Bright star

arton20432-4e37d

La storia d’amore tra John Keats e la sua Fanny è, nelle mani della Campion, soprattutto la storia di quest’ultima e del suo amore senza speranza per un poeta squattrinato e ammalato che ha ottenuto la fama che meritava solo dopo la sua morte precoce.
Lezioni di poesia
Con Bright Star Jane Campion, già autrice di Lezioni di piano e Ritratto di signora, torna a cimentarsi con il period drama, stavolta utilizzando materiale biografico ed epistolare. La vicenda è quella di una delle storie d’amore più letterariamente significative del diciannovesivo secolo britannico: quella tra John Keats, autore di capolavori poetici quali Ode to A Nightingale e Endymion, e Fanny Brawne. Ma nelle mani della Campion, eccelsa narratice di condizioni e sentimenti femminili, diventa soprattutto la storia di quest’ultima, una ragazza frivola che passava gran parte del suo tempo libero (e non era poco quello a disposizione di una ragazza nubile di buona famiglia a quei tempi) a ideare e a realizzare i propri abiti, e che, dopo l’incontro con il giovane poeta, impara ad amare la sua arte così impalpabile e mistica senza perdere il contatto con propria quotidianità e gli affetti più cari. La situazione finanziaria di Keats non permette ai due di sposarsi, e gli amici di lui ritengono Fanny una colpevole distrazione, ma il loro legame finisce per vincere ogni difficoltà. Tranne l’ultima, la più insidiosa: la malattia.
Una splendida immagine del film Bright Star
Sulla base di una sceneggiatura ben scritta e intessuta di una grande abbondanza di riferimenti all’opera keatsiana, e con a disposizione supporti tecnici di eccellente livello, la Campion dispone la sua narrazione con la consueta eleganza, ma senza la penetrazione e la complessità dei suoi lavori migliori – ma anche dei meno riusciti. La Campion minore, infatti, peccava di confusione e di freddezza, mai di convenzionalità. Bright Star è sorprendentemente simile a tanti drammi in costume, e per gli estimatori della regista neozelandese non può rappresentare altro se non un brutto risveglio. I meriti del film vanno però riconosciuti e risiedono, oltre che nella pregevole fattura tecnica e realizzativa, anche nell’interpretazione dell’incantevole Abbie Cornish, che ha fatto con la Campion – che in lei deve avere rivisto una giovane Nicole Kidman, e la somiglianza è palese – un lavoro meticoloso. E’ meno incisivo Ben Winshaw, sacrificato d’altronde anche dallo script, che lo inquadra come amante più che personalità sviluppata in sé. Ma Keats entra nel film e nel cuore dello spettatore attraverso i suoi scritti, e non è poca cosa.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

Questo film, che NON VUOLE essere un biopic di John Keats, che SOLO APPARENTEMENTE è un film di costume e che QUASI CERTAMENTE vi sembrerà un tedio senza fine, è probabilmente il più romantico, (in senso letterale-culturale-filosofico, non hovogliadite-mocciastyle), affascinante e riuscito film sulla poesia che (almeno io) abbia mai visto.
La neozelandese Jane Campion ha già diretto “Lezioni di Piano” e “In The Cut”, entrambi film con la costante di certa crudezza di linguaggio (il dito mozzato, l’ambiente scabroso) e soprattutto con protagoniste femminili complesse (Holly Hunter, Meg Ryan).
Ambientato nella campagna inglese vittoriana, “Bright Star” racconta sì la storia di John keats, (sconosciuto e squattrinato e malaticcio poeta romantico isolato e bistrattato dalla critica dell’epoca costretto a farsi mantenere da amici e conoscenti), ma dal punto di vista dell’amata Fanny, anticonvenzionale studentessa di moda.
La “parte” sentimentale del film è timida, celata, discreta; non aspettatevi scene madre da film romantico strappalacrime. Non vi sono grandi frasi da annali del cinema come ci si può aspettare da un poeta romantico. L’innamoramento avviene per dettagli e sguardi. Spontaneo come la poesia di Keats, che afferma nel film “Se la poesia non nasce naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non nasca per niente”.
La stessa figura di Keats (Ben Whishaw, già Rimbaud in “Io non sono qui”) non è retorica e studiata a tavolino per fare impazzire ragazzine allupate. E’ un personaggio mite, per niente ribelle o eroico, colto e, diciamolo, parecchio sfigato. Conscio dei suoi limiti, si lascia cullare un pò passivamente dalle circostanze. Contiene ogni emozione e la condensa in arte.
Fanny invece è determinata, si esprime liberamente, è un personaggio dinamico insomma. Amici e parenti (persino John) cercano di preservarla dal certo dolore di una relazione senza prospettive, impossibile.
Il ritmo non è mai da sbadiglio, le sequenze alternano la tranquillità della brughiera inglese e la quotidianità borghese della famiglia di Fanny con l’acuta sofferenza della sua relazione.
La recitazione, comunque eccezionale, impallidisce però a confronto con l’estetica del film: la regista sembra più interessata ai fiori attorno ai due amanti distesi sulla brughiera inglese che agli amanti stessi. Tutto il film ruota attorno a loro due, senza essere MAI loro due. Ogni azione dei due amanti è sempre contenuta, ma è solo la punta di un iceberg di profonda passione e desiderio.
L’attenzione ai particolari (fiocchi, merletti, cappelli, posate) supera quelli del normale film di costume. Mai niente di eccessivo, l’equilibrio del film è assoluto. Il tempo è quello delle stagioni e delle foglie, non ci sono colpi di scena. Solo la malattia del poeta, morto a 25 anni in totale povertà rompe l’idillio.
Stella luminosa, fossi fermo come tu lo sei…
da “debaser.it”

Cinema è poesia.
La storia vera di un grande amore, di un grande poeta e della sua amata, di colori, note, odori, lacrime, sorrisi rubati, una storia eterna, così come è ogni amore che è degno d’essere chiamato tale.
Bello, perché bello, caldo, perché caldo. Vero perché vero, come quando nessuna parola basta e descrivere e tutte sono necessarie ma nessuna indispensabile; perché solo lo sguardo di chi ha amato può comprendere, solo il sospiro di chi ha perso in amore guadagnando l’eternità può riconoscere.
Il film di Jane Campion, “Bright Star”, è veramente un bel film, di quelli che meriterebbero i maxischermi, la stereofonia, e un’ottima distribuzione. Magistralmente interpretato dai due protagonisti, Ben Whishaw alias John Keats e la bellissima Abbie Cornish, Fanny Brawne.
Una storia fine, delicata, non per tutti probabilmente, perché pochi hanno in sé il germe dell’amore e della poesia. Non v’è dubbio che Jane Campion narri questa splendida cangiante fresca triste storia con maestria e poetico animo. Ogni inquadratura, ogni paesaggio disegnato dalla regista, gronda poesia, ogni ricamo, ogni utensile, ogni abito, ogni cosa è un affresco delizioso di un mondo scomparso eppure così vivido e reale.
”Bright star”Con animo malizioso e prevenuto si potrebbe pensare che dopo il grande successo di “Lezioni di piano” (Palma d’oro vinta nel 1993) la Campion furbescamente voglia rigiocarsi la carta, con “lezioni di poesia”, ma appena la pellicola inizia si viene avvolti dalla buona fede di chi racconta, Fanny in questo caso, la protagonista del film, nuovo personaggio femminile, intellettualmente dotato ed incorrotto. Fresca, vivace, diversa, particolare, senza aver paura d’esserlo, padrona del coraggio e della voluttà di chi sa osare. Fanny ci descrive una Londra campagnola, intrisa di cultura e poesia, paesaggi quasi metafisici, e la sua abilità, la sua caparbietà nel disegnare modelli per i propri abiti che per tutta la durata del film sfoggerà con leggiadria soggiogando lo sguardo dello spettatore e ancor più delle spettatrici. In quest’ambiente familiare, giocondo, incontra John Keats, il grande poeta inglese, (uno dei principali esponenti del romanticismo).
”Bright star”Ed ecco la storia, ecco due provetti Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, ecco il dramma, ecco l’amore, ecco la poesia: sta tutto racchiuso in questi due giovani e nel loro amore impossibile, inaccettabile, che sfida tutto, e arriva all’estasi, alla negazione di se stessi!
Amore racchiuso nelle poesie di Keats, negli abiti neri che Fanny cucirà ed indosserà per dolore, nei capelli belli e morbidi della dolce protagonista che con un taglio di forbici verranno spazzati via dal viso splendido e alla fine disperato di Fanny assieme a tutti i suoi sogni…………………………!
Quanti di voi hanno potuto vivere un amore così? Attendo confessioni!!!!!
Monica Aschieri, da “cinemecum.it”

Natalia Aspesi
La Repubblica
In tempi d’ intrattenimento volgare, può sembrare un atto di coraggio sconsiderato fare un film che ha al centro la grandezza della poesia; ma chissà che non ne nasca una virtuosa tendenza. Si riscopre il poeta romantico inglese John Keats, in Italia nel bel libro Vite congetturali di Fleur Jaeggy, qui a Cannes nel film della neozelandese Jane Campion, Bright star, che con esaltante dolcezza e incanto davvero poetico, evitando le noie delle biografie, racconta gli ultimi due anni di vita del giovane Keats, vissuti nella passione contraccambiata per la coetanea Fanny Browne. Jane Campion è la sola donna regista ad aver vinto una Palma d’ oro, nel 1992, con Lezioni di piano, e in ogni suo film c’ è sempre al centro un’ eroina in lotta con le convenzioni sociali e ansiosa d’ amore. Qui, tra immagini meravigliose di interni di belle case Regency e immensi campi fioriti alla periferia di Londra, all’ inizio pare che stia per svolgersi una battaglia femminista tra poesia e ricamo, essendo la poesia un’ arte maschile e il ricamo, allora, il solo modo di esprimersi del talento femminile. Per fortuna non è così. Siamo nel 1818, Keats (Ben Wishaw) ha 23 anni, è orfano e senza un penny, sua madre è morta di tisi, di tisi sta morendo il fratello Tom, e anche lui sputa sangue; le sue poesie, così immaginifiche e malinconiche esasperano i critici ma commuovono la vicina Fanny (Abbie Cornish) molto carina anche se deturpata dalla moda d’ epoca, bruttissima, con cuffiette in casa e cappelloni a megafono fuori, vita alta e gonne sopra le caviglie. L’ amore è infuocato perché casto, e tra i tanti film dove in totale nudità si geme e ci si divora e ci si penetra dappertutto e fin troppo, questa passione tra corpi completamente abbigliati e distanti, quegli sguardi di luce che fanno arrossire, quello sfiorarsi le guance con un’ intimorita carezza, quelle attese di cui pare di sentire i battiti del cuore, quei baci sulla bocca come tra due bambini, risultano essere per ora, il solo momento veramente erotico del Festival. Senza televisione, si capisce che allora sì ci si divertiva davvero in compagnia: pranzi e danze, concerti e cantate in casa, lettura di poesie, corteggiamenti muti. O fruttuosi, mettendo incinta la cameriera, come fa l’ amico e protettore di Keats, Charles Brown, (Paul Schneider) che forse ama in silenzio Fanny e forse la detesta perché distrae il poeta dalla sua arte; anche se invece i suoi versi più belli, come Ode to a nightingale sono ispirati da lei. Allora era ovvio che una ragazza di buona famiglia non sposasse uno senza soldi, né cedesse al desiderio: quando lui, a spese degli amici tra cui Shelley, parte per l’ Italia per curare la tisi, lei non lo può seguire. Le lettere di lei sono andate perdute, quelle di lui sono tra le più belle missive d’ amore mai scritte da un uomo. «Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’ acqua» è l’ epigrafe sulla tomba romana del poeta morto a 25 anni, nel febbraio del 1821. Fanny si cuce un vestito tutto nero, da vedova, ma poi, e questo il film non lo dice, pochi anni dopo si sposerà, avrà tre figli, e morirà a 65 anni.
Da La Repubblica, 16 maggio 2009

Amanti fra i giacintí Inghilterra 1819. Un giovane John Keats si invaghisce della sua vicina di casa. Visita sul set del film di Jane Campion. Tra fiori, poesia e invincibili passioni
di Agnes Catherine Poirier L’Espresso
È una visione incantevole. Non appena si entra in questo sottobosco appartato nel cuore della contea del Bedfordshire, si mette piede su un tappeto di giacinti selvatici che sì estende a perdita d’occhio. Il campo visivo si riempie di verde e di violetto, senza traccia dei cielo blu, se non per qualche bagliore di luce qua e là, per qualche raggio di sole che filtra dal fogliame degli alberi. In lontananza, la silhouette di una fanciulla elegante, che indossa ori abito di fine lana grigia e stivaletti neri e porta una treccia arrotolata a chignon molto alto sul capo. Cammina furtivamente dietro una siepe di bosso. Il naso leggermente all’insù, la fronte appena arrotondata, le guance rosa fanno pensare a una Nicole Kidman giovane. Anche questa fanciulla è australiana e si chiama Abbie Cornish. Ha 25 anni ed è la star della regista neozelandese Jane Campion. Unica donna ad aver vinto la Palma d’Oro per “Lezioni di piano”, nel 1993, la Campion torna al cinema dopo cinque anni di assenza, dopo il thriller erotico con Meg Ryan “In the Cut”. Ha utilizzato questi cinque anni per scrivere una delle più belle storie d’amore, quella tra il poeta inglese John Keats e la giovane Fanny Brawne, una vicenda che finisce male, ovviamente, come tutte le storie d’amore più belle.
Siamo nel 1819. John Kews ha 23 anni, ed è un poeta apprezzato. È il maggiore di cinque fratelli (a cui fa un po’ da papà), in difficoltà economiche, John decide di abbandonare gli studi dì medicina, che avrebbero potuto garantirgli la sicurezza materiale, per dedicarsi solo alla poesia. E quando suo fratello Thonnas muore di tubercolosi, accetta la generosa offerta del suo amico Charles Brown e va ad abitare a casa sua. Brown è un amico possessivo, vuole Keats tutto per sé, dice di volerlo proteggere da Fanny Brawne, 18 anni, loro vicina di casa. Il temperamento di Fanny, appassionato e puro, e la sua bontà conquistano però il cuore dei poeta. Mala famiglia della giovane e gli amici di John si alleano contro il loro amore nascente, anche se nulla potrà più dividerli e si ameranno fino alla fine.
Sul limitare del sottobosco, tra i giacinti selvatici, si trovano la casa di campagna nella quale vivono Fanny, suo fratello, sua sorella e la loro madre, e la casa di Charles, dove abita Keats. Sono due belle dimore in stile georgiano, di proprietà della famiglia dei banchieri britannici Amro, ubicate nel cuore di una grande proprietà che comprende anche un’azienda agricola, un lago, i campi, un bosco e un giardino all’inglese. È una tenuta che soddisfa tutti i desideri e le necessità della troupe cinematografica. Jan Chapman, la produttrice del film, improvvisa una visita guidata.
Mentre ci avviamo verso la casa di Farin ne incrociamo il proprietario in bici, seguito dal suo labrador, intento a sorvegliare che i cavi sistemati dalla produzione non intralcino la circolazione dei trattori. «Siamo stati fortunati a trovare queste due case affiancate. Keats e Fanny abitavano a Hampstead Heath, un quartiere a nord di Londra che all’epoca assomigliava a questa campagna. E poiché ci troviamo a mezz’ora di treno da Londra, la troupe ogni sera può rientrare a casa. P importante e si risparmia ». Altro dettaglio determinante per la scelta dì questa proprietà bucolica è stato un segno del destino: imboccando li stradina di campagna che conduce alla proprietà si incontra un pub. Sa come si chiama? Bríght Star. Talvolta occorre dare ascolto ai piccoli segnali».
Una volta trovata la location, è toccato a Janet Patterson, scenografa e costumista di molti film di Jane Campion, dare il suo contributo. Nella casa di Charles ci sono due stanze di importanza cruciale per le vicende narrate nel film: sono la camera di Keats e il salotto nel quale il giovane si barrica per comporre i suoi versi. Il pavimento scricchiola quando ci si avvicina al salotto. È buio. Giureresti di avvertire un vago sentore di tabacco. Dietro un divanetto Chesterfield mezzo sfondato, collocato davanti al caminetto, su uno scrittoio di forma ottagonale rivestito di pelle sono sparpagliati fogli manoscritti, e su di essi spiccano i versi che tutti gli inglesi hanno imparato a scuola, “Ode a un usignolo” o “La vigilia di Sant’Agnese”. Questa stanza proietta un’atmosfera straordinaria: ci si aspetta quasi di vedere da un momento all’altro aggirarsi Keats in carne e ossa. Al piano superiore, nella camera verde mandorla inondata della luce del sole, basta la presenza di una chaise longue con qualche cuscino e un piumino a far intuire che è li che il giovane vivrà i suoi ultimi istanti di vita in compagnia di Fann}, quando la tubercolosi lo colpirà. Sul parquet non c’è forse un fazzoletto macchiato di stille di sangue? La ricostruzione è perfetta, più reale della realtà. Il visitatore è sopraffatto dall’emozione. È stato dopo aver letto la biografia di Keats firmata dal poeta inglese Andrew Motion che Jane Campion ha deciso di scrivere la storia dell’amore poco documentato tra Fanny Brawne e John Keats. «Andrew è stato meraviglioso: ha riletto la sceneggiatura, ha fatto qualche osservazione utile. Dettagli, ma dettagli importanti. È dai dettagli che dipende la tonalità giusta. E poi, elemento cruciale, ha dato anche qualche lezione di poesia e di declamazione di versi agli attori».
Fuori, in questo bel pomeriggio di maggio, primo vero giorno di primavera in Inghilterra, il vento soffia sugli alberi, e gli alberi da frutto si ammantano dei colori splendenti dei loro fiori. Un po’ più in lontananza, seguendo i cavi elettrici, arriviamo nel punto in cui Jane Campion prova con il giovane attore Ben Whishaw la scena del susino sotto il quale Keats compose l’Ode a un usignolo”. È un’altra panoramica idilliaca. Seduta su una cassa di legno, con gli occhi fissi al monitor, la regista dai lunghi capelli bianchi segue concentrata l’azione e non esita a rivolgersi all’attore durante la scena per dirgli, se è il caso, di prolungare un’emozione o di far durare più a lungo un gesto. L’atmosfera le è propizia: sul volto dell’attore, sulle sue mani che scrivono e sulla pergamena che si riempie poco alla volta di versi il sole gioca a nascondino, accentuando la sensazione di totale comunione tra il poeta e la natura. «Cut!». L’atmosfera, distesa, potrebbe preludere quasi alla contemplazione. «La poesia è inebriante», chiosa Greigg Fraser, il 32enne direttore australiano della fotografia: «Non vogliamo perdere tempo con una luce artificiale e sofisticata: cerchiamo di utilizzare il più possibile la luce naturale del giorno, anche per gli interni. Dal punto di vista estetico ci siamo ispirati, per esempio, alla serie dei “Covoni di fieno” di Monet. Tra una ripresa e l’altra, Ben Wishaw resta calato nel suo personaggio. Composto. Taciturno. Pur circondato da vicino da sei tecnici, non abbandona mai con lo sguardo i fogli sui quali continua a scrivere, imperturbabile. Appare fragile e preoccupato, pare quasi fluttuare nella sua redingote di lino grigio. Esattamente come Abbie Cornish, alias Fanny Brawne, che è appena arrivata. A pochi metri dal susino, su una pedana è stata collocata una finestra. È il suo turno adesso di girare una scena muta, fatta di sguardi. Facendo credere di trovarsi nella propria abitazione, la giovane osserva dalla finestra l’amore della sua vita. Il vento muove le tendine. «Ho voluto cogliere e rappresentare ciò che si prova con il primo amore», spiega Jane Campion: «Quel sentimento segna tutta la vita, sovrasta, definisce nel profondo la persona che si diventerà». Appuntamento a Cannes 2009.
Da L’Espresso, 22 maggio 2008

Ballata d’amore nel nome di Keats
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto
Fotogramma di un film senza inizio e senza fine… è l’immagine che strega John Keats, il grande poeta romantico inglese, un movimento congelato nel tempo, lo scatto verso la bellezza che mai sarà raggiunta. Ed è questa la liaison di Jane Campion con i poemi di Keats, sensualità ripresa un momento prima di diventare materia, prima che il paesaggio perda la sua luce. Dalle Lezioni di piano (Palma d’oro 1993, l’unica vinta da una regista), la cineasta neozelandese passa alla «lezione di poesia» con Bright Star (concorso), la stella luminescente che intitola i versi scritti da Keats nel 1819 e dedicati a Fanny Brawne, un amore rimasto sospeso e sempre immutabile per vivere così per sempre – o spegnersi nella morte».
Bright Star è all’inseguimento delle parole di Keats (Ben Whishaw), non un film biografico, ma «una ballata» alla maniera del poeta, come dice la regista nell’incontro stampa. Ed è lo sguardo di Fanny (Abbie Cornish) ad evocarlo, la ragazza incontrata ad Hampstead, nella casa di campagna a nord di Londra, impertinente ricamatrice che si cuce gli abiti da sé in una ossessiva composizione di merletti come ideogrammi, l’ago al posto della penna, su e giù nel lino bianco. Il film si apre così, con un erotico primo piano di lente perforazioni del tessuto evocando i preliminari di Lezioni di piano. Sono le lettere d’amore spedite a Fanny che tirano il filo del ricordo di Keats, morto nel 1821 a 25 anni di tubercolosi (come il fratello minore e la madre). Morto a Roma dove lo aveva invitato l’amico Shelley per sottrarlo al freddo clima inglese. Piazza di Spagna vuota vista dall’alto in una scena fantasmatica con la bara nera sullo sfondo di Trinità dei Monti. Sarà seppellito nel cimitero acattolico, alla Piramide. L’epitaffio sferzante contro la critica che ha stroncato dopo Poems anche la raccolta Endymion – Keats non piace all’Inghilterra dell’industrializzazione montante – termina così: «Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua». Fu poi Oscar Wilde, adorante sulla sua tomba, a cantarne la grandezza.
Breve fu la vita felice di John Keats, che nel suo incontro con Fanny dà il meglio di sé (scrive Ode on a Grecian Urn, Ode on Melanchony, Ode to a Nightingale) nonostante l’ostilità al suo innamoramento dell’amico Charles Brown, beffardo e brutale con la ragazza, geloso di ogni gesto del poeta. Ancora un trio alla Jules e Jim con la donna che disturba l’ordine creativo quando è lei a insegnare un’eccentrica forma di meditazione in quel infinito cucire. Il «poema narrativo» di Jane Campion si esercita nel racconto di un quotidiano reso straordinario, nella ripetizione, nell’attesa, negli esterni emozionali, prati monocromatici di fiori, come il blu della lavanda.
Keats distrusse le lettere di Fanny e così è Jane Campion a prenderne il posto, guarda con i suoi occhi il fragile corpo malato, lo rievoca, gioioso, «anche a me piacciono gli scherzi» dice lei alle sue battute, e reinterpreta quei giorni a Hampstead seguendo il filo della biografia di Andrew Motion, la storia romantica di un romantico, a passeggio nella campagna inglese. Il vero dandy è Fanny, la «musa» che si fa agente attivo, più «presente» di Keats, capace di estrarre sinfonie dal muro che la divide dall’amato (vivranno per un periodo nella stessa casa, quella di Brown), la mano protesa ad accarezzare la parete che li separa di notte, o alla vetrata che dà sul parco pronta a distrarre il poeta e a farlo sorridere contro il ringhiante Charles. La ragazza sconosciuta, Fanny Brawne, non avrebbe avuto altro che il suo solitario ricamo se non avesse incontrato Jane Campion per riscrivere da un certo punto di vista un «monumento», sottraendolo al genere storico. Che effetto avrà fatto al poeta quell’assurdo abito bianco a plissé, la corta giacchetta rossa militare, un ampio giro collo di voile… a ogni inquadratura Fanny cambia vestito, tutti in stile impero, stoffe cangianti, intarsi, una polifonia di apparizioni, mentre a lui, poverissimo (suo padre era stalliere e muore presto lasciandolo alla nonna), manca perfino il mantello e sotto la neve finirà per ammalarsi. Intorno ai due innamorati, Romeo e Giulietta divisi da ragioni economiche (lui non può sposarla, non ha risorse), l’interferenza continua di un fratello e di una sorellina, incaricati di sorvergliarli. Molto bella la scena in cui la bimbetta dai capelli rossi si gira di scatto per sorprenderli mentre si baciano e loro si immobilizzano di colpo in buffe pose come marionette. Nel ruolo della madre c’è l’attrice cult della regista, Kerry Fox, protagonista di Un angelo alla mia tavola, 1990), ovvero un altro poeta, Janet Frame.
Jane Campion distilla la genesi dell’amore e i suoi effetti «tossici» sulla vita come opera d’arte, la poesia come una droga. È la lontanza disperata che incanta Fanny e devasta Keats, l’ossessione uno dell’altro, Adele H al quadrato. Ed è questa impossibilità ad arrivare alla fine, chiudere il poema, toccare la «bright star» che irradia dallo schermo l’opera di John Keats.
Da Il Manifesto, 16 maggio 2009

Davide Turrini
Liberazione
Dovreste vederli quanto sono graziosi. Il giovanissimo John Keats (Ben Whishaw), poeta romantico dei primi dell’800, con frac da campagna blu a doppie punte, mentre sfiora le labbra e le mani dell’altrettanto giovanissima Fanny Brawne (Abbie Cornish), studentessa, sarta fantasiosa, vicina di casa del poeta. Sono scene di casto amore tratte da Bright star , in concorso ieri a Cannes 2009, della rediviva Jane Campion. Lo scenario è l’Hampstead village, nord est di Londra, nel 1818. Fanny cuce abiti rigati, colorati, setati, drappati. Si veste con eccentrica eleganza fatta di cappelli senza un pezzo posteriore di tesa, scarpine da ballerina con lacci attorno al polpaccio. Forbici, punto croce e il viso di Keats sono il suo orizzonte quotidiano. John Keats è esile, fragile, malato. La tisi lo divora alveolo per alveolo, ma ha quel febbrile ed emaciato fascino del poema che vola lieve a mezz’aria, come le farfalle che invadono la stanza di Fanny e dalla sorellina o come si decanta in sovraimpressione: «Sogno che siamo farfalle, che non vivono che tre giorni. Con te saranno più piacevoli che cinquant’anni di una vita ordinaria».
Campion ritorna al racconto in costume, demanda estrema attenzione all’equilibrio cromatico, attinge figurativamente a suggestioni dei suoi ritratti di signora (Fanny in primo piano con cappello che fugge) e di angeli alla sua tavola (la sorellina di Fanny ha lo stesso viso pel di carota). Dà libero sfogo a gesti come l’annusare pagine di libri, regalare all’innamorato ciocche di capelli, scrivere infinite lettere d’amore. Recupera la centralità del sentimento, dell’intensità della passione con un palpitare del cuore che non può lasciare indifferenti. Tutto tra Keats e Fanny avviene con delicatezza, senza bisogno di un accoppiamento, di un approccio carnale. Parlano i versi del poeta, i volti, le semplici e piene presenze in scena. Fino a quando non è la malattia e infine la morte a decretare la fine.
Da Liberazione, 16 maggio 2009

Bright Star, un amore da poesia
di Lietta Tornabuoni La Stampa
Un film d’amore perfetto, bello come una poesia e commovente come una canzone, è la nuova opera della geniale Jane Campion. Bright Star (il titolo è l’inizio di un poema amoroso, «Stella lucente») è la storia della passione casta e sensuale, romantica e intensa, del giovane inglese John Keats e della sua vicina di casa Fanny Browne. Era il 1818, a Londra e nelle campagne circostanti. Lui aveva ventitrè anni, lei diciannove. Lui era poeta, lei una borghese che imparava le tecniche del cucito e lo stile della moda. Lui, senza un soldo, fratello d’un ragazzo malatissimo, mantenuto da un amico che lo ammirava, non avrebbe mai potuto sposarla: nella società dell’epoca, il loro amore appassionato era impossibile. Arrivati all’ossessione romantica, dovettero separarsi: lui, malato di tubercolosi, andò a passare l’inverno 1820 nel clima mite di Roma («Dubito che ci rivedremo su questa terra»), dove morì nel febbraio del 1821 a ventisei anni. Lei come una vedova portò il lutto per tre anni, passando ore nella propria stanza a rileggere le lettere d’amore di lui; più tardi, nel 1833, si sposò, ebbe due figli. Non tolse mai l’anello che Keats le aveva dato.
La storia di dolore, di bellezza e di innocenza, raccontata in maniera meravigliosa, aiuta a ricordare cosa davvero possa essere l’amore, così diverso dal sentimento egocentrico e narcisista a cui siamo ora spesso abituati. Sono bellissimi la delicatezza, l’intensità d’amore, i piccoli baci e le carezze leggere che gli innamorati si scambiano, le loro infinite invenzioni per vedersi e sentirsi vicini. La musica come la Natura sembrano volersi armonizzare alla coppia. Lo stile asciutto, rapido come in un film del Duemila, corrisponde magnificamente alla giovinezza ricca di slanci dei due protagonisti; le inquadrature sono affascinanti come bei quadri e come l’estetica romantica della vicenda; i due giovani attori inglesi, schietti ed entusiasti, sono bravissimi. Jane Campion ha un’invenzione narrativa molto raffinata: l’intera storia appare vissuta dal personaggio meno celebre, la ragazza, ostinata e forte come tante personalità femminili dei suoi film. Bright Star, tragico e tenero, è una completa riuscita.
Da La Stampa, 11 giugno 2010

Keats e Jane Campion due poeti, un gran film
di Fabio Ferzetti Il Messaggero
Il bello dei grandi registi è che reggono nel tempo: possono sbagliare un film ma prima o poi tornano in sella con un lavoro che lascia senza fiato per coraggio, precisione, emozione. È il caso di Jane Campion che firma con Bright Star il suo film migliore insieme a Sweetie e Un angelo alla mia tavola e non era una scommessa vinta in partenza.
Trattandosi del casto, assoluto, infelicissimo amore fra il grande e squattrinato poeta inglese John Keats, destinato a morire 25enne di tisi nel 1821, e la sua vicina di casa Fanny Brawne, giovinetta di buona famiglia e cattivo carattere, appassionata di moda e cucito quanto Keats lo è di letteratura e poesia, era facile infatti cadere nel “poetico” o nel decorativo come tanto pessimo cinema in costume. Jane Campion invece ci dà un film formidabile fin dalla scena inaugurale – quell’ago che cuce in primo piano, ambasciatore di purezza, fragilità, attenzione, piacere, dolore – e così emozionante da mettere a disagio. Come se un bel film d’amore ci scoprisse di colpo disarmati, privi del vocabolario e degli strumenti per affrontare il sentimento più naturale (e abusato) che vi sia.
Eppure non c’è trucco. La bellezza del film sta nelle ambientazioni in miracoloso equilibrio fra precisione storica e forza metaforica. Nella semplicità (apparente) con cui ogni impennata verso il sublime è riportata a terra da un dettaglio insieme poetico e materiale. E naturalmente nell’estrema accuratezza con cui sono tratteggiati insieme epoca (usi, mentalità, occupazioni, aspettative, privilegi) e personaggi, dal primo all’ultimo.
Non solo dunque i portentosi Ben Wishaw e Abbie Cornish, il giovane poeta dalla salute incerta e l’animo ulcerato («Non sono sicuro di nutrire i sentimenti richiesti verso le donne») e la sua amica prima diffidente poi così intimamente legata a lui da soffrire ogni minima assenza, ma anche i comprimari. La famiglia di lei, madre, fratellino e sorellina, testimoni e spesso complici di quell’amore che cresce circondato da una natura incantevole (anche qui nessun estetismo, in Bright Star ogni inquadratura, ogni albero, ogni prato fiorito segue una segreta, ferrea, gioiosa logica musicale). E l’amico e padrone di casa di Keats, compagno di scrittura e guardiano del suo talento, il grezzo, agiato, materiale (ma mai odioso!) Mr. Brown, perfetto contraltare alla purezza quasi soffocante di quell’amore mai consumato.
Con qualche inciampo nella seconda parte, troppo debitrice alle citazioni letterarie, riscattato da una capacità di rendere tutto caldo, vivo, presente, che assegna a Bright Star un posto pressoché unico nel cinema di oggi. Un film d’amore moderno senza essere modernista, sapiente ma mai scostante, nutrito di verità storica senza però esserne schiavo. Una ballata, dice la Campion. Forse un modello.
Da Il Messaggero, 11 giugno 2010

Voce di Fanny voce d’amore
di Alberto Crespi L’Unità
Jane Campion è nata a Wellington, Nuova Zelanda, il 30 aprile del 1954: e non si dovrebbe mai dimenticare che la Nuova Zelanda è il primo paese al mondo nel quale le donne hanno ottenuto il diritto di voto. Jane Campion non è necessariamente una femminista, ma poco più di un anno fa, al festival di Cannes (che rimane l’unica donna ad aver vinto, con Lezioni di piano), rispondeva così alla domanda sul tema: «Penso non si possa essere donne senza essere un po’ femministe, ma penso anche che siamo tutti umani, che gli uomini hanno lati femminili – e meno male! – e noi donne abbiamo lati maschili. Io, ad esempio, ho dovuto costruirmi una corazza da maschio a inizio carriera, per sopportare certe critiche feroci ai miei primi film. Le donne hanno fatto grandi progressi nel cinema, ma vorrei vedere più registe donne. In fondo siam più della metà degli esseri umani, e li diamo alla luce tutti quanti!». Tutto ineccepibile, e coerente con il film che Jane presentava in concorso sulla Croisette nel maggio del 2009: Bright Star, dedicato alla storia d’amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne. Una storia sulla quale abbiamo libri e testimonianze, ma solo una «voce»: la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conservò a lungo. Paradossalmente Jane Campion, scrivendo il film, ha dovuto rovesciare il punto di vista e inventare una seconda «voce» che, almeno per iscritto, non ci è giunta: quella di Fanny. Il film, infatti, non è la storia di John Keats: è la storia di come Fanny Brawne si innamora di John Keats e della sua poesia. Ma non crediate che si tratti della solita storiella romantica sulla fanciulla sognatrice infatuata del poeta: Bright Star è anche il confronto fra due creatività, perché Fanny Brawne è una stilista del suo tempo – Inghilterra, primo Ottocento – e adora inventare cappelli e vestiti. Non a caso il film si apre con un’immagine che forse solo l’occhio di una donna regista poteva concepire, il primissimo piano di un ago che penetra una stoffa bianca, e finisce con un’immagine speculare, un altro ago che cuce una stoffa nera. Fra i due aghi, passano anni e irrompe la morte, perché John Keats muore a Roma, a soli 26 anni, il 23 febbraio del 1821. Fanny gli sopravvive portando per tre anni il lutto, pur non essendo i due sposati: «All’epoca – è sempre Jane Campion a parlare – le donne cucivano e aspettavano, aspettavano e cucivano. Eppure il cucito, nel film, è la parte creativa di Fanny, e diventa lo strumento per raccontare Keats attraverso lei». PUNTI DI VISTA Il punto di vista femminile è ciò che salva Bright Star dalla convenzione del «film in costume sull’Inghilterra dell’Ottocento», un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi capolavori e molti film oleografici. Jane Campion ci aveva provato nel 1996 con Ritratto di signora , ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l’aveva forse bloccata. Portando la figura del «grande scrittore» davanti alla macchina da presa, si è come liberata dell’ingombro della trama e ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un uso sapiente della parola scritta può suscitare in un lettore – o una lettrice: un tema romantico, certo, ma anche fortemente fisico, intimo, che Jane Campion aveva già analizzato in Lezioni di piano usando la musica come grimaldello narrativo. Bright Star non è di quel livello, ma è sicuramente un film molto sentito, il migliore della Campion da svariati anni a questa parte. Alla buona riuscita concorre l’azzeccata scelta dei protagonisti Abbie Cornish e Ben Whishaw, che dopo la prima cannense del film non hanno smesso un attimo di lavorare e sono destinati a un futuro da star, mentre Kerry Fox, che nel 1990 era la conturbante Janet Frame di Un angelo alla mia tavola, ha vent’anni dopo l’età giusta per interpretare la madre di Fanny.
Da L’Unità, 11 giugno 2010

Adélaide de Clermont-Tonnerre
Il Giornale
Bright Star (Stella splendente) racconta il legame fra il poeta John Keats e Fanny Brawne, sua stupenda vicina di casa. Incarnazione dell’estetica romantica, i giovani eroi sono poveri e belli. S’amano, non si possono sposare, tossiscono molto. Bright Star trae il titolo da una poesia di Keats, scritta per Fanny sulla seconda pagina di copertina della sua raccolta di opere shakespeariane. Secondo le parole della regista, è stato concepito «come una ballata, simile a Eve of St Agnes di Keats.
Magnifiche le scene iniziali, che connettono sartoria, passione di Fanny, e poesia, ambizione di John. I personaggi sono bene interpretati, nonostante scene troppo lunghe e prevedibili. La Campion è però riuscita, come voleva, «a evitare la maniera dei film in costume». E si è staccata dalla biografia, inventando i legami visivi e narrativi utili all’intreccio. «Ho letto la biografia di Keats di Andrew Motion e m’ha colpito il momento dell’incontro con Fanny. Mi sono innamorata della loro storia, ero affascinata e commossa dalla loro sofferenza, dalla bellezza e dall’innocenza del loro amore… Ma non i film biografici non mi piacciono. Ho cercato un’ottica specifica, quella di Fanny, di cui non si sa quasi nulla».
Doti del film, nonostante i luoghi comuni, è riscoprire la poesia di Keats ed esplorare l’apprendimento dell’amore e dei suoi dolori, grazie al personaggio di una giovane sfrontata, arrogante, che spezza la forza dei suoi sentimenti per un uomo condannato. Jane Campion ha detto d’aver pianto leggendo la morte di Keats.
Da Il Giornale, 16 maggio 2009

La Campion e i segreti degli amanti
di Valerio Caprara Il Mattino
Un film come «Bright Star» pone seri problemi al recensore. Si tratta, infatti, di un’opera così metaforica, elegante, palpitante da doversi aspettare accoglienze del tutto contrapposte: a qualcuno la passione mai consumata tra il giovane poeta John Keats e la febbrile vicina di casa Fanny Brawne sembrerà un capzioso ghirigoro letterario, ad altri la tessitura per immagini della quintessenza dell’amore romantico. Jane Campion, la regista neozelandese di «Lezioni di piano», s’immerge infatti negli ultimi tre anni della breve vita di Keats cercando di ritagliarsi un tempo cinematografico particolare, denso di risonanze segrete, scandito dai sottili sottintesi o dai repentini slanci e illuminato dai bagliori di una felicità chiaramente impossibile. C’è tutto e niente, insomma, nella storia della relazione che nasce tra il ragazzo figlio dello stalliere, malato di letteratura e di tisi, destinato a morire a Roma nel 1821 all’età di venticinque anni e la sua musa di buona famiglia, pionieristica creatrice di moda, anticonformistica padrona dei propri sentimenti… Da Hampstead Heath a Londra la differenza di censo non smette di ostacolare il connubio, ma la regia ha il buon gusto di non tentare la pantomima del «poeta all’opera» e di disseminare i riferimenti keatsiani nella selezione delle inquadrature, dei gesti, dei costumi, dei dialoghi: siamo all’alba dell’Ottocento e l’erotismo inespresso pulsa sottopelle degli intonati protagonisti Abbie Cornish e Ben Whishaw, prima d’espandersi nell’impasto della fotografia impressionistica di Greig Fraser. Il film può anche apparire a tratti freddo e notarile, ma è evidente come la Campion cerchi di schivare accuratamente il manierismo: la classe stilistica va di conseguenza rinvenuta nei dettagli, nel simbolismo ossessivo del ricamo e soprattutto degli abiti che Fanny inventa e poi indossa comunicando idealmente con i versi che incarnano la «divisa» del poeta. L’intarsio offre varie angolature di visione, prima fra tutte quella dell’eroina che si batte contro le convenzioni sessiste, ma non siamo sicuri che il film possa reggere a intrusioni così rudi. Il gioco che coinvolge anche riusciti personaggi di contorno è, in fondo, lo stesso praticato dal morituro che Percy B. Shelley invita nella sua dimora di Piazza di Spagna: una sfida estenuante al desiderio d’immortalità che solo i perfetti amanti credono, nei pochi giorni felici a loro concessi, di potere intraprendere e vincere.
Da Il Mattino, 12 giugno 2010

Campion e Keats, ode all’amore con occhi da donna
di Davide Turrini Liberazione
Un’ode all’amore comincia sempre dall’infinito. Da quella insondabile, irrazionale, inafferrabile profondità dell’anima che mescola il contrasto tra vita e morte, piacere e sofferenza, eccitazione e strazio. Bright star , ode cinematografica all’amor puro, casto, totalizzante, è tranche de vie che raccoglie frammenti di vita amorosa tra il giovanissimo poeta romantico John Keats (Ben Whishaw) e l’altrettanto giovane, casuale e temporanea vicina di casa Fanny Browne (Abbie Cornish), tra l’inverno del 1818 e quello del 1821 nell’Hampstead Village del nord-est londinese. Keats fornisce sia il dato storico ed extradiegetico delle coordinate storico-letterarie dell’ambientazione, sia l’affabulante, ipnotica strutturazione poetica e metrica dell’ode. Invece Jane Campion, ferma al palo dal 2003 con In the cut , fa filtrare il racconto della nascita, sviluppo e apoteosi del sentimento tra i due, attraverso la figura di Fanny.
La ragazza è corpo, anima e sguardo con cui ascoltiamo, scrutiamo, sentiamo il costruirsi dell’amor gentile e appassionato, impossibile da tramutare in matrimonio (lui è un povero squattrinato), con aleggiante fine tragica (lui è malato di tisi fin quasi da inizio film). In questo la naturalità con cui Campion prepone lo sguardo femminile a quello maschile, con cui eleva a forza trainante e peso dominante il ruolo della donna su quello dell’uomo, vale già mezzo film. Osservate l’inquadratura frontale, mezzo busto, con Fanny e John sul divano: lei lo accoglie in maniera materna, soverchiante, avvolgente, ponendogli una mano sul capo e spingendolo di profilo con la gota appoggiata sulla gamba. C’è tutta la radicalità e l’integralismo contenutistico della Campion degli albori che ancora, per fortuna, non si sono persi. Un discorso che per Campion si riaggiorna formalmente demandando estrema attenzione all’equilibrio cromatico (luci naturali screziate da fievoli/pallide lampade artificiali; il tempo che passa nei colori delle stagioni – viola, bianco, rosa) e attingendo figurativamente a suggestioni dei suoi ritratti di signora (Fanny in primo piano con cappello che fugge) o di angeli alla sua tavola (la sorellina di Fanny ha lo stesso viso pel di carota). Un mondo ottocentesco, romantico e statizzato, ricreato con cura maniacale nel vestire i protagonisti (Fanny magnificamente abbellita da abiti che si taglia e cuce da sola in scena), nel non mettergli mai in bocca battute sciocche o didascaliche, nel dar loro libero sfogo per atti come annusare pagine di libri, regalare all’innamorato/a ciocche di capelli, scrivere vibranti lettere d’amore. Al centro, infine, il costruirsi di un tormentato sentimento amoroso grazie alla delicatezza di piccoli gesti e dettagli fuggevoli, come due mani che si sfiorano, piuttosto che la consumazione dell’atto carnale: al contrario di quant’è avvenuto ripetutamente nel cinema recente di Campion. Insomma, Bright star sta a Jane Campion come Una storia vera sta a David Lynch. Impossibile perderselo, ricordando di portarsi i fazzoletti.
Da Liberazione, 11 giugno 2010

Bright Star, non un film da donne
di Paola Casella Europa
Il primo amore si può raccontare in mille modi, ma sempre lasciandosi trascinare dalla forza dirompente di ridefinizione del mondo di quel sentimento totalizzante e di costringere chi guarda (o legge) ad abbandonarsi a tutto ciò che è intrinsecamente esagerato e involontariamente ridicolo nell’innamorarsi per la prima volta. Anche il successo della saga di Twilight si deve al rispetto di questa regola fondamentale: e infatti le traversie amorose di due teenager, uno dei quali è un vampiro, sono ascrivibili alla categoria insensata e priva di giudizio critico caratteristica del primo amore, quello che non si scorda mai non perché sia stato il più importante, ma perché è quello che ci ha coinvolto con una capacità di abbandono che probabilmente non avremo più per il resto della nostra vita.
Quando poi a raccontare un primo amore è un grande regista, e oltretutto una donna, si compie il salto di qualità che manca nel film medio stile Twilight e tutta la narrazione ci fa rivivere quella storia, oltre che con immediatezza, con onestà narrativa e un rispetto della composizione formale non limitato all’estetica Mtv. È il caso di Jane Campion, premio Oscar per Lezioni di piano e maestra nel raccontare grandi passioni dal punto di vista femminile, senza per questo creare quella che in America viene chiamata, con una certa (e offensiva) condiscendenza, un «film da donne» (sottinteso: da donnicciole, o come direbbe Ferzan Ozpetek, altrettanto offensivamente, «da servette»).
Con Bright Star, che ripercorre la nascita ed evoluzione del grande amore fra il poeta John Keats e la sua vicina di casa Fanny Brawne, lui poco più che ventenne, lei appena diciottenne, la Campion costruisce una potente storia di totale reciproca devozione accentuata da numerosi “impedimenti” (allora non si chiamavano ostacoli): dalla estrema povertà di lui, che lo rendeva un partito inaccettabile per una ragazza di buona famiglia, alle ferree regole di comportamento per le donne dell’Ottocento inglese, che impedivano alla passione non solo di essere consumata ma anche vissuta da protagoniste, confinandole ad un ruolo passivo di eterna attesa che, come ci mostra il film, contrastava decisamente con la natura volitiva e indipendente di alcune ragazze.
Fanny è costretta a consumarsi d’amore per John senza quasi fiatare, mentre parallelamente il poeta si consuma per la tubercolosi che contrae sia a causa dell’indigenza e sregolatezza di vita che, sembrerebbe suggerire il film, dello strazio causatogli dall’impossibilità di coronare il proprio sogno d’amore con Fanny. In questo modo Jane Campion, come Martin Scorsese ne L’età dell’innocenza(per citare un altro esempio cinematografico), riesce a illuminare attraverso una storia di sentimenti la crudeltà delle disparità economiche e sociali e la drammaticità della condizione femminile in epoche e luoghi non troppo lontani dai giorni nostri (ricordiamo che Scorsese definì quel film «il più violento della mia carriera, altro che Quei bravi ragazzi»). Ma laddove L’età dell’innocenza poteva contare sulla fortissima struttura narrativa dell’omonimo capolavoro di Edith Wharton, Bright Star si basa su un’accurata ricerca sulla vita del poeta e della sua innamorata, ricostruendo una sceneggiatura da frammenti di testimonianze e dalle infuocate lettere d’amore che John spedì a Fanny, oltre che su alcune celebri poesie, come la “Bright star” del titolo, che lui le dedicò, facendo fremere per i secoli a venire ogni giovane (e non più giovane) innamorato che ne sia venuto a conoscenza. Campion, già maestra nel ricreare un’epoca attraverso scenografie, costumi e una fotografia lussureggiante, evita qui il rischio stucchevolezza che aveva caratterizzato Ritratto di signora e anche parti di Lezioni di piano per lasciarsi andare ai ritmi alternativamente frenetici e frustranti della passione intercalata dalle attese, mai immote perché vibranti dell’interpretazione dell’attrice australiana Abbie Cornish, perfetta nel ritrarre la postmoderna Fanny intrappolata in abiti ottocenteschi (che però si disegnava e cuciva da sola, esempio di come l’indipendenza femminile scelga persino le sue maschere). Anche l’inglese Ben Whishaw è un capolavoro di casting nei panni di John Keats: potrebbe essere un cantante new romantic, o un poeta beat, o un emo contemporaneo, o infine anche un vampiro, quando la tubercolosi comincia a rendere il poeta esangue. Ma con ben altra intensità espressiva, ben altro afflato dell’Edward di Twilight.
Da Europa, 12 giugno 2010

Alessio Guzzano
City
L’amore frustrato tra un poeta frustrato e la sua ostinata vicina nella campagna di Londra, diviene un meraviglioso film ipnotico che ha lo spessore di un’indagine e la leggerezza di una favola triste. John Keats, figlio di uno stalliere, trascurato da critici e lettori, visse presso amici mecenati. Non poteva permettersi abiti pesanti, né di sposarsi. Come il fratello, morì di tubercolosi, a 25 anni (1821). La sua ‘malata’ passione ci giunge col nobile soffio del poetico tormento. Non per i suoi versi ultraromantici e classicheggianti, ma grazie alle ispirate immagini con cui Jane Campion si libera finalmente del fango patinato e dell’istintività fasulla di “Lezioni di piano” per toccare asciutte cime tempestose «alla ricerca della parola che superi la bellezza». Campanule, lavanda, neve, brividi, lettere, ceralacca, armadi, cene, cuffie, cappelli, servette, abitini, pioggia, sangue, lacrime, addii. Famelici baci sgraziati: erotismo trattenuto. Ben Whishaw emana (di)struggente fragilità. Ritratto d’eterna signorina dolente, Abbie Cornish è un’eccelsa ricamatrice di espressioni e tomboli. Jane Campion cuce lampi/capolavoro: Piazza di Spagna nonèmai stata così vuota come per il funerale dello sfortunato. Tarantino vuole prendere lezioni di poesia dopo aver visto il film. Vi basta?
Da City, 22 giugno 2010

Lezioni di poesia
Bright Star è il titolo di un poema d’amore che John Keats ha scritto per Fanny Brawne. Bright Star è il canto di un artista innamorato della bellezza. Come una «fulgida stella» una ragazza ha infatti illuminato la vita di uno dei più grandi poeti inglesi mai esistiti.
1818: Hampstead Village, Londra. John conosce sempre più la sua vicina di casa, una studentessa di moda di nome Fanny. Lei passa il suo tempo a cucire, lui a comporre versi. Il fratello di John è gravemente malato, sta per morire e proprio in questo momento la giovane è al suo fianco. I due sono sempre più intimi: iniziano una relazione segreta che si sviluppa intensamente. Charles Brown, poeta amico di Keats, si oppone però all’amore tra i due: giudica Fanny una ragazza frivola e inadatta al genio di John.
La storia d’amore procede ugualmente e cresce il sentimento fino a quando John comincia ad accusare le conseguenza della tubercolosi che lo affligge. Per motivi di salute sarà costretto a lasciare l’Inghilterra per Roma ed allontanarsi dall’amata. Morirà nel 1821, a soli 26 anni, senza averla più rivista.
Bright Star narra di un amore fallito, racconta gli ultimi anni di vita di un giovane poeta e le vane speranze di una donna. Ma ciò che rimane allo spettatore non è certo tristezza. Perché Bright Star è un’opera che scandaglia i sogni di una creatura che vive per l’amore dell’altro. È una creazione artistica che raccoglie l’ispirazione di un genio.
La regista Jane Campion è rimasta colpita dalla biografia di Andrew Motion su John Keats, ma il film che ha diretto non è certo un biopic. Con quest’opera congiunge la creatività poetica di un artista romantico con quella visiva di una regista contemporanea. Pone al centro una storia d’amore osservata dal punto di vista dell’ennesima figura femminile che costella la sua filmografia. Definisce un’esperienza universale, senza tempo, pur ambientando la vicenda nel pieno dell’800 romantico.
Lontano da fronzoli narrativi il plot non si presenta come una cronaca d’amore. Le coordinate spaziali e cronologiche scendono spesso in secondo piano, facendo sì che lo spettatore si concentri solo sugli sviluppi emotivi della relazione amorosa tra i due. La ripetizione del gesto del cucire di Fanny scandisce infatti l’evoluzione del suo sentimento, ma segnala anche l’esiguità e la passività della sua vita. L’atto della scrittura per John contraddistingue invece la sua vitalità artistica e allo stesso modo l’apparente distanza che lo separa dall’indole di lei.
Le due anime arriveranno nonostante tutto ad unirsi proprio grazie al potere dell’arte e solo a questo punto i versi del poema diventano l’opera che per sempre suggella l’amore tra i due.
Rispetto a Lezioni di Piano la Campion sviluppa un film che comunica una più diretta emanazione del sentimento esperito dai protagonisti. Se nel primo si profilava di fronte ad Ada «un viaggio faticoso dove la boscaglia lacera (simbolicamente) gli abiti e c’è fango ovunque», e durante il quale le persone si rivelano solo progressivamente per come sono, Bright Star lascia invece filtrare fin da subito la delicatezza di un amore femminile giovane e innocente.
Fondamentale per la riuscita del film si è infine rivelata la collaborazione della regista con il direttore della fotografia Greig Fraser. Dopo aver lavorato a The Water Diary, precedente cortometraggio della Campion, questi ora cattura immagini romanticamente naturalistiche, illuminate da cromatismi folgoranti.
Bright Star è appunto un inno alla bellezza assoluta. Un vortice d’amore che travolge e commuove.
di Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

L’ultimo periodo della vita di John Keats è stato all’insegna di una progressiva discesa nell’inferno della malattia, della povertà e nel gorgo dell’amore insaziabile e insaziato per la donna che è stata la sua musa e che ha ispirato le sue poesie. La storia parte e segue proprio lei, nel suo progressivo innamorarsi e stare accanto al poeta che non poteva sposare (a causa dell’indigenza di lui che rendeva di fatto impensabile un matrimonio).
Che a Jane Campion piacesse indagare il modo in cui arte e amore comunichino e si nutrano l’una dell’altro lo si era capito da Lezioni di Piano, come si era capito il suo amore per le figure umane ottocentesche incastrate in totali panoramici che li vedono come formiche che si muovono in vaste lande. Si era anche capita una certa avversione nei confronti delle bambine, presenze fastidiose, oppressive, incoscienti e tutt’altro che innocenti e per i dettagli che rivelano il mondo interiore.
Questo per dire che Bright Star non è un remake di Lezioni di Piano ma la continuazione della poetica partita con quel (meraviglioso) film. La musica era il pianoforte e qui la poesia sono le parole sulla carta, metonimia essenziale nell’universo simbolico della regista, dettagli sui quali si insiste con delle macro splendide: la penna che verga un foglio o le piccole buste che portano poche significative parole e infine l’inchiostro che macchia le dita.
Il cinema intimista è solitamente di preferenza femminile e probabilmente Bright Star non farà eccezioni, visto il modo in cui scava dentro i sentimenti senza che ad essi corrisponda un’azione (succede anche meno che in Lezioni di Piano). Esiste tuttavia anche un altro piano del racconto, appassionante quanto la distensione dei sentimenti, ed è la quotidianità del periodo narrato, cioè il lento dispiegarsi dei giorni, la noia delle mille piccole attività che inquadrano una vita in cui la centralità non può essere che sentimentale. L’alternativa sono le passeggiate, i pic-nic, tirare i sassi nel lago, improvvisare balletti e via dicendo, tutte cose sulle quali la regista non manca di indugiare e non manca di mostrare con un occhio tra il disperato e il sognante. Tutto finalizzato sempre e solo ad una cosa sola: raccontare i sentimenti. Come un’ossessione questa mania pervade Jane Campion e rende i suoi film forse i più ragionevoli tra quelli sentimentali.
Colonna sonora quasi inesistente (e come fare altrimenti dato l’impensabile paragone con quella dell’omologo precedente?) e una grande attenzione al sound design. Se cinema intimista deve essere che sia così: attento non alla trama ma al dettaglio, alle macro, ai suoni, ai mille piccoli ricami (reali o metaforici) della protagonista e a tutti quei particolari nei quali appunto si annida quel sentimento che solo in certi momenti sfocia nella parola.
Gabriele Niola, da “storiadeifilm.it”

Jane Campion ha avuto il coraggio di filmare una storia d’amore: quella tra John Keats, grande e squattrinato poeta romantico, morto di tisi nel 1821, a soli 25 anni, e Fanny Brawne, affascinante e volitiva ragazza di buona famiglia. Una storia d’amore complicata nella sua candida e sofferta purezza dalla società repressiva del tempo, che viene audacemente filtrata (anche) attraverso la poesia. Poesia come parola che entra nello schermo nel suo dirsi.
Questo rapporto amoroso è sospeso continuamente sul filo dell’estetismo. Perché ogni aspetto in Bright Star è accattivante: la bellezza dei due protagonisti, la loro ingenua, anticonformistica giovinezza, l’idillio di una natura resa impressionisticamente dalla fotografia di Greig Fraser, la cura estrema dei costumi (candidatura all’Oscar) e degli interni ottocenteschi, la musica aderente al sentimento della storia.
Jane Campion sfugge, tuttavia all’estetismo.
Primo: per una scrittura che rende efficacemente la forza dei caratteri, la determinazione di una vocazione irriducibile (di lui naturalmente, ma anche di lei pionieristicamente creatrice di moda) e di un reciproco riconoscersi, che attraversa molte delle fasi di un amore “platonico”: gli sguardi e i dialoghi conflittuali, la gelosia e gli abbracci, le attese e il dolore, il gioco e i baci, infine la disperazione insostenibile senza più orizzonti.
Secondo: per la bellezza delle immagini che vivono, anche metaforicamente, dentro la storia; per l’adesione musicale, che non va oltre le immagini stesse; per il montaggio calibrato, che spezza ciò che sarebbe scontato-compiaciuto; per l’accuratezza con cui viene ricostruita un’epoca nella sua mentalità e nelle sue condizioni sociali.
(Mi) ricorda vagamente Elvira Madigan di Bo Widerberg, senza però l’abbandono compiaciuto alla musica mozartiana e alle bellezza estenuante delle immagini.
Jane Campion aderisce senza identificarsi, interpreta senza giudicare, si fa regista romantica senza sentimentalismi. Essendo un film dove contano la storia e lo sviluppo delle psicologie, risente forse, a volte, di questa necessità o, se si vuole, di questa scelta, diventando intreccio, forse naturalismo.
Una, tra le diverse, sequenza da ricordare? Il funerale di lui nella solitudine di Piazza di Spagna: solenne e distaccato, sobrio e infine commovente.
Gli attori tutti di grande qualità: dai protagonisti esemplari (Ben Wishaw e Abbie Cornish) ai comprimari.
Gianni Quilici, da “loschermo.it”

Capita molto di rado ormai di vedere un film Romantico con la maiuscola pieni come siamo di fantasy, thriller, horror e, se va bene, di famiglie più o meno funzionanti e di amarcord più o meno riusciti. Se di romanticismo si parla è quello da soap-opera o da melensa borghesia in crisi. E allora perché no? Mi sono detta, ripensando soprattutto alla forza emotiva di “Lezioni di piano”.
Per la verità avevo perso di vista da allora l’opera della regista e questo è stato un motivo in più per rivisitarla, attratta come ero dalla poesia e dalla bellezza. Si tratta infatti della relazione amorosa, intensa e platonica vissuta nel primo Ottocento dal poeta romantico inglese John Keats e Fanny Brawne, una giovane donna sua vicina di casa nella quale l’artista vide incarnata “la Bellezza che è Verità e la Verità che è Bellezza”. Intesa quest’ultima in senso universale e quasi mistico e che non disdegna di accendersi di bagliori e gesti delicatamente sensuali acquistano, per la bravura di chi narra e per il contrasto con la volgarità diffusa dell’approccio, una loro grazia irripetibile.
Quel comunicare accostandosi alla parete dietro la quale c’è la presenza dell’altro, quell’abbracciarsi lungo e tenero come bambini che si addormentano vicini, quel vivere la natura che cambia come respiro immenso e cangiante, quell’amore che ha dietro l’ombra della morte di cui si ha consapevolezza reale e non sognata. In una mescolanza di esaltazioni sentimentali, coscienza di fallimenti, immaginazione, piccoli rituali indolenti, desiderio di esprimersi creando, ricercato da quasi tutti i personaggi, cresce la comunicazione tra i due innamorati che culminerà nella composizione di alcuni tra i sonetti più belli di Keats, il 32° e il 34°, citati anche nel film.
Questo tuffo nel passato è condotto con sensibilità attenta dalla Campion, che sfodera qui tutta la sua capacità di valorizzare il bello dovunque esso si manifesti o si nasconda. Esso esplode nella natura primaverile e nei grigi invernali, si cela nelle tele e nelle sete che la protagonista maneggia, pieghetta, ricama per tirare fuori le sue creazioni artistiche, dagli abiti alla confezione di un cestino di dolci per l’amato. La fotografia e le inquadrature, con tagli da interno fiammingo o alla Vermeer, la fanno da padroni.
Naturalmente, quando l’aspetto formale diventa estetizzante in eccesso, si sconfina nella maniera e questo avviene anche in Bright Star, ma personalmente ritengo che la Maniera non sia sempre da considerare vuota e artificiosa. Talvolta può essere un raffinato velo che ricopre le grazie della bellezza o la solitudine che la morte lascia dietro, quando il lamento di chi rimane sembra quello del mondo intero. Trovo perciò che il troppo di perfezione nel racconto della regista abbia una coerenza innegabile con i contenuti dell’epoca e che sia quindi in questo caso una specie di valore aggiunto. Felice la scelta dell’interprete femminile, Abbie Cornish, meno quella dell’attore, Ben Whishaw, con un viso più da modello che da poeta al servizio della creazione.
Olga di Comite

CRITICA a cura di Nicole Braida
Torna Jane Campion, l’autrice di “Lezioni di Piano”, con il suo occhio scrutatore e le sue immagini poetiche.
Nel suo nuovo film Bright Star, è proprio la poesia ad essere protagonista. La storia romantica e decadente di John Keats (Ben Whishaw) e della sua stella lucente, Fanny Brawne (Abbie Cornish). Storia vera, testimoniata dalle parole impresse nelle lettere della loro corrispondenza.
E’ ancora il 1818 quando in un sobborgo di Londra si incontrano Fanny e John, quest’ultimo ospite dell’amico anch’esso poeta Charles Brown. Fanny è femminile e innocente, nei suoi abiti che decora da sè è rigorosa come il suo ricamo con ago e filo. John, giovane e incompreso, preda della sua poesia, è un animo decadente e incantato dalle emozioni.
L’amore come una dolce nevicata si posa ricoprendo i due, senza spiragli, visto che comunque Keats, non avendo una rendita, non è capace di sposare Fanny.
Come una brezza, che lenta entra dalla finestra, alzando delicatamente la tenda, la giovane si lascia cullare dal nuovo amore, e da questa nuova sensazione, avvicinandosi sempre più anche alla poesia.
Jane Campion riesce a dipingere questo quadro con un vero spirito romantico, soffermandosi sui dettagli e tralasciando ogni banalità. E’ amore e non passione, sentimento puro, profondo e tagliente, difficile da trattenere, come delle farfalle rinchiuse in una stanza, che pian piano appassiscono quando la fiamma viene spenta dalle circostanze. Le sequenze scrutate da angoli particolari, sono pregne di emozioni. A lungo vediamo i due, all’opposto dello stesso muro che separa le loro due stanze, unire le mani, sentire l’un l’altro vicino nonostanze la separazione, che a volte si fa vera distanza e allora quel contatto si trasforma in inchiostro nero su carta da lettere.
da “cinemovie.it”

Costruito come un poema, con un andamento splendidamente discontinuo tra frenesia e stasi, la regista neozelandese sa porgere alla nostra attenzione una storia tanto intensa e forte. Non un romanzo ottocentesco che si perde nei circoli viziosi e ingombranti della narrazione, ma un racconto fiammeggiante, di desiderio e di silenzio. In concorso a Cannes 63
“Un ritratto di amore e di perdita”, recita il sottotitolo di Bright Star, nuovo lungometraggio in costume diretto da Jane Campion che, dopo In the Cut si abbandona a toni più morbidi e lievi per una storia ambientata tra il 1818 e il 1821, gli ultimi anni di vita del giovanissimo poeta inglese John Keats colpito da tubercolosi e morto a Roma all’etá di 25 anni, dopo aver pubblicato alcuni dei poemi più belli dell’intera storia letteraria. Tutto comincia durante una festa, una sera di primavera. La bella Fanny, figlia maggiore della famiglia Brawne, e il giovane poeta si incontrano e iniziano a inseguirsi, nel procedere delle stagioni e delle feste, nell’alternarsi della luce e del paesaggio, nelle lettere scritte e divorate, tra assenze, incomprensioni e adesione completa e perfetta l’una ai pensieri dell’altro. “stavo leggendo la biografia di Keats – dichiara Jane Campion – e ho scoperto la parte in cui si innamora di Fanny: mi sono inamorata della loro storia, sono stata attratta dalla sofferenza e dalla bellezza e innocenza del loro amore”.
L’inizio è semplice e disteso, l’attenzione rivolta ai dettagli, all’atmosfera, ai particolari dei personaggi colti el bel mezzo delle loro vite e abitudini quotidiane. La casa, le stanze, i colori, le voci dei bambini (il fratello e la sorella minori di Fanny) e dei personaggi che risuonano, ma molto più spesso affiorano sussurrate, tra esterni e interni intrisi di garbata eleganza. Ma la leggerezza è solo apparente, anzi, è la forma con cui Jane Campion sa porgere alla nostra attenzione una storia tanto intensa e forte. Non un romanzo ottocentesco che si perde nei circoli viziosi e ingombranti della narrazione, ma un racconto fiammeggiante, di desiderio e di silenzio. La poesia nella sua forma più pura, fatta di sguardi e di stupore, che nasce dai pensieri e si allarga a travolgere ogni cosa. È poesia il gesto che si ripete, e sono poesia le parole lasciate scorrere sottovoce, e quelle non dette e non scritte, che stanno in profonditá ma spingono il ritmo e il tono di questo film verso una rarefazione che è taglio e ferita. In the Cut, appunto, perchè il sangue che scorre quasi non si vede, perchè le parole sono sempre più ossessione da ascoltare e da scrivere, come fossero essi stessi corpi debordanti di fisicitá e urgenza che, alla fine, divorano il silenzio e si spengono nel pianto. Tutto passa attraverso lo sguardo di Fanny, il tremore, la paura, l’emozione a loro volta vissuti attraverso la poesia di Keats. Un sottile gioco di rimandi, una corsa a perdifiato fino a non avere più fiato. Ancora una volta, nel cinema di Campion, volare e precipitare seguono gli stessi meccanismi.
Costruito come un poema, con un andamento splendidamente discontinuo tra frenesia e stasi, per poter indugiare nell’osservazione dei fiori o della neve, prima che il fuoco possa divampare in un lampo improvviso e misterioso. “O stella ardente, foss’io costante come tu sei”.
Grazia Paganelli, da “sentieriselvaggi.it”

L’ultima fatica di Jane Campion ci ripresenta l’apprezzata autrice di Lezioni di piano in ciò che sa far meglio: raccontare con grazia e stile impeccabile frammenti di vita di un tempo passato, tanto biografici quanto romanzeschi – Un angelo alla mia tavola e Ritratto di signora stanno lì a dimostrarlo –. Stavolta al centro dell’interesse della Campion figurano gli ultimi tre anni di vita di John Keats, il più precoce, fulgido e malinconico dei poeti romantici inglesi, gravemente ammalato di tisi e prematuramente scomparso a Roma a soli venticinque anni, nel 1821. Bright Star è appunto il titolo di un sonetto che Keats compose nel periodo della relazione con l’avvenente Fanny Brawne, che insieme alla madre ed ai fratelli era la coinquilina del poeta Charles Brown, che aveva accolto in casa sua l’amico John Keats, afflitto fin dall’adolescenza da una catena di sventure familiari e privo di mezzi finanziari. Con le prime sequenze del film vediamo sbocciare in modo perfettamente naturale un tenero sentimento tra John e Fanny, giovane piena di gioia di vivere ed appassionata di cucito, ma dotata di un’indole selvaggia che spesso emerge nei continui battibecchi con Charles Brown. Alla fine col passare delle settimane nasce un amore senza un futuro all’orizzonte, perché il giovane poeta è troppo povero per mantenere Fanny, tanto più quando viene colpito dalla tubercolosi, esattamente come il fratello Thomas, e viene costretto a trasferirsi in Italia nella speranza che un clima più mite giovi ad un’impossibile guarigione. Proprio nel breve ma significativo periodo dell’amore tra i due sboccia in tutto il suo splendore quella cristallina ispirazione che avrebbe indotto John Keats a produrre i principali capolavori della sua breve vita, tardivamente riconosciuti dalla critica, che solo dopo la morte lo celebrò come uno dei principali talenti del Romanticismo inglese – e non a caso Keats stesso ebbe la percezione del suo fallimento artistico, stando al magnifico epitaffio della sua tomba (“Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua”) –. Che dire? Bright Star racconta una storia d’amore malinconica ed ineffabile in modo semplicemente impeccabile e talvolta struggente – a conferma di questo basta ricordare che in un periodo di separazione John scrive a Fanny meraviglie sentimentali come questa: “Sogno che siamo due farfalle in estate con soli tre giorni di vita” –. Da segnalare la prova dei due protagonisti, un sofferente Ben Winshaw ed una deliziosa Abbey Cornish, sempre sul punto di esplodere e tremendamente affine (anche per la prodigiosa somiglianza) alla giovane Nicole Kidman che la Campion immortalò anni fa in Ritratto di signora. Da vedere.
Bright Star, regia di Jane Campion, con Abbie Cornish, Ben Whinshaw, Paul Schneider, Kerry Fox, Thomas Sangster, Samuel Barnett, Roger Ashton-Griffiths, Samuel Roukin; drammatico/sentimentale; Gran Bret./Fran./U.S.A.; 2009; C.; dur. 120’
Voto 7½
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Inghilterra, 1818. John Keats poeta 23enne e la vicina di casa, la studentessa Fanny Brawne, si conoscono, e dopo iniziali titubanze si frequentano, e s’innamorano. La loro è una relazione profonda, ma anche minata da svariati problemi, non ultimo le difficoltà economiche di lui. Avrà un epilogo drammatico quando la tisi condurrà alla morte il poeta a soli venticinque anni.
Ispirandosi a documenti epistolari e biografici, la regista Jane Campion, con Bright Star, lontana dall’intenzione di fare un convenzionale biopic, racconta l’ultimo periodo della vita di John Keats, poeta del primo ottocento, stroncato nel fiore della sua maturazione artistica all’età di 25 anni, noto soprattutto per opere come Ode to a Nightingale ed Endymion, rivalutato ed entrato di diritto nell’empireo dei letterati, solo dopo la sua morte. La regista neozelandese però, utilizzando uno sguardo “tangenziale”, focalizza il suo interesse sulla storia d’amore avuta dal poeta con la vicina di casa Fanny Brawne, ma soprattutto realizza un altro intenso ritratto di donna, sullo sfondo del diciannovesimo secolo, come appunto le sue opere più convincenti degli anni ‘90 (Ritratto di Signora, Lezioni di Piano). E’ una consuetudine per una regista che ha sempre messo a nudo le condizioni e gli aspetti più intimi delle donne, sia della contemporaneità che del passato, e in Bright Star inoltre, ritornano altri temi familiari alla Campion come la passione per la letteratura, strumento di educazione sentimentale e conquista del proprio sé, ed il confronto drammatico con la crudezza della realtà, e dunque le sue costrizioni sociali, e tabù.
Fanny Brawne è una figura di donna complessa, con dei richiami alle eroine di Jane Austen, ad esempio quando la vediamo mettere a frutto le sue doti pratiche femminili come il ricamo e la confezione di abiti, e si emancipa incontrando il mondo della letteratura e dell’amore, ma possiede anche altre caratteristiche più “moderne”, quando al ritroviamo a fare i conti con i suoi limiti e le sue nevrosi che talvolta la fanno apparire frivola, precipitosa nei giudizi ed acerba dal punto di vista affettivo. Il rapporto tra Fanny e John, infatti inizia con un’impronta di diffidenza reciproca: lei vuole appurare le capacità del giovane, ritenendolo un dandy e nient’altro, e quest’ultimo (anche su suggerimento dell’amico Charles Armitage Brown), dal canto suo la crede una “civettuola alla moda”, in cerca d’ avventure.
Sarà la morte per tisi del fratello di Keats, al quale il poeta era legato da un tenero affetto, a toccare profondamente Fanny, rendendola partecipe di quel dolore. La piena comunanza di sentimenti sarà raggiunta dai due, dopo che Fanny avrà chiesto lezioni di poesia a John, come se questa fosse il filtro del loro nascente rapporto.
In Bright Star vi è l’intento di esprimere la relazione che intercorre tra immagine e parola poetica, quando vediamo splendide immagini en plain air, che vivono dei colori e dell’ariosità dei quadri impressionisti, sulle estenuanti parole dei poemi keatsiani; ed alla levità e impalpabilità di questi sentimenti si oppone poi la pesantezza ed implacabilità della malattia, del disfacimento fisico e infine della morte. E’ un percorso circolare che ha come principio e termine appunto la malattia, che unisce dapprima i due protagonisti (Fanny, come già detto, s’intenerisce vedendo le attenzioni che il poeta dedica al fratello morente) e poi li dividerà, ed ancora una volta la Campion ci rende partecipi del naufragio dei sentimenti, quando incontrano le beffe del destino e l’asprezza di una realtà imprevedibile. Stilisticamente possiamo apprezzare l’equilibrio formale, che riesce nonostante la copiosità di riferimenti pittorici, a non cedere definitivamente al ricatto dell’estetismo, mantenendosi al di qua dei livelli di guardia.
Si avverte un unico disvalore però, quando si mettono a raffronto i due personaggi principali. Sebbene rimanga sempre un film imperniato su di una donna (descritta “a tutto tondo” ed interpretata in modo eccellente da Abbie Cornish), il John Keats della Campion, sembra un po’ stereotipato; non che lo si volesse “maledetto”, quando nella realtà dei fatti non lo è mai stato, (ad alcuni è addirittura parso memore dell’autodistruttivo Kurt Cobain!!) ma i turbamenti e le contraddizioni comuni ad ogni artista, qui a stento si percepiscono. Ci vengono mostrati unicamente, a questo proposito, i sintomi della malattia che affliggeva il poeta, tra svenimenti e colpi di tosse, che non riescono a dire molto su “le mal de vivre” (condizione esistenziale e non meramente fisica: tanto per citare un altro poeta celebre) e dunque sulla sfera interiore di questo personaggio, e della sua produzione creativa.
Diego Baratto, da “nonsolocinema.com”

Nonostante l’esiguo (rispetto ai suoi colleghi uomini) numero di film all’attivo, Jane Campion (unica donna ad aver vinto la Palma d’oro a Cannes – nel 1993 con Lezioni di Piano), può vantare una carriera di tutto rispetto, in cui ha saputo asservire il suo sguardo squisitamente femminile al racconto di eroine annichilite dalla condizione umana o sociale, ma battutesi con coraggio nell’affermazione dei propri credo, o nell’ostentazione dei propri difetti. La complessità dei personaggi della Campion è infatti sempre stata coniugata alla genuinità del suo narrare, attraverso cui si sciolgono facilmente i nodi delle aberrazioni umane, degli istinti repressi o dei bisogni più infantili. Dopo aver contemplato la grazia indocile della Ada di Lezioni di Piano, capace di raccontare un mondo tramite uno sguardo o un movimento di mano, e il pervicace spirito di libertà della Nicole Kidman di Ritratto di signora, questa volta la Campion si cimenta con il romanticismo bucolico di un giovane John Keats, narrato attraverso gli occhi della sua Fanny, suo primo e ultimo grande amore. Se l’austerità del tempo ne limita formalmente le occasioni, la capacità evasiva del poeta in un mondo passionale e appassionato troverà risposta nella poliedrica Fanny, capace di suscitare nel poeta quell’inabissamento elegiaco grazie al quale sono nate alcune delle sue opere più belle: Ode on a Grecian Urn, Ode on Melancholy, Ode to a Nightingale, ma anche un componimento intitolato “Bright Star” dedicato appunto a Fanny, sua stella splendente.
La stella splendente di Keats
Londra, 1818. John Keats è un giovane (ventitreenne) studente di medicina che non vede nella professione di medico il suo compimento umano, ma che nutre la segreta aspirazione di esprimere il suo mondo dolcemente malinconico tramite la poesia. Ma la vita del poeta è ardua e piena di insidie: senza una lira e osteggiato dalla critica saccente e velenosa che accoglierà malamente la sua prima opera Endimione, egli sarà costretto a vivere di stenti e miseria il ruolo di artista incompreso. Alla morte del fratello Tom, Keats si trasferisce nell’Hampstead village, a nord est di Londra, ospitato dal suo amico Charles Browne, dove conoscerà l’eccentrica Fanny Brawn. L’incontro con la ragazza, studentessa di moda dall’indole ribelle (tanto che inizlamente Keats la reputerà una sfacciata), lo avvicinerà a una creatura a lui diversa, più mondana e prosaica che nondimeno riuscirà a poco a poco a entrare in sintonia col poeta più di chiunque altro. La relazione, un’innocente passione vissuta con un trasporto emotivo che sfiorerà l’ossessione, verrà osteggiata sia dall’amico di Keats, Brown, che vede in Fanny una frivola civettuola ed è geloso del suo rapporto esclusivo con Keats, sia dalla famiglia di lei che non vede di buon occhio (secondo i precetti del tempo) che una ragazza benestante si accompagni ad un poeta squattrinato. I due vivranno comunque la loro storia, breve ma intensa, fin quando l’avvento della tubercolosi non costringerà Keats a trasferirsi a Roma, su invito dell’amico Shelley, in cerca di un clima più mite che non lo strapperà comunque al suo destino. Morirà a soli venticinque anni proprio nella città eterna, una lugubre scena della bara che attraversa una piazza di Spagna spettrale, quando ancora il suo nome non era associato a quello di uno dei più grandi poeti romantici.
Finché morte non ci separi… e oltre
Il film si apre sul filo che corre, su e giù lungo il tessuto, in quella che è l’unica espressione di libertà concessa a Fanny, nell’austerità di un mondo ottocentesco (molto caro alla regista Campion) in cui la donna non vive che nell’attesa, di trovare un buon partito per continuare la sua attesa altrove. Ed è scardinando questo concetto di donna monocromatica (tant’è che Fanny cuce pizzi e merletti multicolore che ostenta con una certa esuberanza), come sempre ha cercato di fare nei suoi film, che Jane Campion ricama la storia tra John Keats e Fanny Brawne. Lui (il John Keats di Ben Whishaw) è emaciato, meditabondo, e così diafano da sembrare la proiezione di una delle sue struggenti poesie, mentre lei (la Fanny di Abbie Cornish) è vitale, con le gote rosate a ricordare la carnagione nivea di una acerba Nicole Kidman. Apparentemente agli antipodi, i loro mondi s’incontreranno a metà strada, là dove prosa e poesia si fondono per diventare una cosa sola, lontano dagli occhi indiscreti delle cricche poetiche e dai salotti del pettegolezzo mondano. Nella cornice bucolica che la Campion ricostruisce con minuziosa attenzione per il dettaglio cromatico, tra distese di lavanda blu e giacinti violacei, ammantati in una natura che sembra poco a poco impossessarsi delle vite dei protagonisti, il poeta romantico e la sua stella splendente, attraverso il contatto con la vita campestre, restituiscono il tono elegiaco di un amore bambinesco e profondo, casto e passionale. Grandissima eleganza nel tratteggiare questa dicotomia che si estrinseca nel gesto candido di due mani che s’intrecciano o di un bacio casto a fior di labbra al quale si contrappone il tono emancipato del loro ragionare, suggellato dai componimenti di Keats, perso nella ricerca di un amore assoluto e atemporale, secondo cui: “e così vivere in eterno, o se no venire meno nella morte”.
Una ballata romantica
L’opera filmica, realizzata nello stile di una ballata alla Keats, come afferma la stessa Campion, trae giovamento dalla regia minimalista (con pochi movimenti di macchina) che la regista utilizza, lasciando il campo ai due protagonisti (entrambi eccellentemente in parte) e alla stessa poesia di Keats, soffermandosi invece a tratteggiare la costrizione di un amore confinato nella geometria di certi spazi (sentire la presenza dell’altro attraverso un muro o osservarsi inermi nella trasparenza di una finestra), e controllato (l’onnipresenza dei fratelli minori di Fayne e della gente che mormora), ma destinato a sconfinare negli abissi della mente e nell’infinità dell’immaginazione, al quale neanche la morte può togliere il respiro. Ed è questo, come dice ancora Keats, il fine: vivere solo tre giorni come le farfalle ma farlo con un’intensità che cinquant’anni non saprebbero racchiudere.
Dopo cinque anni di assenza dal grande schermo, Jane Campion torna a fare il cinema che le sta tanto a cuore, in cui si muovono quei ritratti di signore che lei, più di ogni altra regista, ha fatto parlare liberamente, senza remore. Questa volta la cineasta neozelandese narra con passione e grande rigore estetico l’eroina prosaica che fu il sogno del poeta John Keats, ovvero la Fayne Brawn cui il poeta dedicò una struggente poesia intitolata Bright Star (stella lucente). Sobrietà e rispetto per l’opera poetica fanno di questo film un grande lavoro di umiltà che mira a riaccendere la luce, smorzata, del genio poetico di Keats, condensando in due ore lo spirito romantico sempre in bilico tra Natura e Immaginazione. Pochi avrebbero saputo fare meglio.
VOTOGLOBALE8
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Innamorarsi senza neanche accorgersi di farlo: dimenticare questa parola per lasciarsi trasportare dalle sue conseguenze: impronunciabili, come l’ebbrezza disegnata sullo sguardo senza tempo, che si affaccia sugli abissi della sublime perdizione. Una malìa irresistibile eppure differita dall’attesa di quell’unione impossibile: un poeta malato di tisi ed una giovinetta che poco prima si adagiava sulle infinite prospettive di una felicità appena sbocciata. Tra di loro una società incapace di comprendere e la cerchia di amici che vorrebbe preservarli da un dolore inevitabile. E poi la poesia, lontana dai circoli accademici e dalle espressioni indefinite, ma piuttosto un modo per riuscire a comprendere e sublimare un esperienza arrivata troppo presto o, forse, troppo tardi.
La ballata di John Keats e Fanny Brown ha il sapore delle storie universali ed allo stesso tempo si mantiene concreta nella ricostruzione che ne fa la regista neozelandese. Nella campagna inglese i due giovani si muovono sulle punte dei piedi eppure il loro amore ha il rumore di un esercito in battaglia: una dicotomia che la Campion riesce a rappresentare attraverso un controllo emotivo della telecamera, capace di annullare la sua presenza, per lasciare spazio alla naturale alchimia dei suoi attori, e poi ripresentandosi con scelte che sembrano testimoniare il contrario, e che si traducono nell’insistenza dei corpi all’interno di spazi limitati, incorniciati dentro lo stipite di una porta o nel quadro di una finestra, quasi a ribadirne l’eterna costrizione, oppure alla maniera di Hopper, amplificando la solitudine di una promessa che tarda ad arrivare, attraverso la visione contemporanea del dentro e fuori, degli spazi della ragione e di quelli dell’istinto. Una ricerca di equilibrio che porta avanti la storia ed insieme ci regala l’inneffabile presente in una folata di vento improvvisa o nella gocce di pioggia sul volto smarrito degli amanti.
Oltre a questo due attori retrocessi a principianti e pronti a recitare con le armi della vita.
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Recensione di ALBERTO DI FELICE
Bright StarNon esiste probabilmente una regista più terrenamente evocativa di Jane Campion, o almeno questo viene da pensare guardando il suo ultimo splendido film, giunto in Italia con grosso ritardo e dopo troppi rinvii. Chi può andare a vederlo in sala, nel centinaio scarso di copie in cui ci è stato concesso in questo giugno 2010, è caldamente invitato a farlo. Il suo cinema è di un altro tempo, anche quando si svolge nel presente, eppure sempre così tattile da raggiungere una sua perfetta dimensione, un’elegia di sensazioni. Ecco una regista che sa quando dire al suo montatore di tagliare su un particolare per dare l’impressione di essere lì, in quel tempo e con un mondo interiore contiguo a quello narrato: uno sguardo distratto su un tratto di brughiera accompagna Fanny Brawne e John Keats che si tengono per la mano e scherzano con la di lei sorellina Toots (Edie Martin), e potete perdervici.
Bright Star è una nuova esplorazione della poetica resa famosa in Lezioni di piano, in una personalissima forma di romanzo gotico caratteristicamente incentrato sulla posizione repressa della donna ottocentesca (quindi, di quanto ne resta oggi), sul suo anelito di liberazione; ma lo è in una maniera inaspettatamente gentile ed inesplicita, forse perché la Campion, che ha sempre negato di poter essere ridotta ad autrice tout court «femminista», parte dalla biografia di un uomo, anzi di un ragazzo, facendo in effetti in modo che la distanza fra la protagonista (Abbie Cornish) ed il «povero giovane poeta» (Ben Whishaw) vada spesso disperdendosi. È un tributo alla sottigliezza della Campion il fatto che nessun punto di vista sembri assumere una centralità assoluta: il suo occhio vicino a Fanny rimane esterno, ma coglie tutta la bellezza disadorna degli ambienti, e con essa sfuggenti riflessi nell’animo dei personaggi.
La modernità dirompente dell’autrice neozelandese è qui tutta rinchiusa, paradossalmente, nella descrizione quasi-passatista di un amore che è stato vissuto entro le costrizioni dei primi dell’Ottocento. La poesia di Keats, nel suo esser immobile ad osservare nell’istante di beltà, «sempre dest[a] in una dolce inquietudine» di poterla perdere quando ci si vorrebbe così ardentemente aggrappare (come nello stesso componimento che dà il titolo), pur non essendo indagata di petto viene come riflessa nel placido atteggiamento della Campion, di estremo rigore e ristrettezza, per la quale i giorni di Fanny e Keats contano soprattutto come mancanza, magari proprio come un breve stacco di montaggio su una veduta imprendibile, i pochi momenti assieme rimanendo incorniciati nelle ore in camera a rileggere le lettere scritte e quelle ricevute. Fanny getta lo sguardo fuori dalla sua finestra, e il suo destino passivo d’attesa è lo stesso del lontano amore che sta per morire.
È una storia che dura poco e può concedersi ancor meno: può concedere giusto quel che serve perché si possa aprire a noi. La Campion l’ha scritta avendo scarso accesso ai pensieri su carta della sua eroina, giacché delle sue lettere a Keats non è rimasta traccia, il che rafforza l’idea che sia stata come carpita da quei pochi momenti, soprattutto da quelle tante mancanze. Credo sia principalmente qui la semplice sensibilità della pellicola, forse quella che la renderà affatto entusiasmante per molti. L’ho vista una sola volta e vorrei rivederla all’istante per offrirvene un apprezzamento meno fugace: non è né un ritratto biografico, né un dramma ivoryiano, né una convenzionale storia d’amore in costume, perché li trascende in qualche modo tutti.

