Cella 211

Durante un giro preliminare nel carcere dove di li a poco avrebbe preso servizio come secondino, Juan, si ritrova al centro di una rivolta da parte dei carcerati esplosa proprio nell’ala in cui si trova. Preso dal panico, ma anche e soprattutto, con una certa prontezza di riflessi, si libera dei suoi effetti personali, fingendosi anch’egli un detenuto, nel tentativo di salvarsi la pelle.

Questa è la materia che mette in scena questo duro film carcerario spagnolo, confermando una certa vitalità del cinema iberico, anche nell’ambito di genere, ed in questo caso mettendo un tassello per quanto riguarda i prison movies.

Il film diretto da Daniel Monzòn presente, tra gli altri, anche all’ultima edizione del festival di Venezia, nella sezione giornate degli autori, ci porta ad un paragone con un altro film passato recentemente nelle nostre sale, il profeta. A differenza di quest’ultimo, Cella 211, punta piu’ sull’azione e soprattutto sulla tensione derivata dal possibile e imminente smascheramento del giovane protagonista. E infarcendo il buono e avvincente intreccio con la denuncia, puntando il dito sui discutibili poliziotti, e sulle iniquità della vita carceraria, sulle disumane condizioni che regnano all’interno di questo microcosmo. Quindi, ci sono i “cattivi”, i pericolosi detenuti capeggiati dal duro Malamadre, e poi gli ancora piu’ meschini secondini e poliziotti, o almeno quasi tutti.

Ciò che ne esce è una pellicola secca e trascinante, che tiene fino all’ultimo incollati alla poltrona, pur non essendo esente da difetti, sbavature, come i reiterati flashback in cui vediamo Juan con sua moglie incinta e l’armonia che di li a poco sarebbe stata pesantemente incrinata, interrompendo cosi’ di tanto in tanto il fluire determinato e scevro da fronzoli della vicenda. Ciò non va di certo ad inficiare (pesantemente) la natura di questo prodotto, che è senza ombra di dubbio di buona fattura, ma sicuramente non riesce ad andare oltre, come riusciva e fare il film di Audiard, Il profeta, il quale trascendendo il genere di appartenenza ed evitando alcuni clichè del medesimo, riusciva ad offrirci uno spaccato, una parabola umana nel senso piu’alto e fuori da ogni schema codificato, come il genere, in questo caso carcerario, appunto, di riferimento.

Fabrizio Catalani

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