Segreti di famiglia

Coppola Now l’ultima sfida
di Alberto Crespi L’Unità

L’American Zoetrope doveva essere un falansterio per artisti. Una società lontana da Hollywood (l’aveva fondata a San Francisco) dove registi e attori avrebbero creato in totale indipendenza dal Mercato. Fu un disastro. Dopo mille morti e mille resurrezioni, Francis Coppola oggi è miliardario grazie al vino e agli alberghi. Il cinema è solo l’hobby di un 70enne che fuma gli havana più costosi in circolazione e si presenta alla prima mondiale del suo nuovo film Tetro in camiciola arancione a maniche corte. Il festival di Cannes l’ha sfidato: non ha preso Tetro in concorso, gli ha offerto il galà fuori competizione, pensando che Coppola sia uno che si compra con uno smoking in affitto e 20 gradini con la passerella rossa. Lui li ha mandati al diavolo: «Questo film è troppo personale per usarlo come scusa per una festa in abito da sera. O lo mettevano in concorso, o niente. Poi la Quinzaine mi ha offerto l’apertura e ho pensato che questo era il posto giusto per un simile film».
COME 30 ANNI FA
Attenzione alle cifre tonde: la Quinzaine compie 40 anni (fondata dai registi della Nouvelle Vague che di anni ne compie 50), Coppola ne ha appena fatti 70, e 30 anni portava qui sulla Croisette Apocalypse Now. «Anche allora mi volevano fuori concorso perché il film non era finito. Dissi: signori, se volete mostrarlo con gli altri, deve gareggiare con loro. Gareggiò e vinse».
Sono le 9.30 di ieri mattina. La Croisette è ancora assonnata ma davanti ai Palais Stéphanie c’è una coda agguerrita. Alle 10 si proietta Tetro. I ragazzi in coda non lo sanno, ma 30 anni fa qui c’era il vecchio Palais, poi demolito per lasciar spazio a un albergo orribile, e fu qui che nel ’79, in quella che era la sala (allora) più moderna del mondo, si compì l’epifania di Apocalypse Now. Il film non aveva titoli di testa né di coda, Jim Morrison cantava The End dal profondo della tua testa e gli elicotteri ti sbucavano sotto la poltrona. Oggi, nelle viscere di questo hotel c’è la sala dove la Quinzaine si è rifugiata da anni: parti ad altezza spiaggia e scendi, scendi, alla fine ti accomodi ben sotto il livello del mare.! La Quinzaine si svolge durante il festival ma non è «il festival, anzi, è una pericolosa concorrente che in questo caso ha soffiato alla selezione ufficiale un titolo importante. Il primo «film di Coppola». Lo dice lui: “Ho sempre dato credito agli scrittori. ll Padrino era ‘di Mario Puzo’, il Dracula era ‘di Bram Stoker’. Questo film è ‘di Francis Coppola’. E tutta farina del mio sacco».
E che sacco. Tetro racconta la storia della famiglia Tetrocini: un patriarca direttore d’orchestra con un fratello, anch’egli musicista, suo feroce rivale; due figli (di madri diverse) che si ritrovano dopo anni in quel di Buenos Aires. Angelo, il maggiore, è stato in manicomio e ha tagliato i ponti con la famiglia. Benny, il minore, lo rintraccia perché vorrebbe capire alcuni misteri sul proprio passato. È un melodramma familiare a forti tinte, che Coppola — con un’audacia stilistica degna di un esordiente, altro che 70 anni! — ha girato in bianco e nero nel quartiere più colorato del mondo, la Boca di Buenos Aires. Il fattore-creatività (papà e zio musicisti, Angelo scrittore fallito…) è dichiaratamente autobiografico, perché le generazioni di Coppola artisti sono ormai tre contando anche i figli di Francis, Roman e Sophia. «Quando ricevetti la proposta di dirigere Il Padrino non avevo mai conosciuto un gangster. Ma per raccontare la famiglia Corleone avevo un modello: la famiglia Coppola! Sempre italo-americani, no? Anche in questo film ho raccontato le dinamiche familiari che ho visto in azione fra mio padre e mio zio, e poi fra mio padre e me. Qui, rispetto al Padrino, ci sono un po’ di sparatorie, e tutto è spostato in Argentina, che è comunque un paese impregnato di cultura italiana. L’atmosfera è simile. E se mi chiedete quanto di autobiografico c’è nel film, vi rispondo come Orson Welles in F come falso: nulla di quel che vedete è accaduto, ma tutto è vero».
La proiezione di Tetro è stata accolta da grandi applausi. Coppola è risorto per l’ennesima volta. Forse non sarà un capolavoro, ma è uno dei film più personali di una carriera inimitabile. Quando uscirà (distribuisce la Bim) avvicinatevi con deferenza.
Da L’Unità, 15 maggio 2009

