L’uomo nero

Decimo lungometraggio da regista per Sergio Rubini, che ancora una volta si rapporta con la sua terra: un viaggio nei colori della Puglia e di Paul Cezanne, ma soprattutto uno sguardo sui pregiudizi di paese, un’indagine su una famiglia tenace e genuina, vista con gli occhi di un bambino che osserva e giudica. Un punto di vista però ancora troppo acerbo per capire la frustrazione e l’impotenza di un padre costretto a sbattere il muso con una quotidianità troppo stretta, umiliata dai pregiudizi di chi la vorrebbe sapere lunga, in realtà solo uno specchio della meschinità che si può nascondere tra i vicoli di un paese di provincia.

Gabriele torna nel piccolo comune dove è cresciuto per dare l’ultimo saluto al padre morente: l’incontro riaccende in lui i ricordi dell’infanzia, dove papà Ernesto, capostazione con velleità artistiche (sogna di essere ricordato per la sua umile professione così come “il doganiere” Rousseau), aveva costruito intorno a sé un’immagine di severità e perenne insoddisfazione. Una vita da “vorrei ma non posso” quella del padre, grande appassionato di Cezanne a tal punto da raccogliere la sfida e proporre una sua copia dell’autoritratto, un piccolo capolavoro ridotto in miseria dalla penna dei critici di paese, inamovibili dai loro pregiudizi. Ma una volta tornato nella casa di famiglia Gabriele scopre un segreto che cambierà totalmente l’immagine di suo padre, togliendogli di dosso il ricordo di un uomo cattivo, e restituendo il vero valore della sua persona.

Rubini pennella la sua Puglia con colori e personaggi dal sangue caldo, dipingendo una commedia drammatica che rivanga tra ricordi semiautobiografici e ispirazioni del passato. Butta nella mischia un bambino esordiente, il bravissimo Guido Giaquinto, e lo fa muovere tra lo stesso Rubini (il padre), Valeria Golino (la madre, antica e moderna al tempo stesso) e un ottimo Riccardo Scamarcio (lo scanzonato zio). Lo shining dell’immaginazione regala al piccolo Gabriele un rifugio sicuro dove ripararsi nei momenti difficili, un po’ come la Puglia per Sergio Rubini, che dopo il flop di “Colpo d’occhio” torna a casa ritrovando le splendide atmosfere de “La terra” e la vena creativa dei giorni migliori.

Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Sergio Rubini è un artista sensibile, profondo, che più di una volta ha dimostrato competenza e professionalità nel saper interpretare e raccontare fatti, storie e personaggi, spesso soggetti particolari. Se “Colpo d’occhio”, suo lavoro di regia del 2007, non è stato riuscitissimo, “L’uomo Nero” riscatta a tutto tondo l’impegno e la bravura di Rubini, qui regista ed attore protagonista, che racconta uno spaccato di vita familiare della provincia barese, con squisita ironia e leggerezza poetica. La storia inizia con l’estremo saluto che, sul letto di morte, Gabriele Rossetti (Fabrizio Gifuni) porge al padre Ernesto (Sergio Rubini). Gabriele, tornato in Puglia per dire addio al padre, sente riaffiorare i ricordi della sua infanzia. Ricordi legati ad emozioni, affetti, situazioni vissute, che hanno significato per lui crescita, formazione, ma anche timori e paure represse. La storia si snoda evocando l’infanzia di Gabriele, scandita da figure familiari chiave come il padre Ernesto, la madre Franca (Valeria Golino) e lo zio Pinuccio (Riccardo Scamarcio) figura scanzonata, fratello della madre, che vive in casa Rossetti. Il bambino Gabriele (Guido Giaquinto) dai grandi occhi espressivi ed innocenti, cerca risposte impossibili al bizzarro comportamento di suo padre Ernesto, capostazione, uomo miseramente insoddisfatto, che tenta di riscattare la sua autostima proponendosi, con scarso successo, come autore di dipinti. Spesso, il Gabriele bambino evade dal mondo reale inseguendo visioni, frutto della sua fantasia, di cui fa parte un uomo grosso e minaccioso, annerito dalla fuliggine, che altro non è che la trasposizione visionaria dell’emozione negativa del ruolo che suo padre Ernesto ha sulla sua inerme e tenera coscienza di fanciullo. Ed è così che il piccolo Gabriele cresce con un desiderio forte e spiazzante: non assomigliare mai a suo padre nell’età adulta. “L’uomo nero” è un film che colpisce il bersaglio, centrandolo in pieno. Se, nel film, l’insoddisfatto personaggio di Ernesto, costretto in un immobilismo culturale paesano della splendida terra di Puglia, non riesce a cogliere “l’aria” che aleggia intorno al vero dipinto del Cezanne (di cui tenta irrimediabilmente di realizzare una copia assai simile all’originale), Sergio Rubini, regista ed attore, coglie la cultura, le relazioni, i rapporti parentali , le caratteristiche che definiscono le singole aspettative di ruoli individuali e sociali. Rubini rende alla perfezione il quadretto, alla bene e meglio coeso, di una famiglia della media borghesia meridionale pugliese, che deve patteggiare la propria esistenza di soggetto individuale e sociale con ipocrisie, invidie e gelosie, responsabili dell’insopportabile immobilismo culturale del paese. Uno sguardo straordinario, pieno di sentimento e forza introspettiva, reso in modo autentico, leggero e divertente, senza che la profondità e l’acutezza del messaggio ne abbiamo a risentire. “L’uomo nero” ha il grande merito di saper rendere l’umanità semplice e schietta di un piccolo mondo della provincia barese, filtrata attraverso i colori unici della terra di Puglia, che la fotografia di Fabio Cianchetti coglie magistralmente in tutte le possibili sfumature. Il film, in definitiva, riesce a tratteggiare la sostanza che costituisce nello specifico il sapore di uno spaccato culturale, ricco di dinamismi in ogni propria rappresentazione sociale. Molto valida, come sempre, la recitazione di Valeria Golino, senza nulla togliere anche a Riccardo Scamarcio.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

Giunto al suo decimo film da regista, Sergio Rubini continua a variare pellicola dopo pellicola il tono ed il genere dei suoi lavori: superate le atmosfere stilizzate e la trama vagamente noir di Colpo d’occhio, con L’uomo nero torna nella Puglia degli anni ’60 e compone un lungometraggio più arioso e leggero, ispirato alle storie della sua infanzia e della sua famiglia, anche se a detta dello stesso Rubini la tram del suo film è del tutto lontana dall’essere autobiografica.

Rispetto ai suoi lavori precedenti, l’attore/regista dimostra di aver acquisito una padronanza del mezzo cinema sempre più accentuata, dovuta probabilmente anche al fatto di lavorare con tecnici assolutamente competenti come il direttore della fotografia Fabio Cianchetti, il costumista Maurizio Millenotti o la montatrice Esmeralda Calabria. Rubini questa volta inserisce dentro L’uomo nero anche riferimenti più o meno espliciti al cinema del passato, o meglio agli autori con cui ha lavorato soprattutto ad inizio carriera. Ed ecco quindi che alcune scene oniriche del lungometraggio rimandano (con le dovute proporzioni, si intende) a fascinazioni felliniane, altre invece ad un film particolarmente ipnotico che l’attore ha interpretato nel 1988, e precisamente Mortacci di Sergio Citti. Oltre a questi riferimenti, il lungometraggio viene costruito su una sceneggiatura aperta alla possibilità di dipingere caratteri, situazioni e sapori del passato, elemento che dota il film di una malinconia abbastanza efficace ma che allo stesso tempo ne appesantisce i ritmi narrativi, soprattutto nella prima parte.

A sopperire all’eccessivo accumulo di scene di costume arrivano però gli attori, tutti coerentemente inseriti nei rispettivi ruoli: una Valeria Golino più contenuta del solito ed un Riccardo Scamarcio a tratti effervescente ad esempio impreziosiscono i numerosi quadretti familiari. E poi c’è il solito Sergio Rubini, che come attore è ormai una garanzia, capace di essere istrionico ma comunque controllato in ogni ruolo decida di interpretare.

Anche se non perfettamente calibrato, in alcuni momenti più contemplativo di quanto avrebbe dovuto, L’uomo nero è però un film abbastanza sincero, divertente nel proporre al pubblico personaggi bizzarri e situazioni folkloristiche. Come anticipato, la confezione del prodotto è ineccepibile, e a differenza di alcuni film italiani che ultimamente hanno puntato soltanto a quest’ultima, soprattutto quando si tratta di ricostruzioni d’epoca, l’opera del pugliese propone anche spunti di riflessione ed alcune sorprese narrative degne di nota, in particolar modo nella seconda parte dell’opera.

Insomma, Sergio Rubini continua col suo cinema in bilico tra ambizioni più alte ed autoriali ed una base invece popolare. Il risultato è senza dubbio imperfetto, ma comunque frizzate e tutto sommato più che godibile.

Adriano Ercolani, da “comingsoon.it”

Ritorno al passato
Gabriele – scienziato affermato, ormai da tanti anni lontano da casa – ritorna nel paese natale in Puglia perché il padre Ernesto sta per morire. L’incontro con il genitore, che spira proprio quando Gabriele arriva al suo capezzale, lo fa ripensare alla sua infanzia vissuta negli anni Sessanta in un paese di provincia. Bambino vivace e di grande fantasia, il piccolo Gabriele si trova a dover convivere con il desiderio frustrato del padre ferroviere (che avrebbe voluto fare il liceo artistico), con una madre gelosa e insicura e con un giovane zio “sciupa femmine” che dice di non volersi mai sposare. Il legame con Ernesto inizia a logorarsi proprio allora, ma il motivo da cui tutto ciò ha origine sarà anche quello che permetterà di ritrovare un sentimento ormai perduto…
Nel nome del padre
L’uomo nero è un film sui rapporti. Di vario genere: quello di Gabriele con il padre, di Franca con il marito, di Ernesto con se stesso e con coloro che giudica i custodi del suo destino artistico, il Professor Venusio e l’Avvocato Pezzetti. Quello più approfondito ed evidente è di certo il rapporto fra padre e figlio: un vincolo solo di sangue che non sembra (apparentemente) avere spessore, esattamente come (sempre apparentemente) il quadro Autoritratto con bombetta di Paul Cézanne che Ernesto copia e ricopia per tutto il corso della storia. La sua frustrazione per non essere riuscito a fare il pittore e la sua voglia di emergere gli impediscono di rendersi conto di quanto stia trascurando Gabriele, differente da lui in tutto. Al bambino non piacciono i quadri, al museo si annoia e addirittura quando Ernesto si ritrova con un appuntamento importantissimo, pensa di fargli uno scherzo che costerà caro al padre. Questa differenza viene più volte sottolineata: nell’«eravamo diversi» di Gabriele adulto che parla al telefono con la moglie, o ancora in «io non voglio essere come mio padre», appello di un Gabriele che si vede rovinata la festa di compleanno nel giorno dei suoi otto anni. Anche ciò che Gabriele è diventato nello vita è esattamente l’opposto: l’uno scienziato, l’altro artista, due mondi agli antipodi. Persino l’uomo nero del titolo ha qualcosa a che fare con Ernesto.
Eppure ha ragione Franca – un’ottima Valeria Golino – quando dice al figlio che lui è invece come suo padre. Gabriele ha infatti una fantasia ricchissima, e spesso quello che vede si trasforma in animazioni che agli altri rimangono nascoste (da notare che le sue visioni prendono vita da quadri o da fotografie, quindi sempre da immagini che sono la materia del papà).
Una storia di famiglia in un’Italia del Sud dove il pregiudizio spesso appare più forte del talento (la polemica sul ruolo della critica ha un sapore di modernità). Non mancano dei momenti brillanti, come il colpo di scena finale alla Six Feet Under e i dialoghi giocati sui toni della commedia (da annotare la “Gioconda di Giovanni Pascoli”). Una menzione particolare va alla recitazione di Riccardo Scamarcio nel ruolo di zio Pinuccio: finalmente l’attore dà una prova matura di sé, continuando a percorrere la strada già tracciata con Mio fratello è figlio unico.
Altri due aspetti da sottolineare sono la fotografia di Fabio Cianchetti, che regala agli spettatori lo splendido paesaggio pugliese, e poi ovviamente il sempre perfetto Nicola Piovani, le cui musiche con la predilezione per i fiati ricordano un po’ un’atmosfera da giostra, con qualche venatura malinconica qua e là.
L’uomo nero è colorato
Rubini supera questa sua nuova prova da regista e interprete, anche se a tratti il film ha dato l’impressione di cedere sulla dinamicità della storia, che in alcuni punti poteva essere snellita. Se invece il suo intento era – fra gli altri – quello di fare un film colorato, c’è riuscito pienamente. A un certo punto infatti Ernesto, il suo personaggio, dice: «i colori si muovono, ma la gente non se ne accorge nemmeno». Questa pellicola è la dimostrazione del contrario.

Valentina Colmi, da “spaziofilm.it”

Condividi!

One comment to L’uomo nero

  • venusio - StartTags.com  says:

    […] … del Generale Emilio Coronati, marito della Husted, vedova dal 1934 del Marchese Venusio. …L'uomo nero | Cinema e Teatro Gabbiano di SenigalliaDecimo lungometraggio da regista per Sergio Rubini, che ancora una volta si rapporta con la sua […]

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog