Francesca

Bucarest. Francesca è una maestra d’asilo sulla soglia di una decisione importante. Tramite un intermediario ha trovato un lavoro in Italia, come “assistente” di un anziano a Sant’Angelo Lodinese. Avrà, vitto, alloggio e stipendio. Vuole partire, ha i soldi, ma cerca anche l’approvazione dei suoi. Eppure tutti sembrano vedere nell’Italia un pericolo certo, un luogo violento, un finto miraggio.
Fa sorridere questo spaccato dei discorsi privati e pubblici sul nostro paese, sembra di passare per un attimo attraverso uno specchio e osservare una realtà simile e contraria. Fa sorridere fino ad un certo punto, Francesca, debutto nel lungometraggio di Bobby Paunescu, perché poi il pericolo affiora davvero ed è molto più vicino del previsto, viene dalla propria gente, con modalità universali, le modalità del ricatto e della violenza.
Un paese ex comunista a cui l’Europa propone una nuova identità, ma la storia non procede per automatismi e il neorealismo di Paunescu, perciò, non è il racconto di una rinascita in corso ma quello di una resistenza fra le macerie, dove il compromesso è prassi e la corruzione istituzione.
Ben dialogato e recitato, scandito sul tempo reale dei lunghi piani-sequenza e delle inquadrature fisse, il film procede senza mai cadere nella trappola della tesi o del messaggio da gridare al mondo, semplicemente diritto verso una fine sempre più prevedibile ma non per questo evitabile.
Il capitale investito ha un nome proprio, Monica Birladeanu: nota (come Monica Dean) negli Stati Uniti, si cala credibilmente nel ruolo di un’ignota (per noi) trentenne rumena divisa tra i sogni e gli affetti. Il resto è cinema di pochi mezzi ma più che sufficienti, che non si segnala per novità ma si fa apprezzare per lo stile sincero e la leggerezza del tocco, nel maneggiare temi di cui è impossibile negare il peso.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Francesca . Anche le colpe dei romeni nel film contestato (in Italia)
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Da qualche anno la Romania sta rivelando al mondo una serie di registi di grande valore, capaci con le loro opere di ribaltare molti dei luoghi comuni della critica (tipo che il cinema sanno farlo solo a Hollywood) ma soprattutto mostrando un lucidità d’ analisi sul proprio Paese davvero eccezionale. E soprattutto invidiabile. L’ ultimo arrivato in ordine di tempo sui nostri schermi (ma al Festival di Torino si è vista una Medaglia di merito che non dovrebbe sfuggire ai nostri distributori più attenti) è Francesca di Bobby Paunescu, un esordio che si è conquistato uno scampolo di notorietà sui giornali per le battute sulla deputata Alessandra Mussolini e sul sindaco di Verona che vengono accusati di razzismo. Le solite polemiche italiane di chi non ha visto il film e si è fermato alle primissime scene, perché se c’ è qualcuno che esce davvero male da questo film è proprio il popolo romeno e il suo sogno di un’ Eldorado fatta di soldi e di benessere. A fare da «guida» in questa scoperta di una Romania che ha perso la sua identità, c’ è Francesca (Monica Birladeanu, ma i fans di «Nip/Tuck» la conoscono come Monica Dean, l’ infermiera lesbica Jennifer), una maestra d’ asilo trentenne che vorrebbe andare in Italia con l’ idea di aprire un asilo per i figli dei suoi concittadini emigrati. Una specie di rediviva Francesca Cabrini, la patrona degli emigranti fatta santa da Pio XII, che a cavallo del Novecento costruì orfanotrofi e asili in America, lottando per l’ integrazione dei suoi connazionali andati a cercare lavoro Oltreatlantico. E il fatto che la romena Francesca trovi lavoro a Sant’ Angelo Lodigiano è un’ esplicita sottolineatura del riferimento alla Santa, nata nello stesso paesello nel 1850. A questo punto il destino della protagonista del film sembra deciso: nonostante i timori del padre (che appunto le ricorda gli atteggiamenti della Mussolini) o della sua direttrice scolastica (che le riferisce la più popolare delle leggende metropolitane: in Italia i romeni verrebbero usati come cavie per il traffico di organi), Francesca è pronta a partire. Ma nei pochi giorni che la separano dal viaggio sarà costretta ad aprire gli occhi su una società che, per usare le parole del regista (nato a Bucarest ma cresciuto a Milano e laureato in Svizzera), «risente della mancanza di punti di riferimento e di valori» e rivela «un mondo violento, aggressivo e non sicuro». Comincia un sedicente addetto all’ immigrazione che naturalmente chiede una mazzetta («non per me, per l’ agenzia») per proporle un primo impiego, ma è soprattutto il fidanzato Mita (Dorian Boguta) a rivelarle un mondo di corruzioni e di intrallazzi, dove il mito dell’ affare facile facile, con cui guadagnare in fretta, si sbriciola davanti ai ricatti, ai sotterfugi, alle furbizie. E la scena col padrino, a cui Francesca chiede un prestito di mille euro sperando così di levare Mita dai suoi problemi, fa intuire i rapporti non proprio solari a cui le donne devono sottoporsi. Ma più che la forza delle cose è lo stile delle riprese la forza del film. Paunescu sceglie di filmare tutto con apparente oggettività, spostando pochissimo la sua macchina e per questo «subendo» gli impedimenti che la realtà mette tra l’ obiettivo e le persone. Che si tratti di pareti o di ombre che non si riescono a scansare, o di distanze che non si riescono a colmare, l’ effetto è quello di una ineluttabilità a cui non si può sfuggire. Una macchina da presa mobile, che segue le persone, ci trasmette l’ idea di una realtà in continuo divenire, che si può modificare come si modifica il punto di ripresa. Ma una macchina da presa «bloccata», che non stacca mai il suo obiettivo, obbliga chi guarda a osservare anche quello che non vorrebbe vedere, riducendo l’ emotività a favore dell’ oggettività. E quello che Francesca non vorrebbe più vedere, partendo per l’ Italia, il regista ce lo mette sotto gli occhi, con una durezza e un coraggio davvero encomiabili.
Da Il Corriere della Sera, 26 novembre 2009

Perché maltrattiamo i nostri cugini latini?
di Silvana Silvestri Il Manifesto

Francesca di Bobby Paunescu, presentato al festival di Venezia, è finalmente nelle sale, e integro, dopo la «vittoria» in tribunale su Alessandra Mussolini che ne voleva bloccare l’uscita perché si era ritenuta offesa dall’esclamazione di un attore, a inizio film, indignato contro l’ondata xenofoba del nostro governo e della nostra opposizione. A battaglia persa, l’onorevole non si era poi lasciata sfuggire l’occasione di insultare Luciana Sangiovanni, il giudice che aveva respinto il suo ricorso contro la pellicola. Questa la premessa. Ora il film.
Il regista Bobby Paunescu appartiene alla nuova onda di cinema rumeno, ben ancorata alla realtà del paese, feroce nello sguardo, violentemente ironica sui nuovi assetti, glaciale nel giudizio sul passato. Ogni ricordo di generi letterari che caratterizzavano un tempo la cinematografia rumena è stato spazzato via dalla voglia di raccontare una realtà in trasformazione.
Come succedeva una volta nel cinema dei paesi comunisti, quando la testimone delle vicende era spesso una giovane donna, qui Francesca vuole andare nel paradiso italiano per migliorare la sua vita. E prima di farlo vuole la benedizione del padre, il consenso del fidanzato e corre tutto il tempo per sistemare cose più grandi di lei, debiti, rapporti familiari, razzismo strisciante, trappole, consolato italiano, corruzioni lasciate in eredità dal vecchio regime o nuove di zecca.
«Il delitto Reggiani – ha raccontato il cineasta – mi aveva fatto vergognare. Ricordo ancora quel giorno, il presidente della Romania è apparso pallido in volto annunciando: ‘è successa una disgrazia in Italia’. I politici hanno reagito piuttosto bene, ma quando gli italiani chiedevano di buttare i rumeni fuori dal paese, hanno risposto: ‘quelli non sono rumeni, sono zingari’. A quel punto che ho pensato di girare Francesca…. Oggi, vorrei che il film fosse capito nella sua essenza: mi interessava narrare cosa succede a qualcuno che decide di emigrare… Con l’89 c’è stato un cambiamento totale, che ha capovolto la società e ha dato luogo a una crisi di identità delle nuove generazioni, anche se ormai le differenze con l’Europa non sono più così grandi come negli anni ’90…».
Francesca, dunque, è una insegnante d’asilo di Bucarest che ha deciso di cercare una nuova possibilità di vita in Italia e si prepara a partire. Il film è la storia della estenuante battaglia per raggiungere lo scopo attraverso pubbliche istituzioni corrotte, regalie e malavita che colpiscono non solo lei direttamente, ma anche chi le sta intorno: una vicenda privata che si allarga sulla società rumena.
A far arrabbiare Alessandra Mussolini è la battuta del padre di Francesca che nel film non vuole lasciare andare la figlia e per convincerla a non recarsi in un paese così razzista, riporta le cose che ha sentito in tv, si scaglia contro i politici italiani e, in particolare, attacca alcuni esponenti che si sono fatti notare per le loro dichiarazioni (dice: «quella p…della Mussolini che vuole ammazzare tutti i rumeni»), il giorno dell’omicidio Reggiani. Niente di inventato, quindi.
Paunescu ha sempre dichiarato di avere la coscienza a posto, il film voleva essere la registrazione di quanto si ascoltava per le strade. Nella storia, si tenta di far vedere il quadro della situazione con tutti i problemi sociali connessi. In fondo, il «sogno italiano» non ha mai abbandonato il suo popolo. L’80% dei rumeni ama ancora l’Italia, sente che il paese in qualche modo rappresenta la sua origine storica. Un’enclave latina circondata, e a lungo minacciata, da paesi slavi non può che sentirsi particolarmente vicina a Roma… Nella pellicola, i personaggi spesso sono raccontati tramite dei cliché per prendere in giro i comportamenti tradizionali – qui quelli del nonno, del padre e del padrino, la direttrice, gli impiegati comunali, la signora sul pullman, la mafia locale, il suo boyfriend…
Da Il Manifesto, 27 novembre 2009

Francesca ha preso il nome santo di Madre Cabrini, protettrice dei migranti, il volto splendido di Monica Birladeanu, e attualmente il miglior cinema dell’Unione Europea: quello romeno. Non è bastato, comunque, per trovare buona accoglienza in Italia: l’Onorevole Alessandra Mussolini è andata in tribunale per bloccare la distribuzione del film, che la “insulta” al pari del sindaco di Verona. Ma il tribunale ha dato il nulla osta all’uscita nella versione integrale: la Mussolini, che decretò la coazione allo stupro insita nel dna dei cugini, rimane “una troia che vuole ammazzare tutti i romeni”, il sindaco una “merda”. “La voce della strada”, la definisce il regista Bobby Paunescu, che pure non scalfirà la convinzione della migrante Francesca: per lei siamo la Terra Promessa, e non c’è padre né amici che (trat)tengano. Se la guerra degli stereotipi razzisti tra Italia e Romania finisce dunque in pareggio, l’esordio di Paunescu vince in trasferta, mandando in gol austerità stilistica (inquadrature fisse, commento sonoro e tagli al lumicino) e provocazione poetica: sono meglio i nostri o gli altrui pregiudizi? Non chiedetelo alla Mussolini, ma a voi stessi: capirete che il problema non è Francesca…
Federico Pontiggia, da Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2009

Una galleria di cupi personaggi
di Roberto Nepoti La Repubblica

Strano film, presentato a Venezia e subito schizzato al centro di polemiche italo-romene. Una giovane maestra vuole emigrare in Italia, nella speranza di una vita migliore ma anche di contribuire a cambiare l’ idea che gli italiani hanno del suo popolo. Non ne condivide l’ ottimismo il regista, il debuttante Bobby Paunescu, a giudicare dalla galleria dei personaggi di cui popola Bucarest: campionatura di una società vetero-patriarcale e, al contempo, convertita al più cinico affarismo. Ne farà le spese il ragazzo di Francesca, che doveva raggiungerla in Italia. Epigono della “new wave” cinematografica romena, Paunescu non fa sconti né sul nostro presente, né sul modo (piani fissi, silenzi…) di rappresentarlo.
Da La Repubblica, 28 novembre 2009

