Good morning Aman

“GOOD MORNING AMAN” di CLAUDIO NOCE
Integrazione, identità e rabbia
di Ada Guglielmino
Pubblicato lunedì 7 settembre 2009 – NSC anno V n. 23
Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera incontra per caso Teodoro ex pugile quarantenne dal passato oscuro e sociopatico. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.

Sullo sfondo di una insolita Roma multietnica si muove la comunità degli immigrati somali. Aman (il convincente Said Sabrie, nato in Texas, cresciuto in Italia e mai stato in Somalia, qui alla sua seconda prova attoriale) è un ventenne, bello, intelligente, astuto e a tratti un po’ spaccone che fa il lavamacchine in una concessionaria. Il suo migliore amico Said sta per partire per Londra per lavorare in un ristorante. Per contrastare l’insonnia popolata degli incubi dell’infanzia vissuta nella guerra fratricida della Somalia da cui è scappato, Aman trascorre le notti fumando ininterrottamente sui tetti delle case, dove una sera incontra, per caso, il quarantenne Teodoro (Valerio Mastandrea che del film è anche produttore associato) anch’egli in fuga da incubi del passato.

Tra i due inizia un rapporto che si potrebbe definire amicizia, non fosse che il regista Claudio Noce descrive in questo lungometraggio d’esordio più una sorta di parassitismo reciproco, una simbiosi in cui ognuno dei due protagonisti sfrutta l’altro: Aman vede nella bella casa di Teodoro e nelle disponibilità economiche una opportunità di riscatto sociale per raggiungere il sogno di rispettabilità e forse di conquista di Sara (Anita Caprioli) giovane bellezza già sfiorita, anch’essa in cerca di una propria identità. Teodoro vede invece in Aman la giovinezza che lui ha buttato via tra risse e atti violenti; il giovane somalo si trasforma nella stampella psicologica cui Teodoro si appoggia per uscire da tre anni di completo isolamento dal mondo e dai rapporti interpersonali.

Claudio Noce usa la macchina da presa inseguendo con continui primi piani i visi dei protagonisti e sottolineando così le ossessioni moderne di una società che fatica a trovare un proprio equilibrio. Migliore nella prima parte e nelle sequenze ambientate tra gli immigrati, mentre nell’ultima parte si perde in una serie di finali che viaggiano su un doppio binario. Il regista lo ha definito un “vero romanzo di formazione”, ma l’impressione è che alla fine, tutto resti come prima.
da “nonsolocinema.com”

Intervista
Un italiano alla settimana

Sarebbe bello assistere per il secondo anno consecutivo ad una vittoria italiana nella Settimana Internazionale della Critica. “Good Morning Aman”, dell’esordiente Claudio Noce, con Valerio Mastandrea, ci lascia ben sperare. Storia di un’amicizia particolare, un film stilisticamente interessante, sospeso tra realismo e toni più intimisti e visionari. Abbiamo incontrato il regista, assieme a due delle sceneggiatrici e ai due giovani protagonisti Said Sabrie e Amin Nur.

Claudio, con questo film porti avanti un’idea già sviluppata nei tuoi precedenti documentari, che però erano più focalizzati sul tema del lavoro nell’ambito dell’immigrazione.
Stavolta l’idea era essenzialmente quella di realizzare un film sull’identità e l’integrazione legata alle seconde generazioni; il film racconta un’amicizia tra due anime molto distanti tra loro, e tuttavia speculari: un uomo maturo, Teodoro, e un ragazzo di origine somala, Aman.

Nel film si nota una grande attenzione registica ai dettagli…
I dettagli sono un elemento fondamentale, si tratta certamente di un film che richiede una seconda visione. Per quanto riguarda le scelte registiche, ho usato ottiche molto strette, per essere vicino ai soggetti, ma tenendo allo stesso tempo la macchina da presa fisicamente a distanza.

E per quanto riguarda il personaggio di Teodoro interpretato da Valerio Mastandrea?
A Valerio, che conosceva anche i miei precedenti lavori, era piaciuta molto la sceneggiatura. Teodoro inizialmente doveva essere un personaggio molto più anziano di Valerio – ma credo che in fondo si tratti di un personaggio senza età.

Hai usato anche gli sguardi in macchina: che ruolo hanno?
Lo sguardo in macchina è qualcosa di affascinante ma anche di rischioso, che permette di creare un rapporto stretto con lo spettatore, di chiamarlo direttamente in causa. Ecco perché ho scelto di utilizzare questo espediente in un momento del film che segna la dichiarazione di resa di Teodoro.

