Crazy Heart

Ne ha viste di cose nella sua vita Bad Blake, cantante country dal passato illustre e il presente affumicato da sigarette e annegato negli alcolici scadenti dei locali di provincia dove si esibisce per pochi spiccioli. Ha visto 4 matrimoni, un pupillo che suonava nella sua band e ora è ricco e famoso ma al quale non intende aprire i concerti, infiniti paesaggi delle praterie texane e un numero impressionante di motel. A 56 anni suonatissimi la sua vita potrebbe finire da un momento all’altro, se non lo stronca prima la salute saranno i debiti, e a lui del resto non sembra importare molto. Almeno finchè non incontra Jean e Buddy.
Il country è una musica fatta da pochi accordi che si ripetono, nella quale non conta molto l’originalità dell’armonia quanto le parole e l’interpretazione. Come per i bluesman, un buon cantante country ha vissuto e quella vita finisce nelle canzoni. Non siamo quindi lontani da un certo modo di fare cinema ad Hollywood, dove su schemi e dinamiche che si ripetono uguali a se stessi di film in film spesso si innestano interpretazioni o variazioni in grado di fare la differenza. Così è anche per Crazy heart, modellato sul tipico racconto di caduta e ascesa in accordo al mito della seconda occasione (come avevamo già visto recentemente in The Wrestler), che pur non variando molto da quello che ci si aspetta sa incastrare il racconto di un uomo votato all’autodistruzione in un discorso più grande sulla cultura popolare americana vista attraverso la sua musica. E lo fa attraverso l’impegno e la dedizione al lavoro di un Jeff Bridges bravissimo, come sempre è, ma stavolta più in evidenza del solito.
Vedere un film del genere senza conoscere la cultura country, senza comprendere le parole delle canzoni cantate e con un doppiaggio che annulla tutto il lavoro di cesello fatto sulle inflessioni dialettali è una vera violenza nei confronti di un’opera che su questo punta per dare autenticità alla parabola di uno sfasciato tutto americano, un cantante “che fu grande” e che ora va avanti a sigarette e alcohol. Se infatti Bridges ha una faccia convincente e autentica per il proprio personaggio, intorno a sè ha un cast di attori di primo piano, facce pulite da Hollywood che stonano addosso a personaggi volgari di provincia e che non aiutano a sporcare di autentica polvere desertica questa storia scaldacuore.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Il cuore matto di Bridges
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Scommettiamo che stavolta ce la farà? Jeff Bridges, figlio e fratello d’ arte rispettivamente di Lloyd e Beau, alla sua quarta nomination potrebbe vincere l’ Oscar col personaggio non certo inedito di un perdente alcolizzato, una specie di Wrestler con la chitarra. Il primo film di Scott Cooper, ex attore molto raccomandato da Robert Duvall, che qui recita e produce ricordando Tender mercies, attacca lo spinotto country del cinema anni 70 in profumo di Ashby, Rafelson e Altman (magari!), road movies con scontento esistenziale incorporato. Questa figura di ex star country che si vede superare dal suo pupillo (appare e scompare senza nome in ditta il gentile Colin Farrell) e tenta di rifarsi una vita accogliendo tra le sue nostalgie bagnate di whisky un’ assai improbabile giovane mamma giornalista di Santa Fè, fa parte del panorama del cinema dei «loser», quelli che ogni giorno barattano la vita bevendo e fumando. L’ autore, formato alla scuola di Strasberg, rispetta ogni regola del gioco: molta musica in concert (nomination per miglior canzone di T Bone Burnett) e il viso incolto, gli occhi ispidi di un Bridges ispirato da un allegro cinismo, tentato di rifarsi famiglia in un’ offerta speciale con l’ intervista. E dietro scorre la solita America alla Hopper di motel e stazioni di servizio, bar con musica alla sera (i saloon di oggi, dove comanda un affettuoso Duvall) e i non luoghi omologati dove un piccino si può perdere. Sogno posticipato: a 57 anni è a rischio. Il film, giocato come un pezzo country, di ambientazione provinciale proprio come il debutto di Bridges L’ ultimo spettacolo di Bogdanovich, è banalmente scorrevole, non si nega il sentimentalismo e il moralismo nella finale difesa dei valori costituiti con melassa, si prolunga oltre la misura del racconto ispirato dal libro di Thomas Cobb, ennesima elegia di un uomo rude e solo, cow boy andato fuori strada e fuori tempo. Virtuosa almeno quanto era spudorata Secretary, Maggie Gyllenhaal sfodera un’ antica dolcezza di torte di mele che forse farà vincere pure a lei la statuetta. Ma chi comanda incroci e svincoli emotivi, gettandoci in faccia birra e scotch come fosse in 3D, è lui, Jeff, ex grande Lebowski, il Bad texano che ha l’ aria stropicciata di chi è andato a letto tardi in questi anni. Pescando dalla sua generosa offerta espressiva si legge nel volto peloso e arruffato di Bridges (simile a quello di Kris Kristofferson, impossibile non notarlo) la lista delle illusioni americane e la diagnosi di un cuore matto, matto da legare ma che non ha nulla a che vedere col colesterolo.
Da Il Corriere della Sera, 5 marzo 2010

Su Jeff Bridges “ferite” da Oscar
di Alessandra Levantesi La Stampa

Sulla carta la prima reazione di fronte a Crazy Heart è: oddio, di nuovo il cantautore country decaduto per colpa dell’età, dell’alcool, delle droghe, di amori sbagliati, o di tutte queste cose insieme. Quanti ne abbiamo incontrati di tipi simili nel cinema hollywoodiano? Però a riscattare dalla prevedibilità questo film d’esordio, realizzato con buona mano di regia da Scott Cooper sulla base di un romanzo di Thomas Cobb, è il sapore di autenticità che gli conferisce l’interpretazione di Jeff Bridges, candidato all’Oscar per la quinta volta e con ottime possibilità di vincerlo. Brava Maggie Gyllenhaal, anche se il suo personaggio resta debole; riuscito il cammeo di Colin Farrell, l’ex pupillo che ha superato il maestro; belle le canzoni (in particolare Weary Kind di T.Burnett, entrata nelle nominations): ma è in Bridges che avvertiamo i segni, le bruciature di un’esperienza vera.
Da La Stampa, 5 marzo 2010

Tutti sull’attenti, canta Jeff Bridges
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un cantante country in declino che trascina la sua chitarra e il suo fegato ingrossato fra bowling e localacci. Un incontro casuale – una cronista di provincia che vuole intervistarlo, lui quasi non ci crede – che sfocia in amore. Una tournée malinconica e inesorabile come la voce di quel vecchio leone che ha il broncio, il carisma, la simpatia, la vulnerabilità di uno dei più geniali antidivi d’America. Difficile dire se Crazy Heart ci piacerebbe altrettanto senza Jeff Bridges, ma forse la domanda non ha senso perché il film è impensabile senza la presenza quieta e così americana, l’America che amavamo tutti senza eccezioni qualche decennio addietro, di questo attore. Che sembra sempre uguale e invece ogni volta è diverso, come succede solo ai più grandi. È la sua forza che rende gli incontri di cui è costellato il film così toccanti, anche quando sulla carta sfiorano il cliché. È grazie a Jeff Bridges che il vecchio amico Robert Duvall, altro peso massimo, l’ex-allievo che ha superato il maestro (Colin Farrell), e la ragazza-con-figlio troppo bisognosa di stabilità per le sue tendenze autodistruttive (Maggie Gyllenhaal), brillano di quella luce così rara nel cinema Usa d’oggi. The Wrestler, a cui è inevitabile pensare, era un’altra cosa. Ma anche il country somiglia poco al wrestling.
Da Il Messaggero, 5 marzo 2010

A. O. Scott
The New York Times

Crazy heart, scritto e diretto da Scott Cooper, è un piccolo film perfettamente proporzionato, costruito intorno a una grande performance. Offre alcune pittoresche vedute del west, com’è oggi, ma il panorama è dominato da Bad Blake, un ostinato cantante country non più giovane, interpretato da Jeff Bridges. E la frase “interpretato da Jeff Bridges” è di per sé una garanzia. Magari, alcuni colleghi della sua stessa generazione, nella loro carriera, hanno raggiunto vette maggiori di Bridges, ma pochi nel corso degli ultimi trentacinque anni hanno dimostrato la stessa leggerezza e la stessa intensità, lo stesso mestiere e la stessa capacità di rinnovarsi. Bad Blake, invece, sembra sul punto di consumare gli ultimi residui del suo talento. Si esibisce in bowling e bar di second’ordine, fuma e beve come se volesse scoprire chi cederà per primo, il fegato o i polmoni. Il ritornello di una delle sue canzoni (scritta insieme ad altre appositamente per il film) recita: “Almeno per un momento, precipitare è come volare”. Quel momento per Red sembra essere passato da un pezzo. Insieme ai temi della perdita e dell’emarginazione, quello della redenzione è tipico del country (e, ultimamente, anche del cinema indipendente). Quindi si può essere abbastanza sicuri di trovarsi di fronte a un’ennesima storia di seconde opportunità. Ma nessuno ascolta un disco country in cerca di novità e sorprese.
Da Internazionale, 5 marzo 2010

