavamo.
Durante le riprese, la polizia ci ha arrestati due volte e questo ci ha fatto perdere due giorni. Ma grazie ai regali (dvd dei miei film precedenti), ci hanno lasciato andare. Non potevamo far altro che mentire. Per esempio gli abbiamo detto che stavamo facendo un film sulla droga e roba del genere. Hanno insistito per vedere tutti i documenti e allora abbiamo dovuto chiamare un nostro amico che ci ha aiutato a risolvere la situazione.
Che significato ha il titolo?
In Iran non possiamo portare fuori cani o gatti. Tuttavia a casa abbiamo dei gatti che amiamo moltissimo, d’altra parte i gatti persiani sono molto costosi. Li paragono ai giovani protagonisti del mio film, senza libertà e costretti a nascondersi per suonare la loro musica. E in più quando sono stato a casa dei musicisti ho notato che ai gatti piace mettersi davanti agli amplificatori ad ascoltare la musica!
Qualche considerazione del regista sul suo film e sulla censura in Iran
Agli occhi dell’Islam la musica è impura, in quanto fonte di allegria e gioia. Sentire una donna cantare è considerato un peccato, per le emozioni che suscita…
Per gli ultimi 30 anni in Iran, un certo tipo di musica e soprattutto la musica occidentale è stata virtualmente proibita dalle autorità. È rimasta nascosta negli ambienti underground: si deve suonare underground e ascoltare underground. Anche se questa musica è stata nascosta non è mai sparita. In tutti questi anni solo in pochi hanno osato prenderne atto. Questa cosa mi ha incuriosito e così è nata l’ idea del film.
Il cinema mi ha dato il coraggio di fare I gatti persiani. Dal momento in cui mi sono avventurato nel cuore di Teheran e sono sceso nelle cantine buie dove si suona questo tipo di musica, ho scoperto un mondo strano, diverso e affascinante. Un mondo nascosto di musicisti ribelli, non visti e non ascoltati dalla maggior parte della popolazione della città. Ho assistito al loro mondo, alle loro vite, alle loro preoccupazioni artistiche, ho visto i pericoli che affrontano, i problemi con i loro vicini, gli arresti, le aggressioni subite e molto altro… quando ho visto tutto quello che devono passare semplicemente perché cantano, suonano uno strumento, amano la musica… mi sono detto che questo film si doveva fare.
I gatti persiani è la prima vera testimonianza della realtà di questi giovani musicisti.
da “wuz.it”

Negli ultimi tempi il cinema iraniano si è imposto alla scena europea ed occidentale sotto differenti forme. In principio furono i fumetti di Marjane Satrapi, ed il bellissimo film di animazione che ne fu tratto nel 2007. Poi il Leone d’argento all’artista Shirin Neshat per il suo onirico ed estetizzante Donne senza uomini all’ultimo Festival di Venezia. Ha fatto il giro del mondo e dei social networks la notizia (agli inizi di marzo) dell’arresto di Jafar Panahi. Ora arriva nelle sale italiane I gatti persiani, vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione Un certain regard all’ultimo Cannes, bell’esempio di cinema militante e di denuncia, I gatti persiani, che all’indubbio merito di mostrare (e non è mai abbastanza, ci hanno insegnato gli avvenimenti degli ultimi mesi) l’insopportabile repressione di ogni forma di libertà ed espressione del regime di Ahmadinejad, aggiunge l’originalità di una cifra stilistica non banale nè facilmente retorica.

Lei è Negar e lui Ashkan, sono ventenni, suonano. Fanno musica indie rock, in particolare. Di guai con la giustizia ne hanno già avuti, dato che hanno osato partecipare ad un qualche concerto proibito dal regime. Ma si profila per loro la possibilità di suonare in Europa. Non vogliono andarsene per sempre, perchè ciò che vorrebbero è poter fare una cosa necessaria e banale come suonare e comporre nella loro terra. Cercano passaporti e la possibilità di andarsene per qualche mese (anche se il loro grande desiderio sarebbe quello di poter organizzare a Teheran un concerto, e che magari i loro genitori li sentano suonare, almeno una volta nella vita), così si affidano ad uno sgangheratissimo traffichino, Nader, che si offre di aiutarli ad ottenere passaporti falsi e il nulla osta governativo alla partenza. Tra interminabili pellegrinaggi in motorino per le vie di Teheran, bussando ad ogni porta e cercando di mettere assieme una band, tra vicoli macerie donne velate e censure e veti insopportabili per stupidità ed assurdità, quella che viene alla luce è una realtà sotterranea ed inspiegabilmente carica di speranza e vitalità (quanto ci sentiamo invertebrati…), fatta di stalle, cantine e solai in cui improvvisare sale prove, facendo attenzione a non farsi arrestare al primo riff di chitarra per la denuncia di qualche vicino particolarmente zelante ed osservante, verso un amaro epilogo.

Girato come una docu-fiction, I gatti persiani è un bell’esempio di cinema sincero ed urgente, e sicuramente una testimonianza pulsante di come poter resistere e continuare a fare arte in un clima di costante repressione e censura. Lo stesso regista ha girato per lo più senza autorizzazioni, corrompendo spesso le forze dell’ordine con dvd pirati (gli stessi che Nader a centinaia deve dichiarare alla polizia come dosi ad uso personale). Come non bastasse, la compagna di Ghobadi è quella giornalista americana (di padre iraniano) Roxana Saberi (qui nel ruolo di co-sceneggiatrice) che metà del 2009 se lo passò nelle carceri di Teheran con l’accusa di spionaggio a favore degli Stati Uniti, per essere rilasciata proprio alla vigilia dell’uscita del film a Cannes, che troppo trambusto mediatico avrebbe sollevato quella reclusione in concomitanza dell’uscita del film in Europa. Un esempio di impasto irriducibile tra vita e schermo, l’urgenza dell’espressione (la musica, la scrittura, le immagini) trasferite dall’esperienza personale alla rappresentazione cinematografica di una storia delle mille di resistenza contro un regime insopportabile. Un film in cui musica e racconto si mischiano in maniera profonda (le successioni delle immagini della città ferita montate a ritmo della musica dal vivo, una sorta di videoclip documentario), che ha un grandissimo difetto: un doppiaggio sciagurato, lagnoso e falso, che mortifica un’opera che ben altro trattamento avrebbe meritato, e ben altro rispetto della naturale melodia della sua lingua.
da “secondavisione.wordpress.com”

Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra, diceva Jim Morrison. La musica è stato il mezzo espressivo più potente del nostro secolo. Attraverso di essa un’intera generazione si è fatta portavoce di ideali di libertà e pace e ha creduto di poter cambiare il mondo attraverso le note di una canzone.
Bahman Ghobadi, classe 1969 e allievo del maestro Abbas Kiarostami, con il suo ultimo lavoro “I gatti persiani”, premiato a Cannes con due importanti riconoscimenti, ha creduto che parlare ancora attraverso la musica fosse il modo migliore per raccontare la dolorosa realtà iraniana.
La pellicola, scritta insieme alla fidanzata Roxana Saberi (la giornalista statunitense di origine iraniana arrestata e processata in Iran con l’accusa di spionaggio), racconta la storia di Negar e Askhan, due fidanzati con la passione per la musica indie rock che, appena usciti di prigione in seguito ad un arresto per oltraggio al regime, decidono di lasciare l’Iran per partecipare ad un concerto rock in Europa. Dopo aver trovato un uomo in grado di procuragli dei passaporti e visti falsi, devono trovare un batterista, un bassista e un chitarrista per formare clandestinamente una band, dal momento che le severe leggi in materia musicale non consentono esibizioni in pubblico e costringono quindi i musicisti a suonare nei posti più improbabili.
La pellicola, girata coraggiosamente senza autorizzazioni con una piccola troupe in 17 giorni (durante i quali il regista è stato arrestato due volte, quasi come i protagonisti della vicenda), offre il ritratto di una Teheran inedita e nascosta in cui i giovani, come in qualsiasi altra parte del mondo, fanno della musica il veicolo preferenziale per esprimere le proprie emozioni e resistere ad un sistema politico che proibisce anche questo. Proprio come ai gatti e ai cani non è permesso essere portati a spasso fuori casa, il titolo della pellicola è una metafora stessa della condizione in cui versa la nuova generazione iraniana, costretta a vivere in segregazione e oppressione.
Lontano dallo stile autoriale e classico, Ghobadi offre un altro volto del cinema iraniano fatto di mezzi ed espedienti di fortuna. Conoscere la realtà underground di Teheran attraverso la musica ha aiutato lo stesso regista in un momento di profonda depressione, e proprio per questo essa diventa l’unico spiraglio di libertà in un Paese in cui il silenzio e l’oblio sono la condanna più grande. Il 90% del mondo artistico e culturale iraniano rimane ancora sommerso, clandestino, invisibile.
Questo film è l’occasione per far luce su alcune realtà desiderose di farsi conoscere dentro e fuori il Paese. Parafrasando le parole dello stesso Ghobadi, l’Iran è come una giovane ragazza bella, intelligente, dinamica, cui è stato fatto indossare un pesante chador e occhiali scuri. La sua immagine non è moderna, non è attraente ma sotto quegli abiti è ancora lei e merita di essere scoperta. E la stessa cosa vale per il suo cinema.
Alessandra Agapiti, da “agenziaradicale.com”

Bahman Ghobadi, nato il 1° febbraio 1969 a Benah, una città al confine fra Iran e Iraq, nella provincia del Kurdistan, in Iran, è arrivato a Roma per parlare del suo film, I gatti persiani.
Ghobadi, dopo la maturità a Sanandaj, nel 1992 si è trasferito a Teheran per continuare i suoi studi. Nonostante abbia ottenuto un diploma in regia alla Scuola di Cinema Iraniana, non si è mai laureato perché pensava che avrebbe imparato molto di più realizzando cortometraggi che non continuando a studiare. Dalla metà degli anni Novanta i cortometraggi di Ghobadi cominciano a ricevere premi in patria e all’estero. Life in Fog (“il più famoso documentario della storia del cinema iraniano”), in particolare, ha ricevuto molti premi e ha aperto al regista nuove opportunità di carriera. Con il suo primo lungometraggio, Il tempo dei cavalli ubriachi, Ghobadi viene riconosciuto come regista di fama internazionale.
I gatti persiani racconta di due giovani musicisti, un uomo e una donna che, usciti da poco di prigione, decidono di formare una band. Setacciano il mondo underground della Teheran di oggi in cerca di altri musicisti. Siccome suonare in Iran è vietato, progettano di fuggire dalla loro esistenza clandestina e sognano di esibirsi in Europa. Ma senza soldi e senza passaporti non sarà facile…

