Gorbaciof

La triste storia di un piccolo uomo
Si chiama Marino Pacileo, detto Gorbaciof per una vistosa voglia rossa sulla fronte. Fa il contabile del carcere, vive una vita silenziosa e schiva, di cui fanno parte solo il lavoro e il gioco d’azzardo, il poker soprattutto. Segretamente innamorato della giovane cinese Lila, quando scopre che il padre di lei non può onorare un debito contratto al gioco, sottrae i soldi dalla cassaforte del carcere e li consegna alla ragazza. Sarà l’inizio di una spirale di violenza dalla quale è impossibile uscire.
Lo scenario è quello del quartiere intorno alla Stazione Centrale di Napoli, resa o ancor più squallida dalla macchina da presa. Questo è il mondo di Gorbaciof, diviso tra il lavoro di contabile a Poggioreale e il gioco d’azzardo – slot machine, bingo, corse – ma soprattutto il tavolo di poker di una bisca clandestina. La fronte perennemente aggrottata di Gorbaciof si distende e gli occhi sorridono solo quando incrociano lo sguardo remissivo della giovane cinese Lila (la delicata Mi Yang, famosa in Cina, qui nel suo primo ruolo in un film europeo). Lei inizia a vedere in lui l’uomo che potrebbe proteggerla, lui vede in lei una possibile occasione di riscatto.
Gorbaciof ha la faccia, le rughe e le espressioni di Toni Servillo, perfetto nel dare volto, movenze e voce (poca, vista la scarsità di dialoghi) a un uomo piccolo e triste, sempre vestito con giacchette attillate e capello lungo brillantinato da acchiappafemmine di balera.
Intorno all’attore napoletano, infatti, è stato costruito l’intero film, con una prima scrittura della sceneggiatura che risale a sei anni orsono, con molti dialoghi in più e una protagonista femminile napoletana. Poi la scelta del regista di virare su uno stile più vicino a un certo cinema asiatico, evitando il cliché del film di denuncia, diradando i dialoghi all’essenziale e scegliendo una protagonista che sottolineasse con maggiore enfasi la comunicazione senza parole tra i due.
Ne esce un racconto per immagini, girato con uno stile asciutto, in cui tutto ruota intorno alla squallida solitudine del protagonista, alle sue manie, al suo essere fuori posto in qualsiasi contesto – sul lavoro, così come con le carte in mano. Un piccolo e triste omuncolo senza affetti, senza famiglia né amici, che butta via la sua vita così come fa con ogni oggetto che viene rumorosamente, e senza attenzione, gettato su un tavolo, un letto, una sedia.
Malgrado il prevedibile finale, Gorbaciof ha il suo aspetto migliore proprio nella essenzialità del racconto e nei personaggi di contorno abbozzati, ma importanti nel definire un mondo ai margini.
Costruire un film intorno a un attore straordinario come Toni Servillo lascia tuttavia un po’ il dubbio che possa trattarsi soprattutto di un omaggio alla bravura attoriale.
di Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