Jeff Bridges porta all’Oscar la redenzione
di Ilario Lombardo Avvenire

Il vecchio Drugo è tornato. Non sorride più però, ha lasciato infradito, bermuda, canotte balneari. Si è infilato un paio di jeans e stivali da cowboy, sulla testa una cappello a falde larghe che gli raccoglie il viso imbolsito. Il grande Lebowski è diventato Bad Blake, un anziano cantante country alla deriva.
Bad Blake è Jeff Bridges, il fu Drugo Lebowski nel cult movie dei fratelli Coen, qui protagonista assoluto di Crazy heart (da domani nelle sale italiane), film a basso budget – per Hollywood s’intende: 7 milioni di dollari – , che di cuori ne ha fatti battere parecchi Oltreoceano tanto che si è portato a casa quasi tutti i riconoscimenti: Golden Globe, Free Spirit Awards, Screen Actors Awards. Quasi tutti, perché ancora manca la statuetta dorata, che Bridges ha perso su quattro nomination (la prima ai tempi de L’ultimo spettacolo ): quell’Oscar che per chiunque sembra scontato vincerà lui, tanto che i bookmakers lo danno nove a uno.
Crazy heart però è anche e soprattutto un film sulla musica, e Bridges suona e canta davvero le canzoni scritte da T Bone Burnett, Stephen Bruton e Ryam Bingham (la sua The weary kind è il pole per l’Oscar). Imbraccia la chitarra e commuove, dolente e malinconico disegna un personaggio intorno a cui ruota un cast di stelle (da Robert Duvall a Colin Farrell a Maggie Gyllenhaal). Prende la scena, e l’intero film diventa solo lui, il suo cuore matto che non smette mai di pulsare per quella musica particolare che è la vita. «Una vita senza radici, che per certi versi può essere magnifica e romantica, ma che allo stesso tempo è dura, sporca e cattiva, qualcosa che ti strazia l’anima», spiega il regista che si è ispirato a Un tenero ringraziamento del ’83 (con Duvall). Jeff Bridges ha accettato al volo la parte e ha prodotto il film. Bad Blake è come il Randy acciaccato di Mickey Rourke in The Wrestler.
È il reietto: si trascina con la chitarra acustica e la bottiglia di bourbon da un locale all’altro a cercare quelle luci e quegli applausi che ha perso da anni. Finché incontrerà una giornalista per un’intervista che si innamorerà di lui e lo aiuterà a risalire la china della disperazione. È una storia di redenzione e c’è tutto lo spirito dell’America: il sogno che confina con l’incubo del fallimento, la strada assolata e desolata della pancia profonda del Texas, ma soprattutto c’è il country, quel filo di note che ti porta via, «no direction home », come canta il menestrello Bob Dylan che è lo spirito guida di questo film, di questi uomini, di queste canzoni.
Da Avvenire, 4 marzo 2010

Il cuore matto di una chitarra ormai perduta
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto

Jeff Bridges vibra nelle note di Crazy Heart, corpo e voce del film-omaggio allo stereotipo del cantante leggendario, affogato nel whisky, perduto nel ricordo del successo e in cerca di redenzione. Modelli di riferimento, Willie Nelson e Kris Kristofferson, icone della country music, sbandati dal cuore pulsante che intonano l’America del cow-boy solitario, alieni alla modernità. Jeff Bridges, dato per sicuro vincitore all’Oscar catalizza l’intero film, fragilissimo, già visto, ricalcato su Tender Mercies, interpretato da Robert Duvall (Oscar), che qui compone il triangolo d’amore maschile insieme a Colin Farrell nella parte dell’ex allievo di Bad Blake (Bridges), Tommy Sweet, nuova stella canora che ha preso il posto del maestro. Tre generazioni di nomadi romantici, messi insieme dal regista esordiente Scott Cooper, attore e protegé di Duvall, che lo volle accanto in quattro film e che ora lo lancia (è tra i produttori) dietro la macchina da presa. Una prova di recitazione, il passaggio di testimone Duvall/Bridges e una nuova probabile statuetta d’oro. Ma il soggetto tratto dal romanzo omonimo di Thomas Cobb è un disco rotto, nonostante le musiche di T-Bone Burnett.
Bad Blake se ne sta sprofondato nella camera di motel da quattro dollari, alcolizzato, quando appare la vispa giornalista di un foglio provinciale, Jean (Maggie Gyllenhall, The Secretary), che lo blandisce con le sue domande improbabili. Più una groupie che una critica musicale, la ragazza lo segue per «l’ultima domanda» che avrà luogo tra le lenzuola di un letto squallido. Ed è lì che Bad Blake se ne accorge: quanto è brutto l’arredamento della sua esistenza e quanto potrebbe cambiare se lei volesse. Ma Jean è la mammina single di un frugoletto, senza il quale, ci avvisa, non potrebbe vivere, mentre Bad abbandonò il figlio alla stessa età, quattro anni, insieme alla moglie, morta nel frattempo, e preferì le tournée.
Il vecchio leone (ha solo 57 anni) decide di disintossicarsi, dimagrisce, accetta di esibirsi come spalla dell’invidiato Tommy Sweet, molla le amanti e diventa un candidato al premio «papà affidabile», tormentone di tutti i film sul maschio «inadeguato», quelli dove la donna è una specie di carabiniere dell’ordine familiare (da Muccino in poi). Intanto vanno le dolci canzoni bluegrass, i tramonti, e il pentimento per il «cuore matto» che non seppe amare. E tutto andrebbe per il meglio, se il barbuto Bad Blake non perdesse di vista, in un centro commerciale, l’indomito bimbo che Jean gli ha affidato. Il destino non perdona i trasgressori in nome dell’arte e della vita spericolata, e come, accade in The Wrestler a Mickey Rooney, anche lui un ex campione suonato, Bad Blake sarà esiliato dalle mura domestiche dell’amata. Non ci resta che intonare una nostalgica melodia country.
Da Il Manifesto, 5 marzo 2010

Paola Casella
Europa

Ci sono interpretazioni che possono essere descritte come “il ruolo della vita”: quella di Jeff Bridges nei panni del vecchio cantautore country dissoluto e ubriacone è una di queste, e infatti l’attore ha già vinto un Golden Globe ed è in corsa per il premio Oscar. La storia di Bad Blake, “cattivo” fin dal nome, non è originale: un solitario ai margini, che ha avuto una carriera abbastanza significativa finché persone più giovani e più in linea con i tempi di lui (in questo caso Colin Farrell) gli passano davanti. Bad è rassegnato ad apparizioni in infimi locali e alla solitudine di anonimi motel quando nella sua vita irrompe Jean, madre single e giornalista musicale che gli fa un’intervista destinata a durare a lungo. Il feeling fra i due è palpabile e credibile, considerati i trent’anni di differenza e la pessima reputazione di lui. Credibile anche il talento di cantante di Bridges e la colonna sonora con una canzone della star Ryan Bingham vincitrice di un altro Golden Globe. Ma è Bridges, in un ruolo che pare un incrocio fra il Grande Lebowski e il Jack de I favolosi Baker, la marcia in più.
Da Europa, 6 marzo 2010

Alessio Guzzano
City

Storia non vera, ma potrebbe. Bad Blake è un iperalcolico 57enne texano, tramontato dinosauro del country. Di giorno viaggia col suo preistorico pickup tra Arizona e New Mexico; di sera canta in bowling e saloon per rari ma affezionati fan col cappello da cowboy (il conto del bar non è incluso nell’ospitalità): di notte barcolla tra le tette della sfiorita vogliosa in prima fila e i ricordi di tutto quanto per lui è ex: mogli, diritti d’autore, ispirazione per scrivere una canzone. Sempre ostinatamente ubriaco, sul punto di ribaltare lo stomaco al momento dei bis o nel cesso di un motel. L’incontro con una giornalista di provincia che ha un bimbo dell’età del suo quando lo abbandonò, e la riconoscente amicizia – dura da accettare – dell’ex pupillo diventato una star, impediscono la distruttiva deriva tragica tipica di biografie come questa: genere cinematografico non nuovo, anzi scaduto. A renderla toccante, anzi memorabile, è l’assoluta eccellenza degli interpreti. A Maggie Gyllenhaal basta essere nell’inquadratura: intensa porcellana occhiuta. Robert Duvall è l’old friend con cui vorremmo tramontare. Colin Farrell fa da egregia spalla – anche canora – al 61enne Jeff Bridges, che viene da “L’ultimo spettacolo” di Bogdanovich e dal grandissimo Lebowski. Trinca e soffre da Oscar.
Da City, 9 marzo 2010

Bridges accende i cuori
di Piera Detassis Panorama

Il cuore pazzo è quello di Bad Blake, cantante country in fine carriera, ridotto a suonare nei bowling e rovinato dall’alcolismo, dalle sigarette e dal disordine sentimentale. Finché non incrocia la giovane giornalista e ragazza madre Jean, che lo trascina verso confidenze che non vorrebbe fare e una storia d’amore pericolosa soprattutto per lei. Trama scontata e già vista in tanto cinema americano, regia tranquilla benché affettuosa, ma un protagonista, Jeff Bridges, che accende il film con il suo chic trasandato e molto «drugo» (post-it per chi si fosse dimenticato che è proprio lui il Grande Lebowski).
In coppia con la sensibile Maggie Gyllenhaal fa scintille, ma sono i suoi assolo a rendere vero un personaggio fin troppo scritto, per cui questa recensione vale soprattutto come elogio dell’attore più «understatement» e sottovalutato di Hollywood, stavolta entrato da re nella gara per l’oscar. Artista poliedrico (disegna, scolpisce, fotografa e canta), ha fatto della bellezza sdrucita e del sottotono i suoi marchi di fabbrica e in Crazy heart mette la voce bruciata al servizio della struggente colonna sonora firmata da Stephen Bruton e T-Bone Burnett. Ottimo contorno le apparizioni di Robert Duvall e Colin Farrell.
Da Panorama, 11 marzo 2010

Provaci ancora, Jeff. Cuore matto d’America
di Diego Carmignani Terra

Un bowling d’altri tempi, il bancone di un bar e Jeff Bridges che fa il suo ingresso in scena. «Mister Lebowski – pensi con le lacrime agli occhi e un sorriso ebete – sei tornato finalmente!», porgendogli un bicchiere di white russian. Lui però preferisce un whisky doppio. L’effetto rimpatriata è un’illusione voluta, ma lo spettatore nostalgico se lo fa somministrare piacevolmente, almeno durante l’incipit dell’appena uscito Crazy heart, film che è in effetti tutt’altra cosa rispetto al monumento dei fratelli Coen.
Eppure c’è una corda sensibile che viene toccata apposta perché dolci echi del passato risuonino nel petto di tutti. Merito completo va alla prova d’attore di razza di Jeff Bridges e al suo significato per una delle carriere più autentiche nel tritacarne Hollywood. Forse cannibalizzato dalla vestaglia di Lebowski (ha comunque recentemente dichiarato la sua disponibilità per il sequel) e costretto a rimandare fino ai 60 anni il momento dell’effettiva consacrazione, Bridges si è guadagnato, grazie ai panni del musicista country decaduto e alcolizzato Bad Blake, il meritato Golden Globe e forse, tra qualche giorno, anche un glorioso Oscar: più che di un premio al presente, si tratta di un riconoscimento a furor di popolo, una stella appuntata sul petto di un artista prodotto dall’industria del cinema, che nessuno ha mai considerato “prodotto”.
Piuttosto un amico sincero, capace di pacche sulle spalle, in mezzo a un mare di problemi o a un viaggio lisergico. Se il tono sembra quello di un epilogo di carriera, è perché il nostro incarna, in Crazy heart, la fine temuta da ogni artista: essere l’ultima stella cadente di un mondo che non c’è più, che si danna per tirare a campare e che, quando incontra un motivo per rialzarsi (un’amabile ragazza madre), ce la mette tutta. E il già citato effetto rimpatriata, fatto di reumatismi, bottiglie scolate e cieli azzurri dell’America on the road, passa a noi attraverso i comprimari della redenzione di Bad Blake: l’immortale Robert Duvall, barista che lo sorregge nello sconforto, l’astro nascente del country (Colin Farrell) che deve tutto al collega più attempato e la bella di turno (la Gyllenhaal), con cui scoppia un amore difficile, a causa della differenza di età e del vizio inestinguibile dell’alcolismo.
Un’operazione di riabilitazione perfettamente riuscita, corale e mai autoreferenziale, neanche quando si finisce fuori strada nei thumbleweeds tra Santa Fe e Houston. E poi, a far sobbalzare ogni cuore (pazzo o meno), c’è la musica, con Bridges strepitoso attore-cantante e il produttore T-Bone Burnett a mettere il suo ennesimo suggello su tutta la colonna sonora e sul brano da brividi “The weary kind”, intepretato dal trentenne Ryan Bingham e già con l’Oscar in tasca. Come, si spera, il buon vecchio Lebowski.
Da Terra, 6 marzo 2010

Bad era una gloria della musica country. Ora – tra tournée di basso profilo, alcool e scarsità creativa – la sua carriera è allo sbando. L’incontro con la giornalista Jean e l’interesse del suo allievo Tommy potrebbero però riscattarlo…
Ci sono alcune certezze, per quanto riguarda il cinema indipendente statunitense, il suo rapporto col pubblico e anche con l’industria: se racconti storie di cowboy più o meno consapevoli e moderni, perdenti e perduti, conquisterai il pubblico e farai vincere l’Oscar al tuo attore. Ne è perfettamente consapevole Scott Cooper, sceneggiatore e attore all’esordio dietro la macchina da presa, che realizza un film che, dietro al già visto, convince.
In pratica un remake di The Wrestler, scritto dal regista a partire dal romanzo di Thomas Cobb, con la musica al posto del wrestling e il road movie vagamente western al posto del film sportivo. Il percorso di redenzione di un uomo smarrito non passa, come nel film di Aronofsky, da un tracciato cristologico fatto di carne e sangue, di espiazione, ma da un’auto-coscienza vagamente psicoanalitica, dove il rifiuto delle dipendenze e i rapporti, simbolici o meno, padre/figlio servono a dare al protagonista la consapevolezza del tempo che è passato e di ciò che non può più recuperare, più che di ciò che lo aspetta. Una venatura pessimistica nel realismo piano e classico di Cooper, che si affida quasi completamente al potenziale emotivo della narrazione che si apre a un finale emblematico (le pulizie e la composizione della canzone), reso pleonastico dal sottofinale conciliante.
La sceneggiatura gioca sul sicuro, sebbene con qualche scorciatoia, ma è pressoché perfetta nel tratteggiare i personaggi, che Cooper segue con una macchina a mano mai facilona e mai invasiva, adattissima a esaltare le capacità di due interpreti come Jeff Bridges, mai così in forma dai tempi del Grande Lebowski, e la tenerissima Maggie Gyllenhall, cui si unisce uno splendido Robert Duvall, che omaggia il suo Tender Mercies. A riprova che certa musiche e certe storie non tradiscono mai.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

Poche certezze, buone prospettive e diverse delusioni si nascondono dietro l’atteso Crazy heart di Scott Cooper.
L’esordio del giovane regista americano non va infatti oltre la buona esercitazione stilistica e si attesta, tra sussulti revivalistici apprezzabili e qualche sprazzo di buon cinema, nei pressi dell’operazione culturale pretenziosa, sicuramente suggestiva per le atmosfere evocate ma sterile per certi eccessi di manierismo e sentimentalismo. Essa non regge il confronto con un passato ingombrante, evocato forse con eccessiva superficialità, e cede inesorabilmente sotto i colpi di una mitologia, quella del sogno e della cultura popolare americana, troppo pesante e sofisticata per essere maneggiata dalle mani inesperte di un autore emergente.
Malgrado tale premessa critica, ciò non impedisce a Crazy heart di entrare egualmente in quel novero di opere da osservare con attenzione e ricordare nel tempo. A definire l’importanza della pellicola basterebbe, infatti, anche solo l’incommensurabile talento profuso da Jeff Bridges nel dare corpo al suo personaggio. Erano anni che non si vedeva un’interpretazione dell’attore così intensa ed efficace. Probabilmente da quando, sul finire dei ‘90, l’immagine scomposta e rivoluzionaria di Jeffrey “The Dude” Lebowski entrava con tutta la sua carica esplosiva nell’olimpo cinematografico per rimanervi eternamente impressa assieme ai discorsi e alle abitudini tipiche di quello strambo personaggio coeniano.
Era destino quindi che, dopo le tante interpretazioni sotto tono e gli esercizi di stile caduti nell’anonimato, servisse un altro ruolo maledetto a riconsegnarci il talento e l’espressività di uno dei più meticolosi ed apprezzati attori della generazione ribelle di Hollywood. Un autentico mattatore della scena, uno dei pochi che, nella propria carriera, oltre ad aver rappresentato con estrema precisione ruoli, caratteri e tipologie umane differenti è stato in grado di riassumere, con il suo volto e la carica rivoluzionaria del proprio impegno (artistico), l’essenza di un’intera epoca. Quella dei mitici anni ’70, dell’America nostalgica, quella che viveva la rivoluzione in corso non solo pensando ad un futuro da costruire ma anche ad un passato da non dimenticare. L’America dei Bogdanovich, degli Altman, degli Arthur Penn per intenderci. L’America della rivoluzione e delle mille divisioni. Quella che viveva sul mito della frontiera (e sul suo ideale abbattimento) e delle sue sterminate distese territoriali.
Su questo sfondo si muove un’operazione culturale che dalla pagina scritta di Stuart Cobb (autore del romanzo omonimo) si trasforma nelle immagini polverose e leggendarie costruite da Cooper. In un collegamento che vive sul filo della mitologia e sulla ricostruzione di una struttura nostalgica perenne e indistruttibile. Essa anziché penetrare però nelle pieghe di una drammaturgia riconoscibile (non esistono novità evidenti nello schema approntato da Cooper) o di un’architettura narrativa non esaltante, si insinua direttamente sul volto del cinquantasettenne cantante country Bad Blake trasformandolo nell’icona efficace della decadenza e della disillusione raccontate dal film.
Ex gloria in declino ormai preda degli eccessi di alcool e sigarette, Blake è un classico loser americano che tenta di sbarcare il lunario esibendosi nei locali più kitsch d’America. La sua fama d’artista leggendario però è ormai estinta dallo scorrere del tempo mentre la dignità dell’uomo è naufragata in una solitudine irrimediabile. Il protagonista è perciò statico. Fermo su stesso e sulla propria musica, così visceralmente americana e così profondamente legata ad un tempo remoto, che non procede. Ed è proprio questa indelebile fissità a caratterizzare un film che vuole raccontare parte di un percorso umano destinato al fallimento, l’immobilità dell’uomo di fronte alla vita o l’incapacità, alla fine dei conti, di mettere a frutto le possibilità offerte dal destino.
Non c’è redenzione in Crazy heart e non c’è salvezza per il suo personaggio, destinato a tornare al punto di partenza dopo aver (ri)assaporato per un attimo il gusto di sensazioni perse; il dolce sapore dell’amore per una giovane giornalista, dell’affetto per il suo bimbo piccolo (nei confronti del quale il cantante riversa attenzioni tolte al suo vero figlio, abbandonato e mai conosciuto), dell’amicizia di un ex-partner musicale più giovane ma più famoso e acclamato di lui (comunque devoto al suo vecchio maestro). Per un attimo, nel film, tutto sembra indirizzarsi verso una risoluzione positiva. L’alienazione del protagonista svanisce al punto tale che l’ispirazione artistica torna nuovamente a pulsare in lui, l’istinto genitoriale, da sempre soffocato (da un libertinismo giovanile eccessivo), torna a bussare alla porta del suo animo inaridito (Blake tenta di richiamare il proprio figlio ormai grande) mentre l’effimero sollievo offerto dall’alcool viene finalmente spazzato via dalla forza di un uomo realmente impaurito (dalla possibilità di aver recato danno con il suo comportamento vizioso al piccolo figlio della donna e dalla possibilità, per questo, di perderla definitivamente). Ma tutto ciò è solo un illusione perché Blake non tornerà mai ad essere padre, non gli è concessa la possibilità (il figlio lo respinge categoricamente al telefono), è destinato a non poter amare più perché incapace di farlo. Solo la sua musica rimane alla fine del film e rimarrà sul suo cammino come testimone di una tentata rinascita purtroppo fallita. Bella, toccante e intensa essa contrappunta con la vibrazione delle note e il timbro sabbioso di una voce conturbante (quella di Bridges) l’amarezza e la malinconia di un finale deprimente. In conclusione possiamo quindi affermare che l’opera di Cooper debba essere recepita più come lo strumento in mano al talento di un attore (accanto al quale il resto del cast comunque importante si annulla. Vedi Colin Farrell, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall) e alla forza suggestiva di un genere musicale immortale che come l’espressione di una autorialità marcata e fortemente visibile. Le emozioni infatti derivano principalmente da queste due componenti (la colonna sonora di T-Bone Burnett è straordinaria), dalla forza con cui esse si dirigono verso l’animo dello spettatore per regalargli momenti di indimenticabile intensità (due Globes sono arrivati, ora tocca agli Oscar!). Attimi isolati capaci di tradurre sullo schermo la forza esplosiva di una intera tradizione, di una storia musicale e non solo, lunga decenni. Mentre, come già accennato, il resto contribuisce solo ed esclusivamente a non far decollare definitivamente un film imbrigliato nella consuetudine, nella ripetitività e nella riformulazione, a volte in chiave patetica, di una maniera antica. Figlia di un modo di fare cinema quaranta anni più vecchio del giovane Cooper e del suo modo di approcciarsi all’arte di oggi. Incongruente con i climi, le atmosfere e le sensazioni di allora.
Lorenzo Vincenti, da “close-up.it”

Un cuore matto, matto da legare
Un vecchio cantante di musica country, ormai caduto in rovina, con alle spalle diversi matrimoni, molta strada e molto alcool, cerca di ridare un senso alla propria carriera ed alla propria vita, grazie all’energia che gli arriva dalla relazione con una giovane giornalista…
Un percorso di redenzione: è questo Crazy Heart, malinconico e dolente romanzo di decostruzione e formazione, un viaggio intenso attraverso l’abisso di un uomo sconfitto dalla vita che sembra aver smesso di cercare nuovi stimoli.
Colorado, Arizona, New Mexico, Texas: Bad Blake – cantautore country senza prospettive brillanti per il futuro – si aggira per il profondo sud statunitense portando la sua musica in piccoli pub e bowling di periferia, affrontando tappa dopo tappa un tour che invece di regalargli soddisfazioni e nuovi impulsi sembra fornirgli un’ulteriore zavorra di amarezza e affaticamento. Fra le lenzuola sudate di uno squallido motel Blake insegue incontri fugaci con donne che in lui vedono l’ombra di ciò che è stato: l’unica consolazione resta l’abbraccio voluttuoso del whiskey. Alcolizzato con quattro matrimoni alle spalle, Blake è un uomo che vive nei suoi ricordi, malinconicamente proiettato verso il suo passato, quando aveva ancora la possibilità di diventare una star della country music: per questo vive come un affronto personale la carriera sfavillante di Tommy Sweet, suo ex allievo che è riuscito ad affermarsi nel difficile meccanismo discografico. Ormai prossimo alla caduta nel baratro, l’uomo incontra Jean, giornalista madre di un bambino avuto da una precedente relazione: potrà l’amore per la donna rimettere Blake in carreggiata?
L’esordio alla regia di Scott Cooper è un film lineare e grezzo allo stesso tempo, una “favola” in salsa country sul valore delle seconde opportunità e sulla necessità di sapersi rimettere in gioco: Crazy Heart in questo senso si inserisce nel repertorio cinematografico di indagini sulle “discese agli inferi” che anche negli ultimi anni hanno regalato considerevoli soddisfazioni soprattutto al cinema made in Usa (basti pensare a Walk the Line di James Mangold e The Wrestler di Darren Aronofsky).
C’è da confessare però che certi eccessi di Bad Blake, riprodotti forse con esagerata schematicità da Cooper, più che ricordare il wrestler Micky Rourke sembrano avvicinarsi al Drugo di coeniana memoria riletto in chiave drammatica. La macchina da presa segue con enfasi l’epopea del “cowboy dell’amore”, cullandosi sugli accordi della musica country e sulle voci roche che nello spazio di una melodia danno voce alle loro esperienze.
Se nella prima parte (dedicata all’asciutta descrizione di Bad Blake, delle sue abitudini e della sua vita) il film riesce a mantenere ben solida la struttura narrativo/rappresentativa, Crazy Heart sembra perdere autenticità nel dare voce alla “presa di coscienza” del protagonista e alla sua progressiva risalita.
Al di là però di ogni incertezza di scrittura il lavoro di Scott Cooper trova la sua espressione migliore nel suo eccellente cast che regala delle interpretazioni davvero degne di nota: brilla su tutti chiaramente un ottimo Jeff Bridges (candidato giustamente all’Oscar) che riesce a declinare con grande umanità la complessità caratteriale del protagonista, sottolineandone ruvidezze e fragilità. Altrettanto meritevole di nota è Maggie Gyllenhaal (a sua volta nominata agli Academy Awards), senza dimenticare il sempreverde Robert Duvall, qui limitato in un ruolo “marginale”. Il regista sfrutta al massimo la fisicità degli attori puntando su scelte registiche che esaltano gli sguardi dei personaggi, i movimenti impercettibili dei volti, le rughe che testimoniano lo scorrere degli anni: Barry Marcowitz, direttore della fotografia, sceglie di enfatizzare la gamma dei toni rossi che infiammano i paesaggi del sud, prestandosi a giochi di ombre che sia nelle scene in esterna che in quelle in ambienti chiusi contribuiscono alla creazione di un’atmosfera decisa e cromaticamente carica.
Come spesso accade nei lavori che prevedono un percorso a doppio binario che comprenda sia il linguaggio cinematografico che quello musicale, sicuramente Crazy Heart è vittima di un doppiaggio che crea inevitabili conflitti linguistici fra i dialoghi e gli spazi dedicati alle canzoni che sono parte integrante del tessuto della sceneggiatura. Scott Cooper pone la firma su un lavoro che scava in una società che insinua il germe di insicurezze e di inquietudini, un mondo dove l’incubo dell’abbandono ricorre come leit-motiv di un popolo orfano delle proprie certezze (i nuclei familiari si sfaldano, i padri scappano dai propri figli e dalle proprie responsabilità…). Ingoiati da ritmi frenetici che ci proiettano in spazi affollatissimi e senza anima (basti pensare alla lunga sequenza nel mall) gli esseri umani cercano di rimanere a galla fra innumerevoli difficoltà, trovando però la forza di concedersi una boccata d’ossigeno che li possa aiutare a riprendere le fila del proprio discorso esistenziale.
L’America di Crazy Heart è sospesa fra malessere e cliniche di rehab ma si lascia coccolare con dolcezza dalle note del country, come un bambino tenuto stretto fra le braccia della propria madre.
Priscilla Caporro, da “cineclandestino.it”

Scott Cooper sfrutta il suo background d’attore per costruire una messa in scena il più possibile funzionale all’autenticità espressiva degli interpreti. E riesce nell’impresa di realizzare probabilmente il miglior ‘film d’attori’ di questa stagione, offrendo al leggendario Jeff Bridges l’Oscar sul piatto d’argento.
Anche i Drughi amano
L’accostamento è inevitabile. Anzi, il regista e sceneggiatore Scott Cooper sembra un po’ furbescamente giocarci sopra, presentandoci il suo protagonista proprio in una squallida sala da bowling, intento a ordinare whiskey e birra. Scarmigliato, malmesso, jeans sdruciti e perennemente sbracati, un cappello floscio che fa sentire tutto il peso dell’età. Se non fosse per la preferenza del whisky al posto del White Russian, chi potrebbe essere Bad Blake se non la versione più attempata e disillusa, più dolente e sofferta, del leggendario Drugo di coeniana memoria? Jeff Bridges – leggenda vivente egli stesso, al punto da rendere ormai inestricabile la distinzione tra interprete e personaggio – incarna in Crazy Heart un’altra figura profondamente ancorata nella cultura americana.
Ma mentre il “Dude” de Il grande Lebowski era figlio della controcultura hippie (senza un passato, né un futuro), il Bad Blake di Crazy Heart affonda le sue radici nella musica country, ovvero nella storia stessa degli Stati Uniti. Blake è un uomo che invece vive nel passato, e sembra non avere più un futuro. Stella del country ormai in declino, quattro rovinosi matrimoni alle spalle e un figlio mai davvero conosciuto, a 56 anni suonati si trascina ormai in un’esistenza da relitto. I primi minuti di film lo mostrano esibirsi in un campionario di rara abiezione: completamente obnubilato dall’alcol, esegue una performance canora in un locale di infima categoria, finendo addirittura per star male durante il concerto e per andare a letto con una “groupie” quasi ottuagenaria. Blake arriva a raggiungere persino il punto più basso della sua carriera artistica, riducendosi ad aprire il concerto del suo ex discepolo Tommy Sweet, che nel frattempo lo ha scalzato diventando una star della moderna country music. Ma, come insegna la mitologia americana, e quella del country e del western in particolare, tutti hanno una second chance: a ognuno di noi è concessa una possibilità di rinascita, basta solo trovare un motivo per andare avanti. Per Blake il motivo è Jean Craddock (Maggie Gyllenhaal), aspirante giornalista e mamma single con un passato da dimenticare. Come da migliore tradizione hollywoodiana, due dropout sconfitti dalla vita che trovano la forza di reagire l’uno nell’altra. Forse per Blake è l’occasione di correggere gli errori del passato, di scoprire finalmente l’amore e di sperimentare la gioia di essere padre. Anche se non è tutto così semplice come può sembrare.
Jeff Bridges e Robert Duvall in una sequenza del film Crazy Heart
Diversamente da registi come Darren Aronofsky (che con The Wrestler si è servito del tradizionale percorso di redenzione per aprirsi a sottotesti più ampi, anche di stampo religioso), o come Robert Altman (che nei sui film impiega il genere country come strumento per riflettere sulla cultura popolare americana), Scott Cooper non mostra di avere pretese d’Autore. Suo interesse è, semplicemente, quello di raccontare una storia minima in cui la musica è il veicolo per la trasmissione dei sentimenti, avvicinando con compassione il suo sguardo sui personaggi. Tratto dal romanzo di Thomas Cobb, Crazy Heart è in realtà un racconto piccolo piccolo, in cui ad avere importanza più che la sceneggiatura in senso tradizionale sono i testi delle canzoni, composte per l’occasione da T-Bone Burnett e cantate realmente da Jeff Bridges.
Scott Cooper sfrutta il suo background d’attore per costruire una messa in scena che sia il più possibile funzionale all’autenticità espressiva degli interpreti: numerosi campi e controcampi, macchina da presa ravvicinata, insistiti primi piani. E riesce nell’impresa di realizzare probabilmente il miglior “film d’attori” (senza che questo termine abbia alcuna accezione sminuente) di questa stagione, non solo offrendo a Jeff Bridges l’Oscar sul piatto d’argento, ma scegliendo con cura anche gli ottimi comprimari, dalla partner Maggie Gyllenhaal, fino ai cammei di Colin Farrell e Robert Duvall. E se nella scorsa edizione degli Academy Awards Mickey Rourke non ha potuto coronare il suo sogno di riscatto aggiudicandosi la statuetta, quest’anno di certo il Drugo avrà ottime possibilità per prendersi una bella rivincita. Una sola domanda: festeggerà tracannando whiskey texano oppure White Russian?
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

La storia forse è fra le più semplici e consolidate del cinema: un cantante alcolizzato che con troppi anni di sregolatezze e matrimoni alle spalle, rimette le carte in tavola grazie all’amore per una giovane reporter, che con grande spirito di sacrificio sarà in grado di mostrare, a se stessa e agli altri, la vera essenza del suo amato. Fin qui niente di strano, se non fosse che l’uomo in questione (e volutamente non usiamo il termine attore) è un Jeff Bridges in versione country. Forse, visti i precedenti “coeniani”, risulta difficile immaginarselo nei panni romantici di un antieroe, nonostante abbia pur sempre a che fare con grandi bevute di whisky, anche se non propriamente il famigerato White Russian di “Drugo” Lebowski. Ma a sdoganare questa primitiva quanto obsoleta incredulità nei confronti di questo apprezzabilissimo attore (e qui il termine lo sottolineiamo!), è forse il fatto che in questo film, con grande maestria e generosità, è lui stesso ad interpretare le canzoni eseguite dal suo personaggio Bad Blake, il cui nome evidentemente ci dice già tutto. Diretto dall’esordiente sceneggiatore e regista Scott Cooper, il film, basato sull’omonimo romanzo di Thomas Cobb del 2008, ha già all’attivo due Golden Globe come Miglior Attore Protagonista Drammatico per Jeff Bridges, e per la Miglior Canzone Originale. Le opere prime hanno quasi sempre il vantaggio di non essere veicolate da integerrime logiche di mercato, che ne deturpano la loro naturale spontaneità. Qui siamo in presenza di uno di quei rari casi in cui è tangibile la voglia di fare un cinema semplice e sganciato dall’utilizzo di obsoleti orpelli stilistici (tranne qualche reiterazione del dolly nelle inquadrature, che ha evidentemente il gusto di un cinema “antico”), per dare spazio, in maniera preponderante, alla costruzione e “distruzione” di un personaggio da clichè. Il merito di una pellicola sottilmente commovente va a una colonna sonora retrò, ma pur sempre di un ottimo country, firmata da T Bone Burnett. Su Jeff Bridges viene cucito un alter ego da Oscar, che ha il pregio di essere tanto ironico quanto malinconico e nostalgico. Confidiamo che l’Academy stavolta, propenda in suo favore senza pensarci troppo…
Serena Guidoni, da “ecodelcinema.com”

Se si dovesse definire Crazy heart (vincitore di due Golden globe e candidato a tre premi Oscar), con un aggettivo, la parola sarebbe senza dubbio ‘autentico’. Un uomo, la sua chitarra, la sua musica country, i luoghi, le strade, tutto è straordinariamente vero. Naturale. Un intento che stava molto a cuore al regista Scott Cooper (per la prima volta nella duplice veste di regista e sceneggiatore), e pare esserci riuscito. Tratto dal romanzo di Thomas Cobb, la pellicola racconta della vita dissoluta di un autore e cantante di musica country, Bad Blake (Jeff Bridges), artista al tramonto, o così pare, alla soglia dei 57 anni, con un passato glorioso, ormai dimenticato. I pomeriggi li passa con bottiglia di whiskey e sigaretta in mano, la sua vita trascorre nei motel e le serate si concludono da ubriaco nelle braccia nella prima che capita. Tutto questo finché incontra una donna (Maggie Gyllenhall, scelta durante il casting dallo stesso Bridges, proprio per la sua naturalezza innata): giornalista alle prime armi, sola con un figlio piccolo, inizierà con lui una relazione piena di difficoltà ma che porteranno Blake, non senza sacrifici e sofferenze, alla redenzione. E’ ben chiaro il mito americano della ‘seconda occasione’.
L’autenticità del film parte proprio dalla musica, la vera protagonista. La pellicola è completamente scandita dalle canzoni (la lavorazione del film è partita proprio da qui), per questo è stato scelto T Bone Burnett per le musiche: leggendario compositore e produttore, sostenitore della musica popolare americana, vincitore del Grammy e nominato all’Academy Award, è conosciuto per le bellissime colonne sonore di ‘Fratello dove sei?’ e ‘L’amore brucia l’anima’. Le canzoni raccontano il Sud degli Stati Uniti, l’atmosfera che si respira nelle sale da ballo e nelle birrerie dell’Arizona e del Texas, del resto il regista conosce bene questo mondo,”sono cresciuto nel Sud, immerso nella musica country, vivendo come visse Bad Blake”, ha detto. Questa sensazione di verità deriva anche dal fatto che abbiano registrato la musica con equipaggiamento analogico, senza nessuna moderna tecnica digitale, proprio per rimanere fedeli al periodo. Il genere musicale connota inesorabilmente la rappresentazione della storia. Gli accordi sono ripetitivi, quel che conta sono le parole e l’interpretazione, per questo si sono affidati a T. B. Burnett, e per questo hanno scelto Jeff Bridges. “Ogni gesto che compie ha un senso, ogni cosa che fa è reale. E sapevo che era un ottimo musicista”, svela Cooper. Candidato all’Oscar come miglior attore protagonista, è perfetto nei panni del musicista fallito in preda ai suoi drammi interiori, con un mix intelligente di ironia e drammaticità, a tratti fa ridere di gusto (in sala scoppia letteralmente la risata), a tratti si vieni colti da una profonda amarezza, che sfiora la commozione. Un cuore pazzo, che vicino alla fine, trova il coraggio di rimettersi in gioco e ricominciare. “Ho voluto umorismo e pathos, mettendoci leggerezza”, commenta infatti Cooper. Una presenza degna di nota è quella di Robert Duvall, nei panni dell’amico fedele di Blake; Duvall vinse un Oscar proprio interpretando un cantante country ne ‘Il tenero ringraziamento’ di Horton Foote. Presente anche Colin Farrell, come allievo di Blake, arricchitosi, a dispetto del maestro, con il New conutry. Tutti sono onesti e autentici, è una celebrazione della tradizione americana, un affresco delle sue radici popolari, raffigurata attraverso la vita del musicista con durezza e forte senso della verità.
Marta Fresolone, da “centraldocinema.it”

Ci sono film che hai l’impressione di aver visto già centinaia di volte. Non è, come viene detto in Crazy Heart, uguale al caso delle “belle canzoni, che pensi di aver già sentito anche se è la prima volta”. In questa situazione, siamo più dalle parti di una storia ricalcata precisamente su altri modelli. Alle giovani generazioni, ricorderà soprattutto The Wrestler e non c’è dubbio che due aspetti della trama siano pressoché identici.
Ma il modello più sfacciato è decisamente Un tenero ringraziamento, la pellicola che permise a Robert Duvall di vincere l’Oscar come miglior attore protagonista (e non è un caso che quell’interprete abbia un ruolo importante anche qui). La storia è esattamente la stessa: cantante “che fa tutti i due generi: il country e il western” (come direbbero nei Blues Brothers), alcolizzato e che si ritrova a voler cambiare vita per salvaguardare il rapporto con una donna e il suo bambino.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Tuttavia, si rischia di essere ingenerosi con Crazy Heart, perché in questi casi la differenza la fa il cast e il modo in cui la storia risulta credibile. Da questo punto di vista, non c’è dubbio che siamo su livelli molto alti, a cominciare dal protagonista Jeff Bridges. La sua prova, per certi versi, è sorprendente. Ci si poteva aspettare un one man show, un’interpretazione che richiedesse i riflettori sempre puntati e magari qualche monologo forte adatto ai premi, magari qualcosa sulla vena del famigerato “Pacino blast” (ossia, le classiche esplosioni di rabbia di Al Pacino).
Il poster di Crazy HeartInvece, nulla di tutto questo, considerando che Bridges non cerca le scene madri, ma lavora di sottrazione e in perfetta collaborazione con i suoi colleghi attori. Così, magari all’inizio lo vediamo sfacciato e scostante, ma in breve tempo si evita la facile trappola dell’artista maledetto, mostrandocelo in sprazzi di vitalità commoventi, che si tratti di un ballo al concerto o dei teneri momenti con un bambino. Bridges vincerà finalmente l’Oscar (nessun dubbio a proposito) ed è completamente meritato.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza gli altri membri del cast, soprattutto Maggie Gyllenhaal, che alterna momenti incantevoli e toccanti facendo diventare più complesso un ruolo di base non memorabile. E anche il cammeo che dà vita al celebre cantante Tommy Sweet (l’attore che lo interpreta viene tenuto nascosto nel materiale stampa e non saremo noi a rivelarvelo) rappresenta un’ottima scelta.
Così come ottimo è il lavoro sulla colonna sonora, realizzato dall’ormai leggendario T-Bone Burnett e dal compianto Stephen Bruton, che dà vita a una serie di canzoni memorabili (tra cui The Weary Kind, favorita agli Oscar). Il tutto senza eccedere in sentimentalismi. In questo aspetto, siamo molto distanti da The Wrestler e ognuno potrà giudicare se è una scelta positiva o meno (personalmente, preferivo il titolo di Aronofsky). Fa piacere anche l’occhio attento da parte del regista esordiente Scott Cooper ai suoi personaggi, tanto da non lasciarsi andare a voli pindarici ed eccessivi. Di sicuro, ennesimo colpo della Fox Searchlight, che conferma di essere l’etichetta migliore nel lanciare i film per i riconoscimenti di inizio anno e per ottenere anche dei buoni incassi con dei budget minuscoli…
Colin MacKenzie, da “badtaste.it”

La mattina del prossimo 8 marzo Jeff Bridges si sveglierà finalmente con il suo primo meritato Oscar sul comodino. Dopo 4 nomination andate a vuoto è ormai certo che nessuno riuscirà a strappare dalle mani del 61enne Jeff il premio più prestigioso per un attore cinematografico, grazie alla sua già storica interpretazione di Bad Blake, vecchia gloria country di questo Crazy Heart. Basato sul romanzo d’esordio di Thomas Cobb, il film, scritto, diretto e prodotto dall’esordiente Scott Cooper, ruota completamente intorno all’attore, strepitosa colonna portante capace di trascinare i tanti pregi ma anche i pochi ma tangibili difetti.
Protagonista della trama è Bad Blake, ormai vecchio cantante country alcolizzato e caduto in disgrazia, chiamato a dover fare i conti con gli errori del passato e del presente, puzzolenti di whiskey e marchiati di solitudine, fino all’incontro con una giovane reporter, che lo porterà ad un bivio definitivo: proseguire su questa distruttiva e dissestata strada o cambiare rotta una volta per tutte…
L’ultimo spettacolo, Una calibro 20 per lo specialista, The Contender e Starman. Quattro titoli, quattro nomination all’Oscar, tutte andate a vuoto. Nel 1998, con quel capolavoro assoluto che è Il Grande Lebowski, venne addirittura snobbato. Oggi, Jeff Bridges, grazie ad un “Drugo” invecchiato, imbolsito, ingrassato, meno strafatto ma ancor più ubriaco, è ormai vicinissimo al suo primo personale trionfo. Il suo Bad Blake è spaventoso, è disegnato sul suo volto, sulle sue rughe, sui suoi occhi stanchi, sul suo fisico ormai flaccido, sulla sua voce country, rovinata dall’alcool, dalle sigarette, accese a rotazione, e da una vita di alti e bassi, di fallimenti e di successi, di matrimoni falliti e di figli mai cresciuti, di vecchi saloon sfigati nel caldo texas dove cantare per quattro vecchie adoranti e di nuovi idoli musicali fatti crescere e maturare per poi finire nel triste e cupo oblio.
L’esordio cinematografico di Scott Cooper è sicuramente un esordio interessante. Tipico film targatato a fuoco “Fox Searchlight”, costato ’solo’ 7 milioni di dollari e girato per le calde ed aride strade del Texas, Crazy Heart trae tutta la propria forza da un immenso Bridges, capace di far passare in secondo piano una storia che puzza di ‘già visto e sentito’, assai scontata ed incapace di regalare autentici colpi di scena, particolarmente lenta e purtroppo non eccelsa nel dover disegnare i personaggi secondari. Ambiguo e alquanto vuoto quello di una brava Maggie Gyllenhaal (candidata all’Oscar come Migliore Attrice non Protagonista), giovane reporter con figlio e divorzio a carico, innamoratasi del poco affidabile Bad Blake, inossidabile ‘cowboy dell’amore’; privo di spessore e sfuggente quello di un comunque sorprendente Colin Farrell, autentica giovane star della musica country, cresciuto dal mentore Bad fino ad un misterioso litigio (perchè mai spiegato e quindi poco chiaro), capace di frantumare per sempre un’amicizia che appariva solida; poco preso in esame quello di Robert Duvall, qui anche in veste di produttore, vecchio compagno di sbronze e di pesca, pronto come sempre ad accogliere Bad e la sua musica nel proprio locale di Houston, divorata dalla crisi economica.
Tutto ciò che ruota attorno al personaggio di Jeff Bridges funziona splendidamente. Le sue battute, i suoi movimenti, le sue canzoni, la sua chitarra, le sue paure, la sua solitudine, i suoi sguardi, i suoi sorrisi. Il film è Bridges in tutto e per tutto, inquadratura dopo inquadratura. Peccato che tutto il resto della trama convinca meno, lasciando comunque piacevolmente colpiti, grazie ad un personaggio affascinante, chiamato ad espiare le proprie colpe in solitudine, in presenza della propria chitarra e della propria voce (canta e suona veramente), cercando di fuggire dai fantasmi del passato e dagli errori del presente, inzuppati di alcool e macchiati dal fumo.
Facendo maggiore attenzione alla storia e soprattutto ai personaggi secondari poteva uscirne fuori davvero un mezzo capolavoro. Così ci ritroviamo dinanzi ad un buon film, sicuramente da vedere, e ad un’interpretazione magnifica, assolutamente da Oscar. Accontentiamoci.
da “cineblog.it”

Crazy Heart rappresenta il film d’esordio per lo sceneggiatore e regista Scott Cooper, che ha cercato un progetto crudo e realistico legato alla musica country e l’ha trovato nel romanzo omonimo di Thomas Cobb, dal quale il film è tratto.
Vi si narra la storia del musicista country Bad Blake, un cinquantasettenne che si sposta con la sua vecchia e cara macchina da una cittadina all’altra, suonando nei locali per pochi intimi. I concerti, davanti a una vasta platea, sono oramai lontani e tra un bicchiere di alcol e l’altro, a Santa Fe incontra una giornalista del luogo, Jean, che vorrebbe fargli un’intervista.

Bad rimane subito affascinato da questa donna, una madre single energica e piena di vita, quella che lui sta perdendo giorno per giorno nell’alcol. Tra i due nasce subito un’intesa, lui non le fa alcuna promessa, ma cercherà di mantenere i contatti e poter stare nuovamente insieme. Nel frattempo gli viene proposto di aprire il concerto della stella del New Country, Tommy Sweet, col quale non è rimasto in ottimi rapporti. Mettere la testa sulle spalle non è così semplice e Bad si troverà di fronte a una decisione importate per il suo futuro e l’amore per la musica sarà determinante.
Crazy Heart è prima di tutto un film ricco di musica, la colonna sonora è formata da canzoni originali del compositore e produttore T Bone Burnett, insieme al compianto compositore texano Stephen Bruton, che è stato anche un rinomato chitarrista e produttore discografico. Le canzoni conferiscono un’atmosfera tipica al film, un tono caldo, familiare, come lo possono essere i motel e i locali delle varie cittadine per un musicista country, un’atmosfera in cui si respira spesso la solitudine di questi individui, stranieri in ogni luogo dove si recano.

Il film è il ritratto di un uomo rimasto solo, dopo aver dato fiato, per tanti anni, alla sua popolarità e aver vissuto freneticamente ciò che gli accadeva intorno, senza porsi mai un freno, fino a quando non incontra l’amore di una donna, che insieme a quello per la musica, gli fa cambiare direzione. Bad è un uomo dotato di grande talento, che dopo essere stato relegato sullo sfondo di un palcoscenico, si è lasciato andare avvelenandosi l’animo e il fisico giorno per giorno.
L’amore di Jean e di suo figlio Buddy, che Bad ricambia, gli dà nuova forza.
La pellicola è un tributo ad una magnifica tradizione americana, la musica country appunto, immersa in un mix d’ilarità e sofferenza, emozioni che pervadono i personaggi e aleggiano durante il film soprattutto intorno al protagonista.
Le canzoni, tutte originali, composte per Crazy Heart da due grandi intenditori, sono magnifiche e rendono viva la percezione di averle sentite già altrove. Stephen Bruton è scomparso in seguito al cancro, ma ha lavorato fino all’ultimo giorno, regalando allo spettatore dei pezzi di vita in musica e poesia.
Il protagonista, in effetti, riesce a esprimersi con la musica, ma nella vita di tutti i giorni mal si rapporta col prossimo, eccezione sembra poter esserlo Jean, ma non completamente. Solo quando si rende conto di aver perso qualcosa di meraviglioso, prende in mano le sorti del suo futuro.
Jeff Bridges ha portato sullo schermo in modo acuto Bad Blake, dando vita al genio e alla sregolatezza di un individuo, senza calcare troppo la mano, rendendolo così una persona reale con la sua umanità e, soprattutto, le sue debolezze.
L’attore conferisce un’interpretazione profonda e passionale, lasciando emergere completamente Bad, approccio che Bridges utilizza con tutti i suoi personaggi.
Il desiderio di Scott Cooper è stato quello di creare una dimensione senza tempo, dare voce al vissuto di artista e di uomo.
Ha voluto delineare come i musicisti trascorrano la propria vita a spostarsi da una città all’altra per poter suonare, per i quali l’unica cosa reale è la performance, l’importante è essere pronti per l’esibizione davanti al pubblico in attesa. Tutto il resto rimane sospeso.
La fotografia di Barry Markowitz profusa un’atmosfera polverosa e solare, connotata da cieli infiniti e paesaggi ampi, a perdita d’occhio, atti a bilanciare gli interni intimi e raccolti che rispecchiano pienamente gli stati d’animo dei personaggi, aperti e alla mano gli uni, chiusi e ritrosi gli altri.
Crazy Heart è un film che pulsa energia e passionalità, che fa addentrare in un universo in cui la musica è l’espressione vitale di se stessi e Cooper è riuscito a raccontare splendidamente questo mondo.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

La musica country affonda le sue origini nel ventre assolato e selvaggio dell’America del sud, quella dei cappelli da cow-boy, degli stivali di alligatore e dei bar fumosi dove il whiskey scorre a fiumi.
Sorta di archetipo mitico per gli americani, che vi hanno costruito tutta una mitologia, il country ha un che di primordiale e istintivo, ha il suono dell’America più semplice e genuina.
Inevitabile quindi che susciti tanto interesse nel cinema americano, a cominciare dal leggendario Nashville del maestro Altman fino al recente Walk the line sulla vita di Johnny Cash.
Il regista Scott Cooper si inserisce in questo prolifico filone con il suo Crazy Heart, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Cobb, in cui Jeff Bridges è Bad Blake, un cantante country di successo ormai caduto in declino, costretto ad andare di bar in bar con piccoli concerti per sbarcare il lunario.
Ormai quasi dimenticato, alcolizzato, con la sigaretta perennemente in bocca, Bad si trascina stancamente da uno stato all’altro, incurante di tutto e tutti, soprattutto di se stesso.
L’unico faro prezioso è la sua chitarra: la lucida con cura e devozione dopo ogni concerto ed è l’unica che sembra ricordargli di avere un’anima.
Fino a quando non incontra Jean, una giornalista che deve fargli un’intervista.
Possono l’amore per la musica e per una donna riportare alla vita uno spirito abbattuto e stanco?
Se c’è una cosa che il cinema americano adora è la storia di uno sconfitto che riesce a reagire e a riscattarsi, figuriamoci se al ritmo di graffianti ballate country: un pò come l’anno scorso è successo con The Wrestler, Hollywood ha trovato il nuovo derelitto dell’anno da redimere.
La pellicola si regge tutta sulle mastodontiche spalle di Jeff Bridges, l’ormai leggendario Drugo del film cult Il grande Lebowski dei fratelli Cohen, che grazie al suo Bad affaticato e disilluso potrebbe fare il colpaccio, che non è riuscito l’anno scorso al wrestler Mickey Rourke, vincendo, dopo il Golden Globe, l’Oscar. Sarebbe il coronamento di una carriera.
Accanto a lui una brava Maggie Gyllenhaal, il sempre granitico Robert Duvall – anche produttore – e un quasi irriconoscibile Colin Farrell perfettamente credibile nell’accento da americano del sud nonostante i natali irlandesi.
Una pellicola polverosa e afosa, rinfrescata da bella musica e da interpretazioni ispirate.
Valentina Ariete, da “mpnews.it”

La ballata di Bad Blake

La canzone è stata già sentita, il ritornello è stato intonato altre volte. Un loser con un passato di passi falsi alle spalle, il fegato ingrossato dall’alcolismo, il mito della seconda possibilità e la provincia americana dei motel, delle stazioni di servizio disseminate nella wilderness, di sale da bowling con musica live la sera. Come in una ballata country dolceamara costruita su poche note e un testo tradizionale, la differenza la fa l’interpretazione, non necessariamente del solo cast. L’esordiente Scott Cooper nel raccontare la storia della sdrucita vecchia gloria country Bad Blake pizzica sì soliti accordi ma evita di imboccare la strada del maledettismo autodistruttivo e sceglie la via di un esistenzialismo intimista e “naturale” che ricerca la pacificazione. Il dramma risulta così mitigato: non si assiste a nessuna deriva masochistica di maniera ma ad un quieto ritorno in sella che avviene dietro le quinte e non con un trionfale ritorno sulle scene; l’ex-pupillo che ha sostituito Bad Blake nei favori del pubblico e ha spostato su di sé i riflettori del mercato discografico non è un cinico rampante ma un ragazzo di autentico talento e sincera riconoscenza nei confronti del proprio mentore; la storia d’amore con la giovane giornalista dal cuore anch’esso sgualcito non si avvilisce in un’occasione mancata ma assume i contorni di una terapia riabilitativa (per entrambi) il cui buon esito lascia i due protagonisti liberi di intraprendere altri percorsi di vita.
Cooper, inutile negarlo, cuce Crazy heart su misura per l’interpretazione, attoriale e musicale, dell’ottimo Jeff Bridges, cintura perennemente slacciata, fisico debordante e malconcio bilanciato da una recitazione sapientemente trattenuta e da una voce ruvida e calda, e per garantirgli quell’Oscar che gli è puntualmente (e anche giustamente) arrivato, collegandolo idealmente ai due film dall’atmosfera affine con cui ha iniziato la sua carriera, L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich e Città amara di John Huston. Non se ne fa però troppo assorbire, modulando una sobria coralità e ritagliando in particolar modo opportuni spazi per l’emotività matura e ferita di Maggie Gyllenhaal e l’amicizia solida e saggia del barista Robert Duvall (la cui breve ma intensa presenza nel film, del quale è coproduttore, si trasforma anche in un simbolico passaggio di testimone, avendo egli vinto il suo unico Oscar nel 1983 per Tender Mercies di Bruce Beresford, storia fortemente analoga di caduta e riscatto di un cantante country).
La deferenza per il racconto non imbriglia eccessivamente l’accademismo onesto della messinscena di Cooper che invece sorprende per la sensibilità con la quale usa il ruolo del paesaggio del Texas e del New Mexico: il formato scope ne amplifica la vastità e la bellezza mozzafiato e incastona armonicamente in esso i personaggi. Il ritmo della redenzione diventa così quasi naturale, perde colorazioni troppo moralistiche e si fonde con la consapevolezza del tempo che passa e delle esigenze che mutano col suo trascorrere (ne è esempio la sequenza che vede Wayne rassicurare l’amico sull’opportunità della decisione di Blake di richiamare il figlio abbandonato venticinque anni prima mentre un placido dolly li inquadra intenti a pescare sullo specchio nitido di un fiume). Il paesaggio umano si accorda al respiro di quello naturale: l’assestamento degli errori, dei rimpianti, delle sregolatezze e delle passioni stratificatesi nel corpo-sedimento di Blake ne sventa il rovinoso e irreversibile crollo. Bad alla fine dice di non essere più Bad, in ogni senso, e si riappropria del suo vero nome, Otis. Jean non è più sola, accanto a sé ha finalmente un “brav’uomo”. Era tempo che accadesse. Anche in questo caso un morbido dolly rivela sotto uno sconfinato cielo azzurro la vallata inondata dalla luce dolce del tardo pomeriggio, scenario all’interno del quale i due riconoscono la giustezza naturale della forse raggiunta serenità.
Michele Favara, da “spietati.it”

Un film come Crazy Heart si potrebbe riassumere in tre parole o sintetizzare in tre accordi. Gli accordi principali della musica country, in questo caso. Strana musica, in realtà, quella denominata country and western. Strana perché sembra lontana anni luce dalla nostra cultura così “tradizionalista”, eppure molto vicina per i continui riferimenti che questo “modello”, in qualche modo, ci impone.
Riferimenti visvi il più delle volte, basti pensare ai soliti cow boy a cavallo, praterie desolate e cappelli a larghe falde per coprirsi dal caldo sole dell’Arizona o del New Mexico.
Due brani in particolare di questa musica possono da far da fulcro al film diretto da Scott Cooper: una è “I saw the light” di Hank Williams Jr. e l’altra “Crazy” cantata dalla leggendaria Patsy Cline. In Crazy Heart questi due pezzi non ci sono, ma è come se fossero gli spiriti guida di Jeff Bridges, cantante alla deriva ma con molto talento ancora vivo nello corpo e nell’anima.
Il brano “I saw the light”, tradotto letteralmente ‘Ho visto la luce’, è forse l’idea principale di Crazy Heart. Scritto da un mito della musica country come Hank Williams la canzone parla, appunto, di un uomo che riesce a vedere un barlune di speranza in fondo al lungo ed oscuro tunnel della vita.
A Jeff Bridges ciò che gli mostra la luce è l’incontro con una giovane giornalista di periferia con prole al seguito, venuta per intervistarlo durante una delle tappe della sua tourné fra balere e Bowiling desolati, e desolanti.
Il “Crazy” di Patsy Cline si mostra, naturalmente, quando si tratta di gestire questa situazione in quanto il country singer consumato non solo viene da altri fallimentari matrimoni, ma è imperante, nella sua vita, la dipendenza dall’alcohol.
Crazy Heart scorre come un film di Hal Ashby, anche se senza troppi picchi narrativi, con un Jeff Bridges che prende per sé tutta la scena (l’attore aveva già interpretato la parte di un alcolizzato in uno degli ultimi film di Ashby) cantando e suonando in maniera ipnotica e struggente.
Crazy Heart si può raccontare in tre parole o, appunto, suonarlo in tre accordi. Ma è come si eseguono questi tre arpeggi che fa la differenza: si possono usare per produrre una splendida canzone o, al contrario, distruggere un brano con delle grandi potenzialità. E, questa volta, il pezzo è suonato splendidamente.
Marco Massaccesi, da “filmfilm.it”

Bad Blake (Jeff Bridges) è un cantante di musica country a pezzi, che ha vissuto troppi matrimoni (4), troppi anni on the road e davvero troppi drink. All’età di 57 anni, Bad vive suonando i suoi vecchi successi in bar e sale da bowling di terza categoria di fronte a platee sempre più vecchie, il tutto ubriaco e arrabbiato, mentre la sua fama scivola nell’oscurità. La miglior cosa che può sperare in questo periodo è di aprire un importante concerto per il suo giovane protetto, Tommy Sweet (Colin Farrell, in perfetta forma canora), che ha imparato tutto quello che conosce da Bad. L’unica differenza, è che Tommy è riuscito a diventare ricco e famoso.
Un concerto dopo l’altro lo porta a una notte a Santa Fe, in cui Bad incontra una giornalista locale, Jean Craddock (Maggie Gyllenhaal). Bad prova a cercare la salvezza con l’aiuto di Jean, che scopre l’uomo vero dietro al musicista. Mentre lui lotta nella strada verso la redenzione, impara nel modo più duro come una vita difficile possa dipendere dal cuore folle di un uomo. Con Jean vive un rapporto più intenso; Bad non le promette nulla. Jean è una madre single piena di rimpianti, sa che sarebbe pazza a credere in qualcosa. Tuttavia, continuano a finire l’uno nelle braccia dell’altra. Ma Bad, che a mala pena riesce a star fuori dai guai, è in grado di prendersi cura di qualcun altro? Il suo tentativo diventa un coraggioso ritratto di un uomo che deve venire a patti con i suoi limiti umani e con un’ultima possibilità di redenzione.
Pulsante di musica country, Crazy Heart contiene delle canzoni originali del compositore e produttore T Bone Burnett (Quando l’amore brucia l’anima), assieme al compianto cantautore texano Stephen Bruton. Tratto dal romanzo omonimo (inedito) di Thomas Cobb, questo film delinea il ritratto di un uomo che ha vissuto duramente, velocemente e in maniera incontrollata, ma che cerca ancora la salvezza dell’amore, quando il suo cuore riceve quella che appare l’ultima possibilità di redimersi. Scott Cooper debutta alla regia con un’opera greve, la cui sceneggiatura non scivola come le armoniose note delle canzoni country che la compongono. La regia di Cooper ha il merito, tuttavia, di saper narrare tutte le contraddizioni reali e selvagge dei rapporti senza eccedere in prodezze tragiche o sdolcinati encomi.
Candidato a tre premi Oscar: per la miglior canzone originale, la migliore attrice non protagonista, Maggie Gyllenhall, e il miglior attore protagonista, lo straordinario Jeff Bridges (già vincitore del Golden Globe), Crazy Heart può basare il suo potere artistico ed estetico sull’eccezionale prova dello stesso Bridges. La storia di Bad Blake si svolge nel mondo confuso in cui vive, spostandosi attraverso il Colorado, New Mexico e il Texas, mentre suona in tanti bar, attraversando un percorso pieno di vite frammentate e alla costante ricerca di amore perso o mai trovato. Nel percorso, la pellicola offre uno squarcio atipico, ma apprezzabile, del West americano, che anche nella modernità rimane selvaggio in tanti aspetti, pieno di onestà ruvida e sogni arrugginiti.
E nel ricreare tutto l’ambiente che gravita intorno a Bad, dalle location spesso squallide in cui suona, a un pubblico di affezionati ammiratori e irriducibili ammiratrici, il regista ha avuto un tocco di sensibile e deliziosa tempra critica. Con Bad Blake, Bridges da vita a un uomo energico, mettendone in mostra il genio e i difetti, la sua solitudine, la sua sregolatezza consapevole, la follia e, poi, anche la speranza, nel corso di una relazione con Jean Craddock che, inaspettatamente, gli cambia la vita.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Bad Blake è un cantante country ultracinquantenne, perso nell’alcool e nella solitudine. L’incontro con una giornalista lo restituirà alla vita.

Un anno dopo The Wrestler, un altro “cuore matto” in cerca di redenzione irrompe sulla scena. E’ la storia del cantante country Bad Blake, un uomo sospeso sull’orlo di un abisso esistenziale: quattro matrimoni falliti alle spalle, un figlio che non vede più da anni, un fegato dilaniato dall’alcool ed una chitarra come sola compagna. Viaggia per gli Stati del sud cercando di far felici i suoi fan, cantando da anni le stesse canzoni. Lo strumento è sempre ben accordato ma per generare nuove melodie manca la materia prima, la vita. A chi gli chiede il suo vero nome risponde che Bad (“pessimo”) è il nome della sua esistenza. A restituirgli un’identità ed una dignità intervengono la giornalista Jean e il suo figlioletto. In loro Bad sperimenta un amore capace di abbracciare i suoi errori, ciò che lui non era mai stato in grado di fare. E come per l’Invictus di Eastwood, dal perdono si riparte per ricostruire una vita. Senza l’illusione che tutto si trasformi in idillio, i dolori permangono, il cuore cade e ricade. A poco a poco però si impara a sorridere. E la chitarra torna a commuovere.
Eccezionale questo esordio alla regia del giovane Scott Cooper, già maestro nel raccontare senza stereotipi una storia così potente. Le sequenze musicali ci posizionano sempre tra il pubblico di Bad, perché in effetti noi siamo il suo pubblico. Rimaniamo affascinati da lui, proviamo pietà per quel corpo malridotto. A queste scene si alternano spesso sequenze all’aperto, sempre giocate su tramonti impressionisti. Cooper sceglie poi di concentrare l’attenzione su pochi personaggi (fatto inusuale per un road movie) lasciando costantemente il centro della scena al formidabile Jeff Bridges. Guardandolo recitare, non si percepisce davvero il confine tra la realtà e la finzione. La voce sempre strozzata e grave (nel doppiaggio si perde un po’), il corpo massiccio eppure ingrassato, il volto segnato dal tempo, le ciglia perennemente corrugate: tutto questo fa nuovamente pensare a Mickey Rourke di The Wrestler. In quel caso però l’Academy Awards chiuse gli occhi e negò al guerriero l’Oscar. Dopo un anno li riapre e consacra Bridges. Oscar anche alla miglior canzone originale per The Weary Kind di Ryan Bingham. Nomination infine a Maggie Gyllenhaal.
Godiamoci dunque questo piccolo gioiello, un film che parla sinceramente della necessità di essere amati. Questi sono i cuori matti che ci affascinano e di cui vogliamo ascoltare le storie.
Andrea Puglia, da “sentieridelcinema.it”

Se qualcuno mai avesse desiderato un finale alternativo per The Wrestler, un happy end che portasse in pareggio i conti con le umane debolezze, potrebbe trarre un messaggio riconciliante da Crazy Heart. Stessa spirale autolesionista. Stesso endemico perdente, incapace di capitalizzare i successi. Stesso cuore pazzo, con la differenza che Bad Blake, contrariamente a Randy Robinson, dal precipitare fino a toccare il fondo con la punta del naso impara a galleggiare, così riesce a tenere la testa fuori. Bad Blake è un rider votato alla musica country, che ha vissuto troppi anni in giro per gli States del sud. Non ha stabilità nelle relazioni, né abitativa. L’unica certezza è una bottiglia di whisky economico. Jeff Bridges lo impersona come un Dru
Crazy Heart

Una scena del film
go Lebowsky transfuga dalla sua sede originaria, più rugoso e più incattivito con se stesso. A 57 anni, dopo tante donne e quattro matrimoni, e con un figlio ormai adulto che non vede da quando avevo quattro anni, si ritrova a proporre i suoi vecchi successi country a una platea di attempati nostalgici, gli avventori di bowling (un déjà vu?) e bar di terza categoria. Scivolando lentamente verso l’oblio, comincia a preoccuparsi seriamente non tanto per il futuro, quanto per l’impossibilità a mantenere le sue abitudini etiliche. La più forte delle sue pulsioni ha la meglio sull’orgoglio: aprire un concerto del suo delfino, Tommy Sweet (Colin Farrell) davanti a un pubblico che neanche si ricorda chi sia? Tutto si può fare per i soldi. Il desiderio di cambiare arriva, come nel più classico dei casi, per amore di una donna: un concerto lo porta a Santa Fe, dove incontra Jean (Maggie Gyllenhaal), giornalista e madre con un carico di delusioni alle spalle. Bad ha l’illusione di riuscire a prendersi cura di lei e del suo bambino, ma il suo corpo non risponde a nessun carico di responsabilità. E’ la fine della vita on the road, stordita dall’alcol, e l’inizio di una nuova maturità, affrontata per mano all’amico Wayne (Robert Duvall). E’ l’arrivo di un epopea catartica, in cui le caselle sono disposte nel giusto modo: nella parabola discendente dell’autodistruzione interviene cliché narrativo della secondo chance. Il tutto è condito con una manciata di sana retorica americana, e con contorno di cultura popolare made in Usa. Il regista/attore Scott Cooper ha confezionato un film citazionista. Crazy Heart lo è fin nel midollo. A cominciare dalle panoramiche nei deserti di fuoco, che tanto sanno di western. Fino alle minuzie nelle movenze di un Bridges che celebra se stesso. E che a chi ha visto e rivisto i fratelli Coen non passeranno inosservate (la più divertente: la scena in cui Bad in preda alla nausea da alcol infila la testa nel bidone e poi ripesca gli occhiali da sole, così simile al quasi waterboarding nel wc all’inizio de Il grande Lebowsky).
Melania Di Giacomo, da “doppioschermo.it”

Il successo passa, i fan pure ed arriva il momento di guardare la propria vita da un’altra prospettiva: a parte una carriera che è stata di successo, ma che ormai raschia il fondo del barile, cosa si è costruito? Dov’è quella “famiglia” di cui tanto ci si dimentica quando ci si distrae con la gloria, ma che appare ora indispensabile per dare un senso alla propria esistenza?
Temi di fondo che spesso ispirano storie cinematografiche e che servono anche a “Crazy Heart” per addentrarci nel mondo della musica country. Il nostro uomo è stavolta uno straordinario Jeff Bridges (che probabilmente vincerà l’Oscar con questa interpretazione) alcolista e autodistruttivo quanto basta da poter fare del suo possibile cambio di vita la trama di una pellicola. Ad aiutarlo ci pensa l’amore: quello per una giovane giornalista (Maggie Gyllenhall, anche lei nominata dall’Academy come migliore non protagonista).
Tutto già visto (l’eco più vicino è quello di Mickey Rourke e del suo “The Wrestler”), ma non per questo negativo. Il film scorre seguendo le tappe convenzionali del dramma personale, tra entusiastici nuovi inizi e tristi ricadute. L’abilità del regista esordiente Scott Cooper è soprattutto nel suo sapere dirigere (o semplicemente, nell’aver scelto) Jeff Bridges. L’attore californiano riesce a dare corpo e voce (sia lui che Colin Farrell cantano in presa diretta) ad un personaggio che fin dalle sue rughe e barba grigia racconta un passato che a parole viene solo accennato. Bridges ha inciso un disco di musica country nel 2000, oltre ad aver interpretato in passato altri ruoli da cantante (vi ricordate del suo jazz in “I favolosi Baker”?): “Crazy Heart” sembra scritto su misura per lui.
Peccato che la versione doppiata tolga molto al film: l’accento texano di quasi tutti i personaggi maschili, quel suono roco e scavato tipico di chi sembra sempre che ne abbia viste di tutti i colori, è un elemento cardine per essere trasportati dopo pochi attimi dall’altra parte dell’oceano, nel sud degli Stati Uniti. La musica country, seppur così lontana dalle nostre radio, ha la capacità di essere orecchiabile e coinvolgente fin dal primo ascolto.
“Crazy Heart” ne diventa un piccolo manifesto visto dalla parte dei suoi protagonisti, uomini erranti frutto più che mai dell’America più tradizionale. E’ stato girato in soli ventiquattro giorni con sette milioni di dollari (cifra piccolissima per una produzione americana).
Un buon film classico che dimostra come, a volte, non sono necessarie idee originalissime per essere visti e apprezzati, ma basta fare le cose per bene, partire da un personaggio ben scritto e poi dare la giusta attenzione ad ogni aspetto narrativo e tecnico della realizzazione.
La frase: “Non ti ricordi, bellezza?”.
Andrea D’Addio, da “filmup.leonardo.it”

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