A tutto razzismo
di Luigi Paini Il Sole-24 Ore

Gli italiani? Brutti, sporchi e cattivi, proprio come nel film di Ettore Scola. I rumeni? Se vengono dalle nostre parti, devono stare attenti, soprattutto le donne, che corrono il rischio di essere schiavizzate e violentate. Francesca, di Bobby Paunescu, ci fa vedere le cose dal punto di vista opposto al nostro.
Tutti i luoghi comuni rovesciati, in modo speculare. Perché a guardare così al nostro paese sono appunto loro, i rumeni, costretti a lasciare la casa per cercare un lavoro decente. Come la giovane protagonista, maestra d’asilo, che vede nel viaggio in Italia la possibilità di cambiare radicalmente vita. Prima farà la badante, nei pressi di Milano, poi aprirà un nido per i figli degli immigrati. E dunque, non resta che partire. Impresa tutt’altro che facile, però: in molti la sconsigliano, proprio perché l’Italia è vista come «un posto molto pericoloso», specialmente per i rumeni. Ma il freno più grossoè il fidanzato Mita: in realtà non la trattiene, anzi nel giro di poche settimane la seguirà pure lui. Il vero problema è che si è messo in un mare di guai. Ha fatto debiti a usura, e ora non ha i soldi per pagarli. Insomma, rischia di brutto. E la tenera Francesca, alla fine che farà?
Da Il Sole-24 Ore, 6 dicembre 2009

Santa “Francesca” patrona dei migranti
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

L’Italia vista dalla Romania. Una terra promessa o un paese nemico dove i romeni vengono sfruttati, pestati, addirittura rapiti per rubargli gli organi? È il mix selvaggio di speranze, dicerie, leggende metropolitane che circola in Francesca, esordio di un regista romeno cresciuto a Milano e laureato a Lugano, Bobby Paunescu. In un paese serio un film così verrebbe accolto col massimo interesse. Invece sono bastati gli insulti rivolti da un personaggio contro la Mussolini e il sindaco di Verona, del tutto naturali nel contesto, a far invocare la censura. Assurdo. Per capirlo bastava vedere il film. Che prende il titolo da S. Francesca Cabrini, patrona degli emigranti, nata nel 1850 a S. Angelo Lodigiano. La stessa città in cui è diretta Francesca, statuaria ma ingenua maestra di Bucarest. Che sogna di aprire un asilo per i figli dei romeni in Italia (ormai 1.400.000, un paese nel paese) e intanto accetta la promessa (il miraggio?) di un posto da badante. Senza sapere che il fidanzato si è messo nei guai con gli strozzini. Mentre a lei per avere un prestito basta andare dal vecchio padrino ed essere “affettuosa” con lui… Il tutto osservato con occhio impassibile, stile minimal ma efficace, e un occhio speciale per i dettagli. Peccato che il doppiaggio ultrapiatto si mangi pathos e verità.
Da Il Messaggero, 27 novembre 2009

In fuga dalla Romania per diventare una «persona»
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

È l’opera prima rumena che, presentata lo scorso agosto alla Mostra di Venezia, ha suscitato giuste rimostranze per il suo deciso atteggiamento antitaliano aggravato da ingiurie plateali nei confronti di una nostra parlamentare. Da un punto di vista critico, tuttavia, qualche merito ce l’ha perché il suo regista, Bobby Paunescu, ha studiato cinema negli Stati Uniti e quell’insegnamento, almeno in parte, sembra averlo recepito. Ecco così Francesca, come annunciato dal titolo. Ha trent’anni, vive con la madre, insegna in un asilo, non ha vere necessità pratiche, ma non si ritrova, è oppressa (ora che, attorno, non c’è più l’oppressione), anela a diventare una «persona». Ci riuscirà in Italia? In molti la dissuadono anche perché sanno l’avversione di molti italiani nei confronti degli emigranti rumeni, ma lei è decisa e, versati 2.000 euro a un sedicente funzionario di un ufficio per l’emigrazione, organizza il suo viaggio. Fiduciosa che il ragazzo cui è legata da tempo la seguirà al più presto. Ma il nodo è lì e tutto si risolverà in una catastrofe. E non in Italia, a Bucarest, Paunescu non ha taciuto, ad ogni svolta del suo racconto, l’intenzione di dar rilievo soprattutto ai motivi morali che inducono tanti rumeni a partire e poiché, appunto, la loro chiave va letta nel vuoto e nella immobilità della vita oggi nella Romania post-comunista, questo vuoto e questa immobilità si è ingegnato ad esprimerli attraverso i suoi modi di rappresentazione. Scene fisse, tenute a lungo, la macchina da presa quasi ferma, le immagini affidate di regola a «campi lunghi», mai interrotti, anche nei dialoghi più concitati, dai sistemi tradizionali del «campo» e «contro- campo», proponendo i tanti scontri verbali che costellano l’azione quasi solo a distanza appunto con i «campi lunghi», arrivando a mostrare una scena di sesso fra la protagonista e il suo ragazzo attraverso una porta che si affaccia in un’altra stanza, lontano. Pur affidando sempre il tutto a toni e climi realisti. Si potrà esserne perplessi (quel cinema sembra negare, a volte, l’essenza stessa del cinema), ma le motivazioni, ideologiche ed estetiche, sono evidenti. Almeno in un certo senso.
Da La Stampa, 28 novembre 2009

Storia di un’aspirante migrante chiusa tra gli opposti razzismi
di Boris Sollazzo Liberazione