Recensione di AUGUSTO LEONE
Bright StarLe storie d’amore per essere degne di passare alla memoria hanno necessitato da sempre del classico requisito dell’ostruzionismo sociale alla loro realizzazione: la love story si nobilita nell’epica e nella tragedia, diventando i due amanti paladini in lotta contro il mondo ostile. Jane Campion, al contrario, nel portare sullo schermo la passione del poeta inglese Keats per la giovane studentessa di moda Fanny, conosciuta tre anni prima di morire venticinquenne di tisi a Roma, ha scelto di isolare la passione dal contesto e di rendere visibile l’ineffabile palpitare all’unisono dei cuori: ci si innamora per lo più di un’idea insolita, di una frase, di uno sguardo, di un’ombra o di una luce su un volto improvvisamente e meravigliosamente strano, ed è l’astrazione interiormente perturbante dell’amore che Bright Star restituisce con la giusta lentezza nel ritmo alla meditazione dello spettatore, rendendo giustizia a un sentimento che i cattivi esempi della televisione e del cinema ci costringono troppo spesso a diluire in un campionario di sdolcinature e frasi fatte.
Un invito pertanto a guardare più dentro noi stessi, forse nell’ottimistica speranza che nell’introspezione dell’intimo l’uomo di oggi possa riscoprire le radici di una vita più autentica: mentre scorrono i titoli di testa la voce suadente di Keats recita un suo poema ma ogni dettaglio del film richiede la solidarietà percettiva ed emotiva di chi guarda ovvero l’abbandono all’interiorizzazione dell’esperienza uditiva e visiva. Farfalle prigioniere in una camera chiusa, immersioni in prati color lavanda, lettere, versi e similitudini sublimano l’eros, depurandolo da ogni contatto con il corporeo: ce n’è abbastanza per vedere nell’epoca romantica, di cui la coppia è figlia esemplare persino nell’indigenza estrema e nella morte per tisi di lui, l’antitesi della nostra dominata dall’esuberanza trash della fisicità e dalla ripetitiva espressiva, ed in virtù di questo il lungometraggio mira a ricostruire il periodo non tanto nei costumi quanto piuttosto nell’immaginario, nei miti e nell’aspirazione ad un irraggiungibile infinito. «Il poeta non ha nulla di poetico», spiega John a Fanny: una stanza piena di farfalle promette il cielo, ma non sarà mai il cielo.
da “cine-zone.com”

Il tempo non dissolverà il tatto, il ricordo dei nostri corpi che si sfiorano vivrà finoa quando ci potremo riabbracciare…
Fanny Brawne, ospite insieme alla madre e ai fratelli dai Brown, incontra per la prima volta John Keats ventitreenne e ne rimane subito colpita. Benché la sua opinione della famiglia che lo ospita e dell’amico in particolare sia assolutamente negativa e nonostante la critica letteraria inglese abbia stroncato la prima parte del lavoro del giovane poeta, Fanny si sente indiscutibilmente attratta dalla purezza di sentimenti di Keats. Quando Fanny ne diventa la vicina di casa, i due cominceranno a costruire un rapporto: si frequenteranno,si innamoreranno, si scriveranno e infine si fidanzeranno, nonostante le condizioni economiche disperate del poeta. Ma le regole del tempo non permetteranno a Keats di prendere Fanny in sposa. Lei lo amerà lo stesso e per sempre, anche quando minato dalla tubercolosi, Keats si vedrà costretto a partire per l’Italia, dove il clima è più mite, e anche dopo la sua morte, avvenuta nel febbraio del 1821.
Jane Campion mette al centro del suo film la complessità di una figura femminile che matura amando e provando sofferenza. Ancora una volta è una donna la protagonista della sua ultima pellicola, che appare come un romanzo di formazione. La razionale Fanny passa dall’adolescenza, fatta di vissuto quotidiano, di rigide regole e ruoli precisi – che già vuole trasgredire tanto che si guadagna da vivere cucendo abiti su misura e studiando moda – all’età adulta attraverso il realismo e l’amara comprensione della vuotezza che caratterizza la routine della società inglese del 1800. Lo fa innamorandosi del poeta che, più di tutti, rappresenta l’amore: John Keats.
Nel corso della sua breve vita, scrisse opere mai accettate dalla critica contemporanea, apprezzate solo successivamente. La sua poesia nasce dalla volontà di emulare i grandi poeti ma solo verso la fine della sua vita scrive i componimenti migliori: opere che parlano di amore, di bellezza, di immaginazione; testi che prestano estrema attenzione alla lingua, che lasciano in bocca un retrogusto di malinconia al risveglio dall’incanto. Questo momento transitorio in cui il poeta prende consapevolezza del suo fare, coincide con l’amore per Fanny. Nella trasposizione della Campion, la giovane inglese lascia cadere i suoi preconcetti dettati dal costume della buona società inglese e si lascia andare al sentimento, nonostante il loro amore rimanga casto e poetico fino alla fine. Insomma una passione non consumata ma tanto profonda da esser il mezzo tramite cui i due giovani attueranno la conversione. Entrambi vivono quell’educazione sentimentale che li renderà adulti, l’uno nell’arte, l’altro nella vita.
Consapevole come Nicole Kidmann in Ritratto di Signora, testarda e determinata come Holly Hunter in Lezioni di Piano, Fanny Brawne vive il suo amore fino all’ultimo respiro – lo perderà letteralmente quando le comunicheranno della morte di Keats – negando obbedienza alla società che le impone decoro, ma rispettando sempre e solo la volontà del suo amato. Sarà Keats malato a non volerla con sé in Italia. Quasi consapevole del suo destino, da vero poeta, lascerà a Fanny un lungo abbraccio sul letto di casa e le parole che indissolubili resteranno nella memoria. «Il tempo non dissolverà il tatto, il ricordo dei nostri corpi che si sfiorano vivrà fino a quando ci potremo riabbracciare. Non qui. Io non rivedrò più questi posti» le dice prima di scomparire. Immagini profonde e ammalianti, primissimi piani densi di significati e un indubbio senso pittorico rendono eloquenti anche gli spazi vuoti di dialogo. Una stella lucente (Bright Star è il titolo del film) come Keats nel panorama anglosassone di inizio 800; una stella lucente come l’amore breve e passionale di Fanny per il poeta. Una luce che indubbio resta nella memoria. Come una stella cadente. Come i film della Campion.
Barbara Milanesi, da “nocturno.it”

Stella che nasce, stella che (non) muore
Londra, 1818: tra il ventitrenne poeta John Keats e la sua vicina di casa, la studentessa di moda Fanny Brawne, nasce una relazione segreta. Si tratta di una strana coppia, visto che inizialmente lui la ritiene una superficiale e lei rimane indifferente non solo alla sua poesia ma alla letteratura in generale. Ma quando Fanny scopre che John accudisce il fratello malato e si offre di aiutarlo, Keats ne rimane colpito. E quando lei gli chiede di insegnargli qualcosa sulla poesia lui accetta, e le loro lezioni finiranno col farli innamorare appassionatamente. Quando la madre di Fanny e gli amici di John si accorgono della relazione, i due sono profondamente innamorati e indissolubilmente legati l’uno all’altra. La loro romantica ossessione si farà sempre più profonda e intensa con l’aumentare dei problemi che devono affrontare… [sinossi]
A prima vista potrebbe sembrare un melodramma molto tradizionale, questo Bright Star, con tutte le tessere incastrate al posto giusto: la storia d’amore a dir poco contrastata tra il giovane poeta senza arte né parte John Keats e la poco più che adolescente amante del cucito Fanny Brawne; l’indubbia letterarietà che dai versi dell’artista e i palpiti della fanciulla si insinua dentro ogni sequenza del lungometraggio. Per finire con la tragedia, sempre in agguato in questi casi, destinata a spezzare una tenera novella d’amore ancora in sboccio.
Ma come spesso accade le apparenze possono ingannare, soprattutto quando si tratta di un’opera diretta da una delle autrici contemporanee più controverse e stratificate come la neozelandese di nascita Jane Campion; la quale ribalta uno ad uno tutti gli stereotipi di cui sopra riuscendo a rendere Bright Star non solo un film “semplicemente” permeato di un romanticismo struggente e straziante ma pure capace rompere le metaforiche catene temporali della sua ambientazione da prima metà dell’Ottocento per approdare ad una simbolica universalità, dove la delicata materia amorosa viene affrontata e trattata con un piglio moderno che lascia davvero ammirati.
Innanzitutto, dalla regista di quell’apprezzatissimo mélo proto-femminista che fu Lezioni di piano, era più che lecito attendersi un radicale cambio di prospettiva nella narrazione del film rispetto alle aspettative; ed infatti la tormentata storia d’amore è pressoché interamente raccontata dal punto di vista della protagonista femminile Fanny Brawne (interpretata da una semplicemente meravigliosa Abbie Cornish, sorta di giovane Nicole Kidman dalla prodigiosa recitazione “introspettiva”), ragazza dal piglio volitivo assai (troppo?) in anticipo sulla sua epoca. La sfuggente figura di John Keats (la cuiBright_Star_Jane_Campion_foto_testo intrinseca fragilità è ben resa dalla performance attoriale di un sensibile Ben Whishaw, già fattosi notare come una delle tante personificazioni di Bob Dylan nel bellissimo Io non sono qui di Todd Haynes) diviene così oggetto di sguardo e di desiderio di una controparte femminile che lo studia attentamente, ne analizza con scrupolo la personalità ed inizia a corteggiarlo fino ad immergersi nella passione più completa e totalizzante, peraltro ricambiata in maniera sofferta. E proprio in quest’ambito si concretizza la scelta autoriale maggiormente estrema compiuta da una Jane Campion anni luce lontana dai sospetti di calligrafismo presenti in Ritratto di signora, film a confronto del quale questo Bright Star potrebbe apparire come una specie di appendice aggiornata: sublimare cioè la grandezza di un amore attraverso la sua completa negazione materiale, scegliendo anzi il dolore e la sofferenza quali uniche strade possibili per l’ascesi verso un sentimento realmente intangibile nella sua purezza. Ed in questo senso non si contano gli ostacoli, fisici e simbolici, che si frappongono di continuo tra la passione dei due giovani, “platonici” ma intensissimi, amanti; dalla ingombrante presenza dell’ambiguo Mr. Brown, amico e benefattore economico di Keats dall’ego irrefrenabile alle inattaccabili convenzioni della società dell’epoca – alle quali non certo a caso Fanny si ribella mentre Keats ne rimane passiva vittima – che volevano ad esempio un uomo impossibilitato a sposarsi senza possedere i mezzi per mantenere la futura moglie. Sottotesto “politico” quest’ultimo che la Campion ha comunque il buon senso di non rendere troppo esplicito, con il concreto rischio di trasformare un film sull’amore in qualcosa d’altro, ma lasciandolo invece ai margini per essere così evocato solamente in tutta la sua schiacciante immanenza. Fatto che non lascia altra scelta alla coppia, nelle ripetute e indimenticabili sequenze del film, se non quello di avvicinare i rispettivi letti alla parete comune che divide le loro stanze, per ascoltare il battito delle dita di entrambi su di essa ed arrivare a percepire persino il languore di un sospiro d’amore.
Se dovessimo provare, in ultima istanza, a dare una lettura “poetica” ad un’opera a proprio modo definitiva come Bright Star potremmo anche definirla un incanto assoluto (non) sostenuto da quel coacervo di ingiustizie e beffe continue chiamato vita; ma siccome talvolta persino Jane Campion perde le metaforiche distanze dal profilmico per partecipare in prima persona, ora gioiosamente agli scampoli del gioco d’amore tra i personaggi ora dolentemente alla sua inesorabile caducità, non resta altro da fare che abbandonare cuore e mente all’impetuoso flusso emotivo di un film “romantico” nel senso più pieno, che ci ricorda come siano solo attimi, persi tra giorni e anni che si susseguono e confondono, quelli degni di essere davvero vissuti.
Merito di una cineasta che quando punta la sua cinepresa diretta al cuore (delle persone, dei fatti e delle cose…) fa quasi sempre centro.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

“Fa talmente male che si potrebbe morirne…”
Siamo nel 1818: il giovane ma già affermato poeta John Keats, ventitreenne, conosce la sua vicina di casa, Fanny Brawne, una ragazza divenuta in breve tempo un’abile stilista e confezionatrice di abiti e accessori, grazie al suo spiccato talento per la moda. I due, appartenenti a mondi così diversi, provano un misto di diffidenza e attrazione reciproca, che però sfocia in vero e proprio amore quando Fanny decide di avvicinarsi alla poesia. Ma a John non è “permesso” di amarla: non ha una rendita personale ed è sommerso di debiti, quindi non può sposarla. Così, la loro storia vive di luci e ombre, fino al giorno in cui il grande poeta si ammala…
“C’è della sacralità nei sentimenti del cuore, lo sapete?”
C’è un momento particolare in Bright Star, un istante simbolico che, nella sua immediata semplicità, riassume da solo l’intero film: è la scena in cui Fanny e Keats, trovandosi in stanze attigue separate da un muro, si “sentono” senza potersi vedere né toccare, si desiderano senza poter sfogare il loro desiderio. A separarli è in realtà il muro delle convenzioni, un argine sociale che ne soffoca i sogni d’amore in virtù della convenienza economica, e li lascia con un pugno di lettere appassionate e qualche fugace episodio di felicità. Ma è un’attrazione eterea, completamente fuori dal (nostro) tempo, ad attraversare il film; perché Jane Campion, finalmente tornata al lungometraggio sei anni dopo il sottovalutato In the Cut, risale qui alle radici del romanticismo e raffigura l’amore come un sentimento di una purezza cristallina, una condizione dell’essere cui basta nutrirsi di sguardi e piccoli gesti (una carezza, un bacio a fior di labbra) per conquistare un pur breve attimo di gioia. È però interessante notare come, in questa dolorosa altalena delle emozioni, la grande regista non perda occasione di riaffermare da un lato il suo femminismo “costruttivo” (nel personaggio di Fanny, che in fondo non sembra avere bisogno di un marito), e dall’altro un concetto centrale in pressoché tutte le sue opere: al di là di ogni possibile contrasto o differenza, al di là della vergognosa prevaricazione maschile e del successivo riscatto femminile, uomini e donne necessitano gli uni delle altre.
È un film di ispirata bellezza, Bright Star. Un film venato d’inquietudine e di amara consapevolezza, perché negli occhi del bravo Ben Whishaw c’è tutta la coscienza di chi, in vita, arde con il doppio della luminosità, e inevitabilmente si consuma in metà tempo; ma soprattutto un film che riesce a esprimere romanticismo senza alcuna ombra di retorica, affidandosi invece alla dolcezza della poesia per ricondurre l’intera storia d’amore su un piano verbale, manifestazione di un mondo utopistico che può esistere solo nelle parole dei due amanti. Parole che trovano un sostegno irrinunciabile nella regia di Jane Campion, forse qui più convenzionale che in passato, eppure di grande raffinatezza nella costruzione dei quadri, sempre dotati di una imponente carica figurativa sia nelle scelte cromatiche (c’è spesso una dominante cromatica singola nelle inquadrature: il bianco della neve, il lilla dei fiori…) sia nel taglio delle immagini, che per composizione e proprietà luministiche potrebbero essere tranquillamente riprodotte in forma di dipinti a olio. I contrappunti musicali sono altrettanto riusciti, e sottolineano con precisione gli istanti più commoventi di questa meravigliosa e tragica vicenda, raccontata con sobrietà e rispetto da un’autrice formidabile: se le palpebre vi si inumidissero e qualche lacrima cominciasse a sgorgare, non sorprendetevi.
Assolutamente da vedere.
Lorenzo Pedrazzi, da “spaziofilm.it”

Versare l’anima intorno
Senza forzare in alcun modo il girato, mantenendo un’accorta, ma non seccamente strategica, distanza dalla messa in scena, evidenziando con miracolosa precisione e nessun effettismo il dato psicologico, Campion tratta la storia vera dell’amore spezzato tra il poeta John Keats e la sua stella lucente, Fanny Brawne, attraverso una serie di quadri staccati che rendono gradualmente i termini della situazione sentimentale al centro della rappresentazione, senza sottolineature o affettazioni, senza banalizzazioni esplicative, con uno sguardo che rimane inflessibilmente aderente alla sostanza dell’idillio più che alle sue manifestazioni esteriori; il rigore estremo è ciò che seduce maggiormente di questo lavoro della Campion, la cui messa in scena, mai così esatta e meticolosa, ricorda da vicino le cose migliori di Ivory (in particolare quello jamesiano, meno fiorito e più dimesso, de Gli Europei o I bostoniani): nessuna indulgenza nei confronti delle debolezze o caratteristiche dei personaggi; nessuna urgenza di imbastire un intreccio avvincente privilegiando, alla costruzione di una tensione artificiosa, la contemplazione di momenti di vita quasi ordinari; nessuna idealizzazione della figura ritratta, anzi rivoltamento plateale dell’informazione consegnata all’immaginario con conseguente riduzione della figura all’ovvio dato umano (Il poeta è l’essere meno poetico dice Keats); insistenza sulla crudeltà del meccanismo sociale che, implacabile, distrugge l’istinto per garantire la sopravvivenza di una classe.
Campion gioca tutta la coraggiosa partita del film sul tono minore, fa esordire i suoi personaggi in media res, non propina informazioni, lascia che tutto quello che concerne i caratteri che si muovono sulla scena, emerga da ciò che fanno e che dicono, senza cedere mai alla didascalia, riprende spesso le figure attraverso lo schermo di una porta o di una finestra, attraverso fronde e fessure, spiandoli, lasciando parlare l’intimità del momento. Ma non si limita a questo: Bright Star vede distrutte le sue potenzialità commerciali proprio laddove dovrebbero dispiegarsi, nel suo presentarsi quale storia di un amore romantico di uno dei massimi poeti romantici, e lo fa in nome del tono scelto per il film, che si fa forte sì del dato tragico o passionale, ma senza esaltarlo, privilegiando quello più contemplativo e minimale.
Campion non solo evita l’accademia, il barboso ritratto d’epoca, le dinamiche trite del film in costume, al quadro d’insieme privilegiando il dettaglio, non solo scarta la declamazione preferendo il suggerire subliminale, il tacito rinvio, il discorrere elusivo, ma, quel che più conta, dice di una rivolta a un sistema con inedita delicatezza di tratto: lontana dall’espressionismo spinto al quale ci aveva abituati, propone, con prosciugata ispirazione visiva, il consueto agone sessuale e sociale in cui una donna forte combatte la sua battaglia di forma e di sostanza.
Fanny Brawne, che usa l’ago come una spada, gli orli e i merletti a mò di sfida al paralizzato mondo maschile, ostentando la sua fatuità come una medaglia e mai come una gabbia inconsapevole, è un essere che va a squilibrare il menage poetico di Keats e Brown: non è solo una donna a irrompere in un sodalizio cameratesco, ma un’idea precisa di femminilità, dunque, una femminilità che nella sua tenacia combattiva non imita l’uomo, ma alimenta a dismisura le sue proprie caratteristiche e i suoi capricci, non nascondendoli, anzi facendosene indiscutibilmente forte. Fanny non rinuncia alla sua personalità, non pensa neanche per un attimo di mettere in discussione una certa frivolezza per compiacere Keats ed è questa ostinazione femminina che mette in crisi l’amico-poeta Brown, vittima dell’amor platonico per il collega, incapace di contrastare un’onda così anomala in un campo straniero, lontano dalla letteratura, in cui risulta del tutto disarmato.
La travolgente forza della donna scompagina le regole del duello di un’epoca tra la profondità della poesia (il maschio) e la superficialità della moda (la femmina) e costringe Keats, d’altra parte, a confrontarsi con la sua diffidenza sentimentale, con le ragioni insondabili dell’attrazione romantica e sessuale, lasciandolo immergere in quel mistero che la poesia incoraggia ad accettare e che indirettamente celebra, in un avvilupparsi di motivi intimisti, di opportunismo ispirativo e rapporti interpersonali complicatissimo, che si cristallizzano in un iceberg di cui la Campion, con grave perfezione, lascia emergere la sola punta.
Nella giostra seduttiva, in cui è una famiglia intera a ruotare intorno all’idillio, in cui si incrocia un bacio e mai l’amplesso, in cui alla materialità dei corpi si sostituisce il labile feticcio delle parole dette e scritte, poco accade (i prati sono in fiore, la neve cade, il vento solleva una tenda in una stanza inondata di luce), ma intanto una vita si consuma, un amore muore con essa, si raccolgono con la scopa le farfalle morte dell’ effimera illusione sentimentale.
In un teatro sociale in cui le persone riunite a un tavolo scatenano piccole grandi apocalissi verbali (il consenso materno a sposarsi arriva alla notizia che il libro di poesie sta vendendo), in cui ai rutilanti cambi d’abito di Fanny fa riscontro l’immutabile tenuta di Keats (figura umbratile tratteggiata con la modernità di una rockstar tormentata), che mostra l’economica, siderale distanza tra i due, le componenti del romanticismo non vengono quasi agite, ma rispondono tutte all’appello (la comunione con la natura, le stagioni e i loro mutanti colori che segnano le tappe evolutive di una relazione impossibile, la morte che incombe, il cuore trafitto come la tela dall’ago dell’incipit) .
Da vedersi rigorosamente in lingua originale, per godere delle interpretazioni sublimi di Abbie Cornish e Ben Whishaw (un fuoriclasse, lo si è già scritto), Bright Star è un film meravigliosamente out of target, in cui Campion raggiunge quella pulizia di sguardo che Ritratto di signora, il film che più di ogni altro ricorda quest’ultimo, non riusciva ad avere: l’opera del 1996, lavorava su un terreno molto simile e cercava di profanare l’incombente maniera con altri, diversi manierismi, offuscato com’era da quell’ossessione arty ad ogni costo, qui felicemente accantonata (ciò spiega le perplessità di molti campionani all’indomani della sua presentazione al Festival di Cannes), un’opera magnificamente girata, di stile sorvegliatissimo, di decor trattenuto, senza inutili svolazzi (la regista si concede una plongé e un campo lunghissimo nella sequenza esterna del litigio a tre), che ha l’unico difetto di disunirsi un po’ nella seconda parte.
Nota sulla sceneggiatura: la produzione accredita la Campion di una sceneggiatura originale, ma l’Academy ha rifiutato al film la corsa per una candidatura all’Oscar in quella categoria, avendo sancito che lo scenario è tratto dall’epistolario dei due protagonisti e da una biografia del poeta scritta da Andrew Morton.
Luca Pacilio
Voto: 8, da “spietati.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog