Il nastro bianco

Il villaggio inquietante di Haneke: nei bambini i germi del nazismo
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

La prima idea per questo film – l’ ha dichiarato il regista alla rivista Positif – risale al 1970, leggendo una sceneggiatura su dei bambini rinchiusi in un orfanotrofio/riformatorio e firmata da Ulrike Meinhof, ai tempi non ancora passata alla lotta armata. Da allora, l’ idea dei condizionamenti che l’ ambiente sociale esercita sui più piccoli non ha smesso di interessare Haneke, anche se l’ impegno e l’ ampiezza della storia che andava elaborando gli faceva sempre rimandare il progetto. È riuscito a realizzarlo solo un anno fa, grazie all’ impegno di quattro diversi produttori (tra cui l’ italiano Andrea Occhipinti) e il risultato è stato la conquista della Palma d’ oro all’ ultimo festival di Cannes. A maggio, dopo la visione non certo ottimale durante il festival, mi era sembrato che il «marchio di fabbrica» dell’ ambiguità, che Haneke usa spesso nei suoi film per dare un diverso spessore alle storie che racconta, qui fosse usato in maniera fin troppo programmatica. Tale da non cancellare l’ impressione di una certa meccanicità. Adesso, rivisto per l’ edizione italiana (per una volta doppiata ottimamente, a partire dalla voce narrante di Omero Antonutti), il film mi è sembrato più ricco e meglio costruito, anche se qualche perplessità di fronte agli elogi quasi unanimi resta. Ambientato nel 1913, in un piccolissimo villaggio della Prussia, il film racconta una serie di strani «incidenti» avvenuti nel giro di un anno: qualcuno ha tirato un filo tra due alberi per far cadere il dottore che tornava a cavallo; due dei bambini, il figlio del barone e quello, ritardato, della levatrice, subiscono a distanza l’ uno dall’ altro due incomprensibili «punizioni» (sono ritrovati legati, picchiati e, nel caso del bambino ritardato, quasi accecato); il granaio va a fuoco. Senza che se ne scoprano i responsabili, nonostante le inchieste della polizia. Nello stesso periodo avvengono anche altri misfatti – dalla morte di una contadina claudicante per l’ incuria in cui era lasciata una segheria allo sfregio fatto al campo di cavoli del barone (padrone naturalmente anche della segheria) dal figlio maggiore della donna morta, all’ atto di ribellione della figlia del pastore locale – che contribuiscono a rendere sempre più elettrica e angosciosa la vita quotidiana. Haneke, che affida la narrazione ai ricordi del maestro elementare diventato vecchio, gioca abilmente con l’ ambiguità e il non-detto per trasmettere allo spettatore lo stesso sentimento di insicurezza e di frammentazione. Identifica gli adulti con la loro funzione sociale (il barone, il medico, il pastore, l’ insegnante, il contadino) e attribuisce i nomi propri esclusivamente ai bambini e alle donne, ricostruendo una struttura sociale retta rigidissimamente sul dominio di classe e sulla perpetuazione dei valori cristiano-borghesi. E usa il bianco e nero per aumentare il senso di ieraticità e di immutabilità che nemmeno il cambio delle stagioni sembra capace di scalfire. In questo modo offre allo spettatore il ritratto di una comunità apparentemente solidissima e che invece nasconde al suo interno gli elementi che possono farla implodere. E che gli occhi dei bambini si incaricano di svelare allo spettatore, a volte in maniera inconscia (il figlio del dottore che vede quello che solo un adulto può leggere come un tentativo di incesto sulla sorella maggiore), a volte in maniera più esplicita (il furto dello zuffolo al figlio del barone). Il messaggio è chiaro. Lo dice la voce del maestro all’ inizio del film quando spiega che quei fatti possono chiarire «alcuni processi maturati nel nostro Paese» e l’ allusione al nazismo che subito dopo la prima guerra mondiale prese piede in Germania è fin troppo chiara. Proprio come il significato del nastro bianco (che dà il titolo al film) e che il pastore lega al braccio di due suoi figli, in passato «simbolo di purezza» e invece adesso «segnale di peccato». Le cose più pure e incontaminate, come i bambini, possono nascondere dentro di sé i germi del male, soprattutto se costretti a seguire regole di comportamento così rigide e assolute. Ma è proprio questo passaggio che lascia qualche dubbio, perché se è indubbio che i rigidi valori conservatori su cui era fondata la Germania, e non solo la Germania, all’ inizio del secolo non potevano non innescare violenze e pulsioni distruttive, è un po’ superficiale pensare che solo da lì sia nato il nazismo, «inventato» da una generazione che da bambina era stata educata con principi troppo coercitivi e punitivi. L’ ambiguità che in altri film Haneke usava per mettere in crisi le certezze dello spettatore, qui si ribalta nel suo opposto: dietro la rigidità morale si nasconde il verminaio, dietro il rigore c’ è il masochista (vedi il dottore) o il bigotto (il pastore). Possibile, ma non necessario. E riduttivo rispetto alla complessità del reale che pure Haneke racconta magistralmente, come quando allude ai tormenti della baronessa.
Da Il Corriere della Sera, 29 ottobre 2009

Un villaggio protestante nel nord della Germania. Anni 1913-1914. La vita si presenta con i ritmi delle stagioni e con la sua monotona ripetitività. Fino a quando accade un fatto inspiegabile: il medico si frattura gravemente una spalla in seguito a una caduta da cavallo dovuta a un filo solido ma invisibile teso sul suo percorso. A raccontare gli avvenimenti è la voce di un anziano: all’epoca dei fatti era l’istitutore arrivato in loco da un paese non troppo lontano. L’attentato al medico però non resta isolato. Altri eventi si susseguiranno sotto lo sguardo attento e misterioso dei bambini delle varie famiglie.
Haneke continua lucidamente e implacabilmente la sua analisi delle relazioni tra gli esseri umani decidendo, in questa occasione, di incentrare la sua attenzione su un microcosmo che assurge a laboratorio del futuro della Germania. Grazie a un bianco e nero bergmaniano il regista austriaco costruisce un clima di opprimente attesa. Ciò che gli interessa non è la detection (scoprire chi sta all’origine degli inattesi episodi di violenza) quanto piuttosto riflettere su una società che sta ponendo a dimora i semi che il nazismo, dopo la Prima Guerra Mondiale, farà fruttificare.
Le relazioni tra gli adulti e tra questi e i bambini sono quanto di più algido e privo di un senso di umanità vera si possa concepire. Nei personaggi del Medico, del Pastore e del Barone si concretizzano tre modi di esercitare l’autorità e il sopruso (in particolare nei confronti della donna) che forniscono un modello da amare/odiare per i più piccoli. I quali finiscono con l’introiettare la violenza che domina la società, per quanto apparentemente celata dalle convenzioni. Il nastro bianco che il Pastore impone ai figli più grandi dovrebbe simboleggiare la necessità, per loro, di raggiungere una purezza che dovrebbe coincidere con l’acquisita maturità. Di fatto in quel piccolo mondo, in cui solo l’istitutore e la sua timida e consapevole innamorata, sembrano credere nella positività della vita il disprezzo domina. Non passeranno molti anni e quei nastri bianchi si trasformeranno in stelle di Davide. Ad appuntarli sul petto delle nuove vittime saranno proprio quegli ex bambini.
di Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

I piccoli mostri educati alla morte
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto

1913, un villaggio della Germania del nord, ma l’atmosfera è quella di una comunità Amish, dominato da un glaciale ordine repressivo. Ai vertici il pastore protestante, il medico, il barone che dettano legge alle anime e ai corpi di poverissimi contadini e a uno stuolo di bambini e adolescenti, tutti biondi e inespressivi, terrorizzati dalle punizioni psicologiche e corporali inflitte dagli adulti. Il nastro bianco (Das weisse band) del regista austriaco (ma nato a Monaco) Michael Haneke, in gara, kolossal in bianco e nero di 2 ore e 25′, pensato inizialmente come miniserie tv in tre parti, flash-back storico sulla genesi della disumanità, è un film che illustra «un sistema di educazione dal quale è emersa la generazione nazista», secondo il regista che ha presentato qui a Cannes nel ’97 Funny Games e La pianista, Gran premio della giuria 2001, premiato anche per la migliore interpretazione di Isabelle Huppert (presidente della giuria di questa edizione).
Attirato dalle dinamiche della perversione, Haneke (studioso di filosofia, psicologia e regista di teatro) realizza un film collettivo composto di quadri fissi, una sequenza di fatti ordinari disturbati da strani, perturbanti episodi in un crescendo di misteri e orrori inspiegabili. Il medico del paese cade rovinosamente da cavallo, qualcuno ha tirato un cavo nell’erba, un campo di cavoli è devastato da una falce, il figlio del barone viene ritrovato frustrato a sangue, brucia il fienile della dimora patrizia, un ragazzino handicappato è sottoposto a crudeli sevizie che lo acciecano, morti inspiegabili, suicidi… Rituali punitivi che restano senza nome. Ma non siamo a Twin Peaks. Qui regna una calma mortifera, dominata dalle direttive del pastore che educa i suoi figli a una totale ubbidienza in nome dell’«innocenza», simboleggiata da un nastro bianco che i bambini sono tenuti a portare al braccio, se sbagliano, frustrate per il «vostro bene».
Disciplinati come soldatini, i ragazzini restano impassibili, uno viene legato al letto per evitare che si masturbi, la figlia maggiore è umiliata in classe, e anche il medico non è da meno, corrotto e incestuoso, probabile artefice della morte della moglie, amante sprezzante della governante, padre presunto del ragazzino down, scampato a un aborto malriuscito… Una collezione di misfatti sotto la cappa della disciplina e della purezza della comunità che si copre a vicenda. Haneke è implacabile nel suo diario d’epoca, commentato dalla voce fuori campo dell’istitutore del paese, il testimone incaricato di trasmettere la memoria storica della «covata maledetta». Sì, perché siamo nel Villaggio dei dannati (Carpenter, 1995), nella specie «aliena» che alla vigilia della prima guerra mondiale si allena alla seconda. Un uccellino crocifisso dalle forbici che giace infilato sulla scrivania del pastore fa da simbolo della vendetta. È Il gioco dei bambini di James G. Ballard che aleggia, il seme della violenza non colpisce però solo gli adulti responsabili ma si rivolge ai più deboli, vittime delle vittime. Ecco come nasce un soldatino nazista, il torturatore torturato, il futuro soldato del terzo Reich. E non si può dimenticare Education for Death, il corto di animazione che Walt Disney realizzò nel 1943, quando gli Studios di Burbank erano a servizio di Roosevelt. Un incubo fiammeggiante a cartoni animati tratto dal libro di Gregor Ziemer, pedagogista americano di stanza a Berlino che scrisse un reportage sul sistema educativo nazista, ovvero come uno scolaro timido è trasformato in un feroce sterminatore. Haneke non ha la leggerezza e il fuoco creativo di Carpenter, di Ballard e di Disney, è un compilatore di danni mentali, un moralizzatore per mezzo di visioni apocalittiche. Il nastro bianco è un film che vale come documento e monito, lavoro meticoloso che osserva da lontano lo schiudersi dei mostri.
Da Il Manifesto, 22 maggio 2009