Nel maggio del 2009 il film I gatti persiani è stato premiato a Cannes: in quel periodo in Iran c’era grande fermento sociale e si pensava seriamente a un rinnovamento politico. Poi le elezioni di giugno hanno Ghobadidisatteso queste aspettative. Che cosa è successo in quei giorni?
Bahman Ghobadi: Abbiamo girato questo film pochi mesi prima delle elezioni e durante le riprese avvertivo, chiaramente, che l’ambiente dei giovani in Iran era pronto per esplodere. Prima di iniziare le riprese avevo paura di realizzare questo film, perché avrei rischiato di non poter più lavorare in Iran. Ma i ragazzi protagonisti del film mi hanno dato il coraggio di andare avanti: se loro suonano di nascosto, allora anch’io avrei potuto realizzare un buon film senza i permessi, un film per fare in modo che la voce di questi ragazzi potesse arrivare al pubblico. Adesso la situazione in Iran è cambiata, ma io penso che sia cambiata in positivo. Vi faccio un esempio: pensate a un ragazzo costretto a tenere la testa sott’acqua da una mano molto forte, ma per un solo secondo quel ragazzo riesce ad alzare la testa e a respirare, per poi essere costretto di nuovo a immergere la testa. Da quel momento in poi, quel ragazzo cercherà di lottare con ancora più impeto per liberarsi dalla stretta della mano che lo costringe. Questa è la situazione dei giovani adesso in Iran: hanno respirato per un attimo l’aria della libertà e adesso, nonostante siano nuovamente oppressi, cercano con maggiore forza di tornare a respirarla.

Nonostante il cambiamento di cui parla, il regime iraniano continua a perseguitare gli artisti, come nel caso del regista Panahi che è ancora detenuto, e anche l’esperienza di governo riformatrice di Khatami non è riuscita a cambiare il Paese. Come spiega tutto ciò?
Bahman Ghobadi: Il regime iraniano continua ad arrestare gli artisti poiché ha paura e in questo modo cerca di spaventare tutti gli altri. Sicuramente Panahi uscirà distrutto come uomo e come artista da questa vicenda: sono convinto che riusciranno a uccidere la sua creatività. In Iran si colpiscono gli artisti e i giovani perché il governo sa che solo tappando queste voci può avere il controllo totale della società. Loro dicono che la musica è contro la religione o la morale, ma loro stessi ascoltano questa musica, i loro figli ascoltano questa musica. Dopo la rivoluzione del ‘79, chiusero tutti i locali, tutti i disco pub, tutti i luoghi dove i giovani potevano distrarsi e scaricare le loro energie. Adesso un ragazzo e una ragazza non possono vedersi fuori casa, neanche per una passeggiata in un parco. È tutto proibito. Le uniche alternative che hanno i giovani sono lasciare il paese o cercare consolazione nella droga o nella musica. Il governo di Khatami inizialmente ci ha dato molta speranza, ma purtroppo è stata un’esperienza finita male. Forse siamo stati presi in giro, poiché Khatami voleva cambiare il nostro paese, ma il sistema non ha permesso questo cambiamento. Anche noi non ci siamo accorti che ci stavano prendendo in giro, avevamo gli occhi coperti dalla polvere.

GhobadiDurante le riprese del film siete stati arrestati dalla polizia? Qualcuno dei musicisti presenti nel film ha avuto problemi con la polizia o sono riusciti a lasciare il paese che lei sappia?
Bahman Ghobadi: Siamo stati fermati dalla polizia durante la realizzazione del film, ma mai incarcerati. Ho anche regalato qualche DVD con i miei film ai poliziotti. Al mio ritorno da Cannes, invece, sono stato fermato e ho passato sette giorni in carcere: ero entrato in Iran dal confine iracheno per andare a trovare qualche mio parente in Kurdistan. Alcuni dei ragazzi del film hanno lasciato l’Iran nelle settimane successive alle riprese, ma molti altri gruppi musicali iraniani sono partiti prima di loro. Dovete sapere che in Iran ci sono più di 3000 band di musica rock, e se 20 o 30 di loro riescono a fuggire e portare la musica rock iraniana in giro per il mondo per me è fonte di grande gioia. La loro missione adesso è uguale alla mia: raccontare a tutto il resto del mondo quello che succede in Iran.

Nei film iraniani di solito viene mostrata sempre la parte più vecchia di Teheran, invece nel suo film si vede anche la parte più moderna della città. È stata una scelta voluta?
Bahman Ghobadi: Io adoro Teheran. È una città piena di energia, piena di vita nonostante tutti i suoi problemi. I suoi abitanti sono tutte persone che si danno un gran da fare, come il personaggio di Nader nel mio film. Io sono nato e cresciuto in Kurdistan e noi curdi in Iran siamo cittadini di secondo o terzo grado, abbiamo due gravi “capi d’imputazione” a nostro carico: il primo di essere curdi e il secondo di essere sunniti. Quando sono arrivato a Teheran la prima volta ho sentito la stessa discriminazione nei riguardi degli artisti: non hanno mezzi per esprimersi, non hanno posti o spazi dove far conoscere la loro arte, non hanno a disposizione gli stadi per i concerti o i finanziamenti dallo Stato come succede qui in Occidente. Per questo ho voluto fare un film diverso nel panorama del cinema iraniano, che in questi ultimi anni è stato accusato di essere molto ripetitivo: ho voluto mostrare la grande energia e voglia di vivere che serpeggia per le strade di Teheran, volevo mostrare il grande contrasto tra la ricchezza e la povertà che c’è nel nostro paese. Inoltre non ho inventato nulla, quello che accade non è stato scritto per il film, ma ogni band, ogni location e ogni storia dei protagonisti è vera e autentica.