Coppola sperimentale sbarca in Argentina
di Giulia D’Agnolo Vallan Il Manifesto

«Nulla di quello che avete visto nel film è veramente successo. Ma è tutto vero». E ancora: «La differenza tra questo film e Il padrino? Quattro accoltellamenti, due strangolamenti, tre assassinati in esplosioni di automobili, uno con la mitragliatrice…».
Così, in un affollato incontro con un pubblico adorante, Francis Coppola ha sintetizzato l’intricatissimo labirinto biofilmografico intorno a cui è costruito Tetro, il suo ultimo affascinante, personalissimo e visionario gesto di cinema. Un gesto ancor più libero e provocatorio di Un’altra giovinezza, presentato a Cannes non nelle sezioni ufficiali ma come film d’inaugurazione della vetrina parallela/concorrente, la Quinzaine – quella dedicata al «giovane cinema».
«Era accaduto anche con Apocalypse Now. Il film non era finito e mi avevano offerto il fuori concorso. Risposi o concorso o niente (Gilles Jacob cedette e il film vinse la palma d’oro di Cannes 1975, ndr.). Tetro è un lavoro personale, a cui tengo molto. E non mi piaceva l’idea di una proiezione di gala fuori dalla competizione – tappeto rosso e tutto – per questo film così indipendente. Quindi ho ritenuto che questo fosse uno spazio più adatto», ha dichiarato Coppola con eleganza, evitando inutili polemiche.
Ma la forza sperimentale e visionaria del film, il suo sguardo che spazia (anche) tra Michael Powell, Orson Welles e l’opera, parlano da soli: Coppola – in questa sua nuova versione «totale» (sceneggiatore, regista, produttore e, almeno in Usa, anche distributore) – realizza non solo il presente del cinema ma una visione di indipendenza che insegue da sempre e che aveva dovuto mettere in pausa per una decina d’anni: «Dopo One From the Hearth avevo tantissimi debiti con le banche. Non è tanto che avessi perso il controllo creativo di quello che facevo… Ma sono stato effettivamente costretto a girare un film all’anno, su commissione. È stato con Dracula che, finalmente, ho saldato tutto», ha detto il regista.
Ha affermato anche che la scrittura è per lui il momento più importante di un film (questa è solo la terza tra le sue regie di cui firma la sceneggiatura, dopo Non torno a casa stasera e La conversazione).
In realtà, il respiro e della vitalità di Tetro sono proprio nella mise en scene – che sfida la spericolatezza e l’ambizione di un ventenne. A partire dal bianco e nero elettrico, come quello di Rumble Fish (è il passato, non il presente, ad essere a colori nel film – un’altra scelta ironica). E ricorda il dittico tratto da Susan Hinton (oltre a Rumble Fish, The Outsiders, i magnifici teen movies con cui Coppola scoprì per noi Matt Dillon, Rob Lowe, Tom Crise, Mickey Rourke…) anche il giovane protagonista, Alden Ehrenreich (diciannove anni, qui all’esordio nel lungometraggio) che Variety ha già paragonato a un incrocio tra Leonardo Di Caprio, Matt Damon e Jack Nicholson.
Il titolo, Tetro, è un’abbreviazione del cognome Tetrocini, la famiglia intorno a cui è incentrato il film, e il nuovo nome dietro al quale si nasconde Vincent Gallo, nato Angelo Tetrocini, scrittore di belle promesse, ma poi misteriosamente autoesiliatosi in Argentina. È per ritrovarlo che suo fratello Bennie (Ehrenreich) si presenta un giorno alla porta di un piccolo appartamento di Buenos Aires. È vestito come un tenente di marina. Ma in realtà fa il cameriere a bordo di una nave da crociera in panne.
Tetro prima rifiuta di vederlo, poi cerca di cacciarlo via, alla fine lo accetta a malincuore «ma solo per tre o quattro giorni». Da lì la trama si complica e include Maribel Verdu (nei panni della compagna di Tetro), Klaus Maria Brandauer (il temibile padre e un fragile zio) e Carmen Maura, nel ruolo di una critica teatral/letteraria che sembra uscita da Mr. Arkadin.
A inseguire le ipotetiche similitudini tra il complicatissimo puzzle della famiglia Tetrocini e quella di Coppola si può diventare matti: due fratelli conduttori d’orchestra (anche il padre di Coppola e suo fratello erano musicisti), due figli/fratelli cresciuti all’ombra di un padre grande artista (saranno i figli di Coppola? O lui e suo fratello, Augustus, un noto studioso e professore di letteratura comparata), la necessità di liberarsi di un nome di famiglia troppo importante (come ha fatto il nipote di Coppola, ribattezzandosi Nicolas Cage), un incidente violento in cui perde le vita una persona molto amata (nel film è la madre di Tetro. Nella realtà, il figlio maggiore di Coppola, Giancarlo, rimasto ucciso in un incidente di motoscafo durante le riprese de I giardini di pietra?)….
Si può andare avanti quasi all’infinito. E le teorie che girano sono già tantissime – fin dalle poche preview americane del film (in uscita Usa l’11 giugno prossimo). «Quando ho iniziato a lavorare a Il padrino non sapevo nulla di gangster. Sapevo che quelli del libro erano italoamericani. Li ho modellati proprio sulla mia famiglia – in quel senso si trattava di un ritratto fedele. Per questo film sono passato da un processo analogo: i Coppola non sono mai stati in Argentina, ma è un paese dove ci sono molti italiani e si sente la presenza della nostra cultura. Così ho portato la mia famiglia in Argentina e ho raccontato la storia secondo quella prospettiva», ha spiegato ancora il regista. In realtà, quello dei rimandi è il gioco meno appassionante. Perché Tetro è un film pieno di ossessioni coppoliane – la famiglia in primo luogo – su cui il regista è più volte tornato, ma anche un oggetto di pura ricerca.
Da Il Manifesto, 15 maggio 2009

“Tetro”, l’anima esplosa in mille frammenti
di Davide Turrini Liberazione

Il cinema? Sono affari di famiglia. Francis Ford Coppola, spaparanzato su una poltrona rosso fuoco dopo la proiezione di Tetro , in apertura della Quinzaine 2009, sembra proprio un sacro Buddha con attorno moglie Eleanor, figlio Roman e attori silenziosi (Maribel Verdù e Alden Ehrenreich) in adorazione. Ancora fiammeggiano alle sue spalle le immagini del suo ventiseiesimo lungometraggio. Una tragedia ancestrale che affonda le radici nel conflitto edipico tra padre e figlio, un vibrante riverbero di uno squilibrio familiare vissuto dal clan dei Tetrolini.
Carlo (Klaus Maria Brandauer), il vecchio capofamiglia, disumano e cinico, pomposo sciupafemmine dei figli, prestigioso direttore d’orchestra, si è trasferito da anni con la famiglia da Buenos Aires a New York. Ed è proprio nella capitale argentina, in un barrio sgangheratamente glamour, che il diciassettenne Bennie (il giovane Ehrenreich scoperto da Coppola a un provino mentre il ragazzo leggeva stralci de Il giovane Holden) va alla ricerca del fratello Angelo (il solito febbrile e cristologico Vincent Gallo) scomparso da più di un decennio. Lì lo ritrova con un gambone ingessato e un’affascinante moglie premurosa (Verdù) che gli prepara il caffè e gli rimbocca le coperte. Bennie cerca il fratello che non ha in pratica mai visto, un tassello di vita passata schizzato chissà dove, per via di un incidente d’auto. Bennie guidava e mamma Tetrolini, invidiabile soprano d’opera, ci era rimasta secca. Le fratture genitoriali si sommano in un sanguinante puzzle dell’anima. La psiche di Angelo si sfalda in mille pezzi. Unico rimedio per rattoppare l’impossibile: girovagare nelle terre d’infanzia con in mano l’unica copia di un romanzo scritto a biro dove si racchiudono i segreti di famiglia. Angelo diventa Tetro, abbonda nelle x quando cita alcuni personaggi nella narrazione romanzata, per una storia che si legge solo al contrario, accostando uno specchietto di fianco ai fogli vergati a mano. Tra le pagine dello scritto di Tetro c’è la possibile soluzione del dramma. Ma l’acuto operistico che fa esplodere i cristalli dell’anima arriva in sottofinale, senza che nessuno se lo aspetti. Noi non lo sveliamo, ma l’impasto drammaturgico coppoliano riserva sorprese in abbondanza, raddoppiando paternità e prole, aumentando e ricollocando tutti i caratteri in scena.
«Nulla nella storia è accaduto realmente, ma tutto è vero», afferma un Coppola informale, in maniche (corte) di camicia gialla e pantaloni di tela color sabbia. E’ la prima volta dopo La Conversazione (1974) che la sceneggiatura di un film da lui diretto se l’è scritta da solo: «Nelle pause di set de L’altra giovinezza ho preparato Tetro . Il lavoro più difficile ed essenziale in un film è la scrittura ed io negli anni ci ho sempre tenuto a sottolineare nei titoli in locandina i veri autori unici dei film da me diretti: Il Padrino by Mario Puzo, Dracula by Bram Stoker, L’uomo della pioggia by John Grisham. Ora tocca finalmente a me: Tetro by Francis Ford Coppola».
Un obiettivo, quello del controllo totale della propria opera, perseguito con calma dopo anni di lavori su commissione. Era da tanto che non si leggeva nei titoli di testa (magnificamente trasversali, in un trip alla Saul Bass) scritto, prodotto e diretto da Francis Ford Coppola: «Tra i 40 e i 50 anni ho passato un decennio a dirigere film per pagare i debiti con le banche. Solo dopo Dracula sono tornato a lavorare con spirito autonomo e indipendente». Infatti, Tetro è un film formalmente sperimentale come lo poteva essere il Godard di Fino all’ultimo respiro nel ’60: un bianco e nero illuminato da tondi fanali, lunghi neon e filamentose lampadine, simbolici ricordi traumatici del passato dei Tetrolini; flashback colorati fino alla saturazione, impregnati di tinte forti alla Powell e Pressburger. Coppola, con pochissimi mezzi a sua disposizione, non è mai stato così sicuro del proprio sguardo e così emotivamente evocativo. Tetro è film che viene dal cuore (di tenebra) del suo autore e poco dalla convenienza contingente di committenti che questa volta non ci sono. Producono, appunto, la Zoetrope dei Coppola e la Bim di De Paolis.
Da Liberazione, 15 maggio 2009

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Che gioia il nuovo film di Francis Ford Coppola “Segreti di famiglia”, in anteprima al Festival di Torino il 18 novembre e dal 20 in sala con Bim. Dopo il deludente Youth without Youth, torna regista-Padrino, ci illumina con un fascinoso bianco e nero stile Nouvelle Vague, e si (ri)trova fresco, ottimista e vitale come nel saggio di diploma di un grande talento. Utilizzando all’inverso il colore—saturo—per i flashback, Coppola e il suo notevole direttore della fotografia Mihai Malaimare ci regalano uno straordinario crash automobilistico, che evoca potenzialità, se solo Francis volesse, da mago dell’action-movie, alla faccia dei registi ipervitaminizzati della “New Hollywood” contemporanea. Poi, c’è la storia, in cui complessi edipici E riflessi autobiografici la fanno da padrone, con un figlio artista (Vincent Gallo, bravo) costretto ad andarsene perché il padre(Klaus Maria Brandauer), egocentrico direttore d’orchestra, decide che in famiglia c’è spazio per un solo genio. Girato nella Boca di Buenos Aires, nel cast Maribel Verdù e l’esordiente Alden Ehrenreich, un melodramma totalizzante, famelico (da Godard e WelIes fino a Powell e Pressburger), colto e indipendente. Baciamo le mani.
Da Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2009

Benjamin, che sta per compiere 18 anni, va a cercare a Buenos Aires il fratello Angelo (che tutti conoscono come Tetro dall’abbreviazione del cognome). Tetro ha rotto da tempo i ponti con la famiglia e in particolare con il padre Carlo (musicista di fama mondiale) e ora vive con Miranda facendo il tecnico delle luci in un teatrino locale e scrivendo testi che non piacciono ad Alone, la più importante e potente critica letteraria del Paese. L’incontro tra i due è conflittuale: Tetro non vuole davvero più avere rapporti con i familiari anche se in passato, nel momento in cui era fuggito dalla casa paterna, aveva lasciato una lettera a Benjamin in cui prometteva di tornare per portarlo via con sé e proteggerlo.
Francis Ford Coppola realizza il terzo lunngometraggio completamente suo (nel senso che ne ha scritto anche soggetto e sceneggiatura) dopo The Rain People e La conversazione. Si percepisce sin dalla prima inquadratura in uno splendido bianco e nero (il dettaglio del volto di Tetro che osserva una falena che sbatte ripetutamente contro una lampadina) che in questo film c’è la voglia da parte del regista di guardare dentro se stesso e la propria vita. È quello che fa quasi con spudoratezza offrendoci anche una sintesi del suo modo di concepire il cinema.
Sul piano personale questa vicenda, in cui i legami familiari finiscono con il rivelarsi più forti di qualsiasi tentativo di alienarli, non manca di riferimenti diretti alla vita del regista. Padre e zio musicisti come nel film, famiglia sempre al seguito ovunque e, sicuramente, la sua stessa figura di padre/padrone dominante. Non è forse un caso se la figlia Sofia ha esordito come regista con Il giardino delle vergini suicide in cui i rapporti tra genitori e figlie non erano certo tra i migliori. In proposito Coppola ha dichiarato che nulla di ciò che si vede in Tetro è successo ma che però è tutto vero.
Ma ciò che ancor più conta è il modo in cui Coppola dichiara il suo amore per un cinema che ha alle proprie radici il melodramma classico. Ce lo aveva già mostrato ne Il Padrino. Parte terza e ce lo ricorda ora con una vicenda in cui il colpo di scena è sempre in agguato e la musica classica gioca un ruolo non indifferente. Ma ci sono anche i ragazzi di Rumbe Fish in Tetro con la loro adolescenza tormentata (non a caso Il regista aveva pensato a Matt Dillon come protagonista anche se poi la scelta di Vincent Gallo qui si rivela vincente).
C’è un padre che vampirizza il figlio come neanche Dracula avrebbe saputo fare. C’è la lettura in filigrana della scrittura come terapia (e cosa ha fatto in questo caso Coppola se non anche scrivere il film?). E c’è una situazione quasi speculare a quella vissuta dal protagonista di La conversazione. Così come in quel caso l’intercettatore diveniva preda del suo stesso spiare così qui Benjamin, decodificando i manoscritti di Tetro, ne porta alla luce il rimosso ma, al contempo, rischia di finire egli stesso preda di una realtà troppo pesante per poter essere sostenuta.
In chiusura un suggerimento che ogni tanto si rivela necessario: cercate di non farvi raccontare lo snodo della vicenda. Finireste col guardare la falena dalla parte sbagliata.
di Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

“Ero disgustato dai film tutti uguali, dalla mancanza di coraggio e inventiva, e dalla sconvolgente successione di sequel e remake di vecchi film, fumetti e perfino programmi televisivi. Succedeva la stessa cosa nell’editoria: sembrava quasi che non esistessero nuovi romanzi, solo “best-seller”. Chiaramente, le cose erano cambiate e io non riuscivo proprio a trovare un mio spazio. Né avevo idea di come avrei finanziato e distribuito il genere di film che volevo fare, ammesso che avessi avuto le risorse necessarie per continuare a scrivere.” (Francis Ford Coppola)

Erano trent’anni che Coppola non scriveva una sceneggiatura originale: i suoi ultimi film erano tratti da romanzi. La storia che ha voluto raccontare in questo film è quella di una famiglia lacerata da rivalità, segreti e tradimenti.
Il film è ambientato a Buenos Aires, nel quartiere di La Boca (che si ricorda universalmente per il celebre tango immortalato da Carlos Gardel Caminito, che allude alla coloratissima e ormai turistica strada del quartiere). Luogo d’immigrazione, prevalentemente italiana, in particolare genovese (ancora oggi coloro che vivono a La Boca sono chiamati xeneises, genovesi), La Boca ha dato i natali o ha ospitato tanti artisti, pittori, musicisti, cantanti.
Un’altra zona scelta per le riprese è stata San Telmo, il quartiere più antico di Buenos Aires. Con le sue grandi case coloniali e le sue strade lastricate di ciottoli, San Telmo è un’area storica che ha conservato la sua atmosfera coloniale, con le case a un piano alternate a edifici moderni. Ai lati delle strade numerosi caffè riflettono il classico stile architettonico di Buenos Aires, con le loro pareti bianche, i tetti rossi e le verande aperte.
L’ambientazione scelta per la festa per i diciotto anni di Bennie è uno dei locali storici di Buenos Aires: il Café Tortoni, il più antico della città. Fondato nel 1858, il caffé ha preso il nome da un elegante caffé del Boulevard des Italiens a Parigi, luogo di ritrovo degli intellettuali parigini nell’800. Il Café Tortoni si è trasferito nel luogo dove si trova attualmente nel 1880, ed è ancora arredato con il mobilio dell’epoca, compresi i tavolini in marmo e le sedie di legno di quercia rivestite in pelle.

Il film si apre con l’arrivo a Buenos Aires del diciassettenne Bennie, venuto da New York alla ricerca del fratello maggiore, Tetro, che non vede più da quando aveva sette anni. Ora, alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, Bennie ha deciso che non lascerà Buenos Aires senza avere scoperto perché suo fratello se n’è andato di casa senza lasciare traccia. Dopo essere emigrata dall’Italia in Argentina, la famiglia dei due ragazzi si era trasferita a New York per seguire Carlo, padre crudele e autoritario, acclamato direttore d’orchestra.

Nell’appartamento di Tetro Bennie trova Miranda, la sua fidanzata, ma l’accoglienza che gli riserva il fratello non è quella che aveva sperato. Tetro cammina con le stampelle, dopo un incidente in cui è stato ipnotizzato dai fari di un autobus che arrivava nella direzione contraria, il suo atteggiamento è autodistruttivo e dolorosamente violento, è perennemente in fuga da una storia familiare difficile e da un padre-padrone. Ospitato nel loro piccolo appartamento del quartiere bohemien di La Boca, Bennie trova gli scritti nascosti di Tetro, in cui il fratello rivela il vero motivo del suo allontanamento dalla famiglia. Quando Miranda, che ha cominciato ad affezionarsi a Bennie, scopre il giovane con gli scritti di Tetro, lo mette in guardia: se lo scrittore venisse a sapere che li ha letti, si infurierebbe. Ma Bennie non demorde e insiste per scrivere il finale mancante di una delle commedie del fratello.
Quando il ragazzo resta vittima di un incidente e viene ricoverato in ospedale, Miranda cede e gli porta, di nascosto, il manoscritto. Scoperto da Tetro ne nasce un litigio violento tra i due fratelli.
Un grande critico teatrale, una donna che si firma come “Alone”, legge la commedia e la sceglie come finalista al premio letterario argentino più importante, che sarà consegnato nella sua villa, in Patagonia. Durante il viaggio verso la Patagonia, una notte Tetro scompare misteriosamente, ma alla cerimonia di premiazione ricompare e i due fratelli rivivono nella loro commedia la tormentata verità di un comune passato.
Quella stessa sera, ricevono anche la notizia che il padre è morto. Tutta la famiglia si ritrova a Buenos Aires, ai funerali di stato, e questa volta è Bennie a scomparire nella notte…
Quella di Bennie, il fratello minore, è una storia di formazione. Arrivato a Buenos Aires con un’immagine idealizzata e romantica del fratello, artista di successo, si trova invece a fare i conti con un uomo aggressivo e tormentato.
In questa storia familiare di antagonismi e rivalità maschili, elementi classici della tragedia greca si mescolano al tema centrale del film, che è la necessità di “distruggere” la figura paterna − simbolo della crudeltà e dell’oppressione − e di lasciarsi il passato alle spalle per realizzare il proprio destino.

Ecco come il regista presenta l’elemento autobiografico di questo film: “Ognuno dei personaggi incarna una parte di me. Ho scritto una storia di fantasia che però pesca nei ricordi della mia famiglia, ma anche nei film e nelle commedie che ammiravo quando ero uno studente di teatro e un aspirante commediografo. Anche se i temi di questo film traggono ispirazione dalla storia della mia famiglia, sono convinto che rivestano un interesse più generale, perché rivalità di questo tipo esistono in ogni famiglia. D’altra parte, ho sempre pensato che se devi affrontare l’immensa fatica di girare un film, quel film dovrebbe almeno rispecchiare i tuoi pensieri e le tue emozioni, che sono quello che più ti rappresenta.”

Coppola ha cercato a lungo il protagonista del film prima di scegliere l’intenso e versatile attore e regista americano Vincent Gallo (Il valzer del pesce freccia, Buffalo ’66, The Brown Bunny).
Bennie è interpretato da Alden Ehrenreich, attore esordiente scoperto da Fred Roos (produttore esecutivo del film), che per girare il film ha dovuto temporaneamente abbandonare gli studi liceali a Los Angeles.
Nel cast internazionale figurano anche l’attrice spagnola Carmen Maura (Volver, Donne sull’orlo di una crisi di nervi), famosa in tutto il mondo per essere una delle muse di Pedro Almodóvar; e l’italiana Francesca De Sapio, che aveva già lavorato con Coppola nel Padrino: Parte seconda.
Per gli altri ruoli, Coppola ha scelto alcuni dei più autorevoli divi argentini di cinema, teatro e televisione, tra cui ricordiamo Rodrigo De la Serna, Leticia Bredice, Mike Amigorena, Sofía Castiglione e Erica Rivas.

La scelta coraggiosa del bianco e nero

“Dal primo momento in cui ho concepito questo film, me lo sono immaginato in bianco e nero. Via via che la storia prendeva forma, ho deciso di girare a colori le scene ambientate nel passato. Ho fatto questa scelta perché ormai il bianco e nero si vede raramente al cinema, mentre io trovo che ci sia qualcosa di unico nelle immagini in bianco e nero − certamente la luce. Ricordo i film di Akira Kurosawa nel bianco e nero del Cinemascope, e poi i film di Elia Kazan e Robert Bresson. Nella mia mente ho sempre associato il bianco e nero a un certo tipo di dramma poetico.”

“Non mi capita spesso l’occasione di fare film in bianco e nero, richiedono una filosofia dell’illuminazione molto diversa, perché non hai il colore per separare i diversi piani dell’inquadratura. Io e Mihai Malamaire avevamo già lavorato con il colore, e ho pensato che il bianco e nero sarebbe stata una sfida entusiasmante per entrambi.”

Coppola aveva fatto solo un altro film in bianco e nero, Rusty il selvaggio (1983). Tratto da un romanzo di Susie E. Hinton: “Tra Rusty il selvaggio e Tetro esiste un legame spirituale. Così mi è sembrato giusto che fossero tutt’e due in bianco e nero”, ha affermato il regista.
Coppola ha deciso di basare lo stile visuale del film su alcuni capolavori del cinema in bianco e nero che aveva amato da ragazzo: “Mihai ed io abbiamo guardato insieme molti bellissimi film, e studiato in particolare lo stile di La notte (1961) di Michelangelo Antonioni, Baby Doll (1956) e Fronte del porto (1954) di Eliza Kazan. Alla fine abbiamo optato per un bianco e nero molto netto e contrastato.”
Nella sua colonna sonora, Goljiov ha cercato di mescolare la musica classica con la milonga e con i ritmi della campagna argentina, come lo chamamé. Il compositore ha preferito non usare il tango alla Astor Piazzolla, “che è fantastico, ma troppo riconoscibile”. L’allegria della milonga e dello chamamé fa da contrasto alla gravità della musica sinfonica che accompagna il padre di Tetro, Carlo Tetrocini. Una gravità che prende il sopravvento negli ultimi venti minuti del film.
da “wuz.it”

Specchio specchio delle sue brame

Leggendario innovatore e impavido vagabondo del cinema, Francis Ford Coppola si racconta e si reinventa in un film di rara bellezza, che racchiude nel titolo originale – Tetro – l’essenza del suo inimitabile genio narrativo, spesso cupo ed intriso di patimenti e inquietudini.
Specchio specchio delle sue brame
Mancano pochi giorni al suo diciottesimo compleanno ed è arrivato per il giovane Bennie (Alden Ehrenreich) il momento di scoprire la verità sui motivi che hanno spinto il fratello maggiore Angelo (Vincent Gallo) ad abbandonare la casa paterna di New York senza lasciare traccia di sè. Nella lettera di addio che gli aveva lasciato più di dieci anni prima gli aveva promesso che un giorno sarebbe tornato a prenderlo ma così non è stato. Sbarcato a Buenos Aires in tarda serata Bennie viene accolto amorevolmente da Miranda (Maribel Verdù), la fidanzata di Angelo, felicissima del suo arrivo e di conoscere l’unico familiare che Angelo non ha mai ripudiato come ha fatto invece con le sorelle e con il Grande Uomo, quel padre padrone che gli ha rovinato la vita e non gli ha permesso di realizzare i suoi sogni. Figli entrambi di Carlo Tetrocini (Klaus Maria Brandauer), uno dei più celebri ed ammirati direttori d’orchestra del mondo, ma di due madri diverse, Angelo e Bennie avevano un legame che sembrava indistruttibile ma qualcosa ad un certo punto ha turbato a tal punto il fratello maggiore tanto da costringerlo a fuggire per sempre e a rinnegare il suo nome. L’accoglienza non è delle migliori e se in un primo momento Bennie dimostra di non preoccuparsi troppo dell’atteggiamento scostante del fratello si rende conto che quello che ha di fronte ora non è più Angelo, anche perchè nessuno lo chiama più con il suo vero nome. Lavora come tecnico luci nei teatri più famosi e tutti lo conoscono come Tetro, abbreviazione di quel cognome che come un macigno grava sulle sue spalle da troppo tempo, è il migliore nel suo campo ma si sente comunque un fallito in quanto il suo unico desiderio era quello di diventare uno scrittore. Nè il fratello minore né la donna che ama, una psicologa conosciuta dall’uomo quando era in cura in clinica psichiatrica, riescono a capire cosa possa aver trasformato un fratello protettivo e premuroso pieno di passioni e di interessi in uomo aggressivo e lunatico, burbero e insoddisfatto, tormentato da un passato che di tanto in tanto riaffiora oscurando la sua mente e isolandolo dal resto del mondo.

Vincent Gallo in una sequenza del dramma Segreti di famiglia, diretto da Francis Ford Coppola Un giorno frugando per casa Bennie trova una valigia con dentro gli scritti segreti che il fratello ha abbozzato su carta durante la fase più acuta del suo squilibrio mentale e decide di provare a decifrarli. La scrittura usata da Tetro non è infatti solo in codice ma anche al contrario. Munito di specchietto e animato da un profondo amore per il fratello, Bennie trascrive i pensieri e i segreti che hanno sconvolto la mente di Tetro e li trasforma in una piece teatrale completandola con il finale che mancava. Quando per caso l’uomo scopre che con l’aiuto di Miranda il fratello minore ha curiosato nella sua vita più intima da in escandescenze e lo caccia via di casa tagliando di nuovo tutti i ponti con lui. A riunire i due sarà proprio la messa in scena dell’opera organizzata dalla compagnia di attori con cui Tetro collabora da anni, scelta tra le finaliste che concoreranno al premio di critica teatrale più prestigioso del Sudamerica. Sarà proprio durante il viaggio verso la Patagonia ed in particolare durante la serata finale del festival che tra i due fratelli avrà finalmente luogo il faccia a faccia tanto atteso, un confronto in cui usciranno fuori verità nascoste che cambieranno per sempre le loro vite. Nella stessa sera, per uno scherzo crudele del destino, i due riceveranno anche la notizia della morte del padre, colpito da ictus a New York, città in cui tutti i parenti li aspettano per dare l’ultimo saluto al grande Carlo Tetrocini…

Vincent Gallo con Maribel Verdù in un’immagine del film Tetro, diretto da Coppola I panni sporchi vanno lavati in casa, questo è risaputo, ma a settant’anni Francis Ford Coppola apre il forziere dei suoi Segreti di Famiglia e decide di scrivere, produrre e dirigere il suo film più personale, un viaggio immaginifico nel suo lavoro, nelle sue insicurezze di artista, nei ricordi, nei dolori più profondi che hanno trasformato la sua esistenza in un viaggio continuo alla ricerca di una dimensione ed hanno alimentato per decenni la sua infinita brama di vagare. Nell’arte visiva, nella musica, nella poesia, nella danza, nella pittura, nel teatro, nella scultura e nella pittura, nel Cinema dei grandi classici, nei meandri del suo inconscio, nei fallimenti e nei successi ottenuti, nelle sperimentazioni. Leggendario innovatore e impavido vagabondo del cinema, Francis Ford Coppola si racconta e si reinventa in un film di rara bellezza, che racchiude nel titolo originale – Tetro – l’essenza del suo inimitabile genio narrativo, spesso cupo ed intriso di patimenti e inquietudini. Girato in un bianco e nero scintillante, prezioso come gli Swarovski con cui si autocelebra in una delle scene finali, Segreti di Famiglia è l’unica sceneggiatura originale scritta da Coppola negli ultimi trent’anni, nata nella sua mente già durante la lavorazione di Un’altra giovinezza. Un capolavoro straziante che cattura corpo e mente, che racchiude tutto il suo percorso autoriale, che nutre e si nutre di cinema. Due ore di viaggio in lungo e in largo nell’universo artistico di un poeta che diventa attore di se stesso. Un film ingenuamente tronfio, autoreferenziale, amaro, rigoroso e autoritario, nel finale anche volutamente autocompiaciuto.

Maribel Verdú in una scena di Tetro, diretto da Francis Ford Coppola La storia narrata è quella di una famiglia spaccata, lacerata da rivalità, competizioni, segreti, bugie, ripicche e gelosie, molto di più di un autoritratto per il grande Francis, un omaggio alle sue origini italiane, all’Argentina, paese in cui gli sarebbe tanto piaciuto vivere e lavorare, di cui adora la musica, la cultura e la cucina, al quartiere bohemien di La Boca di Buenos Aires popolato dalle famiglie dei tanti immigrati italiani giunti in cerca di fortuna. Nonostante la narrazione sia spesso contorta e poco fluida il film scorre veloce e si scava il suo percorso nel cuore di chi guarda fino al sopraggiungere del finale sovraccarico di drammaticità con cui Coppola ci regala un’innovativa visione tridimensionale di se stesso e del suo sguardo: l’epilogo tragico dell’opera messa in scena e scritta dai due fratelli si sovrappone in un crescendo di tensione e cupezza a quello risolutivo della disputa di sangue tra i due appesantita dal sopraggiungere della morte del Grande Uomo, e a quello dell’opera immaginaria in cui appare la sua visione più intima, l’astrazione danzata di una tragedia che trasforma i protagonisti in ballerini che fluttuano sul lucido parquet del palcoscenico, una superficie che magicamente si trasforma in un bagnasciuga baciato dalla luna e dalle morbide labbra del mare.

Vincent Gallo in una scena di Tetro, diretto da Francis Ford Coppola La musica tipica del folklore argentino che unisce clarinetti, sassofoni e fisarmoniche, una fotografia incentrata sui contrasti e una dedizione attoriale totale e incondizionata da parte dell’intero cast internazionale vanno ad arricchire un mosaico non sempre regolare di incastri narrativi incentrato sull’amore incondizionato. Per il cinema, per la professione e per l’arte figurativa, per la famiglia. Segreti di Famiglia è un film sospeso tra sogno e realtà, tra verità e finzione, tra entusiasmo e depressione, una piece per il grande schermo che appare bellissima ma imperfetta come imperfetto è un amante senza amore o un poeta senza poesia, come imperfetta è anche l’immagine riflessa in un un vetro opacizzato dal tempo o ancor di più nello specchio delle brame che il grande Francis, come ognuno di noi, conserva nel proprio intimo con infinito pudore. Il verdetto è stato emesso ed è positivo: non sarà di certo il più bravo ma è certamente lui uno dei più belli del reame.
di Luciana Morelli, da “movieplayer.it”

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