Toni Servillo, continuando a sottovalutare le conseguenze dell’amore, giganteggia in una Napoli impicciata e malandrina nella quale risuonano lontani echi di “Carlito’s Way”, fino alla beffarda conclusione che non può non far pensare a “Pulp Fiction”. Stefano Incerti è bravo, e sa bene che con grandi silenzi e la purezza dello sguardo può creare emozioni potenti (come insegna il cinema coreano dell’ultimo decennio). “Gorbaciof” colpisce pienamente nel segno, grazie ad un antieroe né bello né simpatico, ma al quale inevitabilmente ci si affeziona, anche per merito di tutti gli sforzi da lui compiuti in funzione di un amore quasi assurdo.
Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una grande voglia sulla fronte, lavora come contabile nel carcere napoletano di Poggioreale. Spesso e volentieri sottrae dalle casse del carcere qualche biglietto da investire a poker, giocando nel retrobottega del ristorante dove lavora Lila, una bellissima ragazza cinese della quale è innamorato. Per pagare i debiti di gioco del padre di lei, ed evitare che Lila venga sfruttata in cambio di denaro, Gorbaciof comincia a rubare sempre più soldi dalle casse del carcere, invischiandosi in giri sempre più pericolosi pur di coronare il suo sogno d’amore: una fuga lontano da Napoli insieme alla sua Lila.
Silenzioso e deciso, testa sempre alta, sguardo crucciato e rari sorrisi: è così che Toni Servillo regala al suo Gorbaciof l’immagine di “una tigre fra le scimmie”, come recita la locandina del film. C’è una Napoli come sempre piena di traffici e trafficanti, ma che potrebbe essere qualunque città del mondo, da sfondo a questa storia fatta di piccoli eroi e grandi amori silenziosi, intensi e distanti al tempo stesso (culturalmente e fisicamente). Ecco un film italiano di cui possiamo essere fieri.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Noir dostoevskiano con protagonista uno straordinario Toni Servillo nei panni di un giocatore d’azzardo, ‘Gorbaciof’, diretto dal napoletano Stefano Incerti, è una sorprendente opera cinematografica dalla geometria perfetta e dal lirismo orientale destinata a bissare il successo de ‘Le conseguenze dell’amore’.
Le jene di Napoli
Il titolo trae in inganno, ma l’ultimo film del regista napoletano Stefano Incerti non è un biopic del premier sovietico. Al centro dell’opera è infatti la storia di Marino Pacileo, da tutti chiamato Gorbaciòf per una vistosa e scura voglia sulla fronte. Cupo e solitario “ragioniere di galera” a Poggioreale, l’uomo è un giocatore d’azzardo che la sera punta su migliaia di euro a poker sul retro di un ristorante cinese. Per salvare la figlia dell’indebitato proprietario, Lila, dalla prostituzione sottrae dalle casse del carcere un’ingente somma di denaro che una serie di perdite al gioco non gli permettono più di restituire. Con l’appoggio di un poliziotto corrotto si unisce allora a un gruppo di malviventi passando da contabile a criminale, ma con l’amore nel cuore.
Toni Servillo in una scena del film Gorbaciof di Stefano Incerti Noir dostoevskiano, con il protagonista che fa “Il giocatore”, Gorbaciof è un’opera cinematografica dalla geometria perfetta: la regia di Incerti cala con abilità lo spettatore negli abissi danteschi di un personaggio quasi animalesco che sembra non toccare mai il fondo. Ha la pelle dura Gorbaciòf, che nella tinta di quella voglia sulla fronte sempre corrugata possiede un segno tangibile della sua personalità, ma, sebbene non abbia ancora imparato il rispetto per le buone maniere e sia una lurida e disonesta jena metropolitana, è un sorprendente galantuomo che si schiera dalla parte dei deboli.
Il capolavoro di Incerti, che ha ereditato da Mario Martone la destrezza registica nel ritrarre il ventre di Napoli, ricorda per stile, storia e perfino per la caratterizzazione dei personaggi il poetico Le conseguenze dell’amore. Come il brillante Paolo Sorrentino anche Stefano Incerti e il talentuoso scrittore Diego De Silva, che hanno firmato a quattro mani la sceneggiatura, ci mostrano una faccia ambigua della criminalità, una tenerezza che zampilla perfino nell’animo disumano e spietato di chi sarebbe capace di ammazzare qualcuno a mani nude. Non è un caso che a prestare il volto a questo mostruoso derelitto della società, di poche parole – esemplari l’incipit silenzioso del film e l’intesa di sguardi con la bella Lila che parla solo cinese – che vive in uno dei quartieri più multietnici di Napoli, nei pressi della Stazione centrale, sia proprio l’eccelso Toni Servillo, che sa gestire la sua impressionante espressività e la sua corporeità di attore prestato dal teatro al cinema con straordinaria misura: gli bastano una smorfia del viso e uno scaltro sguardo diretto in macchina in una breve scena del film per conquistare i cuori dei suoi spettatori e trascinarli, portandoseli sapientemente dalla sua parte, fino alla fine del film.
Toni Servillo in una scena del film Gorbaciof Non ha nulla da farsi perdonare questa piccola sorpresa della 67esima Mostra del Cinema di Venezia, immeritatamente fuori concorso, una pellicola dall’ineccepibile lirismo orientale in cui l’intonata musica di Teho Teardo, le meravigliose performance degli attori, il totale controllo della macchina da presa, le atmosfere surreali e la trama da pulp s’incastrano come in un mosaico affascinante suggellato dall’ultimo tassello tarantiniano, costruito con un sapiente e imprevedibile colpo di scena amaro e violento che esclude ogni redenzione.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

