Copia conforme

la-locandina-di-copia-conforme

“Copia Conforme” è l’ultimo film diretto dal regista iraniano Abbas Kiarostami (lo stesso de “Il sapore della ciliegia”), che è stato presentato in questi giorni al Festival di Cannes e che ha debuttato nei cinema il 19 maggio.
Il film è il primo lungometraggio che il regista iraniano gira fuori dalla sua nazione: è infatti ambientato in Toscana e è interpretato dalla nota attrice francese Juliette Binoche e da William Shimell, famoso baritono inglese al suo esordio al cinema.
“Copia conforme” è un film intelligente e profondo che riflette sulla relazione di coppia e sull’approccio più o meno semplicistico verso la vita.
La storia racconta di James, uno scrittore inglese che in occasione della presentazione del suo ultimo libro si reca ad Arezzo, in Toscana. Nel libro e durante la conferenza, James analizza la stretta relazione tra l’originale e la copia nell’arte: secondo lo scrittore, infatti, entrambe i formati assumono lo stesso valore ed eguale importanza artistica. Una giovane gallerista d’origine francese, che vive in Italia ormai da cinque anni, lo invita a passare un pomeriggio insieme sulle colline toscane per discutere dell’oggetto del libro.
La meta del viaggio è Lucignolo, un piccolo comune noto per essere la destinazione preferita dai novelli sposi. Per caso e un po’ per gioco, la donna lo spaccia per suo marito.
Il gioco si trasforma in un confronto psicanalitico in cui le parti esternano i propri sentimenti l’uno contro l’altro. Quando il gioco confonde l’originale con la copia conforme, lo spettatore perde tutte le sue certezze e si trova a dover ricomporre l’enigma.
Attraverso una costruzione apparentemente lineare e semplice, il regista Kiarostami, riesce a creare un mondo complesso di personaggi e spunti di riflessione importanti.
Le semplici inquadrature, primi piani rallentati, paesaggi antichi e genuini, dialoghi difficili, sono tutti elementi essenziali per il suo cinema profondamente umanista, che riesce a toccare le corde più profonde dell’essere umano. C’è pietà, cinismo, rabbia, dolore, romanticismo e speranza nell’originale, così come nella copia conforme.
Ottimi sono anche gli interpreti principali: Juliette Binoche come l’esordiente Shimmell.
Il pluripremiato regista Abbas Kiarostami è sicuramente uno dei più geniali cineasti contemporanei.
“Copia conforme” è un film difficile, arguto, spiazzante: stimola la mente e per questo è un ottimo film. Sicuramente adatto al circuito d’essay, è un film per chi vuole scavare dentro sé stesso e dentro l’animo umano.
Anastasia Mazzia, da “onecinema.it”

Fin dal suo primo lungometraggio, “Il pane e il vicolo” (1970), Abbas Kiarostami ha dimostrato una profonda riflessione sull’importanza delle immagini e sul rapporto tra realismo e finzione.
Giocando su e con i clichè, sulla conformità dei luoghi, con i piccoli alberghi per innamorati, con i caffé che si raffreddano, con le stradine in cui ci si perde, ma in cui ci si ritrova e il selciato che risuona sotto i tacchi, sulle campane che scandiscono il tempo che passa, Kiarostami tratteggia, con una simmetria che gli è incessantemente propria, una storia d’amore.
In Concorso al Festival di Cannes, Copia conforme dà eco all’assenza e all’ amore, alla spontaneità dell’originale e alla purezza della conformità. E, poi, il cercare di colmare l’assenza dell’amore in una giornata. E, poi ancora, il ricercare la semplicità nel vivere.
È una giornata estiva, la luce è folgorante, i volti, le espressioni intense e lucide, attraverso le lacrime che parlano e i gesti che danzano, squadrano i personaggi e gli scenari (la fotografia di Luca Bigazzi è stravolgente). L’amore di un giorno che discute sulla vita, ma non si tratta né di un film di rimpianti, né di un film di evocazioni e le illusioni non sono ancora perdute. Copia conforme è uno studio che analizza la duplicità delle cose, che si affaccia sulla dualità della bellezza, intesa come purezza, come semplicità, dell’arte e dell’essere umano.
Il regista iraniano, per la prima volta arriva a filmare in Italia (per la prima volta gira un suo lungometraggio fuori dall’Iran); e ci racconta una storia universale: la storia di un incontro tra un uomo e una donna, in un piccolo villaggio nel sud della Toscana.
Ha detto Juliette Binoche “La realtà e la finzione mi hanno sempre fatto ridere, perché sono profondamente convinta che tutto sia possibile. Ancora oggi sono sicura che Abbas ha vissuto questa storia, come sono sicura che non l’ha vissuta. La Toscana resta un luogo dove sono possibili i miracoli. Non mi stupisce che ci siano tanti santi, tanti oli e tanto verde. Abbiamo percorso questo film come una famiglia di vecchi amici, come un film da sogno. Una piccola troupe, in un villaggio, la freschezza dentro, il calore fuori, il tempo che non conta più, la passione negli occhi, la felicità di stare insieme. Per Abbas è stato il primo lungometraggio al di fuori del suo bozzolo originario, della sua lingua madre.”
Un uomo, James Miller (William Shimmel, baritono inglese) e una donna, Elle, (Juliette Binoche, di un’eleganza interpretativa sublime), che sembrano essersi appena conosciuti, giocano a essere una coppia. Vi giocano così bene che sembrano diventare una coppia, o esserlo già da una quindicina d’anni. Sono già stati qui, dove avrebbero trascorso la loro prima notte di nozze.
L’uomo è uno scrittore inglese che ha appena tenuto una conferenza. La donna è un’antiquaria francese. Comunicano in inglese, ma quando il gioco di ruolo si addentra nella penombra dei ricordi, e finzione e realtà schiariscono le sfumature dense, le espressioni ritrovano la loro dimensione, lasciano l’apparenza di finzione e si mescolano con la realtà.
Hanno già interpretato questa scena. Come tutte le coppie che vanno a sposarsi in Toscana, che vanno a costruire la propria storia d’amore, che vanno a interpretare il proprio film. Da Arezzo a Lucignano, dove trascorrono la loro giornata, James e Elle riproducono un eco del loro vissuto. Tra le giovani coppie felici del futuro e quelle straniate dal futuro stesso.
E in questo loro film, tra realtà e finzione, tra semplicità e conformità, lui ha dimenticato il loro anniversario di nozze, lei non accetta il sentirsi abbandonata. Lamentele eterne, come eterno è il ritmo di scontri tra uomo e donna (qui musicato dall’inglese di lui e dal francese di lei, e ci si rammarica al pensiero di una versione italiana che non ne rispecchi la ricchezza linguistica).
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Quando la prospettiva è davvero centrale

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro in Italia, lo scrittore inglese James tiene una conferenza sulla stretta relazione tra l’originale e la copia nell’arte. In Italia l’uomo conosce una giovane gallerista d’origine francese con la quale trascorre qualche ora per le stradine di un piccolo paese del sud della Toscana. Quando la donna per divertimento lo spaccia per suo marito, un uomo spesso assente, lo scrittore si presta al gioco… [sinossi]
Potrebbe sembrare bizzarra, o fuori posto, l’idea di un film di Kiarostami fuori dall’Iran. Eppure, è facile convincersi che non solo non è affatto strano che Kiarostami faccia un film in Toscana – ma che era anzi addirittura inevitabile. Prima o poi, il regista che negli ultimi decenni ha dimostrato di sapere capire meglio (esaltandolo e distruggendolo allo stesso tempo) il dispositivo ottico che presiede allo sguardo occidentale, ovvero la prospettiva centrale, doveva fare i conti con la sua “culla” toscana. Basta guardare praticamente anche solo due minuti a caso dei suoi film per rendersi conto di quanto sottilmente e caparbiamente Kiarostami abbia sempre saputo giocare con il famoso “triangolo” della prospettiva albertiana. Ovvero, quel dispositivo che permette di ottenere la “copia conforme” (o quasi) di ciò che uno sguardo qualsiasi in un punto qualsiasi si ritrova davanti.
Già dalla prima inquadratura, abbiamo il totale di una scrivania che fa bella mostra di un volume (siamo alla sua presentazione ufficiale, con tanto di autore). L’immagine sulla copertina fa riferimento con ogni evidenza al “cono” della prospettiva centrale. Controcampo a 180°, e abbiamo ancora un’enfatizzazione visuale di questo “cono”: il corridoio centrale tra due schiere di seggiole per il pubblico. Ma ecco che entra Juliette Binoche e il figlio. Lei percorre tutto il “cono” e si sedie davanti. Il figlio invece resta a lato. Ben presto, per seguire l’interazione madre-figlio la simmetria impostata dalla prospettiva e dai campo-controcampo frontali viene sconvolta da inquadrature che inquadrano la Binoche di profilo invece che da davanti (dal punto di vista della scrivania, dove sta lo scrittore). Ecco che l’asse tra il punto di vista e ciò che esso vede viene infranto da qualcosa che ne sta fuori.
Da lì in poi, tutto il film sarà costruito su giochi del genere. La Toscana (Lucignano, in particolare) viene vista solo di sbieco, cioè come qualcosa che si scorge solo ai margini dell’interazione tra il punto di vista e ciò che esso vede anziché essere direttamente e frontalmente guardato. Quando i protagonisti vanno in macchina, non solo percorrono il “cono” della prospettiva anziché piazzarsi nel punto in cui esso si produce otticamente, ma le “pareti” di questo cono (nella fattispecie: gli edifici al lato della strada) si riflettono sul parabrezza sovrapponendosi ai volti dei protagonisti.
Gli esempi di configurazioni analoghe potrebbero prolungarsi all’infinito: il film non smette mai di trovarne. Ma probabilmente l’esempio principale di questo è la trama del film: l’uomo (lo scrittore, “lo sguardo”) e la donna (la Binoche, l’”oggetto” dello sguardo) cominciano a corteggiarsi, solo per fare scoprire allo spettatore dopo svariate decine di minuti di film che erano già da anni marito e moglie, in seguito caduti in una profonda crisi coniugale. Perché questo trucchetto? Per ridurre le distanze tra l’originale e la copia conforme, tra la prima irripetibile volta (l’alberghetto della prima notte di nozze…) e l’ennesima, tra il fiorire di un amore e il suo crollo. Il film infatti finirà senza che ci sia dato di sapere se il tentativo della Binoche di riconquistare il marito sia andato a buon fine. Insomma: la relazione tra lo sguardo e il suo oggetto non è mai stabile, è sempre in una tensione che non finisce mai di percorrere l’immagine per tranquilla che essa sia (e le immagini di Kiarostami notoriamente lo sono). La relazione che intercorre tra lo sguardo e ciò che esso vede, come diceva Jean-Luc Nancy (filosofo che non a caso ha anche scritto un libro a quattro mani insieme a Kiarostami), trema. E le incessanti invenzioni visive di Kiarostami restituiscono in modo giocoso, libero, freschissimo, questo tremare.
Marco Grosoli, da “cineclandestino.it”

Dobbiamo ammettere che Abbas Kiarostami è tra i pochi cineasti contemporanei che ha il coraggio di mettere in pratica idee non usuali di arte cinematografica. Si tratta di un “teorico” del cinema, che riesce a riflettere sempre in modo molto originale sul mezzo cinematografico, sui suoi limiti, sulle sue trasformazioni, sulla sua etica. Ne è una dimostrazione il suo ultimo lungometraggio “Copia conforme” , girato interamente in Toscana, lontano quindi dalla sua Teheran e presentato quest’anno a Cannes. Una storia come tante. L’incontro casuale di un uomo ed una donna, lui scrittore inglese affermato (il baritono William Shimel), lei antiquaria francese (Juliette Binoche), che percorrendo stradine, vicoli, luoghi di un paesino della Toscana intessono una farsa, una commedia, un gioco. I due decidono di mettersi le maschere e di recitare, in un gioco delle parti nella comune realtà, l’essere marito e moglie, sposati da quindici anni. La storia semplice però si tesse di significati, simbologie e conflitti che contraddistinguono il cinema del cineasta iraniano. La maschera che cela le identità dei due “attori” è un filtro attraverso il quale i due scrutano il “loro” rapporto di coppia, dalla dolcezza dell’inizio idilliaco del matrimonio, a come questo rapporto sia cambiato nel tempo, sino a svilirsi quasi di sentimento e di amore. Ancora una volta Kiarostami compie un viaggio nei meandri dell’anima, negli spazi della mente, in cui si annidano emozioni passate che emergono in un presente che, del passato, conserva solo ricordi, ormai in una dimensione di ripetitività e consuetudine. L’amore coniugale ha un suo ineluttabile destino: cambia e si modifica nel tempo. L’uomo e la donna del film sono una coppia “falsa”, un falso. Ma che, al pari di una copia conforme di un oggetto autentico destano comunque attenzione, curiosità ed emozione in chi interagisce con loro. E loro stessi sono imprigionati in un conflitto esistenziale che si riflette nei dialoghi (all’inizio in lingua inglese e poi in francese) nei volti e nei gesti. La mdp di Kiarostami inquadra continuamente il solco dei seni della donna, lungo il quale pende un ciondolo che raffigura l’effimera, insetto arcaico, conosciuto già nei tempi antichi per la sua breve vita: allo stato di adulto, l’insetto vive un solo giorno. “Copia conforme” è per Kiarostami un soggetto nuovo, una novità, espressi attraverso tranquille scelte stilistiche. Il racconto si pregia della qualità della composizione dell’inquadratura, della fiducia nel tempo cinematografico, della capacità di ritagliare uno spazio dal punto di vista estetico e significativo sotto il profilo tematico in un comune luogo quotidiano. In una Toscana assolata, dalle colline ridenti e stradine costeggiate da alti e silenziosi cipressi, Kiarostami riesce a costruire quel rapporto a volte sfuggente e precario tra l’individuo ed il mondo, in una dimensione di realtà sensibile e sociale. E pur alzando il sipario ad una farsa, restituisce un significato reale e autentico dei dinamismi semplici e complessi di una comune vita di coppia. Gran merito va alla fotografia della mano autorevole di Luca Bigazzi.
Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

Un uomo, una donna e il paesaggio toscano, in particolare Lucignano, a fare da sfondo e da terzo protagonista.
Parla (anche) italiano il film di Abbas Kiarostami, Copia conforme, coproduzione franco/italiana/iraniana, girato interamente in Toscana, in provincia di Arezzo, nei comuni di Lucignano, Cortona e nella campagna della Valdichiana, con fotografia di Luca Bigazzi e molte maestranze tricolori.
Kiarostami fa la sua prima trasferta cinematografica (a parte l’episodio del film Tickets del 2005) e dall’Iran arriva in Italia, mantenendo intatti i suoi temi (e tempi), come lo stesso regista ha dichiarato a Cannes, durante l’incontro stampa.