Il finale è circolare, questo ci lascia un certo sapore di pessimismo e rassegnazione, quasi si trattasse di una mancata evoluzione…
Sì, può essere un’ipotesi. Ma potrebbe dare anche l’idea che si tratti solo di un unico flashback. Ci abbiamo pensato in fase di lavorazione, e la cosa non ci dispiace, è una possibile interpretazione.

Com’è nata l’idea?
Siamo partiti dalla realtà per immaginare una storia, il lavoro di immedesimazione nei personaggi è stato lento e faticoso. Bisognava capire il rapporto tra due personalità così distanti, cosa potevano darsi, cosa potevano lasciarsi a vicenda.
da “loudvision.it”

Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera, introdottosi di nascosto sul terrazzo condominiale di un palazzo, fa la conoscenza di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni fortemente ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.

Una Roma multietnica fa da sfondo a una storia che scava nelle vite di un giovane somalo, che sogna di vendere auto mentre è relegato alle pulizie della concessionaria, e di un ex pugile segnato dal dolore più che dai pugni presi sul ring. Il loro incontro appare inevitabile. E’ l’incontro di due anime in pena, una tesa a dare un senso alla propria esistenza, l’altra a chiudere i conti con il passato per poter riprendere a vivere. Entrambi dunque viaggiano nella stessa direzione, in cerca di un evento dirompente in grado di scuotere un presente ripetitivo e senza sbocchi. Ma la loro amicizia non è priva di sofferenza, si dipana infatti attraverso una serie di scontri verbali e fisici che rendono impossibile distinguere la personalità dominante da quella dominata. Intorno a loro figure di un universo non meno dolente: la famiglia di Aman, la ragazza vittima del fidanzato violento, la ex moglie di Teodoro, gli amici della palestra pugilistica. Roma è definitivamente una città aperta dove tutti sono stranieri accomunati dalla speranza di un futuro migliore. Lo sguardo di Noce è lucido e impietoso eppure al contempo partecipe e avvolgente, sorretto da uno stile sorprendentemente maturo al punto da permettersi di citare apertamente Pasolini senza rischiare la maniera. Una nota di merito, inoltre, per Valerio Mastandrea, del film anche lungimirante produttore, alle prese con uno dei ruoli più intensi della sua carriera.

Claudio Noce, nato a Roma nel 1975, esordisce giovanissimo come assistente alla regia per cinema, pubblicità e video clip. Nel 2003 dirige il cortometraggio Gas con protagonista Elio Germano. Il suo lavoro successivo Aria conquista Nastro d’Argento e David di Donatello come miglior cortometraggio dell’anno. Con il documentario Aman e gli altri (2006) ha partecipato al Festival di Torino e con il cortometraggio Adil e Yusuf a Venezia 64. Good Morning Aman è la sua opera prima.

RECENSIONE

I protagonisti di Good Morning Aman, film d’esordio di Claudio Noce, sono, indirettamente, presentati all’inizio dalla voce di Aman che, a proposito di incidenti stradali, commenta che “bisogna saper scegliere e domare l’istinto”, per poi concludere che “il problema non è realizzare i desideri, ma averceli.”. La prima frase descrive perfettamente il problema dello stesso Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma e dal carattere impulsivo, mentre la seconda fotografa la situazione interiore di Teodoro, ex-pugile quarantenne dal passato oscuro. I due, vittime di un presente ripetitivo e senza sbocchi, sono anime in pena, destinate ad incontrarsi. Aman (Said Sabrie) sopravvive inventandosi una vita “altra” e raccontando bugie persino all’amico Said mentre Teodoro (Valerio Mastandrea) si è chiuso in casa, da anni, ad espiare una colpa misteriosa. Anche le altre figure che popolano questo universo notturno e dolente non sono da meno: Sara (Anita Caprioli) tenta invano di sfuggire ad un fidanzato violento, l’ex moglie di Teodoro non riesce a dimenticare e a perdonare. Straniero, a Roma, non è solo Aman, ma tutti i personaggi sullo schermo: l’estraneità è, qui, una condizione esistenziale che non risparmia nessuno. E’ per questo che, nonostante l’evidente differenza, il ragazzo somalo può essere tranquillamente scambiato, da una famiglia cinese, per il figlio di Teodoro. In effetti, tra i due, si instaura un rapporto ambiguo, e ambivalente, simile, per certi versi, alla relazione padre-figlio.
Good Morning Aman è un anomalo racconto di formazione: mostra il cammino verso la vita di Aman e, contemporaneamente, il cammino verso la morte di Teodoro. Nei confronti dei suoi personaggi, Noce adotta un atteggiamento, e uno stile, duplice: da una parte, sceglie di stare loro addosso, mettendosi al servizio degli attori, dall’altra, privilegia movimenti di macchina che, a tratti, rischiano di trasformarsi in esercizi di stile. Complessivamente, però, il film funziona e anche il linguaggio cinematografico, talora eccessivo, risulta, comunque, ispirato e finalizzato alla ricerca della realtà.