La storia, ispirata ad un fatto di cronaca vera, è quella di Gorbaciof (soprannominato così per una grande voglia viola sulla fronte) cassiere del carcere di Poggio Reale, con il vizio del gioco. La bisca clandestina si trova nel retro bottega di un ristorante cinese. Anche il proprietario del ristorante ha il vizio del gioco, ma poca fortuna. Il proprietario ha una figlia, Lila, che rischia di entrare nel giro della prostituzione per coprire i debiti del padre. Per salvarla Lui inizia a sottrarre somme sempre più ingenti dalla cassa del carcere. Il finale è a sorpresa.
Gorbaciof è un film essenziale. Quasi privo di dialoghi e spoglio di ogni inutilità. Gorbaciof è un uomo duro, piccolo, compatto, violento, di una fisicità dirompente e esplosiva. Lila è bellissima, silenziosa e triste. Primissimi piani sulla “faccia di gomma” di Toni Servillo che utilizza tutta la potenza della sua straordinaria mimica facciale, per rendere vano l’uso della parola. Primissimi piani sul volto di Mi Yang, splendidamente espressiva nel suo immobile viso di porcellana. Gorbaciof e Lila non parlano: lei non consoce che il cinese e lui non ama le parole. Si scoprono grazie alla forza di un istinto animale non completamente sopito e comunicano attraverso le loro rispettive solitudini. Lui, cerca di proteggere Lei per salvare se stesso; le dona quello che non ha mai sognato di ricevere ottenendo in cambio la possibilità di far emergere un aspetto della sua personalità rimasto sommerso per troppo tempo. Napoli appare, discreta, sullo sfondo, in tutto il fascino di sovrabbondante città barocca.
Quando si afferma, riferendosi ad un film nostrano, “non è italiano”, di solito si intende fargli un complimento. Si intende affermare che l’opera si è scrollata di dosso quel fastidioso alone provinciale, quella tendenza ad indugiare su dettagli futili e ad abusare di un dialogo eccessivo e irreale, che caratterizza troppe delle opere di casa nostra. Ma Stefano Incerti passa oltre, realizzando un’opera satura di amore per il cinema, anche per quello italiano. Non intende essere ciò che non è, rinnegare le proprie radici, ma affermare con forza la potenza della condivisione. Il valore della mescolanza dei linguaggi, della contaminazione tra cinematografie differenti e dell’appartenenza alla propria cultura. La potenza dell’incontro, esplicitata dalle differenze sociali e caratteriali dei due protagonisti, è tale da trasformare le barriere in occasioni, alla scoperta di un linguaggio altro. Una lingua nuova, immediata e straordinarimante efficace. Una cultura che non teme di venire spazzata via dall’incontro con qualche cosa di diverso ma, al contrario, vi trova nuova linfa e ispirazione. Afferma con decisione Incerti, in un epoca di razzismi, autarchia e discriminazione, che l’incontro con il diverso può solo portare ricchezza e aiutarci a scoprire cose che pensavamo sommerse per sempre.
di Sila Berruti, da “close-up.it”

Il protagonista del film di Stefano Incerti ha un nome e un cognome. Si chiama Mariano Pacileo. Ma dentro il film, nella sua realtà, tutti lo chiamano Gorbaciof, per via della voglia che ha in fronte, tanto simile a quella dell’uomo della perestrojka e della glasnost. Va da sé che nulla di Mariano Pacileo, se non appunto la mera apparenza, può ricordare Mikhail Gorbaciov.

Allo stesso modo, che Gorbaciof porti impressi sulla sua superficie narrativa dei marchi riconducibili a film come Gomorra, Le conseguenze dell’amore, in parte Heat, Carlito’s Way, persino Pulp Fiction in una citazione finale tanto esplicita quanto stonata, non significa che Stefano Incerti voglia catturare e riproporre la vera essenza di quei titoli, né tantomeno farne proprie le qualità. Perché i riferimenti, le analogie e gli omaggi sono di facciata, incapaci di toccare una sostanza che Incerti vorrebbe invece personale a partire da una forma nervosa e sicuramente, a suo modo, di ruvida eleganza ed efficacia.

Eppure, come spesso accade, la forma diventa spesso sostanza. Perché se è vero che nel film si parla di un sottobosco napoletano oramai “globalizzato”, lo è altrettanto che (non) è solo perché alcuni dei protagonisti sono cinesi che, guardando Gorbaciof, vengono alla mente anche alcune situazioni di certo noir asiatico contemporaneo. E (non) è solo perché c’è Servillo che si citano titoli come quelli di Garrone o Sorrentino. E accade anche che un film che sceglie di prendere il titolo dal soprannome del suo protagonista finisca con l’identificarsi quasi interamente con la performance fisica (quindi formale e sostanziale al tempo stesso) dell’attore.

Toni Servillo è Gorbaciof, e Gorbaciof è Toni Servillo, nel suo silente sproloquio di pose e di smorfie come nemmeno il De Niro più recente. La sua presenza, il suo costante movimento è motore di tutte le vicende, e finisce col diventarne il senso unico e ultimo. Perché non è pensabile che Incerti sia stato così ingenuo da credere che il centro del suo film sia davvero, e semplicemente, l’ennesima storia di discesa agli inferi di un uomo che porta stampata in fronte, come una voglia, la condanna ad una fine drammatica e scontata.
E noi ci ritroviamo quindi, obbligati, a fissare la voglia-Servillo, riducendo il corpo-film di Gorbaciof a qualcosa di alieno e impersonale.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, Gorbaciof – Il cassiere col vizio del gioco è una curiosa divagazione del cinema italiano in territori battuti solitamente più dalle produzioni orientali, europee ma soprattutto asiatiche. La sceneggiatura firmata a quattro mani dal regista Stefano Incerti e Diego De Silva riduce al minimo i dialoghi e punta sulla forza delle immagini, sulla psicologia dei personaggi e sulla “maschera” da fuoriclasse di Toni Servillo, su cui si impernia la pellicola.
L’attore di Afragola veste i panni di Marino Pacileo, un cassiere del carcere di Napoli, detto Gorbaciof per via di una vistosa voglia sulla fronte, simile a quella dell’ex Presidente dell’URSS. Smorfia alla Robert De Niro e camminata alla Tony Manero (quello di Pablo Larraín, beninteso), Gorbaciof si aggira per la città con la sicurezza di un avvoltoio che sa sempre come colpire, tenendosi a galla rubacchiando dalla cassaforte del carcere quanto basta per garantirsi una partita a poker nel retrobottega del ristorante cinese di zona dove lavora Lila (Mi Yang), la figlia del proprietario di cui è segretamente innamorato. Quando i debiti di gioco del padre di Lila iniziano a farsi sempre più pesanti, Gorbaciof decide di portarla via e, quando i furti non bastano più, è infilato da un poliziotto corrotto in una spirale criminale che lo stritola senza pietà fino a condurlo a un finale tarantiniano.
Alla descrizione sociologica di una zona di confine di Napoli, Incerti preferisce un approfondimento lirico di questo squalo metropolitano, capace di qualsiasi tipo di bassezza e violenza, ma in grado di costruire un amore fatto solo di silenzi, sguardi e sorrisi. Se la trama, pur molto semplice, ogni tanto si fa un po’ fumosa e irreale, il punto di forza del film è sicuramente nell’interpretazione di Toni Servillo, estremamente teatrale, aiutata da una regia molto lineare ed asciutta, priva di virtuosismi e voli pindarici. Un lavoro sicuramente interessante, anche solo per poter apprezzare un’opera che si discosta decisamente dai canoni cinematografici italiani.
Marco Damato, da “silenzio-in-sala.com”

Nel 1995 Stefano Incerti ha vinto il premio Kodak.- Opera prima alla Mostra del Cinema di Venezia e il David di Donatello come miglior regista esordiente, nel tempo ha partecipato alla creazione di film collettivi presentati anch’essi a Venezia, ora dopo diversi anni si presenta con un nuovo lavoro: “Gorbaciof”. La sceneggiatura di questa pellicola ha avuto una lunga gestazione, circa sei anni e nasce da un lavoro a quattro mani firmato da Stefano Incerti e Diego de Silva. Se alla prima stesura, come ha spiegato Incerti, l’opera era ricca di dialoghi, ora invece è scarna ed essenziale dal punto di vista dei dialoghi, tutti in dialetto napoletano, per cui la storia è sorretta solo dalla bravura mimica ed espressiva dell’attore protagonista Toni Servillo.
La trama è abbastanza lineare anche se in certi punti appare un po’ fumosa e lascia in sospeso diverse domande. Tutto si svolge nel cuore della città di Napoli, ancora una volta il regista torna a mostrare la sua città natale che tanto ama, lo fa però con un occhio diverso senza soffermarsi sui suoi tratti originali e particolari, ma semplicemente raccontando una delle tante storie che custodisce dentro di sé. Il protagonista è Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, che ricorda appunto quella dell’ex presidente dell’ URSS. Pacileo è un uomo silenzioso e schivo che lavora come contabile nel carcere di Poggioreale a Napoli ed ha, purtroppo, il vizio del gioco. Ogni sera si reca nel retro di un ristorante cinese della città per giocare d’azzardo con il proprietario del ristorante (Hal Yamanouchi), padre della giovane Lila, e un illustre magistrato napoletano (Geppy Gleijeses), tutto si svolge con tranquillità nonostante la violenza che regna sovrana nel mondo del gioco d’azzardo. Improvvisamente però il suo mondo viene scosso dalla scoperta che il padre di Lila, la giovane di cui è segretamente innamorato, ha contratto un debito di gioco che non riesce a pagare e forse la ragazza sarà costretta a diventare lei una forma di pagamento dei debiti. E’ allora che Pacileo comincia a lottare cercando di volta in volta di trovare una soluzione alle diverse situazioni che si vanno creando, arrivando a sottrarre denaro dalla cassa del carcere per proteggere la ragazza, ma come dice un famoso adagio: “Fortunato al gioco, sfortunato in amore”. Lui ha trovato l’amore, poiché Lila sembra ricambiarlo, dunque la dea bendata Fortuna, forse gelosa, sembra voltargli le spalle lasciandolo indebitato fino al collo. L’unica cosa che gli resta da fare è dedicarsi ad un’altra attività ed entrare così nel giro delle riscossioni delle tangenti e delle rapine.
E’ una storia d’amore un po’ scherzosa e ironica, divertente e scanzonata, ma al tempo stesso drammatica, che mostra quanto un uomo comune sia disposto a combattere addirittura contro se stesso e il mondo che lo circonda nella speranza di una vita migliore, nel tentativo di proteggere la donna che ama. Non vi è uno studio a livello estetico e fotografico, l’occhio attento della telecamera sembra più interessato a catturare le tante espressioni particolari del viso di Pacileo, che ricordano molto spesso alcune fra le più importanti e famose maschere della commedia greca e della Commedia dell’Arte italiana.
La frase: “Se ti vendi pure tua figlia, prima sparo a te e poi a lui”.
Federica Di Bartolo, da “filmup.leonardo.it”

Regista della “nuova generazione napoletana”, accorto e sensibile ai temi di scottante e tragica umanità (Il Verificatore, Cuore di Vetro, Complici del Silenzio), Stefano Incerti sceglie per il suo ultimo film uno degli attori del panorama italiano più convincenti, Toni Servillo, cucendogli addosso un personaggio per molti aspetti controverso, che predica poco e razzola male, ma che alla fine riesce a farsi amare, per i suoi difetti forse più che per i suoi pregi. Per fare questo, il progetto filmico, che ha attraversato una lunga fase di gestazione, è stato (a detta del regista) adattato (riducendo all’osso i dialoghi) sempre più all’eloquenza mimica di Servillo, che accentra l’opera grazie alla sua refrattaria irruenza scenica e che per certi versi assomiglia a quel Titta di Girolamo che (ostinatamente) ignorava le conseguenze dell’amore.
Amore beffardo
Gorbaciof – recensione – Cinema Marino Pacileo, soprannominato Gorbaciof per quella vistosa voglia che gli colora la fronte, vive a Napoli (nel quartiere di Vasto) e conta i soldi, a mazzette, nel carcere di Poggioreale. È un uomo schivo, che si mescola alla società senza farne realmente parte, ma che sa all’occorrenza tirare fuori le unghie per non soccombere a essa. La sua è una vita routinaria: di giorno conta e mette da parte i soldi (quelli che preleva dalle casse del carcere) per nutrire il suo radicato vizio del gioco d’azzardo. Poi di sera, si ritrova nel retrobottega di un ‘cinese’ per qualche mano di poker con il proprietario del locale e un ‘esimio’ magistrato pronto a estorcere denaro o pagamenti in natura, pur di avere pagate le sue vincite al gioco. Ma la vita del giocatore inveterato, già impigliato tra le maglie di una Napoli informe, grigia e violenta alla stregua di molte altre metropoli, protetto e oppresso da un losco carceriere che tace i furtarelli di Gorbaciof per poi chiedere in cambio altri e sempre più grandi favori, si accende di nuova vita quando incontra Lila, la giovane cinese figlia dello sciagurato proprietario del locale dove si giocano soldi e ogni altro bene appetibile (incluse ragazze giovani e carine con spirito di devozione). Così per salvare il padre (e soprattutto Lila) che ha contratto un debito con il biscazziere togato, Gorbaciof finirà per prosciugare la cassa del carcere, mosso dal sogno di volare via con la sua bella dagli occhi a mandorla in cerca di altri, più candidi lidi. Ma la beffa, la burla, quella amara smorfia di sfottò che è spesso dipinta sul volto di Gorbaciof, farà capolino per un’ultima liberatoria e dissacrante risata, prima di ripagare il suo piccolo anti-eroe proletario, cieco d’amore, della sua stessa beffarda moneta.
Una Napoli orientale
Gorbaciof – recensione – Cinema Se il contenuto narrativo è simile a quello di molti altri film ambientati nella capitale partenopea, secondo il cliché ‘vivi Napoli e puoi muori’, è l’aspetto esteriore a essere differente in quest’ultima opera del napoletano Incerti, che racconta la sua città attraverso i mille volti (eterogenei) che ogni giorno affollano le carrozze della metro, riversandosi poi per le vie di una città tanto più ostile e violenta quanto più ci si avvicina ai torbidi sottoscala o retrobottega di quartiere, dove i conti si risolvono con le botte o le pistole. Una Napoli per certi versi molto orientale, grazie anche alla presenza di Lila (la cinese Yang Mi, che nello script originale doveva essere una ragazza napoletana), cha porta con sé non solo tutto il fascino esotico del suo incarnato roseo, ma anche quella incomunicabilità superficiale che diventa comprensione più profonda, voglia comune di liberarsi di chiavi, lucchetti, immarcescibili serrature del cuore. La camera marca stretto i volti dei due protagonisti, forse lo yin e lo yang di una stessa pagina di vita, giorno e notte complementari l’uno all’altra, muoversi in punta di piedi tra pestaggi, corruzione, malavita, prostituzione, per poi volare alto con un trolley in aeroporto o indugiare di fronte a una malinconica tigre rinchiusa in una gabbia del giardino zoologico, che come loro vagheggia la fuga. L’opera si regge in gran parte sulla pantomima di un Toni Servillo strizzato nella sua giacchetta e in forma smagliante, taciturno e maledettamente comunicativo, supportato dallo sguardo incantato e incantevole delle sua Lila, tutto il resto (comprese le ridondanze e le digressioni narrative) è sfocato, in secondo piano, quasi non conta. E forse nemmeno il beffardo epilogo, non una stoica immolazione come quella del Titta di Sorrentino, ma la stolida fine di un ingenuo personaggio, non riesce a spegnere la magia narrativa del taciturno e funambolesco Gorbaciof, che racchiude in sé tutto il pathos e il lirismo di un ostinato perdente.

Il partenopeo Stefano Incerti torna al cinema mettendo in campo la bravura mimica di Toni Servillo, per un film molto ‘orientale’, con poche battute, molti primi pani e una particolare attenzione al dettaglio, agli sguardi. Se il film ogni tanto si perde in qualche vicolo narrativo, è proprio la solidità attoriale di Servillo a fare da collante, ben controbilanciato dalla profondità espressiva dell’esotica Yang Mi. Una dicotomia che conferisce al film un’aura quasi surreale ma al tempo stesso un amaro realismo.
VOTOGLOBALE7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Bassifondi nei pressi della ferrovia, gioco d’azzardo, truffe, borghesia corrotta, questa la Napoli dell’ultimo Incerti presentata alla 67° Mostra del Cinema di Venezia fuori concorso e in sala dal 15 ottobre. Ancora una volta Tony Servillo one man show a veicolare una trama dallo spunto realista e dagli intenti lirici. Marino Pacileo detto Gorbaciof per una voglia sulla fronte che ricorda quella del presidente dell’e Sovietica , si occupa della contabilità nel carcere di Poggioreale a Napoli. Manovra arbitrariamente entrate e uscite di liquidi dalle casseforti con la protezione di certi pezzi grossi all’interno della struttura, in modo da poter investire a piacimento nel gioco d’azzardo il denaro che ruba. La prevedibilità degli eventi nella loro degenerazione: vizio sempre più acuto, perdite al gioco, debiti, causeranno la complicazione e la consueta discesa negli inferi con botto finale. Marino è un uomo solitario, randagio, caratterizzato dai silenzi della rabbia, la rabbia di chi proviene da quei luoghi spietati fatti di sistemi paralleli alla legge, con le regole della violenza e del malaffare. Il malessere intimo di chi si è incattivito, di chi è piombato nella metodicità e nella freddezza di giornate sempre uguali, improvvisamente trova sollievo nel viso puro di Lila, l’esordiente Mi Yang. Figlia del proprietario del ristorante cinese che accoglie le bische, Lila emana una luce rara, e comprende i silenzi di Marino. I silenzi che a dispetto dello scarto generazionale ed etnico, rappresenteranno comunque una comunicazione privata e privilegiata. Il passo più lungo della gamba, causato dall’illusoria onnipotenza che ti dà l’amore,arriva puntuale. Sulla scia degli autori della scuola napoletana di Martone, De Lillo e Corsicato, con cui ha collaborato e con cui si è formato, Stefano Incerti esplora ancora la sua città, dopo i ben acclamati primi passi autoriali de Il verificatore, e i Vesuviani, con una maschera d’eccezione. Tuttavia stavolta Servillo ci ripropone un famigliare e già visto universo intimo grottesco e maledetto. Le immagini di Lila si distaccano probabilmente troppo, dal contesto in cui siamo, con un’eccessiva aurea fiabesca insistono i suoi primi piani, di sorrisi ignari e intuitivi al tempo stesso,vogliono rapire Marino e rapirci dall’indecenza di quel modo di funzionare della strada, a cui affidiamo ugualmente la verità delle cose.
Giulia Di Stefano, da “doppioschermo.it”

Tra Carlito’s Way e Paolo Sorrentino si snoda la vicenda di un poveraccio, cassiere nel carcere di Poggioreale, solitario e giocatore che rubacchia regolarmente prima di mettere in cassa le entrate della giornata per poi andarsele a giocare in una bisca clandestina, nel retro di un ristorante cinese, insieme a loschi figuri non così loschi però come l’avvocato upper class che in realtà li frega tutti. A Napoli, ovviamente è più facile essere malamente che galantuomini. Oppure ciofeche. Gorbaciof (Toni Servillo con vistosa macchia sulla fronte che gli vale appunto il nomignolo che nulla ha a che fare con lo sfortunato riformatore dell’Unione Sovietica) è, appunto, una ciofeca.

E quindi non gli resta che accumulare pasticci e errori quando, entrando regolarmente nel retrobottega del ristorante per la quotidiana partita, incrocia sempre più spesso lo sguardo puro e spaurito della figlia del biscazziere cinese e se ne innamora (dello sguardo prima e di tutta la persona poi). E cerca quindi a modo suo di riscattarla, prima saldando i debiti del padre, poi rubando sempre più dalla cassa del carcere, poi giocando forsennatamente e quindi perdendo, poi legandosi mani e piedi con il corrottissimo sottufficiale del carcere e poi, …poi, altrettanto ovviamente, vivendo con la fanciulla qualche innocente pomeriggio di libertà (forse vero forse sognato) prima del colpo grosso che gli permetterà di fuggire con lei verso non identificate, mete esotiche. Ben si sa che i debiti di gioco sono terribili e vanno sempre saldati. Di pasticcio in pasticcio si arriva alla resa dei conti, al colpo criminoso, alla fuga precipitosa dopo una rapina, al colpo di pistola partito per errore. Fine. La dolce cinesina attenderà invano il suo riscatto, in aeroporto, coi biglietti in mano.

E’ evidente che si tratta di un film di genere, girato dal regista Stefano Incerti con piena consapevolezza. Un buon poliziesco napoletano che pesca nella miglior tradizione teatrale partenopea i suoi interpreti (cinesina esclusa) Geppi Glejeses, Nello Mascia e, soprattutto, vera ragione del film il meraviglioso, l’inimitabile, l’eccelso Toni Servillo. Bravo come sempre ma con qualche compiacimento di troppo, il nostro miglior attore dovrebbe forse ceder meno alla generosità e diventare un po’ più avaro. Dovrebbe farsi desiderare un po’ di più prima che la sua classe eccelsa si svaluti nell’inflazione.
Sara Mamone, da “drammaturgia.it”

Marino Pacileo, in arte Gorbaciof, professione baro
Viaggio partenopeo sulle tracce di Toni Servillo protagonista del film di Stefano Incerti, da domani nelle sale italiane: un percorso pieno di sorprese

Marino Pacileo, con la sua giacchetta stretta e quella macchia sulla fronte che gli fa guadagnare il nome di Gorbaciof (che a Napoli sono specialisti in tante cose, ma sull’affibbiare soprannomi sono imbattibili), è uno dei tanti animali urbani che ogni giorno invadono la grande Partenope. Dice che sono 800mila ogni giorno, una città intera, una folla sempre grande, sempre vociante, che non conosce altro passo se non quello di fretta. Vengono anche dalla provincia più lontana, da Foggia, da Benevento, sono partiti in bus da Ariano Irpino. Moltissimi scendono nelle viscere della città, dopo Gianturco, dove si fermano i treni della Circumvesuviana. Hanno facce di ragazzi che vanno all’università, di impiegati della regione che si perderanno nella foresta di cemento del centro direzionale, di camerieri e lavoranti di albergo, di donne belle e di gente che non ha un impegno, un impiego, ‘o posto, un lavoro da fare, ma che va a Napoli.
In città, l’importante è sfangarla. PERCHÉ Napoli è Napoli, la folla, la gente, le strade i negozi, gli affarucci, la giornata da sfangare. “E’ la città dove è più facile smarrirsi tenendo dietro alla storia e tentando di seguirne le tracce”. E’ vero, ancora oggi quello che due secoli fa scriveva più spaventato che ammirato Alexandre Dumas.MaimilleMarinoPacileo questo non lo sanno. E vagano per la Piazza Garibaldi e i suoi vicoli alla ricerca della loro strada. E volgono lo sguardo distratti al monumento a Peppe Garibaldi. E’ alto, e il generale può guardare tutta quella gente che si agita sotto i piedi suoi e del suo destriero. Una volta, ed erano gli anni Settanta ,Napoliribollivacometutta l’Italia. Disoccupati organizzati e classe operaia, quella con i caschi gialli dell’Italsider, scendevano in piazza per chiedere le cose che qui mancano da sempre: il pane, il lavoro e uno straccio di vita dignitosa. Gli operai erano incazzati assai, ma sapevano essere poetici: “Me mette scuorno (provo vergogna) per tutta sta gente ca se more ‘e famme”, aveva scritto qualcuno proprio ai piedi dell’augusto monumento. “Mastiff padroni di Napoli”, c’è scrittooggicheaNapolil’ironiaè morta in compagnia della speranza e resiste solo la violenza. E pure la bancarella che una volta vendeva t-shirt spiritose, ora si è incattivita. “Mio cognato è nu strunz”, è quella, visti i tempi e i guai che i cognati provocano, che va per la maggiore.
Tra Ermanno Rea e l’alta velocità PIAZZAGaribaldi,la“Napoliferrovia”, dove Ermanno Rea cercava nel caos del presente il suo passato, è un mondo. La stazione è nuova. Ci sono le boutique dellegrandifirme,itabellonielettronici, i treni dell’Alta Velocità, e una enorme “Feltrinelli”. Tutto pulito, tutto nuovo. Non tutto in ordine. Un cane randagio che dorme di fronte alla sala d’aspetto non disturba i venditori ambulanti di calzini che fanno il giro della Prima classe dei treni di lusso. “Sono un giovane che mi guadagno il pane onestamente, tre paia di calzini, dottò vero filo di Scozia, a soli cinque euro. Voi mi aiutate e così io non spaccio e non rubo”. La litania è la stessa. Altro binario altri personaggi dei tempi andati. C’è l’Intercity per il nord e due uomini con ceste di vimini coperti da uno straccio si dividono i vagoni. Sono gli eterni, immancabili, “Café express”. Bibite e panini preparati in un basso dei Quartieri. Piazza Garibaldi, c’è la vecchia Napoli imbrogliona e perdente, e la Napoli annullata dalla globalizzazione. Hotel Terminus, una volta era l’albergo elegante dove scendevano i commercianti con i danari in tascaelecoppieappenasposate. Vivevano qui, prima di imbarcarsi per Capri, la magia della loro prima notte di nozze. Ora è di una multinazionale degli alberghienellaenormeportagirevole dell’ingresso vedi solo turisti giapponesi militarmente organizzati. Vedranno solo la Napoli da cartolina. E scatteranno una foto, molto pittoresca, del mercato e dei traffici che brulicano lungo i marciapiedi che portano alRettifilo.C’èl’angolodelleborse autenticamente false vendute da marocchini e senegalesi, e la bancarella del cinese che vende di tutto (canne da pesca in modo particolare). Uno “psss, dottò venite” sibilato da un omaccione dietro un angolo, ti offre a prezzi veramente stracciati l’ultimo I-Phone, o il computer dei miracoli . Pacchi, paccotti? Certo, ma la gente si ferma, contratta, incosciente acquista. Perché è qui la forza eterna dell’imbroglio: la credulità mista alla voglia della gente di fare un affare. E lo capisci seguendo, alle otto e trenta, il Marino Pacileo vero, nella carne e nelle ossa delle realtà, che incontriamo all’uscita dalla Circumvesuviana. Avrà 50 anni al massimo, indossa una modesta eleganza e sotto il braccio porta un tavolino pieghevole. Si dirige a passo sicuro e svelto verso il marciapiededisinistradellapiazza. Proprio di fronte all’albergo Cavour dove lo aspettano tre “collaboratori”. Uno è giovane ed ha la faccia dura del guardaspalle, l’altra è una donna. Bella, appariscente, un fisico da anni Cinquanta. Il terzo mostra quarant’anni,è vestitobene.Orailtavolino è aperto l’uomo sceso dalla Circumvesuviana comincia a far girare tre carte da gioco, subito, in pochi minuti è circondato da una piccola folla. Il ragazzo si guarda attorno, sorveglia e ci osserva. L’uomo elegante punta 50 euro. Vince, la donna bella lo incoraggia e si fa scrutare volentieri dai clienti. Quello punta ancora e vince di nuovo. “Avete visto come è facile. L’asso vince, la donnaperde.Puntate”.Equalcuno punta. E perde. Così come da secoli è previsto che accada. Piazza Garibaldi pezzo di mondo,con“IlCaffèMexico”(ilmigliore caffè d’Italia) e il Mc Donald’s, e di fronte il supermarket con le scritte cinesi e gli scaffali pieni di scatolette colme di cibo strano, Hannoconquistatolalorofettadi marciapiedi e vicoli i figli della Grande Muraglia. Hanno negozi, depositi, palazzi interi per le loro mercanzie low-cost. La ragazza con gli occhi a mandorla che alle tre di pomeriggio si ferma a pochi passi dal “Terminus” vende il suo corpo per 10 euro. E’ vestita come vogliono i clienti, da cinesina, e l’accompagna una donna anziana. E’ gentile quando infila la testa nel finestrino dell’auto chesiferma.E’ilsessoabassocosto e d’importazione l’ultima frontiera della globalizzazione a Napoli. La città dei 1000 Gorbaciof. Quelli che sui marciapiedi e tra i vicoli di Piazza Garibaldi si giocano la vita.
Enrico Fierro, da “Il Fatto Quotidiano”

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