Cheri

L’ex prostituta Lea accetta di fare un favore alla sua amica Madame Peloux, cioè preparare alla vita e all’amore il figlio, l’immaturo Chéri: ma questo addestramento si tramuterà presto in amore e si complicherà quando il giovane dovrà sposarsi con una ragazzina protetta della madre…


Per uno che ha raggiunto forse la vetta della sua fama con un film come Le relazioni pericolose, girare un film d’ambiente storico, tratto da un romanzo d’amore di una certa fama e sceneggiato dallo stesso scrittore di quel film, significa in un certo senso tornare indietro, se non proprio cercare di rinverdire la fama. Ma Stephen Frears ha sempre avuto un rapporto privilegiato col passato e le sue atmosfere per cui non pare maniera, la sua, ma voglia di rinforzare il percorso di un cinema. Con risultati parecchio interessanti.

Christopher Hampton adatta l’omonimo romanzo di Colette (dopo aver cercato di scrivere una sceneggiatura su Colette) rendendolo una commedia sentimentale che gioca continuamente tra l’arguzia e l’amarezza senza dimenticarsi di una pregevole levità melodrammatica. Come al solito in questi casi, specie in romanzi del XIX secolo, il gioco al massacro, il continuo viavai di intrighi e sotterfugi, di parole e atti a volte inconsulti, nasconde una riflessione per nulla peregrina sulle apparenze e gli status symbol (come la collana) in una società dove l’immagine e il suo valore dominano i rapporti e persino le nascenti comunicazioni di massa. Al di là di questo sfondo sociologico, dove Frears riesce è nel tono malinconico, nel riuscire a mascherare da commedia spumeggiante un crepuscolare ritratto di donna, uno sguardo sulla vecchiaia e sulle difficoltà di rapporti dopo una certa età (il regista ironizza sui protagonisti, come fossero mamma e bambino) che culmina in un finale improvviso e straziante nella sua mancanza d’enfasi.

Hampton realizza uno script perfetto non tanto nell’intreccio – che orecchia fin troppa letteratura d’epoca – ma nell’uso di simboli e sfumature per descrivere i personaggi e dell’ironia per sottolineare le loro relazioni, mentre Frears, perfettamente a suo agio tra le scene (di Alan MacDonald), i costumi (di Consolata Boyle) e la fotografia (del grande Darius Khondji) in stile liberty, a tratti fatica a reggere i continui cambi di registro. Non però a gestire un cast piccolo – caso raro nella sua filmografia- ma molto oliato, scintillante, dalla bravissima Michelle Pfeiffer alla rodata Kathy Bates, fino al sorprendente Rupert Friend, dandy provetto, emaciato e vissuto nonostante l’ingenuità e l’irritazione giovanile. Film che potrebbe deludere qualche appassionato del regista o della scrittrice, ma che saprà deliziare i palati cinefili un po’ più attenti.

di Emanuele Rauco, da “Cinefile.biz”

“Chéri” di Stephen Frears

L’età di mezzo secondo Colette

“Dammi la tua collana di perle! Mi ascolti, Lea? Dammi la tua collana.” Nessuno rispose dall’immenso letto di ferro battuto e bronzo cesellato, lucente nell’ombra come un’armatura. “Perchè, non mi regaleresti la tua collana? Starebbe bene a me quanto a te, e anche di più, forse.” A chiedere è Chéri, all’inizio dell’omonima l’opera, la più conosciuta, di Sidonie Gabrielle Colette (1873-1954), scritta di getto nell’estate del 1919 e ora sugli schermi con la regia di Stephen Frears e l’interpretazione di Michelle Pfeiffer, Kathy Bates e Rupert Friend.

Parigi 1909. Ha diciannove anni Chéri, figlio trascurato di madame Peloux, ricca cocotte a fine carriera. E’ un piccolo dandy, insolente e segreto che al di là delle apparenze possiede una sensualità acerba; un “bambino cattivo” a cui occorre insegnare come diventare uomo. Léa de Lonval, cortigiana bella e raffinata, che si avvia alla retraite, ha quarant’anni, un corpo flessuoso e lo sguardo profondo, sembra uscita da un prezioso quadro di Klimt. Sarà lei il mentore di Chéri, un compito che si trasformerà in una relazione durata sei anni, fino al giorno in cui madame Peloux combinerà le nozze del figlio con Edmée, fanciulla ricca, figlia di Marie Laure, un’altra demi-mondaine. Per Léa e Chéri la fine della relazione segna il doloroso inizio di una nuova consapevolezza.

Colette descrive due età della vita: l’irriducibile adolescenza di Chéri e l’approssimarsi del crepuscolo di Léa; scrive dell’illusione della giovinezza trattenuta tra le braccia di un giovane amante e del labile confine tra l’amore sensuale e quello materno. Racconta una storia semplice e privata che si sviluppa sul crinale di un cambio epocale: lo scoppio della prima guerra mondiale. Amicizia, rivalità e invidia sono gli ingredienti del ristretto universo femminile delle cortigiane, coeso solo per combattere lo spettro della solitudine, perché sebbene ricche e potenti sono socialmente emarginate. Il tramonto delle signore di Colette diviene così metafora del tramonto della Belle Epoque.

La regia di Stephen Frears stringe visivamente sugli interni: sovraccarichi e oppressivi quelli di madame Peloux, che si circonda dei trofei di un’onorata carriera; luminosi ed eleganti gli spazi di Léa. La pesante opulenza del passato contrapposta alla solare eleganza di un futuro sconosciuto sono sfondo alla rappresentazione di un microcosmo fatto di oziosa quotidianità e di rimpianti, catturato dall’impressionistica e raffinata fotografia di Darius Khondji (Funny games, Un bacio romantico) al cui centro si colloca la notevole interpretazione di un terzetto di ottimi attori.

Chéri nasce dal ventre di questo claustrofobico mondo; capriccioso, ermetico e anch’esso un po’ cortigiana, si abbandona all’accudimento dell’amante, e come un figlio, aspro a tratti si ribella. Ma la sua ostinata superficialità cela una precisa consapevolezza che emerge con forza nell’intenso finale del film. Léa (solo per lui Nounoune) ha il dono di capirlo, di coglierne le vibrazioni oltre i silenzi e gli egoismi. In lei però alla condiscendenza si alterna la severità dell’amante-educatrice. Un gioco a due che nella pagina scritta viene raccontato ora con una cadenza classica, più descrittiva, ora con passaggi ellittici e serrati dialoghi. Stephen Frears ne raccoglie l’eredità e con la collaborazione di Cristopher Hampton (già per Le relazioni pericolose) traduce le pagine di Colette in racconto cinematografico, restando fedele al dialogo, pungente d’ironia e d’amarezza, ma imprimendo alla storia un movimento lineare accompagnato da un narratore esterno che mantiene un registro volutamente leggero per una vicenda che leggera non è.

Chèri, da Colette e di Stephen Frears, è un film da camera elegante e raffinato; è certamente un buon film d’apertura per la nuova stagione cinematografica.

di Fabrizia Centola, da “Nonsolocinema”

Ad oltre vent’anni da Le relazioni pericolose, tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Choderlos de Laclos, il regista britannico Stephen Frears torna a cimentarsi con una fonte letteraria d’Oltralpe, sintetizzando in un sol colpo due romanzi della scrittrice francese Colette, Chéri e La fine di Chéri, ed affidando il ruolo della protagonista alla splendida Michelle Pfeiffer, che aveva già diretto proprio nel 1988 nel film sopra citato. La storia, ambientata a Parigi all’inizio del secolo scorso, è incentrata su un irresistibile amore intergenerazionale: siamo in un periodo culturalmente effervescente come la Belle èpoque e nella rutilante vita della capitale francese figurano le cosiddette cortigiane, prostitute d’alto bordo che sono solite intrattenere i rampolli della nobiltà o divenire amanti di principi e duchi. Una delle migliori professioniste del settore è la splendida Léa De Lonval, matura ma ancora affascinante e bellissima. Proprio quando Léa ha da poco chiuso una lunga relazione con l’ultimo di una sterminata serie di amanti, una sua vecchia collega, Madame Péloux, le chiede il favore di parlare con il viziato figlioletto, detto Chéri, per strapparlo alle sue inconcludenti abitudini e prepararlo alla vita adulta: l’idea di Léa sarebbe di svezzare il ragazzo e divertirsi per qualche settimana, invece tra i due nasce una profonda e duratura passione nonostante la ragguardevole distanza anagrafica che li separa. Sei anni dopo la loro relazione giunge però all’inevitabile conclusione quando il ragazzo giocoforza si ritrova a sposare una ragazza molto facoltosa e più giovane di Léa, inevitabilmente indirizzata sul viale del tramonto. L’inizio della vita matrimoniale rappresenterà per il giovane anche la scoperta della reale natura della sua relazione con Léa: tagliare i ponti con lei si rivelerà un’impresa più ardua del previsto (lo stesso avverrà d’altra parte alla matura protagonista). Stephen Frears regala all’affezionato pubblico la solita impeccabile e raffinata ricostruzione d’epoca con una storia d’amore dolceamara, in costante alternanza tra leggerezza e nostalgia: in Chéri si avverte il peso del tempo che scorre inesorabile davanti ad una passione senza d’uscita cui resistere risulta comunque impossibile. Da segnalare la prova complessiva del cast, in cui accanto alla bravissima protagonista si distinguono una perfida Kathy Bates ed un ombroso Rupert Friend. Da vedere.

Chéri, regia di Stephen Frears, con Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Frances Tomelty, Anita Pallenberg, Harriet Walter, Iben Hjejle, Toby Kebbell, Rollo Weeks; sentimentale; Gran Bret./Germ.; 2009; C.; dur. 1h e 40’

Voto 7½

di Paolo Boschi, da “Scanner.it”

Dopo circa venti anni dal fortunato e bello Le relazioni pericolose, si riuniscono Stephen Frears, Christopher Hampton e Michelle Pfeiffer, rispettivamente regista, sceneggiatore e naturalmente protagonista, grazie a Chéri, nuova pellicola del regista inglese basata sul romanzo omonimo del 1920 di Sidonie Gabrielle Colette.
In una Parigi agli albori del Novecento (in piena “belle époque”), un giovane rampollo dell’alta borghesia, Fred Peloux detto Chéri, intreccia una liaison con una dama affascinante, non più giovanissima ma ancora splendida (e con le fattezze di Michelle Pfeiffer non potrebbe essere altrimenti), cortigiana d’alta classe, Léa, amica da tempo della madre. Questo rapporto estremamente passionale, che si consuma tra giornate passate nell’ozio all’ombra di incantevoli giardini, si interrompe quando Chéri, sotto “costrizione” materna (una grande Kate Bates), è chiamato a prendere in moglie una giovane aristocratica fanciulla. Lèa si scoprirà al pari di Chéri molto più coinvolta in una relazione quasi impossibile per la differenza d’età.
Frears porta sugli schermi berlinesi una storia che intreccia, cosa che gli riesce sempre benissimo, sentimenti e passioni, umorismo e tragedia. La Parigi di inizio secolo sembra essere un terreno assai caro al regista britannico grazie agli innumerevoli spunti di cui dispone, primo tra tutti un’eleganza dei modi e delle pose che l’autore mostra di interiorizzare e apprezzare, disponendo una regia parimente raffinata.
Il film è confezionato assai bene, la scrittura di Hampton si trova perfettamente a suo agio nel descrivere passioni segrete e un mondo che si avvia (o si è già avviato) alla decadenza, la costruzione dei personaggi è affidata ad interpreti in grado di offrire il proprio meglio quando si gira in costume. Ecco quindi che Chéri presta fede alle attese, rivelandosi un prodotto formalmente gradevole, appetibile per un pubblico cui piace assaporare quelle atmosfere intrise della magia che solo il capoluogo transalpino in quegli anni (trascurando Vienna) era in grado di offrire.
Inutile aspettarsi qualche stilettata di matrice politica, assai presente invece nel precedente The Queen, perché Frears si concentra solamente sul racconto dell’amore impossibile di Léa e del giovane Chéri. La sua bravura traspare dalle immagini, da come l’obiettivo della sua mdp riesca a non perdersi e a valorizzare ogni movimento, ogni gestualità dei suoi personaggi, vero specchio degli usi e dei costumi del tempo in cui la storia è ambientata. Primi piani intensi, grazie a una fotografia estremamente calda, della splendida protagonista scandiscono tutto un film che nasce e muore sul volto, ben conosciuto da Frears, della Pfeiffer. La voce offf che apre e chiude la pellicola, ma che non lesina la sua presenza anche nella parte centrale, ha il compito di sottolineare l’ironia tagliente e la forte satira di costume di cui sono più che intrise le pagine del romanzo. Buona prova da parte del regista che adesso però aspettiamo nuovamente alle prese con un film ambientato ai giorni nostri dopo il complesso e bello Dirty pretty things del 2002.

di Salvatore Salviano Miceli, da “Close-Up”

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