Durante le riprese del film, era consapevole del rischio verso il quale andava in contro e che probabilmente non le sarà più possibile girare film in Iran?
Bahman Ghobadi: Nel mio film ho voluto mostrare una briciola della cultura underground iraniana, poiché essa non è soltanto musica, ma anche arte, poesia, letteratura: c’è una grandissima produzione artistica tenuta nascosta che aspetta soltanto di poter uscire fuori un giorno. Ho tenuto i diritti del film in Iran per me e ho permesso che fosse distribuito gratuitamente per le strade, in questo modo tantissimi giovani hanno potuto vedere qual è la situazione nel nostro paese e ne sono rimasti molto turbati, e come loro tantissime altre persone che sto incontrando in questi mesi in giro per il mondo, che mi stringono la mano e mi ringraziano per avergli mostrato questa situazione. Per questo motivo ho capito che la mia presenza è più importate fuori dall’Iran, perché così posso raccontare liberamente quello che accade laggiù.
Pertanto ho una richiesta per la stampa italiana: io amo l’Italia e il suo cinema, penso che nessuno popolo sia più vicino agli iraniani di quello italiano, e ne ho avuto la conferma vedendo le vostre piazze riempirsi per manifestare a favore della mia gente. Per questo vi chiedo di smettere di parlare solo e soltanto della questione nucleare o dei mullah, ma di mostrare finalmente l’altra faccia dell’Iran, parlate dei giovani iraniani. Pensate all’Iran come a una bellissima donna coperta dalla testa ai piedi dal chador, quello che vi chiedo è di fare in modo di mostrare il “bel volto” dell’Iran che si nasconde sotto il velo.
da “lostinmovies.it”

Film di finzione su forte base documentaria “Kasi az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh” (Non si sa niente dei gatti persiani), girato tutto nei luoghi reali vissuti dai giovani musicisti, è il ritratto spietato di una società bloccata che non si sottomette, che adotta infinite strategie di resistenza, proprio come i mille volti del suo cinema, di cui Ghobadi è cineasta tra i migliori degli ultimi dieci anni

no one knows about persian catsUn film sulla musica underground iraniana che, afferma il suo regista Bahman Ghobadi, «sono sicuro al cento per cento non uscirà mai in Iran». E un viaggio, per seguire i detours dei protagonisti, nel corpo più underground di Tehran, nei vicoli, negli appartamenti nascosti al termine di cunicoli labirintici, dove allestire studi di prova o uffici per incontrare chi può farti avere, forse, un passaporto o un visto. O fuori città, in una stalla di mucche dove poter suonare al riparo di occhi e orecchi indiscreti. O nel cuore delle arterie urbane della capitale, usando le strade a bordo di un’auto per cantare liberamente, anche in questo caso forse, perché si può venire fermati dalla polizia per il fatto di avere un cane a bordo. E cani e gatti, dice la legge iraniana, non possono essere portati fuori casa, non si puo’ uscire con loro. Kasi az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh (Non si sa niente dei gatti persiani), quinto lungometraggio del regista che esordì nel 2000 con Il tempo dei cavalli ubriachi, vincendo la Caméra d’Or, racconta queste e molte altre cose del vivere oggi a Tehran, sfida continua sulla linea flessibile che separa il lecito dall’illecito, e i continui sconfinamenti tra l’una e l’altra sponda. Con soggetto privilegiato, e raro da vedere al cinema, appunto le mille sfumature della musica indipendente iraniana, vietata, censurata, eppure viva, tenace, costruita giorno per giorno da giovani che, come i gatti e i cani, non hanno libertà e devono nascondersi per suonare.

Il film Ghobadi l’ha iniziato su consiglio della fidanzata Roxana Saberi (la giornalista iraniano-americana imprigionata a Tehran a gennaio 2009 e rilasciata mesi dopo), co-autrice della sceneggiatura, in un difficile momento della sua carriera, dopo che il suo ultimo film era stato censurato e dopo che il suo nuovo progetto non aveva ottenuto l’autorizzazione. Film di finzione su forte base documentaria, girato tutto nei luoghi reali vissuti dai giovani musicisti, Kasi az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh è il ritratto spietato di una società bloccata che non si sottomette, che adotta infinite strategie di resistenza, proprio come i mille volti del suo cinema, di cui Ghobadi è cineasta tra i migliori degli ultimi dieci anni. E ancor più con quest’opera che lo vede per la prima volta, a parte qualche cortometraggio girato nella sua città natale, a contatto con Tehran e con uno stile cangiante al ritmo delle canzoni e dei gruppi musicali, dall’indie rock al rap. Realizzato in diciassette giorni e senza autorizzazione, con le scene girate rapidamente per evitare che la polizia potesse rintracciare la troupe, Kasi az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh trae anche forza da un ottimo cast di interpreti non professionisti, oltreché da alcune band underground che si esibiscono, sempre all’interno del discorso diegetico, e da lampi di quotidianità metropolitana inseriti come ulteriori punti narrativi per la fotografia delle contraddizioni dell’Iran oggi.
Giuseppe Gariazzo, da “sentieriselvaggi.it”

«Qui non si può suonare quello che vuoi, qui non puoi dire quello che vuoi!». Dietro questo sfogo di Negar, una delle giovani protagoniste del film, c’è la voglia di sfuggire ad un regime che non permette la libertà di espressione, che chiude ogni porta, nega ogni sogno: l’unica chiave per aprire una porta serrata è la musica, e il progetto di una fuga in Europa che rappresenta la libertà. Dopo il clamoroso successo al Festival di Cannes, arriva anche in Italia (purtroppo in pochissime sale) il film di Bahman Ghobadi, girato senza autorizzazione, che ha costretto il regista di origine curda ad auto esiliarsi per evitare le pene alle quali sarebbe inevitabilmente andato incontro se fosse rimasto in Iran.
Negar e Ashkan amano l’indie rock e compongono delle splendide canzoni. In Iran però la loro musica è proibita, ogni cosa è controllata e censurata: l’unico modo che resta loro per esprimersi è mettere su una band e andare in Europa a suonare. Il buon Nader, appassionato di musica e di cinema, si impegna ad aiutare i ragazzi nella ricerca di componenti per la band e dei passaporti necessari alla partenza. Negar e Ashkan cominciano così un lungo cammino attraverso Teheran alla ricerca di nuovi elementi per il gruppo scoprendo in questo modo un universo musicale costretto a strisciare in clandestinità, alle spalle del regime.
Un’opera rock, non solo per quanto riguarda il tema musicale del film, ma per i valori da sempre incarnati e collegati a questa parola: ribellione, libertà, evasione, espressione del proprio io. Un film bellissimo e allo stesso tempo frustrante, ad ogni modo coraggioso e necessario, che elargisce sogni con i suoi riff ma che picchia duro con la sua inconcepibile realtà, contro la quale i protagonisti sono ripetutamente costretti a sbattere la faccia. Nietzsche disse: “senza la musica la vita sarebbe un errore”, e non vedere questo film sarebbe davvero un grande errore.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Nonostante i loro guai con la giustizia iraniana, un ragazzo e una ragazza danno vita a un gruppo che aderisce al panorama indie rock che si muove clandestino nella città di Teheran. Il regime proibisce questo genere di attività, ma la forza della loro passione per la musica è un’urgenza troppo grande. Il problema più grande è quello di non farsi scoprire dalla polizia, il secondo è quello di riuscire a organizzare tutto il necessario per la fuga verso l’Europa e l’agognata libertà. Trovare chi è in grado di fornire dei documenti non è facile e questi costano cari.
Fino al 1978 l’Iran era una delle nazioni mediorientali più avanzate sia dal punto di vista economico che da quello sociale. L’avvento al potere dell’ayatollah Khomeyni, riportò al governo del paese il movimento religioso islamico sciita, che impose leggi su base di un rigido moralismo fondamentalista. Sebbene la sua guida durò solo per dieci anni, fino alla sua morte, il regime teocratico è ancora in atto limitando fortemente la libertà della popolazione. Il processo di involuzione subito in questo periodo dalla società iraniana è ben descritto nello splendido film di animazione Persepolis, firmato da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud. In maniera analoga, ma ribaltata verso una prospettiva attuale, il film di Bahman Ghobadi illustra la realtà musicale di Teheran ma, in realtà racconta molto di più.
Esistono film che non solo hanno un grande valore artistico, ma che associano a esso un profondo significato politico per il coraggio della denuncia che lanciano. Questo è uno fra i più potenti. Ghobadi, regista di origine curda già autore di splendidi film come Il tempo dei cavalli ubriachi e Turtles Can Fly (mai arrivato in Italia), con il suo ultimo film ha infatti che ha saputo mette in luce le contraddizioni esistenti nella Teheran odierna, dove le imposizioni teocratiche si scontrano violentemente con le esigenze profonde dei giovani iraniani e il loro sogno di una vita normale.
I sogni e i desideri di una generazione si infrangono sulle rigide interpretazioni religiose che vengono imposte come legge. In una nazione dove un regista celebre come Jafar Panahi, voce storica dei dissidenti iraniani, è stato arrestato perché accusato di girare un film contro il regime di Teheran appare estremamente difficile riuscire a manifestare liberamente il proprio pensiero, a meno che questo non sia allineato con il potere. Ghobadi ha realizzato l’irrealizzabile, un film di fiction che racconta come un documentario la storia di due ragazzi immaginari ma che potrebbero essere mille giovani iraniani: Una generazione che vorrebbe urlare la propria rabbia ma che è soffocata dal moralismo imposto con la forza.
I Gatti persiani non è solo un film che offre uno spaccato della realtà musicale underground di Teheran ma è, come detto, un film che ha un profondo e violentissimo significato politico che lo rende un testo fondamentale per la filmografia del suo paese. Girato totalmente in modo clandestino, il film è un durissimo atto di accusa nei confronti al regime, raccontato con una tecnica che si distacca dai canoni del cinema iraniano fatto di luoghi desolati, personaggi solitari, silenzi esasperanti. Ghobadi racconta in modo moderno la generazione di MTV, degli mp3, di Internet a cui però viene negato tutto quello che il nostro tempo può offrire. La musica però è rivoluzione, lo è sempre stata e a Teheran, anche se vietato, esiste il rock, l’hip hop fino al heavy metal. Non dimentichiamo che per l’Islam la musica è impura, in quanto fonte di allegria e di gioia, proviamo quindi a immaginare se fosse una donna a cantare…
Ghobadi dimostra grandissimo coraggio, quasi al pari dei musicisti ribelli che descrive, dai pirati che smercano cd e dvd proibiti, da chiunque si oppone a un potere anacronistico che si mantiene grazie alla forza.
Strepitosa la colonna sonora, potente come il messaggio che il film vuole veicolare. Encomiabile il lavoro di tutto il cast, che ha rischiato tanto quanto il regista nella realizzazione del film. Il racconto di Ghobadi però ha un finale tragico, un messaggio inquietante che sottolinea quanto sia forte il pessimismo per il futuro. Ma la musica sopravvive. Sempre.
Curiosità: in Iran è proibito portare in giro cani e gatti, ma in casa sono molti che tengono dei costissimi gatti persiani. Questi sono come i musicisti del film, secondo Ghobadi, senza libertà e costretti a vivere nascosti per suonare la loro musica.
Carlo Prevosti, da “cineblog.it”

Del cinema iraniano si sono perse un po’ le tracce, nessuno ne parla più, i film da noi non vengono distribuiti. L’ingenuo, fiducioso nelle scelte dei distributori, può pensare che la qualità media dei film sia abbondantemente calata; tuttavia, non è esattamente così.
Chi ne ha seguito comunque l’evoluzione, si è infatti senz’altro accorto che quella iraniana non è più una “scuola”, che è venuta meno l’apparente unità di intenti che ne ha caratterizzato le migliori, irripetibili stagioni, ma che comunque i principali autori partoriti dalla Repubblica Islamica oggi continuano per la loro strada, camminano con le proprie gambe, seguono con coerenza il percorso da ciascuno intrapreso.
Bahman Ghobadi non fa eccezione. Abbandonato dalle sale italiane dopo l’ottimo debutto nel lungometraggio di fiction, fa altrettanto bene con i lavori successivi, inediti in Italia. Giunto all’opus numero cinque riesce però a spiazzare tutti: sia chi lo ricorda per “Il tempo dei cavalli ubriachi”, sia chi ha avuto modo di vedere i suoi film successivi, sia chi si aspetta il tipico film iraniano, magari nella sua variante di lamentosa denuncia, dato il tema affrontato.
Niente di tutto ciò. In “I gatti persiani”, del precedente cinema di Ghobadi c’è poco o nulla: i protagonisti e la loro lingua non sono curdi ma appunto persiani; l’ambientazione non è rurale, ma cittadina che più non si può, visto che siamo nella capitale Teheran. Resta solo l’interesse per la musica: ma questa volta non per quella tradizionale curda (come in “Daf”, “Marooned in Iraq”, “Half Moon”), bensì per quella giovanile; suonata dai giovani stessi. Soprattutto, di forte matrice occidentale. Per tutto il film, l’autore mostra infatti comprensione e affetto per la voglia di cultura straniera, anche scadente, che serpeggia tra gli iraniani e per i quali è sostanzialmente preclusa.
Anche del tipico cinema iraniano c’è ben poco: la circolarità della struttura, il ricorso al fuori campo, il gusto per la sorpresa del pubblico, la cui prima impressione è talvolta smentita: ad esempio, lo spettatore scopre che una donna è cieca solo quando vede il bastone bianco, dopo averla osservata per lungo tempo senza accorgersene.
Per il resto, niente lunghe sequenze dall’andamento compassato, bensì rapide istantanee dal ritmo incessante. Ma non frenetico: nonostante il digitale, la videocamera storta, le inquadrature sfocate (l’avreste mai detto, in un film iraniano?), il montaggio si fa più frequente solo quando accompagna, a tempo, i brani indie-rock, metal, hip-hop, suonati dai protagonisti; svelando al contempo frammenti altamente significativi, ma mai didascalici, della realtà che sta alla luce del sole (mentre i musicisti sono costretti a provare e a registrare nelle catacombe). L’insieme che deriva da questa intuizione – la più azzeccata del film – è un autentico e prezioso mosaico.
La denuncia dei problemi sociali è dunque prioritaria, ma il controllo della scrittura – ed è un altro innegabile pregio – non dà l’impressione di abdicare all’urgenza dell’accusa. Né la materia è trattata come nella più sciatta opera di propaganda: il finale è sì pessimista, forse non potrebbe essere altrimenti, ma lo svolgimento è carico d’ironia. Più precisamente, ironia e dramma si rapportano in maniera dialettica: talvolta è la prima a smorzare una situazione tesa, talvolta l’allegria sfocia improvvisamente in dramma. Nel complesso, comunque, i toni sono lievi: di fatto, si tratta di una commedia musicale.
Anche in questo caso, pertanto, chi andrà alla ricerca di un avallo, in questi mesi politicamente tormentati, dei propri (pre)giudizi sulla Repubblica Islamica, rischierà di non esserne del tutto appagato. Ma di scoprire invece, ad esempio, che gli iraniani sanno anche scherzare dei loro problemi, in maniera estremamente intelligente. A giudizio di chi scrive, le sequenze più riuscite sono infatti due; in entrambe, il potere e la repressione intervengono per questioni marginali, di poco conto, mentre Ghobadi ce li fa soltanto intravvedere o li lascia del tutto fuori campo, facendo caricatura e paradosso della loro assurdità. In una un processo più che sommario viene mostrato attraverso l’uscio di una porta socchiusa, nell’altra un gendarme non inquadrato ferma i protagonisti perché trasportano un cane in auto.
Se non si fosse ancora capito, “I gatti persiani” è un film che sorprende, soprattutto in positivo. Ma chi ci ha visto un capolavoro ha forse preso un abbaglio, poiché la struttura palesa crepe, alti e bassi, lungaggini. Il nome di Roxana Saberi suscita interesse per la notorietà della sua vicenda, ma la sua penna non si dimostra così efficace nella stesura dello script. Ghobadi, dal canto suo, pare aver realizzato un buon film di transizione in vista del suo approdo negli States. Anche se, nonostante un’offerta della Dreamworks già in cantiere, per il nuovo stile adottato sembra pronto più per il Sundance che per Hollywood.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

I gatti persiani
di Bahman Ghobadi

La giostra senza via d’uscita

Un ragazzo e una ragazza che hanno già avuto dei guai con la giustizia iraniana decidono, una volta usciiti di prigione, di formare una band rock. Si tratta di un’attività proibita dal regime e i due debbono cercare gli altri componenti cercando di non farsi scoprire. Al contempo iniziano a pianificare la fuga dal Paese che li opprime attraverso l’acquisto di passaporti falsi. Questo consentirebbe loro di avere anche la speranza di poter suonare in Europa. Ma i documenti costano cari e il rischio che la polizia interrompa brutalmente la loro attività si fa sempre più forte. (sinossi)

Proprio come il film cinese di Lou Ye (Spring Fever) che ha aperto qui a Cannes il Concorso Ufficiale, I gatti persiani (Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh) di Bahman Gobadi è stato realizzato in condizioni di sostanziale clandestinità, sfidando le autorità iraniane. È un film inatteso sotto ogni aspetto, non un capolavoro, ma un ottimo film che ha il merito di apparire come un ufo nel contesto cinematografico iraniano (e non solo). Mescola documentario e fiction nel raccontare le vicissitudini di un gruppo di giovani, tre per l’esattezza, due ragazzi e una ragazza, che appena usciti di prigione subito ricominciano a praticare il ‘peccato originale’: inseguire il loro sogno di diventare una superband del rock. Corrono quindi il rischio di tornarci in prigione, al prezzo di multe esorbitanti e la minaccia di innumerevoli frustate. Il problema è che suonare la chitarra fino a che sembri un grido di rabbia, è per costoro un’esigenza insopprimibile, una vibrazione acustica e interiore assieme che li attraversa tutti in una maniera che ha qualcosa di metafisico. Il film è una giostra, un ottovolante, un saliscendi continuo tra opposti luoghi, situazioni, approcci narrativi, articolazioni della regia e del montaggio, riuscendo a mantenere l’unità stilistica. “Le strade sono la mia realtà” viene cantato nel film. E No one knows about Persian Cats, è un viaggio nei bassifondi di Teheran, un documentario travestito da fiction, una fiction travestita da documentario, dalle cantine ai tetti, dalla strada all’ultimo piano di palazzi incompiuti dove il vento e il sole passano perché vi è solo la struttura di ferro e cemento. Un documentario su luoghi e situazioni opposte, tra architetture finite e non finite, un documentario sullo stato della musica underground in Iran. I personaggi incontrano altri musicisti come loro e noi li incontriamo assieme a loro. La musica che sentiamo è un rock iraniano evocativo che ha la stessa velocità del film, senza visivamente aver nulla dell’immagine estetizzata del videoclip, magari anche rielaborata. Gobadi non è un Wong Kar-wai iraniano. Quando vi sono i (numerosi) pezzi rock, il montaggio è sì veloce, ma l’estetica della fotografia rimane sostanzialmente naturalistica, mantenendo così anche l’unità di stile con il resto del film e con l’approccio, come detto, sostanzialmente documentaristico. L’uso della musica ha al contempo una funzione sociale, è un urlo, una valvola di sfogo per non impazzire. Tutto è così assurdo che ci vuole molto senso dell’umorismo, dell’ironia, per sopportare tutto. Ad esempio è l’ironia della ‘recita’ col giudice per evitare altri guai per la propria musica, che a noi, avvezzi alla commedia dell’arte, non pare estranea. Ed è la situazione personale del regista, che per i suoi film precedenti – tra cui l’ottimo ma durissimo Il tempo dei cavalli ubriachi (2000), uscito anche nelle nostre sale – è stato perseguito con la censura praticamente totale verso i suoi film, girando questo nuovo in diciassette giorni privo di autorizzazioni, e ha dovuto offrire ai poliziotti che lo avevano fermato per due volte dei DVD vietati dei suoi film o raccontando balle, come il fatto di star girando un film sulla droga… insomma un inferno, ed è peraltro anche un inferno della corruzione quello dell’Iran degli ayatollah. È normale che i ragazzi del film sognino “un’altra temporalità” rispetto a quella dei loro genitori, come dice un’altra frase cantata nel film. L’atto d’accusa del regista è senza riserve, implacabile. Un inferno, fatto anche di piccole scene, di piccoli eventi traumatici per loro quanto per noi, gli spettatori. Come in quella breve, fulminante, shockante, scena dove un cagnolino finisce all’improvviso ‘fuori campo’, sottratto brutalmente alla sua padrona, perché non si può viaggiare in auto con un cane in quanto il cane è… un animale impuro! Preso via dal finestrino dell’auto così, senza possibilità di replica. E pensare che ci eravamo appena rallegrati, poco prima, di questa ragazza che guida l’automobile, e senza velo! E di come questo contrastasse con gli stereotipi troppo facili che girano qui in Occidente. Ed è vero che il film in una scena così breve sovverte tutto questo, ma subito dopo questa scena viene sovvertita a sua volta, facendoci capire che la questione del rispetto dei diritti fondamentali è davvero diversa tra Iran e l’Occidente. Sono straordinari i ragazzi del film, come musicisti e come interpreti. No one knows about Persian Cats ha anche il merito di dimostrare la loro universalità: sono globalizzati, ma nel senso buono della parola. Sono freschi e genuini e Gobadi ha chiaramente uno sguardo di tenerezza e simpatia verso di loro, e non solo perché se non avesse fatto il regista avrebbe voluto fare il musicista. Questi ragazzi sono come i gatti e i cani in Iran: non si vedono, ma ci sono. Il film si chiude nella circolarità, nella palude, che è la condizione esistenziale dei protagonisti: una festa clandestina di tipo occidentale, e fa la sua comparsa, improvvisa, inattesa, la musica tecno. Musica priva di parole, pulsante e fredda. Musica del tutto occidentale e non rock dalle sonorità (medio)orientali. Musica dell’alienazione e non musica sull’alienazione, come quella dei ragazzi del film che suonano musica acustica. Un altro mondo il loro, un’altra temporalità rispetto alla nostra; il mondo, la realtà di chi ha ancora qualcosa per cui combattere contrariamente all’Occidente libero. E malgrado l’opacità del finale.
Francesco Boille, da “cineclandestino.it”

