Garage


“GARAGE” di LENNY ABRAHAMSON

Josie è un uomo che gestisce in completa solitudine un garage con annessa stazione di servizio in una piccola città irlandese. Il suo carattere ingenuo fa di lui un po’ lo “scemo del villaggio”. Perfetto come capro espiatorio.

Josie è un animo semplice: educato e gentile con tutti, al limite della remissività per farsi accettare. Parla con un cavallo, fa lunghe passeggiate nei campi, beve una birra a fine lavoro guardando le nuvole che scorrono in cielo.

Quando il proprietario del garage gli affianca l’apprendista adolescente David, occhialuto e brufoloso, Josie condivide con lui, come farebbe con un amico, qualche lattina di birra e un filmino pornografico, non rendendosi conto di commettere un reato che gli varrà una denuncia da parte della madre di David.

Un reato ancor più grave in una piccola cittadina irlandese, dove tutti si conoscono e dove anche solo il sospetto significa la perdita del lavoro e della propria dignità. Soprattutto per Josie, che pare nutrire, proprio per la sua ingenuità, una fiducia illimitata verso gli altri, anche quando è oggetto del loro dileggio.

Ambientato e girato nelle Midlands irlandesi, Garage, presentato a Cannes nella Quinzaine des Realisateurs, è stato giudicato dalla critica uno dei migliori film irlandesi degli ultimi anni.

Tre quarti del film creano nello spettatore una sensazone di calma piatta prima della tempesta: sono il preludio a quel “qualcosa” che deve succedere, ma che solo gli ultimi fotogrammi sveleranno.

Pat Shortt, che dà a Josie un volto tenero e imbambolato, è un attore molto famoso in Irlanda. Il regista Lenny Abrahamson ha paragonato la sua fama e la sua capacità di trasformarsi da attore comico a interprete drammatico a quelle di Roberto Benigni. Per l’attore questo film è stata una grande sfida, perchè il suo ruolo è molto diverso dai soliti che è solito interpretare in patria.

La lenta prima parte della storia di Josie, che descrive minuziosamente il noioso dipanarsi delle giornate, ha per sfondo paesaggi bellissimi, che il regista e lo sceneggiatore hanno scelto per “raccontare una storia di cambiamenti del costume che si svolgesse non in un contesto urbano, che raccontasse di un uomo solo e incompreso che vive in campagna, dando a tutta la vicenda un tono minimalista”.

Un film non facile, senza colonna sonora, se non all’inizio e durante i titoli di coda, ma che, tolto un eccesso di indugi nella prima parte, si riscatta con un finale di delicata drammaticità.

di Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

C’è un garage, un piccola e isolata stazione di servizio, ai margini di una altrettanto piccola ed isolata cittadina della campagna irlandese. Lì lavora Josie, quello che un tempo – lontani dalle ansie del politically correct – si sarebbe definito “lo scemo del villaggio”. Un uomo tanto semplice e ingenuo quanto mite, spontaneo e dotato di una purezza umanamente imperfetta: per questo Josie è tanto amato da alcuni quanto sfruttato e schernito da altri, e per questo i rapporti più veri che riesce a stabilire sono quelli con i più giovani e sensibili. Con quelli più vicini alla sua natura.

Ma anche persone così, anche un ragazzo silenzioso e non superficiale come David – con cui Josie stringe un sincero rapporto di amicizia – arrivano al momento in cui la naturalità così scandalosamente sfacciata dell’uomo diventa qualcosa di difficile da gestire. E se poi le ragioni di queste difficoltà – che gettano le loro radici un quel tabù più o meno represso che è la sessualità, ma che mai sono “pericolose” o disturbanti in alcun modo – arrivano alle orecchie di coloro che sono ancora più strutturati, inquadrati, “socializzati” di David, ecco che la tragedia assume le proporzioni dell’inevitabilità.

Attraverso il ritratto di Josie (interpretato da un bravo e intenso Pat Shortt), l’esordiente Lenny Abrahamson non ci parla tanto, e magari banalmente, del conflitto mai sopito tra natura e cultura, ma obbliga a specchiarci in un personaggio che rappresenta quella parte di noi che è insopprimibile e fondamentale, ma che è necessario gestire e controllare. Perché il problema non sta nel controllo che ci imponiamo attraverso le regole, i tabù, i costrutti; il problema sta nella misura, nella gradazione.

E quindi, se con ovvia intelligenza Garage – film dotato di uno sguardo partecipe ma mai invadente, in grado di regalare partecipazione ma anche oggettivazione – non descrive mai Josie come qualcuno con il quale è possibile o auspicabile un’identificazione empatica totale e indiscriminata, è inevitabile parteggiare per lui di fronte ad una cieca, crudele e meschina ottusità, figlia della paura: quella dei cosiddetti “normali”, dei sani, degli inseriti nella società. Degli ipocriti. Di un mondo che non è più in grado di concepire la (nostra) natura senza sentire dentro il terrore di chi non vuole ascoltare né vedere quel che è vero.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Josie lavora in una pompa di benzina. Ligio al lavoro, obbedisce senza opporre resistenza al suo capo, un ex-compagno di scuola che, secondo lui, l’avrebbe aiutato proprio dandogli il lavoro. Quando il capo decide di tenere aperto il servizio anche durante il week-end, Josie si vede affiancare David, un quindicenne che lo aiuterà proprio in quei pochi giorni della settimana. Dopo il gelo iniziale da parte del ragazzino, i due diventano amici…

Nella prima edizione del biennio Moretti del Torino Film Festival, il film di Lenny Abrahamson si è portato a casa il premio maggiore e tanti applausi. Poi sparisce, e due annetti dopo viene fortunatamente rispescato dalla Mediaplex. Esce così quatto quatto, ma il secondo film del regista irlandese ha tutte le carte in regola per essere una delle grandi piccole sorprese di quest’anno.

Scritto da Mark O’Halloran, come il precedente film di Abrahamson, ovvero Adam & Paul, Garage sotto la detestata (da molti) “patina indie” riesce in maniera convincente a dire qualcosa sul mondo di oggi, unendo il cinema sociale di Loach alla parabola triste di un protagonista che non sarebbe dispiaciuta forse a von Trier. Josie infatti è un personaggio a sé, emarginato e a suo modo alienato dal lavoro. Gli hanno neutralizzato la capacità di reagire, e così non può che chinare la testa ad ogni occasione.

Josie si relaziona come può col mondo, e a suo modo tenta di combattere una timidezza e un’ingenuità che sono alla base del suo carattere. L’unica ancora di salvezza dall’opprimente grigiore della vita – che Josie a tratti sembra voler affrontare comunque con positività – sembra proprio essere il giovanissimo David. Col tempo, David diventa qualcosa di più importante per l’uomo. E sarà tuttavia la sua stessa ingenuità a tradirlo.

Se Garage è un film superficialmente divertente ed anche ironico, man mano che il film procede verso una fine che si fa sempre più oscura, esce fuori una inaspettata e crudele visione della vita. Una visione che colpisce per la sua sincera disillusione. Josie non sa neppure che esistono dei desideri inespressi; nel suo inconscio, tenta di viverli come può, ma alla fine non potrebbe comportarsi diversamente da come si comporta. Ma è un “disadattato” da schernire ed insultare. Il teorema è pronto, e il giustizialismo che vive negli occhi degli altri è servito.

Pat Shortt, magnifico con la sua interpretazione mai sopra le righe, sempre attenta e rispettosa verso il personaggio che è chiamato ad interpretare, regala al film una carta indimenticabile. Nel suo piccolo, Garage è una cupissima parabola non sulla provincia, ma sul mondo di oggi e sull’impossibilità dell’uomo di provare empatia. E nel suo piccolo fa venire qualche brivido.

da “cineblog.it”

L’unica colpa di Josie è quella di essere troppo buono e un po’ ingenuotto. Al garage fa tutto quello gli si dice e se Mr. Gallagher, il suo capo, gli chiede di restare a lavorare anche il fine settimana, lui risponde affermativamente con l’espressione fiera e orgogliosa del dipendente diligente e fidato. Si preoccupa puntigliosamente anche di come deve essere esposto l’olio motore, anche se difficilmente qualcuno ci farà caso. Percorre molta strada a piedi Josie, perché ha un problema alle anche e camminare gli fa bene. A volte arriva fino in città, per bere una birra o comprare qualcosa al negozietto della bella Carmel. Per gli altri del paese è semplicemente lo scemo del villaggio e ogni tanto lo prendono in giro, ma lui, dall’alto della sua supposta cretineria, passa sopra a questi scherzi da “stupidi”. Vive solo Josie, nel retro di questo “Garage” fuori mano e poco frequentato, ma per i fine settimana Mr.Gallagher gli affida un giovane aiutante, un ragazzino di quindici anni, a cui lui dovrà insegnare il mestiere. Presto i due si faranno piacevolmente compagnia, chiacchierando (poco in realtà) e bevendo qualche birra insieme al tramonto. Purtroppo Josie fa qualche errore di calcolo: in un paese così piccolo la gente e parla e le voci girano e anche se lui non ha fatto del male a nessuno si ritrova in un bel guaio. Solo per essere stato gentile o forse solo un po’ ingenuo.

Leonard Abrahamson, regista di questo bello e triste Garage, premiato come miglior film in concorso al Torino Film Festival del 2007, abbandona l’ambientazione metropolitana del suo primo lungometraggio Adam & Paul e si trasferisce insieme al co-sceneggiatore Mark O’Halloran nelle verdi periferie di paese irlandesi, location ideale per raccontare la storia di questo mite personaggio, solo parzialmente inventato. Infatti, così come racconta lo stesso regista, Garage è basato su una storia vera o, per meglio dire, su un’ ingenuo scemo del villaggio realmente esistito e che ha dato vita a questo film.

La maggior parte del lavoro, confessa Abrahamson, è stata fatta prima delle riprese, cioè nel momento della scrittura e in particolare della “costruzione” di Josie, che doveva essere studiato nei minimi dettagli. E così è stato. Merito oltre che dei due sceneggiatori, anche di un grande attore come Pat Shortt, comico di grande fama in Irlanda e che si è prestato magistralmente per questo ruolo drammatico, lavorando moltissimo sulla fisicità meccanica del personaggio (dai gesti all’andatura), ma riuscendo a conferire anche eccezionale emotività. Il Josie che ne esce fuori non è il solito stupido, di cui tanto si parla in questo periodo, soprattutto dopo il recente Burn After Reading dei Cohen, ma un tenero omaccione, un po’ impacciato e tanto buono e altruista. “E’ una persona invisibile che vive in maniera invisibile, un uomo piccolo in un mondo grande” come ci dice Abrahamson richiamandosi anche alla clownesca Giulietta Masina de “La Strada” di Fellini. Soffre (anche d’amore) in silenzio e senza dare disturbo a nessuno e sparisce altrettanto silenziosamente, come un sasso tirato verso il fiume che non fa rumore nell’abissarsi fino ad adagiarsi sul fondale.

Un film caratterizzato da una forte contaminazione di stili, da un accentuato minimalismo bressoniano (il regista non nasconde l’influenza del regista francese) al carattere burlesco un po’ vaudeville e sicuramente non eccessivamente legato al contesto irlandese (non fosse per qualche pinta al pub e il verde del paesaggio non ci accorgeremmo nemmeno che ci troviamo in Iralnda).

Un cinema quello irlandese che ancora sibila e parla a voce bassa, ma che a breve, si spera, riuscirà ad alzare la voce e a farsi sentire da tutti.

di Dario Adamo, da “girodivite.it”

L’infame congiura del mondo normale
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

«Vero!»: così Josie (Pat Shortt) annuisce, ogni volta che gli si dice qualcosa. Anche se gli si dà torto, è questa la risposta gentile e remissiva del protagonista di Garage ( Irlanda, 2007, 85′). Per lui non c’è possibilità di opporsi, di far valere una sua opinione. Nessuno sembra obbligarlo a questa continua resa. Semmai, quel che lo obbliga sta dentro di lui,come un’antica abitudine a cercar d’essere amato.
Chi è il protagonista del film di Leonard Abrahamson, e dello sceneggiatore Mark O’Halloran? Da dove viene la sua storia di marginale? Lavora in una stazione di servizio di un vecchio compagno di scuola, Josie. E possiamo ben immaginare il suo passato, in una minuscola città d’Irlanda. Mai ha vissuto una vita sua. Mai i suoi coetanei l’hanno accettato come un “uguale” in quel che più conta nella biografia di un uomo: nell’amore, per esempio, e nell’amicizia, nel lavoro. Il suo corpo è troppo goffo. Ed è troppo goffo il suo sorriso, troppo aperto e troppo ingenuo. Di lui si può aver pietà. Ma più spesso di lui si ride, raccolti in un’infame congiura dei “normali”. Josie vorrebbe un proprio posto nel mondo minimo in cui da sempre gli tocca campar la vita. E pensa, onesto e ingenuo com’è,che il modo migliore d’ottenerlo sia far bene il proprio mestiere di benzinaio. La sua giornata è fatta di piccole cose. Pochi sono gli automobilisti che si fermano alla sua pompa, e ancor meno sono quelli che davvero si accorgono di lui. Eppure ci si impegna, come se non d’un mestiere fra tanti si trattasse, ma d’una condizione di vita, fors’anche d’una missione. Poi, dopo l’ora di chiusura, che cosa gli resta? Una cena solitaria, cucinata nel retro della stazione di servizio, una partita di calcio in tivù o alla radio, e alla fine un salto al pub, per bersi una birra, come se anche lui l’avesse, un posto in quel mondo minimo.
Non capisce quel che gli sta intorno, Josie? Non ne vede il disamore o almeno l’indifferenza? Oppure in lui c’è una comprensione più profonda, e una speranza anch’essa profonda che disamore e indifferenza finiscano per esser vinte dal suo stesso desiderio d’essere amato? Di certo, è pieno di coraggio questo piccolo uomo. È sempre lui il primo a offrirsi: a sorridere, a rendersi utile, a dare affetto. Così fa con Carmel (Anne-Marie Duff), che ama di un amore discreto e senza speranza. E così fa con David (Conor Ryan), il ragazzino che l’aiuta alla stazione di servizio. Come se ne fosse un fratello maggiore, con l’orgoglio di chi già sa, lo introduce ai segreti del mestiere. E poi, la sera, gli offre qualche birra, mentre seduti sul retro guardano calare il sole.
C’è poi un camionista, forse un amico, il solo che non si fermi a far benzina senza neppure guardarlo. Va in giro per il mondo, arriva addirittura fino a Bruges, in Belgio, per portare il suo carico di polli morti. E a Josie pare che niente di più entusiasmante possa capitare a un uomo.
Vorrebbe andarsene, anche lui. Vorrebbe andare magari in Inghilterra, dove un tempo –così racconta – gli era capitata l’occasione di lavorare. E invece eccolo qui, sulla sua sedia davanti alla porta della stazione di servizio. Gli pesa quella sedia, immobile come la grande gomma d’automobile cui qualcuno ha legato un cavallo. Lo incontra ogni giorno, legato al di là d’un recinto, di ritorno dal centro della cittadina. Lo chiama, lo accarezza, gli dà qualche mela. E quello lo guarda con occhi tristi come i suoi, e come i suoi pieni di inutile dolcezza.
Poi, un giorno uguale a tanti al-tri, qualcuno sospetta che Josie sia pericoloso per David. Come potrà mai liberarsi del peso di quel sospetto? Come a ogni vittima, a lui è negato in primo luogo il diritto di farsi ascoltare, di chiedere comprensione o anche solo giustizia. E allora non gli resta che fare a sé quel che a visto fare a una cucciolata di bastardini. Basta niente, per levare dal mondo chi appunto non sia niente. Ed è questa la prima volta che Josie si ribella, e che vince il peso di quella sua tale sedia e che parte per un viaggio finalmente suo. Se qualcuno glielo facesse notare, se qualcuno gli dicesse che nella sua morte trova finalmente la libertà, non avrebbe dubbi. «Vero! », risponderebbe. E sorriderebbe gentile.
Da Il Sole-24 Ore, 5 luglio 2009

Un «Forrest Gump» all’ irlandese
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Un dublinese, Lenny Abrahamson, si vendica dello stile spot con questo suo secondo film introverso, silenzioso, intimo, che ha ottenuto molti riconoscimenti tra cui il premio del festival di Torino in edizione Moretti 07. In un paesaggio sociologicamente e geograficamente desolato, vicino a una stazione di servizio che si staglia nel nulla come in un quadro di Hopper, vive Josie, disadattato, diverso, innocuo. Josie, che lavora alla pompa di benzina, rimugina la sua solitudine, la sua vita si esaurisce nel compito di guardiano in questa periferia del mondo, parte centro occidentale dell’ Irlanda. Sembra d’ esser in un film di Kaurismaki, anche per la presenza non casuale di un pub che cura pene con birra: il nostro non eroe racchiude in sé ogni bio diversità etica ma in lui germoglia comunque un flusso di speranza e ottimismo nella accettazione di sè e del mondo. E qui sembra di essere in un poetico Bresson: au hasard, Josie. Chi rompe la sterile tranquillità in modo involontario è un ragazzo, David, che viene lì a fare l’ apprendista. Fra i due si stabilisce una corrente di simpatia umana, innaffiata dalla birra bevuta ai margini della ferrovia, guardando l’ orizzonte. E qui sembra d’ essere in un racconto breve giovanile di Truman Capote o Tennessee Williams, ma non ci sono scorciatoie sessuali: per infangare la reputazione di Josie basta che lui mostri ingenuamente un porno video all’ amico minorenne, tanto necessita alla pubblica opinione per fare provvista di disdoro borghese ed ipocrisia razzista. Il valore della storia, minimalista e massimalista insieme, è nell’ uomo che ha percezione di suoi desideri inespressi: la vicinanza del ragazzo spinge David a proporsi invano a Carmel ragazza del negozio accanto. E quando si muovono sentimenti misteriosi siamo vicino al vicolo cieco. Un film di grande sapienza figurativa, raccomandato ai cinefili restanti, di calcolata mancanza di fascinazione e sensazionalismo: pulizia morale e materiale, un Forrest Gump senza pezzi di storia vip ma con Pat Shortt, attore di gran proporzioni stilistiche.
Da Il Corriere della Sera, 6 giugno 2009

Com’è profondo quel sempliciotto
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Buone notizie dall’Irlanda. Nel paese di Joyce c’è ancora chi lavora sulla nostra immaginazione anziché sfinirci di immagini, suoni e spiegazioni. Che cosa passa per la testa di Josie, corpulento sempliciotto sui 40 che gestisce con ingenua dedizione una pompa di benzina sperduta nella campagna irlandese? Non molto a prima vista. I compaesani lo trattano con un misto di condiscendenza, pietà, sarcasmo, paternalismo, ma mai con sincerità. Gli unici che sembrano poter dividere con Josie tempo e attenzioni accettandolo per ciò che è, sono il cavallo cui ogni giorno porta un dolce e David, il timido ragazzino spedito dalla madre a dargli una mano, cui Josie offre forse qualche birra di troppo. O magari quel vecchio che lo porta sul lago per avere qualcuno con cui parlare, in un dialogo fra sordi carico di non detto e di emozione, davvero da brivido (è qui che si pensa a Joyce).
Garage di Lenny Abrahamson procede così, per brevi scene staccate, sorrette da un sottotesto insinuante che si fa addirittura impetuoso, ma senza perdere un grammo di ambiguità, man mano che Josie si mette nei guai senza capire perché. Non si sa se ammirare di più la grandezza del protagonista Pat Shortt, un Antonio Albanese celtico, famosissimo in patria, o la bravura con cui Abrahamson lavora su volti, tempi, paesaggi, lavorando sempre “a levare” per aggiungere peso e densità al racconto. Una piccola grande scoperta.
Da Il Messaggero, 6 giugno 2009

Quanta poesia nel mite benzinaio
di Alessandra Levantesi La Stampa

Garage» è come un racconto scritto con la matita, lieve ma impeccabile. Per un po’ ci si chiede cosa stia narrando, poi si capisce che l’intento è quello di delineare un personaggio sullo sfondo di un’Irlanda semirurale. Ottimo attore, molto noto al suo paese, Pat Shortt incarna il mite e teneramente ottuso Josie che lavora a una pompa di benzina. Vive nell’ansia di perdere il suo modesto incarico, vede qualche conoscente la sera quando va al pub. Ogni tanto si intrattiene in un dialogo muto con un cavallo, solitario come lui, al quale porta delle mele. Però il mondo impietoso si accanisce sull’innocente, che a un certo punto avverte come insopportabile il peso del male di vivere. Segnalato a vari festival, da riservare ai palati più fini, Garage non è uno studio psicologico, piuttosto un film poetico. Da non perdere per chi ama il cinema delle rarità.
Da La Stampa, 12 giugno 2009

Per Josie, uomo grande e grosso addetto al servizio presso una pompa di benzina, spostare l’espositore dell’olio per auto è l’evento della giornata. La sua testa non ragiona alla stessa velocità delle persone comuni; purtroppo è un ritardato mentale e i disagi nei rapporti con gli altri sono evidenti. Il lavoro non è tutto questo granché, il garage è situato in un posto dove trafficano pochissime auto e camion perché si affaccia su una stradina secondaria.
Ingenuotto di buona volontà, Josie è disposto, senza batter ciglio, ad allungare il turno di apertura del fine settimana, orgoglioso e fiero, anche perché il proprietario Gallagher gli annuncia che un certo David lo aiuterà nelle mansioni. David ha 15 anni e non è altri che il figlio della donna che adesso sta insieme a Gallagher. Questo insolito connubio nella conduzione dei lavori presso la stazione di servizio causerà non pochi problemi a entrambi…

Presentato alla 39.ma “Quinzaine des Rèalisateurs” (Cannes, 2007) e premiato come Miglior Film alla 25.ma edizione del Torino Film Festival (sempre durante lo stesso anno) il “Garage” bello e malinconico di Leonard Abrahamson è una primizia di fine stagione, quello che ormai sembra destinato a essere il periodo migliore per presentare quei film che non riescono a trovare spazio nel caos della distribuzione nazionale. L’ambientazione, a parte l’angusto e sporco box, è da favola: il cielo irlandese risplende in tutta la sua bellezza sui verdi sobborghi di campagna.

A dispetto della sua stazza, Josie sembra incorporeo tanto è lontano dai modi di fare degli altri abitanti del paese: lui ha la sua casa all’interno della pompa di benzina, e lì lavora, mangia e dorme. Adora passeggiare da solo per le strade della campagna circostante, ha un problema all’anca e camminare gli fa’ bene: si intenerisce per un cavallino e gli porta da mangiare alcuni frutti, scambia qualche parola con la bionda Carmel (Anne-Marie Duff), proprietaria di un piccolo negozio di alimentari in paese. Josie spasima in silenzio per lei, ha un tentativo di approccio “a modo suo” con la donna, con quel tenero e maldestro modo di fare che non può che risultare sbagliato e fuori posto. E perché nessuno, in fondo, può valutare Josie come amico o come amante.

Il docile personaggio principale, che sembra sia realmente esistito, è reso alla perfezione dall’attore Pat Shortt. L’artista di solito lavora come comico in televisione, ed è particolarmente noto in Irlanda; interpretare un ruolo così complesso e drammatico non deve essere stato semplice. Shortt, adoperandosi in modo specifico sulla difettosa fisicità del personaggio (nelle pose e nell’incedere), riesce a trasmettere una buona emotività.

La città, lontana in tutti i sensi dal taciturno Josie, pensa a sé stessa, ognuno è chiuso nel suo vanaglorioso egoismo, e non vede al di là delle apparenze: si discrimina il “matto del villaggio”, si sognano tuffi nella piscina con le onde artificiali e non si esita a liberarsi di cinque cuccioli di cane, facendoli annegare nel fiume (luogo dove tutti i rifiuti, materiali, animali e umani sembrano destinati a finire).
L’opinione pubblica è, ancora una volta, carica di violenza, odio e finto perbenismo.

La sceneggiatura è forse troppo costruita e finalizzata a sottolineare le colpe della piccola società (la quale fa presto anche a identificarsi in una collettività più universale) nei confronti di chi, purtroppo, non ha molto da chiedere alla vita. Morale e forma della pellicola non sono poi così nuove: il minimalismo dei film da Festival (con un’analisi e un approccio un po’ spogli e rettilinei) rischia di annoiare, se non fosse per il potente e destabilizzante messaggio delle scene finali.

Il cinema irlandese ha trovato, forse, un altro valido esponente oltre ai più noti Neil Jordan e Jim Sheridan.

da “filmscoop.it”

Vittorioso nel 2007 al Torino Film Festival 25, Garage è secondo film di Lenny Abrahamson, probabilmente il nome più interessante nella nuova generazione di registi irlandesi. In precedenza, Abrahamson aveva diretto Adam & Paul (2004), tragi-commedia farsesca e d’autore: un film non classificabile, insomma, e quindi ignorato dai nostri distributori nonostante le ottime critiche, i diversi premi e gli inaspettati incassi in patria, dove è diventato subito un cult.
Anche questa volta Abrahamson e il suo sceneggiatore Mark O’Halloran (nella pellicola precedente pure attore) raccontano una storia di emarginazione; ma rispetto ad Adam & Paul, che si svolgeva tutto alla periferia e nel degrado di Dublino, la ambientano nelle campagne dell’Irlanda medio-occidentale. È lì che vive Josie, custode di una fatiscente stazione di servizio appena fuori dal centro abitato. Tutti lo considerano un po’ tardo, ma innocuo; lui non ha mai avuto ambizioni, amici, o amori. È isolato, comunque sembra vivere bene: sorridente, ottimista. Nel corso dell’estate che vediamo, però, un brutto equivoco cambia per sempre la sua vita.
Se Adam & Paul oscillava fra comico e tragico, qui il tono si fa decisamente più cupo. Josie, spesso bersaglio dello scherno del paese, ha un animo elementare ma gentilissimo, e fatica a capire quello che gli succede attorno. Le sue giornate sono tutte uguali, solitarie e insensate; a nessun essere umano interessano i suoi sentimenti e lui, che usa le parole con grande sforzo, ha molta più facilità a comunicare con gli animali.
Certamente, Josie è un diverso. Per questo, quando cala su di lui il sospetto della pedofilia, i concittadini – con pochissime eccezioni – gli si accaniscono contro. Ma il finale del film (che è lancinante, insostenibile) farà di Josie un diverso soprattutto perché capace – proprio lui, lo scemo del villaggio – di assumersi delle responsabilità, guardando in faccia le conseguenze delle sue azioni, anche se queste azioni non erano consapevoli, né volontarie. Una profonda lezione morale, in tempi in cui nessuno paga più, nemmeno quando agisce per il male e in perfetta consapevolezza.
Attorno al silenzio del protagonista, all’incomunicabilità dei suoi bisogni, alla sua vita senza direzione, Lenny Abrahamson intesse un’opera rara, con lunghe sequenze di desolata bellezza (la fotografia, rimarchevole, è di Peter Robertson). Certo è curioso che, nonostante la differente formazione – Abrahamson è laureato in filosofia, e ha iniziato con i commercials – il suo sguardo sia così limpidamente cinematografico. In Garage, con i pochi dialoghi quasi sempre senza sbocco, e la musica quasi del tutto assente, ogni inquadratura rimanda a una necessità assoluta, a un’economia visuale e poetica che non si diluisce nemmeno per un attimo (un terzo del girato è rimasto in sala montaggio). Le Figaro, dopo il passaggio del film alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes nel 2007, aveva citato Bresson per il cinema puro a cui si assiste: non sono paragoni eccessivi. Ma se anche si trattasse semplicemente dello studioso di filosofia che incontra il pubblicitario, saremmo comunque di fronte a un talento notevolissimo.
Abrahamson ha anche il grande merito di saper correre i giusti rischi, visto che per interpretare Josie ha scelto Pat Shortt, un attore molto noto al pubblico irlandese ma solo come comico televisivo. Lavorando sul personaggio direttamente sul set – nelle prove, se non addirittura durante le riprese – Shortt ha dato a Josie un’andatura e abitudini talmente goffe da risultare patetico, commovente, come toccante è il suo inappropriato intercalare (now), sempre fuori luogo, seppure sempre con tonalità diverse. Una prova stupefacente, che va ad affiancarsi allo straordinario duetto fra Mark O’Halloran e il rimpianto Tom Murphy di Adam & Paul, e l’ennesima conferma della siderale levatura degli attori irlandesi.

Susanna Pellis, da “frameonline.it”

Non sono poche le zone franche che il cinema, anche in forma di commedia, ci ha evocato dove la “vita è un lungo fiume tranquillo” (ricordate il film di Étienne Chátiliez che tanto successo ebbe in patria?). Anche in Garage, il lento scorrere dell’esistenza nella quotidianità è segnato da una malinconia sottile (però profondamente vitale) e questo lo si nota a partire dall’ambientazione di questo piccolo miracolo di scrittura cinematografica che ha per teatro una cittadina rurale collocata in una zona centro occidentale dell’Irlanda. In quel luogo la vita è avvolta dal nitido respiro della Natura e un’inevitabile monotonia immalinconisce gli abitanti, sospesi in una routine estatica ed annichilente. Ogni piccolo accadimento, in un posto come questo, potrebbe avere effetti sconvolgenti, svelando un uggioso malessere che naturalmente alberga in questa placida cittadina irlandese. Descrivere con acutezza lo status di attesa non è un’impresa drammaturgicamente facile, ed ecco che questo film ci sorprende a partire dalla sceneggiatura, scritta da Mark O’Halloran, capace di mirare dritta al cuore, con il suo minimalismo poetico attento al dettaglio, con i suoi dialoghi intessuti di umorismo acre, a favorire un’elegiaca messa in scena che conferisce spessore ed equilibrio al paesaggio e ai personaggi facendoli interagire con estrema efficacia. La regia è di quel Lenny Abrahamson che ha già diretto Adam & Paul con il copione firmato dallo stesso O’Halloran (che nel precedente film copriva il ruolo di uno dei personaggi del titolo). Garage è stato prodotto nel 2007 ed è stato presentato nella prestigiosa “Quinzaine des Réalisateurs” di Cannes, aggiudicandosi poi un meritato primo premio (con il quale ha sbaragliato la concorrenza) al Torino Film Festival nella prima edizione del biennio di Moretti. Finalmente scongelato, questo piccolo gioiello è stato fatto uscire in sala in questo periodo estivo dove arrivano, insieme ai fondi di magazzino, alcune chicche d’essai come questa che fanno la gioia di chi ama un cinema lineare e vibrante, ben strutturato e dal retrogusto forte.

A tale sorprendente equilibrio conferisce spessore l’attore protagonista, Pat Shortt, assolutamente straordinario nel disegnare i tratti psicologici del suo personaggio di eterno fanciullo, candido e ingenuo, con una recitazione mai sopra le righe e piena d’intelligenti sfumature, giocata tutta per sottrazioni. L’incipit ci mostra direttamente il suo Josie, che svela l’emblematica andatura zoppicante che ne caratterizza l’aplomb, mentre lo vediamo percorrere un binario, segno che in quel luogo nessun convoglio ferroviario passa abitualmente. Il suo posto di lavoro è una stazione di servizio, un fatiscente microcosmo di relazioni elementari in cui egli si muove con l’ottimismo forzoso di un disadattato. A capo del posto c’è il signor Garda (interpretato da Denis Conway, peraltro incredibilmente somigliante al nostro critico Sergio Toffetti), un suo ex compagno di scuola che, ad un certo punto, decide di tenere la stazione aperta anche per il week-end, con il paziente assenso dello scrupoloso e volenteroso Josie. L’autostrada è chiusa, i clienti rari e l’attenzione del protagonista finisce col concentrarsi sulla necessità di tenere all’aperto le confezioni di olio che si trovano dentro il negozio. La quotidianità trascorre tra il lavoro alla pompa di benzina con i rari acquirenti di passaggio e il pub con le solite facce del posto. Uno di questi è un provocatore a cui Josie resiste da anima semplice che sembra sopportare qualunque sopruso. Il suo interesse si posa su un cavallo solitario come lui a cui, ad ogni incontro, egli fa mangiare una mela intessendo con lui un vivace, e un po’ sornione, scambio dialettico (si tratta di dialoghi uomo – animale tra i più toccanti visti di recente a cinema). C’è poi una ragazza che si chiama Carmel (Anne-Marie Duff), impiegata come commessa in un supermercato, annoiata dalla vita che conduce, che durante una delle serate al pub, mercé un ballo appassionato, seduce distrattamente il povero Josie per poi disilluderlo. E c’è un quindicenne di nome David (Connor Ryan) che gli verrà affiancato come aiutante dal suo capo durante i week-end di lavoro straordinario. Nonostante David sia un introverso, verrà fuori una bella amicizia fatta di convivialità sanamente innaffiata da numerose lattine di birra. Fino a quando il nostro campione di solitudine, mostrerà per gioco al ragazzo la videocassetta di un film porno che gli è stata regalata da un camionista, gesto che costerà a Josie il sospetto di corruzione minorile ratificato da una convocazione al commissariato. Un banale segno di solidarietà virile, ingigantito dallo spleen provinciale pronto a enfatizzare ogni cosa, capovolge il destino del nostro protagonista. E così, al disilluso Josie non resta che eclissarsi dal proprio contesto, in una traumatica immersione nella Natura che ha un risvolto drammatico simile a quello di Mouchette di Bresson ma con una variante poetica aggraziata quanto commovente.

La metafora della solitudine è delineata con sostenuto garbo dal regista Abrahamson, capace di esibire mano sicura nell’individuare i momenti rivelatori della sua parabola alla Voltaire (le lunghe attese in panchina, il guardarsi attorno dei personaggi descritto come momenti di estasi e di astrazione quotidiana), con una freschezza d’impaginazione che fa di Garage una delle sorprese di questa stagione (benché risalga a due anni fa). Nel descrivere la pacifica (ma non pacificata) esistenza di un avamposto sperduto, gli autori alludono alle dinamiche esistenti in ogni comunità umana, capaci di riprodursi con meccanica determinazione. La realtà (come la libertà) diviene un fantasma e ogni logica, una volta trasformata in assioma morale con le sue derive ideologiche spinte al fanatismo, può travolgere anche alcuni Candide del nostro tempo come Josie. Così la storia di Garage si trasforma in una metafora di quell’indifferenza sociale in grado di produrre intolleranza ed afasia crudele (uno degli abitanti del villaggio si libera dei cuccioli non di razza gettandoli dentro un sacco nel fiume). Quello della pellicola di Abrahamson è cinema limpido che sottolinea il dettaglio rendendolo universale, è cinema dotato di un realismo metaforico alla Ken Loach, in più toccato da un’ispirazione poetica capace di penetrare la nostra coscienza fino a farla vibrare.

Francesco Puma, da “revisioncinema.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog