Eva e Adamo

Tre donne diverse, distanti per età, estrazione sociale, cultura, lavoro e aspirazioni. Il trailer del film cita il titolo di un famoso racconto di Carver: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Lo scrittore dalle atmosfere sospese in un quotidiano che si apre a sprazzi di consapevolezza sembra ispirare le storie raccontate dal film che mantiene un registro espressivo che pare mutuato da un suo racconto: essenziale, asciutto, appena ravvivato da qualche improvviso colpo di penna (macchina da presa) profondamente incisivo.
Tre coppie anomale, fuori dagli schemi per necessità, destino, scelta. Erika è avanti con gli anni, vedova con figli già adulti. Scrive romanzi rosa e ha sposato un giovane uomo senegalese conosciuto in villeggiatura. Deborah è una giovane mamma che ha lavorato come pornostar in alcuni film. Il suo compagno è disoccupato e quando si sono conosciuti non sospettava nulla riguardo l’attività della moglie. Veronica è un’infermiera che ha sposato un uomo invalido, costretto sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla. Tra interviste e spaccati di vita quotidiana le tre coppie si raccontano confrontandosi con i propri fantasmi, le reciproche incomprensioni ed i piccoli grandi problemi della vita.
Il documentario di Vittorio Moroni racconta con tocco delicato le storie dei vari personaggi che si intersecano e alternano rivelandosi poco a poco. Lo sguardo del regista, discreto e qualche volta persino complice, mira a scandagliare le dinamiche di coppia, le ragioni dell’amore e le reciproche compensazioni di carenze esistenziali e affettive. La componente “sociale” del rapporto tra un “privato diverso” e l’opinione pubblica è presente ma sempre in secondo piano. Questa si rivela una scelta vincente: l’attenzione è concentrata all’interno per capire osservando, per raccontare la normalità di ciò che superficialmente ci sembra anomalo. Senza scadere nella retorica e con innocente curiosità il regista ci accompagna in un percorso di scoperta e comprensione di queste esistenze estranee.
Le difficoltà che le coppie protagoniste del film devono affrontare sono tutto sommato comuni, normali, quasi banali; sono gli “interpreti” ad essere in qualche modo eccezionali. Eva e Adamo, Eva prima di Adamo perché la chiave di lettura è al femminile. Gli uomini sono comprimari di confronto, presenze necessarie, considerate e ascoltate ma molto meno interessanti. I racconti procedono in parallelo aggiungendo sequenza dopo sequenza informazioni importanti per comprendere le ragioni di ognuno. Un’anziana scrittrice è disposta a sacrificare quello che le resta da vivere per permettere al compagno di costruirsi una nuova vita in Senegal? Una giovane madre riuscirà a garantire alla propria bambina un futuro migliore? Un’infermiera, madre e moglie, manterrà l’equilibrio necessario di fronte alla prospettiva della morte di suo marito? Il finale lascia aperti degli interrogativi suggerendo che il filo rosso che lega e rende simili delle storie così diverse è il sacrificio. Sacrificio come ipotetico abbandono del proprio paese per la scrittrice Erika, sacrificio come scelta di vita per l’infermiera Veronica e probabilmente sacrificio dell’amore a favore del benessere della propria bambina per Deborah. Le vie dell’affetto sono imperscrutabili e se è impossibile capire come gli uomini possano combinarsi attraverso l’amore, almeno si può provare ad analizzare le dinamiche che regolano questo grande gioco: la ricerca di equilibrio e di quel poco di stabile serenità necessaria per tirare avanti.
Erika, Deborah e Veronica chiudono Eva e Adamo dando l’impressione di essere in procinto di affrontare scelte decisive come i personaggi di American graffiti. Immaginando le loro vite nel futuro ci si augura che quella del film sia lunga e soddisfacente.
Michelangelo Salvioni, da “mymovies.it”

Amori giovani e così (stra)ordinari
di Pedro Armocida Il Giornale
Erika, 76 anni, è sposata con Moussà, senegalese di 35. Deborah, 20 anni, si spoglia in tv all’insaputa del ragazzo. Veronica, 35 anni, fa due figli con il marito già affetto da una grave malattia degenerativa. Tre volti, tre storie, tre vite in un film di non-fiction (documentario non rende giustizia al grande lavoro d’invenzione e di ricerca del regista) che, nel suo radicale racconto solo apparentemente focalizzato dalla parte delle donne, immerge lo spettatore nell’incandescente materiale che si chiama amore. Sorprendente, estremo, totale. Così vero da sembrare finto. Una rarità al cinema.
Da Il Giornale, 16 ottobre 2009

Un film dalla parte di Eva, dentro e fuori dall Eden
di Silvana Silvestri Il Manifesto
L’attenzione che ha circondato i film di Vittorio Moroni, il suo esordio Tu devi essere il lupo o Le ferie di Licu, potrebbe ripetersi per questo nuovo lavoro Eva e Adamo, film d’amore che si avvicina il più possibile a Eva, personaggio sempre misterioso. La forma è quella del documentario, ma il segreto di Moroni è ciò che riesce a captare con la macchina da presa che si fa cinema di finzione strada facendo, quasi nei pochi centimetri che lo separano i suoi soggetti. Deve essere una questione di tempi, montaggio, scelta dei personaggi, di intuire il momento dell’attacco e lo svolgersi dell’incontro. Le tre donne che raccontano la loro vita in alcuni momenti devastata (come del resto fu quella di Eva) sono una scrittrice, Erika, sposata con un giovane senegalese, come in una nuova vita, dopo altri matrimoni e una vita vissuta pienamente. Deborah, mamma e pornostar, due identità separate che non possono essere mantenute a lungo, ma ad ognuna è stata dedicata energia e passione, anche se è arrivato il momento di cancellare la ribalta. Veronica, crocerossina a Lourdes, con una visione tolstojana della vita (sarebbe meglio dire «emiliana», per la sua solarità) e poi moglie felice di un uomo infermo, colpito da malattia degenerativa con il quale ha costruito famiglia e figli. Il processo che Moroni mette in moto sullo schermo e che rende questi personaggi meno terreni e più astratti, quindi attraenti come protagonisti di romanzi è quello della costruzione del paradiso terrestre e poi della caduta, ma non tale da non poter essere sopportata. La ricca personalità delle donne che raccontano la loro storia fronteggia situazioni anche al limite, che possono capitare a chiunque guardi alla vita con sfida e avventura, fronteggiate con spavalderia o grazia.
Le ferie di Licu raccontava la storia di Licu, ragazzo bangladese residente a Roma che tornava in patria a sposare Fancy con un matrimonio combinato, scelta dalla sua famiglia. Qui siamo nel regno della libertà assoluta, del matrimonio d’amore, dove libertà e affettività potrebbero esprimersi. Poiché il film «si muove da sé» sul «50N» (dal nome di un bus romano), casa di produzione autonoma, da oggi si può vedere al Cinema Palestrina a Milano e Quattro Fontane a Roma. Poi Torino, Padova, Firenze, quindi in giro per l’Italia con un «Eva e Adamo Tour», in camper. In questo modo Le ferie di Licu hanno raggiunto più di 65 mila persone, porta a porta.
Da Il Manifesto, 25 settembre 2009

Le strade tortuose dell’amore
Si chiama Eva e Adamo, con precedenza al nome femminile perchè in questo documentario che racconta la vita vera sono soprattutto le donne a guidare i destini, a compiere le scelte scomode, a mettersi in gioco. Qualcuno dirà: come sempre. Vittorio Moroni prosegue sulla via del rigore, della coerenza, del rispetto per la verità dei suoi personaggi in un momento particolarmente difficile per il cinema italiano di qualità. C’è chi vorrebbe uniformare l’offerta ad un imbarazzante livello di povertà, nascondendo l’ignoranza dietro la veemenza ideologica.
Far uscire film come quelli di Moroni che non regalano nulla alla faciloneria televisiva, è diventata un’impresa rischiosissima, quasi da folli. Sì perchè quel “folle” di Moroni racconta di amori carichi di sacrificio, di scelte controcorrente, di sentimenti sussurrati e ambiguità striscianti. I protagonisti del suo film, incrociati per caso mentre accompagnava da distributore indipendente il suo precedente lavoro Le ferie di Licu, hanno facce scavate, portano sul corpo i segni dell’età o della malattia, vivono in case squallide e fanno i conti con le intemperie quotidiane. L’amore non scrive un lieto fine rassicurante, lascia aperti mille dubbi, insicurezze sul futuro, timori molto fondati. L’amore come lo concepiscono loro, le donne di Eva e Adamo, forse non esiste, però grazie alla loro caparbietà, a quella forza ostinata che non è solo idealismo, è anche solida concretezza, qualcosa si dipana e tesse trame sottili ma resistenti.
La signora settantenne sfida il giudizio delle figlie e prosegue la sua ardita ricerca di benessere, di felicità, forse l’illusione di un’eterna giovinezza. Lo considera un suo diritto e non si fa spaventare dalla disapprovazione o dalla curiosità morbosa che legge negli occhi della gente che incontra. Ha sposato un uomo di colore che ha la metà dei suoi anni, una delle sue figlie, avuta dal precedente matrimonio, si rifiuta di vederla da molto tempo. Lei stessa non si nasconde dei dubbi sulle vere intenzioni del giovane compagno che comincia a farle richieste economiche e preme perchè si trasferiscano in Senegal, ma il vento che la spinge ad assaporare ancora la vita è più forte di tutto. L’amore romantico che vorrebbe lo riversa nei romanzi rosa che scrive. Ma niente può impedirle di essere fiera quando cammina per strada mano nella mano con quell’uomo così diverso da lei.
La seconda storia è quella di un’attrazione che ha sfidato la malattia e ha scardinato i ruoli: lei si è assunta tutte le responsabilità familiari perchè ha scelto di sposare una persona malata di sclerosi multipla che col passare del tempo diventa sempre meno autosufficiente. Malgrado questo ha voluto due figli da lui e li sta crescendo praticamente da sola. Ma il suo compagno, anche se non parla e quasi non si muove più, rappresenta comunque una figura importante per i bambini, esiste una forma di comunicazione sotteranea fra loro e quella famiglia ha trovato dei binari personalissimi su cui correre.
Moroni, attraverso le interviste a queste coppie, soprattutto alle “Eve”, dipinge un ritratto del mondo femminile tra emancipazione e anelito al sacrificio, tra voglia di libertà e bisogno di un ancoraggio forte.
La più giovane delle tre protagoniste è forse anche la più fragile, e fragile sembra quel rapporto costruito con un compagno ancora poco maturo per affrontare coscenziosamente una paternità. Tra liti e riappacificazioni, i due ragazzi dell’ultima coppia sembrano impreparati a sopravvivere in un mondo duro che tende ad emarginarli, e il futuro della loro bambina appare piuttosto incerto.
I tre racconti si chiudono con una serie di interrogativi: dureranno quegli amori, “Eva” ne reggerà il peso quasi interamente sulle sue spalle? “Adamo” saprà avere un guizzo di temerarietà per rinnovare l’incantesimo di una strana alchimia, di una inconsueta alleanza?
Roberta Folatti, da “cineboom.it”

Come rivista cerchiamo di dar voce e visibilità (nel nostro piccolo) al cinema che vale, al di là degli incassi, della distribuzione… Per questo eccoci qui a dar spazio a EVA E ADAMO l’ultimo film di Vittorio Moroni. Uscito lo scorso venerdì a Roma e Milano si è guadagnato la seconda (e speriamo non ultima) settimana di programmazione. Se vivete a Roma o Milano andate e a vederlo (ai cinema Quattro Fontane e Palestrina). Chi ha avuto la fortuna di andarlo a vedere nella capitale ha trovato il regista ad accoglierlo (all’inizio e alla fine di ogni spettacolo) con una mela rossa all’ingresso e un fotogramma del film alla fine. Se vivete in altre città sicuramente ci saranno occasioni (da non perdere) per vederlo. Non perché il film ha una grande distribuzione o sarà diffuso massicciamente in centinaia di copie ad invadere multplex e cinema d’essais, ma perché avrà la distribuzione capillare che già hanno avuto i due precedenti film del regista, portati personalmente in giro per la penisola, città dopo città con uno speciale camper. Vi chiederete che modo è questo di distribuire un film. E’ quanto si è inventato questo giovane regista nel lontano 2004 per poter far vedere al pubblico il suo primo film, Tu devi essere lupo. Ha avuto l’idea di prevendere i biglietti del film e quando ha raggiunto un buon numero di futuri spettatori si è presentato ai gestori delle sale ottenendone una. Il passaparola è stato formidabile ed è nata una nuova distribuzione indipendente e assai speciale la Selfcinema. Metodo adottato egregiamente anche per il secondo film Le ferie di licu e per questo terzo. Questa volta si sono allargati a distribuire anche un altro documentario: Il silenzio prima della musica di Eric Daniel Metzgar che vinse l’anno scorso la sezione Extra del Festival di Roma, non trovando però una “normale” distribuzione.
Moroni ha sempre avuto uno sguardo attento a raccontare la donna, pensiamo al personaggio – intenso e doloroso – di Valentina Carnelutti in Tu devi essere il lupo, ma è anche un formidabile narratore dell’amore. Nel primo film racconta di un ragazzo padre e del dolore di una donna che abbandona la figlia, nel secondo (Le ferie di Licu) s’interroga se si può amare qualcuno che non si sceglie, qui abbiamo tre modi estremi di amare. Tre modi tutti femminili. A partire dal titolo “Eva e Adamo” e non l’usuale biblico “Adamo e Eva” c’indica lo sguardo femminista del regista. Moroni indaga, infatti, sugli affetti che legano una donna a un uomo puntando l’obiettivo su tre donne, particolari, forti che si raccontano e raccontano il loro uomo, l’uomo che amano o che dicono di amare. Donne che non hanno paura di essere se stesse, di vivere la propria vita al di là di pregiudizi, paure e limiti.
Moroni come già ne Le ferie di Licu parte dal materiale umano ripreso dal reale per trasformarlo in qualcosa d’altro, plasmarlo in “racconto”, in “personaggi”. Non nega la ripresa della realtà. In molti momenti si vedono i microfoni che portano i protagonisti che sono ripresi come se la mdp non ci fosse (ma alcuni indizi lasciati dal regista ci dicono che la mdp c’è), filmati con sporcizia e verità (a tratti sembrano i filmini fatti in casa), ma nobilitati dal montaggio, dalle musiche. Moroni trasforma la materia grezza in gioielli attraverso il montaggio, il tocco con cui si relaziona coi personaggi, trasformandoli in “eroi” letterari. I protagonisti si spogliamo del loro costume reale senza perdere di verità, se non a tratti e sono quelli che funzionano meno. In alcuni momenti si percepisce la finzione, un mettersi in scena davanti alla mdp (forse inevitabile), che dà un leggero sapore di “grande fratello”.
Moroni ci conduce per mano con passione, divertimento alla conoscenza di queste tre donne. Il racconto inizia con i primissimi piani delle protagoniste: ognuna presenta il proprio “lui” che infine ci viene mostrato. E ognuno di loro ha una particolarità.
Erika, è una arzilla settantaseienne che vediamo subito, fin dalle prime inquadrature, alle prese con la palestra. Ci racconta di aver conquistato un giovane aitante. E per questo si sente fortunata. Scopriremo essere molto molto più giovane di lei e senegalese.
Veronica racconta del colpo di fulmine avuto appena ha visto il suo Alberto. Dell’amore di lui, dice che è arrivato con il tempo… Concludeva: lui ci ha provato come fanno tutti gli uomini lui… Particolare: Filippo è in carrozzina e ha una malattia degenerativa.
Deborah (in arte Laura) racconta di aver avuto il coraggio di farsi avanti con Filippo solo perchè ubriaca. Scopriamo poi che tanto timida non doveva essere se si manteneva facendo spogliarelli nelle hot line e l’attrice porno (ma a lui non dice all’inizio la verità sul suo lavoro).
Come nella vita la conoscenza avviene per gradi, così nel film andiamo a fondo nella vita delle tre donne e il loro amori. Il racconto s’intervalla con quadri bellissimi, musica romantica, che fa pensare all’amore poetico, quello che fa sognare. Bruscamente si ritorna alla realtà dei fatti. La musica che faceva da sottofondo alle prime inquadrature pian piano è sostituita dai rumori della realtà. E le immagini diventano altro da quello che appaiono all’inizio: la signora matura tutta viaggi, palestra, lezione di danza in realtà è sola, gli anni avanzano e si sorride di lei. All’inizio sembra innamorata, poi parla di non far pesare la sua superiorità e lascia trasparire nelle sue parole un pizzico di razzismo. Deborah, nelle immagini del lavoro è bellissima, quando la vediamo senza veli davanti alla mdp, è struccata e spettinata, ha il seno rifatto e problemi di soldi. Veronica mette a nudo il suo animo di crocerossina.
A fianco a queste donne che si sono date, sacrificate tre uomini che forse non le amano. Moussà, il ragazzo senegalese, sembra stare con Erika per interesse. Alberto vorrà un’infermiera o una moglie a fianco? Filippo amerà Deborah o l’idea di avere a fianco una bella ragazza che tutti gli guardano? Le domande non hanno risposte. Non si danno giudizi.
L’eden di Adamo e Eva è un sogno e come tutti i sogni sono difficili da realizzare… Così, Erika sogna di vendere la casa e lasciare tutto per lui, ma per ora ha comprato un biglietto per il Senegal. Deborah dice al suo menager di riprendere a fare al spogliarellista, ma rimanda ogni giorno. Veronica immagina di aver sentito il suo bambino dire la prima parola: papà.
Chiara Lenzi, da “schermaglie.it”

La coppia è donna

Documentario che parla del tema dell’amore e racconta la storia di tre donne, Erika (75 anni), Deborah (19 anni) e Veronica (33 anni), chiamate ad affrontare una sfida fondamentale per poter vivere la loro relazione amorosa. Una sfida con se stesse, le proprie necessità, la propria idea di libertà e con la società. (sinossi)

Un documentario è realmente come una tela bianca dove può essere dipinto di tutto. Dalla realtà rappresentata in cui si avverte in modo tangibile la presenza dell’autore (i lavori di Michael Moore, ad esempio), alla ridefinizione della forma documentaristica che si fa mirabilmente cinema universale (le magnifiche opere firmate da Werner Herzog). Riesce a scavare nei meandri della memoria riuscendo a far risalire in superficie persone ed emozioni sopite da rendere condivisibili con il pubblico (lo struggente Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, ma anche il recente ed assai bello Negli occhi di Francesco Del Grosso e Daniele Anzilotti, dedicato alla figura di Vittorio Mezzogiorno), ma può scegliere anche, semplicemente, di raccontare storie di persone comuni, coinvolte in situazioni straordinarie per i motivi più svariati, uno dei quali potrebbe certo riguardare le oscure e misteriose ragioni del cuore. E’ il caso di questo Eva e Adamo, in cui il regista Vittorio Moroni ha preso in esame tre storie d’amore particolarmente sui generis ed a loro modo “estreme”, analizzandole in modo pressoché totale dal punto di vista femminile; donne che, in questo caso (e da qui nasce l’inversione molto simbolica del titolo…), si trovano a dover sostenere quasi per intero il “peso” di un rapporto da vivere e costruire giorno dopo giorno.
Scopriamo dunque l’esistenza di Erika, donna italiana benestante di settantacinque anni ma ancora assetata di vita, che si è unita in matrimonio con Moussà, giovane senegalese emigrato in Italia. Poi c’è Deborah, giovanissima ed attraente ragazza che per sbarcare il lunario lavora per le hot-line notturne e recita in film pornografici, la quale ha il non indifferente problema di far coesistere tale professione con l’amore per Filippo, un siciliano più grande di lei del quale si è innamorata. Ed infine Veronica, infermiera trentacinquenne dal passato carico di sofferenze che ha scelto di unirsi in matrimonio con Alberto, affetto da sclerosi multipla ed immobilizzato su di una sedia a rotelle. Tre storie esemplari che Moroni mette in scena riservando per sé una posizione saggiamente defilata, lasciando completamente la parola a quelle che sono le protagoniste di queste vicende ma strutturando il materiale in modo tale che lo spettatore venga a poco a poco a conoscenza dell’autenticità delle motivazioni che sono alla base di percorsi esistenziali così radicali e, per molti versi, coraggiosi. Una scelta formale, quella del regista, che ha il preciso obiettivo di far entrare in sintonia il pubblico con situazioni che avrebbero tranquillamente potuto sembrare estranee alla maggioranza della platea. Obiettivo centrato grazie allo spostamento del nucleo del discorso verso una tematica centrale nella vita di qualsiasi individuo come l’amore, qui rappresentato in modo mirabile in tutta la gamma di aggettivi attraverso i quali è possibile descriverlo: tenero, poetico e appagante, ma anche contraddittorio, egoistico e tormentato. E soprattutto a Moroni va dato il merito di essersi tenuto ben lontano da qualsiasi tentazione di emettere un giudizio di natura morale, visto che in Eva e Adamo sono più che altro le domande ad essere poste, piuttosto che giungere alle facili risposte di un qualunquismo sempre più dilagante nel nostro amato Belpaese. Perché dunque Erika ha scelto di aprire la propria casa a Moussà? E per quale motivo lui ha deciso di unirsi ad una persona con più del doppio dei suoi anni? Solo ragioni di reciproco interesse alla base di questa unione? E perché Deborah si è volontariamente messa in una situazione in cui lavoro e amore – con prospettive di famiglia, dato che lei ed il suo compagno hanno anche avuto un bambino – sapeva non sarebbero state più compatibili? Ed il motivo per cui Veronica ha consapevolmente deciso di dedicare la sua esistenza, quasi al limite del “sacrificio”, verso un uomo che già sapeva malato ed ai due figli da lui avuti?
Se ad un film come Eva e Adamo chiedete facili risposte di certo non ne avrete. Ma se siete in cerca di qualcosa che abbia il sapore a volte acre della vita vissuta, che riesca a commuovere esclusivamente grazie ad alcuni fotogrammi “rubati” all’intimità di persone che alla fine sentiamo tutte più vicine a noi, ebbene Eva e Adamo fa sicuramente al caso vostro, un’opera ampiamente meritevole di un passaparola che ne consenta una sopravvivenza quanto più lunga possibile nelle sale. Un’uscita che, pur prevedibilmente limitata, è da accogliere con molta soddisfazione.
Se la qualità del cinema medio tricolore stenta (eufemismo) da tempo immemorabile a decollare, forse l’asfittico giardino di celluloide italiano ha trovato un piccolo orticello da coltivare con cura. Sta all’appassionato concedere al documentario la possibilità di trovare una sua sacrosanta dimensione, in un paese dove purtroppo dare cose che altrove suonerebbero scontate, soprattutto in campo culturale, diventa ogni giorno più difficile.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

La storia – Tre uomini e tre donne, di estrazioni sociali e culturali diverse, vengono analizzati e indagati nella loro quotidianità in questo interessante esempio di cinema documentario italiano. A dimostrazione che oggi sono proprio le piccole realtà autoprodotte ad offrirci sguardi raffinati sul mondo.
Prima Eva, poi Adamo. L’inversione rispetto all’ordine abituale di abbinamento dei due nomi corrisponde perfettamente alla scelta di campo del terzo lungometraggio di Vittorio Moroni: per documentare le tre vicende sentimentali fulcro del film, il regista inquadra per prima la “metà mela” femminile, sceglie di affidare ai resoconti e alle confidenze delle tre donne la ricostruzione di un rapporto a due, la chiave di lettura della loro storia d’amore. A dispetto degli abissi socio-anagrafici che le separano, infatti, tutte e tre sono accomunate dall’aver liberamente scelto un partner che ai più sembrerebbe non completarle affatto: Erika, ultrasettantenne milanese colta e facoltosa, è sposata con Moussà; Deborah, pornostar in erba, vive con Filippo; Veronica, crocerossina a Lourdes, è moglie di Alberto. Ormai precipitati dall’originario paradiso terrestre, questi novelli Eva e Adamo vivono zavorrati a terra in un tempo quotidiano che lascia affiorare incomprensioni, stanchezze, paure e rinnovati slanci. La precarietà del presente sembra essere in parte dissipata dal montaggio fluidissimo di fotografie e filmini che allungano il respiro del tempo e inseriscono le vicende in un grande album di famiglia ancora vivo e aperto, come vive e aperte sono le scelte future, annunciate e subito smentite dai cartelli finali, riservate a ciascuna coppia, di nuovo, a ciascuna Eva.
Nonostante il divieto ai minori di 14 anni, Eva e Adamo è puro e rispettoso dei suoi protagonisti anche quando ne trasgredisce – teneramente – i tabù. Nonostante sembrasse destinato all’invisibilità perché estraneo al circuito mainstream, come del resto i precedenti Tu devi essere il lupo e Le ferie di Licu, Eva e Adamo ha visto la luce grazie all’ingegnosa autoproduzione e autodistribuzione 50notturno: il film è in proiezione nella settimana corrente a Milano al cinema Palestrina e a Roma al Quattro Fontane. All’uscita vengono offerte mele e fotogrammi-souvenir.
Elena Gipponi, da “duellanti.com”

Eva e Adamo, l’ultimo film di Vittorio Moroni (il regista del docu-film caso Le ferie di Licu del 2006) è la storia di tre donne coraggiose: una signora di settant’anni milanese coniugata con un giovane senegalese, una giovane spogliarellista delle hot line telefoniche notturne ed infine un’infermiera sposata con un disabile conosciuto a Lourdes.
Un documetario che ci parla dell’amore dolce e crudele allo stesso tempo, come insegna Fassbinder: amore è sempre anche potere, controllo, soggezione. Ma questo film ci parla anche di sacrificio, quello che queste tre donne fanno ogni giorno per portare avanti la famiglia, spesso vicine a partner non proprio adeguati. Eva e Adamo è un documentario delicato, gentile e poetico, ma al contempo arriva allo spettatore forte e potente come uno schiaffo nella notte.
Vivere e amare, soprattutto per una donna, significa anche dolore, passione e devozione e la libertà spesso viene sacrificata dai giudizi degli altri.
Le bellisime immagini documentate dal vero in presa diretta si alternano alle opere dell’artista Peter Moon, realizzate appositamente per questo film, che rappresentano proprio Adamo ed Eva nel paradiso terrestre e le sofferenze che hanno dovuto subire in quel frangente.
Il regista segue con cura e passione tutti questi personaggi da romanzo estrapolando la loro anima, le loro gioie e dolori presenti e passate, molte volte facendo i conti con una società che non accetta le loro scelte così coraggiose e fuori dal coro. In effetti anche i biblici Eva e Adamo ebbero grossi problemi nel paradiso terrestre e furono cacciati, non accettati.
Vittorio Moroni con questo film ripropone il vincente metodo di autodistribuzione del precedente Le ferie di Licu, nomination come miglior documentario ai nastri d’argento, con il suo gruppo 50 Notturno. Il regista ed i suoi collaboratori in un camper rosa ecologico GPL porteranno la pellicola in giro per tutta Italia per incontrare il pubblico e dopo la visione verrà regalata una mela e un pezzo del fotogramma del film.
A volte lo sguardo dell’autore si rivela noncurante, altre volte complice con i personaggi, restituendoci una realtà nuda e cruda di questi bellissimi ritratti di coppie.
Il film è vietato ai minori di 14 anni per qualche scena di nudo, ma si spera che lo potranno vedere più persone possibili. Da oggi è proiettato al Cinema Palestrina a Milano e Quattro Fontane a Roma. Poi Torino, Padova, Firenze con un «Eva e Adamo Tour», in camper. Nello stesso modo Le ferie di Licu hanno raggiunto più di 65 mila persone. Da non perdere.
Sonia Cincinelli, da “fuorilemura.com”

Erika ha settantasei anni e un desiderio urgente di assaporare ogni granello di vita; è sposata con un senegalese di trentacinque anni. Deborah guadagna grazie a filmati pornografici, e rimane incinta del suo ragazzo. Veronica ha incontrato l’attuale marito, ammalato di sclerosi multipla, a Lourdes, e ha con lui due bambini. Questo documentario prima di tutto è un racconto, che sfoglia con tocco poetico le vite dei personaggi, rivelandone le paure più intime
Già il titolo suggerisce che, in questo documentario sui generis, viene analizzato prevalentemente il punto di vista femminile. Tre donne diversissime raccontano le loro storie, ognuna delle quali è segnata da un “peccato originale”: l’età avanzata per Erika, la professione di spogliarellista per Deborah, la malattia per Veronica. Malattia non sua, però, ma del marito; è l’unico caso in cui la “colpa” sembra provenire dalla parte maschile: in realtà, scopriamo presto che la sclerosi multipla di Alberto serve quasi da antidoto al dolore che piegava Veronica, prima di incontrarlo. Eva e Adamo (terzo lungometraggio di Vittorio Moroni, già autore di Tu devi essere il lupo e Le Ferie di Licu, nominati a diversi premi) inizia col presentarci dei personaggi e, via via, ne rivela aspetti che non avevamo previsto. Alla macchina da presa è demandato il compito di rendere ognuno più umano e tridimensionale, e sono i primissimi piani – che ci svelano rughe, espressioni stanche, dentature irregolari – a trasformare questo documentario in un racconto. Una fiaba cruda e tenera al tempo stesso che, come ogni fiaba, è corredata da illustrazioni. In questo caso, sono le quindici tavole di Peter Moon, intrecciate alle svariate interviste e ai filmati, a donare al lungometraggio un umore magico e malinconico: la vicenda di Adamo ed Eva viene reinterpretata attraverso un elegante disegno naïf, in perfetta armonia con il contenuto del film; e, via via che i personaggi prendono forma e il loro dolore emerge, si passa dall’atmosfera serena del Paradiso agli scenari cupi e desolanti di un mondo che non sembra più disposto ad accogliere un amore segnato dalla colpa. Viene da chiedersi se, effettivamente, questo documentario parli di amore. La tavola finale, in cui Adamo ed Eva si tendono la mano nel disperato tentativo di salvarsi, sembra suggerire che il film ruoti attorno al bisogno, più che all’amore. Quello che, comunque, viene qui tratteggiato non è mai un amore convenzionale e romantico, ma sempre piegato alle contingenze e alla quotidianità, spesso squallida, dei personaggi. Non è un caso che molte delle interviste si svolgano nel luogo della casa più vissuto e raccolto, la cucina, e che siano proprio i riti prosaici – come il mangiare un piatto di pasta o il fumare vicino a una tavola apparecchiata – ad offrirci le immagini più veritiere dei personaggi. Di tre donne che, dietro il “peccato originale”, celano altre colpe: Erika rivela un’indole candidamente razzista, Veronica una bontà scaturita dal bisogno di trovare un senso alle disgrazie, Deborah un vigliacco ricorso alla menzogna. Tutte, però, si riscattano, e lo fanno grazie alla forza di un amore che, prima di tutto, è volto verso se stesse, in un connubio di altruismo ed egoismo per niente scontato. Mentre gli uomini rimangono sullo sfondo, a guardare le donne agire e prendersi cura del loro amore.
Chiara Apicella, da “sentieriselvaggi.it”

Certe volte non è così sbagliato partire da elementi apparentemente periferici, se non addirittura esterni alla visione, per rendere l’atmosfera di un film. Nel caso di Eva e Adamo è un’immagine di questo tipo ad aver rafforzato il legame tra noi e l’opera di Vittorio Moroni, quella del regista, col suo pacato sorriso, sempre presente a proiezioni romane caratterizzate anche dalla volontà di accogliere personalmente il pubblico, facendo dono di una mela rossa all’ingresso in sala e di un fotogramma del film all’uscita.
Moroni che dialoga col suo pubblico. Moroni che dialoga coi suoi personaggi. Sì, perché un dato che colpisce sempre del cinema di Moroni, sia che prevalga la forma documentaria sia che prevalga la fiction (distinzioni destinate poi a sfumare in un uso quasi confidenziale del mezzo cinematografico), è la forte vocazione umanistica, frutto di una non comune sensibilità nel rapportarsi a vicende, persone, luoghi. In questo senso (e probabilmente anche in altri) Eva e Adamo è veramente figlio dell’esperienza accumulata col precedente lavoro, Le ferie di Licu. Se lì si scorgeva già quel tocco particolare nel filmare un rapporto in fieri, l’affetto tra due giovani del Bangladesh risucchiati da un matrimonio combinato e pronti a interrogarsi (con il regista, col pubblico empaticamente partecipe) sulla reale natura del loro sentimento, anche in Eva e Adamo è protagonista l’amore; un amore sottratto agli schematismi artificiosi, perbenisti e ipocriti presenti in tanto altro cinema, ricondotto invece attraverso vicende indubbiamente estreme alle contraddizioni più profonde dello spirito umano, a una realtà dove le regole dell’attrazione e quelle del vivere sociale si fondono in un vincolo inestricabile.
Storie estreme, abbiamo detto. Ma così dicendo ci sembra già di ghettizzarle, come se gli esempi fatti dal regista non siano al tempo stesso lo specchio di una realtà che è molto più complessa, articolata, di quanto i modelli culturali prevalenti (le famiglie del mulino bianco, le famigliole altrettanto false che svettavano un tempo sui manifesti elettorali della DC e ora in quelli dei partiti che ne hanno ereditato il ruolo) vogliano farci credere.
La realtà è fatta anche di personaggi come Erika, Deborah, Veronica. Coi rispettivi compagni di vita. Quello proposto dal titolo è rispetto al biblico “Adamo ed Eva” un chiaro ribaltamento di prospettive, che pone in primo piano l’attenzione di Moroni per l’universo femminile, già manifestata altrove (vedi ad esempio il personaggio di Valentina Carnelutti in Tu devi essere il lupo). Una simile predisposizione si è espressa in Eva e Adamo pedinando con fare (in)discreto tre scelte di vita; a incarnarle tre coppie assai diverse tra loro, accomunate però da un modo di rapportarsi col partner oscillante tra la richiesta d’affetto, il tentativo di realizzazione personale, le pure questioni d’interesse.
L’attempata ma vivacissima Erika, che a più di settant’anni svolge ancora molteplici attività e frequenta assiduamente la palestra, si rifugia nel sogno di una seconda giovinezza, accompagnandosi a uomini di colore con molti meno anni di lei; compresa la sua ultima fiamma, il senegalese Moussad, trattato con quel misto di benevola accondiscendenza e di superiorità che ci ha ricordato, sul piano della fiction, l’intensa riflessione cinematografica di Laurent Cantet in Verso il sud. Poi c’è Deborah, spinta dal proprio desiderio di indipendenza a mettere sul mercato un corpo desiderabile, prima attraverso le “hot line” in onda sulle televisioni private a notte tarda, poi attraverso piccole produzioni pornografiche; ma senza rinunciare all’idea di un rapporto di coppia tenero, “normale”, minato al contempo dal dubbio che nel compagno Filippo prevalgano, alternativamente, l’orgoglio di stare con una gran bella ragazza e la vergogna causata da opinabili scelte lavorative. Infine ecco Veronica, il personaggio forse più delicato: sconvolta in giovane età da una improvvisa tragedia, ha poi deciso di dedicarsi agli altri facendo la crocerossina, ed è così che ha conosciuto il marito Alberto, affetto da una grave malattia degenerativa. Vero amore o slancio di solidarietà?
Sono tante le domande che ogni singola storia pone, ma Moroni saggiamente non offre risposte prefabbricate o consolatorie, si limita a osservare, con occhio partecipe. Ed è un occhio, quello della macchina da presa, che volentieri si sporca, si fonde con gli ambienti e con gli umori dei personaggi lasciando loro libertà di espressione, compensata poi da una volontà demiurgica espressa soprattutto attraverso il montaggio. Le schegge di realtà si riordinano assurgendo così a piccole mitologie contemporanee, grazie anche ad appropriati contrappunti. Il passaggio dalle musiche ai rumori ambientali crea infatti l’ideale tessuto emotivo per viaggiare in questo eden sbiadito, più che perduto, risultato di una società che permette alle convenzioni e alla logica del profitto di contaminare qualsiasi rapporto affettivo; mentre il racconto è intervallato di continuo dai dettagli dei quadri di Peter Moon, opere da cui trapela una sensibilità lacerata che è ideale, primitivo commento agli stati d’animo proposti dal film.

Conversando con Vittorio Moroni,
alfiere del cinema indipendente italiano
Dopo aver provato una certa emozione di fronte all’ultimo film da lui realizzato, Eva e Adamo, dopo averne saggiato l’indole coraggiosa e appassionata grazie a Il silenzio prima della musica, splendido documentario dell’americano Eric Daniel Metzgar distribuito in forma indipendente dalla sua casa di produzione, ci siamo finalmente decisi a contattare Vittorio Moroni. Il cineasta, affabile come sempre, così ha risposto alle nostre curiosità.

Come è nata l’idea che ha portato alla realizzazione di Eva e Adamo?
Vittorio Moroni – L’idea, dopo aver realizzato Le ferie di Licu (la storia di un matrimonio bengalese combinato) era di raccontare delle storie italiane, che ci interrogassero su libertà e amore oggi qui. Tre coppie le cui scelte e quindi la cui libertà fossero mescolate con bisogni e fantasmi, ingaggiassero sfide e provocassero i confini del socialmente accettabile.

Quali sono state, sempre a proposito di Eva e Adamo, le difficoltà maggiori nel rapportarsi coi personaggi dal punto di vista emotivo, della sensibilità personale, trattandosi di un documentario incentrato su storie così intime, private?
Vittorio Moroni – Era importante che fin dall’inizio ci si scegliesse reciprocamente. Che noi volessimo, raccontando quelle storie, frequentare quelle domande senza giudicare nessuno e che i protagonisti avessero un desiderio altrettanto forte di venirci incontro, di accogliere il nostro documentario come un’opportunità per raccontarsi. Confrontarsi con le scelte profonde delle persone, quelle che possono metterle davvero in discussione, è molto complicato, ma quel dispositivo rappresenta una garanzia.

Come si è sviluppato il rapporto con l’artista, le cui opere vengono mostrate più volte nel corso del film?
Vittorio Moroni – Con Peter Moon abbiamo cercato di creare, dentro un film fatto di prossimità quotidiana ai personaggi, una specie di oasi, un luogo altro, collocato fuori dal tempo e dallo spazio, da dove poter osservare i personaggi e le loro storie, i loro problemi con altri occhi, cercando di coglierne l’essenza. Per fare questo sentivamo il bisogno di un mito a cui riferirci, un mito che fosse noto a tutti e ci aiutasse a dire di quel bisogno di assoluto e di perfezione ideale che l’amore evoca e a cui è impossibile approdare. Abbiamo scelto il mito fondativo biblico dell’umanità: l’utopia dell’Eden, l’avvento della colpa, quindi la cacciata e da lì la fatica… che Peter Moon ha riletto dialogando con la tradizione pittorica (Masaccio e soprattutto Bosch), così da immergere le tre storie dentro un destino comune, dentro un problema universale.

E quali sono state, invece, le differenze maggiori a livello produttivo tra la realizzazione di un film come Eva e Adamo e quella del precedente Le ferie di Licu?
Vittorio Moroni – Pochissime differenze. Un lavoro concepito su tempi lunghi, ricavi del film precedente investiti sul successivo e, per fortuna, la vincita di un bando della provincia di Milano e uno sponsor privato che ci hanno permesso di portare la nave in porto, sia pure a costo di grandi sacrifici.

Cosa vi ha colpito del film di Eric Daniel Metzgar, Il silenzio prima della musica, al punto di sceglierlo per la prima distribuzione, da parte della 50N, di un film non italiano?
Vittorio Moroni – La stessa storia raccontata in un film con sceneggiatura sarebbe stata insopportabile.

Quali sono le problematiche riscontrate da voi della 50N per la distribuzione (e la tenuta) di un documentario nelle sale cinematografiche? E avete intenzione di replicare la formula con cui siete riusciti a legare produzione e distribuzione dei vostri film, anche per i prossimi progetti?
Vittorio Moroni – Distribuire un film è la cosa più difficile dopo essere soddisfatti di quello che si è fatto. Ogni volta che riusciamo nell’intento di tenere il film in programmazione nelle sale per alcune settimane ci pare un miracolo. Ci domandiamo come sia stato possibile. E ci sembra un’esperienza irripetibile. Al tempo stesso la nostra indipendenza ci sembra un grande privilegio. Non ho idea di quello che riusciremo a fare domani, non ho idea se riusciremo a continuare a esistere e a quali condizioni. È così da quando esistiamo.

Dopo l’uscita di Eva e Adamo e de Il silenzio prima della musica nelle sale del circuito regolare, avete puntato anche su cineclub come il Detour a Roma per prolungarne la visibilità e promuovere incontri con il pubblico. L’esperimento è stato soddisfacente? Ed è destinato ad andare avanti, coinvolgendo magari altre realtà?
Vittorio Moroni – L’esperimento va avanti ed è la cosa più bella. Stiamo facendo l’Evaeadamo-tour in tutta Italia. Il film sta piano piano penetrando in provincia, a volta rimanendo in cartellone per una settimana, altre solo tre giorni, altre volte una sera. E noi cerchiamo di essere ovunque, almeno per una sera, a incontrare il pubblico, parlare e regalare un fotogramma del film.

Vi è in cantiere un ritorno di Moroni al cinema di finzione, a distanza di qualche anno da Tu devi essere il lupo, o anche il prossimo film sarà un documentario?
Vittorio Moroni – Mi piacerebbe tornare a fare un film con sceneggiatura e attori. Ma da soli non è possibile. E non so se chi dispone dei finanziamenti avrà voglia di credere in noi. È più facile dirci. “Continuate così, il vostro cinema è importante, il vostro esempio fondamentale”, che dire: “Portiamo insieme la prossima nave in cima alla montagna”.
Stefano Coccia, da “frameonline.it”

Il documentario Eva e Adamo racconta tre storie d’amore focalizzando l’attenzione sulla figura della donna, di Eva. Abbiamo tre storie e tre Eva. Erika ha 76 anni e due matrimoni alle spalle: uno con un Giapponese e uno con un Egiziano. Ora vive con Moussad, suo terzo marito, un ragazzo Senegalese di 35 anni. La differenza d’età non è un problema ma spesso le divergenze culturali li portano a discutere.
Deborah ha 20 anni, è bella ed è fidanzata con Filippo. Per racimolare un po’ di soldi lavora come telefonista erotica in tv e poi come attrice in film porno. I soldi vanno bene ad entrambi finché lei rimane incinta e decide di mollare il lavoro.
Veronica ha 35 anni, è innamorata e sposata con Alberto. Per lei è stato un colpo di fulmine, ha conosciuto il suo uomo a Lourdes dove lei era andata come crocerossina e lui come malato, su una sedia a rotelle per una sclerosi multipla cronico-degenerativa. Ora sono sposati da 7 anni, osteggiati da entrambe le famiglie, ma si amano e hanno due bellissimi bimbi.
Vittorio Moroni torna a parlare di sentimenti dopo Le Ferie di Licu, storia in cui il matrimonio della coppia raccontata era obbligato, qui invece l’amore è spontaneo e le unioni sono cercate, volute, coccolate, protette e coltivate.
Le tre storie proposte ci fanno conoscere tre donne assolutamente diverse tra loro. Tutte innamorate dei loro compagni, nel bene nel male, donne forti, di carattere. Dentro di noi presto scatta il meccanismo di criticare, giudicare, commentare ogni coppia mettendosi di volta in volta nei panni o di lui o di lei. Perché se anche in Eva e Adamo l’attenzione è su Eva… Eva senza Adamo non esisterebbe.
Moroni lo sa e sebbene gli uomini siano tenuti sullo sfondo, sono sempre presenti nel cuore e negli occhi di queste donne. La loro vita ci scorre davanti attraverso parole, immagini, litigate, dubbi, carezze. Ogni gesto è ripreso senza trucchi, nudo e crudo. Del resto in amore non servono filtri. E così è. Ogni storia è a sé, unica e speciale. Il finale di ogni amore è incerto, come la vita. La loro e la nostra.
da “cineblog.it”

Eva e Adamo, perchè questo è un fim molto al femminile. Un’opera di donne, verità e realtà montate con attenzione ai tempi del quotidiano, della vita e di un linguaggio cinematografico che sa trasformare queste cose in attimi di poesia. Eva e Adamo è narrazione sobria e specchio per l’io di ognuno, possibilità di riflessione sulla profondità frastagliata di ciò che facilmente si chiama “amore”. E’ un insieme di racconti in prima persona leggeri e dolorosi; finestre, spaccati e confessioni sull’amore e sulla sua gestione, tra paure, fantasmi, e difficoltà accresciute dal rapporto con una vita difficile. Vicende che il regista interseca ed alterna, che svela piano piano, fino a mostrarcele davanti a un bivio, alla vigilia di una non facile decisione. E’ un’osservazione scarna e precisa di esseri umani, quella del regista, con interventi decisi dalla macchina da presa quando è necessario, per un rapporto tra documento reale ed arte cinematografica che continua ad essere fortunato nel suo lavoro. Sono le nuove storie di Vittorio Moroni, tutte pescate dal vero e filmate come tali, come quasi sempre il regista valtellinese ha fatto, a parte la parentesi di esordio valtellino/portoghese di Tu devi essere il lupo: racconto dignitoso di maternità e paternità complesse. Per il resto, il simpatico e intelligente Moroni ha scelto quasi sempre la strada del documentario, dal lontano Sulle tracce del gatto al più recente e bellissimo Le ferie di Licu: una tra le cose più originali e migliori del cinema italiano degli ultimi anni, un documentario gioiello non insensibile ad attimi di finzione capaci di rendere ancor più vero il vero narrato; la cosa più bella fatta da Moroni fino ad oggi, realismo poetico dell’integrazione silenziosa, divertente e faticosa.
Oggi, invece, sono tre donne diverse, i soggetti fusi da Moroni in un film ancora indipendente, ancora povero, ancora libero e ancora pieno di energia. Tre storie di donne distanti per età, estrazione sociale, cultura e sorte. Tre donne che fanno lavori diversi, che hanno progetti e aspirazioni diverse. Ma che hanno dubbi e dolori della stessa intensità. Tre storie di donne e dei loro amori difficili, di coppie poco comuni, forti nella loro espressività, anomale nell’aspetto, lontane dalla norma ma rese possibili e comprensibili dalla vicinanza con cui l’autore le osserva, dall’ascolto sincero in cui si mette filmandole. Erika, Deborah, Veronica, la prima scrive romanzi d’amore, è benestante ed ha 76 anni. E’ vedova, colta ed ha figli già adulti. Ha ritrovato l’amore e il matrimonio con un giovane ragazzo del Senegal, Moussad, che ha conosciuto in vacanza e che ha la metà dei suoi anni. La seconda donna è giovane e già madre. Di anni ne ha appena 20 anni e fa un mestiere scomodo per mantenersi, mentre il suo compagno disoccupato la crede una modella. La terza donna fa l’infermiera ed ha conosciuto un uomo invalido durante un pellegrinaggio a Lourdes. Lo ha sposato anche se costretto sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla, e vive con lui vedendolo peggiorare costantemente. Ogni giorno queste donne si confrontano con la loro vita e con quelle dei loro amori, con la malattia, la disoccupazione ed il giudizio esterno degli altri, tra dubbi e verità dolorose. Quanto costa l’amore? Quanto vale? Eccone tre esempi particolari, ed ecco un paio di buone ragioni per vedere questo film, che non riempie le prime pagine dei giornali, che non gode di promozione martellante, che è uscito in poche sale per la forza e la determinazione del suo autore, ma che è un documentario interessante e sincero, meritevole di sostegno e complimenti.
Edoardo Zaccagnini, da “close-up.it”

Vittorio Moroni è un oggetto molto particolare nel panorama cinematografico italiano contemporaneo, fondamentalmente per due motivi. Il primo è l’orizzonte estetico del suo lavoro. Nel corso di tutta la sua filmografia, il quasi quarantenne regista di Sondrio ha già esplorato buona parte dello spettro narrativo che va dalla presenza di un soggetto, di una messa in scena preordinata e meditata e di attori professionisti, di cui il lungometraggio d’esordio, Tu devi essere il lupo (2005), costituisce un esempio abbastanza fedele (e ancor di più i suoi cortometraggi d’esordio, come ad esempio Eccesso di zelo – 1997 -, il suo saggio di fine corso alla Civica Scuola di Cinema di Milano, nel quale prevale un’idea narrativa forte e un trattamento stilistico à la Léos Carax, dall’alto grado di formalizzazione e forte di un découpage portato quasi ai suoi limiti più estremi), fino a slanci sperimentali e rosselliniani come Le ferie di Licu (2006), nel quale il pedinamento costante del protagonista del tutto libero da un soggetto e da una sceneggiatura preordinati si unisce a un trattamento stilistico profondamente low-fi, tutto concentrato sulla costruzione di una scena dall’altissimo grado di permeabilità e perennemente sbilanciata verso il documentario fino alla periferia estrema del diario di viaggio, già esplorata da Moroni nel suo bel diario di viaggio del suo soggiorno in India, Disperanze. Lettera dall’India (1999) nel quale il lirismo che caratterizzava la sua produzione di marca finzionale si innesta con la permeabilità della sua deriva documentaristica, un uso delle musiche sempre più consapevole e ipertrofico e una declinazione molto straniante dell’intimo, del personale, a cavallo tra il diario di viaggio e il reportage socio-geografico. Una tensione che fa di Moroni uno degli interpreti italiani di maggior rigore della temperie cinematografica che, in Italia, declina per il cinema l’idea di docu-fiction, una temperie che sembra fare capo a film come Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti e al lavoro di autori come Vittorio De Seta, capostipite ideale della vague, Agostino Ferrente, Edoardo Winspeare. E a proposito di Il vento fa il suo giro, veniamo al secondo punto che fa di Moroni un curioso outsider del cinema contemporaneo, le sue modalità auto-distributive e auto-promozionali. Fin dal suo primo film, Moroni ha creato diverse strutture, ora confluite nella 50Notturno, la fabbrica dove si producono, si distribuiscono e si altpromuovono i suoi lavori, grazie ai cui metodi piuttosto concreti e spicci i suoi film non solo sono arrivati in sala, contrariamente alle decine di opere di qualità italiane relegate in qualche pionieristico cineforum (come quelli – spot pubblicitario – che l’Associazione CinemAvvenire organizza, come le rassegne I Nuovi Territori della Docufiction e National Treasure, che da venerdì riprenderà la sua programmazione) o peggio appese, come gli scarpini, al chiodo di polverosi scaffali, ma vi sono rimasti per ben più di quei sette miseri giorni a cui sono destinati buona parte dei prodotti italiani più di nicchia, più sperimentali. Coupons, viaggi della speranza nei più sperduti cineclub e sale parrocchiali della provincia italiana, strategie di marketing porta a porta per aggirare l’imbuto della distribuzione e arrivare al pubblico con le proprie gambe. Possiamo certamente discutere sul futuro e sull’efficacia di questa forma di “cinema a contributo”, termine che con un tono piuttosto cinico mutuiamo dall’editoria, mercato nel quale è oramai prassi quotidiana far pagare gli autori per fargli pubblicare la loro speso e volentieri mediocre opera della vita, oppure in grado di far restare in sala per non so quante decine di settimane un film come Il vento fa il suo giro che, senza una distribuzione, ha iniziato la sua scalata da un piccolo cinema di Milano giungendo a stanziare per mesi e mesi negli schermi di tutta Italia, schiudendo orizzonti pazzeschi per il cinema di nicchia e di qualità.
Sta di fatto che questo piccolo rullo compressore creato da Vittorio Moroni e dai suoi collaboratori di sempre ha dato un senso al lavoro di tante persone, facendo giungere con fatica ma soddisfazione il film a un pubblico. Lo stesso pubblico che, nelle sue reazioni talora decisamente scomposte, ha costituito oggetto di grande interesse nel corso della proiezione dell’ultimo film di Moroni, Eva e Adamo, alla quale presenziava il sottoscritto, che ha iniziato la propria corsa al altcinema Quattro Fontane di Roma, e al quale auguriamo ancora cento di queste settimane. Un pubblico che, in barba a tutti i distributori ottusi e senza fantasia che pensano che il documentario sia una cosa noiosa, ha sottolineato con un tifo quasi da stadio la lunga serie di colpi bassi e di provocazioni sotto la cintura che Moroni ha innescato in questo suo terzo film.
Eva e Adamo si costruisce sull’alternanza di materiali diversi, dalle interviste alle vere e proprie ricostruzioni di scene di vita quotidiana, sul modello del genere televisivo, che riguardano tre strane coppie italiane. Erika e Moussa, lei ultrasettantenne in preda a una seconda adolescenza, lui giovane e bello, immigrato musulmano proveniente dal Senegal; Deborah e Filippo, lei ex-diva sexy di Divafutura Channel scappata da casa a quattordici anni che vive a Milano con lui, giovane e sfaccendato ragazzo meridionale; Veronica e Alberto, lei infermiera lui tetraplegico ormai ridotto in carrozzella, di cui Veronica si prende cura. Il film, oltre a essere così frammentato, ricostruisce le storie nel tempo e nel passato. Le ricostruisce nel tempo nel senso che a tratti alterna sequenze originali girate da Moroni con la sua macchina digitale con filmati e foto di famiglia che ripercorrono la vita di queste coppie. Le ricostruisce nel passato nel senso che l’autore, come d’altra parte non riuscì a fare neanche in Le ferie di Licu, non rinuncia fino in fondo a un soggetto forte, a una storia: dopo un primo blocco di sequenze introduttive, iniziamo a scoprire che a Moroni interessano le donne. Erika è un’anziana ricca con due matrimoni falliti alle spalle che ha scelto di crescere da sola le sue figlie; Deborah è rimasta orfana del padre, che nel film appare ritratto in vecchie foto, che lei ricorda bellissimo in lussuose vacanze esotiche a bordo di uno yacht; Veronica ha deciso di cambiare le sue aspirazioni, da scultrice a infermiera, dopo la morte, nel sonno, a neanche diciotto anni, del suo dolce amore adolescenziale, Nicola. Ecco chealt Moroni complica le carte del documentario, ri-significa il presente talora comico di Erika, talora drammatico di Veronica, talora squallido di Deborah, con un retroterra familiare che ci dà altre informazioni su questo rimosso irrecuperabile, questo vissuto che si colloca troppo al di fuori delle maglie possibili e contemplabili del cinema documentario, condannato all’eterno presente del reale e al misero e frammentario passato del racconto a voce e dei filmini di famiglia.
Tutto era nato alla fine del tournage del precedente Le ferie di Licu, racconta Moroni, quando per la prima volta gli venne in mente che, spesso, nessuno di noi sceglie in maniera del tutto autonoma il proprio partner, ma sempre sotto l’influsso della propria personalità, della propria psiche, dei propri automatismi. Ecco che Moussa appare un giovane cacciatore di dote, Filippo l’eterno uomo/bambino che Deborah ha scelto tra gli inadeguati a darle tutto l’amore di questo padre idealizzato nel fiore degli anni, Alberto è la libertà di Veronica nel servire devotamente il ricordo del suo primo e irraggiungibile amore. Tendendo al massimo i suoi due fili, Moroni dà vita a un prodotto a metà tra il documentario anti-etico che rinnega ogni norma deontologica, visto che dei protagonisti viene restituita un’immagine che prescinde totalmente dalla loro volontà (ma non è forse questo ciò che succede oggi nei reality show televisivi, allorché il giudizio di un personaggio pubblico dipende ormai soltanto dallo spettatore?), e il film di finzione a direzione obbligata che pretende di spiegare tramite una significazione psicanalitica le loro scelte vita. Un cortocircuito formale che si dà tanto più nella sua evidenza di processo che non nella sua natura di film, di prodotto finito che, come detto, non sta né dall’una né dall’altra parte. Questo film elabora in maniera semplice e diretta il liminare tra fiction e documentario, restituendo un prodotto che, al di là delle contraddizioni già evidenziate, rimane un qualcosa di controverso, poderoso, a tratti difficile da guardare per il grado di intimità nel quale entriamo quando ascoltiamo le confidenze di alcuni personaggi (colpisce molto la madre di Deborah che parla male di Filippo, come se fosse un reality show, ma non lo è), a tratti eccessivo nella carica retorica, alla quale coopera anche una scelta ipertrofica per quanto riguarda le musiche, sicuramente poco rispettoso quando costruisce l’alternanza tra comico e drammatico intervallando sequenze della complicata quotidianità di Veronica e Alberto con scene di Erika in palestra, che immancabilmente suscitano l’ilarità della sala. Un film politicamente scorretto, che il numeroso pubblico ha commentato in diretta, sottolineando con partecipazione il comportamento dell’una, tacendo con dignità nelle parti degli altri, ma prendendosi con il film una confidenza che, forse, non è solo dovuta al grado di amicizia con il regista, quanto ai risultati di una libertà che Moroni si è preso nei confronti dei suoi personaggi che risponde al fine sublime di mandare definitivamente in tilt il rapporto tra fiction e documentario.
Con la stessa leggerezza con cui prima di entrare in sala abbiamo addentato la succosa mela offertaci da Moroni in persona e dal consorzio della Valtellina che le ha gentilmente messe a disposizione, questo regista/serpente biblico ci tenta a mordere la mela del significato, della consapevolezza, ci offre la possibilità di abbandonare il nostro Eden, in cui queste sono coppie felici, per essere coscienti della loro storia. Come a ricostruire la nostra posizione di spettatori del cinema lungo l’arco di tutto il Novecento, nei primissimi anni appassionati di vedute, dalle quali era impossibile e inutile trarre una storia, fino all’uscita dal nostro Eden contemplativo con la nascita della narrazione, che ci metteva in condizione di dover partecipare, con tutti i nostri pregiudizi e le nostre “competenze” di vita vissuta, al significato per il quale il film e i suoi personaggi lavoravano. Una tempesta cognitiva al centro della quale Eva e Adamo ci vuole collocare per farci sentire come fa freddo in cima al punto più alto di questo ottovolante che, per noi, è uno dei pochi modi per tentare di realizzare come eravamo nel 1896, quando siamo fuggiti in preda al panico di fronte alla locomotiva dei Lumière che ci veniva addosso.
Simone Moraldi, da “stefanomancini.it”

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