Francesca. Basterebbe guardare le anagrafi dei due paesi per capire quanto Italia e Romania siano legate. Storicamente, culturalmente, da un’umanità profonda e contraddittoria. E non solo da un flusso migratorio che non è solo a senso unico. Perchè, e ci sarebbe molto da discutere a proposito, le risorse umane sono attirate verso il nostro paese mentre quelle economiche di imprenditori furbi e profittatori si dirigono verso Bucarest, attratti da prezzi minori (vale per le industrie e persino per la cura dei denti!). E l’Occidente così civilizzato dimentica sempre che i ghetti che si crea in casa sono le casseforti del suo progresso.
Bobby Paunescu il fenomeno dell’immigrazione ce lo mostra alla radice, attraverso il viso, splendido e intenso, della compagna Monica Birladeanu, già in serie tv americane e ora eccellente protagonista di un romanzo di formazione e informazione di un’aspirante migrante. Presentato nella sezione Orizzonti nell’ultima mostra veneziana, il film ha il pregio dell’immediatezza e dell’essenzialità, di una dolce crudezza con cui denuda la verità. Già, perchè se il film inizia con un «sindaco di Verona di merda» e poi, lo stesso personaggio, il papà della protagonista, insulterà la Mussolini chiamandola «troia» (e lui, attenzione, è chiaramente un razzista, sia pur “moderato”, che si lamenta del fatto che lei voglia uccidere tutti i romeni: lei si è offesa per l’epiteto, non per l’accusa: illuminante), Paunescu è altrettanto feroce, se non di più, con la sua terra e i suoi connazionali. In cui albergano orgogli, pregiudizi e pensieri opposti e uguali a quelli dei nostri violenti benpensanti, che pagano in nero la loro badante e votano per chi vorrebbe vederla morta o espulsa.
Francesca Saverio Cabrini (1850-1917) è la santa protettrice dei migranti, la nostra Francesca è una donna di trent’anni dall’animo puro e dal forte senso pratico, con uno sguardo spesso triste e sempre preoccupato: per il futuro, per la famiglia, per il ragazzo troppo debole per non cercare scorciatoie. In Italia vuole aprire un asilo per i bambini romeni, restituire speranza partendo dai più piccoli alla colonia di 1.400.000 connazionali (di cui, secondo le stime ufficiali, sarebbero 3000 i soggetti a rischio).
Paunescu che è nato in Romania, cresciuto a Milano e poi ha fatto l’università in patria questo film l’ha pensato dopo la tragedia dell’omicidio Reggiani, la valvola che ha fatto saltare ogni pudore ai razzisti di casa nostra, provocando leggi vergognose, atti di violenza istituzionale e pubblica, diffamazione “etnica”. Lo fa mostrando che dall’altra parte passiamo per trafficanti d’organi, per gente inquietante, per cacciatori di donne. Stereotipi grotteschi palesati con serietà, come i nostri. Ma qui ci facciamo caso, perchè siamo sul banco degli imputati: ci sembrano assurdi, eppure li tiriamo fuori più volte al giorno. sull’autobus, sui giornali, in tv. Nel frattempo, però, l’odissea personale con cui Francesca cerca la sua strada porta a uno sgretolamento del suo universo, le tante domande che si affollano nelle nostre menti trovano risposte sempre più nere, quel viso magnifico viene schiacciato da una realtà implacabile, fino all’ultimo quarto d’ora, assolutamente perfetto. Sempre trattenuto, attento a razionalizzare la paura del diverso, Paunescu finisce per non buttarsi nel fango per evitare facili retoriche. Un difetto che a volte rallenta il film, lo fa diventare un compito eticamente ed esteticamente corretto. Ma rimane uno di quei film che ti lavora dentro. Che ti mette di fronte alle tue responsabilità, demolendo alibi e mostrancoci i colpevoli. Noi, nessuno escluso.
Da Liberazione, 27 novembre 2009

Paola Casella
Europa

Di Francesca, che ha aperto la sezione Orizzonti della Mostra di Venezia, si è parlato perché uno dei suoi personaggi, rumeno come tutto il film, ha dato della “puttana” alla Mussolini e del “sindaco di merda” al veronese Flavio Tosi. È ora che se ne parli invece per quel che fa vedere: il modo in cui ci considerano all’estero, ora che la reputazione dell’Italia è quella di paese poco accogliente anche verso chi ha voglia e bisogno di lavorare. Ad esempio Francesca, giovane insegnante di Bucarest in partenza per i nostri lidi. Il casting di Monica Birladeanu, ex modella di una bellezza elegante e discreta aiuta a togliere la protagonista dallo stereotipo dell’emigrante indesiderabile. Ciò che trattiene la ragazza dal realizzare il suo progetto però non è la prospettiva di sfruttamento nel nostro paese, ma le mille difficoltà che trova nel suo: gli strozzini che campano sulla disperazione di chi vuole partire, la mafia locale che ricatta il suo fidanzato, e il fidanzato stesso, esempio di maschio dell’Est assai più dissoluto e sfaticato della propria controparte femminile.
Da Europa, 21 novembre 2009

Miraggio Italia
di Gaetano Vallini L’Osservatore Romano

Gli italiani rapiscono i romeni per espiantare loro gli organi da vendere per i trapianti; sequestrano le donne immigrate per costringerle a prostituirsi; sono tutti, o quasi, razzisti e sono guidati da una classe politica che non è da meno quanto a xenofobia. Fa un certo effetto scoprire cosa pensano i romeni degli italiani: una serie di luoghi comuni e di pregiudizi. Ma sono più o meno gli stessi degli italiani nei confronti dei romeni: è il rovescio della medaglia. E allora vedere un film come Francesca, primo lungometraggio del giovane regista Bobby Paunescu, può essere utile per comprendere i guasti provocati dagli stereotipi alimentati — in Italia come in Romania ? da un certo populismo a buon mercato, sempre pronto ad additare come nemico il diverso, lo straniero.
Ma se questo è l’aspetto che più colpisce di questa opera, il suo vero fulcro non è la dura critica agli italiani, ma la denuncia forte e spietata della società romena di oggi. Dunque non un film sull’Italia vista dagli immigrati, ma sulla Romania vista dai romeni; o meglio da una donna, Francesca, la protagonista, costretta a confrontarsi duramente con quelle brutture del suo Paese dalle quali vorrebbe fuggire e che all’inizio non conosce neppure del tutto.
Francesca, interpretata dalla bravissima Monica Barladeanu, ha infatti un sogno: lasciare la Romania per andare in Italia e aprire un asilo per i figli degli immigrati. Alla ricerca di una vita migliore, la trentenne maestra è pronta persino a fare la badante (la destinazione indicatagli dal procacciatore è evocativamente Sant’Angelo Lodigiano, dove nacque Francesca Cabrini, la suora che alla fine dell’Ottocento fece del sostegno agli italiani emigrati in America la missione della sua vita). Ma prima deve affrontare i dubbi e le preoccupazioni delle persone a lei vicine; soprattutto quelle del suo fidanzato, Mita, che, nei suoi piani, dovrebbe raggiungerla in Italia appena concluso un «affare» in cui è coinvolto. Ma le cose non vanno per il verso giusto e, portando alla luce dolorose verità, spingono la protagonista a rivedere scelte e priorità, mentre il suo ottimismo e la sua determinazione vanno in frantumi.
Con una direzione essenziale, fatta di lunghe sequenze con la cinepresa ferma e senza commento sonoro, il regista sceglie, di raccontare i fatti senza troppe intromissioni, lasciando spazio alla recitazione dei protagonisti. Una scelta stilistica che se ad alcuni potrebbe apparire penalizzante, perché a tratti appesantisce un racconto senza strappi particolari, nelle intenzioni vuole tendere alla maggiore oggettività possibile. E così tutte le situazioni ? l’incontro di Francesca con l’uomo che deve organizzargli il viaggio in Italia per conto di un’«agenzia», le violenze che Mita è costretto a subire da una banda dalla quale ha avuto un prestito per l’affare che non riesce ad andare a buon fine perché l’«amico» in municipio non sblocca la pratica come in vece aveva promesso, l’assurdo incontro della donna con il padrino usuraio a cui si rivolge per aiutare il fidanzato — indirizzano verso un ineluttabile finale e disegnano un quadro inquietante della situazione del Paese.
E Paunescu non fa sconti. Quella che racconta in maniera fredda e senza retorica è una Romania che vent’anni dopo Ceausescu paga ancora dazio al suo passato comunista, alle prese con una criminalità proterva, con un sistema in cui la corruzione sembra la norma, in cui l’illusione dell’affare facile è il primo passo verso il fallimento. E dove anche l’aspirazione a emigrare, nonostante sia un Paese dell’Unione europea, è costretta a passare attraverso ignobili figuri e organizzazioni malavitose. Ed è qui che s’infrange il sogno di Francesca, nelle drammatiche vicende della sua Bucarest, non nell’agognata Italia. Come a dire che i problemi vanno affrontati prima in casa propria, altrimenti non c’è speranza. Così come non c’è speranza se le persone continuano a guardarsi con la pericolosa diffidenza che deriva dal pregiudizio. Per questo Francesca è un film coraggioso.
Da L’Osservatore Romano, 22 dicembre 2009

Si Francesca è salva
di Dario Zonta L’Unità

Alla fine il film Francesca del regista rumeno Bobby Paunescu arriva nelle sale nella versione integrale, senza i tagli richiesti dalla Mussolini. Facciamo, dunque, una rapida sintesi di quel che è successo a questo film dal suo esordio veneziano (aveva aperto la sezione «Orizzonti») fino a oggi, giorno della sua uscita. La Mussolini e il sindaco di Verona, Flavio Tosi, se la presero perché nel film di Paunescu c’era un paio di battute che li riguardano, dette da un personaggio secondario (lo zio della protagonista, che ha giusto un paio di pose) che vorrebbe dissuadere la nipote rumena (protagonista della pellicola) ad andare in Italia, perché il Bel Paese non è il posto dove i rumeni sono ben visti, a causa di passati fatti di cronaca. Lo zio è un tipo rude, con un sano orgoglio patriottico, una sorta di «leghista» rumeno che difende la sua gente e la sua cultura. Dice che l’Italia è pericolosa, soprattutto per una ragazza sola, è razzista e xenofoba… Cita all’uopo l’operato della MussolinI e del sindaco leghista, appellandoli con termini forti. Il deputato e il sindaco hanno chiesto il blocco del film, perché a loro parere lesivo della loro immagine, e l’eliminazione delle frasi offensive. A catena tutta una serie di accadimenti giudiziari e mediatici si sono succeduti, creando un’aspettativa esagerata su un film alla fine parla in maniera più critica della Romania che dell’Italia. Dopo i relativi passaggi giudiziari, la Fandango fa uscire la pellicola senza tagli, confortata da una sentenza che dà ragione dell’integrità artistica del film e delle sue intenzioni.
L’UTOPIA DI UNA RAGAZZA
Questa è la cronaca un po’ bizzarra di quest’opera che racconta – seppur scolasticamente – una storia intensa e tutta al presente. Il titolo si riferisce al nome di una bella ragazza di Bucarest che ha deciso, nonostante un lavoro fisso come maestra, di andare in Italia per fondare un asilo per i figli degli immigrati. Un progetto tanto bello quanto utopico, perché in Italia (come le ricorda lo zio)… altroché asili per immigrati! Francesca non è mossa da una stretta necessità economica e neanche dall’urgenza politica, bensì la fantasia di poter aiutare la sua gente in terra straniera. Tutti però la sconsigliano, ricordandole (e fa un certo effetto «sentirselo dire» in un film straniero) quanto è xenofoba l’Italia, quanto i rumeni siano invisi, quanto pericoloso sia il destino delle belle ragazze, costrette a battere o picchiate e violentate se si rifiutano. Francesca ha l’argento vivo della speranza, offuscato da un fidanzato un po’ balordo, infognato in una storia di debiti. La ragazza sistema tutto: gli trova i soldi, si procaccia un lavoro come badante in una famiglia dell’hinterland milanese, paga 2mila euro all’agenzia, si mette in viaggio… ma alla fine, prima di oltrepassare quel confine, scende dal bus costretta dal destino nefasto messo in moto dal suo ragazzo indeciso e debole.
Da L’Unità, 27 novembre 2009

Miraggio Italia

Bucarest. Francesca è una maestra d’asilo sulla soglia di una decisione importante. Tramite un intermediario ha trovato un lavoro in Italia, come “assistente” di un anziano a Sant’Angelo Lodinese. Avrà, vitto, alloggio e stipendio. Vuole partire, ha i soldi, ma cerca anche l’approvazione dei suoi. Eppure tutti sembrano vedere nell’Italia un pericolo certo, un luogo violento, un finto miraggio. (sinossi)

Per una volta le ragioni dell’arte hanno trionfato sull’idiozia dei politicanti di casa nostra: il controverso film di Bobby Paunescu, Francesca, esce nelle nostre sale senza quei tagli che Alessandra Mussolini tramite i suoi legali aveva chiesto a gran voce. Il giudice le ha dato torto. E in questi tempi grami una notizia del genere può anche farci tirare un sospiro di sollievo.
Ma arrivati a questo punto sarebbe riduttivo, persino ingeneroso verso Paunescu, lasciare che quel dialogo iniziale in cui il padre della protagonista tira in ballo “quella puttana della Mussolini che vuole ammazzare tutti i rumeni”, stigmatizzando in modo non meno ruvido le uscite xenofobe del leghista Flavio Tosi sindaco di Verona, monopolizzi le nostre riflessioni sul film. Occorre quantomeno effettuare qualche precisazione. Il dialogo in questione non ha soltanto lo scopo di porre in primo piano il razzismo dichiarato di certi esponenti della destra italiana, quanto piuttosto quello di circoscrivere uno dei possibili atteggiamenti che la gente, in Romania, può assumere nei confronti del nostro paese. E non sarà certo un punto di vista univoco. Da parte di molti, specialmente dopo quei fatti di cronaca che hanno incrinato i rapporti tra i due paesi, è subentrata una comprensibile forma di diffidenza verso una delle nazioni, l’Italia, in cui l’immigrazione dalla Romania è stata più massiccia. Ma nonostante le tensioni createsi negli ultimi anni, l’Italia si conferma una delle mete privilegiate per quei cittadini romeni che, attualmente, faticano aFrancesca_Bobby_Paunescu_foto_testo intravedere un futuro nel proprio paese.
L’Italia come sogno, l’Italia come incubo. Intorno alle differenti polarità di un immaginario in cui il cosiddetto Belpaese è destinato a suscitare sentimenti contrastanti, Paunescu è riuscito a incastrare una drammaturgia che però espone, con cifra realistica quanto mai matura e appropriata, i rischi inerenti alle altre problematiche di natura sociale, famigliare, privata, il cui peso ricade inesorabilmente sui protagonisti. Francesca, interpretata dalla credibilissima Monica Bîrladeanu, sta cercando un lavoro che la conduca in Italia, la nazione dove anche la madre (altro volto noto del cinema rumeno, ovvero quella Luminita Gheorghiu spesso presente nei film di Lucian Pintilie, Alexandru Tatos e Cristi Puiu) un tempo sarebbe voluta emigrare, seguendo le proprie aspirazioni. Ma il mondo che ruota intorno a Francesca propone anche situazioni squallide e pericolose: lo stesso fidanzato, Mita, si è fortemente indebitato facendo affari con brutta gente, ed ora rischia di pagare un conto salato. O di farlo pagare a Francesca, perché il capo della banda che lo ricatta ha adocchiato la ragazza e sembra avere qualche terribile, disgusto progetto in serbo per lei…
Il segreto di un film come Francesca, appena indebolito da qualche parentesi narrativa un po’ fiacca, risiede soprattutto in quella apparente semplicità, in quel rigore formale che sostituendosi a qualsiasi altro filtro restituisce con vigore la realtà sociale in cui è immersa la protagonista. La costruzione densa e indubbiamente lenta di ogni singola scena permette così agli incontri tra i protagonisti nei loro appartamenti, negli uffici o in strada di evidenziare i caratteri, ugualmente plausibili per l’impegno profuso da tutto il cast. Francesca non sarà probabilmente uno dei capolavori del cinema rumeno contemporaneo al pari delle opere di Mungiu e Porumboiu, ma testimonia da parte di Bobby Paunescu (che è stato tra l’altro produttore dell’importantissimo La morte del Signor Lazarescu, diretto anni fa da Cristi Puiu) la volontà di inserirsi in un filone cinematografico sempre più sorprendente con storie ben scritte e un’analoga attenzione per la messa in scena.
Stefano Coccia, da “cineclandestino.it”

Verso Lamerica
Francesca (una bravissima Monica Bîrlădeanu) è una giovane rumena che sogna di emigrare in Italia e aprire lì un asilo per figli di immigrati. Tutte le persone a lei vicine le sconsigliano di imbattersi in questa “pericolosa” avventura, ma il miraggio di una vita migliore e il desiderio di una fuga da una situazione di stallo la porteranno a prendere l’importante decisione…

Tra leggende metropolitane e mezze verità
Che il cinema rumeno sia finalmente riabilitato, non solo agli occhi di selezionatori festivalieri e critici cinematografici, ma anche dal punto di vista spettatoriale? L’unica certezza è che non sia adattabile a un pubblico così vasto, anzi tendenzialmente lo si definirebbe “di nicchia”.
Ma Francesca ha l’indubbio merito di riportare in auge con garbo il minimalismo rumeno, lo stesso che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 2007 (era 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu); che non permette grandi risate ma dispensa un’ironia pungente e critica; che predilige i lunghi ed estenuanti piani sequenza al montaggio frenetico da botta e risposta. Somiglia, infatti, più ad una pièce teatrale, filmata da un occhio vigile e onnipresente e riproposta con qualche aggiustamento formale. Una lunga ripresa dal vero, dove gli attori, dal personaggio minore ai protagonisti, si dimostrano padroni delle rispettive parti e della scena, dando senso a ogni situazione e ogni dialogo.
Cresce così l’empatia dello spettatore nei confronti di personaggi veri e storie personali ben lontane dall’essere romanzate o edulcorate (emblematico, in questo senso, il finale): il profondo realismo dei rapporti umani e del quotidiano, che si percepisce lungo tutto l’arco del film, è dato proprio dall’inserimento di elementi macchiettistici nei comportamenti e nella connotazione dei personaggi e dall’ottima gestione di silenzi e piani sequenza, forse non molto apprezzati dal pubblico di massa, ma necessari alla resa filmica di Paunescu (qui al suo debutto nel lungometraggio).

Ironia pungente o critica feroce?
Sicuramente il periodo non è dei migliori e non facilita l’interpretazione della rappresentazione di Paunescu. Ciò che propone, di primo acchito, potrebbe sembrare (e qualcuno si è già espresso con toni duri in questo senso) un attacco troppo forte e per giunta ingiustificato nei confronti degli italiani, descritti come elementi pessimi e di cui non fidarsi. Ma la realtà è ben diversa, anzi si potrebbe quasi dire che è uguale ma con uno straordinario ribaltamento delle parti. Le descrizioni che emergono del “Paradiso Italia” e della “razza italiana” ricordano vagamente i pregiudizi e i luoghi comuni sorti all’indomani di un qualsiasi evento efferato commesso da un colpevole di nazionalità rumena. La critica è ovviamente alla facilità con cui la generalizzazione del pensiero comune renda ladri tutti gli zingari, stupratori tutti i rumeni, ladri tutti gli slavi…
Il sogno di speranza della protagonista si infrange contro i pregiudizi delle persone a cui chiede consiglio, svanendo per effetto di una criminalità che è molto più vicina di quanto non si pensi.
Il coraggio di Fandango, ma prima ancora di Venezia, o meglio della sua Mostra d’Arte Cinematografica, di mostrare un film come questo – in cui l’Italia e gli italiani non escono certo con una bella immagine – all’interno di un contesto internazionale ma pur sempre nei nostri confini, e non solo, di valorizzarlo ponendolo come opening film di una sezione importante quale “Orizzonti”, è davvero lodevole e non si può che augurarne il successo. Questo perché tutto il cinema, per bello o brutto che sia, piacevole o scomodo, non sia mai soggetto a selezioni/censure di sorta (speranza vana…).
Davide Beretta, da “spaziofilm.it”

La storia – Francesca è una giovane romena che sogna di trasferirsi in Italia. Nonostante le notizie sui pericoli del razzismo e il rischio di dover passare per lavori poco nobili, la ragazza è convinta che il Belpaese sia l’unica opzione per una vita migliore.

L’Italia vista dalla Romania. Dietro questa egida Francesca è stato accolto suscitando aspre reazioni da parte dei nostri politici (la Mussolini e il sindaco Tosi). Con una lettura superficiale, la critica dei quotidiani e i diretti interessati hanno scambiato un paio di battute pronunciate da uno dei personaggi con una verità apodittica. Il dato in sé non meriterebbe di essere ripreso, se non in quanto permette di affrontare un fraintendimento riguardante non solo questa pellicola. Infatti, per il loro impianto realistico, i film romeni vengono considerati portatori di un’autenticità sociologica che va ben oltre il discorso narrativo.
Detto in altre parole, invece di essere concepito come uno studio sul personaggio (il modello molto, molto lontano resta Bergman), Francesca viene trattato alla stregua di un film-verità, dove il percorso individuale viene interpretato come paradigma di una situazione storica. Al posto di indagare i modi in cui il discorso si attua (l’opera di Paunescu tende ad annacquare il piano sequenza in un tessuto farcito di notazioni proprie della commedia di costume), ci si ferma alla “verità” che il film espone prendendola come documento. L’immagine di un’Italia razzista fa allora il pari con quella di una Romania violenta (senza considerare che il realismo del regista strizza l’occhio al genere, con tan-to di personaggi-macchiette e sce-ne mutuate da pellicole americane). Viene meno così la parte più interessante dell’opera. L’uso degli spazi chiusi (soprattutto dell’appartamento dove si consuma buona parte della vicenda) è ammirevole: l’ordinarietà degli arredi racconta la storia di una borghesia in grave crisi, paralizzata tra un passato cupo ma sicuro e un futuro del tutto incerto. È da qui, da questo appartamento – né lugubre né dimesso, ma semplicemente usuale – che il desiderio di Francesca di arrivare nel nostro Paese, costi quel che costi, si nutre. Se la figura di Mita, il suo fidanzato, piccolo trafficante con idee poco chiare e amicizie pericolose, resta racchiusa nello stereotipo, è la vicenda della ragazza, che in patria ha un lavoro onesto (maestra d’asilo), ad alludere a una situazione di crisi, ben prima che gli eventi vadano in quella direzione. Anche in questo caso Paunescu gioca con le apparenze: la scelta del corpo statuario di Monica Dean (vero nome Monica Barladeanu) è al riguardo sintomatica. Tuttavia proprio l’attrice rappresenta uno dei punti di forza dell’opera: nonostante un “fisico ingombrante” dimostra di regge-re la scena e di saper tenere la tensione su di sé non solo come corpo ma in quanto personaggio.
Carlo Chatrian, da “duellanti.com”

Attraverso il desiderio di una ragazza rumena di venire a lavorare in Italia, “Francesca” mostra in modo semplice ma incisivo, uno spaccato della vita attuale in Romania. Il film, presentato a Venezia, viene erroneamente identificato come una pellicola sul razzismo italiano verso i rumeni, invece il centro della narrazione è costituito dai problemi di una giovane repubblica, che dopo anni di dittatura, cerca affannosamente un equilibrio (non ancora raggiunto) tra la propria identità culturale e la libertà finalmente conquistata. Nei giovani cresce il desiderio dei cambiamenti, di uno sviluppo che si vorrebbe indolore, di una rinascita che utopicamente si vede all’estero. Nei decenni passati la meta era la Germania, dove bastava lavorare un paio d’anni per portare in patria i soldi necessari per una casa, la macchina, iniziare una vita con basi economiche solide. Ora il sogno si è spostato in Italia e in Spagna, che accolgono ciascuna più di un milione di immigrati. Per noi italiani, abituati ad essere i padroni di casa, è veramente strano ribaltare le posizioni e sentire cosa gli altri pensano di noi. Il regista si prende gioco dei luoghi comuni con i quali in Romania veniamo dipinti: i più anziani hanno la convinzione che gli uomini, certi di essere “stalloni da monta”, siano solo interessati a sottrarre le donne ai rumeni. La generazione di mezza età, come il padre di Francesca, ci ritiene un popolo di razzisti, mentre per la trentenne protagonista l’Italia è l’oasi dove potersi rinfrancare e rinascere, realizzando le proprie ambizioni lavorative. La pellicola, volutamente statica, trova la sua valenza nel messaggio che trasmette: ogni conquista costa fatica, ogni paese ha le sue difficoltà, i propri demoni da combattere, ma è necessario per crescere parlarne apertamente. Per il regista la cultura, in questo caso la cinematografia, deve aiutare la Romania a trovare la propria strada, la propria crescita sociale, il vero progresso umano.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Già presentato alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, la pellicola arriva a Roma accompagnata dalle polemiche suscitate durante la proiezione al festival veneziano che ha visto contrapposti, il regista ed alcuni personaggi politici italiani (A. Mussolini ed il sindaco di Verona F. Tosi) che si sono sentiti accusati di razzismo ed insultati da alcune frasi pronunciate dai protagonisti di “Francesca”.
La vivacità delle polemiche e le querele hanno indotto il Circuito Cinema Comunali di Venezia a sospendere la proiezione del film che dovrebbe uscire nelle sale romane il 20 novembre, fermo restando un esposto che ne chiede il sequestro se non vengono eliminate le frasi incriminate.
Il regista e Domenico Procacci hanno difeso, durante la conferenza stampa, l’integrità dell’opera innanzitutto in nome della libertà di espressione di ogni autore.
Per il regista Bobby Păunescu, togliere quelle frasi cambierebbe il senso del film, sbilanciandolo fino a sembrare solamente una critica alla società romena.
In Romania, invece non ci sono state polemiche politiche anche se un certo malumore si è avvertito tra la gente, stanca di vedere evidenziati solo gli aspetti negativi del proprio paese.
Ma torniamo al film.
La trama si dipana lungo un sogno, il sogno di Francesca, una maestra d’asilo di Bucarest che immagina una vita migliore emigrando in Italia.
Francesca fantastica addirittura di trovare i fondi ed aprire un asilo per i figli dei Romeni emigrati in Italia.
Pagando 2000 euro deve raggiungere Sant’Angelo Lodigiano dove farà la badante.
Non è un caso che la protagonista del film si chiama Francesca e che la sua meta in Italia sia Sant’Angelo Lodigiano.
Infatti, durante le ricerche sul film, Bobby Păunescu scopre che la patrona degli emigranti è Santa Francesca Cabrini, una suora nata a Sant’Angelo Lodigiano e che nel Nuovo Mondo costruì scuole, orfanotrofi e ospedali.
Bobby Păunescu afferma di aver preso spunto da un terribile fatto di cronaca avvenuto a Roma quando, il 30 ottobre 2007, una donna di 47 anni, Giovanna Reggiani, viene rapinata, violentata ed uccisa da Nicolae Romulus Mailat, cittadino romeno di 24 anni (non a caso uno dei cattivi del film si chiama Remulus); il regista immaginò subito le gravi ripercussioni che l’accadimento avrebbe avuto nelle già precarie relazioni tra Romeni e Italiani.
A prima vista sembra la consueta storia sull’emigrazione dove l’Italia e l’Occidente sono visti come il Grande Supermercato, il miraggio da raggiungere a tutti i costi.
Senonchè, come più volte afferma Bobby Păunescu , non si tratta di un film sull’emigrazione ma sui presupposti che la rendono possibile e, in questo caso, sulla destrutturazione politica e morale dei Paesi ex- comunisti e sulla conseguente perdita di punti di riferimento.
Il Film indaga su questo sottobosco di sofferenza e lo fa attraverso i pareri contrastanti dei protagonisti: all’opposizione del padre, degli amici e della direttrice dell’asilo che vedono ovunque minacce e trappole, si contrappone l’incondizionato appoggio della madre che vede nel progetto di Francesca la realizzazione di un suo sogno giovanile.
Francesca si muove tra loschi intermediari, usurai e l’ambiguo padrino e deve affrontare anche il tradimento del suo ragazzo Mita, che doveva seguirla in Italia e che, invece, si trova invischiato in affari poco puliti che rendono il sogno della ragazza sempre più un miraggio.

Un tempo l’ideologia veicolava tutto, dai sogni alla rabbia; la crisi delle ideologie, la fine degli ideali ha portato via i sogni.
Resta solo la rabbia che si manifesta anche negli stereotipi; per gli Italiani i Romeni sono tutti ladri e stupratori mentre per i Romeni gli Italiani sono tutti espiantatori di organi che vogliono approfittare delle loro donne e renderli schiavi.
Lo stile è abbastanza statico ed il regista afferma di aver scelto la staticità delle immagini per mantenere una certa distanza dal film e poter meglio osservare ciò che accade nella società romena.
L’Italia è sullo sfondo, resta un miraggio e l’autobus su cui Francesca è salita non la porterà mai a Milano, segno, per l’autore, che la società romena non ha ancora trovato la strada per uscire dalla sua crisi di identità.
Il film termina, emblematicamente, con Francesca, sola in una stazione, con accanto le sue valigie, piene di sogni che, per adesso, non possono attuarsi.
da “persiinsala.it”

Palazzi vecchi e scrostati, strade trafficate e polverose sono la cornice di una storia di speranza e contaddizioni vissuta nel cuore della Romania di oggi. Francesca sembra quasi sognare con i piedi per terra: la voglia di abbandonare il posto dove è nata e vissuta, in cui tuttavia non si sente appagata e soddisfatta, insieme all’ottimismo eccessivo con cui tende a guardare al suo prossimo futuro, sono controbilanciati da attimi di esitazione, dubbi, vera e propria paura. Il solo filo che riesce a legarla davvero al suo paese è Mita, il suo ragazzo, deciso a sbrigare una faccenda per raggiungerla finalmente in Italia. Di che faccenda si tratta lo si scopre presto e il racconto procede a disegnare il percorso di due vite possibili, al bivio, l’una legata all’altra. La macchina da presa vacilla insieme ai propositi della protagonista,

immortala azioni spesso da una singola angolazione, assegnando all’oscillazione stessa il compito di concedere allo spettatore il ruolo di copartecipe piuttosto che di testimone esterno. D’altronde il tema tanto attuale e controverso dell’emigrazione romena in Italia non conosce certezze e va affrontato in modo delicato e dialettico, senza presunzioni di verità assolute. Il rischio che poteva nascere era infatti quello di recensione Francesca
proporre una prospettiva oggettiva, in antitesi a priori rispetto alla comunicazione imperante promossa dai mass media del nostro paese, i quali senza mezzi termini hanno contribuito a diffondere immagini stereotipate e generalizzate degli immigrati rumeni in Italia. Paunescu riesce invece a porre in relazione il pasticcio mediatico tutto nostrano con la visione anch’essa distorta che l’informazione di Bucarest dà dell’italiano medio. In sostanza si tratta di un film alla ricerca di verità concrete per sfatare l’arbitrarietà delle generalizzazioni. Non a caso oltre ad essere narrate le vicissitudini di due “bravi” ragazzi si racconta in pochi gesti e con frasi partorite dalla strada l’universo criminale della capitale rumena, volgare, cinico e cruento. La storia rimane addosso, lascia il segno, aiuta a riflettere sulla superficialità con cui la cronaca tratta il tema immigrazione, poiché in fin dei conti sono in ballo vite private, reali, sofferte ed invita a scoprire i motivi più o meno nascosti per cui un paese con troppi retaggi del proprio passato comunista, non ancora pronto ad un cambiamento epocale, sia da qualche anno entrato nell’Unione Europea.
di Lucio De Candia, da “cinema4stelle.it”

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