Mariella Cruciani

INCONTRO CON CLAUDIO NOCE

di Mariella Cruciani

Come è nata l’idea del film?

Il film nasce da un percorso lungo tre anni: avevo già fatto un documentario su immigrazione e lavoro. In una lavanderia, mi è apparso Aman, quello vero, che mi ha ispirato la storia. L’idea era raccontare una storia di immigrazione attraverso una storia privata, un’amicizia. Quando abbiamo ragionato su Aman, abbiamo voluto creare un ragazzo afro-italiano diverso dai soliti, anche con una certa dose di sfrontatezza.

Come avete lavorato, invece, su Teodoro, il personaggio di Mastrandrea?

Il personaggio di Valerio è stato riscritto: all’inizio, era più grande, poi ci siamo resi conti che, in realtà, era un personaggio senza età. Teodoro è un anti-eroe, con il suo cinismo e con il suo azzardare battute quando non ce lo aspettiamo.

Protagonista del film è anche la città di Roma. O no?

Teodoro incarna una romanità sbiadita, cose che fanno parte di una Roma popolare, di destra. I luoghi che Teodoro ha frequentato, nella sua vita, non hanno certo mai accettato un ragazzo nero!

La sequenza del pranzo con i pugili è quasi da documentario. Perché questa scelta?

Quella tavolata è figlia di esperienze mie personali: io stesso sono entrato in contatto con quella Roma lì. Quei personaggi raccontano la vita precedente di Teodoro. E’ come se Teodoro dicesse ad Aman: “Io sono stato questo e voglio morire perché sono stato questo!”.

Nel finale, Aman sembra deciso a partire per Londra…

La conclusione è che Aman, qui in Italia, non ha speranza anche se, secondo me, lui non partirà. La novità è che, per la prima volta, lui dice all’amico la verità: è cresciuto, è diventato uomo. Ha capito che si può scegliere.

Il film ha una bella fotografia. Come avete lavorato su questo?

Il direttore della fotografia ha subito sposato la mia idea: a volte, c’è l’utilizzo della macchina a mano, altre, invece, scelgo di creare momenti più sospesi, quasi onirici. Abbiamo girato in Super 35, lavorando in maniera tradizionale, senza passare al digitale.

Mariella Cruciani, da “sncci.it”

Sarà un caso, sarà una costante coincidenza, ma ogni anno tra le opere italiane presenti al Lido quelle che sorprendono e spiccano per qualità appartengono alle sezioni collaterali. Mettendo da parte la grande prova di Giuseppe Capotondi con La doppia ora, a Venezia 66 sembra ripetersi questa “bella storia”. Nel programma della Settimana della Critica è arrivata in punta di piedi un’opera prima fresca, giovanile, innovativa, coraggiosa.
Viene da dire : fortunatamente non il solito film italiano. Ciò non perché racconti una storia nuova ed originale (immigrazione, amicizia, vite disadattate non sono di certo tematiche estranee al nostro cinema), ma per il modo con cui essa è stata scritta e poi plasmata sullo schermo. Good Morning Aman offre una nuova prospettiva al nostro cinema : risulta infatti evidente che Claudio Noce tenti una strada diversa nella narrazione : veloce, ritmata e riflessiva allo stesso tempo, sospesa tra verità e surrealtà. E lo fa senza alcuna presunzione, senza strafare, senza perdersi in una vuota regia furba e di maniera. Basta il solo incipit per rendersi conto che si sta vedendo un film lontano dalla solita (e standardizzata) produzione tricolore. Si nota un approccio personale nei confronti della realtà da ritrarre. Un approccio che fa indubbiamente tesoro della tradizione cinematografica italiana (in particolare Pasolini, ma si nota un’influenza di Scola, Germi e Sorrentino) ma che amplia il suo sguardo anche ad una dimensione internazionale (si può riscontrare una certa influenza di Scorsese, Spike Lee, De Palma).
Due vite unite dal destino, due universi lontani anni luce ma avvicinati da una comune condizione di solitudine, due esistenze disadattate in bilico tra sogno e rassegnazione. Di questo parla il film di Claudio Noce. A fare da ambientazione alla storia, Roma. Le vicende sono infatti avvolte nell’atmosfera della capitale, multietnica ma ancora non multiculturale, composta da infinite anime ancora non integrate tra loro. Non si vede quasi mai Roma, ma si avverte pesantemente la sua presenza, la “romanità” dei suoi personaggi, il loro essere sfacciati, senza peli sulla lingua, bonariamente (e non) aggressivi e testardi. Una romanità che ingloba anche il giovane immigrato somalo Aman, che sogna di vendere auto, perde il lavoro e si ritrova a cercare un senso alla sua vita insieme al quarantenne Teodoro. Ciò che però lo rende diverso dal suo “compagno di viaggio” è la speranza. Una speranza che alla fine porterà il giovane ad una rinascita, proiettandolo mentalmente in un futuro diverso.
Good Morning Aman restituisce un cinema sincero ed inventivo, un timido ma concreto desiderio di creare visivamente, di raccontare per intrattenere e, al contempo, per far riflettere. Noce dirige perfettamente gli interpreti, la cui recitazione risulta sempre intensa, verosimile, naturale, mai sopra le righe. Mastandrea e l’esordiente Said Sabrie formano una coppia che funziona : i loro duetti sul terrazzo condominiale, in macchina o nel grigio salone di casa di Teodoro, oltre a far forza su dialoghi mai banali – quasi confessioni aperte -, rappresentano i punti più energici del film, in cui i due attori emorgono vigorosamente.
Di Mastandrea, però, non va solo sottolineata l’ottima prova interpretativa (come sempre, tra l’altro), ma bisogna mettere in risalto il suo coraggio produttivo. L’attore infatti ha contribuito al film anche in veste di produttore associato. Ciò a dimostrazione del fatto che il cinema italiano vuole veramente puntare su “nuove forze”. Per dare continuità a questo rinnovamento artistico, è necessario però che esse dimotrino di essere in grado di “svecchiare” la nostra industria. Senza dubbio Noce ha aperto la strada. Avanti il prossimo.
di Antonio Spera, da “close-up.it”

Good Morning Aman

Finalmente un esordio italiano che non si rifugia in patine e pietismo, ma ha il coraggio di raccontare con schiettezza un frammento di Italia.

Probabilmente non avrà le stesse dichiarazioni d’amore e lodi sperticate che ebbe l’anno scorso il più facile Pranzo di Ferragosto, ma il film italiano della Settimana della Critica alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ci fa ben sperare, cinematograficamente, in un nuovo autore. Indipendente, esordiente, e quindi fragile, bisognoso della protezione di altuna sezione collaterale più che della grandeur di un Concorso Internazionale.
Il film di Claudio Noce – già apprezzato nel recente passato per alcuni suoi cortometraggi – colpisce subito per un particolare. Aman, il ragazzo somalo protagonista, parla un italiano perfetto, marcato, semmai, da un accento romano, il che lo allontana immediatamente da tanto cinema corrente, in cui il pietismo nei confronti dell’altro (ammesso che l’altro sia lontanamente ammesso alla rappresentazione), specialmente se immigrato, viene incarnato innanzitutto da personaggi immediatamente marcati come diversi. Non fosse per il colore della sua pelle, Aman sarebbe solo un ragazzo italiano un po’ sbandato come tanti, un po’alt gradasso come tanti, con le sue confusioni e i suoi sogni. Lava macchine presso un concessionario, ma il suo sogno è venderle. E un giorno, aspettando la sua occasione che ancora non arriva, incrocia Teodoro, un quarantenne che vive barricato in casa, solo, in compagnia della televisione.
L’idea di Claudio Noce è quella di raccontare, in absentia, un’Italia stordita, chiusa in se stessa, che non riesce ad affrontare la realtà. Il regista dimostra di aver studiato bene la scuola del cinema indipendente americano, quello che descrive personaggi marginali riuscendo da lì a rappresentare il paese che cerca di ignorarli. Aman è un ragazzo che ha i suoi problemi, ma anche i suoi sogni, e il fatto che gli vengano negati, invece che allontanarlo, lo accomuna ad altre persone, magari sprofondate nell’apatia. Ma l’idea portante del film è quella dell’incontro con l’ambivalente Teodoro: dapprima estraneo difficile da avvicinare, poi amico ben conscio della diversità e della distanza (sembra che si senta “obbligato” a comprare la presenza di Aman, che finisce per fargli visita sempre più spesso, lasciandogli dei soldi nelle tasche della giacca), e, ancora, personaggio che nasconde un passato fosco e misterioso, forse addirittura all’origine della sua indulgenza verso il ragazzo.
La narrazione, libera e fluida, segue Aman nel suo girovagare quotidiano senza mai trarne un giudizio netto, spesso mostrandone l’immaturità delle azioni (i gesti ripetuti perché visti fare da qualcun altro, fino a bloccarsi davanti alla scelta di non rompere una bottiglia in testa a qualcuno), comunque inserite nel contesto di emulazione tipico di chi vuole sentirsi parte di qualcosa altpresentendo comunque che per lui ci sarà sempre, in qualche misura, una forma di esclusione. Le radici somale di Aman sono lontanissime, e non suscitano alcuna volontà di ricerca o di scoperta: ma come trovare il proprio posto, quando l’umanità che si incontra è composta al massimo da gente volubile e inaffidabile come Teodoro?
Noce, grazie al cielo, cerca di dare meno risposte possibili. Utilizza una narrazione armonica, una colonna sonora molto presente, uno stile di regia attento alle sfumature e ai mezzitoni, non comune, forse difficile da classificare nel cinema italiano contemporaneo. Riesce a rendere vivido un personaggio che potrebbe pure essere bollato come un perdente, ma che comunque è in grado di manifestare una propria forma di interiorità, di scegliere e di prendersi, alla fine, responsabilità delle sue azioni. Si perdonano così un certo abuso di ralenty e qualche snodo narrativo forse un po’ frettoloso, specialmente nell’avanzare del rapporto con Teodoro, perché comunque la sua amicizia con Aman è raccontata con un pudore encomiabile.
Avercene, in ogni caso, di esordi così nel nostro paese. Ma il pubblico se ne accorgerà? Speriamo che le leggi del mercato gliene diano la possibilità.

Di Pietro Liberati, da “cinemaavvenire.it”

Scuro, sempre in bilico tra la salvezza e la disperazione più completa, ma anche politico, critico e intriso di riflessioni. Good Moorning Aman, s’intuisce fin dal principio, è tutto già sulla carta, ancor prima che la storia diventi immagine e imprima sulla pellicola un Valerio Mastrandrea che riesce a dare un volto a tutta la negatività con cui l’isolamento, la rabbia, la sconsideratezza e l’inedia possono contagiare irrimediabilmente un essere umano. Eppure non è lui il vero protagonista di questa pellicola sugli immigrati di seconda generazione; questo posto spetta ad Aman (Said Sabrie), adolescente somalo dalla vita difficile che ogni giorno si arrangia come può, ma mai come vuole, e sogna una vita diversa senza avere il coraggio di ammetterlo fino in fondo. Questi due personaggi si usano, sono l’uno il perfetto espediente dell’altro per non pensare, per continuare ad esistere senza vivere, per negarsi la salvezza con la scusa di tentare di offrirla all’altro. Alla loro insonnia fisica contrappongono un totale torpore dell’istinto vitale
Uno scorcio poetico ma fortemente realistico quello offertoci da Claudio Noce, cha a volte sa mostarci una Roma un po’ nascosta fatta di periferie e di luci, e a volte si affida a delle visioni quasi oniriche per arrivare dritto al cuore dei suoi personaggi. Nel buio della notte e di questi animi colti nella loro fragilità, la pelle di Aman non sembra più così scura, le differenze si annientano e vediamo il racconto per ciò che è: la storia di due emarginati senza falso pietismo.
La complessità delle tecniche di ripresa scelte e l’articolato intreccio che mescola ad arte disagi psicologici, politici e sociali, non possono però contare su un ritmo perfettamente scorrevole. Il taglio documentaristico infatti, se da una parte è di grande aiuto alla lente che analizza senza pietà volti e situazioni, rallenta lo svolgimento della storia e indugia spesso un momento di troppo su quanto l’occhio compiaciuto del regista ci vuole mostrare.
Eppure Good Morning Aman riesce comunque a colpire nel centro il suo bersaglio: fa riflettere, molto.
di Valeria Roscioni, da “alphabetcity.it”

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