Fa la cosa sbagliata

Fa’ la cosa sbagliata – The Wackness (The Wackness, Usa, 2008) di Jonathan Levine; con Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo.

Che Dio benedica il cinema indipendente americano. Premiato al Sundance Film Festival come Miglior Film Drammatico, per volere del pubblico, arriva finalmente anche in Italia The Wackness, diventato per noi Fa’ la Cosa Sbagliata. Scritto e diretto da Jonathan Levine, regista di All the Boys Love Mandy Lane, The Wackness conferma le potenzialità del cinema d’autore statunitense a basso costo, divertendo e stupendo, tanto da confermare un più che roseo futuro per il suo interessantissimo regista.

Luke e il dottor Squires sono davvero una strana coppia. Il primo è un ragazzino appena diplomatosi, che spaccia per raggranellare qualche soldo. Il secondo un rinomato psicologo di quasi 60 anni, che si fa pagare da Luke le sedute di psicanalisi con la marijuana. Tra i due si instaura un rapporto d’amicizia talmente particolare da risultare folle, con alla base il sesso e la droga. Peccato che ad infilarcisi arrivi la figliastra del dottor Squires, Stephane, che fa letteralmente perdere la testa a Luke…

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Un gioiellino. Così possiamo etichettare questo Fai la cosa Sbagliata, scritto e diretto in maniera interessantisisma ed interpretato in modo divino dai suoi protagonisti. Se vedere l’ex Ghandi Ben Kingsley nei panni di un capellone, fricchettone, psicologo, malato di sesso e drogato sessantenne immaturo diverte e al tempo stesso sorprende, non si può non rimanere piacevolmente stupiti anche dal giovane Josh Peck, bravissimo quanto il più anziano e celebre collega.

Alla base della pellicola uno script pungente, che ci riporta nella New York del 1994. Sono gli anni in cui il mondo della musica piange Kurt Cobain e celebra Notorius B.I.G. e Tupac, gli anni in cui non esistono i cellulari ma i cercapersone, gli anni in cui si gioca al Nintendo e al Game Boy, gli anni in cui le musicassette dominano ancora le nostre colonne sonore quotidiane, alla facciaccia dei moderni mp3 e degli antenati cd.

Un’epoca, quella scelta da Jonathan Levine, mai del tutto dimenticata, con il sindaco-sceriffo Rudy Giuliani messo alla berlina, nel suo voler nascondere sotto il tappeto tutte le zozzerie della Grande Mela, nascondendole agli occhi dei media. Così come New York anche i due protagonisti del film sono chiamati a risolvere i propri apparentemente insormontabili problemi. Jake Shapiro è il classico studente impopolare, senza amici e con due genitori che non fanno altro che litigare, tanto da accettare di farsi ‘mantenere’ dal figlio neo diplomato e spacciatore.

Il dottor Squires, invece, è un rinomato psichiatra di una certa età, mai del tutto cresciuto e maturato. Vive un matrimonio alla deriva, culla con amore le avventure sessuali di un tempo, continuando a sentire brani musicali di una giovinezza che non c’è più, riempendo le proprie giornate di antidepressivi e droghe varie, ‘barattandole’, in cambio di sedute gratuite, proprio con Jake.

I due diventano così ‘amici’, tanto da confidarsi i più impensabili segreti, soprattutto sessuali. Ad unirli ancora di più a doppio filo la figliastra del dottore, Stephanie. Bella, bellissima, Stephanie è la reginetta della scuola. Peccato che con l’arrivo dell’estate la città si svuoti, portandola a conoscere da più vicino lo ’sfigato’ Luke, che finirà ovviamente per innamorarsi di lei, facendo ingelosire papà Squires…

Attraverso uno script ricco di dialoghi ficcanti, una bellissima fotografia, sgranata e dai toni chiarissimi, una perfetta colonna sonora e una regia originale, piena di idee, di trovate, di ariosi dolly, di mai banali primi piani e di buonissimi piani sequenza, The Wackness vola via che è un piacere, finendo per diventare un vero e proprio inno alla vita, da prendere di petto sempre e comunque, facendo anche quelle scelte che a volte troppo frettolosamente etichettiamo come ’sbagliate’. A ribaltarsi e a scambiarsi di posto sono due mondi, quelli dei ragazzi e quelli degli adulti, con i primi maturi e i secondi incapaci di crescere una volta per tutte, in una New York dove sono il sesso e la droga a dominare la scena.

