(500) giorni insieme

Tom, con una laurea da architetto, lavora presso un editore di biglietti augurali per il quale deve inventare formule che vadano bene dal compleanno alla partecipazione a un lutto. Un giorno viene assunta come segretaria del suo capo Summer, la quale ha come filosofia di vita la regola di non volere un rapporto duraturo. Tom se ne innamora timidamente e lei lo contraccambia. Il film ci racconta, in un continuo andirivieni, i 500 giorni della loro storia a due.
Diciamolo subito: di esordi di questa qualità, nel genere ‘commedia romantica’, ce ne vorrebbero di più. Marc Webb, che ha alle spalle numerosi videoclip musicali, dirige con mano sicura e forte senso dell’humor che nasce dall’osservazione (un po’ amara ma veridica) del comportamento umano. Il punto di vista è quello di Tom (così non mancherà chi accuserà il film di posizioni maschiliste) e già da questa scelta prende l’avvio il ribaltamento di alcuni stereotipi. Il romantico è lui, quello che sogna il matrimonio è sempre lui, quello che soffre di più è ancora lui. Intendiamoci: Summer non è affatto una cinica distruggiuomini. È semmai una giovane donna dei nostri giorni con barriere difensive che dovrebbero proteggerla dal dolore e con una contraddittorietà che fa parte del suo stesso essere e di cui finisce con il divenire consapevole.
Lo stile narrativo di Webb ci mette in situazione a partire dalla fine del rapporto (la prima risata la ottiene da subito con la scritta che compare sullo schermo in apertura di film) per poi farci surfare tra le onde di dinamiche di coppia in cui più d’uno potrà riconoscersi. Lo fa omaggiando il cinema che ama (da Il laureato a Il settimo sigillo) e regalandosi anche un’incursione nel musical con tanto di animazione incorporata. Senza mai perdere di vista il fil rouge che attraversa tutti i 500 giorni: è difficile (oggi forse più che mai) non fare confusione tra ciò che si vorrebbe che fosse e ciò che è nella realtà. In particolare nel rapporto di coppia perché, come cantava Eugenio Finardi, “l’amore è vivere insieme, l’amore è sì volersi bene ma l’amore è fatto di gioia ma anche di noia”. Webb riesce a comunicare il concetto senza mai annoiare il suo pubblico. Neppure per un minuto. E non è poco.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Paola Casella
Europa

E va bene, stiamo parlando del tipico film indipendente americano che piace tanto al Sundance e che fa sognare i ragazzini d’oltreoceano – quelli che si farebbero uccidere piuttosto che ammettere che hanno visto e amato Twilight. I 500 giorni del titolo sono quelli della relazione fra due ventenni inconsueti e vengono raccontati da Webb, più noto come regista di videoclip (e si vede), attraverso flashback rimescolati come i pezzi di un enorme puzzle che lo spettatore deve ricomporre, provando di volta in volta l’euforia dell’innamoramento o il dolore del cuore spezzato, ma non secondo la sequenza canonica. Un piccolo trucco, se vogliamo anche una piccola furbata: ma funziona, perché la sceneggiatura e la regia non mancano di grazia e levità, e i due giovani attori protagonisti (soprattutto lui) hanno uno charme e una chimica notevoli. A dimostrazione che le storie d’amore sono sempre le stesse, ma si possono raccontare in milioni di modi diversi.
da Europa, 19 settembre 2009

Ecco perché in amore oggi soffrono gli uomini
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Nella migliore commedia romantica americana di questi anni, lui piange davanti ai film sentimentali, lei no. Lui tenta disperatamente di ignorarla, lei fa sempre il primo passo. Lui si innamora appena la vede, lei «fin da bambina amava solo i suoi lunghi capelli neri e la facilità con cui se li poteva tagliare». Fra i due, insomma, quello che soffre è lui. Lo diceva già il titolo originale: (500) Days of Summer (proprio così, con la parentesi), dove Summer, cioè Estate, è il nome di lei. Che in Italia diventa Sole mentre il titolo si banalizza in (500) Giorni insieme e addio “soggettiva”.
Eppure l’idea, semplice e indovinata, è tutta qui: oggi in amore gli uomini sono molto più vulnerabili delle donne. Come mai? L’esordiente Marc Webb prova a spiegarlo con brio, intelligenza, sentimento. E una raffica di scene, tic, trovate visive e di racconto, prese dal grande cinema europeo anni ’60, nouvelle vague in testa.
Come dice la voce narrante, si tratta ancora una volta di «un ragazzo che incontra una ragazza», ma «non è una storia d’amore». Non perché i due non abbiano una storia, ma perché il racconto, che salta su e giù lungo i 500 giorni del titolo facendo allegramente a pezzi la cronologia, è tutto “in soggettiva”. Ovvero visto con occhi, cuore e budella di Tom (Joseph Gordon-Levitt), neoarchitetto che campa disegnando cartoncini d’auguri a Los Angeles. Predestinato allo scacco sentimentale dalle aspettative troppo romantiche e dall’incontro con una lei (la deliziosa Zooey Deschanel, volto innocente quanto indecifrabile) molto più agile e corazzata di lui.
Sole/Summer mette subito le mani avanti: non voglio storie serie, tengo alla mia indipendenza, etc. Un classico, di quelli che nessun amante prende sul serio un minuto. Specie se anziché del partner è innamorato dell’idea stessa dell’amore. È questo donchisciottismo sentimentale, diffuso e nutrito da decenni di cinema e musica pop come ricorda lo stesso film, a condannare Tom. Che vive fra realtà e immaginazione, selezionando ricordi e associazioni – come tutti – sempre nel modo più conveniente…
Da antologia la lunga sequenza parallela in split screen, a sinistra le aspettative, a destra la cruda realtà, che lo vede tornare da lei per una festa dopo una lunga assenza. È l’autoinganno di cui si nutre l’idea occidentale dell’amore, dai romantici a Roland Barthes. Tradotto in chiave pop da un regista che viene dal videoclip e sa bene che oggi siamo fatti della stoffa di cui sono fatti i nostri miti (Ringo Starr, gli Smiths, Il laureato, i mobili Ikea…). Crudele ma vero, specie se l’unico “adulto” del film è il capo dell’agenzia pubblicitaria. Che vedendo Tom avvilito lo sposta pragmaticamante dai cartoncini di San Valentino al reparto condoglianze. Tanto tutto è già stato detto, narrato, vissuto. E amore o no, business is business.
Da Il Messaggero, 27 novembre 2009

Letto con uso cucina
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

Quella tra Tom e Sole, narrata da Webb in (500) Giorni insieme, è una storia d’amore, ma univoca. Bella commedia, con finale lieto?
Questa non è una storia d’amore, avverte una voce fuori campo quando inizia (500) Giorni insieme , in originale (500) Days of Summer ( Usa, 2009, 95′).Ma d’amore parla,questa commedia elegante e intelligente di Marc Webb. Si tratta dell’amore ormai finito di Tom (Joseph Gordon-Levitt) e Summer (Zooey Deschanel). Non ancora trentenni, i due si incontrano negli uffici di Vance (Clark Gregg), editore di cartoncini d’auguri. Lui subito si innamora di lei. Lei pare non accorgersi di lui. Ma un giorno… Così, a partire dall’inizio, si potrebbe raccontare di Tom e di Sole (come in italiano è reso Summer, Estate). Ne verrebbe una storia non peggiore e non migliore di tante altre, forse ovvia come tante altre. È ovvio che un amore inizi, è ovvio che finisca, ed è ovvio quel che accade nel mezzo. Però basta abbandonare la linearità e la “conseguenza” del racconto, perché da quello stesso amore nasca una storia sorprendente.
Questo fanno Webb e gli sceneggiatori Scott Neustadter e Michael H. Weber: cominciano dalla fine, o quasi. Ossia, cominciano dal giorno 488. Su una panchina, Tom e Sole si guardano tristi. Lei porta un anello all’anulare sinistro. Anzi, si tratta di una fede. Poiché mancano 12 giorni alla fine dei 500 annunciati dal titolo, è improbabile che quella fede abbia qualcosa a che vedere con lui. D’altra parte, questa non è una storia d’amore. Come si sa, sono solo le storie d’amore che finiscono con un matrimonio, soprattutto al cinema e nelle commedie. Converrà dunque affidarsi al film, e al suo narratore “inconseguente”, per scoprire che cosa davvero sia accaduto.
E il film, appunto, ci riporta all’inizio, al giorno 1, quello in cui Sole compare in ufficio, che è poi lo stesso in cui Tom se ne innamora.Ora l’ovvio non è più ovvio, però. Che questa non sia una storia d’amore è provato dalla sua fine. Dunque, non occorre che ci identifichiamo troppo in lui, o in lei. Perlomeno, non occorre che lo facciamo come è d’uso per le storie d’amore. Per quanto Tom ci possa somigliare, o per quanto ci possa somigliare Sole, ce ne stiamo sulle nostre. Non vogliamo farci coinvolgere in una storia che romantica non può (più) essere. Chi mai si riconoscerebbe nell’inadeguatezza “sorprendente” di Tom? Non che il giovanotto non abbia qualità. Ne ha molte. È sensibile, per esempio, ed è intelligente. Per quanto sia un uomo, è attento e tenero. Pare addirittura più femminile, in questo senso, di quanto lo sia, o forse di quanto lo voglia essere lei. Infatti, la sua inadeguatezza è tutta dentro questa strana “femminilità”. Se si preferisce, è tutta dentro questo suo sfuggire al ruolo di maschio. Non è aggressivo, e non mira (soprattutto, non dice agli amici di mirare) a portarsi a letto Sole. Arriva persino a legare fra loro amore e sesso. È quella che si dice una mosca bianca, il nostro Tom.
Anche Sole non sta nel ruolo. Nel caso suo, non sta nel ruolo della femmina innamorata dell’amore. Anzi, non vuole proprio saperne, come il film ci spiega andando avanti e indietro nella memoria dei 500 giorni.È lei che prende l’iniziativa,approfittando della macchina delle fotocopie. Ed è lei che si porta a letto lui, in buona sostanza. Ma poi è chiara: nessun sentimentalismo, al massimo una convivenza per così dire con uso di cucina. Siamo giovani, spiega a Tom e al suo amico McKenzie (Geoffrey Arend), per mettere la testa a posto c’è ancora tempo. Parli come un uomo, commenta McKenzie. Non gli par vero che se ne trovino, di donne tanto aperte e comprensive. Quanto a Tom, dopo essere stato a letto con Sole, se ne va in giro per Los Angeles leggero come chiunque immagini d’essere amato.
Ma Webb ci aveva avvertito: questa non è una storia d’amore. Infatti, basta che il tempo del racconto imiti quello della memoria, tornando a spostarsi un po’ avanti e un po’ indietro,per averne la conferma. A Sole sta stretto, il legame con Tom. Le sta tanto stretto, che a un certo punto lo taglia: si licenzia e scompare dalla vita di lui. In quale giorno dei 500 questo accade? Su per giù attorno al 300. E negli altri 200 circa? Che cosa fa Tom, nei giorni che mancano? Fa quello che fanno gli innamorati abbandonati: si illude, si scoraggia, torna a sperare. Insomma, tenta di ricominciare. Alla fine però c’è il giorno 488, con quella fede al dito di Sole. Il mondo crolla. L’amore sembra negato per sempre. Non c’è dubbio, così raccontata la sua storia è unica, sorprendente. Ma poi arriva il giorno 500, e il caso – non il destino,dice Tom,proprio il caso –gli fa incontrare Luna (Minka Kelly, che in originale si chiama Autumn). Forse è una storia d’amore, quella che ora sta per cominciare. Che poi riesca a essere sorprendente dipende da chi la racconterà.
Da Il Sole-24 Ore, 6 dicembre 2009

Lieto fine? Da dimenticare
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

C’ era una volta il genere «boy meets girl», i film dove un ragazzo incontrava una ragazza, etc. etc. Oggi 500 giorni insieme – più malizioso l’ originale tra parentesi, (500) days of Summer perché lei si chiama Estate e non Sole – è un recupero all’ inverso di quello stile, perché mescola i giorni in senso non cronologico (cosa accadde al 32° o al 185°?) e affida a Lei il ruolo di quella che usa e getta gli affetti e a Lui quello del romantico cucciolone che alla fine, pur scaricato, ricadrà nella stessa trappola, incontrando Autumn. Quindi non una storia d’ amore classica ma, come dice il neo regista Marc Webb che parla delle sue disillusioni, una love story post femminista che procede a incastri spazio temporali irriverenti e indipendenti dal comun senso dell’ amore eterno che si giura a Hollywood. Lui disegna biglietti d’ auguri e incontra lei, nuova segretaria del capo, in ascensore come nei film anni 50 con Doris Day. Ed è colpo di fulmine, destinato a fiore e appassire in 500 giorni felici e infelici, tra concerti, visite all’ Ikea (la scena cult), illusioni e delusioni, karaoke e split screen. Amante della musica e convinto che ogni amore abbia la sua colonna sonora l’ autore esperto in video ha fatto studiare le canzoni agli attori, primi gli Smiths, sincronizzandoli in una dimensione di Los Angeles nuova. E cita Dorian Gray, Hopper, Henry James e Magritte, che piace anche al nuovo Almodóvar con gli amanti imprigionati in lenzuola sudario. Commedia simpaticamente cinica, dove il regista offre con tenerezza i sentimenti già in soffitta in cui ha dovuto smettere di credere da quando ha finito il Giovane Holden e ha iniziato a pagare le tasse. L’ andamento saltellante, per associazioni libere di memoria, come nel selciato del cortile Guermantes alla fine della Recherche proustiana, dà al film che cita Il laureato e Star Wars centrifugando il calendario, un suo specifico romantico originale che corregge la «carineria» un pò coatta dell’ insieme cui contribuiscono due giovani di talento in rampa di lancio per il successo, Zooey Deschanel e Joseph Gordon Levitt, ragazzi molto espressivi nell’ essere «qualunque», capaci di rendere vivo un film sentimentalmente a tesi. In cui è impossibile non scorgere le ombre di Lelouch e di Truffaut, ma con una freschezza americana che vince la retorica e dimostra quanto sia errato innamorarsi per l’ eternità. E vissero felici e contenti? E’ una battuta da dimenticare.
Da Il Corriere della Sera, 27 novembre 2009

Cinquecento giorni di te e di me
di Valerio Caprara Il Mattino

Se il critico fosse giovane adorerebbe il film. Non essendolo, lo adora lo stesso. Ecco le credenziali di «500 giorni insieme», scoperto al festival di Sundance e applauditissimo a quello di Locarno, che ricrea la chimica della commedia sentimentale Usa con un magico tocco di romanticismo smaliziato, autoironia maschile e simbolismo pop. Titolare del piccolo miracolo è l’esordiente Marc Webb, ex videomaker di successo che utilizza i trucchi del mestiere con una grazia, un’intelligenza e una sensibilità del tutto (ri)adeguate alla materia: presi due protagonisti più buffi che belli, animati gli sfondi di un’insolita Los Angeles e ribaltati i canonici comportamenti di coppia, il film s’inventa un montaggio nervoso e frammentario per ricostruire la non-love story in flashback con il surplus di una colonna sonora strepitosa che va dagli Smiths a Patrick Swayze, da Wolfmother a Simon & Garfunkel e persino a Carlà (Bruni). In pratica il punto di vista – cadenzato sul capriccioso andirivieni del «contagiorni» sovrastante le inquadrature/cartoline – è quello di Tom (l’attonito Joseph Gordon-Levitt), vanamente intento a cercare le ragioni della fine di un amore in tutti i risvolti belli o brutti, decisivi o marginali, rivelatori o illusori del magnifico e insieme penoso stillicidio che ha vissuto. Ma Webb e i suoi sceneggiatori riescono a tratteggiare con eguale freschezza il personaggio della ragazza Sole (Zooey Deschanel) anch’essa destinata a fare ridere e commuovere plotoni di spettatori di ogni età. Già i titoli di testa sono da antologia, con i due rievocati come nei filmini di famiglia: bambini ancora attaccati al guscio familiare, monadi estranee che un giorno misteriosamente s’incontreranno dando vita, prima d’amarsi e di lasciarsi, a una nuova e inscindibile umana identità. Non c’è, del resto, una nota sbagliata nella delicata disarmonia con la quale il film gioca sulle citazioni: dalla passione per la musica alla pittura di Magritte; dagli amici sbroccati alla sorellina sapiente; dai cult-movies trasfigurati (Truffaut e «Il laureato», Bergman e «Guerre stellari») al marchio Ikea, che trascende la banalità dell’eventuale sponsorizzazione elevandosi – grazie anche a una sequenza deliziosa – a sigla dei vuoti e dei pieni esistenziali disposti dalla contemporaneità. Uno dei segnali della riuscita del film sta del resto nella corrispondenza, solo in apparenza svagata, tra gli stati d’animo e «la realtà»: di volta in volta contraddetta dallo schermo diviso in due, irrisa dalla solenne voce narrante fuori campo o spalmata come col pennello sull’architettura didowntown, dove la megalopoli si trasforma in euforico palcoscenico da musical.
Da Il Mattino, 27 novembre 2009

Quando lei ti ama ma non abbastanza
di Boris Sollazzo Liberazione

Ottima musica, attori di livello, storia ammiccante, sentimenti. Ricetta troppo facile? Lo è anche la pasta al pomodoro, eppure il mondo ne va pazzo. Non bisogna sentirsi in colpa se vi piacciono le commedie americane, anche se una certa critica e qualche pregiudizio fa sempre pensare che quella risata, quella lacrimuccia, quello sguardo d’intesa con lo spettatore accanto, magari sconosciuto, siano riflessi condizionati di una furbizia atavica a stelle e strisce. Spesso, rassegnatevi, parliamo semplicemente di un film ben fatto.
Marc Webb, neanche trent’anni, ha scavato nella sua maleducazione sentimentale e vi ha trovato il golem dolce e irresistibile che tutti teniamo nascosto nel nostro passato. Quell’eterea, fascinosa, sfuggente regina di cuori che ci ha fatto impazzire solo perchè ci amava, ma non abbastanza. A cui abbiamo dato ogni colpa, solo perchè non ci ha mai preso in giro, solo perchè onestamente non ci ha seguiti nelle nostre follie d’amore. Colpevole solo del troppo affetto che le avevamo gettato addosso, insieme al nostro corpo, e soprattutto di una perfezione idealizzata lontana dai suoi neanche troppo adorabili difetti. Niente di nuovo, se non fosse che il tutto è avvolto da una colonna sonora e citazioni da infarto, da una sceneggiatura solida e da un ottimo Joseph Gordon Levitt, mai così simpatico e femminile.
Da Liberazione, 27 novembre 2009