Com’ è perversa la natura umana
di Natalia Aspesi La Repubblica

Non era mai capitato che a un Festival si potesse giudicare quasi ogni film degno del massimo premio; ancor meno che fossero tra gli altri, ben tre film francesi (il quarto viene presentato oggi) a contendersi la Palma d’ oro, per merito, e non per sciovinismo o perché presidente della giuria è questa volta Isabelle Huppert. Nella pagella di Le film Français i critici (francesi) assegnano7 Palme d’ oro a Un prophète del francese Audiard, 4 a Les herbes folles del mito francese Renais e ieri era unanime l’ assegnazione virtuale della vittoria a À l’ origine del francese Giannoli. Quanto alle altre palme della pagella, la meriterebbero i film di Bellocchio, della Campion e della Arnold, di Park Chanwook, di To e persino del bistrattato Mendoza: tra i 14 film già votati dalla critica francese, solo due non hanno meritato neppure una palmetta. Si prevedono riunioni molto accese della giuria, perché su qualunque film, o attore, o regista, o altro riescano ad accordarsi, avranno sempre il rimpianto di aver dovuto escludere gli altri. Capita dunque che in un anno molto difficile per il cinema e per l’ economia, mentre la cineindustria s’ affanna a produrre costose pellicolone per platee adolescenti e passive e l’ informazione insegue le vite private e i vestiti di attori ormai pensionati o in via di pensionamento, si moltiplichino i film d’ autore anche con bravissimi ignoti attori privi di glamour, per un pubblico internazionale appassionato anche se non oceanico: e per esempio è forse la prima volta che le sale del festival non risuonano di quel fastidioso fracasso di sedili abbandonati lungo tutta la proiezione (pure dopo 10 minuti), perché la gente resta silenziosa e presa sino alla fine, anche con film mediamente superiori alle due ore. Das weisse band (Il nastro bianco) dell’ austriaco Michael Haneke, si aggiunge ai film che meriterebbero la Palma d’ oro, se non ci fosse un conflitto d’ interessi che come tale ovunque – tranne che in Italia – viene preso sul serio. Il severo regista Haneke, 67 anni, cui nessuno è mai riuscito a strappare l’ ombra di un sorriso sia pure dietro il sipario di barba e baffi bianchi, ha diretto Isabelle Huppert nel film La pianista, presentato a Cannes nel 2001, Gran premio della Giuria il film, premi ai migliori attori alla Huppert e al giovane Magimel. Questo suo passato, dicono gli esperti, lo escluderebbe dalle Palme oggi presiedute dalla Huppert stessa, tanto più che nel 2005 il suo Caché si prese il premio per la regia. Si sa che Haneke ha una visione del mondo e dell’ umanità perversa e senza riscatto, e questo nuovo film appare ancora più disturbante di altri suoi: anche se non ci sono torture perpetrate da bei giovanotti eleganti su una famiglia innocente come in Funny games (pure nella versione americana sempre diretta da lui), né, come in La pianista, c’ è una signora che si tagliuzza con una lametta le parti intime mentre la mamma grida “il pranzo è pronto!”. Alla vigilia della prima guerra mondiale, in un villaggio agricolo del Nord della Germania, in cui quasi tutti lavorano miserevolmente al servizio del Barone, accadono incidenti strani e drammatici: una caduta da cavallo provocata, la morte di una contadina, il figlioletto del Barone brutalmente picchiato, quasi accecato il piccolo handicappato figlio dell’ infermiera. Nelle modeste se non povere case piene di figli, la vita è tranquilla, patriarcale, piena di orrori nascosti: il pastore protestante, esempio di virtù, punisce a bacchettate i figli indegni di quel nastro bianco che premierebbe la loro purezza, i figli ubbidiscono in silenzio covando le loro segrete vendette, le donne non contano, servono. Il medico vedovo, stanco dell’ infermiera-amante, le dice all’ improvviso, mi disgusti, ti puzza il fiato,a toccarti ho vergogna di me. Sarà la devota figlioletta quattordicenne a subirne in silenzio, la «voglia di carne profumata». Il lucente bianco e nero senza ombre della pellicola comunica un sinistro senso di mistero che resta tale perché quando il giovane maestro tenta di decifrarlo, sarà il pastore stesso, virtuoso ma ipocrita, a impedirglielo. Haneke spiega fumosamente il senso del suo film, che è universale, riguardando tutta la natura umana e non solo quella tedesca. Ma lo spettatore, agghiacciato, immagina che in quel microcosmo in un quieto angolo della Germania, quegli adolescenti impenetrabili, cinici, sprezzanti, vent’ anni dopo saranno adulti; e la loro abitudine a ubbidire in silenzio a un potere autoritario, a trasformare la violenza subita in ferocia sui più deboli e i diversi, la diffidenza, la brutalità, l’ ignoranza, l’ invidia, che allora li legavano e separavano, avranno uno sbocco politico entusiasta e tragico. Resta la curiosità di sapere dove il regista abbia trovato attori anche molto giovani, tutti bravissimi, di aspetto così antico, miserevole, rustico, corrotto, deformato: a meno che sia il loro talento e quello di Haneke, a trasformarli in dagherrotipi sbiaditi e dimenticati da un secolo in soffitta.
Da La Repubblica, 22 maggio 2009