Uno scrittore inglese è impegnato in un tour promozionale per presentare il suo libro, che tratta dell’originale e della copia nell’arte. In Toscana, durante uno di questi appuntamenti, incontra una donna, una gallerista di origine francese che si è stabilita in Italia. Con la donna, che ha un figlio che cresce da sola e un marito sempre assente, inizia un peregrinare di poche ore fatto di dialoghi e comunanza di interessi, finché – complice un equivoco – i due giocano a essere marito e moglie. Dov’è la realtà, dove la finzione? Abbas Kiarostami torna sul luogo del delitto, a uno dei suoi temi più cari, il vero e il falso, colto e tramandato attraverso l’occhio di chi guarda, del cineasta, dello spettatore che è chiamato in causa per prendere una sua posizione. Si pensi a Shirin, film mai uscito nelle sale e presentato alla Mostra di Venezia del 2008, in cui lo svolgersi è tutto attraverso lo sguardo del cineasta/spettatore che passa in rassegna 114 volti (tra cui quello di Juliette Binoche) impegnati a seguire uno spettacolo invisibile agli altri.
Qui la partenza è il mondo dell’arte, la giustificabilità della copia rispetto all’originale, il valore che è conferito forse solo dallo sguardo che osserva, ma il discorso si fa poi intimo, nel gioco (?) di un uomo e una donna che fingono anni di unione. Kiarostami fa percorrere alla coppia il viaggio di ogni coppia, dal primo innamoramento al suo consolidarsi, fino alle prime crepe. Dalla finzione alla realtà: da ciò che si vuole vedere (nell’innamoramento) a ciò che (forse) è davvero (o che invece fingiamo, per comodo, per pigrizia, di non vedere più). Non solo: ciò che tocca profondamente lo spettatore, grazie alle interpretazioni dei due attori, la Binoche e William Shimell, è la differenza nel bisogno di amore tra i sessi: l’assenza maschile, il suo ergersi noncurante oltre il particolare quotidiano e l’attenzione al dettaglio tutta femminile, il suo bisogno di cura da offrire e ricevere. Ma non è finita: anche la creazione differente dell’amore nei due sessi, dove ognuno vede e immagina ciò che desidera, in una sconsolata mancanza nei confronti della realtà dell’altro.
Film malinconico, sulla volatilità dei sentimenti, in cui Kiarostami cede un po’ troppo alla forma (bellissima) e alla teoria “geometrica” dei sentimenti: ma va benissimo così.
La frase: “Il problema è che tu non mi vedi. Mentre io mi accorgo subito perfino se hai cambiato profumo”.
Donata Ferrario, da “filmup.leonardo.it”

Abbas Kiarostami scrive e dirige una storia più che mai cucita sulla splendida figura di Juliette Binoche. Il regista iraniano segue continuamente l’attrice francese per dare profondità e scorrevolezza ad una storia in realtà solo parlata, tanto ricca di dialoghi quanto povera di immagini. Il racconto vive nel corpo della protagonista, nel cambio di uno sguardo, in un sorriso a mezza bocca, nel trucco e nel senza trucco, nelle vibrazioni di una voce che ripete in tre lingue diverse lo stesso sentimento di dolcezza e malinconia, in tutto ciò che un interprete può esprimere se dotato di un grandissimo talento. La San Gimignano che si scorge ai lati sono muri scorrevoli di semplice colore, mera cornice per chiacchiere che altrove avrebbero subito il rumore delle auto. E’ bellissima, ma ne vediamo i dettagli, le ombre.
“Non c’è cosa meno semplice dell’essere semplici” dice uno dei personaggi durante “Copia conforme”. E’ probabilmente rifacendosi a questa considerazione che Kiarostami arriva alla conclusione di realizzare un film che ha molto poco di cinema, e molto più di audiolibro. Insomma, nonostante l’alta ambizione, il risultato è un prodotto piuttosto presuntuoso di cui non si capiscono né le ambizioni né gli obiettivi. Al Festival di Cannes, dove il film è stato presentato, Kiarostami ha utilizzato lo spazio della sua conferenza stampa per sottolineare il proprio sostegno al connazionale regista Jafar Panahi. L’Orso d’Argento nel 2006 a Berlino per “Offside”, è rinchiuso da due mesi in carcere a Teheran per vari, ma non chiariti crimini contro lo Stato, ovvero ha criticato l’opera di governo di Ahmadinejad. Quando una giornalista iraniana ha rivelato che Panahi ha appena cominciato lo sciopero della fame, sia Kiarostami che la Binoche si sono commossi. “Quando viene imprigionato un artista, è come se venisse imprigionata l’arte stessa”.