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Sole è intelligente, affascinante e refrattaria all’amore. Pure lui fascinoso, Tom è architetto, ma vive progettando cartoncini d’auguri. Con Sole vorrebbe una storia seria, ma, semplicemente, lei non è pronta: almeno per l’abbraccio di Tom… I loro 500 giorni insieme sono quelli scelti dal videoclipparo Marc Webb per esordire sul grande schermo: già al Festival di Locarno, il film piacerà agli inguaribili romantici, che senza accorgersene si ritroveranno in terapia intensiva, e soprattutto a chi romantico non si vuole, almeno al buio in sala. “Voce senza retorica (ma non senza tenerezza)”: la invocava Roland Barthes, quello appunto dei Frammenti di un discorso amoroso, eWebb – soprattutto gli sceneggiatori Neustadter e Michael H. Weber, che avranno voluto (far) dimenticare La pantera rosa 2… – ha fatto quasi tutto per non disperderla. Frizzanti, ironici e metacinematografici, postmoderni e “paraculi” (regia gggiovane, colonna sonora con Belle & Sebastian, Patrick Swayze, Smiths), sono 500 giorni ingentiliti dai protagonisti Zooey Deschanel (guardatela, e solidarizzerete con Tom ) e Joseph Gordon-Levitt ma feroci: contro il melenso, stucchevole happy ending “cine” qua non. Non perdetelo.
Da Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2009

Dov’è il segreto di “500 Days of Summer”?
Forse è nella catulliana dedica iniziale: amare tanto una persona perduta al punto da farci un film sopra, e allo stesso tempo darle della stronza davanti agli spettatori di tutto il mondo, seduti in un festival, in una sala o davanti al proprio computer (in molti hanno sentito tanto parlare di questo film che alla fine – stanchi di aspettare un’incerta distribuzione italiana – se lo sono scaricato…)
E visto che il protagonista ha sempre scritto a tavolino – nella solitudine della sua stanza da teen-ager in cui ascolta gli Smiths – quella che doveva essere la sua storia d’amore, ed ha imparato ad innamorarsi o a soffrire attraverso Il laureato, o la musica pop, per svelare il trucco è giusto persino chiamare in causa Bruce Springsteen (del resto, è il nome che Zooey Deschanel ha dato al suo cane).
Now these memories come back to haunt me, they haunt me like a curse, it’s a dream, a lie, if they don’t come true…
Eppure, non è nemmeno nella doppia natura dei ricordi che sta il segreto del film: in quella immagine ideale della ragazza che sorride, nel modo in cui ci si innamora dei dettagli – il modo che ha di bagnarsi le labbra prima di parlare, la piccola voglia sopra il seno – che è allo stesso tempo una croce e una delizia, un piacere ed una condanna al dolore, almeno per come la vive il protagonista, abbandonato in un appartamento di Los Angeles con le sue illusioni andate in fumo (lo straordinario film-proiezione di quella che sarebbe potuta essere la loro vita domestica, finta come i set di Ikea).
Sono momenti riusciti, singolarmente freschi e pertinenti, ma non originali, almeno per chi ha ben presente l’esempio di “The Eternal Sunshine of a Spotless Mind” di Michel Gondry: semmai, colpisce il modo proustiano in cui Gordon-Levitt si mette a descrivere ogni singolo momento passato con la sua amata/odiata Summer, sempre investita di uno sguardo che sin dal primo giorno del suo diario la segue in ufficio, che non è mai neutro, ma è sempre appassionato.
Marc Webb sa che per rendere credibile la sua commedia sentimentale, per farla emergere nell’oceano di prodotti analoghi, e tutti ugualmente autobiografici, c’era bisogno di una cosa semplice eppure irraggiungibile: della verità.
La messa in scena alterna infatti lo spazio mentale del protagonista – l’immaginazione di un amore che si è sempre fatto nella sua testa – con il quotidiano in cui le cose vanno a strappi, complicate dalla vita, che come dice la disillusa protagonista alla fine arriva sempre a chiedere il conto.
A volte si sente suonare il campanello di notte e si apre la porta, e si trova chi si vorrebbe trovare proprio fuori sul pianerottolo, mentre fuori piove.
Spesso invece no, e Webb sa come rendere questo scarto in modo esemplare: è tanto consapevole che è quella la chiave del successo del suo film, da ricorrere spesso allo split-screen, usato con insistenza fino ad una sequenza magistrale in cui la proiezione mentale di un appuntamento, l’aspettativa di un appuntamento che si vorrebbe romantico, viene travolta dall’impatto con la realtà, con le complicazioni legate agli eventi da un vincolo di necessità.
Certo, il finale di “500 Days of Summer” reclama vendetta, per quanto è posticcio: si scontra con i propositi alla nouvelle vague e con il coraggio visivo che animano tutta la narrazione, con l’intraprendenza del film indipendente che vorrebbe rompere con la tradizione hollywoodiana.
Nella vita di tutti i giorni si resta appesi su una panchina, con uno sguardo impotente, frustrato, pieno di desiderio e di rancore come quello di Gordon-Levitt, pieno della consapevolezza di aver insegnato a capire l’amore a qualcuno che lo vivrà con un’altra persona, e che quello sarà anche l’ultimo con cui lo guarderemo.
Eppure, forse è per questo che continuiamo ad andare al cinema, no?
Come diceva Hitchcock, è l’unico posto in cui non esistono le parti noiose, i giorni inutili, e la sofferenza del dover dimenticare dura il tempo di una dissolvenza.
Emanuele Di Porto, da “indieforbunnies.com”

La trama potrebbe far pensare alla classica commedia hollywoodiana che racconta l’ancor più classica storia d’amore, con i suoi lati poetici, romantici, malinconici e tutto l’armamentario cui questo cinema ci ha tristemente abituato. La cosa curiosa è che tutto questo è vero, ma il film non è banale, né inutile, né scontato. La differenza rispetto alle mille commedie del genere sta nel modo in cui la storia viene descritta. Marc Webb, regista del film, gioca con il tempo, con quei 500 giorni in cui la storia tra Tom e Summer si svolge. Corre in avanti e poi torna indietro; lo fa in modo intelligente, con un montaggio serrato e una scorrevolezza del racconto non facile da ottenere.
Le situazioni, oltre ad essere spiritose, sono anche realistiche, mai esageratamente comiche né drammaticamente tragiche. Neppure noiose, perché la vicenda dei due ragazzi è costellata di episodi, di cambi d’umore, di momenti. Grazie a questi elementi la commedia è nell’insieme godibile e intelligente, senza nessuna pretesa di insegnare qualcosa ma neppure l’arroganza di voler far sognare ad occhi aperti. Semplicemente, racconta una storia che è la metafora della vita, dove gli eventi accadono e si ripetono, ciclicamente, e ciò che in un momento sembra la fine del mondo, col tempo si rivela per quello che è.
Alessandro Barbero, da “cinefile.biz”

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

Formalmente indie, concettualmente nouvelle vague, (500) Giorni insieme è Cameron Crowe piazzato al Sundance dopo un buon ripasso emotivo di tanto amour fou, di quell’amore che è tutto e niente, creazione e distruzione, immensità e dolore, zucchero filato e veleno, morte e resurrezione. Incide perché tratta intelligentemente (sofisticatamente / impulsivamente / delicatamente / stronzamente) di un tema in cui ognuno di noi ha qualcosa da dire raccontare vedere ricordare, funziona perché Marc Webb possiede stile e gusto che unisce tutto ciò che ci piace di Mtv e del Cinema commerciale col gusto cinefilo anche un pelo malinconico perché già retrò nel suo essere attuale e moderno; narrare l’amore nella sua complessità (o meglio ancora: nella sua semplicità non sempre troppo facile da accettare) col microscopio borderline senza più barriere, con tutto il sacrosanto diritto di poter ridere come un coglione o di piangere come l’ultimo degli sfigati, un po’ come fece già Ethan Hawke qualche annetto fa con L’amore giovane.

Joseph Gordon-Levitt è Antoine Doinel o meglio ancora Alex aka Denis Lavant, solo che al posto di correre euforicamente sulle frequenze amorose del Modern Love di David Bowie, ci regala invece una delle scene migliori della stagione con una sequenza musical-disneyana che altro non è se non la nostra stessa immaginazione fluttuante nel medesimo istante in cui capiamo di esserci innamorati: esiste, quel momento mistico e dolcissimo, totale, in cui smetti di essere uomo per diventare proiezione filmica, improvvisamente il più figo dei Gene Kelly, fuori c’è persino un brillantissimo sole (Sole: il nome della protagonista) e tutto attorno a te è fottutamente felice, i noiosissimi passanti sono diventati magnifici ballerini, e gli uccellini ovviamente sono in cartone animato. Prima di ritrovarti l’attimo dopo a spaccare il cellulare in casa così giusto perché in fondo in fondo la tua rabbia e le tue incazzature e paranoie devi sfogarle. Ecco la magia: il potersi permettere di fare (immaginare / sognare) queste cose, la vita e la morte, la gioia e il pianto, l’essere malati – fottutamente paranoid android – grazie all’Amore (giovane). Ecco perché (500) Giorni insieme è un film bipolare, perché s’attacca epidermicamente sulle nevrosi del cuore, e con esso, tutto il suo esplodere di emozioni e sensazioni contrastanti, fatti di opposti (e uguali, in quanto l’amore è una faccia a doppia medaglia): allora Marc Webb decide di giocare proprio di contrapposizioni senza seguire la linearità della narrazione, vola avanti e indietro nel calendario (un po’ come il procedere videoclipparo del Gondry di Eternal sunshine) accoppiando scene che sono le conseguenze contrarie dell’amare: il protagonista Tom che descrive la sua amata Sole con tutti i suoi pregi, prima di trasformare quegli stessi pregi in difetti nella scena successiva; il ritrovarsi sullo stesso luogo (l’Ikea, che evocazione) prima baciandosi su un letto osservati da una famiglia cinese, e poi senza nemmeno più sfiorarsi la mano. Per questo, nel suo essere dolce, (500) Giorni insieme fa anche male: perché ti mostra non solo la vita e la nascita dell’amore, ma anche la sua fine (e conseguente resurrezione). Marc Webb non pedina l’ideale dell’assoluto happy ending, ma semplicemente, ci racconta un pezzo di ciò che è il ciclo dell’esistenza: ci desideriamo e poi ci amiamo, chissà perché ad un tratto ci dividiamo? i.still.love.you. E d’altronde, gl’indizi sono già svelati per tutto lo svolgersi della pellicola, dagli Smiths nell’ascensore fino alla t-shirt di Love will tear us apart, eppure tutto ciò non c’impedisce di continuare a sperare e sognare, perché sappiamo anche che dopo il Sole spunta sempre la Luna, e dopo la Luna un altro Sole. Ecco, di nuovo, perché il film ha doppiamente vinto: Perché nonostante le fottute frasi (vere) di Ian Curtis, perché nonostante l’Ikea fu un abbaglio, perchè nonostante l’amore ci ha divisi, un giorno, un cazzutissimo giorno, non importa se domani o dopodomani o tra 10 anni, basterà un cuore per ricominciare, un cuore da donare nei pochi giorni liberi. E passerà.
Pierre Hombrebueno, da “positifcinema.com”

Quando una storia d’amore finisce è inevitabile ripensare a tutti i momenti passati, ed è con questa ovvia verità che nasce (500) Giorni insieme, un semplice ed efficace tributo ai cuori spezzati.
La storia narra di Tom (Joseph Gordon-Levitt), un sognatore che non ha smesso di credere nel colpo di fulmine e nel vero amore, e di Sole (Zoey Deschanel), affascinante ragazza dall’apparente cinismo e con una visione disillusa del mondo, che si ricrede quando incontra Tom. All’inizio sembrano non essere fatti l’uno per l’altra, ma in seguito scoppia la scintilla; in principio è un idillio, ma qualcosa va storto, e improvvisamente i due si lasciano. Tom cade in un baratro di disperazione, e non può fare a meno di ripensare ai giorni trascorsi con la ragazza.
Sin dall’inizio la voce beffarda del narratore avverte gli spettatori che questa non è la solita storia d’amore, anche se ci sono tutti gli elementi di una storia romantica: c’è un ragazzo, una ragazza, e c’è una romantica relazione. Ma il territorio dell’amore in (500) Giorni insieme viene esplorato e dissacrato con enorme dinamicità e con un imprevedibile senso ludico, divertendo e lasciando un lieve sapore amaro in bocca, poiché chiunque ha ricevuto un due di picche e quindi l’immedesimazione è assicurata.
Il film è narrato dal punto di vista del povero Tom privato dei punti di riferimento riposti nella ragazza. É dalla rottura dei due che parte la storia: un inizio atipico che sin da subito evidenza come il film non sia rinchiuso nelle solite regole delle commedie romantiche, lasciando spazio a un’originalità sorprendente.
Il segreto e la infallibilità del film risiedono nello titolo stesso: i (500) giorni che raccontano la storia di Tom e Sole scorrono in sovrimpressione a mo’ di roulette russa e bloccandosi a random per mostrare un evento in particolare. Sotto un inesorabile lente di ingrandimento i dettagli, le sensazioni, e i momenti vissuti vengono ampliati e “distorti” dal protagonista, ad esempio trasformando la mattina seguente a una notte di passione in un vero e proprio musical.
Gli autori hanno deciso di assumere una struttura narrativa a “puzzle”: partire da una scena per ricostruire l’intero quadro narrativo e, “giorno per giorno”, capire cosa è successo ai due amanti. É una scelta stilistica che ricorda molto Memento di Christopher Nolan, in cui il protagonista, per via di un problema della memoria, è costretto a rivivere a ritroso alcuni fatti accaduti; gli autori sembrano essersi ispirati a questo film e anche ad altri dello stesso filone di appartenenza. La storia d’amore viene smontata e privata del suo ordine temporale, tutto questo per poter seguire il flusso di ricordi e di sensazioni di Tom. L’intenzione è di dare un disordine apparente, tale da incuriosire lo spettatore e obbligarlo a rimettere insieme i pezzi per capire perché la coppia è esplosa.
Bisogna ricordare come gli autori hanno giocato una carta vincente partendo da una storia d’amore finita male: il film doveva avere un impronta totalmente differente, e solo dopo che Scott Neustadter, lo sceneggiatore del film insieme a Micheal H. Weber, è stato lasciato da una donna che il film si è modificato prendendo spunto dalla proprio dalla sua esperienza personale. In un ottimo mix di dialoghi vincenti, situazioni esilaranti, e interpretazioni mature e realistiche che la pellicola meriterebbe di entrare nell’olimpo del genere Comedy, portando allo stesso tempo freschezza e semplicità.
Il regista Marc Webb finora aveva lavorato nel campo dei videoclip, ed è piacevole come i riferimenti, le citazioni di brani british pop (soprattutto i The Smiths) e la bellissima colonna sonora diano un atmosfera musicale di ottima qualità e coinvolgimento. Un peccato per il titolo originale, andato perso nella traduzione italiana, ossia (500) days of summer che rendeva meglio il messaggio che il film vuole trasmettere: in fin dei conti, Sole non è solo una ragazza, ma è un “errore” che tutti hanno vissuto. L’amore è lo sbaglio più bello della vita, ed è questo che insegna lo straordinario finale che sconvolge tutte le previsioni che lo spettatore è portato a fare sino a un istante prima.
Riccardo Rudi, da “cineclick.wordpress.com”

In ossequio al titolo questa originale commedia sentimentale segna l’esordio di Marc Webb, già regista di videoclip, raccontando i 500 giorni in cui una storia d’amore nasce, fiorisce, muore, lasciando il romantico protagonista a metabolizzare il suo dolore. Il tutto narrato ovviamente in modo rigorosamente non lineare dalla prospettiva privilegiata di Tom, una laurea d’architettura in tasca, un presente da pubblicitario specializzato in biglietti d’auguri per tutte le occasioni, un amore spassionato e malinconico per gli Smiths che continua a perseguitarlo dall’adolescenza. Tom non si aspetta certo di riuscire a far breccia nel cuore di Sole, la nuova assistente del suo capo, bella senza esagerare, ma capace comunque di intrigare sempre in modo naturale ed irresistibile chi ha a che fare con lei: quando iniziano ad uscire insieme, in breve tempo per Tom è amore conclamato, il punto è che Sole si aspetta che il loro resti un rapporto così, niente di serio ed impegnativo. Ciò che per molti costituisce lo stimolo ideale per prendere da una relazione alla leggera e senza responsabilità di sorta per il povero Tom, che all’amore vero crede fermamente, si rivelerà un insostenibile macigno. A parte la sceneggiatura non banale, in 500 Giorni insieme cattura l’efficace scelta narrativa di intersecare i vari momenti della relazione tra Tom e Sole (dalla prospettiva privilegiata di Tom, ovviamente) indicandoci il giorno esatto dei 500 passati insieme. Si comincia a sorridere dalla caustica scritta d’apertura ed a volte si resta perfino sorpresi dall’audacia delle scelte registiche, come ad esempio l’inserto da musical con tanto di uccellini in cartoon che segue la prima notte d’amore o lo split screen in cui Mark Webb ci presenta la realtà immaginata da Tom e quella effettiva a confronto. Non mancano citazioni cinefile, in primis a Il laureato di Mike Nichols, in particolare il mitico finale in cui i due protagonisti sembrano realizzare che la vita insieme potrebbe anche non essere una passeggiata. All’ultimo Sundance Festival questa commedia gradevole e fuori dagli schemi si è meritata il premio del pubblico. Da vedere.
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Due giovani attori, un regista esordiente, una commedia romantica: quello che poteva essere un prodotto come tutti gli altri si rivela invece un film originale, divertente, ben recitato e fuori dai canoni.

500 Giorni Insieme (titolo originale: 500 Days of Summer, con il divertente gioco di parole tra l’estate e il nome della protagonista, Summer) racconta la storia d’amore tra Tom (Joseph Gordon-Levitt) e Sole (Zooey Deschanel). I due si conoscono nella ditta di biglietti d’auguri in cui lavorano: per Tom è subito colpo di fulmine, mentre per la disincantata Sole questa sarà dichiaratamente una storia senza alcun impegno. Il risultato, ovviamente, è complicato, come tutte le storie d’amore che si basano su simili premesse.
Il poster italiano di 500 Days of SummerUna storia che per certi versi ricorda molto altri film, tra tutti Io e Annie o Se Mi Lasci Ti Cancello. Il ragazzo un po’ frustrato e sognatore che crede nell’amore vero, la ragazza molto più forte di lui e con convinzioni diametralmente opposte. Una regia brillante, capace di soluzioni tecniche non scontate: il riferimento al film di Woody Allen, in questo senso, c’è in una splendida quanto malinconica scena in split-screen, che ricorda molto la celebre sequenza sottotitolata; mentre la narrazione non lineare ricorda per certi versi la sceneggiatura da Oscar del film di Gondry, scritta da Charlie Kaufman.
E che Marc Webb, qui al suo esordio, sia un vero cinefilo lo dimostrano anche le numerose citazioni (straordinaria una delirante sequenza in bianco e nero sulla depressione post-rottura) con cui riempie il film. La struttura non lineare della storia viene scandita con soluzioni grafiche che derivano chiaramente dalle origini videoclippare del regista, capace tuttavia di ironizzare proprio su questo suo aspetto in una scena quasi da musical (probabilmente la migliore scena di sesso-senza-sesso degli ultimi anni).
Un po’ eccessiva, invece, l’insistenza sui caratteri trendy e alternativi dei vari personaggi del film (che canticchiano gli Smiths e nel frattempo vanno all’Ikea, un product placement fin troppo evidente), quasi fossero necessari questi elementi per arricchirne la personalità o aumentare l’immedesimazione del pubblico (e in questo modo ci si concentra su un target dichiaratamente giovanile). Era quindi forse evitabile la figura della piccola Chloe Moretz (sebbene l’attrice buchi letteralmente lo schermo). Alcune scene madri, i dialoghi brillanti e l’ottimo lavoro dei due protagonisti bastano a dare la giusta caratterizzazione a Tom e Sole, un collante necessario con questo tipo di narrazione. E mentre Gordon-Levitt entra ufficialmente a far parte delle giovani star più interessanti di Hollywood grazie alla sua ormai rodata interpretazione minimalista, la Deschanel ancora una volta riesce a lavorare in maniera non banale sul ruolo della fidanzatina d’America.
Con 500 Giorni Insieme Marc Webb riesce a raccontare una storia d’amore non diversa da quella che potremmo vivere tutti noi, onesta e non per questo scontata, con uno stile originale che riesce a non irritare e tanta ironia. Qualcosa di molto raro, oggi come oggi…
Andrea Francesco Berni, da “badtaste.it”

Una commedia romantica che conquista da subito
500 days of Summer, questo il titolo originale, ha aperto il 62° Festival internazionale del film di Locarno, è stato anche presentato al Sundance Film Festival e, soprattutto, è un esplosivo debutto alla regia di Marc Webb, regista di successo di spot pubblicitari e video clip. La sceneggiatura è stata scritta da Scott Neustadter e Michael H. Weber (già autori de La pantera rosa 2).
Una direzione tutta al maschile ha composto uno dei film romantici più beffardi, imprevedibili, sregolati, stentorei e liberi che si siano mai visti negli ultimi anni. Webb, Neustadter e Weber hanno descritto con originale fantasia l’anatomia di una storia romantica. La miccia della storia prende fuoco il giorno uno, quando Tom (un empatico Joseph Gordon-Levitt), un architetto che lavora come autore di sdolcinati biglietti d’amore, incontra Sole (che poi sarebbe Summer, tradotto Sole nella versione italiana, interpretata da Zooey Deschanel), la nuova segretaria del capo. Casualmente i due scoprono di avere molte cose in comune e iniziano a frequentarsi. I giorni passano arrivano gli alti e i bassi, e ancora i bassi.
La genialità di quest’opera prima è racchiusa nella struttura della sua narrazione: 500 giorni insieme possiede un’affascinante architettura caleidoscopica, cha basa la sua eleganza su un montaggio intrigante e su split screen ben congegnati, che insieme creano, per l’appunto, le strutture simmetriche di questa narrazione. 500 giorni insieme è raccontato dal punto di vista di Tom che, nel momento in cui è investito da un cataclisma monumentale (cioè quando viene lasciato), ripercorre tornando indietro con la mente con un proprio ordine di ricordi, tutte le cose fatte e vissute con Sole; rivive, quindi, tutta la loro storia in cerca del primo segnale di problemi. Webb ha messo da parte le regole narrative, utilizzando un linguaggio filmico alternativo per raccontare al pubblico, in modo veritiero, il cuore spezzato e ridotto a brandelli di Tom.
Così, ripercorrendo gli eventi che hanno segnato la relazione, con meravigliosi e tumultuosi giochi amorosi tra Tom e Sole, il regista ha esplorato il turbolento territorio che va dall’emozione dei primi incontri all’innamoramento, dalla separazione alle recriminazioni, in un vortice fatto di sbalzi tra passato e presente. La cura del dettaglio è un altro punto di forza di questo film, ricco di riferimenti cinematografici e arricchito da una colonna sonora (dagli Smiths a Carla Bruni) che approfondisce il flusso emotivo del film.
La piena felicità di Tom e l’agonia del suo cuore infranto fanno scaturire un esilarante simbolismo visuale: dalle sequenze oniriche ai numeri musicali, dagli uccellini animati alla malinconia dei film francesi. 500 giorni insieme ha il potere di essere un film romantico, ma non una storia d’amore, come avverte da subito la sarcastica voce narrante. Questo film è dotato di una carica realista, priva di ironia, ma che al contempo riesce a non prendersi troppo sul serio. Il regista accompagna Tom nel suo indagare e nel suo porsi domande, fino ad arrivare a capire che “quel 23 maggio era mercoledì, e il destino non c’entrava”. 500 giorni insieme è una commedia fresca e spassosa che mette d’accordo generazioni perché, come dice il regista: “La cosa che accomuna le persone dalle esperienze e realtà più diverse, che abbiano 17 o 70 anni, è che tutti abbiamo avuto il cuore spezzato!”. Tutti, insomma, abbiamo avuto la nostra “Sole” e tutti vorremmo il nostro “Tom”.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Alzi la mano chi non ha mai cantato in playback davanti allo specchio. Il successo a Locarno era solo l’inizio per l’esordiente Marc Webb: film cult dell’estate americana, questo 500 days of summer (affascinante titolo stroncato dalla traduzione italiana) è già anche un fenomeno della rete, con tanto di video amatoriali e poster personalizzati creati dai fan della pellicola. Piuttosto probabile che più di qualcuno, spettatore o critico che sia, resterà infastidito o quanto meno perplesso davanti a un simile seguito. Perché 500 giorni insieme è la più normale, media, banale delle storie: lui è un clerk sveglio, lei è la nuova arrivata in ufficio, bellissima e apparentemente ritrosa; lui si innamora, lei forse…Passano i giorni di un calendario da 0 a 500, e finisce proprio come ti aspetti. Eppure si rimane affascinati da questo film così prevedibile, così personale, scopertamente (furbamente?) in cerca di un dialogo con l’identificazione. E non è solo per la disarmante semplicità delle scene girate nei luoghi quotidiani – gli interni delle case, l’ufficio, il pub, i parchi e i negozi. Non è solo il fascino, il carisma e la carica di Zooey Deschanel, vera calamita nel film – perno della sceneggiatura e delle linee di sguardo – e del film, immanente ragione d’essere tanto per la pellicola quanto per il protagonista maschile. Vita (del regista, del personaggio) e rappresentazione si sovrappongono negli sguardi dell’attrice, in quei pochi e preziosi momenti di estasi contemplativa che, ovviamente, sono tutti per lei: una serenità sorridente riflessa nel chiaro del vetro di una macchina, un corpo gentile e leggero su un letto pieno di luce, piccoli difetti e una canzone al karaoke. Già, il karaoke. Non è solo per queste impressioni che 500 giorni insieme ha sedotto e seduce il pubblico. Il film di Marc Webb è il film che tutti vorremmo girare. La dichiarazione d’amore in musica che tutti vorremo fare o ricevere. E il film che tutti – ma proprio tutti – ci siamo fatti…
Annarita Guidi, da “sentieriselvaggi.it”

L’amore è eterno finché dura

500 giorni d’estate, ovvero di felicità rigogliosa, ma anche 500 giorni di Summer, la ragazza che porta questa felicità nella vita del protagonista. In italiano si perde però il gioco di parole del titolo originale ed il nome della ragazza diventa Sole, affine simbolicamente; tuttavia si preferisce un più convenzionale (ed incolore) 500 giorni insieme.
Ed è su questi 500 giorni che si snoda questa bella commedia sentimentale, anticonvenzionale e realistica se messa a confronto con gli esemplari classici del genere.
La prima bella invenzione è quella di portare avanti il racconto saltando sapientemente all’interno dei 500 giorni che hanno scandito la storia d’amore, mostrando cioè il giorno 279, poi il numero 1, poi il 3, poi il 58 e così via fino al 500.
Ma è solo una delle tante trovate che sorreggono e fanno volare davanti agli occhi questo film.
Webb, regista di video musicali qui al suo primo lungometraggio, ha uno stile creativo e spumeggiante.
Gli stili si alternano – spesso sopraggiunge anche la voce narrante – resi omogenei da una comune freschezza.
Ad esempio uno split screen ben utilizzato, una volta anche mostrando il confronto tra aspettativa e realtà, poi un breve inserto musical (quando il ragazzo felice in amore vede il mondo intero sorridergli, quasi un novello Levin da Anna Karenina), e persino un paio di inserti animati.
Tutto questo al servizio di una sceneggiatura sempre impeccabile, al tempo stesso attuale e sempre valida in materia di sentimenti d’amore.
Tra le armi vincenti tutto il cast, ma in particolare, nel ruolo di Tom, Joseph Gordon-Levitt (praticamente sconosciuto, anche se recita da quando era bambino), sorriso disarmante e innato candore: sembra nato per questa parte.
Ben affiancato da Zooey Deschanel (portata timidamente alla ribalta da E venne il giorno e Yes man), il cui look anni Cinquanta contrasta con un animo in realtà più disincantato che romantico e femminile nel senso tradizionale: una confezione che è probabilmente fondamentale nell’alimentare l’errore di Tom.
Fra il Lui e la Lei il soggetto prevede un’inusuale inversione dei ruoli di genere, così come sono intesi tutt’oggi dalla maggioranza: qui il maschio è l’animo romantico da sempre alla ricerca del grande amore, la femmina invece all’amore non crede e preferisce sentirsi libera vivendo i rapporti senza etichette.
La scelta di scompaginare i luoghi comuni prosegue fino alla fine.
Il finale è lieto, ma non nel senso più prevedibile ed atteso. Il pubblico desidera generalmente veder trionfare la storia d’amore raccontata durante il film, e molti si aspettavano di vedere la scettica protagonista, segnata dal divorzio dei genitori, ritrovare fiducia nell’amore e lasciarsi finalmente andare a fianco del suo adorabile coprotagonista (una sorta di vicenda alla Grandi speranze dickensiane).
Invece no.
O meglio, sì, la ragazza ritrova fiducia nell’amore incontrando la persona giusta, ma questa persona non è quella per cui lo spettatore ha fatto il tifo fin dal primo momento.
Lo spiazzamento è anche sul piano del parallelismo tra accadimenti e sogni/miti mediatici. La passione di Tom per Il laureato (del quale ha dato una lettura distorta, ci viene rivelato) farebbe immaginare un ripensamento in extremis della bella prossima alle nozze, che magari fugge con lui in abito da sposa. Niente di tutto questo.
Anche il comune amore dei due protagonisti per gli Smiths – che fanno la parte del leone in una colonna sonora apprezzabilissima – dimostra che le affinità di gusti non bastano in un rapporto.
Più convenzionale il fatto che nel protagonista scatti magicamente la molla per lasciare un lavoro di ripiego e riprendere la strada per l’amata architettura.
Ironico ed intelligente, il film non blandisce e non raggela e in questo è parte della sua magia. Per questa ragione risulta tanto vero ed onesto e gratifica senza accarezzare le illusioni più ingenue di ciascuno.
Non si fanno sconti in termini di slanci romantici, autentici quando vengono vissuti, ma nondimeno – talvolta – effimeri.
Si ammette chiaramente che può capitare di pensare che qualcuno “sia l’unica persona in grado di rendermi felice”, anche se non è così. Una delusione per chi ama coltivare l’idea più rigidamente romantica dell’amore unico ed insostituibile scritto nel destino, ma al tempo stesso una consolazione per chi crede di aver perduto quell’amore.
Non a caso la pellicola sceglie esplicitamente la casualità piuttosto che il destino, a governare le vite e gli incontri sentimentali delle persone. Meno affascinante, ma più verosimile e in fondo più aperto alle speranze.
Piccolo budget e risultati al di sopra delle attese per un film di cui si sentiva il bisogno, ma soprattutto un passaparola che ne fa probabilmente un futuro piccolo cult.
In Italia, inopinatamente, non è stato pubblicizzato in modo adeguato ed è uscito in poche sale, compromettendone le sicure potenzialità di successo.
Raffaella Saso, da “spietati.it”

Quella di trovarsi nei pressi del capolavoro è una prima sensazione che proviene dal profondo, ma che rimane incastonata nella mente come un pensiero indelebile, ricordo dell’aver assistito a un’idea che si fa cinema e a un cinema che diviene idea, emblemi di una capacità di osservazione e di restituzione della materia circostante (più o meno sovrasensibile) che viene filtrata attraverso uno sguardo unico e personale.
Un occhio fresco e nuovo come quello di un regista esordiente e di una altrettanto giovane coppia di sceneggiatori, uomini che hanno colorato lo schermo e il mondo trasognante che su di esso si distende, ricoprendoli di toni di volta in volta dolci e quieti, nervosi e passionali, ironici, disincantati e tristi : tutti i colori del cinema e della luce che da questo a volte sa sprigionarsi, simboli di un Amore che sopravvive nell’unico modo che gli è possibile, ovvero senza mai essere uguale a se stesso. Laddove uno sguardo eccentrico scopre una Los Angeles che non è la solita L.A. che appare sugli schermi (grandi o piccoli che siano) ma, piuttosto, una città tranquilla, a misura d’uomo e raramente alienante, qui centro di un gioco anche intellettuale e set per la storia che in cinquecento giorni unirà i destini di Tom (Joseph Gordon-Levitt) e Sole (Zooey Deschanel) : (500) Days of Summer, i cinquecento giorni di Summer (il nome di Sole nella versione originale), una giovane donna che non è alla ricerca del grande amore – una ’ragazza moderna’, pertanto – mentre Tom, invece, sentirà di essere stato attraversato dal colpo di fulmine.

Nelle intenzioni degli sceneggiatori Scott Neustadter e Michael H. Weber si sarebbe trattato di « Una via di mezzo tra la commedia romantica e Memento ». Un percorso a ritroso, magari come quello del Joel Barish del meraviglioso e toccante Eternal Sunshine of the Spotless Mind della coppia Kaufman-Gondry : un uomo che rivive nel labirinto della propria mente, luogo privilegiato per i sogni nei quali nascondersi per tentare una fuga che possa incidere sulla realtà. La sopravvivenza, quindi, grazie alla spirale dei ricordi, quelli che in (500) Days of Summer si appoggiano al punto di vista centrale di Tom che ci mostra quei cinquecento giorni, compreso quello in cui Summer lo ha lasciato. Ma la mente del ragazzo, come capita nei ricordi di ognuno di noi, procede per salti, avanti e indietro nel tempo, come se volesse trovare un senso a quanto accaduto, un segno premonitore della propria rovina, un motivo e un significato alla sua stessa esistenza e alla parola ’amore’. Carattere inusuale nelle commedie romantiche questa centralità della visione maschile di un uomo decentrato che ama e soffre. Tanto che, in uno dei frammenti iniziali della pellicola, Summer dirà che la loro storia è stata come quella tra Sid e Nancy, solo che rivelerà (senza ipocrisie e, perciò, senza sensi di colpa) che è stata lei il Sid Vicious carnefice di una Tom-Nancy Spungen. Un amour fou che viene ripreso attraverso una battuta sagace che coglie alla sprovvista, non meno di altre che illuminano il cammino del film.

È un fluire ben strutturato quello congegnato da Marc Webb, fino ad ora regista di spot e videoclip, capace di riempire il più grande degli schermi con sensazioni che disegna sempre con tratto agrodolce e lieve. Un viaggio nella mente e nel cuore, mentre Tom disegna il mondo intorno a sé. Perché lui è un laureato in architettura che lavora in uno studio dove si scrivono le frasi che andranno sui bigliettini per gli auguri o altre ricorrenze, frasi fatte a uso e consumo di persone che non sanno o non vogliono esprimere i loro pensieri attraverso parole proprie, come capita anche a tanti innamorati. Un lavoro che simboleggia la sua sconfitta di fronte alla possibilità di un futuro diverso. In ufficio farà la conoscenza della nuova segretaria del suo capo, Summer, che diverrà la sua Estate e il suo Sole. Forse, nelle intenzioni di Tom, la sua controparte ideale, l’altra metà di una coppia che potrebbe essere racchiusa in uno dei quadretti di Raymond Peynet, i cui fidanzatini da sempre appartengono a un passato ormai senza tempo. Peynet, il disegnatore che cominciò come grafico pubblicitario, una di quelle professioni che vendono agli altri un mondo che magari non esiste, un lavoro non dissimile da chi inventa frasi per i bigliettini. Un architetto, al contrario, mostra agli altri come il mondo sarà.

Dunque forte è il contrasto tra l’Ideale e la Realtà, tra il vecchio e il nuovo, col passato che ritorna in quanto cultura di provenienza, condizionando il presente e il suo immaginario : perché Tom in fondo è prigioniero di una memoria realizzata da altri, fin dall’infanzia formatasi su Il laureato e la triste musica pop inglese degli anni Ottanta, come viene ironicamente sottolineato dal commento che ci introduce alle vicende. E la preponderanza della Memoria si fa sentire anche nell’istanza narrante attraverso il richiamo alla Nouvelle Vague, tramite le citazioni di Guerre stellari così come grazie alle intelligenti rivisitazioni di due inquadrature riprese dal Bergman de Il settimo sigillo e di Persona, creando in tale modo un raddoppiamento dello spazio e del tempo cinematografici. E la memoria coinvolge anche il ricorso a numerosi brani pop-rock, un mare di canzoni e di particolari che a quel mondo musicale riconducono, convergendo così insieme per comporre una colonna sonora che diviene assai presente ma mai pressante, distinguendosi da tanto cinema contemporaneo che non sa lavorare di fino.
Per cui tutto risulta essere funzionale in questa pellicola assai lieve e solida, dove fanno bella mostra di sé i due splendidi giovani interpreti. Finemente cesellata ed equilibrata in ogni sua parte, sa restituire il contrasto tra la realtà e le immagini, quelle esteriori come quelle interiori. E sintomatico risulterà essere l’uso dello split screen, utile sia per avvicinare che per allontanare gli elementi presenti nell’inquadratura : in (500) Days of Summer renderà visibile, a esempio, il rafforzamento della comunicazione tra due persone, ma realizzerà anche, in un altro momento, uno scarto tra le due frazioni presenti in scena, acuendo la divaricazione tra le aspettative individuali e la realtà. E forse sarà questo il punto di non ritorno nella comprensione di dover compiere il proprio ingresso nell’età adulta, indirizzandosi verso la capacità di cogliere il senso dentro di sé, in un’opera che traccia principalmente il percorso di una crisi e di una crescita lungo un film dal quale difficilmente la propria memoria potrà distaccarsi.
Marco Di Cesare, da “close-up.it”

Uno dei casi cinematografici dell’anno negli States. Premio del pubblico al Sundance Film Festival, 50 milioni di dollari incassati, applausi, sorrisi, lacrime e tanti complimenti ricevuti. Parliamo del delizioso 500 giorni insieme, autentica rivelazione di quest’anno ormai pronto a salutarci, con il riuscito, convincente ed interessantissimo esordio di Marc Webb, regista di cui sentiremo sicuramente parlare nei prossimi anni.
Prodotto dall’attenta Fox Searchlight, 500 giorni insieme non è la solita smielata commedia romantica e proprio questo è il suo incredibile punto di forza. Vivremo così insieme ai due splendidi protagonisti il loro distruttivo rapporto sentimentale, i loro 500 giorni passati insieme, capaci di rivoltare un’esistenza ed evolvere l’altra, fino al susseguirsi degli eventi, indissolubilmente legati a quella misteriosa entità chiamata destino…
Una favola. Raccontato da un’azzeccata voce fuori campo, 500 giorni insieme è la ’storia di un ragazzo che incontra una ragazza’. Follemente convinto che l’amore esista lui, cinica ed incapace di buttarsi in una relazione seria lei. I due si incontreranno sul posto di lavoro, passando 500 giorni di amore ed odio, coccole, risate e litigi, con continui salti temporali da un giorno all’altro, resi facilmente intuibili da un semplice quanto riucito ‘cartello countdown’.
Marc Webb ci porta così nel mondo di Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt, così differenti eppure così attratti l’uno dall’altra. La linea spazio-temporale salta continuamente, tra i vari episodi di vita che vedono i due protagonisti, prendendo a piene mani dalla tecnica cinematografica, tra split screen, uccellini animati e due mondi, quello della realtà e quello dell’immaginazione, continuamente pronti a scambiarsi di posto.
Dalla commedia romantica passiamo così al musical (fantastica la scena in cui Joseph Gordon-Levitt ha appena fatto per la prima volta l’amore con Zooey Deschanel, toccando il cielo con un dito a suon di musica e coreografie) finendo per invadere le corsie della pellicola drammatica, grottesca, animata e decisamente brillante. Tutti noi abbiamo sofferto d’amore almeno una volta nella vita. Tutti noi ci siamo chiesti il perchè, tutti noi abbiamo tentato di riprendere in mano quel maledetto rapporto, illudendoci che fosse realmente possibile, così come tutti noi siamo finiti psicologicamente sotto un treno vedendo quell’amore trovarne un altro.
Scott Neustadter e Michael Weber si sono così concentrati sugli aspetti più conosciuti ed odiati di un rapporto di coppia, (omaggiando lo stesso mondo del cinema, da Il laureato a Il settimo sigillo) realizzando una vera e propria anatomia di una storia d’amore, spaziando tra realtà e fantasia. Accompagnati da una colonna sonora magnifica, i due sceneggiatori hanno contribuito con il regista Marc Webb a realizzare un titolo che diventerà di culto per il ‘genere’, un po’ come accaduto anni fa con Amelie.
Partendo da un ‘maschilista’ ribaltamento di fronte (è lui ad essere romantico, è lui a soffrire d’amore, è lei a non credere in nulla di tutto ciò) Webb riesce a far sorridere e a far commuovere, facendo più di una volta immedesimare lo spettatore nei personaggi interpretati da Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt, tanto deliziosi quanto azzeccati protagonisti. In una Los Angeles vista addirittura dal punto di vista romanticamente architettonico, cavalcheremo l’odioso mondo dei clichè sentimentali, tra biglietti d’amore trasformatisi in tristi condoglianze, visto che non esiste amore senza sofferenze, neanche al cinema.
Talmente piacevole dall’essere indubbiamente la commedia romantica più riuscita di questo 2009. Sorprendente.
da “cineblog.it”

Sole: “È bene che tu sappia che non sono in cerca di una relazione seria.”
Tom: “Che cosa siamo?”
Sole: “Amici!”
Tom: “Storie! Un amico non lo baceresti in sala fotocopie e non ci faresti il kamasutra in due sotto la doccia…”

Scriveva Pablo Neruda:
“Io l’amai, e a volte anche lei mi amò…
Perchè in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna ad averla perduta.
Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.”

