Crossing over

Max Brogan è un agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e ha il compito di ostacolare con tutti i mezzi legali l’immigrazione clandestina negli Stati Uniti. Opera nell’area del confine con il Messico ed è incapace di trattare le persone come fossero puri e semplici pacchi da accettare o rinviare al mittente. Incontra così la giovane operaia messicana Mireya Sanchez che, prima di essere arrestata dai suoi colleghi, lo supplica di aiutare il suo bambino. Nel frattempo Denise Frankel si occupa di difendere come avvocato i più deboli mentre suo marito Cole, approfittando del potere che ha sulla consegna o meno della Green Card, costringe una ragazza australiana a concedergli prestazioni sessuali. Conosciamo anche le storie di Zahta, giovane musulmana che vuole che si pensi anche alle possibili ragioni degli attentatori dell’11 settembre, l’adolescente coreano Yong Kim che si fa coinvolgere in una banda di giovanbi criminali, del musicista Gavin Kossef e della ragazza del Bangladesh Taslima.
La complessità delle vicende di cui sopra potrebbe spingere più d’uno a desistere dalla visione ma il rischio è stato abilmente superato da Wayne Kramer. Il quale è ben consapevole del fatto di riproporre una struttura narrativa alla Crash e alla Babel e che, al contempo, non si possono dimenticare sul tema dell’immigrazione dal Messico due film come Le tre sepolture di Tommy Lee Jones e chi chiediamo anche se sarà un caso che la ragazza che chiede la Green Card sia australiana come Weir autore del film dal titolo omonimo con Gerard Depardieu.
Il regista decide quindi di interpolare le storie consentendo al contempo allo spettatore di entrare nel film senza troppe difficoltà e gira un film decisamente sbilanciato a favore di una maggiore attenzione ai bisogni di chi chiede di entrare negli States dichiarandolo da subito grazie al personaggio interpretato da Harrison Ford che è distante anni luce da quel Presidente di Air Force One che gridava con rabbia “Get out of my plane!” ai terroristi. Grazie a lui entriamo in alcune delle vicende e ci accorgiamo che comunque la sceneggiatura conserva una sua complessità di lettura delle dinamiche interculturali. In particolare grazie proprio alla figura della ragazza musulmana che ‘difende’ gli attentatori delle Twin Towers.
Il problema di Crossing Over è semmai quello di voler ‘chiudere’ tutte le vicende senza lasciare allo spettatore uno spazio per l’elaborazione personale. Per il resto rimane un film in grado di arrivare a un vasto pubblico con un messaggio su cui riflettere. Peccato che sia relegato a fine giugno con un’uscita in sordina.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Il dramma dei clandestini a Los Angeles
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Il cinema si è occupato più d’una volta della «carta verde», la famosa «green card» senza della quale uno straniero non ancora naturalizzato americano non può lavorare negli Stati Uniti. Si ricorderà, negli anni Novanta, quel film di Peter Weir, intitolato appunto «Green Card – Matrimonio di convenienza», che interpretava Gerard Depardieu recitando per la prima volta in inglese. Quella era una commedia con risvolti sentimentali, il film di oggi, invece, diretto da Wayne Kramer, naturalizzato americano dopo esser stato cittadino del Sud Africa, è decisamente un dramma, in qualche passaggio anche molto doloroso.
Al centro c’è un poliziotto di Los Angeles che opera nell’Ufficio Immigrazione, interpretato con molta umanità da Harrison Ford. Sa che, soprattutto dopo l’11 settembre, i regolamenti e anche i sistemi per applicarli si sono fatti più duri, ma lui si impegna a farli sempre osservare nel modo più corretto, senza nessun eccesso persecutorio. Attorno a lui, in una trama di impianto scopertamente corale, varie vicende, la maggior parte di segno negativo. Quella di un’attricetta australiana che; per ottenere la «green card», deve pagarla con sgradevoli prestazioni sessuali, quella di un’operaia messicana che, espulsa perché senza permesso di soggiorno, lascerà negli Stati Uniti il figlioletto morendo alla fine per raggiungerlo clandestinamente, quella di una studentessa del Bangladesh che, esprimendosi a scuola con affermazioni equivocabili sul terrorismo, viene portata di peso alla frontiera, ed altre ancora in cui spesso il poliziotto dell’immigrazione interviene a risolvere situazioni anche molto complicate con il suo rispetto per gli altri, senza far differenze nei confronti di nessuno. Abbastanza dissimile, in questo, da molti suoi colleghi.
L’accento, però, non cade solo su di lui, ma anche su molti altri attorno, nel bene come nel male. Con piglio tra il facile e il retorico, ma con animo partecipe, attento alle fisionomie, ai risvolti dei caratteri e a momenti che, in qualche passaggio, risultano tesi fino alla commozione.
Un film scritto comunque con impegno e rappresentato con qualche vigore. Una pagina bella, il modo, quasi per metà taciuto, in cui il poliziotto annuncia la morte della clandestina messicana. Un esempio fine di regia.
Da Il Tempo, 28 giugno 2009

Crossing Over tra Usa e Mexico Ai confini – chiusi – dell’impero
di Boris Sollazzo Liberazione

Amenabar nel suo Agora sceglie Alessandria e una storia esemplare per raccontarci, attraverso la lente di un passato remoto futuribile e impresentabile, il nostro tempo. Wayne Kramer in Crossing Over , invece, sceglie di farlo sul campo, sulla terra arida e bollente che separa il Messico e gli Stati Uniti, sulle false speranze di paesi (ex) ricchi come Israele e Australia, nel sorriso strappato a una bimba nigeriana, nel pianto infantile di un teppistello coreano, nell’arroganza pseudoreligiosa e fondamentalista di una famiglia iraniana (tra festival e uscite in sala, torna persino Persepolis a Milano, Roma e Torino, lo spettro di Teheran non ci abbandona), nella difficile quotidianità di una famiglia del Bangladesh.
L’impero americano in declino e le sue province, gli emigranti che arrivano e cercano lo status, non più confinati ad Ellis Island, limbo materiale, ma ricattati da visti che non si tramutano in green card. Vediamo sette conti alla rovescia di sette vite e famiglie che cercano il viatico del riscatto attraverso la naturalizzazione a stelle e strisce. E a quella cerimonia, retorica e pomposa, ci arriviamo con loro, trionfo di una battaglia sanguinosa che non divide equamente vincitori e vinti: perché quando una guerra ha regole ingiuste e sbagliate il risultato è affidato al fato. Ecco la bella intuizione di Kramer, che per il resto ci regala un film ordinario: mostrare che il premio dell’american dream va al più fortunato o scaltro, e non a chi lo merita. Harrison Ford è un agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) ed è il centro di gravità precario attorno a cui girano le storie di un film che Kramer, abilmente, instrada negli schemi collaudati già nobilitati da Crash e Babel . Si rifà umilmente (e in qualche momento sfacciatamente, vedi la storia della mamma coraggio Alice Braga) ai modelli, per poter andare al centro del contenuto, del messaggio a costo di apparire didascalico, come nel personaggio dell’avvocato dei clandestini Ashley Judd. E riesce meglio lì dove sa essere ironico o impietoso: con l’attrice australiana (Alice Eve, ottima) che si prostituisce con il burocrate Ray Liotta, la giovane iraniana anticonformista (Melody Khazae) che vuole vivere la sua sessualità in una famiglia emancipata solo nel portafoglio, l’adolescente bengalese considerata filojihadista per un tema scolastico, l’ebreo ateo (Jim Sturgess) che cerca in una religiosità posticcia la scorciatoia per la green card. E se pure, sia nella scrittura che nelle immagini, c’è qualche stereotipo di troppo e l’eroe è troppo scolpito, persino nelle rughe, l’affresco d’insieme è potente e immediato.
Un Bignami della tolleranza zero, dei pregiudizi e di un impero che crollando, come sempre, lascia gli ultimi, i più deboli, sotto le macerie.
Da Liberazione, 26 giugno 2009

Clandestinità made in Usa
di Michele Anselmi Il Riformista

Strano, no? “Crossing Over”, che pure sfodera nel cast Harrison Ford, star idealista ancorché costosa, è uscito sul mercato Usa in modi semiclandestini: 42 copie in tutto, per un incasso totale di 454mi1a dollari. Magari andrà meglio da noi. Se lo merita, in fondo. Un po’ alla maniera di “Crash”, il film di Wayne Kramer intreccia varie storie sui temi dell’immigrazione clandestina negli States, e lo fa con una certa originalità, senza puntare sul solito vittimismo in chiave “underdog”. Peccato per i dialoghi spesso tirati via, didascalici, come preoccupati di tenere tutto insieme. Un poliziotto dell’immigrazione capace di piccoli gesti di umanità (Harrison Ford, appunto), il collega Hamid d’origine iraniana (Cliff Curtis) alle prese con una sorella “scandalosa”, un’avvenente attrice australiana tipo Nicole Kidman a un passo dall’espulsione (Alice Eve), un rocker inglese che si finge ebreo osservante per lavorare (Jim Sturgess), una giovane madre messicana arrestata durante una retata (Alice Braga), un adolescente coreano sulla cattiva strada (Justin Chon) mentre la famiglia sta per essere naturalizzata, una quindicenne col velo che sembra solidarizzare con il Jihad islamico (Melody Khazae), un dirigente dei visti (Ray Liotta) stanco della moglie avvocata (Ashley Judd)… Le diverse vicende si sfiorano, a mostrare la complessità degli eventi e delle culture, anche la comprensibile psicosi del Grande Paese, terra di opportunità, non di successo garantito. Diciamo la versione amarognola e multietnica di “Green Card”.
Da Il Riformista, 27 giugno 2009

Frontiere e speranze?
Max Brogan è un agente dell’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) che, insieme ai suoi colleghi, deve far rispettare ad ogni costo le ferree leggi sull’immigrazione degli Stati Uniti. Si imbatte in Mireya Sanchez, che per disperazione si reca clandestinamente in America insieme al figlioletto. Mireya non è l’unica a cercare fortuna come può: come lei, ci sono l’attrice australiana Claire e il musicista inglese Gavin. Come lei, c’è chi vive già negli Stati Uniti ma deve fare i conti con la propria estraneità, come il coreano Yong Kim e Taslima, una giovane del Bangladesh, espulsa, senza motivo. Ma vivere in America è davvero un sogno?
La terra promessa
Gli Stati Uniti sono considerati la terra delle opportunità fin da quando i padri pellegrini nel 1620, a bordo della nave Mayflower, giunsero in quella che sarebbe divenuta una delle potenze più influenti dell’intero pianeta. Da allora, migliaia di uomini e donne abbandonano i luoghi natali alla ricerca di una vita migliore. Oggi, l’America, costruita da una mescolanza di razze, religioni e culture, segue una legislazione rigidissima nei confronti dell’immigrazione clandestina e attua nei riguardi di chi non è nato sul suolo statunitense un rigore che non conosce eccezioni. L’ICE, organismo governativo che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione clandestina, segue i propri protocolli ed espelle chiunque non abbia tutte le carte in regola per rimanere. Eppure, ci sono madri che devono lasciare i propri figli perché costrette dallo Stato e che muoiono per poterli riabbracciare, ci sono giovani attrici che si prostituiscono per la carta verde, ci sono ragazzi coreani a rischio che ritrovano la voglia di provarci una seconda volta. E che dire di chi, pur vivendo in America, non rinnega le tradizioni di un humus culturale distantissimo da quello wasp e non si integra in profondità, ma resta estraneo e straniero, sempre e comunque? Il regista Wayne Kramer affronta l’America multirazziale, raccontando una serie di microstorie intrecciate fra loro che danno vita nell’insieme a un film a più voci. La coralità di Crossing Over offre allo spettatore la possibilità di adottare un’ottica esplorativa nei confronti di un problema sociale quale quello dell’immigrazione, senza inquinare con la “passione” per un protagonista un approccio capillare e una comprensione maggiore delle ramificazioni. L’emozione non manca, sia chiaro, ma non poggia su un’emotività indotta da drammi e drammoni. Il tutto è mediato, elaborato, mostrato con discrezione, senza cedere mai all’ingordigia delle immagini e alla faziosità della loro esegesi, senza piegarsi al racconto a tesi. Il film funziona, non ha eccessi, scorre liscio, è ben orchestrato, ogni intreccio ha il giusto peso, le interpretazioni sono buone e mai gigionesche, nonostante la presenza di attori di calibro quali Harrison Ford, Ray Lotta e Ashley Judd. Interessante l’episodio della ragazza del Bangladesh, le cui implicazioni segnalano con evidenza che l’11 settembre non è una ferita rimarginabile.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

Un film che sa parlare dell’oggi e dei suoi problemi. La storia si svolge negli Stati Uniti, ma la tematica riguarda tutto il “ricco” Occidente. L’immigrazione, al centro di Crossing Over è oggi al centro anche del dibattito italiano, e le scelte legislative sono spesso non condivise da molti cittadini italiani, da tanti intellettuali e da gran parte della Chiesa. È possibile fermare l’immigrazione? e con quali mezzi? come consentire a chi è straniero di ottenere i permessi per vivere legalmente nel Paese in cui cerca fortuna? risposte difficili, riflessioni che si rivelano importanti per questa umanità in fuga dalla miseria e dalla fame.
Questo film è perciò particolarmente interessante perché offre molti spunti di discussione e di confronto.
La storia
Max Brogan (Harrison Ford) è un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) di Los Angeles, e ha giurato di far rispettare le leggi sull’immigrazione, quindi si occupa di quelle migliaia di persone che cercano di entrare negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore. Attraverso le vite di Brogan, del suo collega dell’ICE Hamid Baraheri (Cliff Curtis), di Denise Frankel (Ashley Judd), un avvocato difensore, e di suo marito Cole Frankel (Ray Liotta), che giudica l’ammissibilità dei permessi, possiamo vedere come l’impatto con il problema dell’immigrazione vada ben oltre il lavoro quotidiano.
E i loro destini si intersecano, per necessità o per caso, con quelli dell’operaia messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), della sorella di Hamid Baraheri, Zahra (Melody Khazae), della ragazza del Bangladesh Taslima Jahangir (Summer Bishil), del musicista inglese Gavin Kossef (Jim Sturgess), dell’attrice australiana Claire Shepard (Alice Eve), e dell’adolescente coreano Yong Kim (Justin Chon).
Ognuno di loro combatte una battaglia: una madre single deportata senza il suo bambino; una liceale i cui temi provocatori attirano l’attenzione dell’FBI; una attrice disposta a prostituirsi per ottenere la carta verde; un musicista senza soldi che cerca di costruirsi una carriera; e un adolescente coreano diviso tra due mondi.
Gli Stati Uniti offrono una speranza, ma questa ha spesso un costo. Molti ottengono la cittadinanza legalmente, attraverso un lungo processo burocratico, altri non ci riescono e si ritrovano in un paese dove virtualmente tutto può essere comprato. E la valuta sono sesso, violenza e tradimento. Alcuni aspettano il loro turno per entrare nel paese, altri affrontano personalmente il problema…
La battaglia di Brogan è quella che gli Stati Uniti affrontano oggi. Il suo senso del dovere e la sua attenzione per gli altri rispecchiano la sfida sull’immigrazione che il paese si trova davanti. Tante le cose che ci separano da chi si allontana dal suo Paese d’origine, ma molte di più quelle che ci uniscono, i sogni che tutti gli uomini hanno in comune.
da “wuz.it”

In “Crossing Over” vengono raccontate le speranze e i sogni dell’immensa folla di immigrati che,nelle loro tragedie,pagano l’alto prezzo per ottenere,dopo un lungo processo burocratico,un documento che regolarizzi la loro presenza sul territorio degli Stati Uniti.
Se per alcuni i desideri si realizzano,per altri i sogni si infrangono contro le controverse barriere legislative della Nazione.
Se per alcuni c’è redenzione e speranza,per altri c’è la pena ed il castigo.
Seguendo una struttura narrativa che in “Crash” di Paul Haggis matura un film di grande effetto,”Crossing Over” intreccia le storie di vari personaggi inseriti nelle loro eterogenee realtà quotidiane e le fa confluire in una tematica che ha la sua centralità nell’immigrazione clandestina nel territorio degli Stati Uniti e sui processi che conducono al rilascio della “Green Card”,che consente l’ottenimento della regolare cittadinanza americana.
Purtroppo “Crash”,”Traffic” e “Babel” hanno una valenza ed una profondità che rende difficile il paragone con la pellicola di Kramer,che si limita a raccontare le vicende di queste persone o famiglie soffermandosi solo su un tratteggio essenziale dei rispettivi casi ed ad una indagine generica e frettolosa,con il rischio di apparire come un resoconto dolente dei drammi vissuti da protagonisti che non riescono a mostrare i loro più intimi risvolti caratteriali e che,alla fine,restano sconosciuti allo spettatore.
Le sequenze in apertura vedono Max Brogan (Harrison Ford),agente dell’ICE (Immigration And Custom Enforcement), alle prese con un ufficiale dell’immigrazione e presentare subito le sue credenziali morali, come agente impegnato nella difesa di un clandestino in preda all’angoscia.
Le parole che rivelano il lato umano di Max sono quelle che escono dalle labbra dell’ufficiale,che imputa all’agente la colpa di trovare troppo spesso casi di “crisi umanitarie”.
Quando,nelle sequenze successive Max trova un’altra clandestina,l’operaia messicana Mireya (Alice Braga),che lo implora di salvare il suo figliolo da una situazione senza vie d’uscita,lo sguardo supplichevole di lei si rispecchia nell’espressione impietosita di lui,in un bizzarro confronto di mimiche compassionevoli.
Di fatto,per tutta la durata del film,Ford non si toglierà mai dal viso quella maschera di uomo dolente e cupo,ripreso in ogni sua minima ruga di tormento introspettivo,ma in quale delle sue indulgenti e languide occhiate sta la sua recitazione?

L’occasione è ottima per sviluppare una tematica di grande interesse ed attualità,ma il film sembra restare piuttosto un’ode allo stereotipo,eroe o vittima che sia.
La tensione alla denuncia sociale si sgonfia nel tiepido racconto delle ellissi di tanti satelliti umani che si conformano in un film ambizioso ma che non giunge alla sua maturazione.
I vari frammenti di drammi accomunati dalla frustrazione di una vita tesa nell’ansia dell’incertezza,tessono una trama poco serrata,con abbondante retorica e dove la credibilità cede spesso il passo all’eccessiva artificiosità.
Lo spettatore si vede trasportato in una condizione conflittuale tra il sentimento dell’intolleranza e la presa di coscienza incarnata dalla figura di Max Brogan.
L’adolescente musulmana che si erge paladina nella difesa delle possibili ragioni che hanno portato ai fatti dell’11 Settembre raffigura una situazione stridente e provocatoria,ma forse intenzionalmente inserita dal regista come circostanza limite ma potenzialmente reale.
Nella famiglia di Cole e Denise Frankel (Ray Liotta e Ashley Judd) si concentra e trova spazio il contrasto tra l’indulgenza/accoglienza e l’angusta osservanza del potere legislativo qui,nel caso di Cole,filtrato nel basso opportunismo a scopi sessuali.
I due coniugi coprono posizioni opposte nei confronti delle richieste di cittadinanaza:la Judd è nelle vesti di avvocato difensore dei diritti dei richiedenti,Liotta un corrotto ufficiale addetto all’approvazione delle domande che usa il suo potere per ottenere prestazioni sessuali dall’ attricetta australiana Claire (Alice Eve),che si prostituisce pur di ottenere quello che cerca.
Il problema che si ramifica nelle sfere burocratiche e politiche si restringe a laser tra le mura domestiche di una famiglia ove moglie e marito si trovano alle parti opposte della barricata e del confine dell’accettazione.
In un’altra famiglia,l’adolescente coreano Yong vive il dramma della violenza nelle strade infestate dalle bande di asiatici immigrati (cfr.”Gran Torino”).

Sentitisi reietti e rifiutati dalla società,rifiutano a loro volta il convivere civile e portano all’estremo una condizione esistenziale trascorsa nella violenza e nella prepotenza.
Yong gravita attorno a questa realtà e ne cade prigioniero fino ad una conclusione tragica e contradditoria.
Il musicista inglese di origini ebree Gavin (Jim Sturgess) imbastisce una rete di menzogne sulla sua attività di pio professante ebreo,che peraltro disconosce senza alcuna difficoltà,ma il suo obbiettivo è molto meno spirituale.
Dietro ogni dramma umano il regista offre la possibilità di intravvedere la sofferenza dei personaggi e quanto questi siano disposti ad indulgere su sè stessi e le proprie debolezze,allo scopo di ottenere un diritto di vivere regolarmente in una terra che non li ha visti nascere.
Nella scena finale del film confluiscono due situazioni narrate in precedenza, un tragico contesto nel quale esplode con feroce violenza l’esasperata condizione delle due realtà.
Il dolore del collega di Max,Hamid (Cliff Curtis) fratello di una ragazza mediorientale assassinata deflagra nel violento scontro con la banda di coreani che hanno coinvolto Yong in una rapina con omicidio.
La condizione di violenza estrema che inquadra l’episodio non può che essere la conclusione naturale di un gorgo di angosce,tradimenti e compromessi che inghiotte le vite di coloro che sono stati chiamati a rappresentare un dramma oggi più che mai attuale,che coinvolge gli aspetti più vivi di una società sempre più eterogenea e cosmopolita che si allarga oltre i confini naturali e politici di ogni Paese del Pianeta.
L’impegno di Max Brogan simboleggia i timori degli Stati Uniti di oggi.
La sua sollecitudine ed il suo zelo verso i diritti del prossimo sfidano le preoccupazioni che derivano dal problema dell’immigrazione che il Paese affronta,un aspetto che si estende fino a toccare tutte le Nazioni del mondo ma che viene riassunto in questa pellicola in un unico messaggio rivolto a tutti coloro che sono disponibili ad imparare che le aspirazioni ai legittimi diritti che ogni uomo condivide sono più alte di ogni barriera o confine che separa o divide l’umana natura.
Dario Carta, da “cinemalia.it”

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