L’impressione è che risentiremo parlare di questo Jonathan Levine, padre padrone di questa piccola delizia made in Usa. Consigliatissimo.

da Cineblog.it

Dopo la scarsa programmazione estiva e il caldo d’agosto, ritrovarsi al ritorno dalle vacanze con un film premiato dal pubblico del Sundance per il miglior film drammatico è come scorgere un’oasi nel deserto: il secondo lungometraggio di Jonathan Levine riapre la stagione cinematografica con la storia di una stravagante amicizia (da qui il titolo originale “The Wackness”) ambientata nella New York del 1994, l’anno più importante nella storia dell’hip hop, dove il sindaco Giuliani sta cercando di risolvere il problema del crimine con metodi un po’ controversi.

Luke è un giovane spacciatore pieno di problemi: i genitori hanno ricevuto lo sfratto, non ha amici e soprattutto non ha una donna. Uno dei suoi clienti è il dottor Squires, uno psichiatra fumato che diventerà il mentore di Luke. I due cominciano a farsi compagnia, a sostenersi l’un l’altro, e a cercare di risolvere il loro problema comune: il sesso. Il dottore, soffocato da un matrimonio a pezzi, vuole riprendersi la sua libertà e le sue avventure, Luke invece si innamora della figliastra di Squires, con tutto ciò che ne consegue.

Il film giusto per assaporare del buon cinema dopo le assolate e noiose giornate di agosto, con un Ben Kingsley mai così divertente, un maestro di vita a metà strada tra Obi Wan Kenobi e Jeff Lebowski (memorabili alcuni suoi consigli: «non fidarti mai di chi non fuma canne e non ascolta Bob Dylan», oppure «non ti servono medicine, hai solo bisogno di scopare»). La pellicola è accompagnata da una colonna sonora hip hop che riesce a contestualizzare bene il periodo, anche se a rubare le nostre orecchie è la canzone con cui si conclude il film: “All The Young Dudes” di David Bowie. Levine ci regala un bel ritorno dalle vacanze, non andare al cinema significherebbe davvero fare la cosa sbagliata: almeno in questo caso, non date ascolto al titolo del film, e provate a fare la cosa giusta, non resterete delusi.

Alessio Trerotoli, da livecity.it

Siamo a New York, è il 1994: il neoeletto sindaco Giuliani ha avviato una politica fortemente repressiva nei confronti della criminalità definita “Tolleranza Zero”; l’hip hop di Wu-Tang Clan, Notorious B.I.G., Tupac Shakur è una filosofia di vita – oltre che un genere musicale – che accompagna e scandisce la vita della città; e Kurt Cobain, leader dei Nirvana, muore prematuramente all’apice del suo successo, entrando di diritto nella leggenda. Questo è il tessuto su cui il regista e sceneggiatore Jonathan Levine ricama il suo secondo lungometraggio, “Fa’ la cosa sbagliata” (“The Wackness” il titolo originale), un piccolo gioiello che ha vinto il premio del pubblico per il Miglior Film Drammatico all’ultimo “Sundance Film Festival”. Ancora una volta, il cinema indipendente riesce a
sorprendere, dimostrando come anche con mezzi più modesti sia possibile realizzare qualcosa di nuovo. La strana coppia protagonista del film sono Luke Shapiro (Josh Peck), giovane spacciatore neodiplomato, impopolare e alle prese con la paura di un futuro ancora ignoto, e il Dott. Squires (Ben Kingsley), suo psichiatra che baratta le sedute in cambio di erba, afflitto da un’inestinguibile sindrome di Peter Pan. Ci
sono il sesso – desiderato, auto praticato, ingenuo, frettoloso, innamorato – la droga, alcool a fiumi, l’hip hop, i game boy e i cercapersone, carrettini del gelato per nascondere la marijuana, oltre che un fotografia sgranata e ottime interpretazioni a rendere questo film una vera esplosione di vita. È il passaggio all’età adulta il leit-motiv della pellicola: quello di una gioventù alle prese con droghe di ogni tipo, che si chiede quale sia il suo futuro, ma non riesce a trovare risposte; e quello di chi ormai non è più giovane da un bel po’, di chi si è ritrovato immerso nel proprio domani senza nemmeno rendersene conto, forse anche a causa di qualche pillola di troppo. Non ci sono falsi moralismi, l’uno insegna all’altro, e ciascuno a suo modo, a conoscere il dolore e la sofferenza, a come affrontarli per poterli gestire: perché nessuno ne è immune, ma tutti possono trovare la propria strada. Perché, come dice il dott, Squires a Luke, “A volte è giusto fare la cosa sbagliata”.

di Giulia Mazza , da Cinema4stelle.it
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