Tris di donne & abiti nuziali

Giocatori e balordi: la famiglia perfetta

di Alberto Crespi L’Unità

Un piccolo California Poker alla partenopea che è rimasto schiacciato dai «colossi » veneziani: destino ovvio e immeritato, quello di Tris di donne e abiti nuziali, film di Vincenzo Terracciano passato a Venezia in una sezione collaterale. Ovvio perché non è un «film da festival», nell’accezione più scontata del termine, e perché nell’overdose di film italiani alla Mostra non poteva competere con i vari Placido, Comencini e Tornatore; immeritato perché è un «film da pubblico», che piacerà agli spettatori – e che questo tipo di cinema venga snobbato dai festival è naturalmente un problema dei festival, e non dei film. Film sul gioco: tema eterno, che al cinema funziona sempre. Ma Terracciano, più che all’Altman del citato (e geniale) California Poker, preferirebbe forse essere paragonato a quell’immortale episodio dell’Oro di Napoli in cui il nobile squattrinato De Sica gioca a scopa (e perde) con il figlio del portiere. Il protagonista Franco Campanella (un ottimo Sergio Castellitto) non è nobile, nemmeno d’animo, ma è sicuramente squattrinato: un baby-pensionato disposto a giocarsi in qualunque modo quei pochi euro che lo Stato gli fornisce. Poker, briscola, corse di cavalli: va bene tutto, purché scorra l’adrenalina. Il vizio è stato ereditato da suo figlio Giovanni (Paolo Briguglia), che però ha più fortuna, forse più talento, di sicuro più accortezza. L’altra figlia Luisa (Raffaella Rea) sta per sposarsi e i soldi scarseggiano: quando Franco si riduce definitivamente sul lastrico Giovanni e mamma Josephine (Martina Gedeck) subentrano nel tentativo di rimpinguare la cassa. Con risultati che sarà bene non svelare… Tris di donne e abiti nuziali è tutto giocato su un doppio registro. È una commedia con momenti drammatici, è popolato di brava gente ma non mancano i balordi, lotta per evitare i cliché sulla napoletanità ma di tanto in tanto ci cade fragorosamente (il personaggio di Iaia Forte è troppo sopra le righe). Il gioco diventa una scusa per un’analisi delle dinamiche familiari in tempi di crisi: molto attuale, e molto ben recitato. Spicca la Gedeck, già splendida interprete di Le vite degli altri, che qui recita in italo-tedesco-napoletano confermandosi una fuoriclasse.
da L’Unità, 20 settembre 2009

Il giocatore Sergio Castellitto ha la vocazione del perdente

di Paolo D’Agostini La Repubblica

C’è qualcosa di aristocraticamente, ricercatamente demodé nel trascorrere di Castellitto da Veronesi a Rivette, per dire i due estremi. Sempre con l’aria di chi, senza lasciarsi troppo toccare da quanto si dice intorno, è certo di rimanere se stesso tanto nel concedersi alla commedia popolare quanto nel lusso di abbeverarsi alla fonte di un guru del minoritarismo. Con Terracciano continua il suo eclettico percorso di neoMastroianni: plasmabilissimo ma al fondo arcisicuro di sé. Disegnando, in un film che ha i suoi difetti ma che sa anche conquistare un tono particolare e che ritrae Napoli secondo un’angolazione inusuale, un bel personaggio di giocatore dalla vocazione inesorabilmente perdente. Di marito e padre indegno, ma non pentito di aver consacrato la vita alla propria più autentica inclinazione. E non tanto privo di dignità da non trovare un modo — imprevedibile — di riscattarsi.
Da La Repubblica, 18 settembre 2009

Castellitto mattatore posseduto dal gioco

di Alessandra Levantesi La Stampa

Presentata nella sezione «Orizzonti» con tutti i giornalisti impegnati nel TotoLeone, ha ricevuto meno attenzione di quella che meritava l’ultima pellicola nostrana in programma a Venezia. Parliamo di “Tris di donne e abiti nuziali” del napoletano Vincenzo Terracciano dove si raccontano le peripezie di un ex impiegato delle poste posseduto dal demone del gioco (Sergio Castellitto) che, illuso di poter vincere e pagare le spese di nozze della figlia, finisce in una spirale debitoria senza via d’uscita; mentre la moglie tedesca (Martina Gedeck) per mantenere la baracca si affatica alla macchina da cucire. La debolezza del film è che le sottili dinamiche del gruppo famigliare (c’è anche un figlio, Paolo Briguglia, in confitto con il padre e giocatore) non sono padroneggiate con sufficiente perizia drammaturgica. Ma appaiono ben ritagliali ambientazioni e personaggi secondari, sono ottimi i contributi artistici (fotografia, musica, costumi) e sul tutto domina uno straordinario Castellitto, capace di esprimere cialtroneria e dolente umanità, simpatia e abiezione, umorismo e amarezza come un tempo i grandi della commedia all’italiana.
da La Stampa, 18 settembre 2009

Grande Castellitto, eterno perdente

di Massimo Bertarelli Il Giornale

Eccolo, finalmente, l’erede dei Gassman e dei Tognazzi: Sergio Castellitto. Superlativo nel ruolo di un predestinato alla sconfitta in Tris di donne e abiti nuziali, amara commedia ai confini del dramma, scritta e diretta dall’acuto Vincenzo Terracciano. A Napoli è un indebitato ex impiegato delle Poste che passa le giornate giocando in sala corse o a poker nel retro del bar. Capace di perdere in un colpo solo i 900 euro della pensione. Come fare per pagare le spese del matrimonio della figlia Luisa? Atroce sorpresa. Tutto perfetto, tranne l’assurda ultima mano a telesina.
Da Il Giornale, 25 settembre 2009

Una commedia nera tra il Vomero e il gioco

di Valerio Caprara Il Mattino

Un film divertente e intelligente. Grazie alle sue incisive qualità: la resa delle recitazioni (facce, gag) che fanno corona al mattatore; i riscontri ambientali che determinano l’azione e non solo gli sfondi; le soluzioni di regia poste al servizio del quadro di cui sopra. In «Tris di donne & abiti nuziali», Vincenzo Terracciano scivola in souplesse tra il tema classico dell’autodistruttiva passione per il gioco e quello inedito di un certo familismo sudista, «funzionale» nella solidarietà ancorché irregolare o estremo nei comportamenti. Non a caso lo script affianca al team consolidato fra Laura Sabatino e il regista la firma di Giuseppe (Bepi) Improta, brillante intellettuale, scrittore e cinéfilo che ha vissuto e contrassegnato un’epoca di trasgressiva gioventù vomerese. La chiave di lettura di questa commedia più agra che dolce sta proprio nel quartiere collinare di Napoli, dove la «normalità» borghese e piccolo borghese sta per essere sgretolata dall’altra città, quella ormai stranota della violenza e della delinquenza: il tavolo da gioco, la sala corse, l’ippodromo diventano, così, dei mini-stadi in cui l’azzardo e l’anticonformismo vitalistici cercano di fare a modo loro resistenza. Le scale di via Morghen, illuminate dai toni crepuscolari di Fabio Cianchetti, risultano una perfetta allegoria del movimento a pendolo che porta il padre Castellitto, la moglie Gedeck e i figli Rea e Briguglia a confrontarsi con le proprie ossessioni, ma anche a contaminarsi con le equivoche maschere del biscazziere Cantalupo, il cavallaro Esposito, l’usuraio Morra, il «mano fredda» Calabresi, il femminone Forte. La commedia italiana vira, così, al nero e l’eduardiano protagonista si ritrova immerso nella losca omologazione odierna.
da Il Mattino, 19 settembre 2009

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