Bastardi senza gloria


Quentin vince con un cocktail di puro cinema
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Operazione Kino batte Operazione Walkiria dieci a zero. Se l’ obiettivo di entrambe le «operazioni» è lo stesso (eliminare Hitler e il suo stato maggiore) nessuno può mettere in discussione che quella messa a punto per Inglourious Basterds sia molto più affascinante – sullo schermo e nel cuore dello spettatore – di quella attuata dal maggiore von Stauffenberg. Perché il cinema ha delle ragioni che la Storia non è in grado di capire. Ma Quentin Tarantino sì. E il cinema è il vero trionfatore di questo film, divertente, trascinante (nonostante le sue due ore e 28 minuti di durata), spensierato e colorato, che si permette di riscrivere i destini della Seconda guerra mondiale in nome della passione cinefila ma anche di un’ idea di cinema che vuole ritrovare nella forza della produzione di «genere» (film di guerra, ma anche western, melodramma, commedia, eccetera eccetera) l’ energia per superare l’ impasse creativo che a volte sembra aver imbrigliato registi e produttori e che lo stesso Tarantino aveva sperimentato sulla propria pelle con il precedente, molto meno riuscito, Grindhouse. Invece in Inglourious Basterds (che riprende, storpiandolo, il titolo internazionale del film di Enzo G. Castellari Quel maledetto treno blindato. E i legami si fermano lì, smentendo ogni altra possibile «derivazione») il gusto di giocare coi generi e con le citazioni diventa lo schema portante intorno a cui prende forma la storia di un gruppo di soldati americani guidati da Aldo «l’ apache» (Brad Pitt) paracadutati nella Francia occupata per uccidere (e scalpare) quanti più nazisti possibile, la cui missione si intreccerà con la voglia di vendetta di una ebrea sopravvissuta al massacro della propria famiglia (Mélanie Laurent), gestrice di un cinema a Parigi dove Hitler e il suo stato maggiore assisteranno alla prima della pellicola di propaganda L’ orgoglio della nazione. Con una libertà d’ invenzione che meraviglia e fa sorridere insieme, Tarantino inizia il suo film come un western, con tanto di allevatore che spacca il tradizionale ceppo di legna davanti alla casa colonica e continua come un film di guerra, poi passa allo storico, alla commedia, al gangster movie o al melodramma (senza dimenticare il documentario, che ogni tanto «spiega» allo spettatore un fatto particolare) inanellando una citazione dopo l’ altra (da Sentieri selvaggi a Vogliamo vivere, da Impiccalo più in alto a Il sergente York), moltiplicando gli omaggi (qui, noblesse oblige, al cinema tedesco e francese, dalla Tragedia del Pizzo Palù al Corvo, da Marlene Dietrich a Danielle Darrieux, da Hildegard Knef a Ilona Massey) e naturalmente divertendosi anche a spese del suo amatissimo cinema di serie B (uno degli americani si finge un italiano di nome Aristide Massacesi). Per non parlare della musica che sottolinea ogni variazione di stile con altrettante citazioni, dove il nostro Ennio Morricone fa la figura del gigante.
Da Il Corriere della Sera, 21 maggio 2009

La fiaba nera di Tarantino che reinventa la Storia
di Natalia Aspesi La Repubblica

Solo il cinema può reinventare la storia lasciandola intatta, solo Quentin Tarantino può far morire tutti insieme Hitler, Göbbels, Göring e Bormann nel palco di una sala cinematografica parigina durante l’ occupazione nazista, senza che il caricaturale falso storico sia considerato inaccettabile: suscitando anzi lo stesso entusiasmo infantile con applausi riservati un tempo ai famosi finali di «arrivano i nostri!». Dice l’ attore Eli Roth, che in Inglorious basterds ammazza i nazisti a colpi di mazza da baseball: «Io sono ebreo e da bambino sognavo di far fuori tutti insieme quelli là, lo chiamavo “la mia fantasia kosher”». Dice Tarantino: «In un film tutto è possibile, anche far finire una guerra di colpo e di colpo togliere di mezzo i grandi criminali al potere; il cinema ha questa grande forza, far riflettere su come un solo gesto, una sola persona, potrebbero cambiare la storia». Tarantino la cambia molto, in questo suo film spericolato e molto divertente, ma cambia anche il modo in cui quasi sempre il cinema l’ ha raccontata: «Il nazismo ormai è diventato un genere cinematografico come lo spaghetti western, il war movie, il thriller, il comico, la spy story: io li ho mescolati tutti insieme per uscire dai canoni banali con cui viene troppo spesso raccontata la seconda guerra mondiale». Non per niente il film inizia come una fiaba malefica, con la frase, «C’ era una volta… nella Francia occupata dai nazisti, nel 1940…», con un ricatto, una delazione e una strage, e prosegue ricordando Quella sporca dozzina, con un gruppo di americani ebrei intenti a strappare lo scalpo ai cadaveri dei soldati tedeschi: «per colpire psicologicamente il nemico», dice il loro comandante Aldo l’ Apache, che è poi il fantastico Brad Pitt, stupendamente imbruttito dai baffi e dall’ aria tonta, boriosa e sbruffona, che declama contro il nemico come se fosse in un film di Sergio Leone; o in Quel maledetto treno blindato, il film girato nel 1978 da Enzo G. Castellari che ha ispirato questo di Tarantino. Nei 150 minuti di belle immagini, s’ intrecciano le storie più improbabili eppure possibili, e i personaggi più assurdi eppure realistici. Tutto, essendo Tarantino un cinefilo assatanato, in qualche modo è legato al mondo del cinema: c’ è la diva dell’ Ufa che fa il doppio gioco (Diane Kruger) ed è vestita come Marika Rokk, la diva del cinema nazista, c’ è la ragazza ebrea scampata all’ eccidio iniziale (Mélanie Laurent) che, con nuova identità e vestita come Danielle Darrieux, gestisce un cinema parigino: la corteggiano un eroe nazi, diventato una star interpretando se stesso in un film di propaganda, e un ufficiale tedesco che parla solo citando film come fosse Tarantino stesso, mentre un critico cinematografico inglese in divisa va a prendere ordini da Churchill, e un mastodontico Hitler che si fa dipingere con un regale manto bianco ha vicino il mappamondo di Chaplin nel Grande dittatore. L’ irresistibile lunga scena finale si svolge durante l’ anteprima del film nazista, nel cinema della ragazza ebrea, dove si preparano ben tre diversi attentati ognuno all’ insaputa degli altri e tutti denominati Operazione Kino; il fuoco che distruggerà tutti i caporioni nazisti verrà appiccato con le pellicole, mentre sullo schermo una voce griderà «questa è la vendetta degli ebrei!». Il massimo entusiasmo il pubblico lo ha dedicato al colonnello delle SS interpretato dall’ attore austriaco Christoph Waltz, efferato, elegante, assassino, poliglotta, come devono sempre essere i nazisti dello schermo. Però Brad Pitt, l’ idolo delle adolescenti che sognano la sua bellezza di quarantenne e l’ eccessiva magrezza della sua bellissima signora, è più sorprendente, vera invenzione di Tarantino. Forse deluderà le sue piccole fan, ma ne conquisterà di meno innocenti, soprattutto quando costretto a passare per italiano, dentro una giacca da smoking bianca troppo stretta, risponderà solo «Buongiorno» al colonnello nazista che invece l’ italiano lo sa perfettamente. Seguace del cinema italiano di serie B, l’ inventivo Tarantino attribuisce a uno dei compagni di Aldo l’ Apache il nome di Antonio Margheriti, in omaggio al regista che col soprannome di Anthony M. Dawson diresse un centinaio di film: finezze per incalliti cinefili. Ieri sera per il tappeto rosso zeppo di star, ci sono state simboliche colluttazioni per poter vestire Brad Pitt e Angiolina Jolie, dati sempre per separati ma tuttora insieme mano nella mano. Sino all’ ultima ora chi era uscito vincitore dalla feroce tenzone, mentre il ricevimento dopo il film (che Pitt vedeva per la prima volta), l’ ha dato l’ azienda italiana Belstaff, di cui nel film Aldo l’ Apache porta un bel giaccone di pelle.
Da La Repubblica, 21 maggio 2009

Tarantino ora commuove
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Quentin Tarantino ha fatto con Bastardi senza gloria il suo film sinora più bello, e chissà se ne farà mai uno migliore. Le storie di seconda guerra mondiale e Resistenza nella Francia occupata dai nazisti nel 1941, divise in capitoli come un romanzo, sono raccontate attraverso citazioni e stereotipi del cinema americano ed europeo sul tema, evocate come un seguito di ideogrammi filmici, pure immagini depositate e recuperate con uno struggimento profondo. La semi-parodia è buffa e insieme toccante, suscita divertimento e insieme emozione, nostalgie: una riuscita rara, con brani entusiasmanti.
All’inizio un capo nazista entra calmo, compìto e cortese nella casa d’un agricoltore in campagna. Siede amichevolmente al tavolo, conversa amabilmente in francese con il padrone di casa, beve latte, fuma, compila elenchi con cura burocratica, formula complimenti: e fa ammazzare tutta la famiglia, comprese le figlie che s’erano nascoste. Una soltanto si sottrae alla morte, fugge a Parigi dove gestisce un piccolo cinema con l’aiuto di un proiezionista nero e prepara attentati antinazisti. Nel secondo capitolo Brad Pitt, ufficiale americano coi baffetti alla Clark Gable, mette insieme un gruppo vindice di militari americani ebrei per azioni di guerriglia, incluso il tagliar via lo scalpo ai tedeschi, come i pellerossa nei vecchi western. Una sera in trattoria, alla presenza della doppiogiochista diva del cinema tedesco Diane Kruger, uno scontro sanguinoso tra nazisti e antinazisti nello spazio angusto porta la morte. E poi il progetto di dare fuoco al cinema dove si ritrovano le gerarchie naziste (Goering, Borman) per una serata di gala, i proiettili estratti con le dita da una coscia ridondante, le corse, il rischio, i disastri della guerra.
Tarantino afferma d’essersi rifatto a un film italiano di serie B del 1977, Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari (titolo americano, appunto Inglourious Bastards), ma i due soggetti non sono neppure minimamente somiglianti: e la quantità di film di guerra che hanno prestato al regista immagini e atmosfere è molto più vasta. Magnificamente girato, montato, musicato, Bastardi senza gloria è ammirevole, molto molto commovente.
Da La Stampa, 2 ottobre 2009

Tarantino diverte e spiazza col «Pulp Fiction» antinazista
di Alessandra De Luca Avvenire

La fine della Seconda Guerra Mondiale e del Terzo Reich secondo Querntin Tarantino, in una favola pulp sul nazismo e il potere del cinema. Applaudito anche dalla critica arriva in concorso a Cannes l’attesissimo Inglourious Bastterds diretto dal regista che nel 1994 sulla Croisette conquistò la Palma d’Oro per Pulp Fiction. Ispirato alla pellicola di Enzo Castellari Quel maledetto treno blindato (ma il titolo inglese era Inglorious Bastards) del 1978, il film di Tarantino inizia con un classico «C’era una volta nella Francia occupata da nazisti..:» e si snoda per 2 ore e 40 minuti in diversi capitoli che raccontano le gesta di un gruppo ‘di soldati ebrei americani capitanati da Aldo Raine (Brad Pitt) impegnati a combattere i tedeschi senza tanti scrupoli. Il momento di ribaltare le sorti del conflitto arriva quando la squadra raggiunge a Parigi la celebre attrice tedesca, nonché agente segreto, Bridget von Haimmersmark (Diane Kruger), coinvolta in un attentato a Hitler e ai suoi più stretti collaboratori architettato dalla giovane ebrea Shosanna, scampata al massacro della sua famiglia, proprietaria di un cinema sotto falso nome e determinata a vendicarsi, proprio come la sposa di Kill Bill.
Le cose non andranno proprio lisce come previsto, ma l’obiettivo viene raggiunto e il Fuhrer muore crivellato dai colpi degli irriducibili «Basterds». Tarantino si diverte dunque al ribaltare la Storia e all’«operazione Valkirya» recentemente portata sullo schermo da Brian Singer (l’attentatore era un altro bello di Hollywood, Tom Cruise) risponde con l’«operazione Kino», decisamente più efficace. I gerarchi nazisti moriranno infatti nel cinema dove si sta proiettando un film su un eroe di guerra, diventato protagonista della pellicola stessa, vittime di un rogo di celluloide che distruggerà tanti capolavori della settima arte ma salverà migliaia di vite umane. «Se fossi stato al posto di Shosanna avrei fatto la stessa cosa, sacrificando anche i capolavori che più amo—dice il cinofilo Tarantino-ma quell’epilogo è una metafora sulla forza del cinema capace di sconfiggere la dittatura». Ricchissimo di citazioni, a tratti sanguinolento ma senza esagerare, lontano dalle vuote provocazioni del suo ultimo e poco apprezzato A prova di morte, Inglorious Basterds mescola atmosfere da spaghetti western e iconografia dei film sulla Seconda Guerra Mondiale, cinema di genere e d’autore, lunghi dialoghi e gag esilaranti, attori tedeschi, francesi e americani, storia e invenzione, star di Hollywood e volti nuovi, o quasi, che per il pubblico internazionale sono una vera scoperta. Come Christopher Waltz che nei panni del colonnello nazista Hans Landa, soprannominato il «cacciatore di ebrei», offre una performance memorabile. Senza di lui Tarantino non avrebbe fatto il film: «Non riuscivo a trovare l’attore giusto per questo personaggio, di cui sono particolarmente orgoglioso, e stavo rinunciando al progetto, quando finalmente è apparso Christopher e dopo un breve provino ho urlato “Il film si fa!”. Erano anni poi che pensavo di lavorare con Brad Pitt, ma io parto sempre dai personaggi per scrivere le mie storie, mai dagli attori, e finora non avevo mai trovato un molo per lui».
Poi, entusiasta e generoso come sempre, aggiunge sul suo film: «Il cinema è passione, non solo immagini. Amo fare i film per il pubblico di tutto il mondo, non solo per quello americano, e Cannes è il posto giusto per mettersi alla prova».
Da Avvenire, 21 maggio 2009

Quella banda di bastardi
di Roberto Silvestri Il Manifesto

C’era una volta… nella Francia occupata uno spietato Ss cacciatore di ebrei, il colonnello Landa (Christopher Waltz), raffinato, cinico e poliglotta…Solo la diciannovenne Shasanna Dreyfus (Melanine Larent) riuscirà a sfuggirgli, riparando dalla campagna a Parigi, dalle vacche da mungere a un cinema-cineteca da dirigere, bello come un bijoux, zeppo di copie infiammabili, dove preparerà, assieme al suo fido, amato, protezionista nero, la più eccitante e incendiaria delle trappole per gerarchi nazisti mai congegnata, in occasione dell’anteprima mondiale di un kolossal di propaganda.
Al sanguinoso complotto partecipano un traditore tedesco, la bionda diva dell’Ufa, e fascinosa spia Bridget von Hammersmark; Archie Hicox, un ufficiale inglese-critico di cinema (Michael Fassbender) e, già dislocato dietro le linee nemiche, un drappello di feroci, spietati e spergiuri cacciatori di scalpi ariani, un mucchio selvaggio di ebrei-americani giustizieri, guidati dal rustico combattente del Tennessee, il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) col suo coltello da Rambo. Soldati, ufficiali e cecchini invincibili del Reich li temono come il diavolo. Presto diventeranno l’incubo-Golem del Führer, di Goebbels, di Boorman e di Goering… Anche se il loro sinistro metodo per impedire ai nazi di nascondersi alla vergogna perpetua (il tatuaggio con il coltello, sulla fronte, della croce uncinata) è stata proprio in questi giorni utilizzata in Italia da vigliacchi malati terminai di sindrome ariana che hanno sfregiato impunemente un avversario politico, inebriando, servili, le pulsioni latenti del nostro ministro della difesa, il loro esplicito feticismo fallico e l’eretismo punk del paria Sid Vicious.
Come l’italiano Marco Bellocchio anche l’italoamericano San Quentin Tarantino, da almeno 10 anni, preferisce scappare nel passato e sciacquare i panni tra brigatisti rossi, guerrieri ninja, balie pirandelliane o «Hitler & i suoi nazisti», piuttosto che affrontare, nei drammi contemporanei, cellulari, palmari o G8, le diavolerie senza romanticismo che von Trier dimentica nelle foreste sabbatiche di Washington e Almodovar nella clandestinità delle isole vulcaniche. I film in costume, di genere dominante biografico o bellico, al di qua dell’Impero del Nokia, anzi addirittura film scanditi in capitoli, qui cinque, compreso il prologo, più epilogo, di cui ognuno dotato di un certo look speciale, permettono rapporti meno nevrotici e banalmente barbari con il Mito e forme di relazioni interpersonali più classiche, pop e violente.
Anche se a essere mitologizzato, in Inglourious Basterds, il divertimento, molto acido e indigesto sulla shoa e il Führer, il film in concorso ieri di Tarantino lungo quasi due ore e mezzo (ma non pesano mai), è il cinema di genere più geniale, fantasioso e scombinato al mondo. Che è quello made in Italy ereditato da Enzo G. Castellari, Lucio Fulci, Mario Bava, Antonio Margheriti e Sergio Corbucci che tanto poi deve alla parodia, al pastiche, al patchwork, alla confusione dei generi congeniata dei genietti del cinema moderno, Füller, Corman, Russ Meyer e Aldrich sugli archetipi classici (Omero, Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Marlowe…) che già tutto scrissero e sceneggiarono. Già il titolo storpia e si ispira a quello americano di un film di guerra antinazista del 1978, Inglorious Bastards di Castellari, di cui questo non è affatto il remake (anche se il nostro settantenne regista vi fa una breve comparsata, in divisa del III Reich, citando il suo stesso cameo del ’78), ma l’omaggio in stile e forme nuove di zecca, covato per una decina d’anni, scritto e riscritto con la collaborazione della banda a parte di amici di Quentin, tutti vogliosi di rendere al cinema e alla sua musica, da Alamo a molto Morricone, da David Bowie di Cat People ritornando a Tiomkin e Elmer Bernstein, il risarcimento che meritano gli sconfitti e i morti rispetto alla storia dei vincenti. Per la capacità che ha di sprigionare e liberare realtà parallela, fare rivoluzioni immaginarie e vendicarsi dei mostri, fucilandoli con le sequenze di Pabst, Clair, Linder, Cy Endfield, Gianni Ferrio, Chaplin, Marlene, Lubitsch, La sporca dozzina, Leone, Zara Leander, Lilian Harvey, Audie Murphy, Hildegard Knef, Hugo Stiegliz, Michael Mann, Lalo Schifrin, Jerry Lewis e perfino Leni Riefensthal…questi almeno i pezzi di cinema riesumati e appuntati, ma il filmgoer ne ritroverà altri mille.
Da Il Manifesto, 21 maggio 2009

Topastri da forca
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

Bastardi senza gloria, il bel film di Tarantino, rivisita la seconda guerra mondiale e fa morire i nazisti in un cinema.
Ripresa di spalle, una giovane donna sposta verso sinistra il bianco di un lenzuolo appeso ad asciugare in mezzo a un prato. Di colpo, il paesaggio che la macchina da presa scopre sullo sfondo sembra dilatarsi: in campo lunghissimo, nel verde della campagna francese compaiono una camionetta e un paio di moto. Inizia così Bastardi senza gloria (Usa e Germania, 2009, 153′),come se dietro quel lenzuolo, inatteso, ci fosse lo «sguardo anamorfico » del cinemascope. Ed è appunto il cinema il protagonista del film scritto e diretto da Quentin Tarantino. Lo è già nel titolo originale, Inglourious Basterds , quasi identico a Inglourious Bastards , come in Usa fu tradotto Quel maledetto treno blindato, in cui Enzo G. Castellari – pseudonimo di Enzo Girolami – raccontava senza troppe pretese stilistiche un’improbabile storia d’eroismo durante la Seconda guerra mondiale. Da quel film di serie B del 1978 dichiara di prender spunto ora Tarantino, nel senso che vuole recuperare e dilatare l’ingenua potenza illusoria del cinema popolare, che gli consente (o gli consentiva) di reinventare fatti e Storia.
Diviso in capitoli, Bastardi senza gloria inizia da qualche parte nella Francia contadina, durante l’occupazione nazista. Dalla camionetta sbucata dalla profondità della campagna scende il colonnello Hans Landa ( Cristoph Waltz), noto come «il cacciatore di ebrei». E Landa è appunto in caccia, come lui stesso si compiace di raccontarea Perrier LaPadite (Denis Menochet), che tenta in ogni modo di sostenerne il sarcasmo crudele. Gli spiega, l’ufficiale delle SS, che gli ebrei sono come topi, e che i tedeschi sono come falchi. Intanto, sotto il pavimento in legno della casa contadina alcuni “topi” trattengono il respiro… Al termine del terribile dialogo, e dopo il crepitare “tecnico” dei mitra, degli ebrei nascosti dal contadino solo la giovane Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) riesce a sbucar fuori dalla trappola mortale, e a dileguarsi oltre la linea lontana di un bosco. A lei Landa riserva un ultimo sarcasmo.
Au revoir , le sussurra calmo, e intanto le punta alle spalle la sua Luger, imitandone lo sparo con la voce.
È dato così il tema narrativo di Bastardi senza gloria : tra falchi e topi, a chi toccherà di soccombere, e a chi di prevalere? Ovviamente, la Storia è già stata tutta scritta 60e più anni fa. Fino al 30 aprile 1945, quando Adolf Hitler si uccide nel suo bunker a Berlino, i falchi hanno predato indisturbati. Nessuno ne ha fermato la caccia, men che meno gli alleati anglo-americani e sovietici. Però qui, sul grande rettangolo bianco in cui vivono di vita effimera Shosanna, Landa, Perrier e tanti come loro, c’è un’altra storia, una storia certo minore, ma che ha il vantaggio di non essere stata ancora scritta.Questo fa dunque Tarantino:si affida all’ingenua potenza del cinema popolare, di un cinema che (forse) non c’è più, e che non pretende da sé altro che d’essere una menzogna evidente, e tuttavia felice.
A questa menzogna, appunto, occorre un secondo lato, un lato eroico che però non stia nella misura tragica e immodificabile della Storia ufficiale. Questo sono il tenente Aldo Raine ( Brad Pitt) e i suoi Bastardi: l’invenzione narrativa di un’altra possibi-lità, di un altro improbabile cammino offerto a ciò che è già stato. Non possono essere che dei marginali, i nostri eroi: marginali non solo rispetto alla Storia ufficiale, ma a maggior ragione anche rispetto allo stereotipo dell’eroe. Devono esser bastardi, appunto: tagliagole, piccoli o grandi criminali. Insomma, uomini inaffidabili. Il più inaffidabile è il tenente,con quel segno tutt’attorno al collo che Tarantino mostra appena lo presenta, e su cui poi ha il vezzo (e il buon gusto espressivo) di non tornare più. È un pendaglio da forca, Aldo Raine. È fuor di dubbio. Ma ancor più fuor di dubbio è che non sopporta che in cielo volino falchi nazisti.
Ce n’è poi un terzo,dilato,nella menzogna evidente e felice di Tarantino. Si tratta del più cinematografico. Senza inutili preoccupazioni di verosimiglianza, la sua sceneggiatura ritrova Shosanna a Parigi, proprietaria di una sala cinematografica (bella come una diva del cinema degli anni 40 è anche lei quando, in attesa della fine, indossa un vestitino rosso attillato). Lì, in platea e tra i velluti dei palchi gremiti di spettatori inusuali, la storia del film reinventa e riscrive quella ufficiale. Tarantino ce la racconta, questa nuova Storia, mettendo la macchina da presa dietro lo schermo. E proprio nella sua luce riflessa, contro i falchi ora vince la potenza del nitrato d’argento: la sua potenza materiale, ma prima ancorala sua potenza illusoria.
Da Il Sole-24 Ore, 10 Ottobre 2009

Quentin gioca con i nazisti
di Piera Detassis Panorama

Solo Tarantino su questa terra può permettersi di trattare temi scottanti come nazismo, olocausto e tragedie della Seconda guerra mondiale senza usare un briciolo di verosimiglianza o pietas, senza staccarsi dal grottesco e mai però scivolando nel cattivo gusto. Glielo consente il tocco irriverente ma da cartoon, capace di mescolare Adolf Hitler e Joseph Goebbels come maschere da joker, donne ebree in guisa di femme fatale e soldati americani da poster bellico (Brad Pitt tutto mascella e baffi) che pure si dilettano a scalpare nazisti. Sarà proprio Brad a ordire un piano per uccidere il Fuhrer incontrando sulla sua strada un’ebrea, Diane Kruger, che medita di far esplodere la Germania dalle fondamenta. Non ci si scandalizza neppure quando lo straordinario Christoph Waltz rende simpatico il feroce personaggio nazi. Perché il gioco è gioco e Tarantino lo sa giocare molto bene, scatenando il divertimento e mescolando le memorie del cinema del nostro Enzo G. Castellari con le rivisitazioni del noir di serie B. Piatto raffinato, appositamente sgangherato (e del resto tutto riposa su quell’errore voluto nel titolo originale, «Basterds» anziché «Bastards», che si perde in traduzione) e gran finale da apocalisse ovviamente in un cinema, la sola chiesa a cui il regista si inchini. Ci si sente, si, bastardi, ma gloriosamente e senza alcun senso di colpa.
da Panorama, 8 ottobre 2009

La nuova rivoluzione di Tarantino
di Roberto Nepoti La Repubblica

La giovane Shosanna Deyfus assiste al massacro della propria famiglia per ordine del colonnello Hans Landa; riesce a fuggire e ripara a Parigi, dove eredita un cinema. Frattanto, alcuni soldati ebrei americani condannati per vari reati formano un commando, i “Basterds”, sotto la guida del tenente Aldo Raine: s’ infiltrano dietro le linee nemiche, uccidendo i tedeschi e scotennandoli. Il tutto culmina nell’ “operazione Kino”: mentre nella sala di Shosanna si proietta un “heroic” di propaganda alla presenza di Hitler, Goebbels e dei più alti gerarchi nazisti, gli americani preparano un attentato. Pieno di memorie cinefile all’ insegna di un eclettismo integrale (il riferimento dichiarato è “Quel maledetto treno blindato”, di Enzo G. Castellari, titolo di culto del “macaroni combat”, ma ci sono richiami a molto d’ altro: da “Quella sporca dozzina” di Aldrich a Lubitsch a – soprattutto – il western italiano). Malgrado ciò, Bastardi senza gloria (100 milioni di dollari incassati nelle prime due settimane negli Usa) nonè un semplice pastiche: anzi,è uno dei pochi film che sparigliano di tanto in tanto le convenzioni dei generi, segnando un punto di non ritorno. La volontà di potenza – immaginativa, linguistica – di Tarantino si scatena al massimo grado, tra lo spirito ludico del bambino e l’ autorità del demiurgo. Il cineasta detta nuove regole del gioco prendendosi ogni libertà: narra per lunghi e spaziati capitoli preceduti da titoli, si abbandona a sequenze (quella, sanguinosa, del bar è assolutamente impagabile) quasi autonome rispetto al complesso del film, manca sfacciatamente di rispetto per la Storia, il copyright, le star. Per tutto e tutti, fuorché per il suo spettatore.
Da La Repubblica, 2 ottobre 2009

La vendetta ebrea di Tarantino
di Michele Anselmi Il Riformista

Alla maniera degli Apache, Brad Pitt scotennava crucchi nelle trincee di “Vento di passioni”, ma lì era la Prima guerra mondiale. In “Bastardi senza gloria” la pratica diventa invece strategia della paura, l’annuncio di una campagna fondata sul terrore psichico. «I nazisti troveranno le prove della nostra crudeltà sui corpi dei loro fratelli smembrati, sfigurati e dilaniati che lasceremo dietro di noi», scandisce ai suoi otto soldati ebrei il tenente Aldo Raine, appunto Pitt, nell’incipit tra “Quella sporca dozzina” e “I cannoni di Navarone”. Tarantino gioca a definirlo un “maccheroni combat”, ma non dategli retta: il suo film, diviso in capitoli, è complesso, raffinato, molto scritto, a suo modo perturbante, girato in quattro lingue (un guaio la versione doppiata), certo divertente nel suo mix di avventura, ferocia e sfrenata cinefilia. La Seconda guerra mondiale, così frequentata al cinema con alterne fortune commerciali, nelle mani di Tarantino esce dal solco iperrealistico di “Salvate il soldato Ryan” per trasformarsi in uno spettacolo a suo modo provocatorio, volendo post-moderno. Una “vendetta ebrea”, trapunta di estrose citazioni, attraverso la quale si può addirittura riscrivere la storia, facendo finire la guerra nel 1944, in un cinema parigino, dove schiattano in un colpo solo Hitler, Goebbels, Goering e Borman. Come recita una battuta in sottofinale: «Nelle pieghe della Storia ogni tanto il Fato tende la mano». Perfetti gli attori, ma Christoph Waltz, il soave e luciferino colonnello nazista, giganteggia su tutti.
da Il Riformista, 3 ottobre 2009

Alessio Guzzano
City

Inizia come un western leonino nelle praterie della Francia invasa da Hitler. Ardita scena capolavoro: ghiotti dialoghi made in Quentin, lentezza che si fa tensione, recitazioni da urlo, un’improbabile pipa che libera la risata prima della tragedia. Sono anche le coordinate del magistrale collage che segue: noir, tarantinata sparatoria (prima di tutto verbale) in taverna, ricalco del cinema tedesco in fuga dalla svastica, attimi di spionaggio anni ’60. Infine: Kill Adolf nel cinema parigino, con proiezionista nero, dove convergono gli alti papaveri nazisti per celebrarsi, il giustiziere Apache Brad Pitt che si finge italiano (si ghigna), la proprietaria bisognosa di fiammeggiante vendetta e Diane Kruger in scia a Marlene Dietrich. Nel suo film meno suo, Tarantino (al singolare, se no la fiction si fa troppo pulp) fa tanto Cinema, tutto il Cinema. Lui non cita, rifrulla: unica resurrezione possibile per un’arte esaurita. Rari schizzi di iperviolenza: scalpi nazi, dita nelle ferite, l’ebreo Eli Roth, regista di “Hostel”, che fracassa teste ariane con doppio gusto. Il feticismo podofilo di genius Quentin approfitta di Cenerentola, quello cinefilo del filmastro nostrano “Quel maledetto treno blindato” (’78) . E cineillumina d’immenso.
Da City, 2 ottobre 2009

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