Nazisti si diventa da piccoli
di Roberta Ronconi Liberazione

Non c’è niente da fare, Michael Haneke è un regista che sa come disturbare la mente dei suoi spettatori. Da buon studioso di Freud, sa che l’orrore non necessariamente va fatto vedere (come nei suoi “due” precedenti Funny Games ), basta lasciarlo aleggiare, coltivarlo in vitro, darne presagio ed egli darà comunque i suoi frutti.
E’ il caso di Das Weisse Band (Il fiocco bianco) che il regista austriaco ha portato a questo concorso di Cannes, luogo dove ha già raccolto una Palma nel 2001 per La pianista e un premio alla regia per Niente da nascondere nel 2005.
In un bianco e nero accecato di neve e case di pietra, la storia di un piccolo villaggio protestante nel nord della Germania. La prima guerra mondiale è alle porte, ma di questo non sono a conoscenza i bambini del coro della chiesa, il loro ingenuo insegnante, il severo barone padrone dei raccolti e la sua famiglia, il gelido medico, il rigoroso pastore della chiesa. Haneke si mette lì, dentro e fuori dalle loro case, a spiare con la pazienza di un entomologo che l’orrore si sveli, dietro a quei precetti così assoluti di moralità ed etica e religiosità a cui tutta la comunità è chiamata costantemente a fare riferimento. Soprattutto i bambini, anime innocenti (ma per ricordarglielo, i genitori ogni tanto sono costretti a mettergli intorno al braccio un fiocco bianco) a cui va indicata la retta via a costo di botte, torture e minacce di futuri inferni.
Haneke aspetta e la pazienza viene premiata. Nel paese iniziano ad accadere strani incidenti, alcuni bambini vengono seviziati, il medico ha un grave incidente con il suo cavallo, una donna improvvisamente muore. Ci vuole tutta l’ingenuità e lo spavento del povero maestro del coro per capire che forse quei bambini non sono poi così innocenti come il loro fiocco bianco potrebbe far pensare.
Gelido, teso, morboso, Das Weisse Band fotografa un pezzo d’Europa al bordo della catastrofe, di quel lavacro di sangue che sarà il primo conflitto mondiale che muterà radicamente i destini dell’Occidente.
In molti hanno voluto vedere in questi piccoli figli della provincia tedesca i futuri esaltati del Terzo Reich. Ma Haneke non ha intenzione di farsi mettere all’angolo dalle interpretazioni dei giornalisti. E di limitare la propria visionarietà psicanalitica alla sola Germania pre e post nazista. «Sono dieci anni che lavoro attorno a questo soggetto – racconta – e non era certo mia intenzione parlare solo di Germania. In realtà in qualsiasi società se un principio diventa assoluto si disumanizza. Se l’obbiettivo da raggiungere, mettiamo da un educatore verso i propri figli, è talmente alto da diventare un ideale allora non è più raggiungibile e rischia di creare mostri. Un meccanismo che abbiamo conosciuto nelle religioni, nelle ideologie, nei terrorismi di ogni segno». Ed ecco quindi che i bambini di Haneke, nello sforzo di seguire alla lettera “l’insegnamento del padre” «si trasformano nella “mano destra di Dio”, quella che serve a punire, che dà il diritto di punire coloro che a nostro avviso sviano dall’insegnamento».
Gelido e tagliente come la lama di un coltello, Haneke va ancora una volta a fondo nelle viscere delle nostre menti, restituendoci un film meno accattivante dei suoi precedenti, ma se possibile ancora più spietato. Gli applausi in sala stampa mettono Das Weisse Band fra i candidati ai premi, magari minori, di questa 62ma edizione di Cannes.
Da Liberazione, 22 maggio 2009

Grido contro il sadismo puritano
di Roberto Nepoti La Repubblica

Anche se Il nastro bianco sembra, a prima vista, diverso dai precedenti, tutti i film di Michael Haneke hanno lo stesso soggetto e lo stesso protagonista: il male. Questa volta il regista austriaco va alle radici del male componendo una straordinaria parabola sull’ origine del nazismo e di tutti i fascismi che ambienta in un villaggio tedesco, Eichwald, all’ inizio del 900. Narrato in “voice over” dal maestro del paese, diventato vecchio, il film inizia con una caduta da cavallo; causa un filo teso di proposito, vittima il medico locale. Quando la vittima, dopo una lunga degenza, torna a casa, la vediamo trasformarsi in carnefice: della governante e della figlia, una ragazzina costretta a subire le sue attenzioni pedofile. Né le altre figure d’ autorità di Eichwald sono molto meglio di costui; a cominciare dal pastore, che inculca la morale a frustate e distribuisce nastri bianchi da mettere al braccio come segno di purezza. Se certi personaggie atmosfere evocano il cinema di Bergman, a confronto il regista svedese era un campione di ottimismo. Nella precisione geometrica dei gesti con cui descrive l’ organizzazione gerarchica di una società, e le conseguenze che le sono inerenti, nella sobria perfezione della fotografia (direttamente ispirata alle immagini di August Sander, fotografo tedesco d’ inizio del secolo scorso, e realizzata con pellicola a colori poi trattata in bianco e nero) il film, Palma d’ oro a Cannes, è un grido silenzioso (non c’ è neppure la musica) e tuttavia udibilissimo contro il sadismo dei puritani d’ ogni tempo e luogo, una requisitoria scagliata in faccia all’ autorità. Che sia quella degli adulti verso i bambini, dei ricchi nei confronti dei poveri, delle gerarchie religiose o dei poteri costituiti, è sempre questa la vera origine del male.
Da La Repubblica, 30 ottobre 2009

Michael Haneke, c’era una volta l’ordine
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

C’era una volta l’ordine, se non l’armonia. C’era una volta un mondo in cui ogni cosa stava al suo posto e ognuno sapeva che posizione occupare. C’era una volta un paese, la Germania del 1913-1914, con istituzioni degne di questo nome, la chiesa, la scuola, la medicina, la nobiltà terriera, la polizia. Fino a quando tutto andò in frantumi, le istituzioni rivelarono il loro vero volto, gli individui governati da quelle istituzioni impararono ad allargare le maglie del loro ordinamento o forse ad applicarne l’insegnamento alla lettera fino a rovesciare le certezze in violenza, l’ordine in caos, il contratto sociale in sopraffazione.
Ambientato in un villaggio di campagna della Germania del Nord, girato in un bianco e nero luminoso e tagliente che ricorda da vicino i ritratti fotografici di August Sander, Il nastro bianco racconta la fine di quel mondo esplorandone i lati più oscuri. Meglio: rivelando ciò che si nascondeva in quel chiarore abbagliante. È il “metodo” Haneke, messo a punto in film come Funny Games, Niente da nascondere o La pianista, e portato qui alle sue estreme conseguenze. Stilistiche e morali.
La scena d’apertura è tutto un programma. Dal fondo di una campagna idilliaca, un uomo a cavallo si avvicina quando all’improvviso qualcosa di invisibile – un filo teso fra due arbusti – abbatte cavallo e cavaliere. Morale: un’immagine non è mai solo ciò che si vede, è anche ciò che nasconde. Una società non è mai come vuole apparire, è anche ciò che occulta e rimuove. Il resto del film segue questa linea demolendo poco alla volta, in tutta calma, il sistema sociale, politico, religioso, che regge quel mondo e che presto sarà spazzato via dalla Prima guerra mondiale. Incidenti inquietanti e veri delitti si susseguono senza che vi sia mai con certezza un colpevole. Una contadina muore. Un granaio prende fuoco. Un bambino ritardato viene aggredito e sfigurato. Intanto i padri puniscono, i pastori predicano, i padroni comandano, i giovani si innamorano, i bambini obbediscono – o fingono di obbedire. Fino a disegnare un crescendo di castighi e trasgressioni, violenze e ritorsioni, che è lo scheletro stesso di quel mondo e forse il cuore segreto di ogni cellula sociale. Coppie, famiglie, classi sociali: ovunque cova una violenza che può essere fisica o solo verbale (vedi la terribile invettiva del medico contro la sua amante). Inevitabile pensare che quei bambini irreggimentati e sinistri saranno adulti in epoca nazista. Ma Haneke non parla solo del passato. Tutto è narrato dalla voce invecchiata di uno dei protagonisti, il maestro del villaggio, molti anni dopo. L’autoritarismo prussiano-protestante è solo uno dei volti del Male. Questo magnifico, spaventoso affresco storico è anche una metafora del presente. Il nostro presente.
Da Il Messaggero, 30 ottobre 2009

Michael Haneke alle radici del nazismo
di Alberto Crespi L’Unità

Il «nastro bianco» del titolo è il simbolo della purezza, e quando viene imposto a due figli del pastore, a mo’ di rimprovero per le loro marachelle, gli spettatori dovrebbero cominciare a sospettare. Conviene fermarsi qui nel raccontare i misteri del film di Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro a Cannes 2009. E dilungarsi invece sul contesto: siamo in un villaggio della Germania profonda, a cavallo fra il 1913 e il 1914 (a un certo punto si festeggia «l’ultimo capodanno di pace», la grande guerra incombe: la fine del film coincide con l’attentato di Sarajevo), e nella piccola comunità si verificano eventi bizzarri. Il medico del paese è vittima, anch’egli, di un «attentato»: una corda tesa fra due alberi fa cadere lui e il suo cavallo, provocando il ricovero dell’uomo. Una donna muore sul lavoro nella segheria di proprietà del barone locale, e poco dopo il figliolo del nobile viene trovato torturato. Il medico, tornato dall’ospedale, lascia brutalmente la sua amante, che a sua volta ha un figlio ritardato anch’egli oggetto di violenze. Dal canto suo il dottore (vedovo) abusa della figlia, mentre il pastore protestante tratta la sua numerosa prole con prussiana disciplina. Insomma, nel paese l’unico sano sembra il giovane maestro, innamorato di una fanciulla che non a caso è a servizio in un’altra località…
GELIDO MICROCOSMO
Lavorando su una struttura corale e su un bianco e nero freddissimo, Haneke mette in scena un microcosmo che è la beffarda, consapevole parodia degli «Heimatfilm», i film sulla Germania bucolica e pre-nazista che tanta fortuna hanno avuto nel cinema tedesco. Nel Nastro bianco osservate con attenzione i bambini e fate un rapido calcolo: avranno tutti fra i 20 e i 30 anni nel 1933, quando Hitler andrà al potere. Sono i carnefici e le vittime di domani. Ma non nascono dal nulla. Non è certo casuale che gli adulti con un maggior peso narrativo, nella trama, siano un prete, un medico e un maestro di scuola: sono le figure fondanti della vita di un villaggio, coloro ai quali si rivolgono gli umili per risolvere i problemi del corpo e dell’anima – mentre il nobile proprietario che tutti stipendia rimane lontano, nel suo palazzo. Il nastro bianco denuncia la crudeltà dei piccoli, ma la mette in prospettiva: le colpe sono dei padri, di un sistema educativo ottuso e repressivo. Haneke rilegge le origini del nazismo con spirito darwiniano: è l’evoluzione di una specie, l’homo germanicus, percomesi è compiuta in un certo paese e in una certa epoca – il primo scorcio del Novecento. Il nastro bianco racconta l’inizio del secolo breve di Hobsbawm, il secolo delle stragi che inizia a Sarajevo e finisce a Berlino con la caduta di un Muro figlio diretto degli stessi padri di cui sopra. Il film è un teorema lucido, deterministico, con l’unico difetto di essere gelido – e di arrivare al tema dell’infanzia feroce in modo fin troppo criptico. Ma, per essere un film di Haneke, c’è persino una storia d’amore che muove a tenerezza: e i dueattori che la interpretano, il maestro Christian Friedel che racconta la storia in voce off a distanza di anni, e la servetta Leonie Benesch, sono bravissimi, quasi umani.
Da L’Unità, 30 ottobre 2009

Un dramma che esplora sadismi e antichi silenzi
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Michael Haneke, il più importante regista austriaco di oggi, non si smentisce mai. Di recente, avendo rifatto a Hollywood il suo terribile Funny games, sulla scorta di un suo film di egual titolo realizzato in patria, aveva confermato la sua predilezione per la malvagità e il sadismo, anche con accenti prossimi allo strazio. Oggi, tornato a casa, non rinuncia a quella sua predilezione, ma l’esprime quasi solo in chiavi intime, fra il non detto e addirittura il silenzio. In un villaggio agricolo della Germania del nord, proprio alla vigilia della Grande Guerra. Gente se non tutta povera comunque modesta, per la più parte contadini al servizio di un Barone che è tra i maggiorenti del luogo. Gli altri sono il Pastore, il medico, il maestro, con donne solo di sfondo, senza nessun peso, e molti ragazzi e bambini terrorizzati in genere da genitori autoritari totalmente incapaci di comprenderli.
La vicenda ce la racconta il maestro che li è anche l’unico senza colpe mentre tutti gli altri attorno sono dediti al male, in ogni sua forma, anche se lo si tiene ferocemente celato sotto un manto, del tutto fittizio, di rispettabilità.
Drammi, misteri, incidenti anche gravi, rapporti interpersonali in cui non si accettano mai effetti veri e neanche un sospetto di pietà. Su tutto, ma non cancellando niente, calerà il sipario della guerra, lasciandoci sommessamente intuire che quella gente schiava dell’ubbidienza, quei ragazzi pronti a piegar sempre la testa di fronte a una cosiddetta autorità di lì a qualche anno saranno pronti a schierarsi sotto le nere insegne del nazismo…
Haneke, per le sue immagini, ha scelto il bianco e nero (ricordandoci Bergman), nei ritmi ha privilegiato una sorta di lentezza che gli ha consentito di approfondire sia le psicologie sia le cornici – interni ed esterni – in cui tutti si muovono, mai gridando anche quando gli eventi sono tetri se non addirittura terribili, in cifre in cui l’ambiguo e il reticente splendidamente dilagano, pur illustrati da quel commento del maestro che, nelle stesse cifre, preferisce enunciare anziché spiegare.
Gli interpreti, a noi poco noti, bambini e adulti, sono una galleria straordinaria di facce. Che non si dimenticano.
da Il Tempo, 30 ottobre 2009

La genesi del Male
di Paola Casella Europa

La prima chiave di lettura de Il nastro bianco, il film del regista austriaco Michael Haneke che ha vinto la Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, sta nel sottotitolo tedesco, che lo descrive come: “Una storia di bambini tedeschi”. Infatti Il nastro bianco è innanzitutto una favola nordica, di quelle in cui crudeltà e terrore camminano a fianco dei piccoli protagonisti. La seconda chiave di lettura è quella di film di genere, in questo caso dell’orrore. Infatti non solo il contenuto ma anche gli stilemi estetici sono simili a quelli degli horror movies popolati da bambini inquietanti capaci di commettere efferati delitti e ricchi di atmosfere sibilline, aperte alle più terrificanti ipotesi. Infine Il nastro bianco segue l’archetipo della cautionary tale, ovvero il racconto morale che fa da monito alle genti in pericolo di cadere nella tentazione del Male. Perché è il Male il vero protagonista della storia, un Male assoluto di cui si fanno viatico gli adulti preposti ai ruoli di potere, e di cui diventano perpetuatori le sue vittime. La storia, nella sua essenzialità (e nella sua assenza di spiegazioni certe o di un finale risolutivo) è quella di un villaggio del Nord della Germania alla vigilia della Prima guerra mondiale. Gli adulti maschi detengono un potere assoluto e autoritario su donne e bambini, secondo un sistema gerarchico rigido e incontestabile. I protagonisti maschi adulti non hanno un nome, ma sono definiti dal ruolo che ricoprono nella società, e che va a rappresentare i poteri forti: l’artistocrazia, la Chiesa, la proprietà terriera, la libera professione. Solo la Scuola, rappresentata da un giovane maestro che è anche il narratore della vicenda, mette in discussione lo status quo. I contadini adulti invece, come le donne e i bambini, sono succubi dei potenti: due di loro, nel corso della vicenda, soccomberanno fisicamente allo strapotere di chi li comanda, uno addirittura sottraendosi volontariamente all’offesa alla propria dignità di pater familias. I pater familias ricchi e potenti, invece, possono perpetrare ogni crimine sui loro sottoposti – dalla violenza fisica a quella carnale – e usano l’umiliazione rituale come strumento di dominazione. Persino il pastore protestante che regge spiritualmente la comunità, pur non essendo un “cattivo” (come invece è il medico del villaggio, abietto come sanno esserlo le persone che credono il loro potere incontestabile), impone ai propri figli una disciplina ferrea e castrante, compreso l’utilizzo del nastro bianco del titolo che diventa un marchio di infamia al braccio dei due figli adolescenti, lui colpevole di masturbarsi (per questo ogni notte gli vengono legati i polsi al letto…), lei di volersi ogni tanto divertire. A questa severità corrisponde una uguale anaffettività, che fa dire al Pastore (ma vale per tutti gli adulti della storia, eccetto il maestro) «non voglio avere alcun contatto con voi». Naturalmente questa educazione alla violenza dà i suoi orribili frutti, e come in ogni film di Haneke (già regista de La pianista e Funny Games) la critica è a una società, quella contemporanea occidentale, che fa della prevaricazione dell’uomo sull’uomo il proprio credo laico. E poiché la storia si svolge alla vigilia della Prima guerra mondiale e questi bambini, che cominciano a macchiarsi di orribili crimini verso quelli più deboli di loro (fra cui un bimbo down), facendo due conti sappiamo che avranno vent’anni ai tempi del nazismo, e che la loro carica di frustrazione e violenza repressa, il loro desiderio di vendetta, e soprattutto la loro abitudine a seguire pedissequamente gli ordini, per quanto abietti ed insensati, li renderà perfetti seguaci della follia hitleriana. Ma il discorso di Haneke non si limita alla Germania nazista e si allarga ad ogni forma di ideologia, poiché come ha detto il regista «in qualsiasi società se un principio diventa assoluto si deumanizza», e denuncia ogni violenza socialmente consentita e tramandata (per questo Haneke ha voluto girare anche un remake americano del suo Funny Games). Ciò che ha guadagnato la Palma d’oro a Il nastro bianco, tuttavia, più ancora che il messaggio è la sua confezione: un bianco e nero abbagliante e ipnotico che ricorda l’essenzialità “calvinista” di Dryer; una serie di tableau vivant in cui ciò che viene occultato alla vista è più importante di ciò che si vede (Haneke è anche il regista di Niente da nascondere); una fiaba nera e disperata, algida e gelida come il vento del Nord, nella tradizione teutonica dei fratelli Grimm.
Da Europa, 31 ottobre 2009

Alessio Guzzano
City

Un villaggio agricolo tedesco ignaro di essere sull’orlo della Prima Guerra Mondiale. Vita in ambienti spogli: uomini duri, donne servili, un rigido pastore protestante che premia (ovvero castiga) col nastro del titolo la virtù notturna dei suoi giovani figli. Bianco/nero accecante che sembra scelta asettica e invece scatena le ombre. Succedono cose strane: una caduta da cavallo provocata, una morte nei campi, brutalità sul piccolo erede del severo barone e su un ragazzino handicappato. Un insegnante giunto da fuori osserva, si innamora, capisce. Dietro l’algido candore: ipocriti orrori, relazioni proibite, vendette sociali(ste), ottusa educazione ultrarigida impartita a virgulti ariani pronti per babbo Adolf. Ma Michael Haneke non allude solo a covate malefiche made in Germany. Il suo film è un atto d’accusa alle frustranti frustate che una generazione impartisce sempre alla seguente: funny games che danno frutti marci. Haneke è un artista nitido (la sublime scena del pianto contadino col cadavere non in vista) e un autore feroce: si trema ascoltando il disprezzo del medico vedovo per la triste infermiera sua amante: parole omicide, quelle che ogni donna teme. Giusta Palma d’oro a Cannes, complice Isabelle Huppert, ex pianista in conflitto d’interessi.
Da City, 2 novembre 2009

Nel villaggio innocente, il nazismo ordinario
di Cristina Piccino Il Manifesto

Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, pensato inizialmente come una miniserie televisiva in tre parti, Il Nastro bianco è un flashback sulla genesi della disumanità nelle parole di un giovane maestro, ormai anziano, testimone dei fatti che racconta. Siamo nel 1913, nei mesi che precedono la prima guerra mondiale, in un villaggio della Gemania del nord dominato da un ordine repressivo. Il pastore, il medico, il barone dettano legge sui contadini e sui tanti bimbi e adolescenti biondissimi, terrorizzati dalle punizioni che gli infliggono gli adulti. Haneke dice che col film voleva « illustrare un sistema di educazione dal quale è emersa la generazione nazista». Rapporto rafforzato dal bianco e nero spietato, fotografia dell’epoca, e dall’uso di immagini dell’Heimatfilm, le feste rurali, che saranno fondamento dell’estetica del terzo Reich. Quei ragazzini, dunque, sono gli adulti che voteranno pressoché unanimi Hitler, allevati da una seme di violenza che si rivolta contro gli adulti e i più deboli rivelando il meccanismo originario del soldatino nazista, il torturatore torturato a cui il nazismo promette rivincite.
Haneke sceglie una costruzione collettiva ove domina l’idea della comunità coesa, prevalente sulle singolarità come vuole l’etica protestante, che si copre a vicenda anche quando rivela crudeltà poco in linea con la purezza e la disciplina predicate dal pastore. Infatti la sola voce che si stacca è quella del narratore, esterno alla comunità, e perciò allontanato appena manifesterà i suoi sospetti: solo il pastore può giudicare e punire.
In questa logica di peccato e punizione sono anche i fatti ordinari, e gli inquietanti episodi, a essi speculari, che cominciano a manifestarsi: una trama di misteri e orrori, gli indizi di colpevolezza si contraddicono, si parla di visioni e presentimenti che forse sono solo delle possibili ammissioni. Ovunque appaiono i ragazzini, anche loro in gruppo, silenziosi, lo sguardo fisso, la rabbia infinita. Frustati se sbagliano dal pastore e per il loro bene, col nastro bianco che portano al braccio e che li lega al letto, come il figlio maggiore, per impedire che si masturbino. O umiliati in classe come la figlia però disciplinati e impassibili.
Sono lì quando il medico cade da cavallo, un incidente ma in realtà qualcuno ha tirato una corda. Si occupano pietosi del figlio del barone che qualcuno rapisce e stupra nel bosco. Cosa è l’«innocenza»? Forse quella del medico che ha avuto un figlio con la governante, figlio del «peccato« perciò ritardato, e che per questo sarà masscrato di botte e accecato, ha visto troppo? Il medico si libera della vecchia amante, sceglie come nuova la figlia adolescente uguale a sua moglie (morta), cioè alla madre, ben felice la ragazzina di essere amata con tanta esclusività. La voce fuori campo procede implacabile e così lo sguardo di Haneke. Che pian piano disvela in questo villaggio del dananti una specie che si allena alla violenza, il cui simbolo è l’uccellino crocifisso per vendetta dal figlio contro il padre. Il cinema di Haneke predilige la crudeltà e perversioni, quasi godendo a manipolare (pensiamo a Funny Games) il conflitto, i giochi di ruolo del potere e del suo esercizio. Ciò che qui sposta lo sguardo, e lo libera dall’autoritarismo fastidioso di altre volte, è la necessità di ancorarsi alla Storia, di sperimentare questa crudeltà in uno spazio definito. Pure se sarebbe limitante circoscrivere il film al solo rapporto di causa-effetto, la sua potenza (e fascinazione) è nell’ambiguità che sottintende, di un passato che è anche il presente.
Da Il Manifesto, 30 ottobre 2009

La gelida infanzia che genera nazisti
di Lilla Jordan Liberazione

Non c’è niente da fare, Michael Haneke è un regista che sa come disturbare la mente dei suoi spettatori. Da buon studioso di Freud, sa che l’orrore non necessariamente va fatto vedere, basta lasciarlo aleggiare (come nei suoi “due” precedenti “Funny Games”), coltivarlo in vitro, darne presagio ed egli darà comunque i suoi frutti.
E’ il caso anche di “Das Weisse Band” (“Il nastro bianco”) che il regista austriaco ha portato la scorsa primavera al Festrival di Cannes, ricevendone una seconda Palma d’oro (la prima per “La pianista”, nel 2001).
In un bianco e nero accecato di neve e case di pietra, la storia di un piccolo villaggio protestante nel nord della Germania. La Prima guerra mondiale è alle porte, ma di questo non sono a conoscenza i bambini del coro della chiesa, il loro ingenuo insegnante, il severo barone padrone dei raccolti e la sua famiglia, il gelido medico, il rigoroso pastore della chiesa. Haneke si mette lì, dentro e fuori dalle loro case, a spiare con la pazienza di un entomologo che l’orrore si sveli, dietro a quei precetti così assoluti di moralità ed etica e religiosità a cui tutta la comunità è chiamata costantemente a fare riferimento. Soprattutto i bambini, anime innocenti (ma per ricordarglielo, i genitori ogni tanto sono costretti a mettergli intorno al braccio un nastro bianco) a cui va indicata la retta via a costo di botte, torture e minacce di futuri inferni.
Haneke aspetta e la pazienza viene premiata. Nel paese iniziano ad accadere strani incidenti, alcuni bambini vengono seviziati, il medico ha un grave incidente con il suo cavallo, una donna improvvisamente muore. Ci vuole tutta l’ingenuità e lo spavento del povero maestro del coro per capire che forse quei bambini non sono poi così innocenti come il loro fiocco bianco potrebbe far pensare.
Gelido, teso, morboso, “Das Weisse Band” fotografa un pezzo d’Europa al bordo della catastrofe, di quel lavacro di sangue che sarà il primo conflitto mondiale che muterà radicamente i destini dell’Occidente.
In molti hanno voluto vedere in questi piccoli figli della provincia tedesca i futuri esaltati del Terzo Reich. Ma Haneke non ha intenzione di farsi mettere all’angolo dalle interpretazioni dei giornalisti. E di limitare la propria visionarietà psicanalitica alla sola Germania pre e post nazista. «Sono dieci anni che lavoro attorno a questo soggetto – racconta – e non era certo mia intenzione parlare solo di Germania. In realtà in qualsiasi società se un principio diventa assoluto si disumanizza. Se l’obbiettivo da raggiungere, mettiamo da un educatore verso i propri figli, è talmente alto da diventare un ideale allora non è più raggiungibile e rischia di creare mostri. Un meccanismo che abbiamo conosciuto nelle religioni, nelle ideologie, nei terrorismi di ogni segno». Ed ecco quindi che i bambini di Haneke, nello sforzo di seguire alla lettera “l’insegnamento del padre” «si trasformano nella “mano destra di Dio”, quella che dà il diritto di punire coloro che a nostro avviso sviano dall’insegnamento».
Da Liberazione, 30 ottobre 2009

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