Andrea D’Addio, da Film.it”

Copia conforme di Abbas Kiarostami, presentato in concorso a Cannes a pochi giorni dall’uscita italiana, si regge completamente ed efficacemente sul solido script dello stesso regista iraniano e sulla superba intepretazione dei due protagonisti. Se la Binoche è una conferma e sa mettere in scena una donna complessa e reale, con le sue emozioni, le sue debolezze, la sua seduzione fatta di piccoli gesti e le sue insoddisfazioni, il William Shimell che le recita accanto è una piacevole sorpresa: cantante d’opera al suo debutto cinematografico, Shimell è un baritono che sa immergersi nella storia e dar vita alle sensazioni e le teorie del suo personaggio. Ma soprattutto la coppia di interpreti funziona in quanto tale: un film come Copia conforme, basato interamente sui dialoghi in tempo reale dei suoi protagonisti, non avrebbe senso di esistere senza un cast all’altezza della situazione, capace di gestire tempi e sfumature di dialoghi articolati ed emozioni realistiche.
William Shimell e Juliette Binoche in una scena del film Copia conforme
Si tratta per Kiarostami di un lavoro più mainstream, che può piacere ad un pubblico più ampio di quello puramente cinefilo e da festival. Un pubblico al quale l’autore lascia molti spunti di discussione, a cominciare da quello dichiarato sull’arte e sul valore dell’originalità, fino a quelli forniti dallo script, dal gioco della coppia di protagonisti: quando il loro rapporto cambia, quando i due iniziano a comportarsi da marito e moglie dopo che una barista li percepisce come tali, allo spettatore non è più chiaro quale sia la verità, ma gli viene lasciata la libertà di scegliere la propria.
Un uomo e una donna al loro primo incontro o coppia sposata da quindici anni? Kiarostami volutamente non ci dà la sua verità, ma qualunque sia l’originale, la Binoche e Shimell sono abili a dar vita ad entrambe le versioni con puntuale realismo.
Antonio Cuomo, da “Movieplayer.it”

Kiarostami esce dai confini iraniani per rintanarsi in Toscana e girare un film dall’aspetto lineare che, improvvisamente, si rovescia e spiazza lo spettatore. Il risultato è un’opera dalla doppia faccia. A ricorrere è, nemmeno a dirlo, il numero due. Fin dalla prima inquadratura – due microfoni, due bicchieri, libro dal titolo “Copia Conforme” con due volti impressi – sembra che ogni cosa viva solamente con la presenza del suo doppio. I dialoghi dei protagonisti vertono sull’importanza delle copie nell’arte e nella vita. “Non siamo copie di dna anche noi?” dice Shimell, mentre nel museo di Lucignano l’opera chiamata “Copia originale” viene osannata dalla guida turistica, a discapito dell’originale autentico. L’ elucubrazione sullo stato dell’arte termina quando la coppia Binoche-Shimell cambia discorso e si concentra su una lunga, interminabile, disquisizione sul ruolo dell’uomo e della donna nella coppia. E così, il concetto ‘copia conforme’ si trasforma in ‘coppia conforme’, con un originale che probabilmente neanche esiste o che, al limite, si è consumato alla prima notte di nozze. Il film cambia argomento, ma non il tono, non aumenta il ritmo, si perde nel suo intellettualismo e nella verbosità eccessiva. Fino al ribaltamento del tema e della storia, la pellicola tiene. Ma così come la prima parte è scorrevole, intrigante e si presta a diverse analisi e riflessioni, la seconda è lunga, ripetitiva e piena di clichè. La Binoche è di una magnifica eleganza, recita in tre lingue (ma dà il meglio in francese), ammalia con lo sguardo e danza sui tacchi alti. Il baritono inglese William Shimell, qui debuttante, è surclassato.
Cristian Scardigno, da “35mm.it”

James Miller, un noto saggista, presenta a Firenze il suo ultimo libro intitolato «Copia conforme» nel quale sostiene che le copie abbiano un valore intrinseco superiore all’originale. Lei, una piccola mercante d’arte, assiste con il figlio alla presentazione e poi fa in modo di conoscere l’autore per fargli firmare alcune copie. Il giorno successivo, domenica, lo accompagnerà a Lucignano per ‘mostrargli una sorpresa’. Mentre i due si trovano in un piccolo locale e lui è uscito per rispondere a una telefonata, la proprietaria allude a loro come a una coppia sposata e Lei sta al gioco. Gioco che proseguirà anche al rientro di James.
Alla non più tenera età di 70 anni (portati peraltro benissimo) è nato un nuovo Kiarostami. Se ne era avuta una prima avvisaglia nell’incerto episodio di Tickets ma oggi, dopo il teorico Shirin, ne abbiamo una piacevolissima conferma. Intendiamoci: il pluripremiato e osannato dalla critica (che a Cannes è sembrata oltremisura spiazzata) non ha affatto smesso di interrogarsi sulla natura umana e non ha neppure rinunciato a una ricerca stilistica. Ha però scelto una modalità diversa di approccio. Ha deciso cioè di compiere ancora, come spesso è accaduto nel suo cinema, un viaggio che comportasse non solo uno spostamento fisico nello spazio ma un percorso, talvolta doloroso, nelle psicologie dei personaggi. È quanto accade anche questa volta ma con una leggerezza e una voglia di ‘giocare’ (non dimentichiamo mai che in francese e in inglese recitare diventa ‘to play’ e ‘jouer’) con un doppio livello di rappresentazione.
Nel film si recita ovviamente (brava, ça va sans dire, Juliette Binoche ma altrettanto efficace il baritono prestato al cinema William Shimell) ma gli stessi personaggi, da un certo punto in avanti ‘recitano’ il ruolo di una coppia sposata da quindici anni. Ne nasce un’ analisi di speranze, illusioni e disillusioni che attraversano tante ‘cop(p)ie conformi’ sullo sfondo di una Toscana che diviene a sua volta protagonista. Kiarostami ha deciso di girare un film non ‘alla Kiarostami’. Viva Abbas.
Giancarlo Zappoli, da “Mymovies.it”

Abbas Kiarostami padre della rinascita internazionale del cinema iraniano, negli ultimi anni si è contraddistinto per sperimentazioni linguistiche anche estreme sul digitale e sui limiti della visione. Torna in concorso al Festival di Cannes facendo una curiosa marcia indietro: riprende in mano la pellicola e la narrazione, apparentemente convenzionale, di una storia d’amore su cui innestare le riflessioni più consone all’autore.
James Miller è un saggista di successo che, in Toscana per una presentazione, conosce una donna e si fa coinvolgere prima in una gita fuori porta e poi in una sorta di gioco di ruolo in cui interpreteranno una coppia sposata da 15 anni: dov’è il gioco e la finzione? Kiarostami, con l’adattamento linguistico di Massoumeh Lahidji, mette in scena un gioco meta-narrativo, esistenziale, psicologico, travestito da commedia drammatica sentimentale in cui il vero fascino sta nei nodi enigmatici, da interpretare.
Se all’inizio, il confronto tra i due personaggi è sul rapporto tra originalità e copia nonché sulla costruzione culturale per cui la copia è inferiore all’originale solo se la si riconosce come tale (eliminando di fatto ogni valutazione oggettiva e delegando tutto alla conoscenza soggettiva), ben presto il film diventa – dopo lo sfizioso dialogo con una barista – una sorta di psico-dramma in cui i personaggi interpretano i loro (doppi) ruoli, facendo riflettere sulla forza dei racconti e delle invenzioni, sui confini labili tra realtà e finzione. Kiarostami cambia spesso le carte in tavola, sposta i personaggi attorno ai luoghi toscani senza mai premere sul pedale del turismo o della bella immagine e, confondendo lingue, parole, toni, crea un altro esempio di cinema intellettuale, ma anche intelligente.
La leggerezza dei toni e del trattamento si sposa con uno stile e un linguaggio a un tempo freschi e seri, dove l’enigma e il mistero dei percorsi intellettuali del regista permettono di seguire i personaggi anche emotivamente con la macchina da presa. Come i dialoghi al ristorante o in macchina ripresi in primi e primissimi piani, addirittura frontali, che segnano gli stacchi dei personaggi e dei loro sentimenti. Perfetta la coppia d’attori, in cui un calibrato William Shimell deve lasciare spazio a una straordinaria Juliette Binoche, bellissima e vera, capace di trasmettere tutto lo spettro delle emozioni umane, indossando orecchini e rossetto. Emanuele Rauco, da “bizzarrocinema.it”

Niente è sicuro, la nostra vita è immersa nell’ignoto. Oppure, tutto è certo, la vita si realizza momento per momento, è fatta di particolari verificabili e discutibili. Come l’opera d’arte, siamo originali ma possiamo benissimo valere come copie e, per paradosso, la copia può essere migliore. Nulla di più difficile che cogliere la verità in noi stessi giacché qualsiasi parola è parte di un circuito, di una rete usuale che la rende “falsa” rispetto alla nostra realtà “unica”. Rischiamo di nuotare nella banalità, il più senplice di noi e il più “evoluto”. Tutto dipende da chi dice, da chi giudica, da chi vede. Se la cosa più semplice la dice un filosofo, tutto potrà essere diverso. William Shimell è James, uno scrittore inglese venuto in Toscana a presentare il suo libro, Copia conforme, in cui ha voluto giocare il tutto per tutto sulla tesi “impossibile” del valore della copia. Juliette Binoche è un’antiquadria francese. Ha un negozio, vive nella provincia toscana. Il figlio, ancora bambino, la studia e la provoca quasi da adulto. Affascinata da James, la donna gli chiede copie con dedica, una per sé e altre da regalare, poi lo invita a fare un giro fino a Lucignano, paesino lindo e pinto dove le coppie vanno a sposarsi e dove il vino e l’olio sono in mostra. Insomma la Toscana degli inglesi e dei francesi. Copia conforme anche quella. Strada facendo, la donna sposta i discorsi teorici verso la pratica dei comportamenti, fino a che dallo spunto di un dialogo con la proprietaria del bar dove lei e James di sono fermati per un caffè e un cappuccino prende forma l’idea, pure conforme, che lo scrittore sia suo marito. Sposati da 15 anni, come fosse vero. Lui tenta di resistere, ma il gioco dei ruoli un po’ lo attrae. Del resto, è anche occasione per sperimentare il fondamento del proprio libro. L’attrazione e la resistenza diventa il tema saliente. Un treno attende James alle nove della sera ma intanto lei lo chiama a visitare l’alberghetto dove si fermarono da sposi. Molto del grado di ambiguità, consustanziale alla costruzione del racconto, è dovuto alla bravura di Shimell, baritono lirico passato al cinema con evidente gusto; ma di certo è il raffinato fascino della Binoche a determinare la qualità dell’astrattezza del film. Mentre l’iraniano Kiarostami conferma la propria vocazione a fondere in un suo specifico rischio estetico la doppia tendenza al documentario e alla metafora (metafisica), è la grande Juliette a realizzare il valore della metafora col suo corpo delicatamente allusivo. Difficile pensare ad una copia conforme.
Franco Pecori, da “critamorcinema.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog