Barbarossa

Federico I Hohenstaufen, detto Barbarossa, fu imperatore (1152-1190) del Sacro Romano Impero. Ebbe una concezione ideale, religiosa e totale del ruolo dell’imperatore, il cui destino era assegnato da Dio. Federico non ebbe mai alcun dubbio su questa sua predestinazione. Si riteneva, a tutti gli effetti, con tutti gli avvalli e legittimazioni, il padrone del mondo. Tutte le sue azioni erano concepite in quel senso. E quando l’azione – la guerra o la pace, la battaglia o gli editti- non riusciva, Federico la leggeva comunque come una prova felice, un segnale divino. Dunque, in ogni modo, si considerava vincitore. Rifondò l’impero dando vasto potere ai signori locali, vasto ma non totale. Si faceva comunque custode dall’alto. Sempre sicuro di aver Dio dalla sua parte. Tanto sicuro che si mise in contrasto col papa, anche lui convinto, anzi, più che convinto, di avere Dio dalla propria parte. Fra i vari paesi dell’impero, per Federico uno dei più complicati era l’Italia, dove comandavano i Comuni. Significa che ogni città aveva una sua amministrazione e un suo esercito. E che ogni signorotto aveva consolidato il proprio potere. Non solo, ma gli stessi signorotti, di fronte a un pericolo comune, avrebbero potuto unirsi per fronteggiarlo.

Con l’Italia l’imperatore decise la linea più dura. Impose tasse molto alte, soprattutto insediò in ogni città un podestà di sua fiducia. La sua strategia contemplava un riconoscimento istituzionale, anzi, regale, così si mosse in modo da ottenere la corona d’Italia. Ci riuscì: venne nominato re nel 1158. Ma ancora non gli bastava. Lusingò papa Adriano IV, cercò di farselo amico almeno per il tempo necessario. Necessario a essere incoronato Imperatore. Cosa che avvenne in Roma, in quello stesso. L’anno dopo il papa morì e salì al soglio pontificio Alessandro III, sgradito all’imperatore che, sempre in virtù della presunta predilezione da parte del trascendente, nominò un suo papa privato, Vittore IV. La mossa non fu felice, perché determinò a favore del papa… ufficiale, un’alleanza vasta, che comprendeva i bizantini, Venezia e la Sicilia. Barbarossa si arrabbiò molto. E cominciò a intendere l’Italia come una complicazione fastidiosa, e poi come un nemico da punire. Così organizzò alcune spedizioni punitive, appunto. La prima toccò a Crema, nel 1160.
Quello stesso anno il Barbarossa si vide offrire un pretesto irresistibile: l’arcivescovo di Milano Oberto da Pirovano lo scomunicò. Federico scese in Italia due anni dopo e rase al suolo la città. Fu lo spunto per la costituzione, nel 1167, della Lega lombarda. La famosa alleanza, nata dal giuramento di Pontida, riconosceva Federico imperatore, ma non accettava la sudditanza assoluta dei comuni. Ne facevano parte: Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, Ferrara, Treviso, Piacenza, Parma, Modena, Bologna, Como e Pavia. La Lega sconfisse l’imperatore a Legnano il 29 maggio del 1176 e lo costrinse alla pace di Costanza, con la quale venivano ripristinate le identità dei comuni. Per l’imperatore fu una sconfitta ma non un disastro. Si ripromise di rimettere tutto a posto. Ma aveva altre priorità in Europa e non ne ebbe il tempo: morì nel 1190.

L’eroe della battaglia di Legnano fu Alberto da Giussano. Un personaggio… discusso. C’è chi dice che non sia neppure esistito. Come Robin Hood: l’epoca è quasi la stessa. La Treccani, una fonte che dovrebbe far testo, scrive di lui: “Si è tentato di identificare questo personaggio, con uno dei due Alberti, A. da Carate e A. Longo, che figurano fra i firmatari, per il comune di Milano,del patto istitutivo della Lega Lombarda (Cremona, marzo 1167), o con un omonimo personaggio, ricordato in un documento del 1196 relativo all’ospedale milanese di S. Simpliciano. Ma è molto probabile che le notizie… si fondino esclusivamente su qualche leggenda sorta e diffusasi nel secolo 13°”.
In questo contesto storico Martinelli ha ricercato e composto una storia, certamente romanzata, con tutte le legittime licenze che fanno parte del racconto cinematografico. Del quale parleremo nella prossima puntata.

Boschi a nord di Milano. Un cavaliere dal costume e dal seguito decisamente importanti, è impegnato in una battuta di caccia al cinghiale. Uno splendido, e pericoloso animale maschio viene trafitto da una lancia lunga. Il cavaliere si avvicina ma il cinghiale non è morto, ha un sussulto e spaventa il cavallo che disarciona l’uomo che, a terra, quasi tramortito, sarebbe trafitto dalle zanne dell’animale ferito a morte, che però viene finito dalla freccia di una balestra. A scoccare è stato un giovane, tale Alberto nativo di Giussano. Il cavaliere, ripresosi, lo ringrazia per avergli salvato la vita, e gli regala un pugnale in una custodia. Dopo che l’uomo si è allontanato con la sua scorta, Alberto prende il pugnale e legge l’incisione: Federicus imperator. Sì, ha salvato la vita al Barbarossa. Il film racconta dunque due storie parallele. L’ambizione e l’attitudine dell’imperatore saranno al centro di parte del racconto. In questo caso Martinelli attribuisce al Barbarossa una sorta di dilemma metafisico, un confronto mistico con Dio che in realtà, secondo le fonti storiche, aveva già risolto. Come detto nella puntata precedente, l’imperatore si considerava un prescelto, era certo che il suo destino fosse determinato da Dio. E si riteneva, legittimamente, il padrone del mondo. In chiave di fiction naturalmente occorrono margini a tali sicurezze, margini nei quali si possano muovere il devoto consigliere Rainaldo di Dassel, e la veggente Ildegarda von Bingen, che predice a Federico uno sviluppo inquietante: dovrà guardarsi dall’acqua e dalla falce.

Alberto vive la sua vita semplice, naturalmente possiede qualità particolari, legge l’incontro occasionale con l’imperatore come un richiamo del destino. Si interessa delle vicende politiche, prende coscienza della condizione difficile della sua città, Milano, verso la quale il Barbarossa non nutre alcuna simpatia. Mentre Alberto si innamora di Eleonora, Federico sposa Beatrice di Borgogna che è poco più che una bambina. Dopo essersi consultato, con un esercito di veterani che hanno combattuto decine di battaglie, l’imperatore attacca Milano, che cade nel marzo del 1162.
Federico e Alberto si incrociano di nuovo. È proprio col pugnale “imperiale” che gli era stato regalato che il milanese cerca di uccidere il Barbarossa. Arrestato, Alberto viene graziato dall’imperatore, che così pareggia il conto. Da quel momento Alberto vivrà per una sola ragione, “sparigliare” il conto. Partecipa al leggendario giuramento di Pontida, dove nasce la lega lombarda. Diventa leader della Compagnia della morte che nella battaglia decisiva avrà un ruolo determinante. Ed è ancora lui, che visitando tutti i signori dei singoli comuni lombardi, con energia e con fede, li convince a unirsi contro l’imperatore.

Alla fine, quando due eserciti si fronteggiano sulla pianura di Legnano, si confronta l’eterna lotta fra il potere assoluto avallato da Dio, e l’esigenza di libertà degli oppressi, e individualmente, il gigante contro l’eroe. Federico e Alberto si pongono fisicamente in testa agli schieramenti. La possente cavalleria imperiale si muove contro uno schieramento di carri che appaiono esposti, quasi innocui, ma al momento dello scontro ecco apparire centinaia di falci, micidiali e decisive. La profezia di Ildegarda si è compiuta.
Non può che esserci curiosità, e attenzione, in attesa di questo film. Martinelli non è un regista perfetto (… ma chi lo è?) però è uno dei pochissimi italiani (o forse è l’unico) che tralascia i soliti esausti, minimi, modelli e codici che il cinema italiano ha assunto ormai da troppo tempo. Col suo Barbarossa ci propone storia, avventura, e persino un po’ di epica. Una parola, quest’ultima, tanto lontana dal nostro cinema, che a fatica la riconosceremo.

Pino Farinotti, da “mymovies.it”

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