Tra i divieti severamente imposti dal regime iraniano c’è anche la possibilità di fare musica. Ovviamente una passione non si può reprimere per via di aberranti ed assurdi decreti, così migliaia di ragazzi combattono la paura della prigione rifugiandosi in degli scantinati, in luoghi lontani dai centri abitati, o addirittura nelle stalle, per riuscire finalmente a mettere in atto il loro più grande desiderio.
Il regista iraniano Bahman Ghobadi decide di raccontare la vita di queste band con un docu-dramma decisamente particolare, ricco di canzoni e di episodi che possono essere definiti figurativi per quanto siano quasi del tutto al di fuori dal clichè standard di un film.
I protagonisti non stanno interpretando un ruolo, ma sono realmente cantanti che mettono in mostra tutto il loro disagio e i mille ostacoli che sono costretti a valicare per continuare a credere nei loro sogni. E’ la loro forza di volontà ciò che gli permette di rimanere a galla in uno sconfinato mare di avversità.
La realtà di tutto ciò è palesata dallo stesso regista, che ci regala uno dei film più veri di sempre, mostrando al pubblico le stesse problematiche che l’intero cast ha vissuto durante la realizzazione della pellicola. Eppure, nonostante i mezzi di fortuna, la fretta con cui alcune scene sono state girate, e l’impossibilità di effettuarne altre di riserva, il montaggio è decisamente soddisfacente, come se avessero disposto di molta più calma.
Che Ghobadi sia un appassionato di musica è evidente, e non per la sua decisione di realizzare un film a riguardo, ma per il fatto che questa non è affatto un pretesto per raccontare una dura realtà, come magari era forse più ovvio ed immaginabile, ma è invece presente nella pellicola come una costante. Probabilmente per chi non ama la musica, e soprattutto per chi non è attratto in particolare dalle tendenze indie-rock ci saranno diversi passaggi in cui lo sbadiglio non sarà così utopistico, ma nella maggior parte dei casi è tutto altamente sopportabile.
Il finale un pò a sorpresa è la giusta commistione tra realtà e finzione, ed è il momento più adatto per ricordarci che nonostante tutto siamo di fronte ad un film, pertanto va anche apprezzato il lavoro certosino del regista e di tutto il cast tecnico e artistico, che ha rischiato la pelle in prima persona, per far arrivare fino a qui la dura verità di un popolo e del loro lamento, purtroppo finora inascoltato.
Tiziano Costantini, da “filmfilm.it”

Ragazzi di oggi
Negar e Ashkan si amano, sono usciti da poco di prigione: arrestati perché musicisti. L’unico modo per poter dare vita alla loro passione è lasciare l’Iran, in cui la musica è proibita, ed esibirsi all’estero. Per dare consistenza al loro progetto devono trovare passaporti falsi, soldi, e formare una band.
Grazie al sostegno di Hamed, si mettono alla ricerca di musicisti desiderosi di accompagnarli, ma per far questo devono esplorare il mondo della musica underground di Teheran…

Musica e libertà
Noto in Italia per il meraviglioso Il tempo dei cavalli ubriachi del 2000, Barman Ghobadi presenta nel 2009 al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, aggiudicandosi il Premio Speciale della Giuria, I gatti persiani, una pellicola che assume anche un valore estrinseco rispetto alla propria essenza cinematografica. È un film realizzato per lo più clandestinamente, senza l’autorizzazione del governo, e di certo non verrà distribuito in patria. Il cineasta iraniano è stato arrestato durante le riprese e ha potuto continuare il proprio lavoro solo corrompendo i funzionari di polizia. Di là da questo, I gatti persiani è interessante per lo stile e per la vicenda che racconta. È un film profondamente metropolitano, radicato nella contemporaneità iraniana, non “poetico” e non metaforico. Teheran è al contempo sfondo e protagonista. Negar e Ashkan sono due giovani musicisti, arrestati per questo e usciti da poco di prigione, vogliono solamente suonare, cantare, fare concerti e andare all’estero per essere liberi di fare arte. L’islam condanna la musica perché fonte di emozioni e il governo punisce severamente chiunque ascolti e suoni, soprattutto in stile occidentale. I due ragazzi accompagnano lo spettatore nel multiforme e vitale universo della musica undergorund di Teheran e si ribellano al buio espressivo e intellettuale, nutrendo il proprio sogno. I gatti persiani molto racconta sulla realtà della gioventù iraniana, quella delle manifestazioni antigovernative annegate nel sangue, quella che viene condannata a morte perché non rinuncia ai propri diritti e difende la propria libertà.
Quanto fermento artistico si nasconde nelle cantine di Teheran, quanta vita nelle feste clandestine e negli studi di registrazione improvvisati, quanta voglia di comunicare in quel ritrovarsi e discutere dei propri desideri! Nel film di Barman Ghobadi si alternano un montaggio serrato di immagini “documentaristiche” di Teheran e momenti musicali in cui le band suonano la propria musica, la fabula unisce in una sorta di “macrovideo” musical-narrativo le vite dei musicisti e la capitale iraniana. Il finale è tragico e feroce. L’oscurantismo del regime dittatoriale non lascia scampo. Solamente negli ultimi istanti la vicenda narrata pare elevarsi a simbolo di una realtà in cui le speranze vengono abortite nella morte. È un film da vedere per chiunque abbia una coscienza civile e voglia conoscere l’Iran contemporaneo, al di là di ogni preconcetto.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

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