Bastano questi pochi, struggenti versi di Neruda per farci capire quanto sia dolorosa la fine di un amore, quanto sia amara la morte di un sentimento che si riteneva autentico. Bastano queste poche rime per farci capire che chiudere una storia d’amore è un evento traumatico che ha bisogno di essere elaborato prima di essere accettato.
Perché la fine di un amore, o peggio l’abbandono, è un trauma che possiamo paragonare ad un’esperienza di lutto. E come in tutti i lutti, la morte di un amore lascia lo stesso vuoto, lo stesso smarrimento, la stessa reazione emozionale che si sperimenta quando si perde una persona significativa nella nostra esistenza Una sofferenza immensa, cruda, spietata, che ti toglie il respiro, che ti lascia senza fiato e senza certezze; persino se l’hai attesa, causata, voluta, sollecitata, quando arriva ti senti svuotato/a e perdi ogni lucidità.
È doloroso doverlo ammettere, è doloroso dovere accettare che sia finita.
Il più delle volte non si riesce a capire perché sia finita.
Non ti rendi conto che quella fine non è stata improvvisa, ma era in qualche modo annunciata, era nell’aria, era segnalata, perfino manifesta in tanti piccoli gesti, in tante lievi sfumature, in tanti timidi accenni, che sottovaluti, non capisci, rifiuti, fino a quando lo scopri, fino a quando lei/lui ti dice: “Non ti amo più.” È duro accettarlo, è peggio sentirselo dire, gridare in faccia: “Non ti amo più, o forse non ti ho mai amato/a abbastanza”.
E allora, in quel preciso momento, ti crolla il mondo addosso, ti senti disperato/a, preso/a in giro, tradito/a, distrutto/a, e pensi: “Forse è lei/lui che è immatura/o, insensibile, incapace d’amare; forse è lei/lui che è una/o stronza/o”.
L’invettiva però non cancella la nostra nudità di fronte alla fine di un amore, quando viene e mancare quel senso di appartenenza che sfiora il possesso, quando qualunque uomo si rivela in tutta la sua fragilità e in tutte le sue debolezze.
È così che si sente Tom quando Sole gli dice che non l’ama più e che lo vuole lasciare.
Tom Hansen è un creativo, un giovane architetto mancato che ha lasciato svogliatamente gli studi; lavora presso un’azienda per la quale progetta e scrive effimeri bigliettini d’auguri, quelli che per stanca consuetudine si inviano nelle più disparate ricorrenze, da un compleanno alla parteciapazione ad un lutto, lavoro che soddisfa solo in parte le sue aspirazioni artistiche.
Vive a Chicago e conduce una tranquilla e normale vita da single; ed anche se avvilito per gli studi interrotti, è intimamente convinto che il grande amore esiste e che la vita e tornerà a sorridergli quando incontrerà la sua anima gemella.
Il suo sogno si realizza il giorno in cui inaspettatamente conosce Sole Finn, una ragazza appena arrivata nell’Illinois da una piccola cittadina del profondo Michigan, assunta come nuova segretaria del suo capo. Al contrario di Tom, Sole è una ragazza pragmatica e carina, ed anche intelligente, che non crede nel grande amore ed è profondamente allergica a qualunque tipo di legame duraturo e impegnativo, e lontanissima dall’idea di accasarsi e di mettere su famiglia.
“Questa è la storia di un ragazzo che incontra una ragazza”, recita, stentorea, una voce fuori campo.
L’incontro fatale tra i due avviene nel più classico degli ascensori d’ufficio, quando lei capta le note di una canzone degli Smiths (“There is a light that never goes out”), che fuoriescono dalle cuffie di lui, e le cui parole, “To die by your side, is such a heavenly way to die”, alla luce degli avvenimenti futuri, suonano come una profetica dichiarazione d’intenti. E per l’idealista Tom non c’è più scampo: è amore a prima vista, insieme alla certezza di aver trovato la donna della sua vita, quella sognata fin dall’adolescenza, idealizzata dalla visione di Benjamin Braddock/Dustin Hoffman ed Elain Robinson/Katharine Ross che fuggono insieme ne “Il laureato”.
Iniziano così i 500 giorni che cambieranno il mondo di Tom: 500 giorni d’amore e odio, di litigi e riappacificazioni, di delusioni e aspettative, in balia di un sentimento amoroso verso una ragazza “compatibile da matti”, come ne deduce quando scopre che Sole ama il surrealismo pittorico di René François Magritte, le musiche degli Smiths ed è appassionata di Ringo Starr, “perché il meno popolare tra i quattro Beatles”.
Viene così tratteggiata la storia di una passione d’amore che cresce e muore nell’arco di quei fatidici “500 days of Summer” (come recita il titolo originale, per un facile gioco di parole con il nome originale della protagonista, Summer, appunto), che tra alti e bassi, nel bene e nel male, tra gioni felici e giorni tristi, tra rancori e rimpianti, cambieranno per sempre la vita di Tom e il suo modo di percepire il mondo.
I 500 giorni del titolo scorrono scena dopo scena, in una complessa e intelligente struttura ad incastro: dall’infatuazione ai primi incontri, dal sesso alla separazione, dalle serate al karaoke ai pomeriggi all’Ikea fingendo di voler mettere su casa, in un vortice di balzi temporali, tra presente e passato, come un puzzle caleidoscopico che riflette il disorientamento di Tom e il suo umore depressivo post rottura.
Il tutto è visto e narrato dal punto di vista di Tom, inedito personaggio maschile nella sua disarmante anomalia, che, nel momento in cui si rende conto che il suo “Sole” è ormai tramontato, cade in una destabilizzante e profonda depressione. Per quanto si colpevolizzi di questa prematura fine, per cercare un antitodo al suo dolore Tom comincia a ripensare ai momenti salienti della sua storia d’amore, e a cercare di comprendere cosa non ha funzionato con Sole, o cosa non ha saputo far funzionare con Sole.
Lo fa sballottandoci da un giorno all’altro in quelle piccole e grandi situazioni che caratterizzano la sua storia d’amore (ma anche tutte le storie d’amore andate a male): la conoscenza, la musica galeotta, l’innamoramento, il primo bacio, la prima volta a letto, il primo litigio, la prima riappacificazione, l’abbandono e, infine, l’odiosa, temuta frase che trona ogni rapporto: “resterai sempre il mio miglior amico”.
Ecco, è proprio l’abbandono la causa della profonda depressione che prende Tom.
I suoi amici, allora, chiamano Rachel, sua sorella minore, per aiutarlo a superare il momento. Qualche mese dopo, alla festa di matrimonio di un loro collega d’ufficio, Tom incontra Sole e ballano insieme, quindi lei lo invita alla festa che darà qualche giorno dopo. Una volta nell’appartamento, Tom nota un anello di fidanzamento al dito di Sole e capisce che quella che si sta festeggiando è proprio la festa del fidanzamento della “sua” Sole.
Amareggiato, lascia l’appartamento e pian piano entra in depressione.
Tom si crogiola nel proprio dolore, prende a bere alcolici, lascia l’appartamento in disordine e il sudicio da tutte le parti. Finisce poi col farsi licenziare, il giorno in cui si presenta ubriaco sul posto di lavoro.
Questo shock scuote il ragazzo e lo convince che è tempo di reagire; comincia quindi a frequentare i corsi per completare gli studi e a presentarsi ai colloqui di assunzione.
Quando, il 488° giorno, rincontra Sole nel loro posto preferito, capisce veramente che tra loro è tutto finito e che deve ricomnicire a vivere.
Il 500° giorno, mentre è in attesa di essere ricevuto per un colloquio di lavoro, incontra una ragazza interessata allo stesso posto. Quando le chiede come si chiama, Tom si sente rispondere: Luna.
E allora, forse, per lui il Sole sta finalmente tramontando e sta per sorgere la nuova Luna.
Successo inaspettato, questo di Marc Webb, al suo esordio con un lungometraggio, già autore di un corto e di vari videoclip per Santana e My Chemical Romance, che si è rivelato il vero e proprio caso cinematografico dell’anno, riportando in auge la commedia sentimentale anni ’80 (da non confondere con le nostrane commediole alla Moccia) e rinnovando la classica love story, ottenendo un grosso successo al Sundance Film Festival ed anche al successivo Festival di Locarno 2009.
Lo sguardo del regista, con quella sua geniale trovata della struttura ad incastro, si concentra abilmente sulla rappresentazione dello smarrimento amoroso del giovane protagonista, a cui fa da contrappunto il cinismo e l’indifferenza di Sole per un sentimento che non sente suo.
Particolarmente azzeccata risulta la scelta di privileggiare un certo tipo di narrazione non lineare, in una storia lineare, ma saltellante, che conferisce all’opera un aspetto originale e accattivante, scandita com’è da soluzioni grafiche, che denunciano l’origine videoclippara e da spot del regista.
Molto interessanti risultano anche le citazioni dei classici del passato (“Il laureato” e “Il settimo sigillo”, ma anche più in generale Godard e Bergman) e i bizzarri inserti animati e musical, sottolineati da preziose soluzioni grafiche, che di volta in volta ne fanno un cartone animato o un semi musical (fantastica la scena in cui, dopo aver fatto l’amore per la prima volta, Tom vola alto sulle ali della felicità a suon di musica e colorate coreografie), gestite con pregevole talento visivo.
Impreziosiscono il tutto una strepitosa collonna sonora (si ascoltano brani di artisti come Regina Spektor, Doves, The Temper Trap, oltre ad intelligenti rivisitazioni di brani degli Smiths, dei Black Lips, dei Wolfmother, e persino di Carla Bruni, ma anche di Simon & Garfunkel e degli She & Him, duo musicale folk di Zooey Deschanel, la protagonista, che prima di darsi al cinema è stata ottima vocalist del gruppo), e la recitazione dei due interpreti principali, Joseph Gordon-Levitt, splendido romantico deluso e la già citata Zooey Deschanel, straordinaria ed esuberante Sole.
In definitiva, un film che condensa alla perfezione la filosofia del new cinema indie americano e che riflette sul sovvertimento dei ruoli sessuali (il ragazzo mostra sensibilità e intenti più propriamente femminili, mentre lei ha caratteri e atteggiamenti più tipicamente maschili) e ironizza sulle storie d’amore eterne e sui legami indissolubili.
“La dimenticherai?”
“Non voglio dimenticarla, voglio che torni da me”.

mimmot, da “filmscoop.it”

500 giorni di Sole
Tom è un ragazzo creativo e sensibile, aspirante architetto che, per ora, si guadagna da vivere scrivendo frasi per i biglietti d’auguri. Ma Tom è stato anche appena lasciato dalla sua ragazza, Sole, personalità indipendente e sentimentalmente incostante, poco incline ai legami duraturi. Eppure, sembrava che fra i due andasse tutto bene: che è successo, allora?
Per venire a capo della situazione, e comprendere le ragioni che hanno condotto alla fine del rapporto, Tom dovrà ripercorrere – in maniera non lineare, saltando avanti e indietro nel tempo – i 500 giorni della loro relazione, cercando di darsi pace e di guardare finalmente avanti…

La commedia romantica dell’anno
Non ci stupiremmo se diventasse un piccolo cult anche qui da noi questo 500 giorni insieme, il cui titolo originale – 500 Days of Summer – cela un intuibile gioco di parole con il nome della protagonista femminile, gioco che nel finale acquisisce ulteriore significato (anche se tutto ciò è stato forzatamente mutato, ma con una certa abilità, nell’edizione italiana: il nome Summer viene cambiato in Sole, e poco prima dei titoli di coda capirete il perché).
Sin dalla divertente didascalia iniziale, l’opera prima di Marc Webb si afferma per la spiccata impronta autobiografica, non tanto da parte del regista, quanto dello sceneggiatore Scott Neustadter, che ha riversato nel protagonista Tom mesi e mesi di pene d’amore vissute in prima persona: ecco perché 500 Days of Summer ha tutta l’aria dello “sfogo cinematografico”, non solo per Neustadter, ma anche per gli spettatori, che nella visione del film – peraltro divertente, scanzonato, emotivamente coinvolgente – troveranno una salutare e terapeutica catarsi collettiva, identificandosi con il bistrattato Tom e vivendone da vicino le malinconiche disavventure sentimentali. Si tratta in effetti di una commedia romantica (la migliore dell’anno, chiariamolo subito) dedicata alla sensibilità maschile, e alle sofferenze che porta; ma questo non significa che il film voglia privilegiare un pubblico di uomini, al contrario. In realtà racconta una situazione ribaltata, almeno rispetto ai cliché narrativi del cinema: il ragazzo possiede un’emotività e una sensibilità più femminili che maschili, mentre la ragazza mostra atteggiamenti in genere più tipici degli uomini, quali un’idea disincantata dell’amore, gesti romantici molto suggestivi ma episodici, indisponibilità a impegnarsi in un legame “serio”. Insomma, l’identificazione con il protagonista scatta indipendentemente dall’identità dello spettatore, che sarà libero di perdersi nei numerosi inserti visivi partoriti direttamente dalla fantasia di Tom (divertente la parodia dei film della nouvelle vague, o lo split screen che contrappone le aspettative per la serata alla dura realtà dei fatti).
Ciò che ne risulta è un prodotto eterogeneo, un tessuto variopinto la cui trama viene continuamente disfatta e ricomposta, con una struttura intelligente e non lineare, a puzzle: ne conosciamo la forma conclusa, ma non il modo in cui si è arrivati a costruirla. Il tutto sorretto da una sceneggiatura scritta con garbo, alla quale si perdonano volentieri alcune battute un po’ stereotipate.
Bravi e affiatati i due interpreti principali, gli emergenti Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel. Consigliato.
Lorenzo Pedrazzi, da “spaziofilm.it”

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